COSENZA – Al Teatro Tieri il Concerto di Natale

Questo pomeriggio, a Cosenza, alle 18.00, al Teatro “A. Tieri”, il Concerto di Natale, organizzato dalla Fidapa di Cosenza e le Acli Arte e Spettacolo della provincia di Cosenza, con il patrocinio del Comune di Cosenza.

Obiettivo della serata,  raccogliere i fondi da destinare in beneficenza per le opere di don Antonio Abruzzini – Operai della Divina Misericordia, Convento di Sant’Antonio di Pietrafitta.

Ad esibirsi, la Banda Musicale del Savuto, con la direzione artistica del Maestro Alfredo Chieffallo. Conduce la serata il giornalista Antonio Sergi. Partecipano alla serata Rosa Martirano, don Antonio Abruzzini, parroco di Pietrafitta, Caterina De Rose, presidente delle Acli e Angela Zarro, presidente della Fidapa. (rcs)

 

COSENZA – L’evento “Cosenza, storia, arte, mito… enogastronomia”

Questo pomeriggio, alle 17.00, al Chiostro San Domenico di Cosenza, l’evento Cosenza, storia, arte, mito… enogastronomia.

L’evento, promosso dalla casa editrice ASEmit, dal Circolo della Stampa di Cosenza e dall’Associazione Culturale Cosenza Autentica con il patrocinio della Città di Cosenza, prevede la presentazione dei libri Alarico e Cosenza – Storia, mito, leggenda Il Castello di Cosenza – Guida storico-artistica di Raffaele Borretti, docente all’Università della Calabria e socio dell’Accademia cosentina e di Deputazione Storia Patria.

Si parte con i saluti dell’autore. Intervengono Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza, Enrico Marchianò, presidente Club Unesco Cosenza, l’architetto Fulvio Terzi, il ricercatore Roberto Mazzei e il prof. Antonino De Lorenzo, direttore del Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’Universita degli Studi Tor Vergata di Roma. Modera Franco Mollo, vicepresidente del Circolo della Stampa.

A termine dell’evento, si potranno degustare alcuni prodotti tipici del territorio.

I libri sono editi da ASEmit.

Il primo testo mette in evidenza il rapporto che intercorre tra il Re visigoto Alarico e la città calabrese in un perfetto mix di storia, mito e leggenda, ripercorrendo tutto quello che riguarda la figura del “barbaro romanizzato”, la sua sepoltura e il suo tesoro.
La seconda opera (ricca di elementi architettonici, culturali, favolistici, militari, politici, religiosi , sociali e storici) ripercorre tutta la storia della “Rocca” cosentina dalle origini ai giorni nostri. (rcs)

 

COSENZA – Il libro “Lo scirocco bugiardo”

Questo pomeriggio, alle 17.30, alla Biblioteca Nazionale di Cosenza, la presentazione del libro Lo scirocco bugiardo di Rossella Cuconato.

Dopo i saluti di Rita Fiordalisi, direttore della Biblioteca Nazionale, relazionano la prof.ssa Giuliana Pugliano e il prof. Corrado Mariano Marotta. Conclude l’autrice.

Il libro è edito da Imago Artis. (rcs)

COSENZA – Weekend al Planetario

Al Planetario Comunale “G. B. Amico” di Cosenza sono ricominciate le attività serali. Per questo weekend, tre appuntamenti da non perdere: il primo, in programma per domani sera, venerdì 13 dicembre, alle 19.00, l’evento Viaggio nel sistema solare a cura di Ettore LupoAngelo MendicelliFrancesco PlastinaCarmelo Primiceri, che sarà replicato anche sabato 14 dicembre, sempre alle 19.00.

