«QUA SI CAMPA D’ARIA», PERÒ È PULITA
E LEGAMBIENTE PUNTA A EMISSIONI ZERO

Parafrasando Otello Profazio, con la sua conosciutissima ballata Qua si campa d’aria, si può dire che però, almeno, è aria di ottima qualità. Lo certifica Legambiente secondo la quale in Calabria la qualità dell’aria è buona. L’Associazione, infatti, ha pubblicato i risultati del report Mal’Aria di città. Cambio di passo cercasi, evidenziando che nella nostra regione non ci sono criticità importanti, o quasi.

I dati, infatti, sono parziali perché aggiornati solo fino a giugno 2022 per indisponibilità degli ulteriori dati ufficiali non presenti sul sito di Arpacal. Nonostante questo, quello che merge da Mal’Aria di città è che a differenza di molte città del Nord e del Centro del Paese in cui le concentrazioni di sostanze inquinanti mettono a rischio il benessere e la salute dei cittadini, per l’anno 2022 i capoluoghi calabresi rispettano i limiti di legge sia per le polveri sottili (PM10 e PM2.5) che per  il biossido di Azoto (NO2).

Tuttavia alcuni valori (PM2.5 a Cosenza e PM10 e NO2 a Crotone) risultano superiori ai nuovi obiettivi  europei al 2030 così come l’NO2 in tutte le città ed in particolare in diverse città che risultano superiori a quanto stabilito dall’OMS. Si tratta di situazioni che necessitano di attento monitoraggio e di interventi di riduzione delle emissioni (in particolare su Crotone e Cosenza).

Per la Calabria in particolare, i parametri delle PM2.5, molto pericolose per la salute umana, vedono tra le città virtuose Vibo Valentia, Reggio Calabria, Catanzaro e Crotone (4 μg/mc) che si trovano già tutte sotto il limite di 10 μg/mc stabilito per il 2030. Catanzaro e Crotone, si trovano anche in linea con i limiti raccomandati dall’OMS (5 μg/mc).

Per quanto riguarda, invece, l’NO2 dai dati emerge che tutte le città calabresi sono sopra i limiti dell’OMS anche se tra le poche città italiane che si avvicinano, in positivo, al limite OMS (concentrazione di NO2 minore o uguale a 10 μg/mc) ci sono Catanzaro (13 μg/mc), Reggio Calabria e Vibo Valentia (12 μg/mc), mentre Crotone risulta sopra i limiti previsti per il 2030.

«Il report Mal’aria 2023 – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – ci consegna dati tendenzialmente positivi per la nostra Regione, grazie anche ad un complesso di fattori tra cui le caratteristiche naturali dei territori e la carenza storica di un tessuto industriale inquinante, rilevando nelle nostre città capoluogo, una qualità dell’aria, meno preoccupante per la salute rispetto ai dati nazionali».

«Tuttavia costituisce un segnale allarmante – ha evidenziato – soprattutto a fronte dei dati sul biossido di azoto che dipende dal traffico veicolare, la circostanza che i dati ufficiali si fermino al mese di giugno 2022 quando dovrebbe esserne garantita la fruibilità e rese trasparenti le notizie sull’effettivo funzionamento delle centraline di monitoraggio, per come previsto dalla normativa vigente».

«Appare evidente – ha rilanciato – come tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla Regione Calabria, debbano attivarsi per  risolvere la problematica  nell’interesse della collettività calabrese, al fine di ripristinare strumenti di analisi efficaci e capillari sulla salubrità dell’ambiente ed evitare eventuali infrazioni comunitarie».

«Altrettanto evidente – ha concluso –  appare la necessità di mettere in atto, anche nelle città calabresi, per renderle più vivibili e sicure, le proposte avanzate da Legambiente nel report, per contrastare l’inquinamento atmosferico e per migliorare la qualità della vita delle persone».

Che fare, allora? È la stessa Legambiente a rispondere, proponendo una serie di interventi «a misura di città»:  Col passaggio dalle Ztl (zone a traffico limitato) alle Zez (Zone a zero emissioni), per esempio. «Come dimostra l’esperienza di Milano (con l’area B) e, soprattutto, dell’ultra Low Emission Zone londinese – ha spiegato Legambiente – le limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti riducono le emissioni da traffico del 30% e del 40%».

«Serve un grande piano di riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica e privata – ha ribadito Legambiente – e incentivare una drastica riconversione delle abitazioni ad emissioni zero grazie alla capillare diffusione di misure strutturali, come il Superbonus, opportunamente corretto dagli errori del passato come gli incentivi alla sostituzione delle caldaie a gas». Per questo, propone di utilizzare le low emission zone – zone a basse emissioni anche per il riscaldamento.

Altra azione necessaria, per l’Associazione, è il potenziamento del trasporto pubblico e trasporto rapido di massa attraverso  la quadruplicazione dell’offerta di linea e la promozione di abbonamenti integrati, come fece la Germania nell’estate del 2022. Per aiutare ulteriormente l’ambiente si potrebbe incentivare la mobilità elettrica condivisa (auto, micro, bici, van e cargo bike) e realizzare ulteriori 16.000 km di percorsi ciclabili.

Ancora, sarebbe opportuno «ridisegnare lo spazio pubblico urbano a misura d’uomo, “città dei 15 minuti”, sicurezza stradale verso la “Vision Zero”, “città 30” all’ora seguendo l’esempio di Cesena, Torino, Bologna e Milano», ha sottolineato Legambiente, ribadendo la necessità di rendere tutto elettrico anche prima del 2035. Un obiettivo che si può raggiungere «grazie – viene spiegato –  alla progressiva estensione delle Zez alla triplicazione dell’immatricolazione di autobus elettrici e l’istituzione dei distretti ZED (Zero Emissions Distribution)».

Soluzioni necessarie, soprattutto se «l’inquinamento atmosferico causa, ogni anno, in Italia più di 50 mila morti, oltre a contribuire a indebolire irrimediabilmente la salute dei cittadini», ha spiegato l’Associazione.

«Respirare aria pulita è un diritto fondamentale, ma in molte città italiane, l’emergenza smog è ancora una realtà» si legge sul sito della petizione online lanciata da Legambiente, dal titolo Ci siamo rotti i polmoni. No allo smog!

«È tempo di pretendere città più pulite e più vivibili». (rrm)

EDILIZIA SCOLASTICA: UNA CURA DRASTICA
UN TERZO DEGLI EDIFICI SONO A RISCHIO

di MARIA CRISTINA GULLÌ – Serve una “cura” drastica per l’edilizia scolastica calabrese. Come emerge dal report Ecosistema Scuola di Legambiente, gran parte degli edifici scolastici, soprattutto in Calabria, hanno bisogno di interventi di manutenzione straordinaria.

Dati che evidenziano come «la Scuola in Calabria deve essere una delle priorità assolute perché è la chiave di volta della costruzione della società del futuro. I dati del rapporto Ecosistema Scuola, seppure parziali, che riguardano la Calabria ci rivelano l’urgenza e l’importanza di migliorare le nostre strutture scolastiche ed i relativi servizi», ha dichiarato ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria.

«La sicurezza, la riqualificazione e l’efficienza energetica degli edifici scolastici – ha continuato – costituiscono necessità improrogabili che non possono continuare a tradursi in promesse non mantenute. La Calabria può e deve ripartire dalle storie positive realizzate sui territori dagli amministratori come da alcuni dirigenti scolastici e dai docenti più sensibili come ci raccontano i progetti di educazione ambientale, la raccolta differenziata effettuata nelle nostre Scuole e la realizzazione di impianti a fonti rinnovabili sugli edifici scolastici».

Nel rapporto, giunto alla 22esima edizione, con i dati riferiti al 2021, è stato analizzato lo stato di 5.616 edifici scolastici di 94 capoluoghi di provincia – tra scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado – frequentati da una popolazione di oltre un milione di studenti -rivelando, ancora una volta, il divario esistente tra il Nord ed il Sud e gli inconcepibili ritardi sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici e sull’efficientamento energetico.

