L’OPINIONE / Franco Cimino: Il Natale, i Natale diversi e quello degli altri

di FRANCO CIMINO – Stanno per arrivare. Puntualmente. Ogni anno. Da secoli. Sono tre. Come i Re Magi. Tre, come la dialettica hegeliana. Tre, come la Santa Trinità.

Tre, non a caso come gli elementi costitutivi della persona, per noi cristiani creata da Dio a Sua immagine e somiglianza. Una è la Nascita. Due sono i Natale. Nasce il Bambino, nel rito cattolico e nella “letteratura” Cristiana. Nasce anche secondo le tradizioni dei luoghi e le culture che le custodiscono. Specialmente quelle popolari. In ogni parte del mondo, la Nascita assume quei contorni della diversità che la impreziosiscono.

La fanno diventare propria. Tanto che la spiritualità legata alla emotività, la rendono sempre più prossima a noi. Accade in ogni confine e lo supera. La Nascita è propria di quel luogo. Poi, di quella comunità. Inoltre, di quella famiglia. Infine, della singola persona. La natività è parte di ciascuno di noi. Paradossalmente, se si è dentro quella cultura, anche di chi non ha un credo religioso. Nasce il Bambino, uomo o Dio, figlio di Maria donna e di Giuseppe uomo o della Madonna e di Dio Padre. Nasce ed è di chi lo sente. Di chi lo vive nella dimensione che vorrà dargli. È Gesù, “cancellatore” dei nostri peccati, il Salvatore del mondo.

È il rivoluzionario, che lotta contro il potere e l’ingiustizia, lo sfruttamento dell’uomo e l’ingiustizia contro l’uomo. È il figlio di Dio, che fattosi carne si fa crocifiggere per noi. È il ribelle che dona la vita per la libertà degli uomini. La Nascita è atto universale, perché ciascuno la può rendere propria. È Natale, quindi. E lo è in tutto il mondo. La Nascita è una. “Il Natale”, invece, sono due. C’è il Natale loro e il Natale di quelli là. Il Natele dei ricchi e quello dei poveri. Di quelli che fanno la spesa strariempiendo i carrelli e le auto. E di quelli che ai negozi neppure si avvicinano. C’è, poi, un terzo e un quarto Natale. Un quinto e un sesto.

Si aggiungono per frantumare il numero perfetto e l’intima religiosità che lo anima. È il Natale di quanti, con il cappello o il bicchiere di carta in mano sostano intere giornate davanti ai negozi e supermercati, ai bar e alle chiese. Chiedono la carità a quel Natale da loro lontanissimo. C’è il Natale di chi non ha nulla, neppure il coraggio o la disperazione, per chiedere. E si chiude in casa, inizialmente facendo un po’ di rumore per ingannare di falsa gioia i vicini di casa. Che, in molti, magari, staranno facendo la stessa cosa. Il Natale degli uomini e delle donne sole, ammalati gravemente di solitudine grave, indotta o procurata. Di emarginazione e di isolamento. Il Natale dell’odio e del rancore. E quello delle guerre. Il Natale di chi muore. Nel letto delle malattie o nei viaggi dell’unica speranza. E negli anfratti delle strade del mondo, i giovani ingannati dalle false promesse di felicità. E i deboli di ogni natura a cui è stata negata la bellezza della loro fragilità. Si dice, «vai pure a contarli tutti questi Natale, tanto ci sono sempre stati!» Ed è vero.

C’è una differenza, però. Essa è data dalle proporzioni, dalla qualità, e dall’ampiezza dei singoli Natale. E dal rapporto che intercorre, anche questo quantitativo, tra di loro. Si è di molto ristretta la fascia del primo Natale, quello dei ricchi. E di gran lunga allargata quella dei poveri. Sono pochissimi oggi i ricchi. Ma sono ricchi assai di più di quanto non lo fossero prima e di quanto non lo fossero mai stati altri in passato. I poveri sono cresciuti a dismisura, tanto da coprire socialmente quasi per intero il tessuto sociale. La società con loro è diventata più povera, perduti ormai quei cittadini, della fascia di mezzo, che tenevano insieme le diverse aree sociali offrendo nel contempo le possibilità di un cambiamento reale per quanti potessero salire in alto nella scala dei valori. In questi Natale diversi si è perduto il Natale laicamente più atteso, quello della felicità promessa. Il Natale era anche promessa di felicità. Qui. Su questa terra.

