ELEZIONI / Analisi del voto tra aritmetica e fabbrica del consenso

di FRANCO CIMINO – Niente di nuovo sotto il sole opaco del nuovo giorno. Tutto come previsto. E non solo dai sondaggi, tutti per la prima volta azzeccati. Le uniche curiosità della vigilia riguardavano le proporzioni dei distacchi. Quanto il Centrodestra dal Centrosinistra ridotto. Quanto Fratelli d’Italia dalla Lega. Quanto Salvini da Berlusconi riaparecido. Quanto all’interno della articolata “scomposizione” dello spazio degli antagonisti, che potremmo chiamare quelli della non destra ufficiale, il distacco tra i partiti. Un’altra curiosità: di quanto avrebbe perso il PD. La curiosità per il voto al cosiddetto nascente terzo Polo di Calenda-Renzi, invece, neppure un grammo. 

Come si possa costruire una cosa nuova che non sia di destra e non sia di sinistra, ma forse liberale e, perché no, anche socialdemocratica e, se ci fosse tempo, macroniana, ambientalista nuclearista, pacifista bellico, rinnovatrice-conservatrice, ponendo come primo obiettivo di governo, e quale leadership di questo nuovo, Mario Draghi, che è letteralmente fuggito dalle gravi responsabilità dell’ora drammatica italiana e non solo, è un mistero facilmente disvelabile con la netta affermazione che in realtà si fosse privi di idee forti, di leader credibili, di coerenza incontrovertibile. 

La questione vera, sulla quale mai ci si interrogherà a sufficienza, è perché, in previsione del quadro elettorale determinatosi, tutti abbiano portato, e nel più grave momento del Paese (guerre “guerreggiate” e guerre inusitate, quelle economiche e sanitarie), alle elezioni anticipate. Alle elezioni più brutte e innaturali, ristrette in un tempo di campagna elettorale pressoché nullo, con gli ombrelloni aperti sulle paura degli italiani che avrebbero voluto riposarle sotto il sole rassicurante dell’estate. E perché, ancora prima, non le abbiano invece prodotte, le elezioni anticipate, quando “ caduto” il governo Conte due, soprattutto il PD, alleato allora con i Cinquestelle, gridava ai quattro venti  “o un nuovo governo Conte o andiamo al voto”. Abbiamo visto com’è andata a finire: il segretario “innovatore” attore dell’alleanza PD-5S, per la costruzione di un nuovo soggetto politico a guida Conte, è stato fatto fuggire, per essere sostituito da un ritorno dalla Francia (i ritorni non sofferti dalle fughe non spiegate, non piacciono molto agli italiani pur sempre accomodanti), di Enrico Letta, che ha cambiato, senza renderla molto chiara e convincente, la direzione di marcia di un nuovo corso politico per la costruzione di una nuova forza progressista ed europeista. Mistero, che va lasciato per il momento lontano dal tavolo della discussione odierna. Si spera nelle pubbliche assemblee, negli incontri delle basi e sui territori. Di più, nei Congressi delle vere discussioni, quelle che si facevano un tempo. 

Adesso conviene solo segnalare le vittorie e le sconfitte, vere. Più avanti si potranno analizzare politicamente e non nei laborati delle agenzie specializzate, i numerosi fattori che hanno prodotto questo risultato elettorale, nel suo complesso e nella specificità dei partiti. Chi vince, chi perde, e cosa in realtà si afferma, quindi. Vince la Meloni, che oltre ad aver portato, come forza prevalente, la destra ufficiale e rappresentativa alla guida del più importante paese europeo, vanterà per sempre un primato intoccabile: ha condotto la prima donna alla leadership di un partito. E la prima donna a capo del Governo. Si potrà discutere se in questo viaggio ella abbia portato le ragioni delle più vive battaglie delle donne e se non invece la “virilità” ridipinta della cultura politica al maschile. Si vedrà se il partito che da zero consensi e zero aspettative è passato, con una progressione impressionante, al quattro per cento della politiche del 2018 e al sei delle successive europee fino al quasi ventisei odierno, sarà stato e di più lo sarà in futuro un partito vero, democratico, di giovani e di donne, ad alta sensibilità femminile, e non già, come finora è sembrato, una forza elettorale personale e personalizzata, come lo sono ormai da venticinque anni anni quasi tutti i partiti odierni. 

Anche questo Cinque Stelle, che pur non avendo il nome del leader sul logo e sulle bandiere, è sempre stato il partito di un uomo solo, su cui concentrare la personalizzazione politica. Lo è sempre stato. Ieri di Peppe Grillo, con breve parentesi del duo Di Battista-Di Maio, oggi decisamente quello di Giuseppe Conte. Ha vinto Giuseppe Conte, la sua apparente follia e determinazione a imboccare, dopo il carico della responsabilità attribuitagli, secondo me ingiustamente, di aver fatto cadere il governo Draghi e la legislatura stessa, una strada obiettivamente pericolosa per un partito in progressivo calo di consensi, e costretto alla fuga di un centinaio di parlamentari e quella scissione farsa dell’ambizioso Di Maio, che però gli ha fatto solo il solletico e nel contempo il favore di liberarsi di una figura disturbante. 

Ha vinto a sinistra, prendendo spazi e consensi che il PD di Letta, non ha saputo difendere. Ha vinto sul terreno lasciato libero dai partiti di riferimento. Una vittoria netta conseguita, però, al di fuori di un programma organico e di una strategia politica ampia sul piano ideale, che sono mancati. Conta, invece, e tanto, il larghissimo consenso preso al Sud, che conferma e la giustezza dei temi trattati (lotta alle povertà, bonus edilizio, reddito di cittadinanza, salario minimo garantito) e il fatto drammatico dell’isolamento ormai strutturale di questa parte del Paese. Il suo abbandono atavico. Le delusioni e gli inganni subiti. Vedremo, però, anche per lui, Conte, cosa saprà fare non solo quale opposizione ferma annunciata, ma come forza politica democratica che voglia proporsi, evidentemente con altre, come alternativa di governo credibile. 

Hanno perso tutti gli altri, nessuno escluso. Elencarne le ragioni, pur quelle specifiche per i singoli partiti, è superfluo. Chi perde in politica non perde per colpa degli altri, ma per le proprie, anche quando, in taluni casi, una serie di “congiure” e congiunture sfavorevoli ne hanno accelerato il processo. 

I risultati finali dicono che il centrodestra complessivamente si attesta sul quarantaquattro per cento. Per i meccanismi di questa pessima legge elettorale guadagna sia alla Camera sia al Senato la maggioranza dei seggi. La somma dei voti dei partiti del centrosinistra, di Centro e dei Cinque Stelle, raggiunge quasi il quarantasette per cento. Un dato più alto, migliorabile pure, di quello del Centrodestra. Un regalo alla Meloni e compagni? Sì. Incredibile, ma vero. 

Di questa assurdità portano tutti, specialmente il PD, una colpa grave. Chi ne risponderà dinanzi ai propri elettori e al Paese? Come sempre nessuno. Abbiamo assistito, durante la giornata alle dichiarazione dei capi partito. In diretta televisiva dinanzi al Paese. Nessuno che abbia riconosciuto la sconfitta. Nessuno che abbia preso le decisioni conseguenti, dimettendosi dall’incarico ricoperto. 

Tra il patetico e il comico, abbiamo ascoltato il lungo monologo del capo partito che ha perso più di tutti, quel Matteo Salvini che, dall’inizio della passata legislatura non ne ha indovinata una. Si è annegato lui stesso nel laghetto di pioggia delle sue parole. Voleva perdere tempo perché arrivasse l’interruzione della diretta, ha letto numeri e ha fatto un lungo elenco di cose assolutamente inutili. Ha annunciato che da domani farà un nuovo giro dell’Italia per incontrare la base, i militanti e fare una nuova ripartenza. Imbarazzante. Solo un po’ più della conferenza stampa di Calenda. 

Chi si é distinto, invece, per serietà e sensatezza è stato Enrico Letta, che ha riconosciuto la sconfitta e la sua personale responsabilità in essa. Ha dichiarato che per spirito di servizio resterà in carica per preparare il Congresso nel quale non ripresenterà la sua candidatura a Segretario. Politico di altri tempi, di altra cultura. Quella democristiana, in particolare, per la quale il partito, e prima ancora le istituzioni, vengono prima dei destini dei leader e dei dirigenti. Un tema, questo, che mi piacerà affrontare in maniera organica e approfondita più avanti. La sua valenza è straordinaria per un progetto autentico di rilancio e rafforzamento della Democrazia. 

