Biondo (Uil Calabria): Draghi faccia della Statale 106 tappa simbolica del suo “viaggio” in Italia

Il segretario generale della Uil Calabria, Santo Biondo, ha lanciato un appello al presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, affinché rende la Statale 106 «una delle tappe simboliche del suo viaggio in Italia».

«Anzi – ha rimarcato Biondo – la prima tappa, proprio per dare un segnale forte, partendo da una regione che, purtroppo, nonostante le riconosciute potenzialità, vive ancora adesso una fase di marginalizzazione territoriale e sociale ma che desidera, vuole, pretende di diventare un punto di ripartenza dopo il Coronavirus».

Come riportato da Repubblica, il Premier avrebbe deciso di inaugurare la fase due della sua esperienza alla guida del Governo con un tour in Italia, che è partito proprio dalla Liguria, «con la missione di indicare il percorso giusto per rilanciare il Paese» si legge nell’articolo firmato da Tommaso Ciriaco.

«Non sempre e non solo visitando cantieri garantiti dalle risorse europee, ma anche individuando tappe simboliche per immaginare l’Italia della ripartenza dopo il virus. Con gesti che dimostrino l’attenzione per il lavoro, la questione sociale e l’ambiente, la cultura e la solidarietà», si legge ancora. E proprio su questo punto che parte la “provocazione” del sindacalista: «Mario Draghi accolga questa sfida, lo faccia anche per mandare un messaggio preciso alla criminalità organizzata che imperversa in Calabria e, spesso, ostacola l’apertura dei cantieri e mette a serio repentaglio la conclusione delle opere pubbliche».

«Il sindacato, unitariamente – ha concluso – sarà pronto e disponibile ad accompagnarlo lungo la “via crucis” delle incompiute, delle strade insicure e mortali, delle prime pietre poste e delle cattedrali nel deserto». (rcz)

Quirinale: altra fumata nera. L’ultima chance di Draghi e l’exit-strategy da manuale

di SANTO STRATI – Dopo una seconda, infruttuosa giornata di voto per il Quirinale, caratterizzata da frenetici incontri, resta solo oggi alla nostra classe politica per salvare la faccia e onorare adeguatamente Draghi. Il premier non ha mai fatto mistero di una (legittima) aspirazione di andare al Colle, ma ugualmente non ne ha fatto una ragione di vita. Adesso si trova davanti a una drammatica realtà: se viene eletto oggi con i numeri della sua maggioranza, le due fumate nere verranno classificate come prove generali per trovare l’intesa, e il trasloco al Colle gli consentirebbe di indicare agevolmente il suo successore per portare il governo fino al termine della legislatura. Se, invece – come purtroppo sembra – non ci sono margini di manovra e – vergognosamente – una maggioranza all’apparenza coesa non riesce a trovare un punto di incontro che travalichi i nomi e dia serenità agli italiani (di cui hanno tanto bisogno), il premier Draghi dovrà superare se stesso adottando una exit strategy da manuale: si tira fuori dalla competizione e si prende, senza che alcuno possa contestarglielo, il ruolo di king maker, suggerendo lui alla “sua” maggioranza chi votare. In questa maniera darebbe scacco matto a tutti, portando a termine la legislatura con un presidente (da lui indicato) e potrebbe con tutta tranquillità preparare il suo arrivo al Quirinale dopo le elezioni della prossima primavera.

Il rischio più grande, in questo momento, è che l’inesistenza della maggioranza (di fatto acclarata, giorno dopo giorno e confermata dalla mancanza di qualsiasi intesa per il voto al Quirinale) determini la brusca e repentina fine del Governo con tutte le conseguenze nefaste che potrebbero arrivare. Al di là della drammatica situazione della pandemia e della crisi economica che sconsiglierebbero qualsiasi avventurismo politico in questo momento, l’unica soluzione all’orizzonte sarebbe lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni. Il nuovo presidente della Repubblica (malvotato da una maggioranza inesistente) avrebbe da subito una brutta gatta da pelare.

Secondo il nostro modesto parere, Draghi ha ben chiara la situazione che si sta delineando. L’alibi di Berlusconi con lo spauracchio della destabilizzazione non ha retto neanche un istante dopo il ritiro della candidatura dell’ex premier, rivelando non solo la debolezza di una sinistra succube di un evaporato (forse meglio dire inesistente) Movimento 5 Stelle alla disperata ricerca di un’identità, ma anche le lacerazioni che esistono nell’area di centro-destra. L’unica che effettivamente vuole Draghi al Quirinale è Giorgia Meloni perché rientra nella sua logica di primazia rispetto alla Lega: secondo la leader di Fratelli d’Italia, con Draghi al Colle il Governo cade subito e si va a votare. In questo momento di vento favorevole ai danni di Salvini e dei resti in dissoluzione di Forza Italia, la Giorgia non rischierebbe di non guadagnare voti e posizioni da primo partito. In fondo, il suo obiettivo è fare la Presidente del Consiglio, ma la sua visione del mondo è troppo ristretta e confusa (come la mettiamo con le sue posizioni antieuropeiste?) per poter anche minimamente immaginare di conquistare gli italiani schifati da questo modo di fare politica? Senza contare la disperazione dei tantissimi onorevoli “disoccupati” che il nuovo Parlamento lascerà fuori del Palazzo.