Negli ultimi 5 anni (2017-2021), a livello nazionale, il 59,3% degli edifici scolastici ha beneficiato di interventi di manutenzione straordinaria. Tuttavia, nel 2021 il 30,6% delle scuole necessita ancora di interventi straordinari. Un dato che al Sud sale al 36,8% (e nelle Isole al 53,8%).

Nella nostra regione preoccupa il quadro che emerge: «i dati sono incompleti – viene riportato – a causa della mancata risposta ad alcune parti dei questionari e si riferiscono alle province di Catanzaro, Cosenza e Vibo Valentia. La quasi totalità degli edifici scolastici calabresi delle province esaminate è di proprietà dell’Amministrazione (a Catanzaro 54 edifici su 56, a Cosenza 35 su 35 ed a Vibo Valentia 42 su 45)».

«Nessuno degli edifici nelle province di Catanzaro e Cosenza – si legge – è stato progettato in base alla normativa tecnica di costruzione antisismica; negli ultimi 5 anni sono stati realizzati solo alcuni interventi di adeguamento. Ancora, nessuno degli edifici scolastici calabresi è stato costruito secondo i principi della bioedilizia».

«La verifica di vulnerabilità sismica, così come le indagini diagnostiche sui solai – viene riportato da Legambiente – sono state eseguite solo su una parte degli edifici scolastici. In provincia di Catanzaro, l’unica ad avere fornito i relativi dati, solo 2 edifici scolastici sono in possesso del certificato di agibilità previsto dal Dpr n. 380/2001 e successive modifiche. Tutti gli edifici della provincia considerati sono dotati di certificato di collaudo statico e di certificato di prevenzione incendi. Un dato positivo riguarda le barriere architettoniche: tutti gli edifici delle province di Catanzaro, Cosenza e Vibo Valentia si sono dotati di accorgimenti per il superamento delle barriere architettoniche (Dpr n.503/1996 e successive modifiche)».

«Diversi edifici scolastici hanno goduto negli ultimi anni di interventi di manutenzione straordinaria», ha spiegato Legambiente, sottolineando che «solo una parte delle strutture scolastiche esaminate sono servite da un servizio di scuolabus comunale, non esistono servizi di pedibus o percorsi sicuri casa -scuola né servizi di bicibus o contesti collocati in luoghi protetti come Ztl, isole pedonali, zone 30 ( dove la velocità massima consentita è di 30 km/h) con l’eccezione della provincia di Cosenza. Inoltre solo una parte degli edifici scolastici sono dotati di biblioteche per ragazzi, di impianti sportivi e mense».

Risultano gravi i dati relativi all’efficientamento energetico degli edifici scolastici esaminati, operazione ancora più indispensabile dopo i rincari dei prezzi dell’energia che non risparmiano neanche la scuola.

A livello nazionale questi interventi sono stati rivolti solo al 17% degli edifici scolastici ed hanno riguardato interventi parziali ed insufficienti come la sostituzione di caldaie, vetri e serramenti, quindi lavori di isolamento delle coperture e delle pareti esterne. Ad oggi solo il 4,2% delle scuole a livello risulta in classe energetica A, appena il 10,8% nelle prime tre classi energetiche, mentre ben il 74,8% è fermo nelle tre ultime classi energetiche (il 39% in Classe G).

Nessuno degli edifici scolastici della provincia di Catanzaro, l’unica ad avere forniti questi dati, è nelle prima 3 classi energetiche, 3 edifici sono in classe D e ben 53 sono in G l’ultima classe energetica.

«In Calabria – viene rilevato – sono ancora poche le strutture che utilizzano fonti di energia rinnovabile come solare termico e fotovoltaico : 8 edifici in provincia di Catanzaro e 10 in provincia di Cosenza. Una storia calabrese molto positiva per la categoria “Efficienza energetica”, è quella riguardante il Comune di San Nicola da Crissa (VV), in Calabria, dove è nata ed è stata inaugurata in questi giorni la Comunità energetica rinnovabile e solidale “Critaro”, composta dal Comune e 30 famiglie, che vede un sistema di accumulo e pannelli fotovoltaici sopra il tetto della Cittadella scolastica “Domenico Carnovale” (infanzia, primaria e secondaria di primo grado) che distribuisce energia alle adiacenti case popolari».

È stato rilevato che nel 2021 «aumentano gli investimenti in manutenzione straordinaria e ordinaria, soprattutto rispetto al 2019 (ultimo anno prima della pandemia), con maggiori stanziamenti e una maggiore spesa, ad eccezione dei comuni del Centro Italia che vedono una contrazione sia negli investimenti che nella capacità di spesa. Lo stanziamento per la manutenzione straordinaria, a livello nazionale, passa quindi da quasi 28mila euro a edificio del 2019 a circa 34mila euro a edificio del 2021; la spesa effettuata da 15mila a 20mila euro. Per quanto riguarda la manutenzione ordinaria, sono stanziati nel 2021 circa 10mila euro a edificio, con una capacità di spesa di 8,4mila euro a edificio (nel 2019 erano stati rispettivamente 7mila e 6,5mila). In particolare, cresce la spesa delle amministrazioni del Sud che passano da 2mila euro a edificio a 7mila euro».

«In crescita nel 2021 – si legge – il servizio di scuolabus che passa da circa il 20% di scuole servite nel 2020 al 24% nel 2021 con importanti incrementi percentuali anche al Sud, dal 15,3% del 2020 all’attuale 31,7% e nelle Isole, dal 12% al 16,6%. Sul fronte mensa scolastica, se a livello nazionale le mense sono presenti nel 75,3% degli edifici scolastici, al Nord le troviamo nell’ 89,8%, al Centro nel 76,8%, al Sud nel 56,2, nelle Isole solo nel 38,3%. Anche in risposta alla crisi economica, il 96,5% dei comuni garantiscono l’accesso al servizio mensa alle famiglie a basso reddito: la percentuale di gratuità più alta rispetto ai beneficiari nelle Isole (27,4%) e al Sud (17,6%), mentre al Centro e al Nord rispettivamente al 10% rispetto ad una media nazionale del 12,2%. Per quanto riguarda le palestre, solo il 51,9% degli edifici scolastici ne è dotato. Spazi che a loro volta solo per il 56,4% restano aperti anche in orario extrascolastico, quindi a beneficio del territorio. Inoltre, ben il 24,4% degli impianti necessita di interventi di riqualificazione urgenti».

Come si può migliorare la situazione dell’edilizia scolastica? Semplice, attraverso le dieci proposte avanzate dall’Associazione al Governo e al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, come appello.

Si tratta di interventi da realizzare in tempi brevi partendo dai territori più fragili e con gap infrastrutturale, per una scuola più sicura, inclusiva, innovativa e meno energivora. Per questo l’associazione chiede più attenzione verso i territori più fragili individuando modalità alternative di affidamento dei fondi attraverso bandi e dando supporto tecnico e amministrativo agli Enti Locali più in difficoltà; attivare processi di amministrazione condivisa sulla base di patti educativi di comunità e definire un sistema complessivo dei servizi essenziali inerenti l’istruzione e procedere al suo progressivo finanziamento, al fine di superare divari territoriali e assenza di servizi e opportunità.

«Il Pnrr può inaugurare una nuova modalità di messa a terra delle risorse, ma non è la soluzione a tutto. Da qui ai prossimi anni – ha evidenziato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – il grande nodo rimane la qualità diffusa delle scuole. I lievi miglioramenti registrati nel 2021 sono troppo lenti e rischiano, in assenza di interventi diffusi e rapidi, di non superare mai il cronico stato di emergenza».

