L’ALTA VELOCITÀ SI È FERMATA… A EBOLI
E IN CALABRIA SI CONTINUA AD ASPETTARE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Sull’Alta velocità in Calabria è tutto fermo. Un immobilismo che lascia attoniti, considerando quanto sia fondamentale questa infrastruttura per il rilancio della Calabria e per tutto il Sud. Un silenzio che fa comprendere come, da parte delle istituzioni, siano state spese solo belle parole e di concreto non è stato fatto granché. Nonostante in ballo ci sia anche il finanziamento del Pnrr.

Una situazione che fa preoccupare, soprattutto dalle recenti dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini che, nel corso nella seduta della Commissione Ambiente e della Commissione Trasporti, ha dichiarato che l’alta velocità in Calabria è ferma».

«Arrivo al ministero credendo di trovare tutto pronto, e invece per la tratta dell’Alta velocità in Calabria non ci sono né fondi né progetti», ha detto Salvini, sottolineando come «sull’Alta velocità Salerno-Reggio Calabria non è stato ancora definito con i territori il tracciato del percorso».

Sulla questione è intervenuta la senatrice della Lega Tilde Minasi, sottolineando che ciò «non deve scoraggiare le popolazioni di Calabria e Sicilia».

«L’Alta velocità al Sud – ha ricordato – è una delle priorità che lo stesso Salvini e la Lega si sono poste fin dall’inizio e tale resta, soprattutto in quanto snodo fondamentale per il Ponte sullo Stretto, che ha valenza e benefici per l’intera Italia e l’Europa solo se collegato con il resto del Paese attraverso Infrastrutture moderne ed efficienti. È, dunque, questo l’obiettivo che intendiamo centrare, dando seguito all’impegno preso già in campagna elettorale con i nostri elettori e con gli italiani».

La senatrice, ha assicurato che «il ministro è, infatti, intenzionato a ripartire proprio dall’inerzia delle precedenti compagini governative per dare nuovo impulso, in tempi celeri, a ogni attività e procedura necessaria per colmare i ritardi accumulati».

«Primo passo – ha dichiarato – sarà naturalmente il progetto della linea AV, che va elaborato al più presto scegliendo il tracciato più razionale e conveniente (in questo senso, non sembra essere idoneo l’ultimo ipotizzato, che prevede un “rientro” della linea ferroviaria verso l’interno per poi proseguire parallelamente all’autostrada)».

«È mia ferma intenzione – ha annunciato la senatrice – recuperare personalmente e sottoporre al Ministero gli studi di fattibilità, già condotti qualche anno fa, su un tracciato in grado di ridurre sensibilmente i tempi di percorrenza tra Roma e Reggio Calabria. Nei prossimi giorni mi attiverò in questo senso, andando poi a consultare man mano i territori per trovare le soluzioni migliori».

«Purché – sia ben chiaro – siano lontane da campanilismi – ha concluso – c’è in gioco il rilancio di due Regioni, Calabria e Sicilia – sottolinea Minasi – e l’opportunità di ottenere, finalmente, quel salto di qualità infrastrutturale indispensabile per colmare ogni gap con il resto del Paese e creare vero sviluppo».

Eppure, se si va a leggere sul sito di Ferrovie dello Stato, viene ribadito come «la nuova linea Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria costituisce un itinerario strategico passeggeri e merci per la connessione tra il Sud e il Nord della penisola, asse principale del Paese».

Concetto che è stato ribadito anche nei Dibattiti pubblici organizzati proprio su questa infrastruttura che «consentirà di incrementare i livelli di accessibilità alla rete AV per diverse zone a elevata valenza territoriale quali il Cilento e il Vallo di Diano, la costa Jonica, l’alto e il basso Cosentino, l’area del Porto di Gioia Tauro e il Reggino, oltre che velocizzare anche collegamenti verso Potenza, verso la Sicilia, verso i territori della Calabria sul Mar Jonio (Sibari, Crotone) e verso Cosenza e, allo stesso tempo, contribuirà in maniera significativa al potenziamento dell’itinerario merci Gioia Tauro – Paola – Bari (corridoio Adriatico)».

Con la sua realizzazione, viene spiegato sempre nel Dibattito pubblico, «il Sud viene ad essere sempre più vicino al resto d’Italia; permetterà di sviluppare l’economia e frenare l’emigrazione». Ma non è tutto. La vera e propria rivoluzione sta nei tempi: 1 ora e 20 minuti sull’itinerario Roma-Reggio Calabria, passando da 5 ore nello scenario esistente a 3 ore e 40 minuti (nello scenario post realizzazione); 1 ora e 32 minuti sull’itinerario Roma-Cosenza, passando da 4 ore a 2 ore e 28 minuti (nello scenario post realizzazione). E ancora, nella tratta Roma-Sibari, si passerebbe a 2 ore e 44 minuti dalle 4 ore e 11 minuti che ci vogliono; nella tratta Roma-Lamezia si passerebbe a 2 ore e 42 minuti.

Tempistiche che aiuterebbe sicuramente il turismo, perché con delle infrastrutture funzionanti, le persone saranno incentivate a venire in Calabria. Secondo il Dibattito pubblico, «all’anno 2035, il territorio potrà beneficiare di 51.055 presenze turistiche addizionali e 50 milioni di euro di spesa dei turisti addizionali».

Una visione che potrebbe non essere così tanto irrealistica, considerando che la nostra regione con il mare, la montagna e i suoi borghi può accontentare ogni tipo di “palato”.

Ma parliamo degli investimenti. Grazie al Pnrr, «gli investimenti previsti – si legge sul sito di Ferrovie dello Stato – per gli interventi prioritari dell’AV Salerno-Reggio Calabria sono complessivamente 11,2 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi di euro per l’intervento del lotto 1a Battipaglia-Romagnano, finanziato con i fondi del Pnrr; 9,4 miliardi di euro, finanziati con fondi complementari, per il completamento del lotto 1, per il lotto 2 e per la realizzazione del raddoppio Cosenza-Paola/S.Lucido (circa 1,4 miliardi di euro, di cui circa 1,2 miliardi per la galleria Santomarco)».

«Sono, inoltre – si legge ancora – previsti 400 milioni di euro per gli interventi prioritari sulla Battipaglia-Potenza-Metaponto-Taranto, tra i quali rientra l’interconnessione tra il lotto 1a e la linea esistente Battipaglia-Potenza (fondi Pnrr). La conclusione dei lavori del lotto 1a e dell’interconnessione è prevista per il 2026 in linea con gli obiettivi del PNRR; del Raddoppio Cosenza-Paola/S.Lucido (galleria Santomarco) è prevista per il 2030».