Infine, la vittoria più consistente nel suo intreccio con tre diversi ma convergenti elementi non trascurabili. È quella della protesta, rappresentativa di un grave, malessere che continua a non essere visto e considerato. Una protesta che contiene il rischio della sterilità e della assenza di una forte unitaria proposta politica e di un disegno per il futuro. La protesta, che si è fatta opposizione ferma e decisa, di Fratelli d’Italia. La protesta che si è concretata in un’altra opposizione, quella di Cinque Stelle. E la protesta più grande e più pesante, più gravida di rischi sociali e politici, l’astensionismo. Quello di ieri ha raggiunto il suo massimo storico in elezioni politiche. Ha votato il sessantatré per cento degli elettori. Al Sud ancora di meno. In Calabria poco più del cinquanta per cento. 

Ora, se le prime due proteste hanno trovato casa e casa buona, la prima al governo, la seconda nei banchi della minoranza parlamentare, la terza, restando fuori dai meccanismi istituzionali e manifestando una crescente sfiducia nelle istituzioni, reca con sé il pericolo di una definitiva rottura del Paese. Una rottura ancora più gravida di conseguenze perché, anche a causa della più pesante crisi economica che sta per raggiungerci, potrebbe scatenare una forma di incontrollato ribellismo, che, privo di rappresentanza politica, potrebbe tradursi in estese manifestazioni di violenza, specialmente in un Sud troppo stanco e sfiduciato. 

La guerra per il “pane” è alle porte di casa. Tenerlo bene in mente è obbligo morale. Sullo sfondo di questo scenario c’è, comunque, una nota assai buona. Finalmente una maggioranza di governo chiara e definita. Dopo moltissimi anni, un governo scelto dagli italiani. Un presidente del Consiglio indicato dagli elettori. Anche se non piacerà a pochi o a tanti, anche se rappresenterà solo un terzo degli italiani, il nuovo governo e il suo capo, hanno il diritto di governare, nelle regole democratiche recuperate, e noi tutti il dovere di rispettarli. 

Il resto dipenderà da quello che sarà in grado di fare. Nell’interesse del Paese e di questa Europa che è la casa comune in cui degnamene l’Italia vive. Ancora da protagonista. (fci)

IO BALLO DA SOLA: LA FUTURA PRESIDENTE
DOVRÀ FARE I CONTI CON LA COSTITUZIONE

di SANTO STRATI – La clamorosa affermazione del centrodestra, in realtà, è il successo personale di Giorgia Meloni. Con oltre il 44% dei consensi la leader di Fratelli d’Italia è destinata a vedersi assegnare l’incarico di formare il nuovo Governo da parte del Presidente Mattarella che non potrà non tenere conto delle indicazioni del popolo italiano. Sarà, dopo anni di governi “tecnici”, il ritorno di un presidente del Consiglio espressione del voto popolare. La Meloni sarà la prima donna presidente del Consiglio, ma si rassegni a subire l’attenzione minuziosa dell’opposizione che non le renderà la vita semplice. Ma, del resto, non sono semplici i problemi che da subito il futuro capo di governo dovrà affrontare: inflazione, caro bollette, crisi economia, il rischio sanitario, la guerra. E tenga conto Giorgia Meloni che da subito dovrà onorare col giuramento la Costituzione (rinnegando il fascismo, ai sensi della XII delle disposizioni transitorie e finali:  «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista»). Nonché chiarire la sua posizione sull’Europa. E, per quanto riguarda il Sud e la Calabria, spiegare senza indugi cosa pensa a proposito dell’autonomia differenziata che i partner leghisti voglio imporre a favore delle regioni ricche del Nord. 

In Calabria il suo partito non ha brillato com’è avvenuto nel resto d’Italia, superata dal partito di Conte (possiamo parlare già di Ex Movimento 5 Stelle?), ma i suoi rappresentanti che andranno in Parlamento dovranno, con coraggio, anche dissentendo da decisioni dell’alto, difendere e tutelare il futuro dei giovani calabresi. Auguri. (s)

MEZZA CALABRIA HA RINUNCIATO A VOTARE
IL TRISTE PRIMATO DELL’ASTENSIONISMO

di SANTO STRATI – In attesa di vedere i risultati veri che vengono dalle urne, dopo l’abbuffata di exit-poll e proiezioni che ci hanno accompagnato per tutta la notte, il primo avvilente risultato riguarda l’affluenza: la Calabria ha conquistato con il 50,74 per cento di votanti il triste primato della regione dove si è votato di meno. Un dato che sarebbe mortificante se non si considerasse che dei circa 500mila aventi diritto al voto che vivono fuori della Calabria una larghissima percentuale (per varie ragioni, in primo luogo economiche) ha rinunciato a tornare in Calabria a votare: il dato quindi non rispecchia la pur forte disaffezione e sfiducia nei confronti della politica, ma è indubbiamente inquietante. Se si guarda ai numeri si scopre che la Calabria ha perso il 13% di votanti rispetto alle elezioni del 2018, con il picco di Crotone precipitato al 45,96 per cento di affluenza e Reggio che registra un netto 12 per cento rispetto alle passate consultazioni politiche.

Il trend che le proiezioni e gli exit-poll fanno emergere indica una chiara (ed era scontata) vittoria di Giorgia Meloni. Non sappiamo ancora i numeri della regione per poter valutare se l’elettorato ha premiato – come lascerebbe intendere il dato previsionale – Forza Italia, ma di sicuro c’è da aspettarsi una netta flessione della Lega. Invece non si può non evidenziare la spettacolare e incredibile rimonta del Movimento 5 Stelle (che da oggi in avanti andrebbe meglio definito “partito di Conte”) grazie all’astuta (ed eticamente discutibile) strategia del nuovo “pifferaio nagico”, ovvero l’ex presidente del Consiglio, che ha praticamente fatto leva sui disperati del reddito di Cittadinanza, lasciando intendere la sua cancellazione in caso di mancata affermazione dei grillini. I troppi disperati (sono 220mila i percettori del Reddito di Cittadinanza in Calabria e almeno 200mila quelli che sperano di poterlo ottenere) come i topini di Hamelin dei fratelli Grimm sono scappati via dalle lusinghe delle altre forze politiche per salvaguardare l’aiuto di Stato. Una bella fetta di elettorato che ha premiato un movimento politico che – fatte le dovute minime eccezioni – ha realizzato poco, pochissimo per la Calabria e i calabresi (basta andare a guardarsi le statistiche di Camera e Senato sull’attività dei parlamentari pentastellati) in quasi cinque anni di mandato.

L’altro dato che, a caldo, va registrato riguarda i numeri della coalizione del centrodestra che pur essendo alti sono al di sotto dei un’eventuale intesa Pd-5 Stelle: in ogni caso nessuna coalizione ha, allo stato, i numeri che garantiscono la governabilità, salvo a immaginare un discutibile (per gli elettori) “inciucio” tra i fratelli di Giorgia e il duo Calenda-Renzi che – apparentemente – accetterebbero mai di entrare in un governo con Pd e 5Stelle. Ma siamo ancora nel campo delle primissime ipotesi e le valutazioni andranno fatte soltanto sui numeri definitivi. Nella serata di oggi avremo quasi certamente i risultati finali.

È calato, così, il sipario su una campagna elettorali pessima e basata sull’assenza di proposte politiche serie e di programmi che hanno escluso giovani, donne e lavoratori precari, mentre avanza l’inflazione, il caro bellette sta decimando imprese e lavoratori, e l’inverno si annuncia tra i più rigidi degli ultimi 50 anni, e non solo meteorologicamente parlando. Il futuro governo avrà il suo daffare e la Calabria, regina del non voto e cenerentola d’Italia e del Mezzogiorno, vedrà una nuova stagione di promesse non mantenute e di illusioni svanite. Potremmo e vorremmo felicemente sbagliarci. (s)

SI VOTA CON L’INCOGNITA ASTENSIONISMO
CALABRESI AVVILITI MA NON CAMBIA NULLA

di SANTO STRATI – Tra populismo di ritorno, sovranismo mascherato, una sinistra senza identità e in caduta libera e un centro – da molti vagheggiato – in cerca di spazi, agli elettori oggi non si presenta un’offerta in alcun modo allettante. Anzi,  saranno in tanti a guardare con sollievo la fine di questa orrenda e volgarissima campagna elettorale dove è prevalso il dileggio dell’avversario, la sua demonizzazione (da una parte e dall’altra), piuttosto che un confronto leale tra programmi e idee. E quando la politica scende a livelli così bassi, con una disaffezione fin troppo evidente, è ovvio che il populismo, quello becero e più insidioso, riesce a trovare spazi insperati.

