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Il voto nell'urna

ELEZIONI / Analisi del voto tra aritmetica e fabbrica del consenso

di FRANCO CIMINO – Niente di nuovo sotto il sole opaco del nuovo giorno. Tutto come previsto. E non solo dai sondaggi, tutti per la prima volta azzeccati. Le uniche curiosità della vigilia riguardavano le proporzioni dei distacchi. Quanto il Centrodestra dal Centrosinistra ridotto. Quanto Fratelli d’Italia dalla Lega. Quanto Salvini da Berlusconi riaparecido. Quanto all’interno della articolata “scomposizione” dello spazio degli antagonisti, che potremmo chiamare quelli della non destra ufficiale, il distacco tra i partiti. Un’altra curiosità: di quanto avrebbe perso il PD. La curiosità per il voto al cosiddetto nascente terzo Polo di Calenda-Renzi, invece, neppure un grammo. 

Come si possa costruire una cosa nuova che non sia di destra e non sia di sinistra, ma forse liberale e, perché no, anche socialdemocratica e, se ci fosse tempo, macroniana, ambientalista nuclearista, pacifista bellico, rinnovatrice-conservatrice, ponendo come primo obiettivo di governo, e quale leadership di questo nuovo, Mario Draghi, che è letteralmente fuggito dalle gravi responsabilità dell’ora drammatica italiana e non solo, è un mistero facilmente disvelabile con la netta affermazione che in realtà si fosse privi di idee forti, di leader credibili, di coerenza incontrovertibile. 

La questione vera, sulla quale mai ci si interrogherà a sufficienza, è perché, in previsione del quadro elettorale determinatosi, tutti abbiano portato, e nel più grave momento del Paese (guerre “guerreggiate” e guerre inusitate, quelle economiche e sanitarie), alle elezioni anticipate. Alle elezioni più brutte e innaturali, ristrette in un tempo di campagna elettorale pressoché nullo, con gli ombrelloni aperti sulle paura degli italiani che avrebbero voluto riposarle sotto il sole rassicurante dell’estate. E perché, ancora prima, non le abbiano invece prodotte, le elezioni anticipate, quando “ caduto” il governo Conte due, soprattutto il PD, alleato allora con i Cinquestelle, gridava ai quattro venti  “o un nuovo governo Conte o andiamo al voto”. Abbiamo visto com’è andata a finire: il segretario “innovatore” attore dell’alleanza PD-5S, per la costruzione di un nuovo soggetto politico a guida Conte, è stato fatto fuggire, per essere sostituito da un ritorno dalla Francia (i ritorni non sofferti dalle fughe non spiegate, non piacciono molto agli italiani pur sempre accomodanti), di Enrico Letta, che ha cambiato, senza renderla molto chiara e convincente, la direzione di marcia di un nuovo corso politico per la costruzione di una nuova forza progressista ed europeista. Mistero, che va lasciato per il momento lontano dal tavolo della discussione odierna. Si spera nelle pubbliche assemblee, negli incontri delle basi e sui territori. Di più, nei Congressi delle vere discussioni, quelle che si facevano un tempo. 

Adesso conviene solo segnalare le vittorie e le sconfitte, vere. Più avanti si potranno analizzare politicamente e non nei laborati delle agenzie specializzate, i numerosi fattori che hanno prodotto questo risultato elettorale, nel suo complesso e nella specificità dei partiti. Chi vince, chi perde, e cosa in realtà si afferma, quindi. Vince la Meloni, che oltre ad aver portato, come forza prevalente, la destra ufficiale e rappresentativa alla guida del più importante paese europeo, vanterà per sempre un primato intoccabile: ha condotto la prima donna alla leadership di un partito. E la prima donna a capo del Governo. Si potrà discutere se in questo viaggio ella abbia portato le ragioni delle più vive battaglie delle donne e se non invece la “virilità” ridipinta della cultura politica al maschile. Si vedrà se il partito che da zero consensi e zero aspettative è passato, con una progressione impressionante, al quattro per cento della politiche del 2018 e al sei delle successive europee fino al quasi ventisei odierno, sarà stato e di più lo sarà in futuro un partito vero, democratico, di giovani e di donne, ad alta sensibilità femminile, e non già, come finora è sembrato, una forza elettorale personale e personalizzata, come lo sono ormai da venticinque anni anni quasi tutti i partiti odierni. 

Anche questo Cinque Stelle, che pur non avendo il nome del leader sul logo e sulle bandiere, è sempre stato il partito di un uomo solo, su cui concentrare la personalizzazione politica. Lo è sempre stato. Ieri di Peppe Grillo, con breve parentesi del duo Di Battista-Di Maio, oggi decisamente quello di Giuseppe Conte. Ha vinto Giuseppe Conte, la sua apparente follia e determinazione a imboccare, dopo il carico della responsabilità attribuitagli, secondo me ingiustamente, di aver fatto cadere il governo Draghi e la legislatura stessa, una strada obiettivamente pericolosa per un partito in progressivo calo di consensi, e costretto alla fuga di un centinaio di parlamentari e quella scissione farsa dell’ambizioso Di Maio, che però gli ha fatto solo il solletico e nel contempo il favore di liberarsi di una figura disturbante. 

