RISORGE LA SOCIETÀ STRETTO DI MESSINA
È IL PRIMO PASSO CONCRETO PER IL PONTE

di SANTO STRATI – Non è come l’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, ma poco ci manca: la Società Stretto di Messina mandata “al macero” nel 2008 da Prodi e riportata a galla da Salvini è il primo significativo passo verso la realizzazione del Ponte sullo Stretto. È un segnale evidente che, forse, stavolta si fa sul serio ma, al di là delle inevitabili polemiche sui soldi sprecati da una Società ideata nel 1971, nata nel 1981 e rimasta a “galleggiare” per anni dopo la la decisione di cancellarla, non si può fare a meno di pensare a quanto tempo sprecato. Se dieci anni fa ci fosse stata la volontà politica, oggi il Ponte sarebbe una realtà e siciliani e calabresi avrebbero potuto raccontare un’altra storia per quanto riguarda i costi dell’insularità e i collegamenti (reali) dell’Alta Velocità. Ecco perché, pur con le dovute cautele del caso, non si può che essere felici di un provvedimento che esprime coesione tra le forze politiche di governo e rappresenta, come detto prima un punto di partenza.

Intanto perché si potrà cominciare a far piazza pulita del cosiddetto benaltrismo («ci sono altre priorità…») di personaggi che parlano senza cognizione e competenza: è un modo – diciamolo – di riconquistare la scena (irrimediabilmente perduta) e di farsi notare. L’argomento Ponte è sempre stato non solo un punto di attrito, ma soprattutto un elemento di distinzione (tra i pro e i contro) per acchiappare consenso, a seconda di come soffiava il vento. Nei giorni scorsi una seria organizzazione ambientale, FareAmbiente, per bocca del suo presidente ha fatto chiarezza sui dubbi di inquinamento e sui rischi di insostenibilità ambientale: il Mezzogiorno, il Paese, l’Europa, tutti hanno bisogno del Ponte e non si può continuare a pensare (sic) che l’ombra possa disturbare i pesci o i piloni fare strage di uccelli migratori. Il territorio calabrese e siciliano scontano un’arretratezza non solo imbarazzante (per la classe politica degli ultimi 50 anni) ma anche non più sopportabile. E il Ponte rappresenta il volano di una crescita, di uno sviluppo che permetterà, finalmente, di parlare di futuro.

Fino a oggi è mancata, vergognosamente, una visione di futuro e le opere immaginate, progettate e, spesso, mai completate costituivano un contentino per la popolazione e un’opportunità di “visibilità” per il politico di turno. Tutot questo deve finire, i calabresi e i siciliani non sono solo studi, ma sono decisamente incazzati. E il Ponte rappresenta – con buona pace dei quattro gatti che si strappano le vesti in nome dell’«ambiente violato», il “grimaldello” per aprire una cassaforte di proprietà, che in tanti sono riusciti a tenere sigillata, quando si è trattato di investimenti destinati al Sud.

Bisogna dare atto a Matteo Salvini che, una volta tanto, non ha fatto promesse da marinaio. ha detto, anticipato e presentato il suo provvedimento che rilancia l’opera più straordinaria del mondo. Pensate all’attrattiva turistica che potrà costituire, se realizzato:verrebbero da ogni parte del mondo per vederlo, per riempirsi gli. occhi dei colori dello Stretto, ammirare di persona i meravigliosi Bronzi di Riace al Museo di Reggio, scoprire gli incanti di Calabria e Sicilia sotto ogni punto di vista. artistico, culturale, paesaggistico e, non da ultimo, eno-gastronomico. Il Ponte, oltretutto, è anche opportunità di lavoro e occupazione per tutta la durata dei lavori (dai muratori ai progettisti, dai tecnici agli ingegneri, dai ristoratori e albergatori a professionisti specializzati. SI prevede, a spanne che serviranno 25mila addetti nel suo complesso: immaginate cosa significa in termini di indotto per il territorio. E C’è un prima, un durante e un dopo.

Secondo il Presidente Occhiuto, che aveva incontrato col Presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, il ministro delle Infrastrutture Salvini prima della presentazione del decreto sulla Società Stretto di Messina, «Il Ponte sarà una grande occasione per il Sud del Paese e un grande attrattore di investimenti infrastrutturali, ma occorrerà parallelamente lavorare per sviluppare al meglio le opere complementari indispensabili per raggiungerlo agevolmente». E l’occasione del decreto ha offerto l’opportunità di evidenziare al ministro «l’urgenza di realizzare una variante di circa 26 km dell’autostrada A2, nel tratto tra Cosenza e Altilia. L’Anas – ha detto Occhiuto – ha già avviato uno studio preliminare, che prevede lotti funzionali per l’avanzamento dell’opera.
Servono dunque stanziamenti da parte del governo nazionale per iniziare i lavori. In tutto occorrono 2,6 miliardi di euro: 400 sono già nelle disponibilità di Anas, sarebbero dunque necessari altri 2,2 miliardi – da reperire nell’Accordo di programma con Anas – per poter procedere alla realizzazione dell’opera.
«Con il ministro Salvini – ha detto ancora Occhiuto – ho parlato anche della Strada Statale 106. Nella scorsa legge di bilancio l’esecutivo ha stanziato 3 miliardi di euro, per la tratta da Sibari a Catanzaro Lido. Occorre adesso avere dei nuovi finanziamenti per il completamento della parte Nord della Ss Jonica e per proseguire a Sud, fino a Reggio Calabria. Ho chiesto, inoltre, al ministro di velocizzare l’impiego delle risorse per alcuni tratti della SS106, per i quali c’è già la progettazione definitiva. Il ministro mi ha assicurato che entro il 31 marzo Anas bandirà il segmento della Strada Statale 106 tra Cutro e Catanzaro».

Ecco cosa significa il decreto varato ieri: si rimette in moto non solo il “sogno” del Ponte ma ripartono le opere infrastrutturali che serviranno a dare massima funzionalità all’opera. E Salvini, giustamente, ha rivendicato il suo impegno. Secondo il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il decreto «consente l’immediato riavvio del percorso di progettazione e realizzazione dell’opera». La “riesumazione” della Società Stretto di Messina lascia immaginare che si ripartirà dal progetto del 2011 che però deve essere adeguato adeguato alle nuove norme tecniche, di sicurezza e ambientali. E il nuovo iter autorizzativo – spiegano al Ministero – dovrà bollinare il ponte strallato più lungo del mondo (3,2 km) «che rappresenterà il fiore all’occhietto dell’arte ingegneristica italiana».