Cosa resterà ai quasi quattro milioni di ragazzi che oggi, per la prima volta, si avvicineranno (?) alle urne, con la facoltà di esprimere il voto anche per la Camera alta (in precedenza votavano per il Senato solo i maggiori di 25 anni)? Non sappiamo la percentuale di quanti rinunceranno per fattori oggettivi (il non voto di chi studia e lavora lontano dal luogo di residenza è un’infame situazione che il Parlamento si è rifiutato di sanare) o per scelta ideologica, o, peggio ancora, per disinteresse totale e rifiuto della politica. Ma sarebbe un grave errore immaginare che ai giovani la politica non interessi, è semmai il contrario: è la politica che si è disinteressata delle nuove generazioni, declinando in quest’occasione una serie di verbi al presente indicativo, dimenticando di usare il tempo futuro. Una scelta scellerata che avrà il suo peso nella formazione delle future classi dirigenti: i nostri ragazzi, quelli bravi, laureati a pieni voti e con lode, ma anche quelli con un voto di laurea risicato, hanno imparato a proprie spese che la Calabria non è un paese per giovani. C’è chi il trolley l’ha preparato già dal primo anno di università, rinunciando, ahimè, a tre atenei che nella loro terra sfiorano l’eccellenza ma pur preparando una classe formata e competente di laureati, soprattutto, in campo scientifico, non vedono offerta poi alcuna opportunità di lavoro, di crescita delle competenze, di utilizzo delle capacità dei loro laureati. È colpa della politica regionale, si potrebbe dire per assolvere i governanti che si sono succeduti in 50 anni di Regione pur con lampanti indizi di colpevolezza, ma in realtà è tutto il sistema nazionale che viaggia su binari paralleli a rafforzare l’odioso divario. Nord e Sud continuano a essere separati grazie a una politica miope e occupata a spremere il Sud (ricco serbatoio di competenze formate a spese dei meridionali) e a valorizzare le già ricche regioni del Nord.

Una delle prime scelleratezze che il probabile governo che ci toccherà subire (vista l’impossibilità per gli elettori di scegliere a piacimento i propri rappresentanti) riguarda l’ampliamento del divario, ovvero l’applicazione dell’autonomia differenziata, dove a far testo sarà l’incostituzionale criterio della “spesa storica”: più hai speso (avendo le risorse), più avrai; meno hai investito (per mancanza di fondi destinati al Sud, spesso inutilizzati per incapacità), meno ti tocca. Questo significherà disagi ulteriori per le popolazioni meridionali, ma ai politici che nelle ultime settimane hanno riscoperto il Sud per fare incetta di voti con marketing social-populista, poco importa. Stasera in molti prepareranno i fazzoletti per dire addio ai Palazzi e qualcuno festeggerà l’insperata rimonta.

È facile trascinare le folle, con spregiudicate tattiche subliminali di pseudo-convincimento, giocando la carta del reddito di cittadinanza. “Giuseppi” Conte – che qualcuno continua a ritenere ingenuamente  l'”avvocato del popolo” – ha giocato sporco – diciamo la verità – facendo balenare la possibile cancellazione del reddito di cittadinanza da parte degli avversari e terrorizzando una schiera di disgraziati che nella stragrande maggioranza dei casi sopravvive grazie a questo strumento di welfare sociale. In Calabria, per dire, sono circa 220mila i percettori del reddito di cittadinanza e probabilmente altrettanti sono coloro che aspirano a poterlo ottenere: una massa incredibile di elettori presi per la gola (ci si consenta questa crudezza) con la garanzia del mantenimento del reddito di cittadinanza, ma solo se premiati dal voto. In verità, Conte, da buon incantatore di serpenti, ops – scusate – di folle di disperati adoranti non ha fatto altro che cogliere al balzo l’opportunità che i suoi amici e avversari gli hanno offerto. Nessuno dei politici ha capito cosa significa per milioni di italiani poter contare su una risorsa mensile assicurata per consentire una qualche sopravvivenza: lo strumento è giusto, ma la sua modalità di applicazione sbagliata. Va mantenuto, ma dev’esser un sostegno a chi il lavoro l’ha perduto o non riesce a trovarlo, non a chi preferisce poltrire (o lavorare in nero) e aspettare i quattrini sulla Postepay sociale. Non è un mistero che centinaia di operatori del turismo, quest’estate, si sono visti rifiutare offerte di lavoro da tantissimi giovani percettori del RdC: chi gliela faceva fare di andare a lavorare?

Stupidamente le destre, ma anche la sinistra, hanno gestito male la questione del reddito di cittadinanza e hanno offerto su un piatto d’oro una valanga di voti al partito di Conte (che col Movimento 5 sStelle crediamo abbia poco a che fare) che da dato per disperso ha riconquistato facilmente le piazze dei percettori dell’aiuto di Stato, molti disperati, troppi furbastri. Conte non ha fatto altro che cogliere il sentiment di una piazza avvilita, stufa e scontenta e trasformarlo in consenso. Un po’ quello che Grillo e i suoi hanno fatto nel 2018: allora si sono schierati contro la casta (ma poi lo sono diventati molti di loro) e hanno raccolto la rabbia e la voglia, ovvero lanciato la scommessa, di cambiamento. E qui, non tanto la destra con i suo proclami anti-profughi e il sovranismo mascherato da aspirazione al presidenzialismo (leggi potere assoluto), ha sbagliato, ma soprattutto la sinistra ha perso il treno della rinascita, trascurando la larghissima voglia di riformismo che l’avrebbe portata alla vittoria. Si è toccato con mano quanto sia distante il Paese della politica da quello reale. Ma non sperateci: nessuno farà un mea culpa e tutto resterà come prima, secondo la logica gattopardiana “cambiare tutto perché nulla cambi“.

Stasera conosceremo il nuovo volto del Paese e quali scenari si andranno a prefigurare. Se la Meloni non supera il 40% con la coalizione avrà poco da pretendere dal Paese che non ha mostrato di andare in delirio per leghisti nordisti-pentiti o fratellanze di dubbia affettuosità. Ma se Atene piange, Sparta non ride: a sinistra si raccoglieranno i cocci di una politica inesistente e il risultato sarà di una ingovernabilità assicurata. Cosa che il Paese, in questo momento, non si può permettere. Una sola proiezione possiamo permetterci, in attesa del voto: passato il 25 settembre, tutti quelli che hanno riscoperto il Sud (per ovvie necessità elettorali) se ne dimenticheranno in fretta. I nostri giovani continueranno a vedersi rubare il futuro, la Calabria sconterà più degli altri gli effetti perversi e nefasti del caro-bollette, il Ponte sullo Stretto tornerà dentro l’immutabile wish-list che il carosello della politica propina da anni a calabresi e siciliani, e la crescita e lo sviluppo del Sud resterà un sogno. Malgrado il Pnrr e le buone intenzioni del governatore Occhiuto. Buon voto a tutti. (s)

BENVENUTI AL SUD, L’ELDORADO IGNORATO
MA CHE FA GOLA AI POLITICI QUANDO SERVE

di ORLANDINO GRECO – Sta per terminare l’ennesima “discesa al Sud” dei cosiddetti leader nazionali dei partiti politici. Siamo nelle battute conclusive di una campagna elettorale che mai come stavolta non ha suscitato l’entusiasmo e la speranza dei calabresi a causa non solo di una legge elettorale che sempre più mantiene distanti i cittadini dai propri rappresentanti ma anche di candidature blindate frutto solo del compromesso e tra dei desiderata delle segreterie romane.

Benvenuti al Sud! Terra di storia e cultura già utilizzata dagli alleati per lo sbarco in Sicilia ma incoronata dai giornali padani come terra di mafia, la più potente organizzazione criminale. Un alibi, vista la diffusa illegalità presente in tutto lo Stivale, per non investire al Sud, non fare infrastrutture e sottrarre risorse.

