Caro Times, la Calabria non è il cuore della mafia

di GIUSY STAROPOLI CALAFATIDite, dite, cos’è esattamente il cuore della mafia?

È forse la clonazione forzata e abusiva del vitale muscolo umano, con effetto del medesimo formidabile battito? È un progetto ‘mpacchiuso di asini mezzi pazzi che si impappinano nel naturale verso del raglio? È una irreversibile febbre da parrasìa che slenta e sclera il cervello umano? È forse il piglio feroce dei diavoli contro il sentimento dei resistenti? Cos’è?

“Il cuore della mafia” è l’accusa più infamante e schifosa che si insiste nel far pesare sulla storia della Calabria, e su tutto il suo popolo. La mafia è un dramma universale che, forse, anzi certamente attecchisce con maggiore forza nelle terre più depresse, disagiate e sole, ma non per questo è necessario geolocalizzarla a Sud, tra i fuochi del Mezzogiorno, le diaspore del Meridione, facendo rapporto a una banale e assai stereotipata leggenda antica (Osso Mastrosso e Carcagnosso) in grado di umiliare la dignità di una terra gloriosa come la Calabria, e quella dei suoi uomini.

La mafia è un viaggio dal precario equilibrio che fa sosta dove più le aggrada. E gira il mondo intero anche in meno di 80 giorni. La Calabria è certamente una meta, ma il relativo non può sempre passare a tutti i costi per assoluto. Costa vite, come nelle guerre di mafia.

La Calabria è malata di questo cancro, è vero, ma non è il solo manicomio in cui la mafia folle sbarella. E se c’è un dolore che fa tremare il cuore dei calabresi, è l’offesa insistente di chi invece di guarirla, aiutarla a stare meglio, darle speranza, la sotterra. La confina al cuore della mafia.

Il vero hub della mafia, non è in Calabria che sta, (non solo) la bussola orienta di precisione, e indica oltre che i punti cardinali, il petto della più varia e svariata antimafia che la Calabria la tiene nel suo principale mirino, e che alla signora (mafia), nei bordelli comunitari di detenzione del titolo, tiene il filo del potere, e favorisce la logica della superbia. Scribi e farisei, maestri del nulla.
Ma che tipo di cuore avete voi che pur di mettere in croce una regione intera, arrivate a definirla il cuore della mafia? E fate gravare sul cuore dei figli l’errore dei padri, il disappunto degli occhi del mondo?

Un cuore di pietra forse, uno schifosissimo cuore di ferro. Un cuore arrugginito di latta. Venite a viverla e a soffrirla, la Calabria, invece di crocifiggerla. Sentirete batterle in petto il cuore di carne che ha. E piuttosto che infliggerle ulteriore dolore, le darete conforto. È questione di umanità.

The Times è crudele, non pensa a nulla se non all’effetto. Nei giorni scorsi, con un titolo assai bastardo e irregolare consegna la Calabria al massacro. Altro che morzello di Catanzaro!

“Mafia hub hires cuban doctors as Italy’s medics shun region”

Nel cuore della Calabria, The Times ‘people’, batte incessante il mio cuore, batte eccitato il cuore dei miei figli, batte forte quello di famiglie intere di gente per bene. Battono i sacrifici di molti, il lavoro di tanti, i lutti e le feste di tutti. E batte anche il cuore di giornali come The Times quando, per osservare la Calabria, anche nel dare appeal a un titolo di giornale, rigettano, con responsabilità e senso di giustizia, stereotipi e pregiudizi. 

Saremo pure nati un lembo di terra un po’ malandato e forse anche un tantino maledetto noi calabresi, ma il cuore di chi vive quaggiù, batte più forte di quello della mafia. La Calabria è il nostro cuore. (gsc)

COLLASSO OCCUPAZIONALE PER I GIOVANI
IN CALABRIA SENZA LAVORO SONO IL 55,6%

di FRANCESCO RAO – I nostri giovani, dopo aver compiuto tanti sacrifici per conseguire l’ambito titolo di studio, oggi non riescono a mettere a frutto le loro conoscenze e affrancarsi dalla disoccupazione. Le cause di tali circostanze, in buona parte, sono rintracciabili in una serie di scelte fatte in passato e le responsabilità maggiori ricadono principalmente nella miopia della politica.

Quanto per cambiare, è stato speso moltissimo tempo per confrontarsi sul sesso degli Angeli, trascurando la vera e propria  valenza dell’ascensore sociale, rappresentato dai percorsi d’istruzione e dalla loro spendibilità nel mondo del lavoro. Per rimanere in tema, il numero chiuso per l’accesso alle Facoltà di Medicina sono state una scelta lungimirante? Oggi, tra le cause del mancato adeguamento tra domanda e offerta, proveniente direttamente dai mercati del lavoro, i Giovani del Meridione sono tristemente collocati all’angolo e pressati al muro dal collasso occupazionale che non potrà essere sanabile nel breve periodo.

La Calabria, nel 2017, restava al top in Ue, per tasso di disoccupazione giovanile, attestandosi al 55,6%. Ad oggi, non sono avvenuti grandi cambiamenti e persiste quel triste ancora quel primato patologico. Detto ciò, provo ad illustrare velocemente cosa è accaduto dal 1990 ai nostri giorni, tentando di analizzare brevemente le dinamiche Europee e mondiali afferenti al mondo dell’istruzione e del mercato del lavoro. Da una parte troviamo quanti hanno accolto, con umiltà ed entusiasmo, la tesi di Jeremy Rifkin guardando i processi di globalizzazione come una vera e propria opportunità.