Domenica 15 dicembre, invece, alle 18.15, l’evento … ecome stella in cielo il ver si vide, a cura di Alessandra Romeo, Francesco Plastina e Angelo Mendicelli. Si tratta di uno spettacolo nei versi della Divina Commedia, i cui riferimenti e scene astronomiche saranno riprodotte e commentate con l’ausilio del telescopio. (rcs)

 

COSENZA – Fatti di Musica 2020, grande apertura con i Negrita

Saranno i Negrita ad aprire, il 30 gennaio 2020, al Garden di Rende, la 34esima edizione di Fatti di Musica, il Festival del Miglior Live d’Autore ideato e diretto da Ruggero Pegna, inserito dall’Assessorato Regionale alla Cultura e al Turismo tra i “Grandi Festival Internazionali Storicizzati” per la “Valorizzazione del sistema dei beni culturali e per la qualificazione e il rafforzamento dell’attuale offerta culturale presente in Calabria”.

Archiviata l’edizione numero 33, «che, come ogni anno, ha presentato live per tutti i gusti e tipi di target, con gemme rare della musica e dello spettacolo come Max Veinberg o i Momix», la prima parte del Festival prevede, oltre al concerto dei Negrita – unica tappa in Calabria del loro tour La Teatrale Plus – anche il concerto di Mika, in programma l’8 febbraio al PalaCalafiore di Reggio Calabria per la sua unica tappa in Calabria e Sicilia.

E ancora, il 12 febbraio il Teatro Rendano ospiterà We will rock you, il musical originale dei Queen Ben Elton con la regia di Michaela Berlini e, ancora,

divina commediadal 14 al 17 febbraio, al Teatro Politeama di Catanzaro arriverà la Divina Commedia Opera Musical di Marco Frisina con la regia di Andrea Ortis e la voce narrante di Giancarlo Giannini. Previsti due spettacoli mattutini per le scuole alle ore 10 nei giorni sabato 15 e lunedì 17 febbraio.

La prima parte si chiuderà a Corigliano Rossano, al Teatro Metropol, con lo spettacolo Solo di Arturo Brachetti, il genio del trasformismo mondiale. (rcs)

In copertina, i Negrita.

COSENZA – Il libro “Occhi che guardano”

Questo pomeriggio, a Cosenza, alle 17.30, al Terrazzo Pellegrini, la presentazione del libro Occhi che guardano – ONCOrosa: Laboratorio di scrittura terapeutica a cura di Virginia Liguori.

L’evento è stato organizzato da ONCOrosa – Associazione di Volontariato per Malati Oncologici in collaborazione con Pellegrini Editore.

Il libro è edito da Pellegrini Editore.

COSENZA – La terza edizione del “Premio Agapanto”

Oggi, al Teatro Rendano di Cosenza, la terza edizione del Premio Agapanto, ideato e sostenuto dal Gruppo Citrigno in collaborazione con la Fondazione Mediolanum Onlus.

Il Premio, una iniziativa a scopo benefico, nasce con l’obiettivo di richiamare l’attenzione pubblica sull’importanza della responsabilità sociale e sensibilizzare alla crescita di una coscienza etica attraverso la cultura in tutte le sue espressioni.

Quest’anno, l’iniziativa sostiene la campagna Curiamo La Ricerca, i cui ricavati saranno devoluti per la ricerca oncologica pediatrica e ha come testimonial Paolo RuffiniSimona Atzori.

Il Premio, realizzato dal Maestro orafo Michele Affidato, è destinato alle personalità che si sono distinte per il loro percorso professionale ed etico-sociale.

Due i momenti che caratterizzeranno la giornata di giovedì: il primo, in programma alle 17.30, al Ridotto del Rendano, è il workshop Impresa Sociale, l’integrazione produce valore. Intervengono Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza, Paola Galeone, prefetto Città di Cosenza, Angela Robbe, Assessore al Lavoro e Welfare della Regione Calabria, il prof. Rocco Reina, dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, il prof. Giorgio Fiorentini, dell’Università Bocconi di Milano, il dott. Lorenzo Sibio, presidente Lega Coop Calabria, Luciano Ricci, rappresentante legale Impresa Sociale Solid Ale Beer. Modera Domenico Gareri.  Conclude Giusy Versace, della Commissione Affari Sociali di Montecitorio.