Benvenuti al Sud! Vi siete inventati il Nord come “locomotiva” dell’economia nazionale per mettere il Sud agli ultimi vagoni con l’assistenzialismo clientelare, generatore di quel serbatoio di voti ricattabili che fanno la gioia e il risultato di classi politiche diversamente ineleggibili.

Benvenuti al Sud! Dove i treni viaggiano in una sola direzione, verso il Nord, portando via migliaia di giovani ogni anno. Siamo le regioni del reddito di cittadinanza per eccellenza, geniale intuizione per un consenso permanente, punto di orgoglio del partito del “vaffa”, il quale ha dimostrato che, pur essendo maggioranza relativa in parlamento, non si può governare se sono l’inadeguatezza e l’approssimazione a connotare il nuovo che avanza.

Benvenuti al Sud! Nelle regioni della Spesa Storica, espediente politicamente scorretto, complici i governi nazionali di ogni colore politico, per sottrarre al Sud risorse destinate ad asili nido, trasporti, fasce deboli e welfare. Ideato da menti raffinate e ciniche per sottrarre scientificamente risorse al Sud e tenerlo in una condizione di bisogno e, quindi, di subalternità. La stessa subalternità dell’assordante silenzio che ha caratterizzato sul tema la nostra deputazione, spesso prone ai diktat romani al fine di assicurarsi un posto al sole nelle prossime elezioni politiche.

Benvenuti al Sud! Dove ad accogliervi per come meritereste non possono esserci i nostri giovani in quanto sono, diplomati e laureati, gli emigrati di oggi, costretti ad inseguire altrove i propri sogni. Costretti ad osservare malinconicamente da lontano le regioni del Sud invecchiare e spopolare, essendo quelle con l’età media più avanzata ed un tasso di natalità sempre più basso nel Paese

Benvenuti al Sud! Dove la Calabria è  la regione del disastro sanitario per eccellenza. I vostri governi e i vostri ministri ci hanno rifilato commissari pagati a peso d’oro ma dimostratisi incapaci di gestire un sistema corporativo privo di colpevoli ma pieno di vittime: la malasanità. Versiamo ogni anno agli ospedali del Nord una cifra fra i 250 e i 300 milioni di euro, una “pacchia” come si dice in questi giorni di campagna elettorale, nel mentre gli ospedali del Sud vengono tenuti in condizioni da quarto mondo, ridotti a serbatoi elettorali e nei quali nessun medico di valore vuol venire ad operare.

Benvenuti al Sud! Venite pure a promettere il Ponte sullo Stretto e l’alta velocità ma attenzione, perché siamo poveri ma non imbelli. Torna alla ribalta politica, da Pontida, la manfrina dell’autonomia differenziata, cioè un altro espediente scorretto per negare risorse al Sud forzando la Costituzione ed il pensiero di Luigi Einaudi. Non solo.

Emergono inquietanti elementi di una scuola di pensiero secondo la quale i miliardi del Pnrr destinati alle regioni meridionali sarebbero sprecati perché i sindaci del Sud non sono capaci di progettare e aprire i cantieri. Se, invece, i miliardi vengono dirottati al Nord, si aiutano le imprese della “locomotiva d’Italia” a fronteggiare la crisi energetica e l’impatto sui costi di produzione.

Benvenuti al Sud! Questa volta, però, ci sono sindaci pronti a fare le barricate e noi con loro. Vogliamo un’Italia unita, da nord a sud, nella solidarietà e nel benessere: lavoro, istruzione, sanità, trasporti. Al Sud come al Nord. Qualche passo avanti c’è stato. Non si saltella più cantilenando: “Senti che puzza… scappano anche i cani… stanno arrivando i napoletani”. L’Italia di mezzo, divertita, rideva. Ora vengono a chiedere i voti meridionali necessari per poter governare.

Benvenuti al Sud! Godetevi questo scampolo di fine estate: il nostro mare, il “nostro” sole, i borghi, i parchi, le testimonianze della nostra storia, tutto ciò, insomma, che non avete potuto prenderci e portare al Nord. Con l’occasione visitate il Porto di Gioia Tauro, il più importante del Mediterraneo, che avete discriminato per privilegiare i porti del Nord. In termini di cultura di governo e di interesse nazionale si può essere più miopi?! Avremmo dovuto avere il rigassificatore già da anni ed oggi si litiga per Piombino.

Benvenuti al Sud! Abbiamo la certezza che, alla fine, riusciremo a fare ciò che non è riuscito a Garibaldi e Cavour e non per colpa loro: un’Italia unita, giusta, uguale da Nord a Sud, con gli stessi diritti e gli stessi doveri in una Europa che col Recovery Plan vuole finalmente mettere fine alle diseguaglianze che avete creato e alimentato per decenni, impunemente.

Alla fine, nonostante i dubbi e le ipocrisie, andremo a votare perché il voto è un diritto che va esercitato e per noi è anche un dovere costituzionale. D’altronde il Sud è anche questo, è legalità accompagnata da un alto senso delle istituzioni ma su questi temi vi è ormai una consapevolezza diffusa per la quale le sorti del Mezzogiorno sono strettamente correlate alla ripartenza del Paese.

La politica, tutta, non potrà far finta a lungo di non saperlo ma noi saremo sempre pronti a ribadirlo, nell’interesse generale.

Benvenuti al Sud! (og)

(Orlandino Greco è segretario federale del Movimento Italia del Meridione)

RISCOPERTO IL SUD PER NON PERDERE VOTI
MA I MERIDIONALI NON SONO MICA FESSI

di GIOVANNI MOLLICACrediamo non si sia mai vista, in Italia, una campagna elettorale nazionale così sgangherata e becera. Adesso che è quasi terminata abbiamo l’impressione che il merito – o, meglio, il demerito – sia soprattutto di esponenti politici di sesso maschile. 

Che hanno ecceduto in attacchi personali (il nemico fascista, traditore della Nato, temuto da Ue e americani), in proposte cialtronesche (meno tasse per tutti, aumento delle pensioni, migliaia di nuovi posti di lavoro). 

Fino ad arrivare a più o meno aperte minacce da bulli di periferia (“…dovranno buttare sangue” e “…vieni senza scorta se hai il coraggio”).

Immaginiamo lo sconforto di Draghi. Viene il dubbio che il suo No a un nuovo incarico derivi dalla triste riscoperta dell’attualità del motto mussoliniano: “Governare gli Italiani non è impossibile: è inutile”.

In questo guazzabuglio di chiacchiere senza costrutto, diviene sempre più evidente che “l’agenda Draghi” è una pura invenzione: quello che un qualsiasi nuovo governo dovrebbe perseguire è “il metodo” dell’ex Presidente della Bce: affrontare i problemi del Paese uno a uno e con serietà.

E, soprattutto, dire la verità alla gente, anche se è poco gradita. Basta con le menzogne.

Solo Meloni – forse perché donna, più equilibrata dei maschietti e meno usa alla rissa e ai toni arroganti (chiedo scusa per il femminismo d’antan) – è rimasta una spanna al di sopra di polemiche. Più squallide che efficaci. Non parliamo di “politica” ma di “buona educazione”.

È anche vero, però, che le elezioni non sono un pranzo di gala e la conclusione della campagna elettorale merita qualche ulteriore riflessione. 

Vanno analizzati con realismo e crudezza sia l’eredità lasciata dall’attuale governo che gli aspetti più “politici” del confronto, sottolineando la sospetta tempistica con la quale alcuni leader hanno affrontato problemi che riguardano la vita dei cittadini.

In altre parole, la credibilità di un’iniziativa dipende anche dal momento nel quale viene proposta: le forze politiche che pontificano sull’energia solo quando appare imminente il suo razionamento sono poco affidabili, soprattutto se hanno ignorato il tema per anni. 

Magari irridendo con l’accusa di “sovranismo” chi sosteneva la necessità di una minore dipendenza dall’estero.

Lo stesso dubbio nasce se si parla di Ponte sullo Stretto, da realizzare immediatamente dopo essere andati al governo. 

Quando, solo poche settimane fa, chi oggi lo promette è uscito dall’aula per non votarne l’inserimento tra i programmi urgenti dell’Esecutivo.

