Pon Salute e riforma della Sanità, il Pd al lavoro per elaborare proposte di legge regionale

Il Partito Democratico calabrese è al lavoro per elaborare proposte di legge per il Pon Salute e riformare la sanità, partendo dal confronto offerto dalle Agorà Democratiche, «un grande momento di confronto e di apertura verso il mondo che è anche al di fuori del nostro partito», ha spiegato il segretario regionale Nicola Irto.

L’incontro, dal titolo Pnrr, Pon Salute e Dm 71: È adesso il tempo per la riforma sanitaria in Calabria, ha visto la partecipazione di Sandra Zampa, Segreteria Nazionale Pd e Responsabile Salute; Nicola Irto, Segretario regionale PD, Franz Caruso, Sindaco di Cosenza, Sebastiano Andò, Direttore Centro sanitario dell’Università della Calabria, Elio Bozzo, Medico e già direttore del Distretto Sanitario Cosenza, Sergio Arena, Primario all’Ospedale di Crotone, Franco Mammì, Medico Pediatra, Mimma Iannello, Presidente Federconsumatori Calabria e Anna Domenica Mignuoli, Presidente Associazione Dall’Ostetrica. Le conclusioni sono state affidate a Peppe Provenzano, Vicesegretario nazionale Pd.

«Questa iniziativa – ha spiegato ancora Irto – non nasce in maniera estemporanea, ma dopo una serie di altri incontri e dalla richiesta di approfondire il tema ed elaborare proposte concrete per riformare la sanità. Il Pon salute dimostra la consapevolezza europea che per rendere moderno un territorio serve una risposta sanitaria efficiente. Serve adesso una programmazione integrata tra le Regioni del Mezzogiorno con attenzione anche alla necessità di aumentare gli organici. Elaboreremo in piattaforma proposte che tramuteremo in proposte di legge regionali».

«Non voglio fare polemica politica – ha concluso – ma il governatore e commissario alla sanità ha chiesto al presidente dell’Albania l’invio di medici e infermieri. Non ci si deve vergognare di chiedere aiuto, ma per essere concreti serve il coraggio delle scelte e di dare risposte in Consiglio regionale e serve un confronto vero sugli strumenti da mettere in campo».

Il sindaco di Cosenza Frank Caruso ha insistito sulla necessità di arrivare al completamento del nuovo ospedale di Cosenza. «Serve al contempo investire sul capitale umano e trattenere nelle nostre strutture le migliori competenze e professionalità che spesso invece vanno a lavorare nelle città del Nord». 

La responsabile nazionale della sanità per il Pd Sandra Zampa: «I 625 milioni  del Pon si aggiungono alle risorse del Pnrr che dovranno servire per combattere la povertà sanità e eliminare le ulteriori sperequazioni create dal Covid. Il Pd deve rendersi parte attiva per individuare le misure concrete da adottare in tutte le  quattro aree previste dal Pon».

Il vicesegretario nazionale del Pd Giuseppe Provenzano ha richiamato la responsabilità dello Stato per la situazione in cui versa la sanità nella nostra Regione. «Dopo il lungo commissariamento la Calabria ha i livelli di assistenza più bassi d’Italia. Credo che a questo punto si debba parlare di un debito dello Stato italiano verso la Calabria. Lo dico anche da ex ministro per il Sud che ha vissuto quella vicenda imbarazzante del rinnovo del commissariamento».

«Serve, in ogni caso – ha proseguito – lavorare alla riforma della sanità con le risorse di cui stiamo discutendo, restituendo al termine riforma il suo significato autentico: riforma nel senso di diminuire la diseguaglianza nei diritti tra i cittadini. Una diseguaglianza che si avverte specialmente nelle Regioni meridionali in materia di diritto alla salute. Abbiamo assistito, inoltre, a un progressivo depauperamento delle nostre risorse umane e all’aumento del precariato che hanno reso assai complicata la riorganizzazione dei servizi sanitari e la loro integrazione con i servizi socio-assistenziali. Un nodo fondamentale che dovrà essere affrontato in tempi rapidi».

Provenzano ha poi dato atto del nuovo corso intrapreso dal Pd dopo l’elezione di Nicola Irto «che sta riorganizzando il partito con l’approvazione e il pieno sostegno della segreteria nazionale» e ringraziato Carlo Guccione per l’organizzazione dell’Agorà. (rcz)

Lettera del poeta Vito Sorrenti: La Calabria non può permettersi uno spreco così forte di risorse

di VITO SORRENTI – Caro Direttore,
ho letto con molto interesse e particolare attenzione il suo articolo intitolato La nuova narrazione della Calabria, tra orgoglio e pregiudizi, dal quale traspare tutto il suo amore per la nostra terra e, in pari tempo, tutto il Suo sdegno per come viene raccontata e denigrata dai media nazionali e internazionali che si soffermano, da sempre, solo sui fatti negativi senza mai mettere in rilievo tutti gli aspetti importanti, a partire dal fatto che essendo collocata al centro del mar Mediterraneo, il mare della civiltà umana, ha avuto rapporti con tutti le civiltà mediterranee fin dai tempi più remoti e ha contribuito a creare l’immenso e importante patrimonio culturale che ha arricchito tutta la civiltà occidentale.

Lei fa riferimento alle nostre radici. A me piace ricordare che affondano in una terra mitica che nell’antichità era conosciuta come “la terra dei filosofi”, dove visse e operò il sommo Pitagora, senza il quale non avremmo avuto, a mio modesto parere, Platone, che attinse copiosamente alla fonte pitagorica.