La cerimonia conclusiva del premio, invece, inizierà alle 20.30. (rcs)

Nero di seppia, un “memoir” nostalgico di Gregorio Corigliano

Nel suo ultimo libro “Nero di Seppia, dai taccuini di un giornalista seduto in riva al mare” (Edizioni Pellegrini) Gregorio Corigliano, storico giornalista Rai e per lunghissimi anni inviato speciale e massimo esperto della RAI sui sequestri di persona che hanno riguardato in particolare la Calabria, racconta questa volta se stesso e la sua vita da “marinaio”.

Lo fa con una delicatezza inusitata, con un linguaggio d’altri tempi, che trasuda di nostalgia, di emozioni per le cose perdute, di ricordi atavici forti, di leggende e di novelle sempre attuali, ma lo fa soprattutto con un garbo ed un “senso di rispetto” verso il mare, che ha segnato profondamente la sua vita, che merita davvero grande ammirazione generale: “È stato lo zio Nino a farmi amare il mare. Non potrò mai dimenticarlo!…Quando mi sono iscritto al social più famoso, ho pensato di aggiungere “giornalista che ama il mare!” Perché? Lo si intuisce, ovvio. E perché lo amo? Perché sono nato, tantissimi anni fa a venti-venticinque metri dal mare. Tanto distava la casa dei miei genitori dal Tirreno. Mi affacciavo, quando ero più grandicello, e dalla finestra ammiravo il mare.

Lo vedevo, lo respiravo, lo gustavo”. Figlio di mare in tutti i sensi, perché figlio di un uomo e di un intellettuale che amava egli stesso così tanto il mare da essersi dimenticato di lui, che proprio quel giorno stava per venire alla luce: “Quando sono nato, mio padre era a mare. Era andato a pesca.

Lo sapeva bene che i giorni del parto si erano compiuti. Pur nondimeno il mare per lui era una calamita, d’estate. Non riusciva a non raggiungere la spiaggia, d’estate e di inverno. Era più forte di lui. Quando è tornato io ero già nato, ed ero il primo figlio. …Sono nato, alle sette del mattino, due ore dopo che lui era andato a mare.

Quando è tornato, felice e contento perché aveva pescato quattro seppie, ha avuto la sorpresa, che lo ha mandato in estasi, di trovarmi accanto a mia madre. Ero nato. Tutto questo per dire dell’amore per il mare che non ha frenato mio padre neanche nei “giorni del batticuore” intimo”.

215 pagine, una prefazione di Tommaso Labate (storico notista politico del Corriere della Sera), una post fazione di Agostino Pantano (inviato televisivo di punta de LaCnews 24) 34 capitoli diversi, tutti pezzi di autentica storica calabrese, ritratti coloriti e ammalianti di una generazione e di un tempo ormai lontani, ma pieni di amore per quegli anni e per quelle traversie, dalla nascita alla prima elementare, poi le medie, gli anni del liceo, l’Università a Messina, i primi viaggi all’estero, l’abbraccio mortale del giornalismo, e poi ancora il primo giorno di assunzione alla Sede Rai della Calabria, di cui è stato anche Caporedattore, e i mille successi nazionali e internazionali legati al suo lavoro quotidiano, con tutto quello che ne deriva dall’avere la fortuna di fare per mestiere e per passione l’inviato speciale di una grande e meravigliosa azienda pubblica come la Rai.

Ma una delle pagine più struggenti di questo suo racconto di vita è il momento in cui suo padre gli regala la sua prima macchina: “La mia prima macchina, ricordo che andammo, con mio padre e con Ciccio, all’Icar di Gioia Tauro e Sandro Benedetti mi consegnò l’unica Fiat 500 che aveva, azzurra e, ahimè, senza sedili ribaltabili… allora indispensabili. Fu targata RC 78101, lo ricordo ancora”. E’ l’inizio della grande avventura nel mondo del giornalismo: “Il primo ed unico sequestro di persona avvenuto a San Ferdinando, quello di Franco Bagalà.