A fronte di tali indicatori, sono state predisposte forme di adeguamento mediante l’istituzione di corsi di studio tesi a preparare i Giovani alle nuove competenze richieste da quel futuro che stava sopravvenendo. Dall’altra parte, cito l’esempio dell’Italia, in quel periodo era impegnata a reagire all’agenda politica del momento nella quale l’onda  lunga creatasi a seguito di tangentopoli, dall’ascesa di Berlusconi, dalla Destra al Governo, dal primo Governo Prodi, dall’adozione dell’Euro, con annessa la lotta eterna consistente nel decidere il rapporto di cambio lira/marco tedesco ecc. ecc.

Tutto ciò, purtroppo, oggi rappresenta la scadente cornice messa a disposizione dal Legislatore per il futuro dei nostri Giovani, costretti a non potersi posizionare positivamente all’interno del mercato del lavoro, tanto per inflazione di competenze quanto per problematiche legate alle tipologie cangianti dei contratti di lavoro. A ciò si aggiunge la penuria delle azioni concrete,  messe in atto per tentare di riportare nell’alveo ciò che oggi è diventato un vero e proprio fiume in piena identificabile nel crescente fenomeno della disoccupazione  giovanile. Allora come oggi, si è rimasti inermi a pensare che fosse sufficiente attutire l’urto sociale del momento, spendendo una marginale preoccupazione per il delicatissimo ambito maggiormente esposto e sperando nella così detta mano invisibile, pronta a riporre in equilibrio le condizioni venutesi a generare. Quella scelta ha cancellato il futuro di tutte quelle persone che oggi, alla soglia dei 40 anni, non hanno lavorato, versando contributi pensionistici nemmeno per un solo giorno.

Tanto per cambiare, noi Italiani, siamo stati sempre bastion contrario a fronte dell’innovazione; invece di leggere con attenzione i mutamenti sociali e farli immediatamente nostri, abbiamo saputo reagire al cambiamento epocale del mondo del lavoro ampliando i percorsi di studio in maniera così virtuosa per contare infiniti corsi di laurea, per giunta poco spendibili nel mercato del lavoro italiano ed in gran parte dell’Europa. Tutto ciò è avvenuto mentre l’Ocse e l’Invalsi illustrava le dinamiche del cambiamento e richiamava gli Stati, compresa l’Italia, a porre maggiore attenzione verso quali skills promuovere nei campus universitari e negli Istituti Superiori. L’effetto della mancata ed oculata attenzione verso i nostri competitor è stato ed è alla base di quanto viene dettato attualmente dal Mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

Queste dinamiche di primissimo interesse, oggi coinvolgono i nostri Giovani e le loro famiglie, in modo particolare, quest’ultime, impegnate prima a sostenere la quotidianità dei loro figli nel percorrere la strada dell’istruzione e successivamente nel vederli penare a fronte del vortice della disoccupazione o, per la mancata gratificazione economica a fronte del lavoro svolto spesso in maniera precaria. Con l’avvento di Industria 4.0, le generazioni che oggi hanno un’età compresa tra 10 e 12 anni applicandosi soprattutto in matematica, informatica, lingue (inglese, arabo e cinese) troveranno in futuro maggiore opportunità occupazionale; anche lo studio della medicina e della chimica riscoprirà una nuova stagione, in questi ambiti sarà indispensabile approcciarsi all’informatica, alla robotica ed all’intelligenza artificiale.

Per le attuali generazioni, prive di occupazione,  a seguito delle letture e dagli studi sino ad ora compiuti e seppur la mia conoscenza non sia di rilevanza scientifica, l’unica chance intravedibile nel breve e medio periodo consisterà nel sapersi rimettere in gioco, reinventando un lavoro destinato a valorizzare ciò che ci circonda e ponendo il valore aggiunto delle nostre tradizioni  come un vero e proprio Brand da offrire a quote di mercato vogliose di vivere esperienze di accoglienza, cultura, prodotti locali e saperi dei quali il Meridione è ricco. Quanti sceglieranno di percorre questa strada, dovranno saper adempiere ad un primo ed importantissimo requisito: è vietato improvvisare, come purtroppo è stato fatto in passato, vendendo una pessima immagine dei nostri saperi e dei nostri luoghi.

Le parole d’ordine dovranno essere sostenibilità e qualità. Oggi, contrariamente al passato, possediamo i vettori giusti per canalizzare tali offerte e vi sono anche importanti finanziamenti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Tali mezzi, da una parte alimentano alla massima velocità la diffusione del bello e potranno divenire il vero e proprio acceleratore del territorio e delle Comunità coinvolte. Perciò è sconsigliabile continuare ad usare i Social e la comunicazione in generale, in maniera spregevole. Si pensi per una volta all’importanza della web reputation da inquadrare anche come sistema di tenuta sociale.

L’esasperazione trasmessa mediante i vettori informatici crea vuoti economici ma anche nevrosi sociale. Queste scelte, qualora non governate adeguatamente dalle persone,  rappresenteranno un rinnovato senso di distruzione, volto a coinvolgere  quanti hanno intenzione di superare le difficoltà riconducibili alle tre generazioni viventi costrette a segnare il passo per mancanza di opportunità. Papa Francesco, durante il rientro da un viaggio in Marocco ha affermato: “chi costruisce muri finirà prigioniero delle sue barriere”.