A fronte di una situazione che sta facendo venire il voltastomaco a mezza Italia, ci sono dunque due soluzioni immaginabili. La prima vede Draghi eletto oggi a pieni voti, con la conferma di una maggioranza (apparentemente) coesa che ha voglia di mantenere in piedi il governo, con un sostituto del premier capace di traghettare fino al voto questa legislatura; l’altra, richiede il polso fermo del premier che si tira fuori e fa il king maker. Qualcuno storcerebbe il naso perché secondo la Costituzione non è il capo del Governo che sceglie il Capo dello Stato (bensì il contrario), ma la situazione è talmente drammatica che diviene difficile far prevalere presunti maldipancia costituzionali. Draghi in questo modo fotte tutti (scusate l’anglicismo): quelli che aspirano a fare i franchi tiratori e impallinarlo, delegittimandolo persino nel ruolo di capo del Governo (quale governo se non c’è una maggioranza?) e quelli che lo spingono a forzare la mano e accettare il minimo sindacale di un voto raccogliticcio quando sulla carta ci dovrebbero essere (escludendo Fratelli d’Italia e altri “dissidenti”) 900 voti della maggioranza che tiene in vita il governo. È una scelta difficile, ma chi è leader, per davvero, non ha mai cose facili a cui trovare soluzione. (s)

BENVENUTO 2022: L’ANNO DEL PRESIDENTE
MATTARELLA BIS, DRAGHI O GIANNI LETTA?

di SANTO STRATI – Comincia un altro difficile anno, con le fosche nubi di un contagio che appare irrefrenabile, anche se, grazie al cielo, i decessi sono limitati rispetto ai numeri che abbiamo patito nel 2020. Ma non sarà la pandemia al centro dell’attenzione e del dibattito politico. È l’anno del nuovo inquilino (o resta il vecchio?) del Quirinale e questo scenario sovrasta su tutto, persino sull’emergenza. Chi sarà il futuro presidente? La particolarità del momento tra pandemia e affannoso impegno per inseguire la ripresa non lascia spazio a grandi colpi di scena e i calabresi, come il resto dell’Italia, che ieri sera aspettavano un segnale di disponibilità da parte del presidente uscente non sono rimasti delusi, bensì si ritrovano ancor più confusi dall’incapacità della politica di trovare un punto d’incontro per una scelta condivisa. La politica, quella che stiamo vivendo in questi anni fa rimpiangere i grandi personaggi che, tra chiaro e scuro, hanno lasciato un segno tangibile di cosa significava autorevolezza, capacità di essere leader, visione ampia e consapevolezza del ruolo. Le tristi ombre degli attuali comprimari della politica sono lontani anni luce dai protagonisti della prima repubblica, ma soprattutto dimostrano l’assoluta incapacità di accettare la sfida della politica, quella nobile che appassiona il popolo e fa crescere il Paese. E sottolinea l’insignificante pochezza di quelli che non sono stati in grado di formarsi, con umiltà, studiando il passato, analizzando il presente, immaginando il futuro. Tutto ciò – è sotto gli occhi di tutti – non c’è, non ci sono protagonisti, salvo piccolissime eccezioni e gli italiani sono sfiduciati e avviliti da questa non-politica.

In questo quadro sconfortante difficile individuare scelte condivise per il nuovo presidente della Repubblica. Già è facile prevedere uno scontro fra le parti (e i partiti) del quale gli italiani farebbero volentieri a meno, visto che le posizioni per una candidatura non divisiva appaiono ingestibili. La soluzione più pratica e più efficace ci sarebbe: un Mattarella-bis che mantenga lo status quo del governo a guida Draghi fino alla naturale fine della legislatura (maggio 2023). Ma è una soluzione talmente semplice che non trova spazio tra i politici che affermano con finta convinzione che Mattarella ha detto chiaramente che non vuole un secondo mandato. Ma secondo voi, ammesso che Mattarella, nel suo ammirevole aplomb, avesse in cuor suo una pur piccolissima idea di accettare un bis in nome della stabilità irrinunciabile visto il momento difficilissimo della pandemia, lo verrebbe a dire a tutti prima della convocazione elettorale per il Quirinale? Conoscendo il personaggio, la sua naturale modestia, neanche sotto tortura direbbe in anticipo «accetto per amor di patria». Nè tanto meno non poteva non dare il suo commiato agli italiani nel messaggio di ieri sera, lasciando intendere che ha già pronte le valigie… Del resto, ricordiamolo bene che al Quirinale non ci si candida, ma si viene candidati.

Il momento, però, è terribile: è a rischio la tenuta del Governo (se Draghi dovesse diventare Capo dello Stato) perché verrebbe meno il collante che l’ex presidente Bce sa esercitare e che ha mostrato di saper utilizzare. Ma Draghi ha chiesto di diventare Presidente della Repubblica? Ad ascoltare bene le sue parole nella conferenza di fine anno, solo i più maliziosi (o in malafede) sono riusciti a leggere questo desiderio che, al momento appare più facilmente procrastinabile a fine mandato, a fine legislatura. Senza contare l’inghippo istituzionale che si andrebbe a verificare con uno spostamento di Palazzo. Draghi sta svolgendo più che egregiamente il suo compito, gode della stima incondizionata di tutto il mondo e ha più “nemici” tra i banchi della sua maggioranza che nel resto dell’opposizione (quella modesta e inoffensiva di Giorgia Meloni e quella quotidiana e perfida di Marco Travaglio). Però, può completare il mandato e aspirare, legittimamente, a chiudere la sua “carriera” al vertice al Paese, senza potere politico, ma con l’onore straordinario del ruolo di Capo dello Stato.