Salvini non ha nascosto l’entusiasmo unito all’orgoglio di avere portato al Consiglio dei Ministri (che l’ha approvato) il decreto di realizzazione del Ponte: «Una giornata storica – ha detto il vicepremier leghista – non solo per la Sicilia e la Calabria ma per tutta l’Italia: dopo 50 anni di chiacchiere questo consiglio dei ministri approva il ponte che unisce la Sicilia al resto d’Italia e all’Europa». Grazie all’opera – ha sottolineato verrà dato «lavoro vero per decine di migliaia di persone per tanti anni». Un’opera «fortemente green» e “sicura”, che verrà certificata dai più qualificati ingegneri delle  migliori università italiane e straniere: L’Italia vanta una competenza ingegneristica che il mondo ci invidia: il Ponte sarà la conferma di una capacità di costruzione che fa scuola a livello internazionale.

Certo, non entusiasmiamoci per un “semplice” decreto: l’approvazione del progetto esecutivo richiede tempo (8si parla di luglio 2024 per far partire i lavori), ma ribadiamo è un importante segnale che sta cambiando l’aria. Il decreto revoca. lo stato di liquidazione della Società Stretto di Messina e la rimette in pista consentendo, soprattutto, di chiudere il pesante contenzione con l’ex Impregilo (oggi Webuild) e la Parson per  le penali scaturite dall’annullamento della realizzazione dell’opera. Il nuovo Consiglio di Amministrazione sarà composto da cinque membri, di cui due designati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) d’intesa con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (MIT), a cui spetterà rispettivamente la carica di presidente e di amministratore delegato, un membro designato dalla Regione Calabria, un membro designato dalla Regione Sicilia e un membro designato da Rfi Spa e Anas Spa. Il Collegio sindacale è composto da cinque membri, di cui tre membri effettivi e due supplenti. Un CDA così composto, con la solida partecipazione di Mef e Mit, è la conferma che il Governo attribuisce una importanza strategica all’opera: il nuovo Consiglio della Stretto di Messina avrà un bel daffare per riprendere da dove si era tutto fermato. Sia chiaro: non è una tiepida speranza, potrebbe davvero essere una magnifica (e monumentale) realtà. (s)

Domani a Cutro il Consiglio dei ministri

Domani nella Sala Consiliare del Comune di Cutro si terrà il Consiglio dei ministri convocato dal presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni.

Un Consiglio dei ministri che vedrà l’intero esecutivo al completo – riporta l’Ansa dopo aver ascoltato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, – in cui è stato assicurato che «il cdm varerà misure concrete, e che sarà solo l’inizio di un percorso».

Tajani, sempre all’Ansa, ha ribadito che si deve «favorire l’immigrazione regolare. Possiamo portare decine di migliaia di immigrati regolari in Italia, formati nei loro Paesi, perché le nostre aziende ne hanno bisogno».

È stata la stessa Meloni a ripetere che «l0Italia non può rimanere più sola ad affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Non vogliamo più ritrovarci a piangere tragedie come quella avvenuta a Cutro: è nostro dovere, morale prima ancora che politico, fare di tutto per evitare che disgrazie simili si ripetano». Per questo motivo, nel Consiglio dei ministri di giovedì e nel prossimo Consiglio europeo, il Governo italiano continuerà la sua battaglia per fermare i trafficanti di esseri umani e le morti in mare».

Parole, detto il giorno prima della risposta della presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, alla missiva inviata da Palazzo Chigi a seguito della tragedia di Cutro.

«Nella lettera – riporta ancora l’Ansa – si riconosce il bisogno di trovare soluzioni a lungo termine sul problema della migrazione, in linea con il messaggio della presidente della Commissione prima del Consiglio di febbraio, rinnovare gli sforzi per arrivare ad un accordo sul Patto per la migrazione e dare risposte operazionali”, dice. “La migrazione va affrontata con un approccio olistico, combattendo i trafficanti, mettendo in campo i rimpatri per chi non ha diritto di restare, ma anche offrendo percorsi chiari per migrazioni sicure e legali”».

La presidente nella lettera ha ribadito «il dovere morale di evitare tragedie come quella di Cutro e il lavoro necessario su tre priorità: cooperare con i Paesi del Nord Africa per evitare le partenze irregolari, sviluppare corridoi umanitari sicuri e aumentare il coordinamento per le attività di Search & Rescue», condividendo l’opinione del Premier Meloni «che, come Europei, politici e cittadini, abbiamo il dovere morale di agire per evitare simili tragedie. Quest’ultima deve quindi servire da richiamo a raddoppiare la nostra determinazione a portare soluzioni efficaci e durature».

«È vero che la migrazione è una realtà complessa e in continua evoluzione – si legge nella missiva –, è vero anche che abbiamo dimostrato dimostrato che quando agiamo insieme, l’Ue può gestire la migrazione. Ad esempio, con i milioni di ucraini in fuga dalla guerra in Russia», che «hanno provocato il più grande sfollamento nel nostro continente dalla Seconda guerra mondiale. E’ chiaro che la migrazione è una sfida europea che richiede una soluzione europea».

Von der Leyen ha evidenziato, anche, come «avanzare nel nuovo Patto di Migrazione e Asilo per spezzare il ciclo di soluzioni frammentarie che non portano progressi sufficienti». Da qui, tre priorità: «aiutare chi ha bisogno di protezione internazionale, prevenire le partenze irregolari, combattere i trafficanti criminali, offrire percorsi per una migrazione sicura e legale, rimpatriando quelli che non hanno il diritto a restare».

«Dobbiamo concentrare – ha ribadito – i nostri sforzi su coloro che necessitano di protezione internazionale fornendo loro reali alternative al mettersi nelle mani dei criminali. Il lavoro dell’Italia e di altri nell’offrire percorsi legali e sicuri attraverso corridoi umanitari offre un cruciale contributo. Provvederemo con almeno mezzo miliardo nel finanziare nuovi insediamenti e corridoi umanitari da qui al 2025, offrendo supporto ad almeno 50mila persone».