Analogamente, gli strenui difensori di Draghi dovrebbero avere l’onestà intellettuale di ammettere che si è circondato di Ministri e Sottosegretari culturalmente e tecnicamente inadeguati rispetto ai pesantissimi compiti che il Premier aveva loro affidato. Giovannini, Carfagna, Gelmini e lo stesso Cingolani – a nostro personalissimo parere – si sono guardati bene dall’affrontare temi fondamentali per i loro Dicasteri. Che l’abbiano fatto per ignoranza (difficile!) o solo al fine di evitare grane, poco cambia perché il loro fingere di non vedere è la negazione del “metodo Draghi” ed espone il Premier all’accusa di “doroteismo”. 

Meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

L’esempio più eclatante è la Questione meridionale che si porta appresso un’infinità di “grane” – sarebbe meglio chiamarli drammi –, impossibili da occultare sotto il tappeto di media compiacenti. Così è accaduto che a pochi giorni dal voto è emersa la prorompente crescita del M5S nel Meridione, rendendo indispensabile una reazione da parte dei partiti che perdevano vistosamente i consensi che, scioccamente, credevano acquisiti.

In epoca non sospetta avevamo detto che solo chi era convinto che gli elettori del Sud fossero idioti poteva credere di prenderli in giro a lungo e in modo così volgare; ma evidentemente l’arroganza e il cinismo dei leader politici, degli opinion maker da salotto romano e dei direttori di media asserviti ai loro editori supera le più pessimistiche congetture.

Adesso sono in molti a tentare, pateticamente, di “metterci una pezza”.

Si è improvvisamente scoperto che “L’Italia non cresce se non cresce il Sud”, dopo che, per vent’anni, sono stati ignorati gli appelli di tanti meridionalisti disperati. 

Compreso chi scrive. Ci si accapiglia sul Ponte di Messina senza capire che è la premessa dell’individuazione di aree territoriali innovative, nelle quali sperimentare il futuro del trasporto, della mobilità e dell’economia green. 

Proiettandosi verso il Mediterraneo, l’Africa (Moraci).

Altro argomento che ha dominato la campagna elettorale è il ruolo dell’Italia nell’Ue e nel sistema politico internazionale. Non certo dal punto di vista economico (come sarebbe doveroso) né in quello geostrategico (da definire urgentemente, vista la nostra posizione geografica e quanto accade nel Mediterraneo) ma esclusivamente per quanto concerne lo schieramento. 

Ricorda l’intimazione “Amiken o Nemiken?” del soldato nazista creato dal grande Bonvi. Senza accettare la geniale risposta “Semplice conoscente”. 

Un’alternativa tragica che non dovrebbe essere la premessa ma la conseguenza logica delle prime due scelte. 

L’atlantismo può benissimo convivere con la nuova globalizzazione, senza essere figlio della Guerra fredda.

Aver evitato il confronto sulle fonti energetiche, sul futuro del Sud e sull’atlantismo sono solo alcuni dei tanti temi furbescamente utilizzati per mascherare la carenza di sensibilità sociale e di una vera cultura di governo da parte dei futuri policy maker. 

Speriamo che questo sia l’ultimo Parlamento imbelle, più legato alle poltrone che ad affrontare i problemi del Paese. Un Parlamento nelle cui spire Draghi è rimasto avvinto e dai cui riti (riteniamo) non vede l’ora di scappare.

Tornando all’oggi, era facile prevedere che l’aver fatto del Reddito di Cittadinanza l’unico efficace strumento di ricerca del consenso in un terzo del Paese diverrà un elemento di stravolgimento dei risultati elettorali e nella formazione di maggioranze omogenee. 

E darà nuovo vigore a metodi di governo basati sul compromesso. Finalizzati soprattutto all’ingresso nella “stanza dei bottoni”, allo scopo di non far fare ciò che serve veramente al Paese. Speriamo di sbagliarci. (gm)

CALABRIA, ASTENSIONISMO INVOLONTARIO
IL NON VOTO DI CHI NON RIESCE A TORNARE

di SANTO STRATI – Tra le tante “malefatte” da addebitare alla legislatura che si conclude il 25 settembre, oltre alla mancata introduzione di una nuova legge elettorale, c’è l’imperdonabile indifferenza per i tantissimi elettori che non riescono a tornare al luogo di residenza per votare. Sono una massa enorme (circa 5 milioni) di elettori e la Calabria è una terra che primeggia in questa triste realtà.

Lo slogan lanciato dal collettivo Valarioti “Voto sano da lontano” che accompagnava la proposta di legge per prevedere il voto a distanza di chi vive, per studio o lavoro fuori della propria regione, ha trovato una tiepida accoglienza e la fiera opposizione del Ministero dell’Interno.

Ben cinque le proposte di legge che prevedevano “Disposizioni per l’esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini domiciliati, per motivi di studio universitario o di lavoro, fuori della regione di residenza”. La prima (presentata il 28 marzo 2019 con prima firmataria Marianna Madia) era stata assegnata a Giuseppe Brescia come relatore in Commissione il 5 maggio 2021; sono seguite altre a firma Enrico Costa (8 aprile 2021), a firma di Giuseppe Brescia (9 aprile 2021), di Maurizio D’Ettore (15 aprile 2021) e, infine di Massimo Ungaro (16 aprile 2021). Il tempo per discutere e approvare il provvedimento (somma di tutti gli atti presentati di cui s’è detto prima) c’era (l’ultima discussione in Commissione è stata il 16 marzo 2022), ma evidentemente si è preferito lasciar correre e affidare alla futura legislatura le decisioni in merito.

Eppure, viene da immaginare uno scenario ben diverso se fosse stata data la possibilità di voto a chi, per motivi di studio o di lavoro ha un domicilio diverso (e lontano) dalla propria residenza. Già, perché oltre a chi si astiene perché “disgustato” da questa politica, per noia o per manifestare il proprio disprezzo per le urne “pilotate” con seggi blindati e candidati paracadutati a destra e manca, c’è una cospicua percentuale di elettori che, pur volendo esercitare il proprio diritto-dovere di voto, non può. Per ragioni di distanza che rivelano i disagi non solo economici di una trasferta occasionale.

Quindi, c’è da considerare che il 55% e passa di astenuti che sono stati registrati alle passate elezioni regionali calabresi del 2021, in realtà sono rappresentati per oltre la metà da elettori impossibilitati a tornare a votare. E se lo spettro dell’astensionismo alle elezioni della prossima domenica è quello che fa più paura agli “impavidi” parlamentari che non hanno voluto concedere il diritto di voto a distanza ai fuorisede, si capisce perché diventa imperdonabile non aver provveduto per tempo ad autorizzare quello che, invece, è ammesso per il voto degli elettori che vivono all’estero.

In poche parole, facendo qualche raffronto con le passate elezioni viene fuori che in Calabria nel 2018 per le politiche è andato a votare poco più del 63 per cento degli aventi diritto, nel 2019 alle europee la percentuale è precipitata al 44 per cento, dato riconfermato alle regionali del 2020 e del 2021, mettendo la Calabria tra le regioni meno virtuose per l’affluenza alle urne.

In realtà, come si è detto, va considerato che sono circa 500mila i calabresi che per lavoro o università hanno il domicilio fuori della regione, pur avendo conservato la residenza: significa che sul milione 900mila aventi diritto, in realtà andrebbero esclusi i 500mila domiciliati fuori regione, visto che di questi appena il 5-10% torna a votare. Tradotto in soldoni, la percentuale degli astenuti andrebbe perciò calcolata sull’effettivo numero di chi si reca al voto, dimezzando il valore del totale degli astenuti. Non è complicato, ma equivarrebbe a dire che, in realtà, l’astensionismo calabrese si attesta intorno al 25% e non al 55%. Ormai è troppo tardi per rimediare, ma dev’esserci l’impegno della futura legislatura a provvedere non solo a modificare, immediatamente e senza alcun indugio, il Rosatellum, quest’infame legge elettorale che ha finito con l’allontanare dalla politica gran parte degli ultrasessantenni e tenere a dovuta distanza i diciottenni e le nuove generazioni che, pure, a nostro avviso, hanno fame di politica ma nessuno si occupa di loro.