Quindi, la soluzione più naturale sarebbe una preghiera corale (unitaria) delle Camere e dei grandi elettori a Mattarella ad accettare un secondo mandato, che sarebbe comunque a tempo: al rinnovo del Parlamento con le Camere stravolte dal referendum che ha ridotto i loro componenti, sembrerebbe il minimo che il Presidente eletto da una maggioranza ben diversa (anche numericamente) da quella nuova rassegnasse le dimissioni, affidando alle nuove (striminzite) Camere l’onere di eleggere un nuovo Capo dello Stato. E questo suggerimento (o auspicio) vale sia per Mattarella che per chiunque vada al Quirinale. Si dirà: non è la prima volta che il Presidente in carica sia espressione di una maggioranza che magari non c’è più, ma in questo caso c’è una composizione nuova (e decisamente anomala, ma votata per legge) del Parlamento e i numeri non sarebbero più gli stessi in ogni caso.

E fin qui abbiamo parlato di status quo, ma c’è l’incognita Berlusconi che spareggia la “soluzione semplice” del bis. L’ex cavaliere sogna di diventare presidente e i suoi non fanno altro che sostenere l’impossibile desiderio, facendo i conti sui franchi tiratori (a favore) ma trascurando quelli del fuoco amico. Berlusconi è un personaggio che, al di là delle ingiustificabili e inappropriate “attività personali” (per le quali non c’è assoluzione alcuna, moralmente parlando), ha lasciato un segno profondo negli ultimi trent’anni. Voler percorrere a tutti i costi l’elezione quirinalizia nasconde un rischio gigantesco che, a ben vedere, Berlusconi dovrebbe evitare di correre. Una bocciatura alla quarta votazione (dove basta la maggioranza semplice, che comunque non avrebbe) decreterebbe non solo la sua fine politica ma soprattutto cancellerebbe completamente anche quel poco, pochissimo?, di buono che ha seminato durante i suoi governi. Una bocciatura equivarrebbe a una macchia insopportabile per un uomo di 85 anni che ha sempre mostrato di avere il vizio di vincere (pur con qualche indigesta sconfitta). E allora? Dovrebbe dare ascolto ai suoi veri amici (pochi per la verità) e rinunciare facendo però la mossa vincente che lo riconsegnerebbe agli altari della gloria (?) politica. La sua rinuncia in cambio di una designazione che nessuno potrebbe mai contestare e che Berlusconi potrebbe agevolmente intestarsi. Chi è, nell’attuale scenario della politica italiana, il personaggio che trasversalmente gode dell’incondizionata stima di destra, sinistra, centro? È Gianni Letta, il Richelieu della politica italiana, gran conoscitore della macchina dello Stato, personalità di specchiata onestà, figura emblematica e rappresentativa, al meglio, del popolo italiano.

Berlusconi avrebbe delle ottime motivazioni per rinunciare, a partire dall’età e dalla salute da qualche tempo alquanto precaria, quindi una rinuncia per “motivi di salute” non sarebbe una resa. Anzi lo aiuterebbe a ricostruirsi (si fa per dire) la reputazione perduta per la scappatelle sessuali. E la designazione del suo “delfino” potrebbe trovare una convergenza unitaria già alla prima “chiama” del voto quirinalizio. Anche Letta ha un’età (86 anni) e il suo mandato non a termine, troverebbe comunque una corretta fine dopo l’elezione del nuovo Parlamento “ridotto” che potrebbe eleggere il nuovo Presidente (Draghi?). All’attuale premier converrebbe completare il mandato fino a fine legislatura. Ne guadagnerebbero gli italiani, gli sarebbe grato il Paese. E sarebbe il candidato insostituibile per la Presidenza del dopo elezioni del 2023. Non è fantascienza politica, ma un semplice ragionamento che molti italiani, crediamo, potrebbero condividere. Ma in Italia, si sa, le soluzioni pratiche sono evitate come la peste e l’«ufficio complicazione affari semplici» (Ucas) non va mai in ferie. Buon anno a tutti. (s)

L’OPINIONE/ Emilio Errigo: La Calabria e i calabresi esistono, non dimenticatelo

di EMILIO ERRIGO  – In un pregevole articolo di Antonietta Maria Strati, pubblicato ieri su Calabria.Live, viene riverberato l’accorato appello rivolto al Capo dello Stato, il caro Presidente, Sergio Mattarella e al Presidente del Consiglio dei Ministri, l’esperto economista internazionale, già Presidente della BCE e Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, dal noto imprenditore calabrese Nino De Masi, viene chiesto loro di ritornare in Calabria, (visto e considerato che il Presidente già c’è stato), al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e di “venire” in Calabria, al Presidente del Consiglio Mario Draghi.
Per fare cosa ci si chiedono in tanti? Per ribadire che lo Stato c’è ed è vicino alla Calabria e ai Calabresi!
In verità che ci sia lo Stato i Calabresi quelli più accorti, già se ne erano accorti e da un pezzo, basti pensare ai tantissimi Commissari Straordinari Ministeriali e di Governo, che negli ultimi 10/15 anni e forse più, si sono alternati nella gestione e amministrazione, dei tantissimi Comuni Calabresi sciolti per infiltrazione mafiosa e amministrare e gestire gli Enti Pubblici economici e non.