Soddisfazione, per la lettera della presidente della Commissione Europea, è stata espressa da Palazzo Chigi: «dalle parole del Presidente della Commissione emerge infatti la piena consapevolezza di come vi sia la necessità di una concreta e immediata risposta europea in tema migratorio».

«Il Presidente von der Leyen, infatti – si legge nella nota di Palazzo Chigi – fa riferimento a ulteriori azioni da coordinare e intraprendere a livello Ue per prevenire le partenze irregolari, salvare vite umane in mare, combattere le reti criminali di trafficanti ed evitare che tragedie come quella di Cutro si ripetano in futuro».

«In particolare, la volontà della Commissione – continua la nota – di intensificare la cooperazione con i principali partner in Nord Africa, di istituire un quadro di cooperazione rafforzata, di lavorare a un “coordinamento della ricerca e del soccorso”, di fornire ulteriore sostegno economico nella gestione delle frontiere marittime, oltre alla volontà di tenere il dossier migratorio al centro del prossimo Consiglio europeo di marzo in vista di un futuro accordo sul Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo corrispondono perfettamente alle richieste portate in questi mesi dal governo italiano presso le istituzioni europee».

«Il governo italiano, inoltre – conclude la lettera –, esprime soddisfazione per la consapevolezza da parte della Commissione europea dello sforzo che l’Italia ha profuso in questi anni nella gestione dei flussi migratori e nel salvataggio in mare lungo le principali rotte migratorie del Mediterraneo Centrale». (rrm)

 

Giovedì il Consiglio dei ministri a Cutro

Giovedì 9 marzo si terrà a Cutro il Consiglio dei ministri. Al centro della seduta, presieduta dal presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, le nuove norme sull’immigrazione e le pene per gli scafisti.

«L’aspettiamo», ha detto il sindaco di Cutro, Antonio Ceraso, all’Agenzia Dire.

«Plaudo all’iniziativa della presidente Meloni – ha aggiunto – perchè dimostra una grande attenzione rispetto al territorio e a questa grande tragedia. Cominciamo già ad avere fatti concreti».

«Che venga qui l’intero Consiglio dei ministri – ha spiegato – vuol dire che da questo momento in poi si vorrà prendere provvedimenti che vanno anche della direzione di salvare vite umane. Questo è l’aspetto principale. Credo che si stia muovendo qualcosa di contreto».

«Ho sentito entito la segreteria della presidenza del Consiglio – ha spiegato Ceraso – Ora ci sarà tutta l’organizzazione che compete alla prefettura».

«Avrei preferito – ha proseguito il primo cittadino – che non ci fosse un Consiglio dei ministri qui perchè avrebbe voluto dire che questa tragedia non era avvenuta».

«Ieri  (domenica ndr) più di seimila persone, in modo silenzioso – ha raccontato – sono andate sulla spiaggia di Steccato per la Via Crucis».

« La commozione per quello che è successo – ha evidenziato – è ancora grande. Io non sono andato in veste ufficiale ma coma semplice cittadino, senza gonfaloni e senza niente, perchè per tutti noi cittadini quello che è accaduto è un dolore vero, non c’entrano i riflettori che ora abbiamo addosso». (rrm)

PASSA IL DISEGNO DI LEGGE DI CALDEROLI
MA QUESTA ‘AUTONOMIA’ DIVIDERÀ L’ITALIA

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata (vecchio pallino di Zaia, Fontana e Bonaccini, quest’ultimo oggi dissidente) firmato dal ministro leghista Roberto Calderoli ha avuto l’approvazione del Consiglio dei Ministri. È un primo step su un provvedimento che già divide l’Italia a partire dai principi che lo ispirano. Il rischio maggiore riguarda la continuità del criterio della spesa storica, in attesa dei provvedimenti legislativi che dovrebbero equilibrare (e uniformare per tutti gli italiani, quelli del Nord, del centro e del Sud e delle Isole) i livelli essenziali di prestazione. Si registra già un coro di proteste e mugugni da ogni parte d’Italia, a partire dai 425 sindaci della rete Recovery Sud: ma il Governo evidentemente non s’accorge del sentiment del Paese e nessuno, evidentemente, si chiede il perché di questa protesta che non è di ieri, ma sta accompagnando l’orrendo (pur se modificato) progetto di Calderoli. Sarà anche questa un’altra porcata? Il dubbio,  che però non sfiora l’establishment governativo, ci sta tutto. (s)

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di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Una lunga introduzione che fa il panegirico del valore di un Paese unito, di diritti di cittadinanza uguali per tutti, dell’esigenza che tutte le parti contribuiscano al progresso nella premessa del disegno di legge sull’autonomia.

Quegli stessi  argomenti che poi, con con notevole capacità di affabulazione, vengono riproposti da Calderoli nella conferenza stampa fatta con Raffaele Fitto e Maria Elisabetta Alberti Casellati, nella quale parla della locomotiva che tira e di un’altra dietro che deve spingere nella stessa direzione.

E proprio in tale dichiarazione di principio vi è la subdola strategia che propone da un lato l’individuazione dei LEP, livelli essenziali delle prestazioni, di livelli uniformi come sarebbe corretto non se ne parla, che dopo essere stati individuati ovviamente non potranno trovare attuazione, poiché le risorse questo Paese non le ha per realizzarli; dall’altro invece si evidenzia la statuizione del diritto a trattenere il residuo fiscale ed andare a diverse velocità senza tener conto di quello che è accaduto perlomeno dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Perché deve essere chiaro a tutti lo sviluppo del Nord non è merito dei soli veneti e lombardi ma è stato fatto con lo sforzo di tutti. Il miracolo economico si è compiuto con il sudore dell’exodus dei meridionali. Ed il mercato del Sud ha consentito una riserva indiana per le aziende del Nord, mentre il piano Marshall è stato usato prevalentemente per rimettere in moto la cosiddetta locomotiva.

Il testo dimostra tutta la volontà di superare il Parlamento nazionale con scadenze catenaccio che consentano alla Presidenza del Consiglio,  con accordi con le singole regioni, di andare avanti indipendentemente da qualunque discussione e decisione.

Traspare in modo evidente l’esigenza di portare lo  scalpo alle prossime elezioni lombarde per cercare di avere quel consenso in pericolo, in conseguenza della pessima gestione del Covid che ha portato anche alle dimissioni dell’assessore Giulio Gallera e alla nomina di Letizia Moratti.