Adesso, dipenderà soltanto da noi essere o non essere protagonisti. Ricorrendo ai nuovi modelli occupazionali, riconducibili soprattutto ai modelli di Start-Up, è possibile trasformare la tradizione in innovazione, interpretando il paradigma della criticità come una opportunità che sicuramente potrà conferire al Meridione una posizione attrattiva capace di aprire un dialogo con quanti non conoscono la parte bella delle nostre realtà.

Questa strada, messa a sistema, potrebbe aprire anche un nuovo percorso nel quale sia possibile infondere quella fiducia e quell’ottimismo indispensabile a superare l’attuale malessere sociale, rappresentato dalla disoccupazione, sempre più simile ad un vero e proprio male dal quale i nostri Giovani ne sono le vittime innocenti?

La Politica, in tal senso, é chiamata a dare risposte alle analisi offerte dalle scienze sociali e in tal senso, vorrei auspicare che la Campagna Elettorale in corso potesse immediatamente avere una svolta in meglio. Seguendo i vari Talk televisivi mi sembra di essere in una delle feste di paesi nei quali gli organizzatori, per raccogliere fondi, ricorrono al vecchio metodo dell’incanto, nel quale ad aggiudicarsi il bene é il miglior offerente. (fr)

(Francesco Rao, giornalista e sociologo, è Presidente del Dipartimento Calabria della Associazione Nazionale Sociologi)

PONTE, CALABRIA E SICILIA ASPETTANO
E INVIDIANO QUELLO CROATO (2,4 KM)

di ROBERTO DI MARIA – Pochi giorni fa abbiamo assistito all’inaugurazione del ponte di Sabbioncello, un’infrastruttura che elimina la cesura che separava Dubrovnik e le splendide spiagge del Peljašac dal resto della Croazia.

Adesso, grazie a un ponte strallato di 2,4km costruito da imprese cinesi e pagato all’85% dall’Ue, poche decine di migliaia di cittadini croati e centinaia di migliaia di turisti non dovranno più prendere il traghetto o superare la frontiera bosniaca.
Un corridoio che nulla ha a che vedere con la Rete TEN-T europea ma che è stato fortemente voluto da tutti i governi di un Paese di soli 4 milioni di abitanti (meno della sola Sicilia) per ragioni di continuità territoriale.

Vengono alla mente altre infrastrutture che, pur essendo previste all’interno della rete Europea AV/AC, interessando molti milioni tra cittadini e turisti e un’economia (quella siciliana) che, per quanto debole, è pur sempre del 25% maggiore di quella dell’intera Croazia, non appaiono tra i programmi elettorali dei partiti italiani.
Al di là dell’Adriatico, un ponte si fa senza polemiche, al di qua non si fa. E non si dica che i benefici che il “nostro” ponte non sono stati evidenziati infinite volte all’opinione pubblica e ai tanti governi che si sono succeduti alla guida dell’ex Bel Paese. O che la stessa Ue non ci ha ripetutamente chiesto di mettere fine a questa marginalizzazione che non è più solo sociale ed economica ma è diventata strategica ai fini del controllo del Mediterraneo centrale. Arrivando a darci risorse sufficienti (PNRR) per costruire una cinquantina di Ponti sullo Stretto. Raccomandandoci di spenderle per il 70% nel Mezzogiorno.
L’Italia, da quest’orecchio non ci sente e inventa penose scuse per rimandare l’opera che le farebbe recuperare il prestigio perso nel mondo. Scuse cadute una dopo l’altra ma sufficienti a ricoprire di bronzo le facce degli imbarazzanti Ministri dei Trasporti che si sono succeduti negli ultimi decenni. Né sono mancate, in passato, proposte da parte (guarda caso) di gruppi cinesi interessati alla costruzione, riscuotendone il pedaggio per un periodo congruo. E, come abbiamo visto, i cinesi fanno sul serio. Nulla da fare.
Conosciamo bene le resistenze alla realizzazione di quest’opera da parte di diverse formazioni politiche, ma persino quella che più delle altre si era opposta all’opera (il M5S) si è in larga parte convertita alla necessità di iniziare a compensare il Sud per la valanga di voti presi nel 2018.
Qualche disinformato dirà che, finalmente, l’opera è stata riavviata dal governo Draghi, ma le modalità scelte rimettono ottusamente in discussione tutto quello che era stato fatto negli ultimi 30 anni e che avevano portato persino all’aggiudicazione dell’appalto. Una presa in giro in quanto la soluzione a tre campate, rispolverata dal governo uscente, comporta tali difficoltà tecnico-costruttive da somigliare a un accantonamento a tempo indeterminato; magari per aprire la strada a quell’Opzione Zero tanto cara al Ministro Giovannini.
A proposito dei partiti, dopo l’indizione delle elezioni del 25 Settembre, sul Ponte è sceso un silenzio assordante. Non soltanto da parte del centro-sinistra da sempre contrario ma anche da parte del centro-destra.
Chi non ricorda il famoso plastico e il contratto sottoscritto da Berlusconi alla presenza del “notaio” Vespa in prima serata TV? Ebbene, nella sua prima intervista televisiva il cavaliere, tra tante promesse, il Ponte non l’ha neanche nominato. Meloni non ne parla da mesi, forse anni e Salvini sembra più interessato al destino degli immigrati clandestini che alle sorti dei siciliani e dei calabresi.
Tornare a parlare di quest’infrastruttura, magari con la serietà che l’argomento richiede, sarebbe un segno di maturità, fosse soltanto per essere intellettualmente onesti con gli elettori. Un primo, fondamentale passo per affrontare l’insostenibile disparità di condizioni tra nord e sud. O, forse, il tema è secondario e “de minimis non curat praetor”? (rdm)

L’OPINIONE / Giusi Princi: Calabria ai vertici delle performance a esami di stato non è estemporaneo

di GIUSI PRINCI  – Tra giugno e luglio si raccoglie il grano, vero oro dei popoli, lo si accatasta, si fanno i conti, e poi si valuta che stagione è stata. Mi piace associare in senso figurato la raccolta nei campi alla chiusura d’anno scolastico, al termine degli esami di maturità e di tutto il lungo percorso di formazione e istruzione che li precede.