«Il fattore tempo è determinante ora più che mai – ha continuato – per questo è importante avviare un percorso di rinnovamento e messa in sicurezza per la scuola. È questa a nostro avviso la direzione che si dovrebbe intraprendere, come spieghiamo nelle dieci proposte e nell’appello che abbiamo rivolto al ministro dell’Istruzione e all’Esecutivo Meloni».

«Come raccontiamo in Ecosistema Scuola – ha spiegato Claudia Cappelletti, responsabile ufficio scuola Legambiente – sarà fondamentale pensare alla riqualificazione delle nostre scuole come a un cantiere di rigenerazione urbana, sociale e educativa, condividendo il tutto con la comunità locale che si fa comunità educante, per attuare percorsi condivisi attraverso la coprogettazione sia nei servizi che nella riqualificazione e costruzione di nuove scuole». (mcg)

Ponte sullo Stretto, Ciafani (Legambiente): Chi vive e lavora in Calabria e Sicilia ha bisogno di altre infrastrutture

Il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, ha evidenziato come nella Legge di Bilancio c’è «una cosa inutile e dannosa, ed è la riattivazione della società Ponte sullo Stretto». Per il presidente dell’Associazione, infatti, nell’intervista a Gea «chi vive e lavora in Sicilia e Calabria ha bisogno di altre infrastrutture, il ponte non cambierà nulla nella loro vita».

«C’è da aprire migliaia di cantieri in queste due regioni – ha spiegato –. Le nuovi navi traghetto Ro-Ro, previste nel Pnrr, potranno trasportare anche i Frecciarossa, quindi il prolungamento dell’alta velocità in Calabria e Sicilia non deve essere subordinata alla costruzione del ponte».

«Queste due regioni – ha concluso – devono essere ribaltate dal punto di vista delle infrastrutture. Noi vorremmo dare priorità di spesa a quelle opere trasportistiche che servono davvero. Poi, se vogliamo usare il ponte per far conoscere il Paese nel mondo, questo è un altro discorso. Ma la verità è le opere trasportistiche che servono sono altre». (rrm)

Legambiente: Proposta di Legge regionale su aree protette è carente

Legambiente Calabria ha rilevato che la proposta di legge dal titolo “Norme in materia di aree protette e sistema regionale della biodiversità sia carente «nella strategia perché non chiarisce come la Calabria possa raggiungere gli obiettivi per la biodiversità e le aree protette stabiliti dalla strategia Europea al 2030».

«Inoltre, il testo proposto cancella la partecipazione diretta dei cittadini, dei comitati e delle associazioni – ha aggiunto l’Associazione – nel percorso per l’istituzione di nuove aree protette, a meno che sia un consigliere regionale o un amministratore locale a garantire il percorso, ed è un testo che non prevede risorse economiche e umane per la gestione ordinaria delle aree protette».

«La nuova proposta di legge esaminata in IV Commissione – ha proseguito Legambiente – non affronta i limiti della legge n. 10/2003 attualmente in vigore che sono stati evidenziati nella gestione dell’unico parco regionale istituito, quello delle Serre, e nella problematicità dei 5 Parchi marini istituiti nel 2013 in contrasto con le competenze statali sul mare e gestiti da un unico ente regionale commissariato fin dal 2016. Ma soprattutto, la norma attuale non ha favorito la nascita di nessun’area protetta ad esclusione della Riserva naturale regionale Valli Cupe istituita nel 2016».
«Ma è proprio il futuro della Riserva regionale Valli Cupe – continua la nota di Legambiente – che sembra avere mosso i consiglieri regionali a proporre un testo realmente inutile, ma che risponde all’obiettivo di azzerare l’attuale gestione affidata dalla Regione a Legambiente Calabria. L’articolo 80 della proposta di legge, per come l’associazione ambientalista ha rilevato nel corso dell’audizione, è una norma ad personam contro Legambiente che, evidentemente, con la sua presenza sul territorio, caratterizzata da terzietà ed improntata alla massima trasparenza, ha interferito con gli equilibri politici».
«L’associazione ambientalista – viene ricordato – ha denunciato già in sede di audizione le tante inadeguatezze della Proposta di Legge n. 117/XII, evidenziate anche dall’Ufficio giuridico del Consiglio Regionale e dal Consigliere De Nisi nel suo intervento, che Legambiente  ringrazia insieme al Presidente della Commissione Pietro Raso che si è dimostrato disponibile a modificare le parti incongruenti del testo e interessato a valutare la memoria scritta con tutte le nostre osservazioni al testo che l’associazione invierà per una valutazione della Commissione, della Giunta Regionale e delle forze politiche».
«Non possiamo non rilevare – dice ancora Legambiente – i contorni paradossali della storia della Riserva naturale regionale Valli Cupe. Nel corso di questi anni, caratterizzati dalle grandi difficoltà derivanti dalla crisi pandemica, abbiamo gestito la Riserva naturale Valli Cupe con grande rigore e diligenza, lavorando sempre in sinergia con le amministrazioni comunali,  le associazioni e gli stakeholder locali nel solo interesse dell’ambiente e dello sviluppo ecosostenibile del territorio. La Riserva naturale regionale Valli Cupe, attraverso il nostro apporto in quanto  associazione ambientalista nota e consolidata in tutto il Paese, ha acquisito un indubbio valore aggiunto che rischia di essere ora vanificato da una nuova frattura nella continuità della linea di gestione».
«La proposta di legge n. 117/XII contiene elementi – viene spiegato ancora – che non hanno alcuna logica razionale e risponde solo a dinamiche politiche che fuoriescono dall’alveo della tutela dell’ambiente e della biodiversità. La nostra associazione ha, sin dal suo insediamento nella gestione della Riserva, fatto rispettare norme e regole vigenti da tutti coloro che vogliono visitare e godere della  bellezza di questi luoghi. Legambiente tutta si opporrà con ogni mezzo a sua disposizione a questa palese distonia ed incongruenza normativa che speriamo venga rivista e non avallata dalla Regione Calabria».
«Inoltre, dalla lettura della proposta di legge n. 117/XII – conclude la nota – emerge che altro non è che un compendio di leggi già presenti nello scenario legislativo calabrese e che nulla di nuovo aggiunge, ma appare evidente che il fine ultimo è quello di colpire Legambiente come Ente gestore. Il provvedimento legislativo, infatti, segue, non per caso, la vicenda dell’incomprensibile taglio al contributo regionale per il funzionamento della Riserva (dimezzato, azzerato e poi  ripristinato per gli anni successivi in seguito alle proteste).  Legambiente  è fiduciosa che chi ne ha l’autorità  possa rimediare al palese errore e modificare  questa irrazionale proposta normativa». (rcz)

 

AMBIENTE, LA CALABRIA È SEMPRE ULTIMA
A CAUSA DELLA FRAGILITÀ DEL TERRITORIO

La Calabria in forte calo nelle performance ambientali. È quanto è emerso dal report Ecosistema urbano di Legambiente realizzato in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore, sulle performance ambientali di 105 Comuni capoluogo che tiene conto di 18 indicatori, distribuiti in sei aree tematiche: aria, acque, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia.

Per l’Associazione, infatti, sono pochi i capoluoghi di provincia italiani che sono riusciti a fare la differenza sulla sostenibilità ambientale. In Calabria, solo Cosenza ha raggiunto un importante risultato: è l’unica città del Sud a entrare, quest’anno, nella top ten della graduatoria: è quinta. Vibo Valentia si posiziona 46esima, mentre Catanzaro 63esima. Reggio si posiziona 91esima, mentre Crotone è tra gli ultimi: al 100esimo posto.

«La classifica di Ecosistema urbano 2022 – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – disegna un quadro di grande difficoltà dei capoluoghi di provincia calabresi. Una fragilità ambientale e sociale ben evidente sia nell’analisi dettagliata dei parametri che nell’arretramento, in alcuni casi nettissimo, delle posizioni rispetto allo scorso anno».