La realtà nella quale si trovano a vivere la Calabria e i Calabresi, viene semestralmente relazionata puntualmente e con ammirevole precisione, dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA), relazione questa, inviata dal Ministro dell’Interno al Parlamento.
Ora se non si è limitati per cause naturali nell’acquisizione delle conoscenze e sapere sociale, la realtà è quella che viene rappresentata al Parlamento e non si deve scappare o far finta di non capire.
Invito i generosi lettori di Calabria.Live di essere pazienti e concentrarsi nel leggere la Relazione semestrale della DIA, dove viene cronologicamente, semestralmente, annualmente a partire dal 1992 al 2020, un pezzo di storia criminale e mafiosa italiana e non solo.
Delle mafie italiane e straniere, si sa pure troppo, credo pertanto che non ci sia tanto bisogno di far venire o far ritornare in Calabria, il Presidente della Repubblica e chiedere o meglio invitare, il Presidente del Consiglio Mario Draghi, di venire in Calabria, per far sentire e capire a tutti, dico e ripeto a tutti i Calabresi, che lo Stato e le sue Istituzioni esistono.
Occorre a mia opinione, attraverso tutti i mezzi e le risorse umane disponibili, in Italia e all’estero, far comprendere e comprendere bene, che la Calabria e i Calabresi esistono e non devono essere dimenticati dal Capo dello Stato, dalle Istituzioni e dal Presidente del Consiglio in particolare.
Se in Calabria, il fuoco cova sotto la cenere, se la disoccupazione cresce in numerico e crea disagio sociale, se la malavita incalza e crea asfissia di libertà, qualcuno dei tantissimi Parlamentari ai quali viene indirizzata la relazione semestrale della DIA, si deve e devono chiedersi almeno il perché di questa tristezza umana, o no? (er)
[Emilio Errigo è nato in Calabria, docente universitario di diritto internazionale e del Mare, e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate]

G20, Occhiuto: con Draghi l’Italia torna protagonista internazionale

Il neopreosdente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, ha commentato l’evento G20 di Roma: Con Draghi – ha detto – l’Italia torna in primo piano nello scenario internazionale. «Finalmente torna ad avere un ruolo centrale, da protagonista, a livello internazionale. Grazie all’autorevolezza e al prezioso lavoro del presidente del Consiglio, Mario Draghi, il nostro Paese ha ritrovato credibilità e considerazione. Una congiuntura positiva che ormai non si verificava più dagli anni dei governi Berlusconi, ultimo premier capace di dialogare alla pari con i grandi del pianeta. Le aperture del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il successo del G20 di Roma, il peso riconquistato dall’Italia nei tavoli che contano. Tutti fattori determinanti per gli obiettivi, economici e geopolitici, da conseguire nei prossimi anni». (rrm)

Il tweet di Falcomatà, la risposta di Draghi. Oggi arriva Curcio (Protezione Civile)

Il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà twitta l’invito a draghi di venire giorno di Ferragosto in Calabria per rendersi conto di persona dell’immane disastro ambientale provocato dagli incendi di questi giorni.

E il Presidente Draghi replica immediatamente esprimendo la vicinanza del Governo alla popolazione calabrese così duramente provata. Draghi ha assicurato il massimo sostegno a tutta la comunità metropolitana di Reggio Calabria e all’intera Calabria.

«Sono stato raggiunto – ha detto Falcomatà – da una telefonata del Presidente del Consiglio, che si è intrattenuto a lungo per conoscere nel dettaglio lo stato della situazione relativa all’emergenza incendi, pregandomi di estendere la sua solidarietà e vicinanza all’intera comunità ed offrendo la massima disponibilità per ciò che riguarda il tema dei ristori sia per un progetto straordinario di messa in sicurezza del territorio metropolitano e per il rimboschimento di tutte le aree verdi andate distrutte. Credo sia un segnale positivo di vicinanza alla nostra comunità da parte del Presidente Draghi»

«Proprio domani (ndr: oggi) il Capo nazionale della Protezione Civile Fabrizio Curcio sarà in Calabria per sincerarsi direttamente della situazione, guidare personalmente le operazioni di spegnimento degli incendi rimasti e fare il punto sulla messa in sicurezza delle aree andate distrutte dal fuoco. C’è da programmare con urgenza un intervento straordinario per evitare che montagne e colline rimaste scoperte dalla protezione vegetale possano trasformarsi in fiumi di fango già alle prime piogge. E poi è necessario prevedere fin da subito una vasta operazione di rimboschimento di tutti i territori distrutti dal fuoco, oltre che il risarcimento dei danni per le imprese ed i cittadini residenti che hanno subito gli effetti devastanti degli incendi. 