Lei sottolinea il fatto che per rilanciare la nostra terra è necessaria una nuova narrazione. Sono totalmente d’accordo, ma ritengo sia necessario e urgente prendere, da parte dei nostri politici, le determinazioni idonee a far sì che i suoi figli migliori non siano costretti ad andar via, a cercare fortuna sotto altri cieli ed altre stelle. La Calabria non può permettersi uno spreco così forte di risorse, non può permettersi di far acquisire ai suoi figli un patrimonio di conoscenze per darlo in beneficio ad altri. (vs)

L’OPINIONE / Emilio Errigo: La Calabria, una comunità unita e responsabile

di EMILIO ERRIGO – Non sono un Sociologo, ma un operatore del diritto. Questo avviso è doveroso per i cari lettori che ringrazio sempre per le tante testimonianze di consenso.
Le Comunità Calabresi, ovunque esse siano presenti, in Calabria “Terra Madre”, in altre  regioni d’ Italia e in  ogni parte del mondo, sono considerate delle Comunità  di persone attive, propositive e aggreganti. Quello che ho avuto modo di osservare, direttamente de visu e indirettamente, attraverso i mezzi di comunicazione cartacei e digitali, che cresce una forma di “incomunicabilità moderna”, tra i componenti delle piccole e grandi Comunità territoriali.
Si è presi  da una spasmodica e incalzante voglia di  emergere ad ogni costo e con ogni mezzo, che sia legale o illegale, poco importa, importante è quello di raggiungere il proprio fine. Così cari amici lettori, non si crea la Comunità, non si va da nessuna parte che non sia l’inferno interiore, famigliare e sociale. Una Comunità per rimanere viva, ha assoluta necessità di alimentarsi,  facendo propri e riconoscendo i valori e principi fondanti del vivere civile.
La Calabria per essere una “Comunità di Calabresi uniti e responsabili”, deve ritrovarsi più spesso assieme: in famiglia, nello sport, in chiesa, in piazza tra gli amici, in un prato suonando e cantando, ridendo, raccontando aneddoti, storie  e racconti , che creino unioni e non divisioni,  ascoltando gli anziani e andando a trovare Genitori, Nonni e persone sole.
Alcuni giorni addietro e pure oggi, ho letto di ricorrenti aggressioni pericolose e violenze incontrollate, tra giovani compagni di scuola.
“Tra  Compagni di Scuola in Calabria”? Non ci potevo e non volevo credere! Ho dovuto rileggere l’articolo, per avere contezza del fatto di cronaca nera,  più nera del nero buio della notte senza luna.
Un mio amico, considerato in Calabria il “Sociologo dei Giovani “, Francesco Rao, Presidente di Ans Calabria, in uno dei suoi tanti importanti  pensieri riflessivi sulla vita non vissuta, come dire una “non vita” dei  Giovani in Calabria, ha scritto che la “pugnalata” inflitta nel corpo della giovanissima vittima, con inaudita e incontrollata violenza, l’aggressore l’ha inflitta al cuore dei Genitori di entrami i Giovani, sia a quelli  della vittima, che ai genitori dell’aggressore autore del gesto inaccettabile.
Io mi permetto di dire che ogni atto di violenza tra i Giovani è si condannabile, ma rappresenti  una profonda ferita  arrecata alla  Comunità  sociale tutta della Calabria.
Che fare, come agire, si possono prevedere e prevenire tali atti di incontrollata e pericolosissima violenza sociale? Si che si può e si deve, prevedere, prevenire e controllare la violenza tra i Giovani in Calabria.
Con tutti i mezzi più semplici esistenti, facendo riemergere dal proprio io, dal profondo della propria personalità, tutto quanto di buono hanno tramandato ai Giovani i propri Genitori. Occorrono tonnellate di amicizia e tanto sport in Calabria.
Non è mai esistita a mia memoria in Calabria, una Madre e Padre, che abbiano voluto il male di un figlio  proprio, ne dei figli altrui.
Ricordo bene, con quanta gioia, ci si ritrovava assieme a casa di uno o dell’altro amico e amiche, per organizzare una partita di calcio, di palla a volo sulla spiaggia, di calcio al campetto della fiumara, della stazione, al parco, all’oratorio, una piccola gita fuori casa, un cantata e ballata tra amici e amiche.
Oggi pare di assistere  al decadimento valoriale del profondo senso di essere “Compagni di Scuola in Calabria”, alla perdita di contatto sociale con la Comunità di appartenenza. La violenza tra i Giovani è sempre una grande sconfitta sociale per tutti, nessuno escluso, che lede le fondamenta del dialogo libero e costruttivo, anche in presenza di opinioni diverse. Quello che credo occorra ritrovare in Calabria e tra Calabresi, sia il valore sacro e l’inalienabile principio dell’amicizia, amicizia  sempre, comunque e ovunque.
L’amicizia è fratellanza, comprensione, aiuto, sostegno, forza, coraggio, unione, solidarietà, tolleranza, amore famigliare e rispetto fraterno. Solo così la Calabria può vincere la violenza tra i Giovani, ritornando  ad essere, e deve essere, una Comunità umana forte, unita e responsabile. (er)
[Emilio Errigo è nato e cresciuto in Calabria fino alla maggiore età, Generale della Guardia di Finanza in ausiliaria, Docente di Diritto Internazionale e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate]

La sottosegretaria Dalila Nesci: 111 milioni per Zes

Sono 111,7 milioni di euro la somma assegnata alla Calabria per gli investimenti infrastrutturali i volti ad assicurare i collegamenti delle Zone Economiche Speciali con la rete nazionale dei trasporti. È quanto ha reso noto la sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci,spiegando che si tratta della cifra più alta dopo la Campania, «che testimonia la grande attenzione riservata al nostro territorio».