Una prigionia di dodici giorni. Del riscatto non ho mai saputo alcunché di ufficiale. Con il grande Gigi Malafarina, facciamo, con mia grande soddisfazione, i pezzi a due firme sulla Gazzetta del Sud. Quale onore!”.

Ma è chiaro che San Ferdinando è solo una parentesi della sua vita futura, costellata di incontri importanti e soprattutto di amici influenti e di grandi giornalisti. È il caso di Franco Bucarelli, forse il più grande cronista di nera che la Rai abbia mai avuto, dallo stile irripetibile e dalle mille risorse professionali. Gregorio Corigliano lo ricorda in questo modo: «È proprio alla partenza per Istanbul che conosco il giornalista che più di tutti, in assoluto, sarà il mio mentore, il mio amico non calabrese più affettuoso, il mio consigliere, il mio maestro, anche di vita: Franco Bucarelli, inviato speciale del Gr2 dell’epoca. Quanti consigli, quante spinte ideali, quante esperienze con lui, da Bangkok a Tokio, da Malta a Copenaghen. L’ultima a maggio 2019 a conoscere Cracovia e dintorni, il regno di Papa Giovanni Paolo II. Un’esperienza unica. Anche di questa sarò grato a Franco tutta la vita”. Il viaggio forse più emozionante per lui fu quello negli Stati Uniti, New York, la Grande Mela, la Little Italy, il Ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà, il Grande museo di Ellis Island, e qui una nuova scoperta della sua vita, la più inattesa: “Non ci crederete ma è solo nel 1970 che ho conosciuto altri tre Gregorio Corigliano, i figli dei miei zii.

Nessuno allora era mai venuto in Italia, men che meno in Calabria. Solo due di loro, ma negli anni ’90. A mala pena conoscevano un po’ di dialetto calabrese”. Emigrati tra emigrati, emigranti tra emigranti, alla fine anche lui ha speso da emigrato tutta la sua vita lontano da San Ferdinando di Rosarno, il paesello di cui il libro trasuda sangue, per via dell’amore viscerale che da sempre lega Gregorio Coriglano alla sua gente e al suo paese natale: “ Vinisti?” “Sì”. “E quando vinisti?” “E quando tindi vai?” “Non lo so”.

“Veni e mangi ‘a casa mia?” Queste, in sintesi, le prime parole che ascolto quando arrivo nel luogo dell’anima per le vacanze. Costa smeralda, Billionaire? Ma quando mai?

Vuoi mettere il posto dove gli odori, i sapori, gli sguardi ti appartengono e cambiarli con il lusso che secondo me vacanza non è? È sempre così”. Ma tra una missione e l’altra all’estero torna nella sua vita, prepotente e indomita, la voglia di mare, e qui i ricordi del suo mare sono davvero infiniti e per certi versi anche strazianti : “Una volta, addirittura, Zarafino mi ha portato da mezzanotte alle sei del mattino per la pesca dei tonni. Non ho resistito che fino alle tre: il sonno ed il freddo furono più forti. Il modo per riscaldare i piedi era tenerli in acqua.

Non ci crederete, ma l’acqua di notte, rispetto alla temperatura esterna, è molto calda. Poi su un angolino, alla meno peggio, mi addormentavo ed i marinai mi sfotticchiavano. Giustamente: sei voluto venire ed ora dormi? Svegliati, lupo. E chi ce la faceva?” Delle sue radici Sanferdinandesi Gregorio Corigliano ne fa in questo suo romanzo, perché tale è questo suo nuovo saggio, motivo di vanto.