Ha vinto a sinistra, prendendo spazi e consensi che il PD di Letta, non ha saputo difendere. Ha vinto sul terreno lasciato libero dai partiti di riferimento. Una vittoria netta conseguita, però, al di fuori di un programma organico e di una strategia politica ampia sul piano ideale, che sono mancati. Conta, invece, e tanto, il larghissimo consenso preso al Sud, che conferma e la giustezza dei temi trattati (lotta alle povertà, bonus edilizio, reddito di cittadinanza, salario minimo garantito) e il fatto drammatico dell’isolamento ormai strutturale di questa parte del Paese. Il suo abbandono atavico. Le delusioni e gli inganni subiti. Vedremo, però, anche per lui, Conte, cosa saprà fare non solo quale opposizione ferma annunciata, ma come forza politica democratica che voglia proporsi, evidentemente con altre, come alternativa di governo credibile. 

Hanno perso tutti gli altri, nessuno escluso. Elencarne le ragioni, pur quelle specifiche per i singoli partiti, è superfluo. Chi perde in politica non perde per colpa degli altri, ma per le proprie, anche quando, in taluni casi, una serie di “congiure” e congiunture sfavorevoli ne hanno accelerato il processo. 

I risultati finali dicono che il centrodestra complessivamente si attesta sul quarantaquattro per cento. Per i meccanismi di questa pessima legge elettorale guadagna sia alla Camera sia al Senato la maggioranza dei seggi. La somma dei voti dei partiti del centrosinistra, di Centro e dei Cinque Stelle, raggiunge quasi il quarantasette per cento. Un dato più alto, migliorabile pure, di quello del Centrodestra. Un regalo alla Meloni e compagni? Sì. Incredibile, ma vero. 

Di questa assurdità portano tutti, specialmente il PD, una colpa grave. Chi ne risponderà dinanzi ai propri elettori e al Paese? Come sempre nessuno. Abbiamo assistito, durante la giornata alle dichiarazione dei capi partito. In diretta televisiva dinanzi al Paese. Nessuno che abbia riconosciuto la sconfitta. Nessuno che abbia preso le decisioni conseguenti, dimettendosi dall’incarico ricoperto. 

Tra il patetico e il comico, abbiamo ascoltato il lungo monologo del capo partito che ha perso più di tutti, quel Matteo Salvini che, dall’inizio della passata legislatura non ne ha indovinata una. Si è annegato lui stesso nel laghetto di pioggia delle sue parole. Voleva perdere tempo perché arrivasse l’interruzione della diretta, ha letto numeri e ha fatto un lungo elenco di cose assolutamente inutili. Ha annunciato che da domani farà un nuovo giro dell’Italia per incontrare la base, i militanti e fare una nuova ripartenza. Imbarazzante. Solo un po’ più della conferenza stampa di Calenda. 

Chi si é distinto, invece, per serietà e sensatezza è stato Enrico Letta, che ha riconosciuto la sconfitta e la sua personale responsabilità in essa. Ha dichiarato che per spirito di servizio resterà in carica per preparare il Congresso nel quale non ripresenterà la sua candidatura a Segretario. Politico di altri tempi, di altra cultura. Quella democristiana, in particolare, per la quale il partito, e prima ancora le istituzioni, vengono prima dei destini dei leader e dei dirigenti. Un tema, questo, che mi piacerà affrontare in maniera organica e approfondita più avanti. La sua valenza è straordinaria per un progetto autentico di rilancio e rafforzamento della Democrazia. 

Infine, la vittoria più consistente nel suo intreccio con tre diversi ma convergenti elementi non trascurabili. È quella della protesta, rappresentativa di un grave, malessere che continua a non essere visto e considerato. Una protesta che contiene il rischio della sterilità e della assenza di una forte unitaria proposta politica e di un disegno per il futuro. La protesta, che si è fatta opposizione ferma e decisa, di Fratelli d’Italia. La protesta che si è concretata in un’altra opposizione, quella di Cinque Stelle. E la protesta più grande e più pesante, più gravida di rischi sociali e politici, l’astensionismo. Quello di ieri ha raggiunto il suo massimo storico in elezioni politiche. Ha votato il sessantatré per cento degli elettori. Al Sud ancora di meno. In Calabria poco più del cinquanta per cento. 

Ora, se le prime due proteste hanno trovato casa e casa buona, la prima al governo, la seconda nei banchi della minoranza parlamentare, la terza, restando fuori dai meccanismi istituzionali e manifestando una crescente sfiducia nelle istituzioni, reca con sé il pericolo di una definitiva rottura del Paese. Una rottura ancora più gravida di conseguenze perché, anche a causa della più pesante crisi economica che sta per raggiungerci, potrebbe scatenare una forma di incontrollato ribellismo, che, privo di rappresentanza politica, potrebbe tradursi in estese manifestazioni di violenza, specialmente in un Sud troppo stanco e sfiduciato. 

La guerra per il “pane” è alle porte di casa. Tenerlo bene in mente è obbligo morale. Sullo sfondo di questo scenario c’è, comunque, una nota assai buona. Finalmente una maggioranza di governo chiara e definita. Dopo moltissimi anni, un governo scelto dagli italiani. Un presidente del Consiglio indicato dagli elettori. Anche se non piacerà a pochi o a tanti, anche se rappresenterà solo un terzo degli italiani, il nuovo governo e il suo capo, hanno il diritto di governare, nelle regole democratiche recuperate, e noi tutti il dovere di rispettarli. 

Il resto dipenderà da quello che sarà in grado di fare. Nell’interesse del Paese e di questa Europa che è la casa comune in cui degnamene l’Italia vive. Ancora da protagonista. (fci)