Nonostante anni connotati da stravolgimenti di ogni tipo dettati da una pandemia devastante, in una terra già difficile quanto ricca di potenzialità quale è la Calabria, il raccolto quest’anno è stato più che soddisfacente: i ragazzi della nostra terra svettano in cima a tutte le classifiche d’Italia, grazie ai loro risultati alle prove di maturità che giungono al termine di un ciclo di studi probabilmente tra i più impegnativi di sempre.

È un risultato che ripaga. Dietro i risultati che racconta la tabella delle percentuali, so per certo che c’è una scuola che non si è arresa, come Istituzione, alle avversità contingenti; c’è un lavoro durissimo e qualche volta poco conosciuto di docenti eccezionali; c’è soprattutto la resilienza di un popolo, quello calabrese, che ha saputo da sempre fare di necessità virtù con la sua operosità e il suo ingegno. Lo so per certo perché provengo dal mondo della Scuola e ho potuto constatare nella quotidianità come l’articolazione di un percorso virtuoso faccia inevitabilmente esplodere la ricchezza dei nostri ragazzi, che si impongono poi nelle università e nelle professioni. Creare condizioni di studio ottimali qui in Calabria è un aspetto centrale del mio mandato, come mi è stato chiesto dal Presidente Roberto Occhiuto sin dal primo giorno d’insediamento, affinché il capitale umano che finora abbiamo esportato possa invece rientrare in Calabria ed essere volano di una Calabria diversa, migliore.

Qualcuno, a cui è caro un certo fatalismo che spesso ha ingabbiato le nostre grandi qualità, dirà che si tratta soltanto di un sogno. Ritengo che i sogni restino tali a vita se nessuno prova a realizzarli. Noi ci proviamo. Il nostro obiettivo è di creare già ora i presupposti, le condizioni strutturali, perché i ragazzi non fuggano via dalla Calabria, perché finisca quell’esodo autunnale caratterizzato da pullman, treni e aerei che partono dalle nostre città carichi di speranze per fare tappa altrove. Una fotografia che intendiamo cancellare dall’immaginario collettivo delle famiglie di Calabria, ormai abituate e rassegnate a questo.

La Giunta Occhiuto vuole infatti arrestare lo stillicidio attraverso il quale le nostre migliori menti devono allontanarsi da questa regione; al tempo stesso, intendiamo richiamare già adesso i migliori giovani che si stanno distinguendo lontano da qui per un riscatto sociale, culturale e professionale meritato.

Perché i nostri ragazzi meritano di poter contribuire a fare del nostro futuro una realtà degna di essere vissuta pienamente. Scuola, dunque, che va intesa come vero ascensore sociale. Il risultato che pone la Calabria al vertice delle performance agli Esami di Stato non è estemporaneo e non è frutto di improvvisazione o di errori di calcolo. Parte da lontano ed è il risultato di un intero ciclo di studi; tant’è che quest’anno più che mai, dato che è pesato nella conta per il 50% è il credito scolastico accumulato nel triennio finale.

L’esame non ha fatto che confermare un dato facile da prevedere. Allora un plauso al nostro oro, al nostro grano, ai ragazzi e alle loro famiglie, ai docenti, a tutti coloro i quali credono nel lavoro e lavorano per l’Istituzione Scuola. Un plauso per tutti i calabresi che pensano ancora che il valore della cultura sia un investimento importante. Noi non staremo solo a guardarli, saremo al loro fianco. (gp)

L’OPINIONE / Giusy Staropoli Calafati: Cari viaggiatori state certi che la Calabria vi ruberà il cuore

di GIUSY STAROPOLI CALAFATIAmici, viaggiatori, turisti, villeggianti, gente in viaggio… 

Semmai decidiate di spatriare durante un vostro qualunque tempo di recupero, e venire fino in Calabria a recuperare, alla ricerca di nuovi itinerari da seguire, luoghi autentici da scoprire, e indimenticabili avventure esperienziali da fare, sappiate sarà necessario essere consapevoli che potrebbe accadere. 

Cosa? Che la Calabria vi rubi il cuore. 

Essa ha una speciale carta geografica a calamita, più d’una in qualche caso, che vi potrebbe condurre oltre il suo classico definito luogo geografico. Altrove. Che non è un posto qualunque ma un certo prezioso andare.

È la sua letteratura. La sua storia, il suo Sud reale.

Vi sono infatti uomini, ivi nati e formati, e consapevolmente aderenti al ‘900 storico-letterario italiano, che tra miti racconti e leggende conducono anima e corpo, pure in apnea, fino alle pendici del suo paradiso. 

Eccovi una breve legenda.