Nel Progresso e nella Civiltà. Che sono la perfetta unione di libertà personale e democrazia, ricchezza individuale e ricchezza sociale. Il tutto secondo un principio che da quel Natale di muove. Ed è che non vi possa essere libertà se non per tutti, ricchezza se non per ciascun essere umano. Come per la Terra. Essa non è se non lo è di tutti. Ché tutti gli uomini hanno il diritto inalienabile di vivere nella propria terra e nel proprio Paese che possa costituirsi come Stato libero e autonomo. Uomini liberi anche di navigare per ogni ogni mare e raggiungere il luogo dove vorranno vivere. E far vivere nella sicurezza i propri figli.

Ché il luogo di nascita e quello del raggiungimento non possono essere una sorta di condanna preventiva o lo stigma negativo di una immodificabile diversità. Nascere, come insegna la Natività, non deve essere una colpa, ma un dono che la Vita, o Dio o la Natura, fa con la vita alla vita stessa. Il Natale di oggi non più è solo quello dei consumi, che tanto utile procurano all’economia e al Natale dei ricchi. È il Natale del consumo. Consumo della vita: milioni di persone, vecchi donne e bambini in particolare, stanno a migliaia al giorno, morendo di fame. E altre migliaia muoiono sotto le guerre armate, distribuite in varie regioni del pianete. Sono più di venti quelle in atto da anni, anche se si parla continuamente soltanto delle ultime due, in terra Medio Oriente e in Ucraina.

Consumo della terra, per inquinamento e violenza fisica esercitata su di essa. Consumo inspiegabile dell’acqua, ovvero sottrazione di questa fondamentale risorsa a circa un miliardo di persone che ne hanno diritto. Consumo di democrazia in quei Paesi in cui è negata e in altri in cui surrettiziamente viene progressivamente ridotta o modificata. Consumo dei sentimenti in quello che ormai sta diventando un ricordo per smemorati, l’Amore. Consumo, nella Natura e nella Persona, della Bellezza. Da giorni è già Natale. Il Natale di sempre. Quello che non c’è più, neppure nel cuore dei bambini. I bambini di oggi. E quelli di ieri, i bambini che siamo stati noi. Tra cinquantatré ore è la Nascita. Gesù Bambino ritorna.

Per una sola volta almeno facciamo che resti bambino. Facciamo che non arrivi la settimana della più sofferta passione. Che Gesù non muoia. E con lui, la speranza. Facciamo che arrivi la Pace. Quella vera. Che ritorni l’Amore, che la Pace crea e mantiene. Tra cinquantatré ore sia la nascita anche nostra. A nuova vita. Nel vero Amore. Ché la povertà e la più grande ingiustizia. La guerra la cosa più indegna. L’odio, l’egoismo, l’invidia e il rancore, le belve più aggressive e più assetate di sangue. Contro questi mostri opponiamo il vero Natale. Quello del Bambino nato in una grotta. Nato per Amore. E dell’Uomo, nato per amare. (fc)

Albero di Natale o presepio? Gesù nasce in una stalla o in una bagnarola?

di FRANK GAGLIARDI – Natale è alle porte. Non ce lo dice soltanto il calendario appeso in cucina, ma ce lo dicono le cataste dei panettoni nei supermercati e le sfavillanti luci multicolori dei negozi e delle strade. In varie città italiane hanno aperto da diversi giorni i mercatini di Natale.

Anche Cosenza, secondo la tradizione, ha il suo mercatino. Quest’anno è in Piazza Bilotti ex Piazza Fera. Pastori, stelle filanti, alberi di Natale artificiali, palline colorate, oggetti in ceramica artistica calabrese e poi anche frittelle e cullurielli. Non potevano mancare i fichi e le crocette. E come ogni anno puntualmente arriva la querelle: «Il presepe o l’albero di Natale?».

Io mi schiero per la tradizione e scelgo il presepe. Ma dato che è di moda l’albero di Natale anche quest’anno i pastori, la capanna, le casette, gli zampognari, Gesù Bambino sono stati dimenticati nel più angolo remoto della soffitta. Io, però, a scanso di equivoci, preferisco il presepe. Perché mi ricorda tempi lontani quando si era felici anche se nella miseria. Il presepe che ho impresso nella mente e che porto nel mio cuore è quello costruito con scatole di cartone, con tronchi di sughero, con carta di imballaggio per le montagne, con l’ovatta per la neve, con gli specchietti di vetro per i laghetti, con il muschio che andavo a raccogliere nei boschi, con i pastori di creta fatti a mano che mamma aveva comprato in Via Rivocati o con quelli che ci portava nelle nostre case “U capillaru” Giorgio in cambio dei capelli della mamma e di mia sorella Anna. Era bello il mio presepe anche se i risultati a volte erano goffi e commoventi.