«Caso emblematico quello di Crotone che si colloca, come ormai da molti anni – ha spiegato – in fondo alla lista scivolando di ben  15 posizioni. Unica eccezione positiva è Cosenza, quinta nella graduatoria nazionale, ma che rispetto allo scorso anno scivola di una posizione con criticità in alcuni dei 18 indicatori presi in considerazione dal rapporto».

Nonostante i buoni risultati, per Cosenza sono tante le criticità su cui deve lavorare. Dal Rapporto, infatti, è emerso «un basso indice di verde pubblico a cui fa da contraltare un consistente tasso di inquinamento dell’aria dovuto alla congestione del traffico urbano in alcune zone. Si registra, poi, una scarsa incidenza di buone pratiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, mentre risulta non efficiente la gestione della raccolta dei rifiuti».

«Criticità – si legge in una nota del Comune di Cosenza – su cui ha inciso in maniera forte e determinata la nuova amministrazione, invertendo, finalmente, la rotta. Ed, infatti, un sostanziale miglioramento nell’inquinamento dell’aria si è già registrato grazie alle modifiche sulla viabilità, in particolare, di via Roma e Piazza Bilotti, che sarà certamente più incisivo e definitivo quando sarà operativo il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, la cui redazione è stata affidata all’Unical».

«Importante svolta sulle buone pratiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, inoltre – si legge – è dato dal progetto per “Interventi green blue” finanziato per circa 300 mila euro e  che sarà realizzato  nei pressi dell’ultimo lotto di via Popilia».
«Uno dei punti centrali e qualificanti del programma Cosenza2050 è la visione di “Cosenza Ecologica”– ha affermato la vicesindaco ed assessore all’ambiente Maria Pia Funaro – . Con l’obiettivo, quindi,  di realizzare un percorso green, abbiamo previsto la realizzazione di due boschi urbani. Abbiamo, infatti, aderito sin dal nostro insediamento al progetto “Un albero per il futuro” promosso dal Ministero per la transizione Ecologica ed abbiamo sottoscritto un protocollo d’intesa con A0CO2.  Alla fine di questo primo anno di amministrazione si stima di riuscire a mettere a dimora circa 700 nuove specie arboree. A ciò si aggiunge l’istituzione del Garante del Verde che ci porta ad essere la prima città a sud di Napoli ad averlo costituito. Punto critico e nota dolente rimane, invece, la gestione dei rifiuti, su cui però siamo già intervenuti approvando il nuovo piano dei rifiuti che sarà messo in atto appena saranno concluse le procedure del relativo bando».

«Su input del sindaco Franz Caruso – ha concluso Maria Pia Funaro – abbiamo bandito interventi spot e instabili per come hanno fatto i nostri predecessori che continuano ad autoincensarsi, dimentichi dei fallimenti di cui sono lastricati i propri percorsi. Noi   preferiamo portare avanti, invece, un’azione corretta, improntata alla legalità ed alla trasparenza, armoniosa e strutturata, facendo rete anche con i Comuni più virtuosi d’Italia, i cui risultati positivi saranno presto tangibili e non avranno bisogno di essere decantati da noi stessi. Sicuri di ciò, il giudizio lo lasciamo ai nostri concittadini, che sanno distinguere il grano dal loglio».

Vibo Valentia, invece, è tra le cinque città del comparto Sud-Isole piazzate meglio, con risultati straordinari sul fronte della raccolta differenziata. Un risultato che ha portato il sindaco Maria Limardo a partecipare alla presentazione del Rapporto a Roma.

Il primo cittadino, infatti, ha illustrato i punti di forza dell’attività amministrativa condotta negli ultimi tre anni, e che ha permesso a Vibo Valentia di piazzarsi quest’anno al 46esimo posto nazionale. Un balzo enorme se si tiene conto che all’atto dell’insediamento dell’amministrazione Limardo la città galleggiava al 104esimo posto di Ecosistema urbano, mentre già nel 2021 era riuscita a raggiungere il 39esimo posto.

Il sindaco, poi, ha parlato della grande attività compiuta a partire dai concetti di tutela ambientale e sviluppo sostenibile, «utilizzando la cultura come arma vincente per superare storiche criticità, poiché era importante ribaltare l’impatto reputazionale che a livello nazionale ci penalizza».

Entrando nel merito, Limardo ha spiegato come sia stato fondamentale iniziare col “valorizzare l’esistente”, a cominciare dagli indirizzi agli uffici comunali.

«Quanto alla differenziata – ha spiegato – abbiamo portato la città da una percentuale molto bassa ad attestarsi oggi stabilmente sopra il 70%. Lavoriamo per una raccolta di qualità e selettiva, la sfida ulteriore è proprio questa. Per farlo al meglio abbiamo a disposizione due centri di raccolta, dei quali uno verrà inaugurato a breve. Di recente ci siamo posti una problematica che è quella del riuso dell’asfalto, poiché tante volte le imprese conferiscono il rimosso in discarica mentre bisognerebbe agevolarne il riuso».

Ma ambiente non è solo raccolta differenziata, ed infatti a Vibo si sta cercando di incidere molto anche «su altri settori, come l’abusivismo edilizio, la realizzazione di piste ciclabili per le quali abbiamo già i fondi a disposizione, un impianto di bike sharing in città di imminente avvio, ed ancora il progetto City Log per decongestionare il centro dai mezzi di trasporto merci con la possibilità di effettuare consegne attraverso mezzi elettrici posti nelle stazioni ai lati della città»

«Ed ancora, stiamo lavorando molto – ha aggiunto il sindaco – sul limitare la dispersione idrica grazie ad interventi di ingegnerizzazione della rete, inoltre abbiamo appena acquistato le centraline per il rilevamento dei campi elettromagnetici e il monitoraggio della qualità dell’aria. Una serie di iniziative che permetteranno certamente alla mia città di diventare sempre più competitiva».

«Ma l’aspetto più importante – ha concluso il primo cittadino di Vibo – è l’eredita immateriale che potremo lasciare, serve una rivoluzione culturale che consenta alla cittadinanza di comprendere che quella per la tutela ambientale e lo sviluppo sostenibile è la vera sfida del presente e del futuro. E sono certa che la gente sarà al fianco dell’amministrazione per raggiungere risultati sempre più lusinghieri».

Nonostante i buoni risultati, quello emerso dal Report è «un quadro che deve fare molto riflettere – ha evidenziato Parretta –. Nonostante l’urgenza e la gravità della crisi climatica, energetica ed ambientale, nelle nostre città  non vi sono stati i cambiamenti necessari, anzi si registra complessivamente un peggioramento. Sono indispensabili iniziative urgenti e concrete che incidano nelle cinque aree tematiche prese in considerazione da Ecosistema urbano: qualità dell’aria, consumo e dispersione acqua, mobilità, rifiuti ed ambiente urbano».

«Le città calabresi possono e devono essere rese più inclusive, sicure, sostenibili e a misura d’uomo – ha evidenziato –. Deve essere ripensato, ad esempio, l’efficientamento degli edifici, installando impianti di energia rinnovabile; fermare il consumo di suolo ed incentivando parchi e foreste urbane, puntare sul trasporto pubblico e sostenibile, migliorare il sistema idrico per evitare le perdite d’acqua, completare fognature e reti di depurazione, realizzando gli impianti del riciclo per gestire al meglio il ciclo dei rifiuti. L’assetto delle nostre città deve cambiare volto per diventare più vivibili».

«E per farlo – ha concluso – è necessario un investimento di energie e risorse nelle opere pubbliche tali da realizzare realmente la transizione ecologica della Calabria». (rrm)

 

Torna “Puliamo il mondo” di Legambiente: Le tappe calabresi

Ha compiuto 30 anni Puliamo il mondo per un clima di pace, la campagna di volontariato per ripulire strade, aree verdi, spiagge e sponde dei fiumi dai rifiuti abbandonati di Legambiente.