«Siamo sinceramente confortati dalla vicinanza espressa dal Presidente Draghi – ha affermato infine il sindaco – in una situazione di emergenza come questa penso sia un dovere delle istituzioni far sentire la propria presenza in maniera concreta, supportando chi come i sindaci da giorni sta combattendo, spesso anche fisicamente, contro l’avanzare del fronte incendiario. Siamo fiduciosi che la disponibilità offerta dal Capo del Governo si tramuti in tempi brevi in un supporto concreto, a cominciare dal sostegno nelle operazioni di spegnimento degli incendi ed in tutto ciò che ne consegue in termini di risarcimento, messa in sicurezza e bonifica delle aree colpite. Naturalmente continueremo ad interloquire in maniera costruttiva per fare in modo che ciò avvenga in tempi ragionevoli». (rrm)

Va a ruba la pizza dedicata al Premier Draghi ideata dal reggino Egidio Montoli

Si chiama La pizza Super Mario, la pizza ideata dal reggino Egidio Montoli e dedicata al Presidente del consiglio Mario Draghi, che sta andando letteralmente a ruba, a pochi giorni dal suo ‘debutto’.

Montoli, titolare del ristorante L’Antico Casale di Lazzaro, già cinque volte campione del mondo di “pizza acrobatica”, ha realizzato l’omaggio al presidente utilizzando prodotti della tradizione calabrese ma anche ingredienti gourmet: a base di mozzarella di bufala, basilico e pomodori pachino, infatti, la pizza è poi condita con ‘nduja, tartare di filetto, scaglie di parmigiano, scaglie di tartufo nero estivo e olio aromatizzato al bergamotto di Reggio Calabria. (rrc)

I Giovani Popolari del Movimento Civico Noi: Presidente Draghi, venga in Calabria

Presidente Mario Draghi, venga a trascorrere una giornata di lavoro in Calabria, dedicata al mondo dei Giovani e al loro futuro. È quanto hanno chiesto, in un videomessaggio, i Giovani Popolari del Movimento Civico Noi al presidente del Consiglio dei ministri.

Il messaggio registrato nella Villa Comunale di Cosenza, nel cuore della Città Storica nota per l’abbandono ed il degrado provocato dalle istituzioni locali, è diretto e propone una serie di argomenti tra i quali quello dei fondi europei che dovranno essere gestiti in un contesto di sviluppo e legalità se non si vuole, come sempre, restituirne gran parte per la nota incapacità della pubblica amministrazione calabrese.

Nel messaggio, è stato messo in evidenza come in Calabria il Covid19 non è l’unico male, anzi, tra tutti i mali è quello che ha acceso i riflettori nazionali sui gravi problemi che ormai da decenni pesano sulle spalle dei calabresi e in maniera particolare sulle nuove generazioni costrette a pagare un debito che non appartiene a loro. Il portavoce nazionale Giovani, Tommaso Vetere, ha espresso fiducia incondizionata al Presidente Draghi, affermando che in questo momento è l’unico uomo che può creare uno spazio libero nel quale incontrare i giovani, le loro speranze, le loro aspettative e insieme a loro generare il cambiamento che la Calabria merita in un contesto di sviluppo e legalità.  Insieme al portavoce Giovani hanno contribuito al video messaggio Eleonora Cafiero, Emily Amantea, Andrea De Rosa(rcs)

PONTE, NUOVI PRETESTI PER NON DECIDERE
IL GOVERNO DEVE DIRE SE VUOL FARLO O NO

di SANTO STRATI – Non è un’impressione, ma una solida realtà: continua l’ignobile tarantella dei diversivi a proposito del Ponte sullo Stretto. Con un ministro alle Infrastrutture (Giovannini) che non conosce i termini della questione (e non cerca nemmeno di approfondirli) e la relazione (un’altra ancora) della Commissione tecnica istituita dalla precedente ministra Paola De Micheli che espone altre idee. Come se non ci fosse già un progetto approvato e quindi immediatamente eseguibile. La verità è che manca la volontà politica di assumersi la responsabilità di decidere, ma i calabresi e i siciliani sono ora davvero arcistufi di questo indecoroso e avvilente balletto di rinvii: il Governo, ora, deve dire se intende fare quest’opera colossale e strategica, oppure no. Senza giri di parole e nuove ipotesi che, per intenderci, nascono più dalla fantasia di chi sta nel Palazzo piuttosto che dalla competenza di chi avrebbe titolo per parlare.

L’ultima trovata per perdere tempo è l’ipotesi del Ponte a tre campate e non, come nel progetto originario vinto dal consorzio Eurolink, a una. Orbene, a parte le obiezioni di natura tecnica che affidiamo a chi a titoli per farle, va subito considerato che qualsiasi ipotesi modificativa del progetto approvato equivale semplicemente ad aver buttato via 50 anni di lavori e idee e richiederebbe altri dieci anni di “studi e progetti”. Non servono altri studi e progetti, questo è chiaro a tutti, tranne che ai nostri governanti che, fino ad oggi, a cominciare da Mario Monti (che ha bocciato il progetto già esecutivo) e finire a Giuseppe Conte, hanno gestito “politicamente” la questione Ponte a seconda degli interessi di una o dell’altra parte. Una volta per accontentare i No-Ponte, un’altra gli ecologisti-talebani dello Stretto, un’altra per far felici le compagnie del trasporto marittimo, un’altra i fautori della “decrescita infelice”, etc. Conte era dubbioso durante il primo Governo, poi la rilanciato la balzana idea del tunnel (i Cinquestelle sono notoriamente No-Ponte): anche questa è stata l’occasione per tenere caldo l’argomento, senza decidere nulla. Tant’è che la Commissione voluta dalla ministra De Micheli ha bocciato completamente l’idea sottomarina perché impraticabile. E il Governo Draghi si trova con il ministro della Transizione ecologica Cingolani che si dichiara contro il Ponte, pur premettendo di conoscere nulla in materia e il ministro delle Infrastrutture che ha detto ieri sera dalla Gruber che aspetta il dibattito parlamentare del 12 maggio per capirne di più.