Non è con ridicole e patetiche apparizioni su TikTok che si conquista l’elettorato giovane. Che, pur lontano dal teatrino della politica, ha capito perfettamente che tutti i partiti che si contendono i seggi di Camera e Senato in questa occasione hanno usato solo l’indicativo presente. Non c’è visione di futuro, non c’è uno straccio di programma che coinvolga le nuove generazioni (cui si continua a rubare il futuro) dando loro qualche flebile speranza di cambiamento e di rinnovamento sociale.

Avevamo, ahimè, scritto con largo anticipo che sarebbe stata una campagna elettorale terribile, crudele e da dimenticare, con denigrazioni dell’avversario e l’ ”allarme” – dall’una e dall’altra parte – sintetizzato nello schema idiota “votate noi se no vincono gli altri”. Roba da far scompisciare dalle risate nella tomba monsieur de La Palisse. Si è preferito vagheggiare fantasmi, tra populismo, sovranismo neocomunismo, neocentrismo e via discorrendo piuttosto che delineare un programma non da libro dei sogni, ma con i piedi ben saldati alla realtà.

Si è visto di tutto e questa settimana sarà cruciale: mai come questa volta gli elettori (quelli che andranno o potranno andare a votare) decideranno negli ultimi giorni a chi affidare le proprie scelte.

Un risultato, al di là dei sondaggi che, obiettivamente, sono sembrati grottescamente farlocchi, si può già facilmente anticipare: l’Italia rimane un Paese ingovernabile grazie al Rosatellum che, dopo il taglio dei parlamentari, ha provocato ulteriori situazioni di ingovernabilità. Si dovrà optare per una grosse koalition alla tedesca, ovvero a un governo di salute pubblica con un trasversalismo che guardi solo al bene del Paese. Solo che Draghi non è disponibile e non c’è una figura in grado di mettere insieme forza favorevoli e contrarie che superano gli antagonismi e facciano solo gli interessi degli italiani. Andiamo, però, tutti a votare domenica prossima: è un diritto-dovere cui non possiamo né dobbiamo rinunciare. (s)

Elezioni / Nino Foti, le priorità: lavoro, infrastrutture e giovani

di SANTO STRATI – Reggino doc, Nino Foti, 64 anni, è stato deputato alla XVI legislatura, eletto nel 2008 per il Popolo della Libertà. Come parlamentare è stato membro della IX Commissione Trasporti e Lavoro della Camera. Laureato in Giurisprudenza, è presidente della Fondazione Magna Grecia, un’organizzazione no-profit che promuove lo sviluppo economico del Paese e, soprattutto, delle regioni meridionali.

Il pensiero fisso per Nino Foti è il lavoro. L’ex deputato si ricandida alla Camera nelle liste di Noi moderati – quarto raggruppamento della coalizione di centrodestra – quale capolista in quota proporzionale per Montecitorio in Calabria ed è convinto che solo cona profonda riforma del mondo del lavoro si possano ristabilire i canoni base dello sviluppo. «Il lavoro – secondo Foti – non nasce per decreto legge, lo creano le imprese…». 

– E la Pubblica amministrazione?

«Noi abbiamo molto a cuore il lavoro privato, perché sappiamo bene che è il motore della creazione di un’occupazione sana che contribuisce al Prodotto interno lordo del nostro Paese. Detto questo, lo Stato svolge compiti preziosi e ineliminabili, ma va anche riformato nel profondo. La Pubblica amministrazione per Noi moderati va svecchiata con estrema urgenza, agevolando l’uscita di chi è in età pensionabile e assumendo al più presto decine di migliaia di giovani, tra l’altro decisivi per non affliggere l’attività degli Enti pubblici con quel digital divide di cui soffrono tanti impiegati e funzionari di vecchia data. 

Sburocratizzare, insomma, dev’essere un’autentica “parola d’ordine” per il nuovo Governo di centrodestra; e un’oculata spending review sarà sicuramente d’aiuto. Poi però ci sono anche varie categorie professionali penalizzate ingiustamente, penso ad esempio agli insegnanti. I docenti italiani sono quelli con gli stipendi più bassi d’Europa: noi proponiamo d’aumentare subito la loro retribuzione del 10% per poi riallinearla a quella degli altri Paesi europei».

– Lei proviene da Noi con l’Italia, una delle quattro ‘anime’ di questa lista insieme a Coraggio Italia, Italia al centro e Udc. Maurizio Lupi l’abbiamo spesso sentito molto critico verso i Cinquestelle e il Reddito di cittadinanza…

«Intanto, distinguiamo. Proprio a causa di Giuseppe Conte e del Movimento Cinquestelle è venuto meno il governo Draghi: una ‘mossa’ da incoscienti, da irresponsabili a fronte di sfide epocali che l’Italia ha davanti, dal rapido e proficuo utilizzo delle enormi risorse del Pnrr all’esigenza di farsi valere sui mercati mondiali nonostante la gravissima crisi energetica. Quanto al Reddito di cittadinanza, noi non abbiamo mai chiesto d’abolirlo, ma di rimodularlo completamente. Proprio Lupi ha chiarito che la misura complessivamente costa al nostro Paese 8 miliardi di euro all’anno e che, di questi, 3 miliardi potrebbero continuare a finanziare un “Sostegno” destinato solo a chi non può lavorare o proprio non riesce a trovare un’occupazione».

«Gli altri, però, debbono lavorare, non adagiarsi su una misura assistenzialistica che non fa crescere l’economia del Paese. Va detto con chiarezza che su 3 milioni 450mila percettori circa di questa misura, circa 1 milione 800mila ne hanno effettivamente diritto in relazione a fragilità psicofisiche. 

Ma con gli altri 7 miliardi di euro si potrebbero defiscalizzare tutte le nuove assunzioni, specialmente quelle che coinvolgono le nuove generazioni, creando le condizioni ottimali per le imprese affinché tornino ad assumere gli addetti di cui hanno bisogno. 

I contributi previdenziali figurativi andrebbe a pagarli lo Stato, proprio con questi 7 miliardi. La verità è che i nostri giovani vanno accompagnati al lavoro, non a un sussidio che, una volta terminato, li lascerà in una marginalità da cui sarà davvero difficile uscire».

– Ma non si potrebbero creare migliaia di posti di lavoro con grandi investimenti, realizzando le maxi-infrastrutture di cui nel Mezzogiorno si parla da anni?

«C’è una premessa da fare: il maggior investimento in assoluto è quello nell’ “infrastruttura sociale”, cioè sul capitale umano, sulle competenze, sulla creatività. Quanto alle infrastrutture la priorità, specie qui al Sud, è non farci “scippare” quelle a portata di mano. Faccio un esempio: tutti pensavano che l’Alta velocità ferroviaria, che a nostro avviso deve necessariamente interessare l’intero Mezzogiorno, fosse finanziabile attraverso il Pnrr. 

Ma oggi sappiamo che non è così: è chiaro che la politica deve farsi carico di questo e trovare rapidamente una soluzione. E una soluzione sensata, aggiungo io: non s’è mai vista un’arteria ad “alta velocità” che però è più lunga di quasi 50 km del tracciato ad oggi esistente e costa 2,5 miliardi di euro in più».

«Vogliamo dirne un’altra? Il Ponte sullo Stretto ha generato decenni di discussioni e di polemiche inutili. Una volta al Governo, la coalizione di centrodestra saprà dire “basta” a tutto questo e avviare una volta per tutte la realizzazione di un’infrastruttura cruciale non tanto per collegare la Sicilia alla Calabria, ma per consentire appieno le connessioni previste dall’Ue. Peraltro, i soldi ci sono, incluso l’intervento dei privati nel project financing; così come esiste il progetto esecutivo, ovviamente da integrare alla luce delle nuove evoluzioni tecnologiche. Resta un solo rammarico: aver perso l’occasione di realizzare il Ponte e aver speso le stesse risorse che sarebbero bastate a costruirlo in contenziosi col general contractor Impregilo e altri soggetti».

– A proposito: e il trasporto aereo? Non ci avevano promesso impetuosi sviluppi per gli scali calabresi in questi anni?

«Guardi, dobbiamo misurarci con una realtà completamente diversa. Quest’estate, perfino i turisti arrivati a Reggio Calabria dagli Stati Uniti o dall’Australia non hanno trovato voli e sono stati costretti a bivaccare all’aeroporto di Fiumicino senza che nessuno protestasse davvero. Non è possibile che all’Aeroporto dello Stretto ci sia un solo volo al giorno, peraltro operato da una società pubblica ossia l’Ita, l’ex Alitalia insomma, che proprio in quanto pubblica aveva il dovere d’impegnare pochi milioni di euro per coprire il periodo da maggio a settembre senza lasciare tanti passeggeri in gravi difficoltà, incluse persone malate o piccoli commercianti che non possono permettersi di restare una notte a Roma e per guadagnare mille euro finiscono per spenderne magari 1.200».