«Con queste risorse – ha aggiunto – sarà possibile realizzare efficaci collegamenti tra le aree portuali e industriali e la rete infrastrutturale ferroviaria e stradale, così da consentire ai distretti produttivi di ridurre tempi e costi nella logistica. Si potranno inoltre rafforzare la digitalizzazione, l’urbanizzazione green e l’efficientamento energetico delle aree appartenenti alle ZES. Infine, con i fondi messi a disposizione del territorio si potrà incrementare la sicurezza dell’infrastruttura connessa all’accesso ai porti».

«Nello specifico – ha illustrato – le risorse saranno destinate al Porto di Gioia Tauro, con l’adeguamento degli impianti ferroviari di Sibari, S. Pietro a Maida, Nocera Terinese e Rosarno per 57,7 milioni di euro, il raccordo stradale sud alla rete TEN-T per 11 milioni €, lo  svincolo dell’autostrada A2 per 6 milioni, il completamento della banchina di ponente lato nord per 16,5 milioni e l’urbanizzazione dell’area industriale per altro 10 milioni di euro. Altre risorse andranno al Porto di Reggio Calabria, con l’adeguamento e il risanamento della banchina Margottini per 6,5 milioni di euro, e al Porto di Villa San Giovanni, con l’adeguamento e il risanamento strutturale della banchina per 4 milioni di euro».

«Questo ulteriore investimento da 111 milioni per le infrastrutture legate alle Zes – ha concluso Nesci – consentirà alle nostre imprese di crescere guardando anche all’estero e sarà un volano per la sviluppo di tutta la Calabria». (rrm)

Il ricordo del terremoto del 1908 di Santo Gioffrè

di SANTO GIOFFRÈ – Oggi, 28 dicembre 1908. Il terremoto. “Nonna, nonna perché piangi?” Il pargoletto, seduto ai suoi piedi, stava appeso ad una delle pieghe del lungo saio della donna e guardava, con ansioso patema, l’altra madre che lo stava allevando. Ella, con gli occhi lucidi come solo pianti nascosti ad ogni insulsa curiosità causano, ricambiava donandogli carezze e forzati sorrisi che bastavano a saziare il cuore supplicante del bimbetto.

L’anziana donna stava curva, con la testa poggiata alla pila di mattoni ormai sfarinati per l’esposizione secolare al sole ed alle intemperie e che ancora, a fatica, fornivano supporto ad una marcia porta e aspettava… Non sporgeva tutto il suo volto, oltre la porta che dava accesso alla macelleria di via Roma , ma solo per metà. L’altra metà del suo viso, imprigionato dentro un fazzoletto che le fasciava la testa e finiva serrato da un nodo sotto il mento, lo teneva nascosto, come il suo immenso dolore.

“Nonna, perché piangi?” Insisteva il pargoletto, aggrappato a Lei… La vecchia Signora era come assente, immersa tra mille ricordi dove solo lei poteva starci. Pensieri tristi che lei, per tutta la sua vita, portò custoditi dentro un forziere di lacrime amare. Solo quando vedeva la Statua della Madonna Nera varcare la porta della chiesa si ridestava e scoppiava in un pianto singhiozzante, ma non manifesto, sommesso e sottomesso alla sua mano che le tappava la bocca perché i drammi intimi non vanno, mai, resi pubblici.

Allora, sollevava il nipotino, l’ultimo dei 10 che aveva cresciuto e lo abbracciava, tenendolo stretto al suo seno. Poi, si ritirava in una solitudine abissale, interrotta, solo, dalle carezze che il bambino le dava e che la chiamava, a volte, mamma, mamma… Mia nonna così ricordava( e io mi ricordo) ogni 28 dicembre, i due figli morti tra le sue braccia dopo che era riuscita a trarli dalle macerie della sua casa. (sg)

IL GOVERNO ABBATTE IL CARICO FISCALE
MA I CALABRESI PAGANO LE TASSE PIÙ ALTE

di GIACINTO NANCI Da ben 12 anni noi calabresi, in applicazione dell’art.2 comma 86 legge n. 191 del 2009 che quantifica la sopratassa a causa del piano di rientro sanitario calabrese, paghiamo più tasse di tutti gli altri italiani.

Un lavoratore calabrese con un imponibile di 20.000 euro ha pagato ogni anno ben 406 euro in più di Irpef di un lavoratore lombardo o veneto, e un imprenditore calabrese con un imponibile di 1 milione di euro ha pagato ogni anno 10.700 euro in più di un imprenditore piemontese o emiliano.

A questo aumento di Irpef e Irap si aggiunge sia l’aumento delle accise che l’aumento del numero dei ticket per le prestazioni sanitarie. E, come se ciò non bastasse, noi calabresi stiamo pagando un mutuo di 428 milioni di euro che il Governo ci ha fatto nel 2011 per risanare il nostro presunto deficit sanitario e per il quale, ogni anno, fino al 2040 stiamo restituendo 30,7 milioni all’anno per un totale di ben 922 milioni di euro con un interesse del 5,89% che è molto vicino al tasso usuraio che è del 6,3%. Infatti dei trenta milioni che ogni anno restituiamo al Ministero dell’Economia ben 21,5 sono di interessi e solo 10 di capitale, se il tasso fosse quello dell’1%, che normalmente si usa per questi tipi di prestito pagheremmo solo 16 milioni all’anno.