Un’ottima notizia, potremmo dire. Se non fosse che il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, abbia denunciato che «non ce n’è una, in Calabria, delle opere strategiche finanziate con il Pnrr», nel corso del suo intervento alla manifestazione della Fondazione Magna Gracia svoltasi a Roma.

«Nel Piano c’è 1 miliardo e 800 milioni per l’Alta Velocità ma si ferma al confine con la Calabria. Ci sono altre risorse nel Fondo Complementare – ha continuato –, però non bastano per completarla fino a Reggio Calabria. Io sono molto preoccupato, perché non c’è un solo investimento infrastrutturale importante per lo sviluppo della Calabria».

«Nel Pnrr non c’è nessuna attenzione per le regioni che devono svilupparsi attraverso le infrastrutture», ha denunciato il Governatore, ricordando che «al Sud parliamo sempre di Alta Velocità anche perché c’è una distanza abissale tra la qualità offerta dalle Frecce e il servizio degli intercity. I servizi ferroviari locali vanno riqualificati. È giusto parlare di Alta Velocità, ma ci dimentichiamo che in Calabria ci sono tratte che non sono neanche collegate alla linea elettrica» .

«La Regione ha destinato delle risorse dei Fondi per lo Sviluppo e la Coesione per elettrificare questa parte della tratta – ha concluso Occhiuto –. Ci vorrebbe un po’ di celerità, che fino ad oggi non ho visto». (ams)

Comitato Ponte Subito: Salvini è riuscito dove per 11 anni gli altri avevano fallito

Il Comitato Ponte Subito ha evidenziato come «in soli 30 giorni, da Ministro, Salvini è riuscito lì dove per 11 anni tutti gli altri avevano fallito con le loro politiche del “no” o, nella migliore delle ipotesi, con quelle delle illusorie promesse a cui mai sono seguiti fatti concreti».

«Il Governo ha approvato, nel Consiglio dei Ministri concluso la scorsa notte – si legge in una nota del Comitato – la riattivazione della Società Stretto di Messina Spa, concessionaria dello Stato per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina: siamo estremamente soddisfatti, al punto che sembra quasi di vivere un sogno. Negli ultimi undici anni, infatti, avevamo pensato che questo momento non sarebbe mai arrivato: dopo lo stop ai lavori posto dal governo Monti nel 2011 e i successivi ‘no’ alla realizzazione della grande opera da parte dei vari Governi che si sono succeduti, le prospettive di crescita e sviluppo del Sud si erano fermate».

«La riattivazione della società Stretto di Messina Spa – viene evidenziato – è il primo passo necessario per riattivare l’iter con tutte le procedure per l’aggiornamento del progetto già approvato in via definitiva nel 2011 e quindi passare alla fase esecutiva. Il ministro Salvini lo aveva annunciato la scorsa proprio all’Università di Messina, nel webinar “Ponte sullo Stretto, si riparte” che abbiamo organizzato come Comitato nei locali del Dipartimento di Economia dell’ateneo peloritano».

«Nel primo mese del nuovo Governo, invece, il Ministro Salvini – viene ricordato – ha creato un tavolo permanente con le due Regioni, l’Anas ed Rfi, ha riattivato la Società Stretto di Messina e continua, con il prezioso sostegno del suo vice Rixi, a ribadire quotidianamente l’importanza della realizzazione del Ponte sullo Stretto che vede il forte impegno anche delle due Regioni Calabria e Sicilia guidate da Occhiuto e Schifani, altrettanto convinti della bontà di realizzazione dell’opera».

«Ci sono condizioni ideali e irripetibili affinché il grande sogno del Ponte diventi realtà – concludono gli esponenti del Comitato –. “Lo stimolo è quello di continuare con questo ritmo perché il Sud ha bisogno di recuperare il troppo tempo perduto in oltre un decennio di abbandono». (rrc)

PONTE, SI RIPARTE DA MESSINA: INCONTRO
SICILIA-CALABRIA COL MINISTRO SALVINI

Di ROBERTO DI MARIA – “Si riparte”: è tutto un programma il titolo della tavola rotonda in programma oggi a Messina, al Dipartimento di Economia dell’Università. Ovviamente si parla del Ponte sullo Stretto e si discuterà dell’iter progettuale e del ruolo delle infrastrutture per la competitività al Sud, mettendo insieme non solo alte professionalità e competenze specifiche, ma anche i due governatori di Calabria e Sicilia, Roberto Occhiuto e Renato Schifani a confronto con il ministro delle Infrastrutture e vicepremier Matteo Salvini. È una premessa o una promessa quella del titolo? Il convegno servirà proprio a chiarire se finalmente si può passare dalle parole ai fatti, mettendo una volta per tutti a tacere presunti esperti e “abituali incompetenti” che sul Ponte hanno detto e continuano a dire tutto e il contrario di tutto.

La tavola rotonda (ore 14) sarà coordinata dal direttore di StrettoWeb, il giornalista Peppe Caridi, e vedrà la partecipazione del sottosegretario Matilde Siracusano, del vicepresidente della Regione Calabria Giusy Princi, del prof. Daniele Schilirò, dell’avv. Giuseppe Giuffrè, dei professori Michele Limosani, Claudio Borrì, Piero D’Asdia, Giuseppe Muscolino e Alberto Prestininzi, dell’ing. Fabrizio Averardi Ripari, dell’architetto Anna Carulli, del vicesindaco di Messina arch. Salvatore Mondello e dell’ing. Mimma Catalfamo. Introduce il prof. Bruno S. Sergi, concluderà i lavori il prof. Enzo Siviero, rettore dell’Università eCampus, che con l’architetto Patrizia Bernadette Berardi anticiperà l’uscita del numero speciale della rivista Galileo dedicato al Ponte.

Da questa tavola rotonda potrebbe, forse, venir fuori un protocollo programmatico che possa dare esecuzione al progetto approvato nel 2001 e, realisticamente, immediatamente cantierabile. Chiunque conosca il progetto del Ponte sullo Stretto e gli studi allegati, che occupano un volume di circa 10 metri cubi, sa che gli studi geologici in esso contenuto hanno già analizzato oltre 20 anni fa tutta l’aera dello stretto. Hanno praticamente rivoltato come un calzino tutti il territorio compreso tra Sicilia e Calabria, ricostruendo, nei minimi dettagli, i complessi movimenti reciproci fra le due sponde sin da diverse decine di milioni di anni fa. È grazie a questo studio che sono state individuate le cause del sisma del 1908, tracciando una mappa estremamente precisa delle faglie sui fondali dello Stretto e sulla terraferma. E da questi studi deriva il posizionamento dei piloni del Ponte a campata unica, individuato in due aree prive di faglie e relativamente stabili.