E poi quella di congelare la spesa storica. Infatti in molte parti della normativa del disegno di legge proposto si fa riferimento al fatto che le competenze dello Stato vengono trasferite senza aumento di costi. Ad un occhio superficiale sembrerebbe questo un modo corretto di procedere e dà alla Lega la possibilità di dichiarare che nessuno perderà nulla.

Evidentemente dimenticando che ogni anno si consuma uno scippo di 60 miliardi dal Nord al Sud, se si accetta il principio che la distribuzione della spesa sia fatta con equità, dando al bambino che nasce a Reggio Calabria la stessa quantità di risorse del bambino che nasce a Reggio Emilia.

Ma oggi non è cosi e la autonomia differenziata fa sì che questo meccanismo, che finora è stato adottato e che ha portato ad un furto all’italiana, con l’applicazione sbandierata subdolamente della modifica del titolo V, l’errore che con la complicità del PD ha aperto una breccia per consentire tutto quello che sta accadendo, diventi legittimo. D’altra parte come si possono avere uguali diritti di cittadinanza se le risorse a disposizione non lo consentono? Altrimenti, se fosse stato possibile, probabilmente già sarebbero stati realizzati! Penso all’infrastrutturazione, alla diversa sanità, al diritto all’istruzione, settori che registrano differenze importanti.

Nascondersi dietro l’attuazione della Costituzione, quando è rimasta totalmente inattuata fin dal primo articolo che recita  “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e quando oltre tre milioni di meridionali non ne hanno alcun diritto, e ha consentito che per cercare una occupazione 100.000 persone all’anno da decenni sono costrette ad emigrare, è da favola bella per spiriti candidi.

La dizione del costituzionalista Michele Ainis di una autonomia zoppa e barocca rende bene la mala fede che sta dietro al disegno. Perché non è incompetenza, tutto si può dire a Calderoli tranne che sia incompetente, ma perfetta mala fede. Così come con una malafede evidente sono stati condotti i colloqui con i Presidenti delle  Regioni meridionali, alcuni dei quali, come il siciliano Schifani,  hanno fatto finta di non capire per non andare in rotta di collisione con il partito di appartenenza, altri come Occhiuto hanno precisato i propri distinguo.

I due Presidenti di Campania e Puglia hanno dichiarato la loro contrarietà, anche se le dichiarazioni di Calderoli parlavano di adesione, immediatamente smentita. Non condivisione del  metodo scelto, dell’accelerazione sospetta, nonché del merito per cui viene definito il disegno  “irricevibile”.

D’altra parte la Lega secessionista ed eversiva  pensava, visto che il Mezzogirono spesso è stato un corpo morto che non ha dato nessun segnale di reazione, che poteva consentirsi qualunque cosa. In altri Paesi dell’Unione ci sarebbero cortei e barricate per un disegno di legge simile. In Francia probabilmente brucerebbero i palazzi del potere.

Calderoli è il nostro Putin, come il secondo ha occupato la Crimea, senza reazione alcuna, ed ha pensato di arrivare a Kiev, così il primo dopo aver visto come si era potuto gestire la conferenza delle Regioni ha pensato che potesse rendere legittimo lo scippo annuale e che si potesse passare dall’individuo soggetto di diritto al territorio.

Forse come Putin non si aspettava la reazione che sta montando, ma sappia che avrà altre e numerose sorprese e che il cammino dell’autonomia non sarà né veloce né semplice. Stupisce che  un uomo così accorto non abbia valutato le conseguenze nefaste sul Paese di un disegno di legge che Adriano Giannola, Presidente della Svimez, ha definito eversivo, e che molti costituzionalisti, in testa Massimo Villone, ritengono devastante per il Paese.

Invece di pensare a mettere a regime il Sud, una forza politica naif, che è riuscita a mettere le mani nei gangli vitali dello Stato, grazie al gioco di maggioranze, con la complicità colpevole del PD, oggi ufficialmente pentito, sta portando il Paese a spaccarsi. Cosa fare è difficile a dirsi se anche i Fitto e le Casellati tengono il sacco ad un Calderoli, “genio” del pastrocchio, meglio di un disegno “zoppo e barocco”!

L’aspetto positivo che sta avendo tale accelerazione è la spinta ad organizzarsi delle forze meridionaliste, che finalmente si sono rese conto che devono abbandonare presenzialismi e protagonismi per trovare un progetto condiviso per contrapporsi alla Lega ladrona. Se avverrà dovremo ringraziare l’insipienza di Calderoli. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud/L’Altravoce dell’Italia diretto da Roberto Napoletano)

Obbligo di vaccino over 50 deciso dal Consiglio dei Ministri

Un Consiglio dei ministri lungo e “agitato”, ma alla fine è prevalsa, con voto all’unanimità, la scelta di imporre l’obbligo del vaccino a chi a più di 50 anni. Una decisione per contrastare l’inarrestabile contagio dalla variante Omicron. Un decreto che stabilisce a partire dal 15 febbraio e fino al 15 giugno, l’obbligo di vaccinazione per  tutti coloro che hanno compiuto 50 anni, estendendo il Super Green Pass a diverse categorie. Ovvero, per accedere a molti servizi sarà necessario avere il certificato che attesta la vaccinazione per specifiche categorie di servizi, mentre per andare in banca o dal parrucchiere basterà il green pass di base (quello che si ottiene con il tampone o a seguito di guarigione certificata. L’obbligo vaccinale si applica a tutti i residenti in Italia, anche cittadini europei e stranieri, e prevede eccezioni per casi di «accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal medico vaccinatore».

Questo mentre l’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, ha autorizzato una dose di vaccino booster agli adolescenti tra i 12 e i 15 anni.

Le scuole restano aperte. Il nuovo decreto, che entra immediatamente in vigore, ha recepito le indicazioni delle Regioni per la gestione dei contagi nelle scuole. Ecco le nuove regole che si applicheranno in tutto il Paese:

Bambini da 0 a 6 anni (scuole dell’infanzia e asili nido):  non cambia nulla e la quarantena scatta al primo caso di contagio nel gruppo/sezione. La misura dura 10 giorni. Si tratta della classe di età più esposta perché non vaccinata e senza mascherina.