– La campagna elettorale è il ‘classico’ momento delle promesse che non sempre dopo il voto si realizzano. Ma famiglie e aziende stanno soffrendo terribilmente già oggi per gli aumenti vertiginosi, dal prezzo del pane a quello dei carburanti, legati agli enormi rincari di gas ed energia elettrica. Cosa si può fare al riguardo?

«Il Paese deve dotarsi di una seria pianificazione energetica che in questi anni purtroppo è mancata. Secondo Noi moderati, il nuovo Governo ovviamente si dovrà far carico di aiuti immediati e molto ingenti, soprattutto verso le imprese letteralmente stremate dalle bollette. Ma dovrà anche cancellare l’insulsa politica del “no a tutto” tipico di un certo ecologismo sinistroide che non ha a cuore né il progresso né il futuro dei nostri giovani e iniziare a dire tanti “sì”. “Sì” innanzitutto alle fonti rinnovabili d’energia, “sì” anche alla ricerca per reintrodurre l’energia nucleare su basi nuove, sicure e affidabili. Soprattutto perché l’Italia, così come gli altri Paesi, non ha altra scelta». (s)

LA SCARSA PRODUTTIVITÀ IN PARLAMENTO
SONO DELUDENTI I NUMERI DEI CALABRESI

di FABIO PUGLIESE – La 18esima legislatura della Repubblica Italiana, iniziata il 4 marzo 2018, volge ormai al termine ed il prossimo 25 settembre nascerà un nuovo Governo. Molti dei parlamentari uscenti, in totale sono 30, non sono stati ricandidati e solo per alcuni vi è stata la possibilità di una ricandidatura che potrebbe rivederli tra i 19 parlamentari che la Calabria eleggerà, a seguito del taglio dei parlamentari, appunto il prossimo 25 settembre.

Come hanno lavorato i parlamentari uscenti che aspirano ad essere rieletti? Per capirlo basta andare sul sito web Open Parlamento all’interno del quale è riportato minuziosamente e nel dettaglio tutta l’attività che ogni singolo parlamentare calabrese ricandidato per la prossima legislatura ha svolto negli ultimi 5 anni.

Il bilancio è netto e concorre a farci comprendere quale sia la dimensione di una incapacità politica che la Calabria, negli ultimi anni, ha pagato molto caro anche e soprattutto per merito di una classe politica parlamentare letteralmente miracolata, inetta ed incapace Nel collegio uninominale Cosenza – Tirreno per il Movimento 5 Stelle è candidata Anna Laura Orrico che è anche candidata nel plurinominale insieme ad Enza Bruno Bossio del Partito Democratico. Il confronto tra queste due parlamentari è praticamente inesistente. La Orrico in 5 anni produce davvero molto poco: 2 disegni di legge (di cui nessuno approvato), 1 mozione, 14 interrogazioni a risposta scritta, 2 interrogazioni in commissione, 4 ordini del giorno in assemblea e 3 emendamenti. Enza Bruno Bossio in 5 anni ha presentato ben 16 disegni di legge di cui 6 approvati, una mozione, 3 interpellanze, 10 interrogazioni a risposta orale, 17 a risposta scritta e 32 in commissione. Sono 2 le risoluzioni in commissione, una risoluzione conclusiva, 28 ordini del giorno in assemblea e 158 emendamenti.

Nel Collegio Catanzaro i parlamentari uscenti che aspirano ad essere rieletti sono Wanda Ferro (Fratelli d’Italia – Lega – Forza Italia), ed Elisa Scutellà (Movimento 5 Stelle). Anche qui il confronto è imbarazzante. La Ferro in 5 anni di opposizione al Governo presenta 5 proposte di legge cui una approvata “in materia di compensazione dei crediti maturati dalle imprese nei confronti della pubblica amministrazione”. Elisa Scutellà 2 e nessuna approvata. La Ferro presenta 208 interrogazioni a risposta scritta e 29 in commissione. La Scutellà appena 8 interrogazioni a risposta scritta e nessuna interrogazione in commissione. Sono 80 gli ordini del giorno presentate in assemblea dalla Ferro contro le 8 della Scutellà. In 5 anni la Ferro presenta 376 emendamenti contro i 5 della Scutellà…

Nel Collegio Vibo Valentia – Reggio Tirrenica i parlamentari uscenti che ambiscono ad essere rieletti sono la ex “grillina” Dalila Nesci sostenuta dalla coalizione che comprende anche il PD e Riccardo Tucci (Movimento 5 Stelle).  Nesci, che oggi è espressione del partito di Di Maio, in 5 anni presenta 11 disegni di legge di cui 5 approvati. Tucci, invece, niente… Proprio niente. Incredibile ma vero: proprio niente…

Al fine di favorire una buona analisi i è ritenuto opportuno dare rilevanza a tutto ciò che i parlamentari hanno prodotto come primi firmatari. Ciò è importante poiché molto spesso i parlamentari sono co-firmatari di atti su cui non hanno lavorato ma che firmano solo per favorire il collega di partito primo firmatario che coglie l’opportunità di dare peso al proprio lavoro raccogliendo più firme di parlamentari.

Eclatante, infine, il caso di Corigliano-Rossano. Ho voluto approfondire l’analisi per capire anche qual è il risultato prodotto in questi ultimi 5 anni dai quattro parlamentari nella terza città della Calabria dai parlamentari Abate, Forciniti, Sapia e Scutellà. Quest’ultima è la sola ad essere stata ricandidata (peraltro nel collegio di Catanzaro…). Mentre l’Abate, Forciniti e Sapia come è noto non sono stati ricandidati.

In pratica la somma di tutto ciò che in 5 anni è stato prodotto da tutti e 4 i parlamentari del Movimento 5 Stelle eletti a Corigliano-Rossano nell’ultima legislatura è al di sotto di ciò che il solo Giovanni Dima, da onorevole eletto alla Camera dei Deputati della Repubblica Italiana nella 16esima legislatura, ha prodotto da solo nei 5 anni che vanno dal 2008 al 2013. La scelta del confronto con l’on. Dima è dovuta al fatto che Corigliano-Rossano nella 17esima legislatura non ha eletto parlamentari. Quindi, andando a ritroso nel tempo, il primo confronto utile è con l’on. Dima eletto, appunto, nella 16esima legislatura.

Ciò che è emerso lascia davvero senza parole.

Negli ultimi 5 anni l’on. Rosa Silvana Abate ha presentato al Senato della Repubblica italiana solo 2 disegni di legge. I colleghi eletti alla Camera dei Deputati on. Scutellà solo 2, l’on. Forciniti solo 2 e l’on. Sapia 5. In totale, tutti e 4, hanno presentati 11 disegni di legge. L’on. Giovanni Dima da solo, in 5 anni, presentò 12 disegni di legge.

L’on. Abate e l’on. Scutellà in 5 anni non hanno presentato neanche una mozione. L’on. Forcini solo una mentre l’on. Sapia ne presenta 2. In totale 3. Dima, in 5 anni, ne presentò 2.

L’on. Forciniti in 5 anni non presenta neanche una interpellanza. L’Abate e la Scutellà una a testa mentre Sapia ne presenta 7. Tutti e 4 ne presentano in totale 9. Dima, in 5 anni, ne presentò solo 2.

La senatrice Abate in 5 anni ha presentato 8 interrogazioni a risposta orale e 3 a risposta scritta. La deputata Scutellà ne presenta 2 a risposta orale e 8 a risposta scritta, il collega Forciniti solo 1 a risposta orale e solo una a risposta scritta mentre Sapia ne presenta 2 a risposta orale e 90 a risposta scritta. In totale, i 4 parlamentari eletti a Corigliano-Rossano hanno presentato 115 interrogazioni. L’on. Dima da solo, in 5 anni, non presenta neanche una interrogazione a risposta orale ma sono ben 129 quelle a risposta scritta!