I pastori erano più grandi delle casette. Gli odierni presepi che si vendono in un unico blocco nel mercatino di Natale a Cosenza sono bellissimi e perfetti, ma non danno nessuna soddisfazione a chi li compra. Dov’è finita l’attesa, la preparazione del tavolo e dei cartoni, la gioia nello srotolare i pastori avvolti nella carta di giornali, la messa in opera delle casette, la raccolta del muschio, il posizionamento dei pastori. La costruzione del presepe era un gioco bellissimo ed impegnativo. Occupava parecchio tempo e serviva ad unire tra loro le persone: insegnanti ed alunni, nonni e nipotini, uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, eruditi ed analfabeti. Esso descriveva e descrive tuttora un evento storico inconfutabile: la venuta di Gesù sulla terra. Il presepe, sia piccolo che grande, bello o goffo, ci ricorda la dolcezza della nostra infanzia spensierata, ci ricorda la nostra cara mamma che con le vicine di casa friggeva “turdilli e cullurielli” nelle grandi cucine piene di fumo e di fuliggine, ci ricorda la nonna che cullava il nipotino e gli raccontava le rumanze, ci ricorda tutta la famiglia riunita per Natale intorno ad una lunga tavola apparecchiata con tredici pietanze.

Noi del Sud sin da piccoli abbiamo costruito il presepe e, quindi, siamo cresciuti con esso. Lasciamo a quelli del Nord l’albero. A noi ci piace di più il presepe. E a lei, caro lettore che mi stai leggendo, le piace ‘o presebbio? E Gesù Bambino lo avrebbe fatto nascere, secondo la tradizione cristiana, in una grotta o in una bagnarola o carretta di mare con le quali molti emigranti arrivano nelle nostre coste? A Natale, davanti al presepe, ancora si canta la famosa canzoncina: Tu scendi dalle stelle. Non dice: Tu vieni con un gommone, ma vieni in una grotta al freddo e al gelo. Anche un vescovo emerito di Bologna ha criticato questa scelta.

Ma il Sindaco si è così giustificato: «La culla del Bambinello è stata sostituita da un gommone per ricordare il dramma dei migranti». (fg)

Giù le mani da Babbo Natale

di GREGORIO CORIGLIANO – Come, come? Babbo Natale non esiste? E chi l’ha detto? Dopo una vita, scopriamo che è una invenzione? Si è alzata una mattina una docente fiorentina e, fresca fresca, ha detto agli alunni attoniti: «chi di voi crede che Babbo Natale esiste?».

La notte prima della decisione di comunicare la sua verità ai ragazzi delle scuole elementari e medie, non avrà dormito, avrà avuto una indigestione, avrà litigato col marito, dopo aver spento la televisione ed essere andata a letto e le è scattato di dover dire agli alunni che Babbo Natale non esiste.

È da una vita che ci crediamo, che sappiamo della sua esistenza, che parliamo con lui per lettera, che gli chiediamo i regali e, adesso, fresca e pettinata, come si dice dalle mie parti, questa insegnante va dagli alunni e racconta loro la favola, questa sì, che Babbo Natale non esiste. E fino ad ora cosa a abbiamo visto, a cosa abbiamo creduto? Sono stati i bambini a riferirlo ai genitori e, addirittura, a rimproverarli: «è da anni che ci prendete in giro, la maestra ha detto che Babbo Natale lo avete inventato voi e ci avete imbastito la favoletta dei regali»!

Apriti cielo, giustamente. Lettere al dirigente, assemblee, come si è permessa la signora maestra di distruggere quello che poeti, scrittori e genitori di tutto il mondo hanno costruito da tutta la vita? E, quindi, discussioni su discussioni. Un trauma per i bambini di dieci anni ai quali è sembrato cascare il mondo, soprattutto perché è accaduto in questi giorni, quando in casa, si comincia a parlare del Natale, dell’albero, del presepio e, soprattutto dei regali.

Da dove arriva Babbo Natale? Gli dobbiamo scrivere una lettera o lo sa già leggendo nei nostri pensieri, il nostro benefattore di questo mese che porta col freddo, i regali scendendo dal caminetto e che gira il mondo viaggiando su una slitta carica di regali per piccini, bambini, ma anche grandicelli e che poi si siede per mangiare un culluriello, una zeppola, una pitta di San Martino? Perché ha dovuto, la maestra senza fantasia, rompere il secolare incantesimo? Chi l’ha autorizzata, come le è venuto in mente? Non è stata bambina, non ha ricevuto i regali, non ha mai scritto una letterina che dalle mie parti si metteva sotto il primo piatto del papà, la vigilia di Natale, accanto tutti i familiari, i parenti, i nonni, gli zii.