Leonida Repaci: esplorazione della Costa Viola, con tutti i colori della creazione e il dolore del pesce spada che decide di arenarsi e morire, pur di seguire la sua femmina arpionata; Corrado Alvaro: atterraggio morbido nel cuore delle Alpi Aspromontane, incontro coi pastori e pellegrinaggio a Polsi, dove l’uomo attraverso la fede esplora il suo inabissato spirito.

Francesco Perri: inoltro fin dentro la valle delle grandi pietre, a Pietra Cappa, il monolite più alto d’Europa; Saverio Strati: ritrovo nell’anima viva di Africo vecchio, tra i resti delle scuole elementari costruite da Umberto Zanotti Bianco; Mario La Cava: avanzamento a piedi nudi lungo i caratteri dello Jonio blu mare, tra le distese miagolanti di spiaggia dorata; Franco Costabile: avvio intorno a tutti gli altari dotati di rosa nel bicchiere della regione, in cui all’inno del canto dei nuovi emigranti, si celebra il Sud reale della via degli ulivi. 

A piè di pagina, di tutte le geo carte a disposizione, ulteriori indicazioni su come raggiungere, ad esempio, la pietrosa di Leonida e Albertina, su come affacciarsi dalle rimembranze di Giuseppe Berto al faro di Capo Vaticano, come arrivare a Scilla fin sopra lo scoglio dell’ulivarella. E ancora: come giocare alle nocciole nella piazzetta di Sant’Agata del Bianco, come accendere una teda nella notte buia della montagna.

Come arrivare a San Costantino di Briatico, ipogeo di Luigi Maria Lombardi Satriani, inclusa la strada per Sant’Irene, lo scoglio e il mare di Ulisse. I tanti paesi natali di tutti, già mappati dal destino. E poi la terra fertile sotto i mandarini della sibarite, l’acqua ribelle del fiume Lao, le cascate del Marmarico, i loricati del Pollino, l’isola di Dino, le valli Cupe, la Ferriera Borbonica, i calanchi bianchi come la neve, Gerace, le processioni di ritorno e le avanzate di Mata e Grifone.

Capo Colonna, Locri di Nosside, l’arco Magno, e tutto il resto che esiste e che non è magari segnalato da Maps, e per non correre il rischio di perdere proprio in Calabria, tra la straordinarietà di questa terra dei viventi, i viaggiatori destinati altrove. Magari tra gli acquerelli del Codice Domenico Romano Carratelli , o del Codex Purpureus Rossanensis. 

A Paola, a Paravati, a Tropea, tra le tante destinazioni, troverete le reliquie del Creatore di questo capolavoro che è la Calabria ruba cuori. A Paola San Francesco, a Paravati Natuzza Evolo, a Tropea Don Mottola. Poi altrove edicole votive e grotte e nicchie.

Ogni destinazione dentro la destinazione sarà a sua immagine e a immagine della Magna Grecia, che non è tragedia ma bellezza. Tanto che i figli di Omero vi accompagneranno a iosa ovunque e altrove. Anche dove lo zoppo fa il suo salto.

Ogni luogo dove le carte vi condurranno sarà una scoperta sorprendentemente istagrammabile. (gsc)

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Perché la Calabria deve essere amata

di EMILIO ERRIGO – Da più parti mi chiedono garbatamente, quale siano le vere motivazioni che mi inducono a scrivere sempre bene della Terra mia: “la Calabria”!

Ora cerco per quel che posso e come posso fare, di tentare di condividere con quanti hanno la fortuna e l’intelligenza di leggere il quotidiano e i numerosi speciali di Calabria.Live, le verissime motivazioni.

In primis, mi viene in mente il mio luogo di nascita anagrafica, città capoluogo di Reggio Calabria, poi perché ho dovuto lasciare giovanissimo la mia amata Calabria, per adempiere al periodo del servizio di leva obbligatoria, per me, arruolato nel Corpo della Guardia di Finanza, il primo ottobre del 1977.

Fino alla maggiore età ho vissuto, giocato e mi sono pure divertito tanto, in giro per mari e monti della Calabria, da un comune all’altro, in movimento continuo, per via della mia passione, il canto e i balli di Calabria. Quindi ho indossato con gioia,  pure i tradizionali vestiti folcloristici  Calabri-Grecanici, rappresentativi della storia ultra millenaria della Magna Grecia.

Mi ha affascinato talmente tanto il servizio militare nelle Fiamme Gialle, che ho presentato domanda di essere raffermato oltre i tre anni di ferma obbligatoria. Sono alla soglia del quarantacinquesimo compleanno vissuti con anima e il Corpo della Guardia di Finanza. Quante esperienze e rischi operativi, senza fine mai!

Ho da sempre nutrito un’attrazione controllata, verso il mondo della narrativa verista e naturalista, Corrado Alvaro, Leonida Repaci, Gaetano Cingari, Saverio Strati, Domenico Ficarra, Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Èmile Zolà, i miei scrittori preferiti, non meno importanti di tanti altri  scrittori del vero, calabresi, siciliani, italiani e stranieri.

Lo studio del diritto, dell’economia e della giurisprudenza, sono stati la mia seconda attività intellettuale, tanto che dopo il conseguimento delle due lauree la prima, in giurisprudenza e la seconda, in economia e commercio, a cui ho aggiunto due master di II livello, specialistici in Homeland Security e poi in Sicurezza e Cooperazione Internazionale, ho insegnato quasi tutti i diritti e materie economiche-tributarie, negli Istituti di Istruzione della Guardia di Finanza,  e da circa 4 anni in Università della Tuscia, dove sono titolare di due materie: “diritto internazionale e del mare” e di “management delle attività portuali”.