Scuola elementare: in caso di contagio test di verifica antigenico o molecolare da ripetere dopo 5 giorni. La quarantena di dieci giorni – con didattica a distanza – scatta soltanto se c’è un secondo contagio entro dieci giorni dal primo. Non è possibile una misura più flessibile perché i bambini sono ancora sostanzialmente non vaccinati.

Scuola Media e Superiori: per la fascia dei 12-19enni, invece, le misure sono più elastiche proprio perché 4 su cinque sono ormai immunizzati: i vaccinati vanno in Dad soltanto al quarto caso e dal secondo devono soltanto fare autosorveglianza attiva, evitare altre attività pomeridiane e indossare sempre le mascherine Ffp2, mentre i non vaccinati vanno in Dad al terzo contagio. Si tratta di una misura che tra l’altro tende a spingere gli studenti più grandi a vaccinarsi — il 19 per cento ancora non è vaccinato. Tanto più che dal 10 gennaio sarà possibile anche per i 12-15enni accedere alla terza dose, come per i più grandi.

Quarantena: dura 10 giorni , per i quali è prevista la Dad, e si torna a scuola dopo un test anche antigenico. Fino al 28 febbraio, per evitare gli ingorghi negli hub e nelle Asl, per gli studenti in autosorveglianza di medie e superiori i test possono essere fatti nelle farmacie, gratuitamente con la ricetta del medico di base. (rrm)

La sottosegretaria Nesci: Misure del Consiglio dei ministri nella giusta direzione verso equità territoriale

La sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci, ha reso noto che «il Consiglio dei ministri ha varato il fondo di progettazione territoriale nel dl Infrastrutture che mira a ridurre gradualmente il divario Nord-Sud».

«Non solo – ha aggiunto –: sono state adottate anche misure a contrasto degli incendi boschivi che hanno tragicamente devastato vaste aree del Mezzogiorno quest’estate. Si tratta di misure di equità territoriale che vanno nella giusta direzione e per cui da anni ci battiamo».

«Questo concreto interesse verso il Meridione – ha proseguito l’esponente del M5s al Governo – da parte dell’intero Governo, e in particolare della ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha portato allo stanziamento di oltre 123 milioni del fondo di progettazione territoriale che consentirà a tutti i Comuni del Sud con meno di 30.000 abitanti di acquisire proposte progettuali per il rilancio dei rispettivi territori».

«Sono state introdotte, inoltre – ha spiegato – alcune misure di perequazione infrastrutturale. Entro il 30 novembre di quest’anno sarà effettuata una ricognizione delle strutture sanitarie, assistenziali e scolastiche e delle infrastrutture stradali, autostradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali. Un decreto successivo stabilirà quali saranno le priorità e le azioni da perseguire per colmare il gap infrastrutturale risultante dalla ricognizione e per il quale sono stati stanziati 4,6 miliardi per il periodo 2022-2033».

La Sottosegretaria Nesci si è soffermata, poi, sui provvedimenti di contrasto agli incendi boschivi. «È stato previsto l’aumento di 40 milioni del budget per l’acquisto di mezzi operativi sia di terra che aerei e l’immediata costituzione di un comitato tecnico presso il Dipartimento della Protezione Civile per l’aggiornamento tecnologico e l’accrescimento della capacità operativa nelle azioni di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi». (rrm)

Basta Vittime sulla 106: Nel Consiglio dei ministri non c’è traccia di interventi per la ss 106 in Calabria

Il Direttivo dell’Organizzazione di Volontariato “Basta Vittime Sulla Strada Statale 106”, ha reso noto che, nel Consiglio dei ministri, non «vi è alcuna traccia relativa ad interventi, finanziamenti o proposte che possano riguardare, in qualsiasi modo, la strada Statale 106 in Calabria».

«Il Consiglio dei Ministri – continua la nota – in merito al tema delle infrastrutture, nella seduta di ieri, attraverso una Delibera Cipess ha dato parere favorevole, relativamente all’autostrada Pedemontana lombarda, alla proroga del termine convenzionale previsto per la stipula di un contratto di finanziamento da parte del concedente CAL S.p.A., relativo alla realizzazione delle tratte B2 (Lentate sul Seveso-Cesano Maderno) e C (Cesano Maderno-Interconnessione con la Tangenziale Est/A51). Altra scelta del Governo che riguardano le infrastrutture e che non comporta l’adozione di una Delibera ha riguardato l’accoglimento della proposta del Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili di autorizzare l’utilizzo di risorse rinvenienti da residui per interventi di completamento del “Sistema Mose”».

«Il Direttivo dell’O.D.V. “Basta Vittime Sulla Strada Statale 106” – conclude la nota – continuerà ad informare correttamente e con serietà tutti i cittadini calabresi – come accade ormai da anni – i quali hanno il diritto, oltre la demagogia politica e la propaganda della “politica politicamente”, di conoscere gli atti ufficiali, formali e sostanziali e le scelte del Governo italiano che riguardano la famigerata e tristemente nota “strada della morte” in Calabria ed è per questo motivo che continueremo senza sosta a rendicontare tutte le future sedute dei Consigli dei Ministri affinché tutti, nessuno escluso, possano finalmente avere contezza della verità». (rrc)

RECOVERY, L’INDIGNAZIONE NON BASTA PIÚ
LA CALABRIA NON PUÒ RESTARE IN SILENZIO

di SANTO STRATI – La scandalosa “elemosina” riservata dal Recovery Plan alla Calabria (poco più di 500 milioni a fronte di 223 miliardi che l’Europa ha offerto all’Italia), dopo la nostra denuncia di mercoledì sera su Telemia (con l’anticipazione della prima pagina di giovedì) e la pubblicazione sul quotidiano di giovedì qualcosa si sta muovendo. Come si può leggere negli interventi di cui riferiamo in altra parte del quotidiano, la mobilitazione è d’obbligo e l’indignazione, a questo punto, non può bastare. La Calabria non deve e non può restare in silenzio, soprattutto nei confronti dei suoi rappresentanti in Parlamento che hanno piena responsabilità per la mancata vigilanza sul nuovo “scippo” perpetrato ai danni della nostra terra. Si tratta di capire che cavolo combinano i nostri deputati e i nostri senatori che evidentemente sono distratti da altri interessi. Anche se le elezioni sono lontane, i collegi andrebbero comunque coltivati data l’aria che tira e considerato che della pattuglia dei 30 parlamentari attuali ne resteranno 19 (13 deputati, 6 senatori – erano rispettivamente 20 e 10), dopo l’approvazione della legge che ha ridimensionato il Parlamento, con un referendum che – ancora una volta – ha penalizzato le regioni più deboli, come la Calabria.