È come se essere nato da queste parti gli desse prestigio e autorevolezza, proprio perché figlio di una tradizione senza fine, che è la tradizione dei nostri paesi più piccoli e della gente che li vive, testimone privilegiato di una storia infinita: “Chi è nato ed è cresciuto in un paese piccolo piccolo di vicini ne ha quanti ne vuole, se li vuole, ed anche se non li vuole.

Eccome se li ha. Perché un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta lì ad aspettarti”.

E per chi non avesse capito fino in fondo questa “ammissione di colpa”, Gregorio Corigliano va ancora oltre e riconosce che aveva proprio ragione Cesare Pavese nella “Luna e i falò”: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che, anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E questo è (o era) San Ferdinando, non più, e da tempo, frazione di Rosarno, ma il luogo della tendopoli e di Sarko! E questo in aprile, maggio, giugno e vieppiù in luglio ed agosto. Sempre gli stessi rituali”. Un saggio letterario? Forse.

Un romanzo? Forse ancora di più. Un’analisi antropologica? Certamente anche quello. Di fatto in questo suo ultimo libro il grande inviato di un tempo ricorda il suo passato con una forza ancestrale da lasciare esterrefatti: “La mia vita, solo giochi? No, di certo. Mio padre, in piena estate, ma di mattina, mi mandava a ripetizione da un altro vicino, anzi esattamente di fronte a casa mia. Il professor Giovannino Celeste.

Docente molto attento che mi plasmava sulle lettere e sulla scrittura. Letture, letture, dettati e commenti. Autori i più vari. Pascoli, De Amicis, Leopardi, Foscolo e via dicendo. Questo per l’italiano. Per il francese, sempre di mattino, dal professor Peppino Cimato. Due ore toste, con pochissimi alunni a ripetere. Poi con lui, a mare.

Mia madre attendeva sull’uscio ed in tre scendevamo sulla spiaggia. “Mamma mu jettu”? Va bene, ma aspetta un poco, asciuga il sudore”. Mamma, e poi ancora mamma, disperatamente mamma for ever: “Mio padre era già partito col Guzzino rosso, tutto imbardato con giubbotto, giornali al petto, berretto con copri orecchi e occhialoni anti vento per insegnare a Spina, una contrada di Rizziconi. Mia madre restava a casa, al focolare, in tutti i sensi. Sistemare la casa, rifare i letti, cucinare al fuoco (‘u focularu) i fagioli (o i ceci) nella pignata, la verdura al fuoco della legna o ai fornelli di una modestissima cucina a gas”.

Il libro di Gregorio Corigliano è anche lo specchio dell’anima del suo paese natale e della sua gente, e che il cronista rilegge qui in chiave moderna, dandoci la sensazione che la cosa non gli sia mai pesata, ma in realtà tutte le sue pagine sono impregnate di solitudine e di amarezza per il tempo perduto: “E dopo cena, verso le 19.30?

Se era inverno, si stava attorno alla ruota di legno col braciere (ancora ho sia l’una che l’altro) e mio padre ci parlava della guerra, era partito nel 1939 e rientrato dopo 9 nove anni, e soprattutto delle pene patite in prigionia, in India, ai piedi dell’Himalaya. Mia madre, quando mio padre si addormentava, ci raccontava dei sacrifici fatti da suo padre e dai suoi fratelli per coltivare la terra. Divertimento? Non tanto, anche perché la televisione non c’era.