Non ho mai dimenticato le mie origini territoriali  e famigliari, di cui ne vado fiero e sono orgogliosissimo all’infinito.

La lettura di due storici libri-verità del grande giornalista-scrittore della Calabria, ora editore, Santo Strati, Buio a Reggio e La Calabria nel Cuore, mi hanno creato i giusti presupposti emotivi, per chiedere al caro vero amico della Calabria e dei calabresi, il sopra citato Santo Strati, di essere accolto tra coloro che vogliono contribuire a rendere onore alla verità, rappresentando la Calabria così com’è, con l’aggiunta di qualche nota di colore e profumi, tutti a base di bergamotto, gelsomino, zagare di agrumi e fiori di Calabria.

Credetemi che ho letto e studiato tanto, al punto tale che devo ogni anno sostituire i miei occhiali da lettura.
“La Calabria quanto la amo”! Non saprei farne a meno, non riuscirei a respirare senza i profumi intensi della mia terra lontana, che per tenermela dentro il cuore, le scrivo lettere d’amore e di profondo rispetto.

Andate a leggere su Calabria.Live alcune delle mie lettere d’amore, altre le troverete navigando sul web. Mi sono convinto che la Calabria deve essere amata, per tante ragioni conosciute o meno, per tutte le sofferenze e privazioni che dovuto subire e accettare, il Suo Popolo.

La Calabria deve essere amata, perché se lo merita, per tutti quei calabresi, dico ancora, con la C maiuscola, che l’hanno onorata, rappresentata nel mondo del sapere e della cultura, in tutto il pianeta terra, in Italia e all’estero.

Io per quel che ho potuto è così come mi è stato possibile, ho contribuito, sia pur in minima parte, a rafforzare l’immagine e il prestigio della Calabria, senza nulla pretendere o chiedere ad alcuno.
Amo la Calabria e la continuerò ad amare, con tutto il cuore, fin che il buon Dio lo vorrà! (er)

[Emilio Errigo è nato in Calabria, Generale in aus della Guardia di Finanza].

Saccomanno (Lega): La Calabria ha bisogno di risultati veri

Il commissario regionale della LegaGiacomo Saccomanno, ha risposto al presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, garantendo che non c’è «nessun maldipancia nella Lega».

«La verità a volte da fastidio – ha spiegato – ma correttezza vuole che ognuno faccia la sua parte fino in fondo. Nell’incontro pubblico del 29 aprile 2022, ove era presente anche il presidente Filippo Mancuso, di cui agli articoli riportati su tutti i media, si è discusso di infrastrutture e, tra l’altro e per quanto di interesse, è emerso che per l’alta velocità non era stata previstanessuna risorsa nel PNRR. Non si tratta di condividere o meno, ma di una verità oggettiva sotto gli occhi di tutti. Se ci vogliono oltre tre mesi per prendere atto di una situazione abbastanza allarmante per la Calabria, vien da sé che qualcosa non funziona. Così come non funzionano tante altre cose!».

«Finora tanti annunci, ma pochi risultati tangibili – ha continuato –. I cittadini hanno bisogno di reali risposte e finora non sembra che ci siano state. Il partito -per come ha affermato anche il leader Matteo Salvini- deve stare al Governo per portare risultati concreti, caso contrario è meglio determinarsi diversamente. Spesso la politica si dimentica delle necessità reali giornaliere dei cittadini. Si deve, pertanto, pensare al bene comuneed alle tantissime esigenze della comunità calabrese. Finora non sembra che ci siano stati cambiamenti reali. Dalla sanità alla depurazione, dalle infrastrutture ai rifiuti, dopo circa 10 mesi nulla è sostanzialmente cambiato!».

«Nessuna condivisione, ma delle decisioni unilaterali del presidente Roberto Occhiuto – ha proseguito –. Che ci possono anche essere, ma poi non ci si può lamentare se non vengono condivise. L’augurio era ed è, con molta tranquillità, che vi sia un’azione unitaria che possa affrontare i tantissimi problemi esistenti e che hanno portato la Calabria ad essere sempre agli ultimi posti delle classifiche nazionali ed europee, e, comunque, possa portare ad effetti concreti per la nostra regione. Il resto, come le polemiche, sono un qualcosa che non interessano alla Lega, che guarda solo ai risultati». (rcz)

Lo Schiavo a Occhiuto: Modello turistico “Kalabria Coast to Coast” da valorizzare

Il consigliere regionale di De Magistris PresidenteAntonio Lo Schiavo, si è rivolto al presidente della Regione, Roberto Occhiuto, evidenziando come sia fondamentale valorizzare modello turistico Kalabria Coast to Coast, che è stato incoronato dal Time tra le migliori 50 destinazioni al mondo.

Si tratta «di un risultato di estrema rilevanza che, oltre al richiamo delle bellezze naturali e paesaggistiche della nostra regione, restituisce un dato inoppugnabile: il lavoro svolto da realtà attive e appassionate, che operano dal basso e spesso (come in questo caso) senza alcun sostegno pubblico, non solo premia ma riesce anche a colmare le mancanze di una politica talvolta incapace di cogliere le straordinarie opportunità esistenti andando oltre le tradizionali mete turistiche balneari», ha detto Lo Schiavo.