Per cui tra aumento di tasse, di accise e prestito noi calabresi, da almeno 10 anni, ogni anno versiamo al Governo circa 150 milioni. Ma perché tutto questo? Perché la Calabria con un decreto del dicembre 2009 è stata posta in piano di rientro sanitario perché ha speso in sanità più di quanto ha ricevuto e questo salasso economico nei nostri confronti è fatto per risanare quel presunto deficit. Lo definisco “Presunto deficit” perché quello della Calabria non è un vero deficit sanitario, ma è la conseguenza di una errata ripartizione di fondi sanitari alle regioni. Infatti fin dal 1998 da quando è entrata in vigore la nuova modalità di riparto dei fondi sanitari alle regioni basato sul calcolo della popolazione pesata che è un criterio solo demografico cioè più soldi dove ci so no più anziani (Nord) e meno soldi dove ci sono più giovani (Sud), la Calabria, insieme a molte regioni del sud, ha ricevuto pro capite meno fondi per la sua sanità e spesso è stata proprio la regione che ne ha ricevuto di meno in assoluto.

La Calabria ha ricevuto fino a qualche centinaio di euro in meno rispetto alla regione più finanziata e, se si moltiplicano le centinaia di euro ricevute in meno pro capite per i circa due milioni di residenti in Calabria, si comprende bene ci vengono sottratti ogni anno parecchie centinaia di milioni di euro. Ma la cosa grave è che questi fondi insufficienti vengono dati proprio alla regione Calabria, dove ci sono molti più malati cronici e quindi quei pochi soldi non potevano bastare per curare i molti più malati cronici e per forza di cose si è dovuto sforare.

Che c’è la necessità di modificare il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni lo ha certificato perfino il ministro della salute Fazio che, già nel lontano primo aprile 2011, ha solennemente dichiarato che «entro due anni ripartiremo i fondi sanitari in base al criterio della prevalenza delle malattie e non più rispetto all’età che penalizza regioni con un basso indice di vecchiaia»… (leggi Calabria). Ovviamente la modifica del riparto non è stata mai fatta. Che in Calabria ci sono molti più malati cronici del resto d’Italia lo hanno certificato perfino i Ministeri dell’Economia e della Salute approvando il DCA n. 103 del lontano 30/09/2015 del commissario al piano di rientro Scura nel quale con tanto di tabelle si quantificavano in 287.000 i malati cronici in più nei circa due milioni di calabresi rispetto ad altri due milioni di altri italiani.

Il DCA n. 103 ha anche quantificato un altro fattore di maggiore spessa sanitaria calabrese calcolando in 50.000 i malati cronici calabresi con comorbilità rispetto al resto d’Italia. È stato questo, quindi, il vero motivo per cui si è creato il “presunto deficit”, sono arrivati pochi fondi proprio dove ci sono molti più malati cronici. Ed è anche questo il motivo per cui dopo ben 12 anni delle restrizioni e dei tagli del piano di rientro il deficit sanitario è raddoppiato ed è perfino triplicata la spesa per le cure dei calabresi fuori regione.

Anzi, è stato proprio il piano di rientro a fare ulteriore danno alla sanità calabrese, perché con i suoi tagli e restrizioni ha impedito ai malati calabresi di curarsi e non ci vuole grande scienza per capire che un malato cronico che non si cura, poi per essere curato costa molto di più e si complica a tal punto che poi per curarsi deve recarsi nei costosissimi centri di eccellenza fuori regione aggravando il “presunto deficit”.

Ed è ciò che, anche a causa del piano di rientro, si è puntualmente verificato. Purtroppo in questi dodici anni, anche a causa del piano di rientro, si è verificato anche il fatto che per la prima volta nella storia della Calabria l’aspettativa di vita invece di continuare ad aumentare è diminuita e a parità di patologia, specialmente oncologica, in Calabria si muore prima. È per questo che il neogovernatore Occhiuto sbaglia a farsi nominare commissario, Lui è il quinto, e proprio per quanto appena detto fallirà come gli altri quattro.

Perché le cose cambino per i malati calabresi il neogovernatore deve andare di persona alla Conferenza Stato-Regioni, che è l’organo che ripartisce i fondi sanitari alle regioni, e votare contro ogni riparto dei fondi sanitari alle regioni che non tiene conto della numerosità delle malattie in ogni regione perché essendo i voti della Conferenza Stato-Regioni alla unanimità, anche il suo solo voto contrario bloccherebbe tutto e la costringerebbe a modificare il criterio di riparto che finalmente smetterebbe di penalizzare la Calabria.

Il neogovernatore Occhiuto deve pretendere che dove ci sono molti più malati cronici come la Calabria arrivino i fondi proporzionati perché è il solo modo per dimostrare che il piano di rientro è non solo sbagliato, ma anche dannoso per i malati calabresi.