La senatrice Abate in 5 anni presenta in tutto 4 risoluzioni. Neanche una per Scutellà, Forciniti e Sapia. L’on Dima in 5 anni da solo ne presenta in tutto 6.

Dima viene superato solo per ordini del giorno (ne presenta 5), contro i 15 dell’Abate, gli 8 della Scutellà, i 28 di Forciniti ed i 25 di Sapia. E per emendamenti poiché Dima ne presenta 14 contro i 200 dell’Abate, i 5 della Scutellà, i 2 di Forciniti ed i 7 di Sapia.

In definitiva, stupisce il dato sull’indice di produttività. Questo prende in esame il numero, la tipologia, il consenso e l’iter degli atti presentati dai parlamentari in modo da poterli confrontare tra di loro. In pratica valuta, in parole povere, la qualità del loro operato svolto nella legislatura.

All’on. Giovanni Dima viene attribuito un voto pari a 179,6. L’on. Francesco Sapia 58,1, l’on. Abate 34,0, l’on. Forciniti 27,5 e l’on. Scutellà 21,9.

Tutti i 4 parlamentari eletti nel Movimento 5 Stelle nella 18esima legislatura a Corigliano-Rossano in totale ottengono un indice di produttività sommato pari a 141,5 che è inferiore a quello ottenuto dal solo on. Dima nella 16esima legislatura (pari, appunto, a 179,6).

Tutti questi parlamentari sono stati – come direbbe Beppe Grillo – “pagati con i soldi dei cittadini” in quanto sono di fatto “dei nostri dipendenti”. È evidente, tuttavia, che mentre alcuni hanno svolto un lavoro tutto sommato accettabile altri, invece, hanno lavorato poco o nulla. Quest’ultimi, il dato lo conferma in modo inconfutabile, sono soltanto i parlamentari ricandidati nel M5S… (fp)

TRA BELLE PAROLE E PATETICHE PROMESSE
I POLITICI AFFOSSANO SEMPRE DI PIÙ IL SUD

di GIOVANNI MOLLICA – I risultati elettorali rispondono a dinamiche molto variegate che vanno dalla simpatia verso il leader di un partito alla personale, egoistica convenienza dell’elettore. Esempi tipici di queste motivazioni sono la diffusa antipatia nei confronti di Matteo Renzi e l’incrollabile difesa del Reddito di Cittadinanza da parte di Giuseppe Conte.

Con queste propensioni, più o meno istintive, convivono tanti altri impulsi, tra i quali vi è anche il modello di società nella quale ognuno di noi vorrebbe vivere. Coloro che considerano importante il valore della solidarietà sentiranno maggiore affinità con i partiti che la perseguono; chi vive in un quartiere pericoloso darà il suo appoggio ai paladini della sicurezza e così via. In questo legittimo intreccio di sentimenti è un sano esercizio intellettuale tentare di demolire le convinzioni che semplificano troppo la complessa logica delle votazioni; in omaggio all’invito di Popper: “Ogni mattina, appena svegli, bisognerebbe impegnarsi a sfatare un qualche luogo comune”.

Uno di quelli che vanno per la maggiore è che la crescita del M5S a Sud sia prevalentemente dovuta al Reddito di cittadinanza. Comodo riscontro all’accertata (?) vocazione parassitaria dei meridionali. Convinzione che, tafazzianamente, trova numerosi sostenitori in quel Sud che del RdC è il primo beneficiario.

A nessuno (o quasi), sembra venire il dubbio che le ragioni del consenso ai 5S non risiedano invece nella totale assenza di progetti per lo sviluppo del Mezzogiorno da parte delle altre forze politiche. Non ci riferiamo alle poche (pochissime e patetiche) promesse inserite a forza nei programmi dei partiti, ma all’evidente incapacità di capire cos’è la Questione meridionale o, peggio, la precisa volontà di non affrontarla.
“Risollevare l’Italia partendo dal Sud…”; “Estensione dell’AV in tutto il territorio italiano…”; “…sviluppare le infrastrutture necessarie a collegare il nostro Paese con le grandi reti di trasporto transeuropee (TEN-T)… rilanceremo e potenzieremo il Piano Sud 2030” sono solo alcune delle generiche e stucchevoli proposte mirate a dare una risposta al dramma di milioni di cittadini di serie C, il cui reddito pro capite è del 40% inferiore alla media europea.

Quale serio economista, sensibile sociologo, esperto di trasporti e logistica o semplice (ma vero) responsabile politico può credere che queste siano credibili proposte per la rinascita del Mezzogiorno? Più sincero, nella sua totale indifferenza ai problemi del Sud il programma del Terzo Polo, che si limita a promette di: “…proseguire ulteriormente la Palermo-Catania-Messina e realizzare i primi lotti funzionali delle direttrici Salerno-Reggio Calabria e Taranto-Potenza-Battipaglia affinché entrambe possano essere realizzate. . È necessario inoltre potenziare le reti ferroviarie regionali e interregionali, soprattutto in Sicilia”.

Cioè a non fare nulla di più di quanto oggi già programmato. Cioè nulla di ciò che l’Ue ha richiesto urgentemente (entro il 2026) all’Italia con il Next Generation UE.

Senza addentrarci in analisi che, nella sostanza, ipotizzano gravi carenze nella cultura politica del Paese, offensive per tutti i leader politici e i loro consiglieri, saltiamo alle conclusioni: la banale, mal strutturata e semplicistica richiesta del M5S è l’unica offerta politica esistente.
L’alternativa è il nulla.

Ciò tristemente premesso, i sondaggi danno ancora vincente il cdx ma dicono anche che Pd + M5S + Azione + Sinistra, se fossero rimasti uniti, sarebbero stati certamente competitivi. Se non vincenti. Affermazione puramente teorica, priva di riscontri pratici, che dà adito a qualche altra riflessione.

La prima è che l’idea del “Campo largo” di Enrico Letta non era tanto… campata in aria, bensì era l’unica tattica che dava al Pd la speranza di restare al governo del Paese. Che è il principale obiettivo di una sinistra (?) romanamente politeistica che va da Turati a Gramsci, da Berlinguer a Craxi e da … D’Alema a Letta. Sapeva di perdere, Enrico, e così ha cercato l’alleanza impossibile con 5S, Leu e Calenda. Renzi non lo nominiamo perché, a nostro parere, i suoi obiettivi erano e restano altri. La speranza del segretario Pd era di prenderli come alleati e trasformarli giorno dopo giorno in subordinati. Tutti insieme pur di non far vincere la destra.
Pare non esserci riuscito.

Eppure, aveva chiuso facilmente l’accordo con Verdi e sinistra estrema, pronti a sacrificare qualsiasi ideale – centrali a carbone, rigassificatori, termovalorizzatori, rendite finanziarie e trickle down – pur di avere uno scranno. Purtroppo per lui, Enrico ha cozzato con le speranze dei 5S e di Azione di contare nel panorama politico italiano. I loro obiettivi si sono dimostrati più elevati del tristo mantenimento del potere e hanno mantenuto qualche residuo di idealità.

Confusa, barricadera e sprovveduta quella dei primi, elitaria, pseudo tecnicistica, miope e da fine anni ‘80 quella dei secondi. Così è miseramente fallito il GPPP (Grande Piano Per il Potere) del Pd e il suo insuccesso determinerà, quasi certamente, la fine della segreteria Letta.

Liberatisi dall’abbraccio mortale del segretario pisano dallo sguardo di gattino impaurito, il M5S vola verso il 15% e Azione verso il 10%. Con questi numeri, condizioneranno Meloni & Co.

Ci rendiamo conto che la nostra è solo un’interpretazione, per quanto suggestiva e stimolante, che si presta a innumerevoli contestazioni ma credo che un’amara conclusione sia incontestabile: non c’è nei partiti politici di oggi alcuna volontà di abbandonare la strategia a trazione settentrionale (continuando, così, ad affossare il Paese) e, per il Sud, l’alternativa resta quella di molti decenni fa: assistenzialismo o abbandono.

Non resta che individuare singoli uomini e donne, a livello nazionale e locale, per aiutarli a diventare leader di caratura nazionale, capaci di dare al Sud quell’insostituibile ruolo nel panorama euromediterraneo che la geografia gli assegna mai i governi nazionali gli negano. Per portare avanti questo disegno dovranno lottare contro tutti. Speriamo che non debbano lottare anche contro gli elettori meridionali. (gmo)