«Il presidente Occhiuto, che ha segnalato con giustificato orgoglio questa inaspettata visibilità globale – ha proseguito – non lo dimentichi e anzi tenga nella giusta considerazione tutte quelle realtà che si spendono in maniera volontaristica per dare lustro alla nostra terra. “Kalabria Trekking” è certamente tra queste ed ha il merito di aver creduto e investito energie e tempo per la cura di questo cammino, coinvolgendo amministrazioni locali, strutture ricettive e tour operator».

«Il risultato – ha proseguito – è quello di aver dato il “la” ad un circolo virtuoso, economico e sociale, che ha rivitalizzato quei borghi dell’entroterra di due province attraversati, in appena due anni, da oltre duemila camminatori di tutto il mondo. Il tutto, è utile ribadirlo, senza alcun contributo pubblico e senza aver potuto giovare dei contributi di cui hanno goduto progetti simili in altre province né delle imponenti campagne che ogni anno si realizzano per la promozione del turismo balneare. È, quello del turismo lento, certamente un modo diverso e non massivo di conoscere la nostra regione ma non per questo non meritevole di considerazione».

«Anzi, proprio la sostenibilità di un modello ricettivo che consente di soffermarsi per godere in pieno delle bellezze paesaggistiche, della vita dei piccoli borghi e dell’enogastronomia locale, che il Time ha ora portato all’attenzione globale, può rappresentare un’offerta turistica innovativa e caratterizzante della Calabria. Anche da qui, presidente Occhiuto – ha concluso Lo Schiavo – passa un’immagine diversa della nostra regione, più rispettosa della sua storia e cultura. Per questo simili realtà meritano di essere valorizzate».

Bevilacqua (IAC): In Calabria c’è ancora spazio per la buona politica

Il senatore e presidente dell’assemblea federale in Calabria di Italia al CentroFrancesco Bevilacqua, ha evidenziato come «siamo convinti che sia in Calabria, sia in Italia, c’è ancora spazio per la buona politica», a termine della prima assemblea nazionale del partito, svoltasi a Roma.

«Il  “cantiere” messo in piedi dal presidente Giovanni Toti e dal senatore Gaetano Quagliariello,  già fermenta per contenuti programmatici all’altezza delle sfide che i territori e l’intero Paese stanno attraversando – ha spiegato –. Siamo di fronte a un contenitore ideologico fatto di persone serie  e “normali” che vogliono lavorare per la gente ed esserne punto di riferimento». 

«Una nuova porta che si apre nello scenario politico italiano – ha evidenziato –  con tanta voglia di aggregare con l’ambizione di offrire una prospettiva ai tanti delusi da politiche incoerenti, da mancanza di prospettive, da scenari incerti. Il risultato si vedrà, l’importante era partire».

Con riferimento ai contenuti, Bevilacqua parla di «idee che vanno nella direzione dello sviluppo socio-economico, di un evidente ancoraggio ai fondamentali valori sociali e di un modo di fare politica che può modernizzarsi negli strumenti e che vuole riscoprire il ruolo formativo e aggregativo dei partiti».

L’esponente di Italia al Centro, inoltre, ha riaffermato che la presenza della delegazione calabrese al “cantiere” inaugurato a Roma da Toti e Quagliariello ha «rappresentato il desiderio di una terra che vuole essere definitivamente posta al “centro” dell’agenda politica nazionale e che vuole diventare protagonista dello sviluppo dell’intero Paese».

Premesse che approdano alla conclusione: «Abbiamo le idee chiare – ha chiosato Bevilacqua – e intendiamo essere protagonisti per il futuro della nostra terra, delle nostre famiglie e dei nostri giovani». (rrm)

IL RACCONTO / Antonio Errigo: In treno nel cuore della Calabria

di ANTONIO ERRIGO – «Le stazioni – diceva il mio scrittore preferito, Tiziano Terzani – sono una mia vecchia passione. Potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d’animo della gente, i suoi problemi?»

Qualche giorno fa, per scelta e per necessità, dalla stazione di Reggio Calabria Centrale sono salito a bordo di un vecchio Intercity che mi ha faticosamente portato a Taranto. Uno di quei treni che andrebbero dismessi perché ad un primissimo impatto sembrava proprio fare il paio con termini come disagio e scomodità. Un treno usurato e scrostato dagli anni e dai chilometri macinati.

Per me un viaggio di sette ore, ventidue fermate, qualche finestrino rotto impossibile da tirar su, rumori molesti, i freni striduli sulle rotaie, le tendine svolazzanti e un’atmosfera vintage che mi ha fatto fare un vero salto nel tempo.
Eppure è stato uno di quei viaggi che rimaranno scolpiti nella mia memoria e che, in definitiva, mi sentirei persino di consigliare a chi deve smaltire overdosi di stress.

Salire su quel treno, composto da soli tre miseri vagoni, è stato salutare. È stato un toccasana. E, vedete, non è stato bello solo perché ho potuto ammirare luoghi di inestimabile bellezza naturalistica. Non è stato bello solo perché per la maggior parte del tempo ho accarezzato con lo sguardo la costa ionica ed il mare verde e azzurro della Calabria. Non è stato bello solo perché ad ogni fermata ho potuto aprire cassetti della memoria chiusi da troppo tempo. Non è stato bello perché ho scattato decine di foto meravigliose.