Riparto dei fondi sanitari proporzionati alla numerosità delle malattie altrimenti il piano di rientro non avrà mai fine e oltre a danneggiare, come sta già facendo, la salute dei calabresi affosserà l’intera economia calabrese con aumento di tasse accise, ticket sanitari e prestiti onerosi. (gn)

(L’autore, Giacinto Nanci, è un medico di Catanzaro)

CALABRIA LENTA E ULTIMA PER CRESCITA
SVIMEZ: LA PIÙ BASSA D’ITALIA CON +3,9%

La crescita della Calabria è e sarà lenta: è solo del 3,9%, contro quello nazionale che sarà del 4,2%. È quanto è emerso dal Rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno, che ha rilevato come la crescita della nostra regione sia quella più bassa tra quelle italiane, oltre che a rimanere stabile anche nel 2o22. Un dato, che preoccupa e che indica che la differenza tra la Calabria e il resto d’Italia sia più marcato: se al Centro-Nord è prevista infatti una crescita del Pil del 6,8% a fine anno, quel tasso al Sud si assesterà al 5%.

Nel rapporto, in cui viene evidenziato che il «2020 è stato l’anno terribile nell’Italia del «doppio divario» Italia/Europa, Sud/Nord», dove il Pil del Mezzogiorno era ancora «sotto di oltre 10 punti rispetto al 2008 e il Centro-Nord era spaccato tra un Nord locomotiva ormai stanca e un Centro sempre più in linea con il Mezzogiorno (-6% rispetto al 2008)», mentre a livello nazionale, la caduta del Pil, nel 2020, è stata di quasi 3 punti superiore alla media europea (-8,9% contro il -6,1%), «anche in virtù della maggiore rilevanza di alcuni comparti, come il terziario, legati al turismo, alla cultura e ai servizi alla persona».

Il quadro emerso per la nostra regione indica che per i Settori produttivi, si è registrato un calo, tra il 2020 e il 2021 un calo del -11,6%, mentre per quanto riguarda le diverse componenti del valore aggiunto, mentre nel complesso il Mezzogiorno ha visto una flessione del 7,9% su base annua, inferiore al -8,6%nazionale, la Calabria «mostra un calo più alto della media circoscrizione (-9,3%), dovuto alla maggiore flessione di agricoltura (-11,6%), costruzioni (-11,2%) e servizi (-9,1%); inferiore alla media del Sud la flessione dell’industria in senso stretto (-9,1%)». Per quanto riguarda la crescita dell’occupazione, si stima che entro fine anno in Calabria ci sarà una crescita del 1,3% e del 1,9% nel 2022.

Per quanto riguarda, invece, la spesa delle famiglie, è prevista nella regione una crescita del 6,6% nel 2021. Un ottimo dato, se si considera che, quella nazionale, è del 5,2%. Per il 2022, infine, si stima un incremento di 3 punti, leggermente inferiore di quella nazionale, stimata al 4,5%.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, nel rapporto è stato evidenziato che «alla crescita delle regioni del Centro-Nord (+1 milione 510 mila unità pari al +9,8%) si contrappone una flessione nelle regioni meridionali (-201 mila unità pari al -3,2%). Il divario tra le due aree territoriali si approfondisce ulteriormente considerando come il tasso di occupazione cresca quasi di 8 punti nel Centro-Nord mentre fletta quasi di 2 punti nel Mezzogiorno; il gap tra i due tassi sale da circa 12 ad oltre 20 punti percentuali (nel 2020, 65,4% e 44,3% rispettivamente nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno)».

«Nel 2022 la Svimez – si legge nel rapporto – prevede un aumento del Pil del +4,2% al Centro-Nord e del +4% nel Mezzogiorno. Nel biennio 2023/2024 prevediamo al Sud rispettivamente +1,9% il primo anno e +1,5% il secondo, mentre nel Centro-Nord il Pil crescerebbe del +2,6% nel 2023 e del +2% nel 2024. Nel quadriennio l’impatto relativamente maggiore delle manovre di finanza pubblica e del Pnrr al Sud rispetto al Centro-Nord, dovrebbe impedire al divario di riaprisi».

«Ma la debolezza dei consumi – continua il rapporto – conseguente alla dinamica salariale piatta (15,3% di dipendenti con bassa paga nelle regioni meridionali rispetto a 8,4% in quelle centro settentrionali), al basso tasso di occupazione e all’eccessiva flessibilità del mercato del lavoro meridionale con il ricorso al tempo determinato per quasi 920 mila lavoratori meridionali (22,3% al Sud rispetto al 15,1% al Centro-Nord) e al part time involontario (79,9% al Sud contro 59,3% al Centro-Nord), frenerebbe la crescita. La Svimez stima che, dopo lo sblocco dei primi licenziamenti da fine giugno, ci siano stati circa 10.000 espulsi dal mercato del lavoro, di cui il 46% concentrato nelle regioni meridionali. Di qui l’indispensabilità di un ruolo attivo delle policy».

Per la Svimez, infatti, «dei quasi quasi 15 punti di crescita previsti per l’Italia nel quadriennio, ben 7 sono riconducibili alla policy. L’effetto delle misure è maggiore al Sud, dove il contributo offerto dagli interventi copre il 58,1% della crescita cumulata nel quadriennio 2021/2024, contro il 45% nel Centro-Nord. L’economia meridionale potrebbe avere una spinta decisiva se si spenderanno interamente i fondi destinati al Mezzogiorno (40%) e se si riuscirà a trasformare la spesa per investimenti pubblici in nuova capacità produttiva in grado di intercettare una quota maggiore di domanda, interna ed estera».