Ad ogni modo, come sa anche il più svogliato degli studenti di qualsiasi corso di Scienza delle costruzioni, quello del sisma, per un ponte sospeso, è un problema del tutto secondario: un ponte sospeso, normalmente, è il luogo più sicuro dove trovarsi in caso di sisma. Proprio la tipologia della struttura dell’impalcato, libera da vincoli appoggiati direttamente al terreno, la rende capace di assorbire il più distruttivo dei movimenti sismici. Per quanto concerne i piloni, una robusta fondazione ed un baricentro relativamente basso sono requisiti più che sufficienti a garantirne l’incolumità dalle scosse sismiche: per quanto concerne il Ponte sullo Stretto, la struttura è stata progettata in maniera tale da non subire alcun danno neanche se si verificasse un terremoto di magnitudo 8.5 sulla scala Richter, di gran lunga più potente di quello verificatosi nel dicembre del 1908.

D’altronde, non mancano al mondo esempi di ponti sospesi realizzati in aree ben più problematiche dello Stretto, per quanto riguarda la sismicità: si pensi al Giappone, che conta decine di ponti simili, fra cui l’Akashi-Kaikyo, lungo 3.911 metri, con campata centrale di quasi 2 km,  che ha resistito a un terremoto di intensità 6,8 della scala Richter.

Per quanto concerne l’ipotesi del ponte a tre campate, tirata fuori dalla Commissione di esperti nominata nell’agosto del 2021 dall’allora ministra alle Infrastrutture De Micheli, che ha giustificato la scelta affermando che “costerebbe presumibilmente meno”, verrebbe da sorridere, se non ci fossero in ballo diversi miliardi di euro ed il futuro di una parte consistente d’Italia.

Ancor più ridicolo è il riferimento alle “antenne” da piantare in pieno Stretto di Messina: non si sono mai viste “antenne” in mare con fondazioni grandi come un campo di calcio, e per giunta a 150 metri di profondità. Queste sarebbero, infatti, le caratteristiche dei piloni in mare di un eventuale ponte a più campate, improvvidamente chiamati “antenne”.

Se consideriamo che le fondazioni in alveo più profonde ad oggi realizzate sono quelle del ponte Rion Antirion in Grecia, possiamo comprendere come queste “antenne” siano del tutto particolari… E come l’affermazione della commissione De Micheli sui costi di un ponte a più campate debba “presumibilmente” essere riconsiderata.

L’ultima precisazione riguarda il “un nuovo studio di fattibilità” che sarebbe stato affidato alle Ferrovie dello Stato. Uno studio non soltanto inesistente, ma che, a quanto sembra, non è mai stato affidato a chicchessia. Smentendo clamorosamente una fonte piuttosto autorevole: l’ex ministro Giovannini. Fu proprio lui ad affermare l’intenzione di affidare lo studio ad FS lo scorso anno, garantendone la presentazione entro la primavera del corrente 2022, come riporta la Gazzetta del sud del 5 agosto 2021. Tutto saltato, a quanto pare, a causa delle lungaggini burocratiche che non hanno consentito neanche la formalizzazione del finanziamento dello “studio” per la modica cifra di 50 milioni di euro.

Poco male, potremmo dire. Il nuovo governo, senza dover revocare alcun atto, avrà modo di sgomberare finalmente il campo dall’idea, a dir poco balzana, di allungare con un altro inutile studio di fattibilità la lunga serie di atti relativi al Ponte sullo Stretto. Il quale, anche se molti sembrano esserselo dimenticato, è dotato di un progetto definitivo: un corposissimo ed esaustivo elaborato, frutto di una scelta già fatta nei primi anni Novanta, proprio a favore del ponte a campata unica.

 

ORA DIVENUTI TUTTI ESPERTI DEL PONTE
MA SERVONO FATTI, NON PAROLE INUTILI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Quando si parla di Ponte sullo Stretto si scatenano tutti. “Ed un Marcel diventa ogni villa anche passeggiando viene”, come diceva il sommo poeta. 

Che Eni investa miliardi per il metanodotto che porta il metano dalla Libia a Gela, o Terna, che ha  come maggior azionista Cassa Depositi e Prestiti Reti con il 29 8%, investa 8,9 miliardi per lo sviluppo delle reti non è argomento di dibattito. Che le ferrovie dello Stato investano decine di miliardi nell’alta velocità ferroviaria e tutto questo si decida in un consiglio di amministrazione composto 3-5 elementi non interessa nessuno. Ma se si riparla del Ponte sullo stretto di Messina che dovrebbe costare attorno ai tre 4 miliardi più le opere a terra allora si scatenano tutti.

Dal disoccupato al professionista, dal notaio al giurista tutti diventano immediatamente competenti per dire il loro parere sull’opportunità che quest’opera venga fatta.

Eppure giustamente Dario Franceschini, già ministro della cultura e certamente un protagonista del PD, aveva dichiarato che se vogliamo che l’alta velocità arrivi fino ad Augusta è necessario che i fiumi e gli stretti vengano superati con dei ponti. Così come è normale che le montagne vengano scavate con dei tunnel. 

Ma mentre se buchiamo le Alpi come fossero un formaggio groviera pochi, tranne coloro che abitano le vallate che sono interessate, come nel caso della Tav, esprimono il loro parere, quando si tratta del Ponte sullo stretto dai comici ai ministri, dagli ambientalisti all’ultimo sindaco di periferia diventano tutti pianificatori economici, come quando l’Italia gioca i campionati del mondo di calcio diventano tutti coach. 

È bastato che il ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, che farebbe bene a mandare avanti sottotraccia se vuole veramente arrivare all’obiettivo, dichiarasse di voler dare una tempificazione alla ripresa del progetto, che era stato già appaltato a Impregilo, che aveva vinto una gara internazionale, e che inopinatamente con grande leggerezza Mario Monti cancellò per spostare le risorse destinate ad esso ad investimenti in Liguria, per far scatenare la clack degli oppositori.

Essi si distinguono in tante tipologie: in prima linea  gli ideologi, coloro che per partito preso non vogliono che questa opera si faccia, in genere si tratta della sinistra del PD che si trova in buona compagnia con molti  dei cinque stelle, che sulla scia del loro fondatore ritengono che lo stretto vada attraversato a nuoto. 

Poi ci sono gli ambientalisti e, i difensori del l’equilibrio eco ambientale dello stretto, che si preoccupano degli uccelli migratori piuttosto che dell’ombra dei piloni che potrebbe dare fastidio agli eventuali  cetacei che passano dal Tirreno allo Ionio. E poi una gran massa di benaltristi; coloro che si accorgono adesso che Sicilia e Calabria hanno bisogno di tante cose, e che con i soldi del ponte vogliono fare le fogne del paesino di periferia, piuttosto che i marciapiedi di tante città, tappare le buche delle autostrade esistenti insomma tutto quello che serve. 