Ora basta, ha detto chiaramente il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci cui ha fatto eco Nino Spirlì, presidente ff della Regione Calabria. Come se non bastasse, il ministro Enrico Giovannini ieri ha detto che il Ponte non può rientrare tra i progetti del Recovery Plan perché è già chiuso. Ma dove vive il ministro e chi è che (non) lo informa? Non è una novità, si sapeva già da mesi che il progetto non era dentro il PNRR, ma soprattutto il ministro ignora che l’ing. Pietro Salini a capo della Webuild (la società che ha assorbito Impregilo, general contractor del Ponte) ha ribadito a Catania la scorsa settimana che la sua Società è pronta a investire in proprio (a fronte della concessione futura), purché lo Stato si faccia carico degli oneri accessori. Oneri di cui, peraltro, si sono detti pronti a farsi carico i due governatori delle regioni interessate, nel caso in cui lo Stato dovesse fare orecchie da mercante.

Il Ponte non piace a tutti, questo è evidente, ma sarebbe magnifico scoprire quali interessi ci sono per contrastare così efficacemente un’opera che potrebbe trasformare l’economia siciliana e calabrese, sotto tutti i punti di vista. Piace – dice Marco Travaglio a ‘ndrangheta e mafia – ma riteniamo sarebbe il caso di smetterla con questi stereotipi che condannano la Calabria a una perenne ingessatura: ci sono persone come il procuratore Nicola Gratteri, capo della Procura a Catanzaro, che rischiano ogni giorno la pelle per dimostrare che il malaffare si può contrastare. Oggi ci sono gli strumenti di vigilanza sugli appalti, in grado di scoprire o impedire intestazioni fittizie e il controllo mafioso sulla realizzazione delle opere. Certo, è un compito assai difficile, ma bisogna crederci, perché i calabresi sono stanchi di vivere anche quest’ulteriore emarginazione sociale. Se prevalesse questa logica non avremmo imprenditori coraggiosi che combattono a viso scoperto la ‘ndrangheta (Nino De Masi è uno dei tanti esempi, ma ci sono anche i Callipo, i Caffo, che danno un’immagine positiva e moderna della loro terra, etc). Quindi, non si prenda il pretesto che il Ponte sarebbe un affare per la mafia: la Calabria perbene non lo permetterebbe più.

Poi ci sono gli incompetenti di carriera che sparano cavolate un tanto al chilo senza sapere di cosa parlano. Purtroppo il nostro Paese ne ha in quantità industriali: se prevalesse la logica di ascoltare i tecnici qualificati, i professionisti di acclarata capacità, non avremmo i guasti che riscontriamo nella gestione dell’emergenza Covid, tanto per fare un esempio, e non avremmo la spaventosa montagna di burocrazia che serve, i più delle volte, a mascherare inettitudine e incompetenza e a bloccare crescita e sviluppo.

La proposta del ponte a tre campate è, come già detto, un altro diversivo per non mascherare l’incapacità di decidere. E oltretutto è un’idea maturata, probabilmente, di notte a qualche testa che si ritiene illuminata ma che non capisce niente di ponti e di costruzioni. Abbiamo sentito in proposito il prof. Enzo Siviero, Rettore dell’Università E-Campus, ingegnere e architetto, progettista di chiara fama e professore di Ponti e Tecnica delle Costruzioni allo Iuav a Venezia, e la bocciatura è totale. «È evidente – ha detto il prof. Siviero a Calabria.Live –  che la soluzione a tre campate viene messa sul piatto per togliersi ogni responsabilità! Dato che, se si optasse per questa soluzione, si dovrebbe ripartire da zero con un tempo di completamento stimabile in molti anni (10 se va bene…). Poi,  vi è una palese incertezza sui costi effettivi e sulla realizzabilità per le problematiche delle fondazioni e delle pile in mare» In questo modo – sottolinea il prof. Siviero – si butta un lavoro di mezzo secolo di studi e ricerche con relativi costi a perdere per lo Stato: la Corte dei Conti che non avrebbe nulla da obbiettare? Senza contare che  resta aperto il contenzioso con il contraente generale Eurolink. Vedremo se questi aspetti sono considerati nella relazione che sono curioso di leggere».