Il documento approvato in Consiglio dei Ministri (160 pagine che alleghiamo per chi voglia documentarsi direttamente) è stato scritto probabilmente pensando a un’Italia sempre vista a due trazioni: il Nord opulento e ricco, il Mezzogiorno straccione e destinato alla povertà perpetua. Ebbene, sarà il caso di segnalare a chi ha ancora una visione così manichea del divario Nord-Sud che le cose non stanno proprio così. Il Sud soffre di troppa indulgenza (colpevolmente prestata) nei confronti della classe politica degli ultimi 50 anni e da qui tutte le disgrazie dei un Mezzogiorno reietto e dimenticato, un fastidio per qualcuno che dimentica che le fortune del Settentrione si devono alle braccia, alla manodopera, ma anche all’ingegno, di milioni di meridionali che hanno lavorato per le grandi fabbriche. Producendo ricchezza in cambio, spesso, di condizioni umili, di un disagio diffuso, di sacrifici immani. Epperò, questa massa di “cafoni” venuti dal Sud ha dato un contributo straordinario alla crescita e allo sviluppo del Paese, quello sì a due velocità.

Per il Mezzogiorno la crescita continua a rimanere un miraggio se si continua ad alimentare la fuga dei cervelli, a sostenere l’emigrazione intellettuale delle risorse migliori tra i nostri ragazzi, costretti ad andar via per assenza di opportunità e di prospettive. Il Recovery Fund è forse l’ultima occasione, unica, per offrire le condizioni di occupazione, formazione, lavoro ai ragazzi del Sud, ai giovani calabresi che mostrano, in ogni occasione, di avere talento, estro e operosità, da far invidia a chiunque. L’occasione di una valanga di denaro, ossigeno per un Paese piegato e piagato dal coronavirus, è straordinaria per immaginare uno scenario fatto di progetti, programmi, proposte operative. E invece, cosa succede? Succede – come abbiamo scritto giovedì – che ci sono appena briciole per una terra che ha bisogno di infrastrutture, la cui realizzazione si traduce, abitualmente, in un gigantesco indotto con sbocchi occupazionali per tutti: dai laureati ai manovali, dai progettisti ai carpentieri, dai ristoratori ai tecnici d’informatica. No, invece si spolvera un vecchio progetto (è del 2012) sull’adeguamento della ferrovia Salerno-Reggio Calabria, senza neanche prevedere la realizzazione di una nuova linea ferrata apposta per l’Alta Velocità/Alta Capacità, ed è tutto. Del Ponte sullo Stretto (altra grande opportunità per alimentare occupazione) neanche a parlarne, della statale 106 nessuna traccia, di tutto il piano mobilità di cui la Calabria necessita in modo organico e urgente, niente di niente.

E pensare che hanno cominciato a lavorare a questo documento dal 7 dicembre, quando la parola Recovery Plan apparve per la prima volta all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri. Un documento che prima di arrivare al testo finale (?) di martedì, prima che scoppiasse il bubbone Renzi-crisi di governo, a quanto pare, ha subito continue riscritture, con alti e bassi, metti e togli, della maggioranza. Il Recovery Fund più pomposamente si chiama, in realtà, Next Generation Ue, un progetto che ha il compito di rimettere in moto i Paesi europei dopo la pandemia. Erano inizialmente 196 miliardi (la cifra più alta tra i Paesi europei perché si teneva conto del disagio socio-economico dei territori del Mezzogiorno), ma il già sostanzioso pacchetto di aiuti ha ricevuto altri contributi dal fondo di coesione, arrivando a 223 miliardi. Per trovare, lungo il cammino preparatorio, altri 7 miliardi dai fondi strutturali europei e circa un’ottantina di miliardi di risorse programmate nel quinquennio 2021-2026 dal bilancio italiano.

Alcune voci di spesa (tipo Sanità che da 9 miliardi è stata portata a oltre 20) hanno dato il pretesto a Renzi per attaccare a testa bassa l’intero documento e provocare la crisi di governo. Il testo attende ora i contributi di Parlamento, Regioni, Comuni e, soprattutto, parti sociali e imprenditori. Che il Sud, nella sua generalità, risulti penalizzato non è corretto affermarlo, ma che la Calabria sia stata mortificata e offesa (e defraudata di quanto gli spetterebbe di diritto) è una cosa che salta subito all’occhio. Ora la parola passa a chi la può avere. Superata la crisi, dopo martedì, Conte 3 o quello che sarà, occorre che i nostri parlamentari si rimbocchino le maniche e comincino a battere i pugni, alzando anche la voce se serve. Non è detto che qualcuno li ascolti, ma val la pena provarci. No? (s)

IL TESTO COMPLETO DEL RECOVERY PLAN

CONTE LICENZIA VIA TWITTER COTTICELLI
ARRIVA SUBITO ZUCCATELLI, IL SOSTITUTO

di SANTO STRATI – Un lunghissimo Consiglio regionale, con il presidente ff Spirlì che viene convocato dal Consiglio dei ministri alle 21: Conte, con i ministri Speranza  e Gualtieri, vuole nominare in serata il sostituto di Cotticelli. Il parere di Spirlì, ovviamente, non conta nulla, è tutta fuffa per fare scena e parlare così di scelta condivisa. Alle 22 arriva il nome: è Giuseppe Zuccatelli, fino a oggi commissario straordinario delle Aziende ospedaliere Pugliese Ciaccio e Mater Domini. Sul nome di Guido Bertolaso  – un medico con grande esperienza nella prevenzione e nella protezione civile (ha messo su l’ospedale alla Fiera di Milano in tempo record) – avanzato dalla destra nemmeno un sospiro. Qualcuno azzarda il nome di Gino Strada… siamo nel marketing sfrenato, della serie volevamo stupirvi con effetti speciali…

Emiliano di Ferrara, medico specializzato in Igiene, Zuccatelli sarebbe molto vicino a Bersani (di cui Speranza è espressione con LeU): avrà poteri assoluti  con due sub commissari (una, Maria Crocco, già subcommissario, è la voce che si sente nel video virale di Cotticelli e lo rimprovera di prepararsi prima di rispondere), l’altra dovrebbe essere Iole Fantozzi, attualmente al Gom di Reggio. Previsto uno staff di 25 persone.