C’è ben altro che il ponte di cui abbisogna  la Sicilia e il Paese dice con la sua solita verve Fiorello trasformatosi in attento gestore delle risorse pubbliche secondo una visione di una casalinga. Poi ci sono la massa di aspiranti ingegneri che di fronte ad un progetto validato da un gruppo di esperti internazionali e immaginato in 10 anni di studi e ricerche, con verifiche in tunnel del vento d’avanguardia,  sostengono che siccome non si è mai costruito un ponte sospeso di 3 km non si possa fare.

E poi che le faglie dello stretto si allontanano e quindi il ponte crollerebbe inevitabilmente. Oppure che sarebbe chiuso per metà dell’anno per il vento. O  ancora che è stato progettato non per la ferrovia ma soltanto per auto, pedoni e ciclisti.

Insomma quello che ha detto in migliaia di pagine in anni di studio la comunità scientifica internazionale che ha adottato il sistema “bridge of Messina” come un esempio virtuoso del progresso scientifico nel campo dei degli attraversamenti stabili, peraltro realizzato in scala minore in Turchia, viene ritenuto cartastraccia. Giochi che sono serviti a spendere una cifra importante, all’incirca 300 milioni, per far divertire un po’ di professori universitari, grandi società internazionali esperti nella costruzione di ponti, la nostra Impregilo, adesso We Build, che costruisce ponti in tutto il mondo. 

Poi ci sono quelli che non serve: da Vittorio Feltri, che dice che lui in Sicilia viene in in aereo e quindi non ha bisogno del ponte, alla Loretta Forelli imprenditrice di Brescia che sostiene che oggi gli imprenditori hanno bisogno dell’aiuto per i costi dell’energia e che non ci possiamo permettere questo impegno così gravoso in un momento così difficile.

E poi i giornaloni, la grande stampa nazionale, che un giorno si è un giorno no cerca di demolire l’ipotesi ponte, che dà spazio a improvvisati ricercatori che dicono e dimostrano perché l’unico ponte costruibile ecologico e per veicoli elettrici o che le tre campate sono più belle. Per finire con Sgarbi che che dichiara «il ponte sullo stretto non si farà, è un miraggio».

Che il centrodestra continui a sostenere questo progetto diventa non complicato ma anche rischioso, perché il fuoco di fila scatenato contro potrà far cambiare idea a chiunque voglia razionalmente approcciare il tema. 

Il fatto per cui il Ponte è utile perché collega Hong Kong a Berlino, perché mette a regime un porto come quello di Augusta che è frontaliero di Suez e dovrebbe evitare che le navi porta container facciano il giro di tutto il Mediterraneo e poi dell’Atlantico per arrivare a Rotterdam con un carico di emissione di CO2 incredibile, che i porti del Nord Africa come Tangermed in Marocco ma porti anche in Tunisia si stanno attrezzando per attrarre il traffico che arriva da Suez ininfluente.

Che diminuirebbe moltissimo l’inquinamento nell’area dello stretto per cui come dice Salvini il ponte diventerebbe l’opera più green che ci possa essere, che l’alta velocità in Sicilia non può arrivare se non c’è il ponte, che solo collegare 5 milioni di abitanti è una buona ragione per farlo, che la Regione siciliana spende 6 miliardi e mezzo ogni anno per la mancanza del collegamento come sostenuto in un studio di Prometeia e dall’assessorato all’economia della regione siciliana, che la Sicilia è l’unica isola nel mondo con un numero di abitanti cosi elevato così vicina ad un continente non collegata stabilmente, che puntare sullo stivale come piattaforma logistica è un un’opportunità che il Paese deve sfruttare, che si creerebbero 120.000 posti di lavoro, non c’è nulla che può convincere questa massa rumorosa ma poco numerosa di contrari a farsene una ragione. (pmb)

QUEL FILM GIÀ VISTO «PONTE SÌ-PONTE NO»
2 PESI E 2 MISURE DEI GOVERNI PER IL SUD

di MIMMO NUNNARI – Non, per non voler credere a Salvini («Il ponte si farà»), o credere a Sgarbi («Il ponte non si farà mai»), ma il “ritornello” di fiamma, per la costruzione del Ponte sullo Stretto, è un film già visto, come rileggere una vecchia favola, di quelle che cominciano col “c’era una volta”. 

Di collegare la costa siciliana a quella calabrese se ne parla da oltre un secolo, anzi, stando ad una vecchia simpatica leggenda già nel 251 a.C. un console romano di nome Cecilio Metello ci provò. Fece unire una lunga fila di botti legate l’una all’altra e coperte da grandi zattere. Lo scopo del console era portare sul continente gli elefanti abbandonati nell’isola dai Cartaginesi sconfitti. Purtroppo, l’opera, per quanto ingegnosa, non resse ad una terribile tempesta che arrivò in corso d’opera e fu distrutta. Da allora, non si fece più nessun tentativo di unire Messina con i territori del Reggino, almeno fino al 1870 quando fu redatto il primo progetto scientifico firmato dall’ingegnere genovese Carlo Alberto Navone, che discusse la sua idea geniale al famoso Politecnico di Torino, immaginando, però, di realizzare un tunnel sottomarino. 

Sarebbe lungo, fare la storia dei progetti e delle idee successive: il punto vero, da sempre, non è il fatto tecnico (gli italiani nel mondo hanno realizzato grandissime e ineguagliabili opere ingegneristiche), ma la volontà politica; che c’è, non c’è, c’è poco, c’è quasi zero, secondo i periodi. 

Il motivo, più che tecnico, o di valutazione economica è il solito – e vale per tutte le opere infrastrutturali del Meridione – : al Sud, non vale la pena di fare niente. Poi, c’è la Grande Ipocrisia di chi dice di volerlo realizzare, e poi si rimangia le sue stesse parole. 

Tra i tanti, del prima si e dei poi no, troviamo il professor Romano Prodi, e ci dispiace dirlo, poiché personalmente lo stimiamo molto e ci ricordiamo l’affettuosa espressione che pronunciò da presidente del Consiglio dei Ministri, sorprendendoci: «La Calabria è la figlia prediletta». Comunque, per la storia, fu lui quand’era presidente dell’Iri nel 1985 alla domanda di un giornalista di Panorama – “Quando avverrà la posa della prima pietra del ponte sullo stretto? – a rispondere – «Al più presto». E fu sempre lui, con la legge 24 novembre 2006, quand’era capo del Governo, a decretare lo stop alla costruzione dell’opera, non considerandola una “priorità” nel programma di governo, dirottando, per giunta, i fondi previsti, verso altri lidi. 