Per l’Ente, «buona parte dei divari di genere, infatti, dell’Italia con l’Unione europea sono ascrivibili alla situazione delle regioni meridionali. La quota di donne neet è molto elevata nel Mezzogiorno, quasi 900mila, con valori intorno al 40% rispetto al 17% nella media europea. A conferma della maggiore difficoltà di accesso al mercato del lavoro delle giovani donne nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione delle 20-34enni laureate da 1 a 3 anni è appena il 44% nel Mezzogiorno a fronte di valori superiori al 70% nel Centro-Nord. Rispetto al secondo trimestre 2019, l’occupazione femminile nel Sud si è ridotta di circa 120mila unità nel 2021, (-5%, contro -3,3% del Centro-Nord)».

«Nel campo della sanità – si legge – si registrano valori di spesa pro capite mediamente più bassi nelle regioni del Mezzogiorno. La netta riduzione dell’assistenza ospedaliera operata per massimizzare i risparmi immediati non è andata di pari passo con il rafforzamento dei servizi alternativi all’ospedale, in primis la medicina territoriale. Su quest’ultimo fronte, come mostrano diversi indicatori, i risultati sono stati poco soddisfacenti, soprattutto nel Mezzogiorno, che già partiva da livelli più contenuti di servizi di assistenza territoriale. In particolare, il tasso di assistenza domiciliare integrata, calcolato su 10mila abitanti ultrasessantacinquenni, è pari a oltre 715 al Nord e a più di 636 al Centro mentre cala a 487 nel Mezzogiorno. Alle differenze nelle prestazioni erogate dai diversi Servizi 3 sanitari regionali si associa il fenomeno ormai strutturale della migrazione dal Sud al Nord del Paese dei cittadini alla ricerca di cure mediche».

Per quanto riguarda l’istruzione, la Svimez ha rilevato che «l’Italia e soprattutto il Mezzogiorno rimangono ancora distanti dai target europei nei servizi all’infanzia (il 33% di copertura nella fascia 0-2 anni). Il livello dei posti si attesta al 26,9% dei bambini fino a 2 anni con elevate disparità territoriali: circa il 15% la copertura nelle Regioni del Sud. Il divario tende a chiudersi con il passaggio alla scuola materna e primaria ma la carenza d’offerta a sfavore del Mezzogiorno si sposta dai posti agli orari di frequenza».

«Nel Mezzogiorno – si legge – è molto meno diffuso l’orario prolungato nella scuola d’infanzia (5,3% dei bambini), e, viceversa più diffuso l’orario ridotto (19,7%) rispetto al Centro-Nord (17,3% e 3,6% rispettivamente i bambini ad orario prolungato e ridotto) mentre nella scuola primaria la percentuale di alunni che frequentano a tempo pieno è più bassa nelle regioni meridionali (17,6%) rispetto al resto del Paese (47,7%). Gli early leavers meridionali che lasciano prematuramente il sistema formativo sono il 16,3% al Sud a fronte dell’11,2% delle regioni del Centro-Nord: 253mila giovani meridionali con al massimo la licenza media e fuori dal sistema di istruzione».

Per quanto riguarda la sfida del Pnrr, la Svimez, che ha rilevato che le regioni e Comuni del Sud «soffrono di un’evidente debolezza della macchina amministrativa, il cui numero degli addetti è esiguo», ha ribadito che va «rafforzato il supporto alla progettualità di questi Enti decentrati attraverso: Centri di Competenza nazionali a supporto della Pa (come Consip, Invitalia, Sogei), Centri di Competenza Territoriale, in raccordo con le Università» che l’Ente propone di costituire.

«Un’altra sfida decisiva – ha rilevato la Svimez – riguarda il coordinamento tra fondi del Pnrr e fondi della Politica di Coesione, che non possono andare avanti come due compartimenti stagno, bisogna programmarli e spenderli in sinergia per ottenere il massimo impatto sui territori meridionali. Per il completamento del ciclo 2014/2020 dovranno essere spesi entro il 2023 oltre 30 miliardi, ai quali si vanno a sovrapporre i nuovi fondi del periodo successivo 2021/2027, 83 miliardi, da utilizzare entro il 2030».

«Una quota rilevante di queste risorse dovrà essere impegnata al Sud», quindi è «indispensabile una complementarietà tra politiche di coesione nazionale ed europea col Pnrr, che può avvenire solo a patto che i Programmi della Coesione siano effettivamente aggiuntivi e che siano uniformate le modalità di governance. Questo coordinamento dovrà anche essere esteso alle politiche generali, valorizzando il contributo delle transizioni gemelle verde e digitale delle regioni del Sud, nell’ambito di un disegno di politica industriale che metta a frutto il posizionamento strategico del Paese nel Mediterraneo».

Per quel che riguarda le imprese, la Svimez da un lato «auspica che vi sia un’adeguata capacità di assorbimento delle risorse stanziate, in particolare quelle dedicate alla Transizione 4.0, da parte delle aziende meridionali. Dall’altro, che si semplifichi e si faccia chiarezza sull’obiettivo del trasferimento tecnologico, che rischia di incidere solo marginalmente se persiste l’attuale quadro estremamente frammentato di soggetti che se ne occupano».

«Solo così – ha concluso – l’attuale sistema economico (industria e servizi) del Sud potrà superare il tendenziale ampliamento del divario rispetto alle aree più avanzate del Centro-Nord in termini di capacità innovativa e livelli di conoscenza “inglobati”».