Una scelta che, crediamo non farà sorridere i calabresi. Tanto per dirne una, Zuccatelli è quello che ha fatto la guerra al Rettore dell’Università Magna Graecia Giovambattista De Sarro che aveva indicato l’ex Villa Bianca a Catanzaro come unità anticovid. Una struttura immediatamente disponibile, dove oltre che curare si poteva fare ricerca: sarebbe diventato lo Spallanzani calabrese. Zuccatelli ha deciso che era meglio sfrattare gli universitari dal Padiglione C del Mater Domini e organizzare lì la struttura. Il risultato è che già quest’estate Villa Bianca sarebbe stata pronta ad affrontare questa nuova crisi. All’Università, nell’ala del Mater Domini individuata da Zuccatelli, non c’è nulla, se non ci sono seri problemi di separazione degli ambienti e rischio di contagio per gli specializzandi.

Si vedranno nei prossimi giorni le reazioni a questa nomina, che sembra premiare ancora una volta scelte politiche e partitiche. Sicuramente il nuovo commissario ha le competenze amministrative, visto che lo fa di mestiere.   

La mozione finale del Consiglio regionale sarà recapitata al premier Conte (che probabilmente non ci dormirà stanotte…): chiede di trasformare la zona rossa in gialla, ma, per la verità, punta anche al problema numero uno: la proroga del decreto Calabria. Il documento è acqua fresca se non si crea una seria mobilitazione politica per impedire la sua conversione in legge. Basterebbe il buon senso e la considerazione che i dieci anni di commissariamento hanno impoverito l’offerta di assistenza sanitaria ai calabresi. Hanno semplicemente tagliato posti letto e occupazione, solo guardando i numeri e le cifre del risparmio come obiettivo finale: serviva più personale e invece sono state eliminate figure professionali, mandati a casa medici e specialisti, chiusi reparti, etc.

Si è visto come ha funzionato (male) il decreto Calabria, dopo la pomposa presentazione a Reggio, con un apposito Consiglio dei ministri un anno e mezzo fa: la ministra della Salute Giulia Grillo a maggio 2019 vantava la “fulmineità” che il decreto avrebbe offerto per risolvere i tanti problemi della sanità calabrese. È sotto gli occhi di tutti (e con riconosciuta onestà intellettuale numerosi parlamentari pentastellati hanno ammesso di avere commesso un grave errore) i guasti ancora più gravi provocati dal Decreto Sanità Calabria e il successivo incarico di commissario ad acta al generale Saverio Cotticelli. Incarico conferito da quello stesso Giuseppe Conte – il presidente del Consiglio dei ministri – che ieri mattina, via twitter, ha detto che occorreva revocare immediatamente Cotticelli. Allora, affiancato da Salvini e Di Maio alla vicepresidenza di un governo giallo verde che il leader leghista ha poi smontato al Papeete.

Dunque, un governo Conte giallo-verde, con ministro della Salute la pentastellata Giulia Grillo, che nomina Cotticelli e, oggi, un governo giallo-rosso, con ministro della Salute il liberoeuguale Roberto Speranza, che revoca lo stesso incarico confermato –guarda un po’ – appena qualche giorno fa, appena varata la proroga del precedente decreto dallo stesso Speranza. Due ministri della Salute che te li raccomando, almeno per quanto riguarda la salute dei calabresi che, evidentemente, non conta un ciufolo.

Poi, in serata la decisione di Conte di fare in fretta e nominare il sostituto di Cotticelli. Hanno scelto rapidamente con il solito criterio: chiunque purché non calabrese. Nemmeno presa in considerazione l’ipotesi Bertolaso (troppo vicino all’ex cavaliere…), lanciato qualche nome per fare colore (Gino Strada?), l’ok sul “compagno” Zuccatelli è arrivato in un baleno.

In questo anno e mezzo di Cotticelli e company, nessuno si è reso conto – nonostante i tanti allarmi lanciati da medici, scienziati, docenti, dalla società civile – dell’incapacità del commissario? Si è dovuto aspettare una trasmissione televisiva per inorridire di fronte alla acclarata inezia del rispettabilissimo generale, che avrà guidato con onore e soddisfazione i Carabinieri, ma che di sanità non solo non capiva nulla, ma nemmeno si è sforzato di farsi spiegare le tante criticità.

Nel corso del Consiglio regionale è venuta (dal consigliere Raso) l’unica proposta seria da prendere in considerazione e da portare con determinazione davanti al Governo: occorre cancellare il debito della Sanità calabrese e annullare l’esperienza del commissariamento che ha, fino ad oggi, mortificato professionalità e provocato – Dio sa quante – troppe vittime di malasanità, private della necessaria assistenza, quando ancora non c’era l’emergenza covid. Poi, con l’emergenza del coronavirus, solo l’abnegazione e lo sforzo immane di medici e personale sanitario ha evitato ai calabresi ulteriori penalizzazioni e limitato il numero delle vittime.

Ma la seconda ondata della pandemia sta macinando numeri da paura e la sola idea di un nuovo commissariamento con due vice e 25 nuove figure amministrative, fa venire i brividi.

Ci si chiede: con quali presupposti sono stati scelti, via via, i tanti commissari che si sono succeduti in questi dieci anni? Con quale criterio il ministro Speranza pensava di scegliere i tre nuovi paladini della salute calabrese previsti dal nuovo decreto? Lo abbiamo capito ieri sera: il partito prima di tutto. Del resto cosa sa Speranza di sanità, di Calabria e di gestioni sanitarie?

Il ministro – è bene ribadirlo – giusto pochi giorni fa aveva rinnovato la fiducia a Cotticelli, pur rifiutandosi di incontrarlo nonostante le pressanti richieste del generale. Quali sarebbero i presupposti per affidare il nuovo incarico, per perpetrare il commissariamento?