Ecco, un’altra parola magica: Priorità. L’abbiamo sentita anche l’altra sera nella trasmissione di Barbara Palombelli sulla bocca di una distinta signora, industriale di Brescia: “Si, va bene il Ponte, ma non è una priorità”. Appunto, la favola. Sono in molti a dire da sempre che sono altre le priorità del Sud, dimenticando, tuttavia, che le priorità (che sino ritardi, ingiustizie e diritti negati) appartengono all’elenco lunghissimo delle cose che il Meridione attende da oltre un secolo e mezzo, e che non sono mai state realizzate, poiché i Governi – tutti – hanno  usato due pesi e due misure nei confronti del Sud. 

A sfogliare vecchi giornali, in date non molto lontane nel tempo, il ponte dovrebbe essere già stato costruito da un pezzo: “Entro gli anni 70 la Sicilia non sarà più un’isola”, titolava nel luglio 1971 “Famiglia Cristiana”, che essendo un settimanale cattolico ci credeva, era ottimista e parlava di “ottava meraviglia del mondo”. E non erano di meno, in quel periodo, altri importanti giornali: “La Sicilia non sarà più un’Isola” (La Stampa), “Una lunghissima campata e la Sicilia sarà continente” (Il Messaggero), “Il ponte dei sospiri” (Avvenire). Pure il Corriere della Sera e Il Sole 24 ore, se ne occuparono molto. Si snocciolavano date per l’inaugurazione, e un ministro dei Trasporti determinato, che ci credeva seriamente, il socialista pugliese Claudio Signorile, nel settembre 1985, arrivò a dire: «Siamo ad un passo, il progetto c’è, i soldi si trovano, quello che manca è la scelta politica». Con quelle parole di Signorile (scelta politica) si toccò il nervo scoperto della questione ponte: la volontà di farlo davvero. Ogni volta che sembra di essere vicini alla realizzazione, tutto, come in un sogno, come nelle favole, svanisce. Anche chi ci crede nel ponte, non si entusiasma più: troppe sono state le delusioni tanto da pensare che il ponte lo si può vedere solo in cartolina, o sulla copertina di qualche giornale, come fece La Domenica del Corriere nel 1965, quando pubblicò una tavola illustrata dello Stretto con disegnati il ponte e un carretto siciliano che ci passava sopra. 

In cartolina è stato visto davvero il ponte. Accade negli anni Sessanta quando il titolare di una rivendita di tabacchi e giornali di Messina mise in commercio, al prezzo di cinque lire, una cartolina in bianco e nero che riproduceva un disegno dell’ingegnere italo americano Mario Palmieri. La cartolina andò a ruba in Italia e all’estero. La ricevettero inviata da parenti e amici tanti emigrati siciliani in America. Era il 1956, e qualcuno, tra gli stranieri, o tra gli emigrati che scendendo giù, dalle parte dello Stretto, venendo dall’America, dove appunto la cartolina era molto diffusa, rimaneva deluso scoprendo che nella foto aveva visto soltanto un disegno. Anche zio Paperone ha sognato di costruire il ponte sullo Stretto. La storia è apparsa in uno storico numero di Topolino, nell’ottobre 1982, scritta da Elisa Penna e Giorgio Pezzin e disegnata dal bravo fumettista Giorgio Cavazzano. Non finì bene, per il riccastro Paperone, perché l’acerrimo nemico Rockerduck gli rubò l’idea. 

 La storia, tuttavia, non fece finir bene il progetto.  non andò bene neppure a lui. Insomma, neanche con una striscia fumettistica si è riusciti a fare il ponte. Ora se ne parla di nuovo, ed è giusto, legittimo, avere una posizione favorevole o contraria, senza pregiudizi. Quello che non è sopportabile è continuare a dire ipocritamente che sono altre le priorità, o fare proclami sapendo che sono bugie o falsità.  Quali siano le priorità calabresi e siciliani lo sanno da un pezzo, e bisognerebbe darsi una mossa, a prescindere dal ponte si o ponte no. 

Bene ha fatto il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto nel dichiararsi favorevole alla costruzione del ponte a pragmaticamente ricordare quel che si può e si deve fare subito: per esempio  il completamento della strada statale ionica 106, la strada della morte, dove i calabresi misurano da decenni l’assenza vergognosa dello Stato, e le falsità dei ministri di turno. 

Sorvoliamo infine, sulle scemenze di chi dice che il ponte  servirebbe a collegare due cosche più che due coste. Idiozie. L’alibi della mafia è un congegno a orologeria che scatta al bisogno. (mnu)

Occhiuto: Chiederò a Salvini di investire anche sulla SS 106

«Chiederò al ministro Salvini di investire anche sulla Statale Jonica, la SS 106, che è definita purtroppo da vent’anni la strada della morte. Credo che in un Paese civile non ci possa essere una strada che viene definita così», ha dichiarato il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, a Buongiorno Regione.

Nel suo intervento, Occhiuto ha ricordato di governare una «regione nella quale insiste un porto, quello di Gioia Tauro, che è diventato il primo in Italia, con una movimentazione di 3,6 milioni di container all’anno: un numero superiore a quello che fanno i porti di Genova, Savona e Trieste, sommati tra loro. Questo significa che il Mediterraneo è diventato davvero il luogo centrale degli scambi commerciali».

«Il Mezzogiorno e in particolare la Calabria e la Sicilia – ha ricordato – possono essere l’hub dell’Italia e dell’Europa sul Mediterraneo, per cui credo che realizzare infrastrutture strategiche come il Ponte sullo Stretto dimostrerebbe la volontà del governo di investire in questa parte dell’Italia che può divenire una risorsa per tutto il Paese».

«Io sono assai favorevole alla realizzazione di quest’opera – ha concluso – ma è del tutto evidente che insieme al Ponte, vanno fatte anche le altre infrastrutture. In Calabria, ad esempio, abbiamo una sola strada di collegamento con le altre Regioni, l’autostrada A2, e non ho altre direttrici ridondanti». (rrm)

A GIORGIA LA LEGA PRESENTERÀ IL CONTO
CON LA “CAMBIALETTA” DELL’AUTONOMIA

di SANTO STRATI – C‘è una “cambialetta” elettorale che Salvini presenterà a breve a Giorgia Meloni: l’autonomia differenziata che il Nord (Lombardia, Veneto ed Emilia) reclama da tempo, facendo valere l’ingiusto e crudele criterio della spesa storica. Sarà il modo di recuperare l’elettorato settentrionale che non sorride più tanto a Salvini, come faceva prima, quando la Lega aveva accanto l’appellativo Nord. Questo ovviamente significherà che il leader leghista dovrà farsi bifronte per non scontentare il Nord e non perdere completamente (già un primo salasso l’ha subito) l’elettorato del Mezzogiorno. Un’operazione difficile, di acrobazia politica che ha decisamente poche possibilità di successo.