Per la ministra per il Sud, Mara Carfagna, «il rapporto Svimez 2021 presentato oggi conferma gli effetti positivi del Pnrr sulla crescita del Sud nei prossimi anni. Spero che questo possa mettere fine al dibattito spesso strumentale sulla “quota Sud».

«I fondi ci sono – ha sottolineato – l’abbattimento del “muro invisibile” che divide i cittadini del Sud da quelli del Nord non è più la richiesta inascoltata di una periferia del Paese. Non è più la richiesta solo della Svimez o del ministro del Sud, ma sta finalmente diventando una missione nazionale a cui tutti siamo chiamati a collaborare». (rrm)

GLI ASILI NIDO SOLO PER 3 BAMBINI SU 100
LA CALABRIA È ANCORA ULTIMA IN EUROPA

In Calabria, solo il 3% dei bambini usufruisce dei posti negli asili nido o servizi integrativi per l’infanzia, finanziati dai Comuni. Un dato vergognoso, ben al di sotto della media nazionale che si attesta al 14,7%. È l’allarme lanciato dall’eurodeputata Laura Ferrara, sottolineando come il 12esimo rapporto dell’Atlante dell’infanzia a rischio Il futuro è già qui – Il mondo dei bambini di domani di Save the Children, ha evidenziato che la Calabria non ha raggiunto l’obiettivo del 33% entro il 2010.

«Analizzando le intenzioni di investimento nella programmazione regionale a valere sui fondi europei, è presto detto perché nulla si è fatto. Investimenti esigui e come se non bastasse la spesa effettuata non raggiunge nemmeno il 30% di quella prevista» ha detto l’eurodeputata, evidenziando come la Calabria potrebbe usufruire dei livelli essenziali delle prestazioni su asili nido inseriti, per la prima volta, dal Governo, nel disegno di legge di Bilancio 2022.

Si tratta di risorse destinate ai Comuni svantaggiati e che, con molta probabilità, cresceranno con i fondi del Pnrr.

Ed è per questo che l’Eurodeputata ha lanciato un appello alla Giunta regionale e al presidente, Roberto Occhiuto, chiedendo di «affiancare agli investimenti nazionali una rivoluzionaria e ambiziosa programmazione delle risorse europee derivanti dalla Programmazione operativa regionale 21-27, così da recuperare il gap con le altre regioni e offrire ai bambini calabresi ed alle loro famiglie servizi e sostegni equi al resto d’Europa».

Un problema, quello degli asili nido in Calabria, che tuttavia non è nuovo: nell’aprile del 2021, il rapporto nazionale di OpenpolisCon i Bambini, evidenziava un divario nell’offerta di nidi e servizi di prima infanzia, posizionando la nostra regione sotto la media nazionale.

«A fronte di un Centro-Nord – si legge – che con 32 posti ogni 100 bambini ha quasi raggiunto l’obiettivo europeo del 33% e dove in media 2/3 dei comuni offrono il servizio, nel Mezzogiorno i posti ogni 100 bambini sono solo 13,5 e il servizio è garantito in meno della metà dei comuni (47,6%). La differenza tra le due aree è di 18,5 punti».

«A Bolzano – si legge ancora nel report – vi sono quasi 7 posti ogni 10 bambini, mentre a Catania e Crotone quasi 5 non su 10 ma su 100 bambini. Forte anche la differenza tra comuni polo e quelli periferici e ultraperiferici (13,8 punti). La media italiana è del 25,5%».

Un altro problema, provocato dalla carenza degli asili nido, è il fenomeno degli anticipatari nel Sud:  In Italia sono circa 70mila i bambini che all’età di 2 anni frequentano già la scuola dell’infanzia. A fronte di una media nazionale del 14,8% di bambini di 2 anni anticipatari, il dato supera il 20% in gran parte delle regioni meridionali, con picchi del 29,1% in Calabria, del 25% in Campania e del 23,7% in Basilicata.

Dati, che destano preoccupazione, se si considera che, come ha spiegato Raffaela Milano, direttrice Programmi Italia -Eu Save the Children Italia Onlus, «la povertà educativa dei bambini e delle bambine affonda le radici già nella prima infanzia, e si consolida ben prima della scuola primaria» e che «è dimostrato come un asilo nido di qualità rappresenti, per i bambini, uno strumento efficacissimo di riduzione delle diseguaglianze di ingresso nel sistema scolastico ed un investimento fondamentale per prevenire la dispersione». (rrm)

Gli studenti calabresi brillano alle Olimpiadi internazionali di astronomia

Grande orgoglio, per il successo e i risultati ottenuti da Chiara LuppinoIlenia Trunfio, Marco Carbone e Vittoria Altomonte, i quattro studenti calabresi che hanno rappresentato l’Italia – insieme ad altri due studenti della Puglia – alle Olimpiadi di Astronomia, che si sono svolte a Milano all’istituto Nazionale d’Astrofisica – Osservatorio Astronomico di Brera.

Chiara Luppino, Raffaele Stoppa e Ilenia Trunfio hanno ottenuto il bronzo per la categoria junior, Marco Carbone l’argento e Alessandra Caggese il bronzo per la categoria senior. Vittoria Altomonte, che concorreva per la categoria avanzata, il bronzo e la menzione speciale per la miglior prova osservativa.