Il senatore calabrese Marco Siclari, interpretando a pieno il pensiero del vicepresidente di Forza Italia AntonioTajani, aveva lanciato l’idea: se proprio si doveva ricorrere a un nuovo commissariamento, affidare l’incarico a Guido Bertolaso. Una figura che non ha bisogno di presentazioni né di curricula da esibire, un professionsita dell’emergenza (è stato a capo della Protezione civile durante l’emergenza terremoto) che, peraltro ha mostra di essere un uomo del “fare”: parla per lui l’ospedale realizzato a tempo di record nei vecchi locali della Fiera di Milano.

Per la sanità calabrese servirebbe un miracolo, permetteteci di scherzare con i santi: san Bertolaso sarebbe il stata forse la soluzione ideale. Ma non l’hanno voluto…

Adesso, in attesa del prossimo show televisivo (Zuccatelli ha un carattere molto focoso e non si trattiene se provocato), i calabresi devono rassegnarsi che a decidere per loro salute ci sia sempre qualcun altro. Ma non è ancora detto: il decreto dev’essere approvato e qui si vedrà quanto valgono i nostri politici. Con qualche imbarazzo, confessiamo, che non riusciamo ad essere ottimisti… ′          (s)

Ancora polemiche per il Consiglio dei Ministri a Reggio: critiche dal centrodestra

Ancora polemiche sulla riunione del Consiglio dei Ministri convocata a Reggio Calabria. Da parte dei consiglieri regionali del Centrodestra (CdL- FdI/Gruppo Misto-FI-Moderati per la Calabria-Ncd) viene un giudizio tranciante sull’occasione mancata da parte dell’Esecutivo di lanciare segnali concreti per la crescita e lo sviluppo.

«Una parata elettorale, tra molto fumo e niente arrosto. Noi guardiamo ai fatti – dicono i consiglieri regionali del centrodestra – ed i fatti ci dicono di una grande delusione rispetto alle aspettative della vigilia». Nel mirino, anzitutto, le scelte in materia di sanità: «La decisione di togliere alla Regione ogni competenza in fatto di sanità fino a tutto il 2020, se da un lato certifica il fallimento dell’operato della giunta Oliverio, peraltro secondo quanto anni andiamo denunciando noi, dall’altro segna l’avanzare di un atteggiamento per molti versi speculare a quello di Oliverio: incapacità di puntare sul dialogo e di accompagnare la Calabria, nel confronto col Governo, verso la perduta normalità, con LEA almeno vicini alla media e servizi efficienti. Nulla di tutto ciò. Si fa esattamente quel che si rimprovera ad Oliverio ed in questo c’è la mortificazione della democrazia e delle istituzioni. Non bastasse, si affidano le chiavi del comparto ad Invitalia, nuova stazione unica, ed Agenas, l’agenzia dei conti della salute che fin qui è stata una delle protagoniste del lungo inverno sanitario calabrese, e che ora terrà la contabilità delle aziende sanitarie. Insomma, altro che novità e cambiamento: per questo vigileremo ad ogni livello per impedire che questo scontro, che di certo approderà davanti alla Corte costituzionale, non venga pagato, come al solito, dai calabresi».

A non convincere sono anche altre misure, ovvero «i tanti silenzi di un Consiglio dei Ministri convocato a Reggio per dare un segno tangibile dell’opera di contrasto alle tante emergenze calabresi ma in realtà conclusosi senza alcun provvedimento concreto in tale direzione». Lo proverebbero, secondo il centrodestra calabrese, «le battute fuori luogo riservate ai lavoratori precari dal premier Conte, con l’invito a richiedere il reddito di cittadinanza. Probabilmente tra qualche settimana il presidente del consiglio, come già fatto in riferimento alla sua affermazione secondo la quale il 2019 sarebbe stato un anno bellissimo, si rimangerà le sue parole. Restano, intanto, la sgradevole e per nulla rassicurante sensazione di un premier completamente all’oscuro della questione del precariato e delle normative di riferimento, ma pure l’insopportabile aria di sufficienza con la quale si è affrontato un problema ancora senza soluzione». E se nessun cenno è arrivato sui temi del lavoro, calma piatta anche sul versante delle infrastrutture.

«Ci si riunisce in Calabria per approvare il decreto sbloccacantieri – attaccano i gruppi consiliari regionali del centrodestra – e non si trova modo di spendere una parola chiara e definitiva sull’ammodernamento della statale 106, tra Roseto e Sibari, e da Sibari in giù? Nulla di più se non un generico impegno sul destino del porto di Gioia Tauro? Nemmeno un pensiero al Patto per la Calabria ed ai suoi finanziamenti, congelati come i fondi che servirebbero per far decollare le Zone economiche speciali? Distrazioni e silenzi che fanno male: senza infrastrutture, investimenti e lavoro non si estirperà mai la malapianta della ‘ndrangheta, pure presente in tutti i discorsi di presidente e ministri».

Concludono i consiglieri regionali del centrodestra: «Poco, troppo poco è emerso da un CdM presentato come epocale ma chiusosi senza grandi sussulti. Di ben altro, che non dei soliti finanziamenti già promessi dal Governo precedente, ha bisogno la Calabria per risollevarsi. Ed il Governo guidato dal M5S, che qui ha fatto incetta di voti, ha la grande responsabilità non solo di attuare le promesse, ma di essere davvero altra cosa rispetto all’era renziana. A giudicare da quel che s’è visto ieri, l’annuncite non è ancora passata di moda. E questo, per la nostra terra, non è affatto una buona notizia».

Anche la deputata azzurra Maria Tripodi  ha stigmatizzato l’iniziativa dell’Esecutivo: «Il dl Sanità approvato dal Cdm – ha detto la Tripodi – non è altro che l’ennesimo slogan del governo gialloverde, con l’aggravante di una sequela di sprechi che vanno sotto il nome di compensi maggiorati per i manager del settore, un’autentico schiaffo ai calabresi gravati già da costi esorbitanti per i servizi sanitari basilari. Il tema della Sanità non può essere derubricato ad una semplice passerella negli ospedali a favore di telecamera, il decreto è privo delle soluzioni che invece necessiterebbero, non è un caso che alcuni sindaci chiedano strutture ospedaliere adeguate ai bisogni del territorio. L’esecutivo di Conte e Company dà l’ennesima dimostrazione di approssimazione, pressapochismo e inadeguatezza». (rp)