È stato bello perché in quel viaggio ho ritrovato l’Italia più bella, tipo quelle pubblicità emozionanti che di tanto in tanto girano in TV per promuovere le unicità del nostro Paese. Dentro e fuori da quel treno c’era l’analisi cruda dei romanzi veristi, c’erano i racconti di Pasolini, c’era il Novecento raccontato nel cinema di Monicelli, c’era il crollo della medio borghesia e l’esaltazione delle atmosfere normali, c’era la narrativa delle frazioni, dei piccoli comuni, dei borghi e della loro gente.

Nel vagone semivuoto, c’era una giovanissima professoressa di matematica con la spiccata cadenza calabra che addentava un panino con la frittata fatto in casa, c’erano un paio di ragazzi stranieri, c’era il Capotreno con la sua camicia a mezze maniche d’un celeste sbiadito con l’immancabile logo delle Ferrovie dello Stato ricamato sul taschino, la pelle bruciata dal sole torrido tipico di quella fetta di Calabria. E poi c’era Paolo, un ragazzetto in carne di quattordici anni che, una volta sistemato sul treno da nonni amorevoli, si è trovato solo, diretto a Taranto come me.

Paolo è stato la svolta di questo viaggio, perché Paolo la vita la ama e ce lo ha fatto capire subito a tutti…
Paffuto studente dell’alberghiero, sorridente, pantaloncini, canottiera, un piede da adulto ed i primi peli sulle gambe tipici di chi sta affrontando i cambi della pubertà.

Lui voleva parlare, lui voleva interagire e sti gran cazzi dello smartphone che squillava… Paolo domandava, Paolo chiedeva, Paolo era curioso, Paolo voleva confrontarsi.

A dargli spago il Capotreno che, con uno sguardo penetrante da fare invidia a Clint Eastwood nei film Western di Sergio Leone, lo ha scrutato e poi, con un sorriso beffardo, lo ha interrogato. “Dove vai? Perché sei solo? E tua madre che lavoro fa? E perché tuo padre sta a Taranto?”. E Paolo ha risposto punto per punto, aggiungendo sempre qualche commento ficcante, tenendoci a precisare che lui era stato cresciuto dai suoi nonni.

Il controllore, conscio del lungo viaggio, gli si è seduto vicino e ha intavolato con Paolo qualche discorso superficiale che però il ragazzino impreziosiva via-via con delle disquisizioni bel lontane da quelle tipiche dei suoi coetanei. E allora giù via, Paolo si lanciava in frasi tipo: “L’abilità si ottiene, lì dove c’è necessità.” È ancora: “Tu devi fare come i politici: alle persone devi dire ciò che vogliono sentirsi ma in un modo sofisticato”. Oppure: “il reddito di cittadinanza, 700€… senza fare nulla e stanno sul divano e io devo studiare”. Per finire con: “a scuola i professori ti accusano che non sai le cose ma neanche loro se le ricordando. L’Italia è così. Non va bene”.

In pochi minuti la professoressa di matematica, i ragazzi stranieri ed io, eravamo lì, in piedi attorno alla sua poltrona, a pendere dalle labbra di Paolo che ci raccontava che la sua generazione si dovrà “sobbarcare il debito pubblico prodotto da politici incapaci”. Ed il Capotreno a controbattere con argomentazioni serie… e siamo arrivati a Mussolini, Stalin, Hitler, il nazional-socialismo, l’ideologia comunista, la democrazia cristiana… e Paolo teneva testa a tutti. Quattordici anni, giuro. Non esagero. Non ne avrei motivo.

Quel ragazzino mi ha iniettato fiducia nel prossimo, nelle tanto vituperate giovani generazioni. Lui ci ha riportati alla realtà, alla bellezza del parlarsi, di non chiudersi.

Di non infastidirsi quando un altro uomo si siede accanto a noi sul treno.  Paolo ha tratteggiato con un evidenziatore colorato la straordinarietà di non diffidare sempre di chicchessia. Paolo in quel momento era tutta la mia Calabria e quel che di buono idealizzo nella mia mente.

Quando la voce metallica dagli altoparlanti ci ha annunciato l’imminente arrivo a Taranto il Capotreno si è alzato in piedi e con voce imperativa ha chiuso la conversazione con il brillante quattordicenne. “Paolo… mi sei piaciuto… sarei arrivato fino a Milano con te su questo treno. Ma una cosa te la voglio dire: tu non devi pensare a queste cose. Tu devi pensare a mangiare, dormire e divertirti… che poi va a finire che diventi scienziato… ma un giorno ti svegli e non ti piace più la fica”.

In barba al “politicamente corretto” che ogni giorno imbavaglia anche le sane e autentiche battute, ci siamo fatti tutti una grassa risata. Paolo compreso.

Sono sceso dal treno, stanco e felice. Non mi capita spesso. Ogni stazione, ogni fermata, è stata per me una panacea rispetto alle mia corse quotidiane. E mi sono ricordato di un libro meraviglioso: nel 1935 Ernest Hemingway in “Verdi colline dell’Africa” scriveva  che la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe è una perversione della vita.
Ed in effetti, questo viaggio ha imbullonato i miei piedi a terra e mi ha riportato lentamente alla realtà.
Alle volte, alla velocità della luce serve preferire il piacevole ritmo della lentezza. Perché affrettarsi, in fondo, non è sempre la soluzione.

Eccomi a Taranto. Paolo è sceso. L’ho osservato in tutta la sua fierezza. Quando Paolo è sparito tra la folla nel sottopassaggio, è sparita anche la poesia di quel viaggio.

Si torna alla frenesia. Ma con più gioia nel cuore. La gioia dei miei viaggi. (ae)