Il Sud d’Italia ha portato sul podio l’Italia in questa competizione non facile, che ha visto la partecipazione di 15 squadre provenienti da tutto il mondo che – in modalità online – hanno svolto le gare consistenti in tre prove: teorica, osservativa e pratica, riunita in presenza in un’unica sede nazionale.

Una guarda, dunque, in cui sono emerse le capacità degli allievi ed il lavoro curriculare svolto dai docenti delle discipline scientifiche. I risultati eccellenti conseguiti nella gara dai ragazzi calabresi, Chiara, Ilenia, Marco e Vittoria oltre a premiare il lavoro, qualificato, svolto dai docenti, rendono merito al supporto didattico del Planetario Pythagoras della Città Metropolitana di Reggio Calabria, che prepara i ragazzi a sostenere le prove caratterizzanti la competizione: la prova pratica e la prova osservativa. (rrc)

I GIOVANI CALABRESI E IL DISAGIO SOCIALE
NO, GIOVANI E BASTA, CUI OFFRIRE FUTURO

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – No, non parlate di giovani “calabresi”, come a voler intendere, giovani “con il marchio fisso”, quando raccontate di pistole e risse violente.

L’audience sale, è ovvio, l’etichetta calabra ha un certo appeal, ma vi prego, non girate maniacalmente il coltello nella piega e a scopo strettamente commerciale, o per motivi di tornaconto. Tanto vale targarli alla nascita, questi figli, e sulla loro culla scrivere: disgraziati, figli di puttana, mafiosi. 

Aiutate invece a recuperare il tessuto sociale mancante che li disgrega. Contribuite, ognuno con le proprie competenze, a rimarginare le ferite che li fanno soffrire. A curarle. Generalizzare, come se la testa di cazzo di pochi, fosse quella di tutti, non è giusto. È bastardo e irregolare. I giovani calabresi, quelli responsabili, sono ben altro e ben altri. E sono il meglio. All’Unical se ne potrebbe rintracciare buona parte. Quelli a cui invece si fa marcato riferimento, l’aborto della Calabria. 

Generalizzare un sistema, è criminale. Peggio delle malefatte che il crimine stesso commette. 

Il sistema va studiato, e in tutte le sue parti. Con raffinata concentrazione, partendo dai covi in cui questo si genera, e dai gruppi in cui prolifica. Famiglia, scuola, società civile. Riformando, se serve, le coscienze di quell’asse umano, in cui il pensiero che riaffiora è disordinato. Debole o già praticamente corrotto.

Ci sono analisi di carattere sociale che, al fine di una società sana, richiedono necessariamente indagini accurate, basate sulla scomposizione degli elementi che questa include. E in virtù di ciò, non ammettono ipotesi. L’analisi del quadro giovanile nella società contemporanea, va organizzata prima e strutturata poi, in base alle sofferenze che la deprimono. E che nell’indifferenza generale, generano giovani che nel contesto più ampio, si impongono come diversamente giovani. I figli ‘incoscienti’ del piccolo crimine sociale.

È certamente triste la questione giovanile nel mondo. Quella che si consuma nelle periferie ancora di più. 

Risse, pistole, schiaffi, pugni…

Cosenza, Vibo, Reggio come il far west. Cinema d’azione all’aperto. immagini da sconcerto. Non di meno, nel resto d’Italia e in Europa. In tutto il mondo. Il conto è troppo grande, generale e globalizzato.

È attiva una frammentazione sociale stravolgente. Dove il disagio è una mancanza esagerata che non coinvolge esclusivamente l’assenza di valori fondanti, ma la scarsa offerta di esempi. 

La famiglia è debole, e la scuola da sola non basta più. Non è più efficace, in quanto singola istituzione. Serve uno schieramento maggiore di forze, in cui il soggetto educatore abbia non il compito, ma il dovere assoluto di formare generazioni pensanti, non uniformi al pensiero delle masse, in grado di intendere e di volere. 

Serve un fondo – umano – di cultura (senza fondo), a perdere, volto a finanziare, le aspettative sociali di milioni giovani in tutto il mondo. Ma che non sia un piano di addestramento formale, ma una forma strategica di incentivo, volto alla formazione e alla crescita umana, sociale, culturale, politica e morale dei figli.

Ve lo ricordate l’Antonello di Corrado Alvaro, in Gente in Aspromonte? Quanto tempo dovette attendere il ragazzo prima di incontrare la giustizia e raccontarle il fatto suo?

Il disagio sociale del giovane pastore si ripete ancora oggi, e addirittura si amplia.  

Troppa poca e troppa scarsa formazione, poco Stato, e soprattutto pochissima giustizia sociale. E troppi, troppissimi ominicchi e mezzi uomini. 

La mancanza di certezze, punti fermi, riferimenti e guide, tormenta le nuove generazioni. Le inabissa. E mentre la terra gira su sé stessa, essi gravitano disordinatamente intorno alla terra. E si allontanano, poi si riavvicinano… Non hanno pace. C’è un’inquietudine di fondo che li disturba. Ed è per questo che, anche silenziosamente, con il loro modo di essere giovani, chiedono ai grandi, di poter scrivere al presente, una storia che al futuro non funziona più. La loro storia. Quella reale.

Chi non si sente responsabile del male di vivere che grava su giovani e adolescenti, scagli pure la prima pietra. Ma chi invece si sente in dovere di recuperare, faccia pure il suo nome, e prima che quello del proprio figlio venga cancellato per sempre dalla storia del mondo. Piangere sarà peggio che morire. (gsc)