La domanda, allora, è cosa farà Giorgia Meloni che nelle regioni meridionali (ma non solo) ha raccolto a piene mani senza, abilmente, sbilanciarsi nei rapporti Nord-Sud. L’unica concessione è stata al Ponte sullo Stretto: siccome fa trend, da buona frequentatrice di Twitter, la Meloni ha seguito l’onda senza esporsi più di tanto. 

La grana vera, in realtà, sarà la richiesta leghista di approvare in tempi rapidi il federalismo fiscale basato sulla spesa storia, meglio conosciuto come autonomia differenziata. Sarà “merce di scambio” per dire sì ai progetti di presidenzialismo che i Fratelli di Giorgia covano nonostante non abbiano i numeri costituzionalmente necessari per le modiche alla Carta. Ma dopo le elezioni – dovrebbero saperlo entrambi –, le cambiali generalmente non si pagano mai… 

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TRA INTOLLERANZA E DISEGUAGLIANZE, TORNA LA LEGA DI BOSSI?

di ORLANDINO GRECOPer chi ha realmente a cuore le sorti del Sud ed è impegnato quotidianamente nel rilancio di una prospettiva di unità concreta del Paese, non saranno passate inosservate le ultime mosse politiche del “senatùr”, Umberto Bossi, miranti la riorganizzazione della Lega. 

Più che di Lega, infatti, si torna a parlare di Lega Nord, con quella che a tutti gli effetti diventa la prima corrente del partito nato in Veneto nei primi anni ‘90. “Per il Nord riparte la battaglia” è il titolo dell’iniziativa scritto nel manifesto, su sfondo verde. Un chiaro ed inequivocabile messaggio evocativo delle storiche battaglie leghiste per il primato e l’indipendenza del Nord sul resto del Paese.

Una manifestazione rispetto alla quale non si sono fatte attendere le svariate adesioni di militanti ed amministratori locali del Nord stanchi, a loro dire, di una gestione salviniana poco attenta agli interessi dei territori storicamente rappresentanti la roccaforte del partito. Dunque un Nord autonomista, in pieno fermento, sarebbe pronto a ripartire e a riorganizzarsi sui principi della “Roma ladrona” e del Sud parassitario, alla luce anche del mal digerito sorpasso di Fratelli d’Italia sulla Lega.

Il silenzio che in queste ore caratterizza la neo deputazione meridionale, e non per ultimo Salvini, è imbarazzante e desta preoccupazione. Il Paese è sofferente a causa degli ulteriori danni economici inflitti dalla pandemia e dalla crisi energetica, non abbiamo bisogno di ulteriori elementi di divisione in un dibattito pubblico che già stenta di suo a trovare risoluzioni alle tante emergenze. 

I parlamentari leghisti eletti al Sud conoscono il divario economico ormai insostenibile tra le due Italie? 

Lo sanno che il reddito medio pro capite di Milano ammonta a 29.980€ è quello di Vibo a 10.080€? Hanno contezza lor signori di come la Spesa Storica penalizzi i Comuni del Meridione? Si sono mai imbattuti nei servizi minimali offerti a queste latitudini nell’ambito socio-sanitario, pur pagando le Regioni del Sud cifre che superano il miliardo per finanziare la sanità lombarda? È giusto che il denaro a un giovane che vuole aprire qualsiasi attività arrivi a costare il doppio che al Nord?

La smettano una volta per tutte di utilizzare la maschera salviniana per raggiungere solo e soltanto mere postazioni personali e lo stesso Salvini rompa gli indugi e sgomberi il campo dalle ambiguità. Ci dica Salvini se Bossi parla a nome personale o ancora rappresenta la voce del più obsoleto leghismo. Stiamo parlando di colui il quale, prima del verdetto dei riconteggi elettorali, era nell’immaginario di Salvini un candidato in pectore per il ruolo di Senatore a vita. Sostenere il manifesto di Bossi sarebbe l’ennesima beffa verso un Sud che non solo subisce da tempo l’iniqua redistribuzione di risorse per asili, scuole e infrastrutture ma anche verso quei tanti elettori che genuinamente hanno fornito supporto elettorale ad un partito che non può permettersi simili prese per i fondelli.

Oggi è tempo che i tanti cittadini meridionali, i molti sindaci e amministratori che come me sono in trincea diventino movimento, facciano de L’Italia del Meridione, per le nostre ragioni fondative, lo strumento politico pronto alle barricate contro ogni forma di diseguaglianza ed intolleranza verso il Sud. Il mancato rispetto verso le vocazioni territoriali rappresenta una miope visione ormai sconfitta dalla storia e dunque non avalleremo nuove forme di oscurantismo. 

«IL PONTE UNA NECESSITÀ PER L’EUROPA»
LA “PROMESSA ELETTORALE” DI SALVINI

di SANTO STRATI – «È una necessità per l’Europa»: Matteo Salvini a Reggio Calabria rilancia sull’attraversamento stabile dello Stretto, cogliendo al balzo l’assist offerto da Berlusconi, che – dietro accorta e sapiente operazione di marketing elettorale – ha rispolverato per primo la questione del Ponte. Quale miglior argomento per raccogliere consenso in Calabria e in Sicilia?

Salvini, che si presenta al Senato nel collegio di Reggio, è stato ieri nella Città dello Stretto, prima di andare a Messina, per un incontro con i sostenitori calabresi (il giorno prima è stato a Corigliano-Rossano. e in altre località calabresi). Abbiamo scritto molte volte che leghista e meridionale è un vero e proprio ossimoro: Salvini ci sta provando da tempo a modificare questo molto diffuso modo di vedere, ma deve giocarsi la carta del Sud per limitare lo strapotere giorgiano che ha rosicchiato molto ai berlusconiani e sta erodendo, pian piano, anche la base leghista. La strategia è accurata e la regia di ogni incontro trasforma quello che un tempo si sarebbe detto un comizio in una festosa rentrée di amiconi che si vedono di tanto in tanto (a ogni scadenza elettorale, per intenderci), ottenendo comunque un evidente successo di consensi. Salvini ricorda le simpatiche canaglie dei film noir francesi: un po’ sbruffoni ma affascinanti.

Salvini è decisamente un trascinapopolo che stimola una strana empatia da vecchio amico che si vede di tanto in tanto, quello con cui si va volentieri a farsi pizza e gelato. Non è uno sciupafemmine né seduce a prima vista le elettrici (come facevano Berlusconi ai bei tempi o “Giuseppi” Conte della prima tornata), ma rappresenta il buon apprezzabile fidanzato per la figlia ancora nubile (come si usava dalle nostre parti fino a molti anni fa).

In poche parole sa come conquistare la fiducia di chi lo sta ad ascoltare, e in politica, se ne tenga conto, questo è essenziale. Sorride, senza mai infiammarsi, con i “colleghi” giornalisti e stringe mille mani di pensionati che odiano la Fornero: un mix di populismo intelligente con la consapevolezza che un voto in più conta moltissimo, in questo momento. Insomma cerca di farsi piacere con il personaggio che più gli si addice, quello del compagnone, che – se si escludono le insopportabili e inaccettabili litanie sugli sbarchi e i migranti – punta, però, a giocarsi un ruolo da leader.