L’iniziativa, infatti, ha animato tutta la Penisola lo scorso weekend, ad eccezione di alcune date in programma per tutto il mese di ottobre che, nello specifico, si terranno in Calabria: l’8 ottobre a Corigliano Rossano per pulire le aree dove sono collocate tre canali di acqua potabile; il 21 ottobre a Roseto Capo Spulico (Cs). Inoltre, altre date, su Tropea, Ricadi, Rombiolo, Nicotera, Isola Capo Rizzuto, sono ancora in via di definizione.

«Legambiente Calabria, grazie alla passione dei suoi soci volontari, prosegue nella propria azione di sensibilizzazione portando avanti un forte messaggio di rispetto e cura del territorio e dell’ambiente e lottando contro l’incuria ed il degrado – ha dichiarato Anna Parretta, presidente regionale dell’Associazione –. Dinnanzi alla crescente consapevolezza dell’importanza delle questioni ambientali è essenziale ed inderogabile che le Amministrazioni competenti diano risposte incisive, concrete e celeri».

«La Calabria ha, purtroppo – ha spiegato – ancora grandi problemi nella gestione del ciclo dei rifiuti che dovrà essere migliorata puntando su un deciso incremento non solo della raccolta differenziata in termini percentuali ma soprattutto in termini di qualità della raccolta, per raggiungere nel minor tempo possibile l’obiettivo europeo del 65% di riciclo netto di materiali e per evitare l’avvio di procedure di infrazione a livello comunitario».

«La priorità calabrese – ha proseguito – è quella di programmare e realizzare gli impianti necessari al recupero e riciclo delle frazioni di rifiuto più importanti e strategiche massimizzando il riciclo ed il riuso dei materiali e riducendo al minimo i materiali indifferenziabili. Si tratta di una strada obbligata per uscire, finalmente, da quella logica delle discariche e dei termovalorizzatori ancora così viva nella nostra Regione ma assolutamente contraria ai principi dell’economia circolare e dello sviluppo ecosostenibile».

Tra le iniziative di Puliamo il mondo, c’è anche l’indagine Park Litter, che denuncia il problema dei rifiuti abbandonati nei parchi urbani: sono 31.961 rifiuti raccolti e catalogati da 697 volontari di volontari di Legambiente nei 66 transetti eseguiti in 56 parchi urbani di 28 città, circa 5 rifiuti ogni metro quadrato monitorato.

A farla da padrone i mozziconi di sigarette che rappresentano il 42,2% dei rifiuti raccolti (13.483 su 31.961 totali), seguiti da tappi di bottiglia o di barattoli e linguette lattine (3.005 pezzi trovati pari al 9,4% del totale), pezzi non identificabili di carta (2.575, l’8,1%), pezzi non identificabili di plastica (1.838, il 5,8%), bottiglia di vetro e pezzi di bottiglie (1.710, il 5,4%), e sacchetti di patatine e dolciumi e caramelle (1.009, il 3,2%). Per quanto riguarda i DPI (dispositivo di protezione individuale), le mascherine sono state ritrovate in 25 dei 56 parchi monitorati (44,6% dei parchi) mentre i guanti in 7 dei 56 parchi (12,5% dei parchi).

La maggior parte dei rifiuti rinvenuti, oltre alla categoria dei rifiuti da fumo, sono riconducibili a quella dei prodotti “usa e getta” e quelle degli “imballaggi” che rappresentano rispettivamente il 21% (6.622 pezzi) e il 26% del totale (con 8.189 pezzi).

Al centro di Park Litter 2022 anche i cestini per la raccolta differenziata dei rifiuti presenti in 62 dei 66 transetti monitorati: solo nel 24,2% dei casi (15 su 66 transetti) sono predisposti per la differenziazione dei rifiuti secondo materiali. La presenza di tombini e canali di scolo è stata rilevata in 45 dei 66 transetti monitorati (68,2%). Questo parametro è stato rilevato in quanto studi a livello mondiale hanno stabilito che uno dei principali vettori di rifiuti in ambiente marino sono proprio i canali e i corsi d’acqua spesso collegati con la rete fognaria urbana e la principale fonte dei rifiuti è la cattiva gestione di quelli di origine urbana.  (rcz)

Legambiente: No a Ponte sullo Stretto, ci sono altre priorità

Ponte sullo Stretto? Abbiamo altre priorità. È decisa la posizione assunta da Legambiente in merito all’infrastruttura, che è tornato a essere uno dei temi più dibattuti nel corso della campagna elettorale.

L’ultimo a parlarne, è stato il neo governatore della Sicilia, Renato Schifani, a cui gli ha fatto eco il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha parlato di «condizioni irripetibili per farlo».

«Puntuale è ripartita la retorica di questa grande opera – si legge in una nota – utile solo a buttare al vento altri soldi pubblici, dopo il miliardo di euro che, fino ad oggi, sono costati studi, consulenze e stipendi della società Stretto di Messina. Stavolta diciamo noi, le priorità dell’Italia sono davvero altre».

«Nelle regioni – viene spiegato – c’è urgente bisogno di riforme che garantiscono ai cittadini un servizio di trasporto di qualità e focalizzare gli investimenti sull’ammodernamento della rete infrastrutturale e in collegamenti veloci e frequenti tra la Sicilia, la Calabria e il resto della Penisola. Abbiamo bisogno di nuovo materiale rotabile per utilizzare al meglio la linea tirrenica e moderni traghetti Roll-on/Roll-off (Ro-Ro) lunghi 200 metri, che permettono di far entrare le Frecce senza scomporle, dimezzando i tempi di attraversamento. Servono investimenti importanti per l’elettrificazione delle linee al sud e il potenziamento di alcune direttrici che permetteranno di rendere più veloci e sicuri i viaggi. Per le merci quello che serve è garantire che le linee tirrenica, jonica e adriatica al sud possano essere utilizzate da treni lunghi 750 metri».

«Inoltre – continua l’Associazione – occorre riqualificare terminali passeggeri e stazioni (oggi in condizione di degrado), migliorare accessibilità e coincidenze con il trasporto pubblico ma anche con percorsi pedonali e ciclabili, rinnovare le navi in circolazione. Investimenti importanti che devono essere accompagnati da una strategia e un’autorità che coordini l’offerta dei diversi servizi per semplificare gli spostamenti e gli scambi tra treni, autobus locali e regionali e traghetti».

Legambiente, poi, parla di «tre grandi bugie»: la prima, ovvero che «si può ripartire dall’attuale progetto. «Il Governo Monti – ha spiegato Legambiente – sulla base di valutazioni tecniche ed economiche, dichiarò il fallimeno del progetto, dopo che il Generale Contractor Eurolink non era stato in grado di dimostrare la fattibilità e a risolvere i problemi tecnici, geologici e paesaggistici dell’opera».

La seconda «grande bugia»: Presto arriverà l’alta velocità da connette al ponte per rilanciare il Sud. Falso, per Legambiente: «È previsto – viene spiegato – un finanziamento con 10 miliardi di euro per una tratta che non sarà completata prima del 2030 (e per 5 e 10 minuti di risparmio). È evidente che non si possono aspettare 20 o 30 anni prima di avere un cambiamento nei collegamenti tra la Sicilia, la Calabria e Roma».

Terza «grande bugia»: Le risorse europee aiuteranno la realizzazione del Ponte: «Il ponte – ha ricordato Legambiente – non è previsto nel Recovery Plan e neanche nella programmazione europea 2021-2027, e non rientra nel programma Connecting Europe Facility, che fornisce assistenza finanziaria alle reti e alle infrastrutture transeuropee».

L’Associazione, infatti, ha ricordato cosa prevedere il Pnrr: 60 mln a Rete Ferroviaria Italiana Spa per l’acquisto di 3 nuove navi passeggeri per l’attraversamento dello Stretto; 20 milioni per le navi che traghetteranno i treni con alimentazione ibrida; per le flotte private sono disponibili 35 per rinnovare i mezzi; l’acquisto di 12 treni Frecciarossa da 4 vagoni ciascuno per i collegamenti di lunga distanza.