Il prof. Siviero ricorda come si è arrivati all’ipotesi di un ponte a campata unica: «Già all’inizio della progettazione da parte della Società Stretto di Messina – con soci Anas FS Regione Sicilia Regione Calabria, in liquidazione dal 2012, ma non ancora liquidata – la prima ipotesi propendeva per un’unica pila in mezzo allo Stretto. Ciò per canalizzare meglio la navigazione e per approfittare di una “cresta” intermedia nel fondale. Uno studio approfondito della componente geotecnica aveva tuttavia concluso per l’infattibilità costruttiva nell’area dello Stretto a causa delle forti correnti (4 nodi) che difficilmente avrebbero consentito il posizionamento della pila a cassone autoaffondante (inimmaginabile realizzare pali). Inoltre erano necessarie tecnologie sperimentali per consolidare il terreno di fondazione (presumibilmente una particolare forma di jet grouting). E qualora fosse stato possibile, i relativi costi erano enormi e comunque tali da rendere non competitiva la soluzione rispetto alla campata unica».

Secondo il prof. Siviero «Vi era, per di più, una manifesta controindicazione ad una o più pile lungo un percorso di navi verso il Porto di Gioia Tauro, per il rischio di ship collision. Altro elemento di incertezza veniva individuato nel dovere modificare la direzione del ponte che, oltre ad incidere sulla lunghezza, aumentava la componente di qualche frazione di millimetro dovuta all’allontanamento con spostamento antiorario della Calabria rispetto alla Sicilia. Ciò ha indotto la Stretto di Messina ad optare per l’attuale progetto a campata unica, via via affinato in ulteriori vent’anni di studi e ricerche. Da notare che nel 1992 i consulenti geotecnici, espressero “nero su bianco” un esplicito parere di infattibilità. Questo all’epoca!
«Certo è possibile che oggi vi siano tecnologie innovative che possono essere “sperimentate” ma si dovrebbe disporre di studi assai approfonditi corredati da adeguate ed estese indagini in situ. Tutto ciò comporta realisticamente un allungamento dei tempi e con una fortissima incertezza sugli esiti esecutivi e dei relativi costi effettivi, anche come detto, vista l’incognita delle fondazioni in mare a tali profondità e con quelle correnti. Resta poi il fatto che si dovrebbe ripartire da capo anche per gli attacchi a terra, le sistemazioni urbanistiche, gli espropri ecc. In definitiva da un lato c’è un progetto definitivo di SDM pronto e corredato di tutti i pareri tecnici, dall’altro c’è una “idea progettuale” ancora da sperimentare che rimette in discussione tutto l’iter approvativo misurabile in molti anni».

Dunque, torniamo a ripetere che la questione è solo di volontà politica. Oggi il premier Mario Draghi – che non si è ancora espresso in maniera chiara sul Ponte – ha un governo dalle tante anime, ma la sua leadership è in grado di mettere d’accordo i talebani no-Ponte e i parlamentari che vedono nell’opera una straordinaria e irripetibile occasione per dare il via a un processo di rinnovamento e di crescita di tutto il Mezzogiorno. Con un’occupazione prevista di almeno 100mila unità (25mila già da quando si comincia) e una ricaduta sul territorio in termini di sviluppo territoriale con un’attrazione turistica unica. Presidente Draghi prenda in mano il dossier Ponte e decida, sulla scorta della sua eccezionale esperienza e della sua visione di futuro, sul Ponte come su tutte le altre cose che renderanno l’Italia un Paese migliore. (s)

Draghi: in treno da Reggio a Roma nello stesso tempo che si copre Roma-Torino. Il testo completo del PNRR

Il presidente del Consiglio Mario Draghi, ieri in Senato, per presentare il Piano Nazionale di Ripresa e resilienza (PNRR) ha ribadito, a proposito del collegamento ferroviario Reggio-Salerno che si tratterà di vera Alta Velocità. Il che significherà – ha puntualizzato – che il tempo che si impiega in treno da Roma a Torino con le Frecce sarà lo stesso per raggiungere Reggio Calabria. I treni viaggeranno a 300 kmh: è un progetto ben definito e contenuto nel Recovery Plan alla voce infrastrutture. La linea sarà completata entro il 2030: come previsto del programma Next Generation Ue entro il 2026 dovranno essere completate alcune tratte.

Il PNRR è stato approvato dalla Camera e oggi riceverà il voto del Senato. Sarà dunque rispettata la scadenza del 30 aprile per la presentazione all’Europa. Il Piano prevede tra risorse Ue e altri fondi un investimento di oltre 248 miliardi di euro.

Sei le missioni indicate dal Recovery Plan:

Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura

Turismo e cultura sono oggetto di importanti interventi per la valorizzazione dei siti storici e di miglioramento delle strutture turistico-ricettive.
Le risorse sono complessivamente 49,2 miliardi – di cui 40,7 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 8,5 miliardi dal Fondo. I suoi obiettivi sono promuovere la trasformazione digitale del Paese, sostenere l’innovazione del sistema produttivo, e investire in due settori chiave per l’Italia, turismo e cultura.  Gli investimenti previsti nel piano assicurano la fornitura di banda ultra-larga e connessioni veloci in tutto il Paese.  In particolare, portano la connettività a 1 Gbps in rete fissa a circa 8,5 milioni di famiglie e a 9.000 edifici scolastici che ancora ne sono privi, e assicurano connettività adeguata ai 12.000 punti di erogazione del Servizio Sanitario Nazionale.  Viene avviato anche un Piano Italia 5G per il potenziamento della connettività mobile in aree a fallimento di mercato.
Il Piano prevede incentivi per l’adozione di tecnologie innovative e competenze digitali nel settore privato, e rafforza le infrastrutture digitali della pubblica amministrazione, ad esempio facilitando la migrazione al cloud.

Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica

Le risorse sono complessivamente 68,6 miliardi – di cui 59,3 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 9,3 miliardi dal Fondo. I suoi obiettivi sono migliorare la sostenibilità e la resilienza del sistema economico e assicurare una transizione ambientale equa e inclusiva.
Il Piano prevede investimenti e riforme per l’economia circolare e la gestione dei rifiuti, per raggiungere target ambiziosi come il 65 per cento di riciclo dei rifiuti plastici e il 100 per cento di recupero nel settore tessile.
Il Piano stanzia risorse per il rinnovo del trasporto pubblico locale, con l’acquisto di bus a bassa emissione, e per il rinnovo di parte della flotta di treni per il trasporto regionale con mezzi a propulsione alternativa. Sono previsti corposi incentivi fiscali per incrementare l’efficienza energetica di edifici privati e pubblici. Le misure consentono la ristrutturazione di circa 50.000 edifici l’anno.  Il Governo prevede importanti investimenti nelle fonti di energia rinnovabile e semplifica le procedure di autorizzazione nel settore.
Si sostiene la filiera dell’idrogeno, e in particolare la ricerca di frontiera, la sua produzione e l’uso locale nell’industria e nel trasporto. Il Piano investe nelle infrastrutture idriche, con l’obiettivo di ridurre le perdite nelle reti per l’acqua potabile del 15 per cento, e nella riduzione del dissesto idrogeologico.

Infrastrutture per una Mobilità Sostenibile

Investimenti per la modernizzazione e il potenziamento delle linee ferroviarie regionali, sul sistema portuale e nella digitalizzazione della catena logistica
Le risorse sono complessivamente 31,4 miliardi – di cui 25,1 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 6,3 miliardi dal Fondo. Il suo obiettivo primario è lo sviluppo razionale di un’infrastruttura di trasporto moderna, sostenibile e estesa a tutte le aree del Paese.
Il Piano prevede un importante investimento nei trasporti ferroviari ad alta velocità. A regime, vengono consentiti significativi miglioramenti nei tempi di percorrenza, soprattutto nel centro-sud. Ad esempio, si risparmierà 1 ora e 30 minuti sulla tratta Napoli-Bari, 1 ora e 20 minuti sulla tratta Roma-Pescara, e 1 ora sulla tratta Palermo-Catania.

Istruzione e Ricerca

Si sviluppa l’istruzione professionalizzante e si rafforza la filiera della ricerca e del trasferimento tecnologico.
Le risorse sono complessivamente 31,9 miliardi di euro – di cui 30,9 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 1 miliardo dal Fondo.
Il suo obiettivo è rafforzare il sistema educativo, le competenze digitali e tecnico-scientifiche, la ricerca e il trasferimento tecnologico.
Il Piano investe negli asili nido, nelle scuole materne, nei servizi di educazione e cura per l’infanzia. Crea 152.000 posti per i bambini fino a 3 anni e 76.000 per i bambini tra i 3 e i 6 anni.
Il Governo investe nel risanamento strutturale degli edifici scolastici, con l’obiettivo di ristrutturare una superficie complessiva di 2.400.000 metri quadri.
Inoltre, si prevede una riforma dell’orientamento, dei programmi di dottorato e dei corsi di laurea, ad esempio con l’aggiornamento della disciplina dei dottorati e un loro aumento di circa 3.000 unità.

Inclusione e Coesione

Le risorse sono complessivamente 22,4 miliardi – di cui 19,8 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 2,6 miliardi dal Fondo.
Il suo obiettivo è facilitare la partecipazione al mercato del lavoro, anche attraverso la formazione, rafforzare le politiche attive del lavoro e favorire l’inclusione sociale.
Il Governo investe nello sviluppo dei centri per l’impiego e nell’imprenditorialità femminile, con la creazione di un nuovo Fondo Impresa Donna.
Si rafforzano i servizi sociali e gli interventi per le vulnerabilità, ad esempio con interventi dei Comuni per favorire una vita autonoma alle persone con disabilità.
Sono previsti investimenti infrastrutturali per le Zone Economiche Speciali e interventi di rigenerazione urbana per le periferie delle città metropolitane.

Salute

Il Piano rafforza l’infrastruttura tecnologica per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati, inclusa la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico.
Le risorse sono complessivamente 18,5 miliardi, di cui 15,6 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 2,9 miliardi dal Fondo.
Il suo obiettivo è rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio, modernizzare e digitalizzare il sistema sanitario e garantire equità di accesso alle cure.
Il Piano investe nell’assistenza di prossimità diffusa sul territorio e attiva 1.288 Case di comunità e 381 Ospedali di comunità.
Si potenzia l’assistenza domiciliare per raggiungere il 10 per cento della popolazione con più di 65 anni, la telemedicina e l’assistenza remota, con l’attivazione di 602 Centrali Operative Territoriali.
Il Governo investe nell’aggiornamento del parco tecnologico e delle attrezzature per diagnosi e cura, con l’acquisto di 3.133 nuove grandi attrezzature, e nelle infrastrutture ospedaliere, ad esempio con interventi di adeguamento antisismico.  (rrm)

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