Certo, non basta qualche centinaio di simpatizzanti un po’ dovunque, in Calabria, per elettrizzare la campagna elettorale, ma qualcosa si deve pur fare. E a Reggio Salvini deve ancora farsi perdonare lo scivolone delle amministrative di due anni fa, quando. impose, contro ogni logica e lasciando inascoltati gli allarmi che arrivavano dalla coalizione di destra, il suo uomo “vincente”, Nino Minicuci. Persona per bene, ma lontano anni luce dai problemi di Reggio e dei reggini. La sua scelta ha fatto vincere le elezioni a Falcomatà il quale a mani basse ha fatto prevalere la logica del “meno peggio”: «se non votate me, avrete il colonizzatore Salvini».

La lezione, a quanto pare, Salvini l’ha imparata e, questa volta, sta ad ascoltare il territorio e quanto gli suggerisce la base di riferimento. Colpire al cuore, sui sentimenti di rivalsa e di riscatto, facendo dimenticare gli insulti antimeridionalisti e le vaccate leghiste dei vari Bossi e Borghezio di turno. Si cambia motivo e ogni pretesto è buono per togliere voti non tanto all’avversario (la sinistra riesce a farsi male da sola, anche alle nostre latitudini) quanto agli “alleati”. Difatti, la scommessa elettorale calabrese si gioca sì, tutta nel centrodestra, ma guarda ai numeri. Chi dei tre alleati sarà il primo partito?

A occhio, visto il passato, la base forzista rimane un caposaldo che non dovrebbe deludere l’ex cavaliere e i suoi uomini in Calabria, quindi la sfida vera e propria è tra Salvini e Meloni. Quest’ultima non ha una base consolidata in Calabria perché le manca una rappresentatività di risorse umane che non si possono inventare dalla sera alla mattina. A nostro avviso, ha sbagliato la “sorella” Giorgia a spingere per la fine anticipata della  legislatura: con sei mesi aggiuntivi di campagna mediatica avrebbe potuto raccogliere consensi maggiori. Ma non è detto che, alla fine, tra transfughi e nuovi ideologizzati della fiamma (guai a toccare le tradizioni…) non possa capovolgere i pronostici che la danno seconda nella nostra regione.

E Salvini, proprio per questo, sta percorrendo in lungo e in largo le strade calabresi per distribuire sorrisi e raccogliere simpatie. Ed è difficile non riconoscergli questa carica umana che vuole esorcizzare le diffidenze del passato e conquistare nuovi consensi. Parla di famiglie, imprese, bollette: argomenti di stretta attualità che solo uno sciocco non metterebbe al centro della propria proposta politica, con impegni e promesse che se da un lato sarà difficile mantenere fino in fondo (il modello cui s’ispira Salvini per il taglio delle bollette è Macron), dall’altro dovranno pur trovare una soluzione per evitare il default del Paese.

Ma non di sole bollette soffrono i meridionali (in questo caso il divario con il Nord è inesistente), ma patiscono l’assenza di infrastrutture, di strade, ferrovie e, naturalmente, del disagio dell’attraversamento dello Stretto. Gioca facile Salvini (ma a ben vedere) invocando la necessità del Ponte per eliminare l’inquinamento dei traghetti nello Stretto e la strozzatura di due ore che impediscono di arrivare subito in Sicilia o dalla Sicilia: «Faremo risparmiare due ore di tempo a cittadini e imprenditori. Non collegheremmo solo la Sicilia alla Calabria, collegheremo l’Italia all’Europa.

C’è un progetto per una campata –se adesso stiamo altri dieci anni a parlare delle campate nel 2050 stiamo ancora a fare ipotesi –: ci sono gli ordini degli ingegneri, ci sono i politecnici, ci sono i comitati interministeriali che hanno dato l’ok a quel progetto. E con l’Europa che una volta tanto ci copre più della metà dei costi, dire di no al Ponte è una follia. Significa essere ignoranti, sennò si va in canoa: ditelo all’imprenditore calabrese e siciliano che trasporta merci in canoa perdendo due ore di tempo ogni volta».

Bello sentire dire questa cose. Bella questa promessa che puzza di campagna elettorale (sono 50 anni che a ogni appuntamento alle urne, il Ponte ritrova vigore e suscita nuovi impegni). Berlusconi, furbone, prima di tutti gli altri ha rispolverato la realtà di un progetto approvato sotto il suo governo, e gli altri della coalizione adesso ci mettono del proprio per giocare anche quest’altra carta acchiappaconsensi. Questa volta, però, comunque vadano le cose il 25 settembre, e qualunque sia il governo che reggerà l’Italia, il Ponte non può ritornare nuovamente una delle tante promesse elettorali da rinviare a miglior data.

C’è in ballo la centralità del Mediterraneo, con lo sviluppo obbligato per il Paese (sottolineiamo per il Paese, non solo per la Calabria) di Gioia Tauro e dei suoi 650 ettari di retroporto inutilizzati. C’è il corridoio Helsinki-La Valletta che va completato e c’è l’Alta velocità per Calabria e Sicilia che – senza il Ponte – non avrebbe senso.

E allora sarà il caso di dare un po’ di credito a tutti coloro che tireranno in ballo l’urgenza e l’improcrastinabilità del Ponte, in queste settimane che si separano dall’appuntamento elettorale del 25 settembre, ma bisognerà poi vigilare sulla promessa (da qualunque parte sia arrivata). Il Ponte serve al Paese, non unisce solo due sponde, racchiude un’idea di sviluppo che il Mezzogiorno si è stancato di sentirlo solo annunciare. Le chiacchiere stanno a zero, il progetto è eseguibile, si possono risparmiare i 50 milioni di nuovi inutili studi voluti dal ministro Giovannini (soldi buttati nelle acque dello Stretto…) e si potrebbe mettere subito mano alla costruzione di un sogno che il mondo – credeteci – ci invidierà. (s)

Mercoledì il leader della Lega, Matteo Salvini sarà in Calabria

Mercoledì 3 agosto, il leader della LegaMatteo Salvini, sarà in Calabria per incontrare il partito e iniziare la campagna elettorale, che toccherà le città di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria.

«Un momento di riflessione per una campagna elettorale molto importante – si legge in una nota – e che determinerà chi, finalmente, dovrà governare in Italia e chi sarà il prossimo premier. Gli ultimi sondaggi di Affari Italiani, primo quotidiano digitale, in relazione al possibile premier, danno Giorgia Meloni al 21,9%, Enrico Letta al 21,8%, Matteo Salvini al 21,3% e Carlo Calenda al 16,6%. Un recupero eccezionale del segretario nazionale della Lega, che, in appena una settimana, ha recuperato il divario che lo distanziava dagli altri contendenti».