L’aveva un nostro cugino, Pasquale Ferro, padre di Mimì e Carmela. Andavamo a casa sua per vedere Lascia o raddoppia o Campanile Sera. Nel periodo 94 di Natale, c’era Canzonissima, con l’estrazione dei biglietti della Lotteria. Per il resto, niente, cioè tutto, rientravamo sereni, anche se morti di freddo. La casa era gelata, il calore veniva dal braciere che spostavi nelle varie stanze. Ed a letto? Un mattone caldo, o la bottiglia di vetro con acqua bollita! E ti addormentavi pronto a rialzarti al mattino e a ripetere ritmi e serenità dei giorni precedenti”. Dio mio che efficacia! Ma quella era la nostra vera vita. Capitolo dopo capitolo, il libro ricostruisce con una lucidità storica ricca di dettagli e di riferimenti personali, mille nomi diversi, mille situazioni diverse, mille aneddoti altrettanto diversi, la vita della gente comune scandita da tanto lavoro e da tanta fatica: “Una volta, in campagna, al giardino di arance e mandarini, si andava “a giornata” d’inverno e a “matinata” d’estate. La differenza non era di poco conto: a giornata significava iniziare a lavorare al sorgere del sole o alle prime luci del giorno, alle sette o al massimo alle otto e per sette otto ore. Col buon tempo o con il “malutempu”. E tutti i santi giorni, a volte, anche la domenica.

Un’intera giornata di lavoro. “A matinata, significava cominciare quasi col buio, partendo con la bicicletta col fanalino che si accendeva con la dinamo che strusciava sul copertone della ruota, per arrivare appena faceva giorno”. Ancora più struggente il ricordo del giorno in cui nella Piana di Gioia Tauro arrivarono le ruspe per favorire il “sogno” del quinto centro siderurgico, e qui il romanzo di Gregorio Corigliano si fa “amaro” e “disperato”: “Una “carneficina”! Quale spettacolo ai nostri occhi! Interi appezzamenti di terreno della Lamia, una delle contrade più floride per la produzione delle clementine, erano stati “livellati”.

E la ruspa continuava imperterrita, senza pietà, ad abbattere, sradicandoli, altri alberi, sotto gli sguardi impietriti ed esterrefatti dei vecchi proprietari (vecchi perché i terreni erano passati di proprietà dello Stato che li aveva espropriati, pagandoli anche a prezzo di mercato) che a stento riuscivano a trattenere le lacrime. Qualcuno piangeva ancora! Dalla ruspa senza cuore all’inferno dell’abbandono il passo è breve”.

Quanta tristezza atavica!

Quanto rancore personale nei confronti di un Paese che non ha mai condiviso le ragioni del Sud e le necessità della gente che lo vive: “Questi appunti li ho scritti (a penna su carta a quadretti di cui conservo l’originale) a marzo del 1981. Allora veramente andai in campagna in contrada Granatara perché, dopo l’esproprio del nostro terreno per il (fallito) quinto centro siderurgico, mio padre non voleva restare senza un agrumeto e aveva investito il ricavato del risarcimento in un nuovo terreno, che ancora, per poco, abbiamo.

Sono vent’anni, però, che, ad annate alterne, non provvede per se stesso. Ci rimetto del mio. Un giorno, abbastanza presto venderò. Con dolore, ma devo farlo! Chiuderò gli occhi sui tantis- 85 simi, immensi sacrifici fatti da mio padre. La crisi è tale che non conviene più avere pensieri ed occuparsi di terreni”.

E’ storia vera, ancora attualissima, incontestabile, ma per la prima volta oggi, forse, un romanzo dai toni crudi e pesanti ricostruisce questa fase utilizzando l’arma impropria della malinconia e del senso di solitudine: “Mio padre non aveva piantagioni di clementine. Aveva in zona Colline, un ettaro di uliveti con una decina di piante di fichi, bianchi e neri (i fichi “milingiana”).

Ricordo benissimo che andavamo a raccogliere le olive, con mia madre e tre-quattro donne del paese che fungevano da raccoglitrici con le scope che mio padre preparava qualche giorno prima perché, non si trattava, come tutti qui sanno, di scope normali, ma proprio di ramazze in grado di raccogliere le olive tutt’intorno all’albero, farne un unicum e poi sistemarle nelle sporte che bisognava portare all’ingresso della proprietà”.