Le vere priorità per Legambiente

Abbandonare il progetto e rilanciare gli investimenti in collegamenti veloci e frequenti tra Sicilia, Calabria e resto della Penisola. Portare le Frecce nei collegamenti tra Palermo, Catania e Roma. Potenziare il trasporto via nave lungo lo Stretto con moderni traghetti Roll-on/Roll-off (Ro-Ro); rafforzare i collegamenti in treno da Reggio Calabria a Taranto e Bari.

«Non possiamo più aspettare – ha concluso Legambiente –. L’Italia deve attuare la transizione ecologica e deve farlo subito».

L’Associazione, infatti, ha lanciato una petizione per chiedere al nuovo Governo e Parlamento una «rievoluzione davvero verde».

IL FUTURO DELLA CALABRIA SARÀ “GREEN”
DA LEGAMBIENTE 100 IDEE PER LA SVOLTA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Il futuro della Calabria parte e passa dalla transizione ecologica. Per questo Legambiente ha presentato 100 proposte da sottoporre al nuovo Parlamento in cui sono inserite, riforme e interventi su un tema che è stato dimenticato nella campagna elettorale conclusasi da poco, ma che è stata quasi completamente ignorata.

«La Calabria, così come l’intero Paese – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria nel corso della conferenza svoltasi a Lamezia Terme –  ha bisogno di programmazione e di capacità di visione. I temi ambientali che sono strettamente connessi a quelli sociali ed economici, devono costituire la priorità della prossima legislatura».

«Cambiamenti climatici, crisi energetica e fonti rinnovabili, rigenerazione urbana ed efficientemente energetico, ciclo dei rifiuti, economia circolare come pilastro della transizione ecologica, mobilità sostenibile: sono i temi che per Legambiente riguardano il futuro della Calabria, insieme alla tutela della biodiversità, al turismo sostenibile, all’agricoltura biologica, alla salvaguardia del patrimonio forestale ed un no deciso al ponte sullo Stretto, una cattedrale nel deserto».

Ma non è soltanto all’infrastruttura che l’Associazione ha detto no. Bocciatura secca anche per il rigassificatore di Gioia Tauro che, secondo Legambiente, non si dovrebbe fare.

Come spiegato dalla presidente Parretta, «anche l’impianto di Gioia Tauro avrebbe la funzione ipotetica di attenuare la gravità della crisi in corso diversificando le fonti di approvvigionamento energetico del Paese. Ribadiamo che non c’è logica alcuna nel realizzare rigassificatori per liberare il Paese dal ricatto del gas russo comprando il gas da Paesi come Egitto, Algeria, Libia, il Congo o gli Usa. L’Italia e la Calabria devono realizzare un’autentica transizione ecologica che renda l’Italia indipendente dall’estero in materia di energia».

Nella sede del Civico Trame di Lamezia Terme, dove Cristina Porcelli, direttrice Fondazione Tre e responsabile del Civico Trame ha ritenuto «significativo ospitare ospitare un dibattito pubblico sui temi ambientali proprio a Civico Trame, un presidio democratico e di legalità che vuole porsi come punto di riferimento del territorio nell’ambito del confronto e della partecipazione civica, della fruizione della cultura, dell’esercizio dei diritti», sono state presentate le 100 proposte, che hanno al centro: lotta alla crisi climatica, dimenticata in questa campagna elettorale, innovazione tecnologica, lavoro e inclusione sociale.

Nello specifico, si parla di nuove leggi da approvare, come ad esempio quelle sull’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili, sul consumo di suolo, sul riordino dei bonus edilizi, in materia di lotta alla gestione illecita dei rifiuti, alle illegalità lungo le filiere agroalimentari, e per la tutela della fauna e della flora protette; semplificazioni; velocizzazione degli iter autorizzativi a partire dagli impianti a fonti rinnovabili e dell’economia circolare;  approvazione di decreti attuativi mancanti, da quelli sull’end of waste per il riciclo  a quelli della legge di recepimento della direttiva Red II sulle rinnovabili, sull’agricoltura biologica o sui controlli del Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (Snpa), solo per citarne alcuni.

E poi, tra gli altri interventi da mettere in campo: uno spostamento di risorse pubbliche dai settori più inquinanti a quelli più innovativi e con minor impatto ambientale, intervenendo sui sussidi ambientalmente dannosi; potenziamento in organico e competenze degli uffici centrali e territoriali preposti al rilascio delle valutazioni di impatto ambientale, delle autorizzazioni e ai controlli; investimenti in nuove infrastrutture green, a partire da impianti eolici a terra e mare, fotovoltaici sui tetti, agrivoltaici, impianti industriali dell’economia circolare, quelli per smaltire l’amianto, mobilità urbana a zero emissioni, trasporto pendolare, ammodernamento di acquedotti, adeguamento dei depuratori esistenti e realizzazione dei nuovi, riqualificazione degli edifici scolastici, solo per citarne alcuni.

Secondo Legambiente, infatti, «se la transizione ecologica italiana andrà in questa direzione potrà contribuire davvero a tutelare l’ambiente, creare nuova occupazione, realizzare nuovi impianti di economia verde e aiutare famiglie e imprese a ridurre il caro bollette. Sul fronte occupazionale l’Italia, secondo l’ultimo Rapporto Green Italy di Fondazione Symbola e Unioncamere, vantava a fine 2020 oltre 3,1 milioni di occupati in green job».

«La spinta che può arrivare dalle rinnovabili – viene spiegato – in coerenza con il pacchetto europeo REPowerEU, secondo l’associazione confindustriale Elettricità Futura garantirebbe 470.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030, in aggiunta ai 120.000 di oggi. Secondo Fondazione Enel e The European House – Ambrosetti in Italia il percorso verso emissioni nette pari a zero entro il 2050 creerà 2,6 milioni di nuovi posti di lavoro».

Tra gli errori da evitare, poi, l’Associazione si focalizza sul ritorno al nucleare e, in particolare, sul Ponte sullo Stretto, un «insensato progetto» per Legambiente che, invece, suggerisce di concentrarsi sugli «investimenti in collegamenti veloci e frequenti tra la Sicilia, la Calabria e il resto della Penisola, portando le Frecce nei collegamenti tra Palermo, Catania e Roma, potenziando il trasporto via nave lungo lo Stretto e rafforzando i collegamenti in treno da Reggio Calabria a Taranto e Bari» .

Viene evidenziato, anche, il bisogno di accelerare sull’economia circolare, «facilitando, in primis, la realizzazione di una rete impiantistica innovativa su tutto il territorio nazionale e semplificando l’iter tortuoso di approvazione dei decreti End of waste».

Legambiente, infatti, ha ricordato che in diverse parti del Paese ci sono nuovi impianti industriali a servizio della «transizione ecologica che meritano di essere replicati» e, tra questi, cita i digestori anaerobici che producono biometano a Rende.

Accanto a queste proposte, poi, Legambiente indica tre fasi da seguire:  la prima, «l’Europa che ha una leadership importante a livello internazionale nella lotta alla crisi climatica; seguita poi dalla «riconversione ecologica del tessuto produttivo, che può garantire milioni di nuovi posti di lavoro, l’apertura di nuovi impianti produttivi o  la riconversione di quelli già esistenti».

L’ultima fase è rappresentata, infine, dalla «giusta transizione ecologica, un obiettivo da perseguire in primis penalizzando economicamente le aziende più inquinanti, a partire da quelle che hanno fatto extraprofitti clamorosi nel settore delle fossili; favorendo le riconversioni delle competenze professionali e dei cicli produttivi a maggior impatto ambientale, utilizzando anche le risorse europee del Just Transition Fund; contrastando gli interessi ecomafiosi che stanno già puntando ad acquisire appalti e risorse dedicati alla riconversione ecologica dell’economia; combattendo la povertà energetica e facilitando l’accesso a servizi e più innovative ai meno abbienti».