«Sarà, quindi – continua la nota – una campagna elettorale intensa che dovrà occuparsi di temi concreti ed importanti per superare un momento di gravissima difficoltà per le famiglie, le imprese e il paese intero. In Calabria, così come in tutte le altre regioni, al fine di raccordare al meglio la campagna elettorale, è stato nominato un responsabile che curerà, appunto, tutti gli eventi».

«Un rafforzamento per il partito e per il commissario Giacomo Saccomanno – si legge ancora – che ha condiviso la nomina con i vertici, e che, quindi, potrà contare sulla esperienza, sulla conoscenza dei territori e sulla moderatezza dell’on. Domenico Furgiuele, leghista convinto, che ha costruito il partito in Calabria, in tempi, veramente, difficili. Una collaborazione forte che, certamente, consentirà alla Lega di poter ottenere, indubbiamente, risultati inaspettati e che proietterà Matteo Salvini ad essere il premier del prossimo governo di centrodestra». (rrm)        

Quirinale: lo scivolone di Salvini/Casellati inguaia il centro-destra

di SANTO STRATI – A voler essere generosi, si può affermare che Matteo Salvini, dopo la grande cavolata del Papeete, sembra abbia preso gusto a non azzeccarne manco una. Sarà la rivalità, fin troppo evidente con la Meloni per la primazia sull’area di centrodestra, sarà l’ansia da prestazione, ma è un disastro totale, uno dopo l’altro. Lo scivolone istituzionale “imposto” alla Presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati (la seconda carica dello Stato) non solo si poteva e doveva evitare, ma – a nostro avviso – incrina ulteriormente la finta “unità” del centrodestra e apre una seria ipoteca sullo stesso Salvini. 

Chi comanda a destra? Ma c’è ancora una “destra” compatta e coesa? No, sicuramente non più e la stessa posizione di Giorgia Meloni – l’unica che sta uscendo in qualche modo “vincente” da questo osceno teatrino della politica – alla fine non ricaverà sostanziosi vantaggi alla sua leadership. La Casellati doveva – e poteva – largamente immaginare che sul suo nome si sarebbero scatenati i franchi tiratori  della sua stessa parte politica. Un gioco al massacro, al quale, astutamente, si è sottratta la sinistra che, però, non può portare alcun vanto da questa impensabile (ma immaginabile) situazione).

È una palese guerra di veti contro voti e, alla faccia del popolo italiano che li ha mandati in Parlamento o ai Consigli regionali, l’attuale classe politica italiana (ovvero i 1009 grandi elettori) sta mostrando la sua becera e insulsa cialtronaggine istituzionale. È una guerra di posizione di cui gli italiani avrebbero volentieri fatto a meno e che, crediamo, non sono più disposti a subire.

Possibile, si chiede la gente per strada, che una maggioranza di governo che conta all’incirca 900 voti su 1009 non riesca a mettersi intorno a un tavolo e convergere su un nome, tenendo conto dell’onorabilità del ruolo, dell’esigenza di una personalità non divisiva, del bisogno da parte del popolo italiano di poter riconoscere nel nuovo Capo dello Stato il continuum del settennato di Mattarella? 

I 1009 grandi elettori non sono stati convocati d’improvviso, da tempo era evidente la scadenza naturale del mandato di Sergio Mattarella e già da agosto erano cominciati i rumours sui quirinabili. E sono arrivati – tutti impreparati – il 24 gennaio a guardarsi in cagnesco, senza il minimo indizio di un’idea, senza alcuna indicazione se non il risibile obbligo di fottere l’avversario mettendolo all’angolo.

Non ne esce alcuno bene da questa terribile esperienza quirinalizia che dopo sei inutili votazioni non trova di meglio che ricominciare da Mattarella, oppure “ripiegare” sull’idea di una donna al Colle (che sarebbe una cosa magnifica ma non frutto di una via d’usita in meno miserevole possibile)

A momenti è sembrato che fosse in corso un casting per un talent televisivo (ops, politico!) dove naturalemente non contavavano nè capacità, nè competenza, né tanto meno onorabilità e autorevolezza. Eppure, non mancano queste doti in tante personalità che hanno reso – e rendono ancora – tanto lustro al Paese con il proprio impegno quotidiano, con la loro storia, la serietà e la specchiata onestà, non solo intellettuale. Basta un nome per tutti, Gianni Letta, gran cerimoniere di Stato, che Berlusconi poteva indicare spiazzando tutti sapendo di incontrare un consenso trasversale e soprattutto di non trovare alcun tipo di veto.

Berlusconi, in ospedale “ufficialmente” per un controllo (ma temiamo che la cosa sia molto più seria) ha rinunciato alla candidatura, rinunciando persino a fare il king maker, ruolo lasciato in mano al “pasticcione” Salvini che non l’ha saputo svolgere nella maniera adeguata.

A tarda sera le dichiarazioni “domani avremo il Presidente” si sono susseguite (ma nessuno ha spiegato a quale domani si riferisse) e le quotazioni dell’attuale “capa” degli 007 nostrani – Elisabetta Belloni – sono salite alle stelle, soprattutto dopo il tweet di Beppe Grillo (“Benvenuta signora Italia, ti aspettavamo”). Con tutta la stima per la dott.ssa Belloni che ha un curriculum eccezionale, è il metodo che svilisce l’istituzione e dileggia la sacralità del voto per il nuovo Capo dello Stato. Dove sono i leader o presunti tali?  Conte mostra di non essere in grado di guidare se non pochi “smarriti” in cerca di un’identità mai veramente avuta; Enrico Letta rivela la sua incapacità di gestire un partito con una storia gigantesca alle spalle e si “prostra” ai grillini (presunti, ex, e via dicendo) senza essere in grado di individuare, proporre e – perché no? – imporre una personalità di area, non viziata da partigianerie partitiche. E infine, Matteo Renzi, ex enfant prodige del 42% finito a percentuali ridicole, tradisce una debolezza che non trova alcun “ricostituente” in grado di ridare brio e forza a qualche buona idea politica. 

In questo scenario, forse oggi avremo la prima donna al Colle (auguri anticipati dott.ssa Belloni!), ma non mi fiderei. Neanche all’evidenza di una soluzione di compromesso maldigerita a tutte le latitudini, ci sarà chi porrà questioni di opportunità sul mandare al Quirinale il responsabile dell’Intelligence, pur di seminare nuova zizzania e mantenere il caos. A quale fine, lo scopriremo solo vivendo. Ricordiamoci, però, che sono a rischio la governabilità e soprattutto la reputazione del nostro Paese.