È storia contemporanea, del Mezzogiorno di questi ultimi 50 anni, storia nuda e cruda, impietosa e irritante, a volte offensiva e oltraggiosa verso chi ne è rimasto vittima, che qui viene riproposta con grande efficacia da un testimone autorevole e privilegiato come lo è ancora Gregorio Corigliano, e che ha fatto del linguaggio scritto la sua unica mission di vita.

Leggiamo insieme questo passaggio, che è davvero impietoso: “E se un giorno la terra te la chiede lo Stato? Che fai? Puoi non dargliela? Certo che no, anche se ti batti con le unghie e coi denti per evitare l’esproprio e la distruzione di quel che avevi creato con grandi sacrifici.

Tu, tuo padre, tuo nonno, perfino il tuo bisnonno, La terra significava anche e soprattutto essere radicati proprio lì, nel tuo paese.

Quel paese che hai dentro di te, al punto che torni spesso anche se vivi a Torino, Parma, Milano o a Cosenza. Ti manca l’aria, ti manca il profumo, ti manca l’atmosfera. E forse ti manca la gioventù che te lo aveva fatto (e te lo fa) apprezzare ed amare”. Ne deriva il ricordo immediato dei vecchi amici i infanzia, che ti porti dentro per tutta la vita: “Il primo a tirare fuori il dialetto dell’anima, è Ciccio, che pur vivendo a Parma, da quaranta e passa anni, è quello che ricorda il dialetto alla perfezione, anche quello non più in uso. “Vieni a casa mia stasera?”

Ti faccio una “mpagghiata”. E cos’è? E di undi veni i Bolzanu?… Poi tutti insieme ricordiamo quelli che c’erano gli anni scorsi e non ci sono più. A partire da Mino il bello, da Renato, la cui moglie, di Oslo, veniva ogni giorno al paesello, con Denise e Grethe. Adesso anche Christine è volata…! Ciccio il grande e Ciccio il parmigiano, sono i “mastri della serata”. Con occhio svagato guardiamo le ragazze che sostano in piazza. Solo l’occhio. Altre cose sono ricordo del tempo che fu e che non ritornerà”. Dal passato all’attualità di queste ore.

Oggi San Ferdinando è icona della “tendopoli”, un nuovo popolo vive queste terre e nessuno meglio di Gregorio Corigliano riesce qui a darci l’immagine vera di cosa accada ogni giorno dietro le tende della piana: “Uomini privati di dignità, “dannati della terra”.

Specifico “dannati della terra nostra, della terra del sole e del mare”: dannati come Sacko Soumaila che ci ha rimesso la vita, come le altre vittime, tra e quali Becky Moses e Moussa Ba. Nella tendopoli il dolore si rinnova, è forte. Il dolore è stato molto forte quando ha perso la vita Sacko, che era il loro punto di riferimento, la loro guida”. Nient’altro? Potremmo andare avanti per ore ancora, c’è un capitolo di questo libro per esempio dove il grande cronista ricostruisce l’arrivo a San Ferdinando del regista Roberto Rossellini e Ingrid Bergman:”A cena si apprese che Ingrid Bergman e Roberto Rossellini erano diretti proprio a Stromboli per girare l’omonimo film.

Mio padre diede loro tutte le informazioni possibili perché sua madre, mia nonna, Mariangela De Simone, era proprio di Stromboli. Rossellini aveva 43 anni, Ingrid 34. Una storia d’amore che gli esperti di cinema conoscono bene. Nessuno, o pochi, forse, hanno mai saputo della sera d’amore calabro-sanferdinandese”.

Volete saperne di più? Semplice. Venerdì prossimo 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, Gregorio Corigliano e Walter Pellegrini presenteranno in anteprima nazionale il libro alla Terrazza Pellegrini, e lo faranno insieme a Antonietta Cozza e due vecchi compagni di lavoro e di vita di Corigliano, Riccardo Giacoia e Mario Tursi Prato, che sono cresciuti con lui in redazione e che da lui hanno imparato fino in fondo l’amore per la scrittura e la parola. (p.n.)

nero di seppia