Giorgio Zampetti, direttore nazionale di Legambiente, ha evidenziato come «nei prossimi cinque anni, il nuovo esecutivo dovrà date risposte concrete ed efficaci per contrastate la crisi climatica, superare l’emergenza energetica e garantire una vera transizione ecologica. Non c’è più tempo, l’Europa ha fissato il 2026 come termine ultimo de cantieri del Pnrr e il 2030 per gli obiettivi climatici. I prossimi 5 anni saranno quindi fondamentali per il raggiungimento di questi traguardi».

«Occorre, dunque, correggere la rotta rispetto a quanto fatto fino ad oggi – ha concluso –. Noi non faremo mancare il nostro contributo, come dimostra l’Agenda di Legambiente che abbiamo presentato ai partiti e che mette al centro la difesa dell’ambiente e gli interessi delle imprese e delle famiglie».

Interessante, poi, l’intervento del prof. Raffaele Agostino, docente del Dipartimento di Fisica all’Università della Calabria, per mettere in luce come «fra le proposte di Legambiente, elementi trasversali sono l’Energia e la formazione».

«In questo contesto – ha detto – il sistema regionale universitario e quello della ricerca è attivo e pronto a rispondere alle sfide del cambiamento climatico, dell’uso razionale dell’energia, del rafforzamento delle infrastrutture anche attraverso la riduzione della piaga dell’emigrazione dei cervelli».

Ma non deve essere solo il sistema universitario e della ricerca a scendere in campo per la transizione ecologica. Serve anche che le istituzioni, in primis la Regione, facciano la propria parte in questo lungo percorso che è determinante per il futuro della Calabria e dei suoi cittadini. (ams)

 

 

Legambiente Calabria. Rigassificatore di Gioia Tauro impianto che non si deve fare

«Tra gli impianti a fonti inquinanti che non si devono realizzare secondo Legambiente, c’è il rigassificatore di Gioia Tauro, in Calabria, che rientra tra i progetti già approvati ma sinora mai realizzati ed ora  tornati in auge nella corsa al gas a cui stiamo assistendo». È quanto ha dichiarato la presidente di Legambiente CalabriaAnna Parretta, facendo riferimento alla mappa L’Italia fossile, che raccoglie dati e numeri sugli impianti a fonti inquinanti.

«Anche l’impianto di Gioia Tauro avrebbe la funzione ipotetica di attenuare la gravità della crisi in corso diversificando le fonti di approvvigionamento energetico del Paese – ha continuato Parretta –. Ribadiamo che non c’è logica alcuna nel realizzare rigassificatori per liberare il Paese dal ricatto del gas russo comprando il gas da Paesi come Egitto, Algeria, Libia, il Congo o gli Usa. L’Italia e la Calabria devono realizzare un’autentica transizione ecologica che renda l’Italia indipendente dall’estero in materia di energia».

Legambiente, infatti, ha ricordato che il Governo «ha imposto un’accelerata alla realizzazione di due rigassificatori, quello di Piombino e quello di Ravenna, che stanno godendo di procedure autorizzative semplificate» e che sono stati individuati, a oggi,  almeno 15 progetti tra rigassificatori e depositi presentati al Mite per procedure Via e Aia tra nuove infrastrutture e ammodernamenti di quelli esistenti. A questi si aggiungono due rigassificatori – Gioia Tauro e Porto Empedocle – e il deposito GNL di Brindisi approvati ma poi mai realizzati e ora tornati in auge».

«Considerando anche questi ultimi – ha spiegato Legambiente – sono 16 le possibili nuove infrastrutture per la rigassificazione e lo stoccaggio di GNL, di cui 6 nuovi depositi e 10 rigassificatori che si aggiungono ai tre già in funzione, per una nuova capacità di stoccaggio di 800 mila metri cubi di gas e di rigassificazione di più di 31 miliardi di metri cubi di gas, raggiungendo, così, una capacità strutturale complessiva di quasi 47 miliardi di metri cubi l’anno».

«Invece – ha continuato l’Associazione – tenendo in considerazione solamente i progetti presentati presso il MITE, e dunque escludendo Gioia Tauro, Porto Empedocle e Brindisi, l’aumento della capacità di rigassificazione sarebbe di 12 miliardi di metri cubi di gas, raggiungendo quasi 28 miliardi di metri cubi totali annui di capacità nazionale di rigassificazione. Numeri che raccontano bene il rischio dipendenza per i prossimi 25 anni, considerando che proprio il rigassificatore di Ravenna dovrebbe sostare nelle acque marine proprio per tutto questo periodo».

«Il futuro della nostra Regione – ha concluso Parretta – passa per la realizzazione di impianti di energia rinnovabile, come quelli basati su sole e vento, gli unici in grado di combattere le crisi climatica ed energetica supportando, nel contempo, uno sviluppo ambientalmente sostenibile e creando occasioni di lavoro».

Per Legambiente, infatti, servono  interventi e politiche concrete per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili e che permettano la realizzazione di almeno 85 GW di nuovi impianti a fonti rinnovabili entro il 2030 con cui raggiungere l’84% di elettricità rinnovabile nel mix elettrico, come da proposta dell’associazione confindustriale Elettricità Futura.

Fondamentale, poi, non realizzare nessuna altra nuova centrale a gas. Infatti, quelle costruite negli ultimi due decenni hanno prodotto una situazione di sovracapacità. «Sul medio periodo, per l’associazione ambientalista – si legge in una nota – sarà necessario intervenire in termini di sprechi visto che una certa quantità di gas metano viene dispersa lungo l’intera filiera delle infrastrutture a fonti fossili. Infine, va pianificata una strategia di medio – lungo periodo di uscita totale dal gas fossile, arrivando al 2040 all’obiettivo emissioni zero nette».

Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, ha evidenziato come per frenare la crisi climatica «è indispensabile mettere in campo interventi concreti non più rimandabili, a partire da una legge che elimini i sussidi alle fonti fossili, e politiche climatiche più coraggiose, come sottolineano anche i tanti giovani che domani scenderanno in piazza per il clima. Richieste al momento rimaste inascoltate tra amnesie politiche e temi ambientali dimenticati in questa campagna elettorale, giunta ormai al rush finale».

«Purtroppo – ha continuato – il nostro Paese per bilanciare la carenza di gas, che prima arrivava in gran parte dalla Russia, sta scegliendo come soluzione l’utilizzo sempre maggiore delle fonti fossili da altri paesi grazie ai gasdotti e ai rigassificatori. Si tratta di un grave errore che si ripercuoterà anche sul clima».

«Le fonti su cui concentrare le risorse pubbliche e private devono essere il sole e il vento. Per questo – ha concluso – è fondamentale puntare su semplificazioni, autorizzazioni veloci per gli investimenti su efficienza, accumuli, pompaggi, reti, impianti a fonti rinnovabili». (rrm)

AGOSTO, SPIAGGIA LIBERA NON TI CONOSCO
DA LEGAMBIENTE È ALLARME SU EROSIONE

Al contrario di quello che avviene nel resto d’Italia, dove le spiagge libere sono sempre meno, in Calabria l’occupazione degli stabilimenti balneari è dentro la “norma”: è del 29,4%.

La costa della Calabria si sviluppa per 710 km, di cui 457 di costa bassa e 253 di costa alta (Tnec 2018). Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970) fenomeni di erosione accentuata erano già presenti in diverse zone del litorale, in particolare nelle aree interessate da opere infrastrutturali, quali porti, autostrade e ferrovie. Si stima che l’arretramento significativo della spiaggia interessasse circa 170 km. 

Secondo fonti Apat del 1995 lungo le coste calabre erano già state costruite 494 opere rigide tra pennelli e scogliere. Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC – 2018) sono riferiti al periodo 1985-2013 e riportano la presenza di 278,8 km di tratti di litorale in erosione, pari a circa il 61% del totale delle spiagge basse sabbiose, indicato in 457 km, mentre le spiagge alte sarebbero 253 km. Nello stesso periodo l’area di spiaggia erosa è stimata in 6,5 milioni di metri quadrati. L’ordine di grandezza del fenomeno erosivo ha comportato, data anche la particolare morfologia delle coste calabre, la perdita di almeno 200 km di coste basse negli ultimi 30 anni con un arretramento medio di circa 25 metri, che ha indirettamente prodotto un incremento delle coste alte nel periodo considerato di circa 150- 200 km (coste basse che sono diventate coste alte per la scomparsa della spiaggia). 

Tutto questo nonostante nel rapporto Tnec si riporti che vi sono 178 km di spiagge in accrescimento con 5,5 milioni di metri quadrati di nuove spiagge. Lo squilibrio della dinamica costiera risulta evidente. 

Nel periodo 2008-2013 sono stati anche realizzati ripascimenti per 1,2 milioni di metri cubi e diversi interventi con altre opere rigide. L’incidenza sui fenomeni erosivi della costa della riduzione dell’apporto sedimentario dei fiumi e dell’incremento del livello marino, è certamente sensibile, ma minoritaria rispetto agli effetti legati alla artificializzazione del litorale, dovuta alle opere portuali ed alle varie strutture rigide di “protezione”. 

Secondo i dati Ispra tratti dal “Rapporto sul dissesto idrogeologico 2021” in Calabria, tra il 2007 ed il 2019, il 26,2% della costa bassa ha subito fenomeni di erosione. 

Le maggiori criticità

In Calabria, gran parte delle criticità derivano dalla presenza di infrastrutture portuali e dal relativo insabbiamento, con conseguenti fenomeni erosivi nelle aree adiacenti. È quanto avviene nelle zone di Gioia Tauro (RC), Reggio Calabria, Villa San Giovanni (RC), Vibo Valentia, Corigliano Calabro (CS) e Crotone. 

Le zone più colpite dall’erosione costiera nell’area metropolitana di Reggio Calabria sono quelle di Pellaro e Bocale. In particolare la riduzione degli apporti dei sedimenti da parte delle fiumare (che rappresentano la fonte prioritaria di ripascimento dei litorali) ha contribuito a questo fenomeno, unitamente alla realizzazione di manufatti ed opere, quali il porto di Saline Joniche (nel comune di Montebello Jonico), mai entrato in funzione e danneggiato dalle mareggiate, e responsabile dell’erosione che colpisce il tratto di litorale compreso tra Saline e Melito di Porto Salvo.

Questa condizione si ripete anche nei casi in cui sono presenti porti di minore grandezza. Ad esempio la spiaggia di Sant’Andrea Apostolo sullo Jonio (CZ), a causa del vicino porto di Badolato che accumula sabbia, si è ridotta in 5 anni di 150 metri ed è quasi scomparsa. Altra situazione purtroppo nota è quella del litorale attorno la foce dello Stombi, un porto-canale che rappresenta la via di accesso al complesso turistico-ricreativo del “Laghi di Sibari”, in provincia di Cosenza, e che mostra continui problemi di insabbiamento, mentre a nord della foce è sempre più evidente l’arretramento della linea di costa. 

La qualità del mare lungo le coste italiane è un altro fattore cruciale per capire le condizioni in cui versano i litorali nel nostro Paese. Per capire le contraddizioni nel modo di gestire le spiagge in Italia e approfondire la situazione di inquinamento e i tratti di costa non balneabili basta accedere al Portale Acque del Ministero della Salute. In molti casi gli stabilimenti balneari hanno di fronte tratti di mare dove è interdetta la balneazione perché i livelli di Escherichia Coli e/o Enterococchi superano i limiti di legge, quasi sempre per malfunzionamento o assenza di depuratori. 

Il 7,2% dei tratti di coste sabbiose in Italia è di fatto interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento, in linea con lo 7,7% dello scorso anno. 

Questo dato viene fuori dall’analisi di numeri e immagini satellitari del Portale Acque del Ministero della Salute sui tratti spiaggiosi non balneabili, escludendo dunque dal calcolo aree portuali, aeroportuali, industriali e le coste alte rocciose. 

Il numero delle aree interdette è rilevante perché vi sono aree vietate alla balneazione per inquinamento (perché sono stati effettuati campionamenti che hanno dato esiti in tal senso), ma anche aree di fatto “abbandonate”, ossia non campionate, ma comunque non balneabili per motivi che non sono espliciti. In alcuni casi sono foci di fiume e di torrenti, ma in altri casi non si comprende perché non vengano più analizzate e ricomprese tra le aree non balneabili.

Incredibile è la quantità di aree costiere interdette alla balneazione a causa dell’inquinamento, in special modo in Sicilia, Calabria e Campania, che in totale contano circa 65 km su 72 km interdetti a livello nazionale. 

Il risultato è che complessivamente la spiaggia libera e balneabile si riduce al 50% mediamente nel nostro Paese, ma con aree dove diventa perfino difficile trovare quelle al contempo libere e balneabili. 

Ma i maggiori incrementi rispetto alle imprese registrate nel 2011 riguardano le regioni del sud, con la Calabria in testa (+328 aziende), seguita da Sicilia (+198 attività), Campania (+184) e Puglia (+160). 

«Parlare di spiagge significa anche parlare di sostenibilità ambientale», ha spiegato Sebastiano Venneri, responsabile Territorio e Innovazione di Legambiente, nel corso della presentazione del Report Spiagge 2022, dove è stato registrato un vero e proprio SOS Spiagge libere.

Secondo l’Associazione, infatti, ci sono troppe concessioni balnerari, che toccano quota 12.166, ed è per questo che ha presentato un pacchetto di cinque proposte e sul Ddl concorrenza.

In sostanza, servono «subito i decreti attuativi. Nella prossima legislatura si approvi una legge nazionale per garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge e un quadro di regole certe che premino sostenibilità ambientale, innovazione e qualità».

Per Venneri, infatti, «occorre accelerare nella direzione della qualità e sostenibilità ambientale, replicando quelle esperienze virtuose e green messe in campo già da molti lidi e apprezzate sempre più dai cittadini che cercano qualità e rispetto dell’ambiente. A questo riguardo la Prassi Uni, nata dal lavoro di Legambiente insieme alle principali categorie di balneari, è un’esperienza preziosa e unica che definisce i criteri dei lidi sostenibili e accessibili e che spinge proprio in questa direzione. In più dal 2022 all’interno del Fondo previsto dalla Legge di Bilancio destinato alla realizzazione di interventi per l’accessibilità all’offerta turistica delle persone con disabilità, sono previsti finanziamenti per chi decide di accedere alla prassi UNI codificata grazie a Legambiente».

Il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, invece, ha parlato di «un’anomalia tutta italiana a cui occorre porre rimedio», parlando del fatto che non esiste una norma nazionale che stabilisca una percentuale massima di spiagge che si possono dare in concessione.

«L’errore della discussione politica di questi anni – ha evidenziato – sta nel fatto che si è concentrata tutta l’attenzione intorno alla Direttiva Bolkestein finendo per coprire tutte le questioni, senza distinguere tra bravi imprenditori e non, e senza guardare a come innovare e riqualificare. È un peccato che non si sia riusciti a definire le nuove regole in questa legislatura, in modo da togliere il tema dalla campagna elettorale».

«Occorre, infatti – ha concluso – dare seguito alle innumerevoli sentenze nazionali ed europee, altrimenti si arriverà presto a multe per il nostro Paese per violazione delle direttive comunitarie e, a questo punto, anche di una legge nazionale che stabilisce di affidarle tramite procedure ad evidenza pubblica a partire dal primo gennaio 2024». (rrm)