E al momento dell’apertura, solenne solenne, il genitore più che leggerla pareva declamarla e rinviava la consegna dei regali alla notte di Natale, quando i bambini eravamo a letto e trovavamo poi i regali chiesti sotto le coperte imbottite, specie quando non c’erano termosifoni e diavolerie varie. Ricordo che una mia zia, metteva i regalini vicino al braciere che si lasciava nella stanza più fredda, sistemato su quella ruota che faceva da poggiapiedi. Si può die che quella maestra di Coverciano dev’essere promossa al liceo, dove non ha più a che fare con i bambini o mandata negli uffici di quello che un tempo si chiamava Provveditorato agli studi. In altri posti, potrà fare altri danni, ma non rompere la magia della favoletta di Babbo Natale. Della quale i bambini hanno bisogno perché, poi, avranno tutto il tempo di occuparsi e preoccuparsi della realtà. E tutti quelli che abbiamo creduto, adesso che abbiamo saputo della lezione, gratuita e priva di senso della maestra fiorentina, cosa dovremmo dire, cosa dovremmo fare?

Prendere atto delle parole della maestra-non-maestra e ai nostri bambini parlare della guerra israelo palestinese o tra Ucraina e Russia, e lasciarli senza l’arrivo del vecchietto con la barba bianca, con la slitta carica di regali? “Papà hai aperto tu la porta quando è arrivato Babbo Natale, gli hai dato una zeppola con l’uva passa?” “Come faceva a sapere che quelli che ci ha portato erano i regalini che avevamo chiesto?” C’è magia superiore all’innocenza? Anche quando Babbo Natale portava cenere e carbone per i bambini che non erano stati buoni?

Si sta al mondo anche con i sogni, se non soprattutto. Strumenti fondamentali della crescita e della formazione, dice lo scrittore Marino Niola. Giù le mani dal Babbo Natale che porterà cenere e carbone alla maestra fiorentina e la farà trasferire all’archivio di quella stessa scuola, nella quale le sue colleghe porteranno i regali a quei bambini ai quali non è stata raccontata la nostra verità, la verità di sempre. (gc)

LA RIFLESSIONE / Franco Cimino: Il Natale che ci fa tutti buoni dura solo un giorno

di FRANCO CIMINO – A Natale siamo tutti buoni. Siamo più buoni. Anche di tutti gli altri. Forse, un po’ meno di uno, il solito del villaggio, che conosce le Sacre Scritture e il Vangelo a memoria, e in questo giorno te ne fa lezione. Comunque, a Natale è certo che siamo buoni. È necessario esserlo. È regola ferma e chiara. Rispettarla significa che potremo essere cattivi per tutto il nuovo anno in attesa del prossimo Natale. A Natale, per esempio, la politica sospende la più classica delle belligeranze, i suoi componenti non si insultano a vicenda e le sedute parlamentari, come quelle proseguite fino a stamattina, non accettano gli scontri fisici cui siamo da decenni ormai abituati. A Natale la povertà non esiste, esiste solo la generosità che la copre. Esistono i poveri davanti ai bar e alle chiese, che durante i mesi precedenti vediamo con fastidio. Talvolta con disprezzo. Specialmente quando ci mostrano la condizione che noi avremmo potuto subire se fossimo nati in un’altra regione del mondo, quella da cui molto di questi provengono. Oppure, se quella povertà, fatta di arretratezza e di ogni forma di aridità, avesse colpito la nostra terra, quella in cui siamo nati e viviamo. A Natale quei poveri li vediamo bene, e siamo noi, che prima li scansavamo, ad attraversare la strada per raggiungerli. Una moneta e via, la povertà scaccia via. Anche quella della nostra coscienza che, liberata, a Natale, dai sensi di colpa collettiva, ci consente di sedere con i nostri cari alla tavola riccamente imbandita. Del vicino di casa, di parentela o della via, che nasconde la povertà dietro il suo orgoglio di persona cui resterebbe solo l’onore e la dignità, facciamo ancora finta di non sapere. Son fatti suoi se non ci ha fatto vedere l’Intervenuta povertà. Anzi, meglio che ci risparmi questa sua condizione che potrebbe essere la nostra, ci rovinerebbe il Natale. 

C’è tempo, anche più di una settimana, per fare i conti con le nostre tasche svuotate dalle spese “ compulsive” che abbiamo fatto, dimentichi delle vecchie promesse. Del tipo:” il prossimo Natale basta con queste spese inutili e offensive, dei carrelli pieni di cibo inutile e in parte già da prima destinato allo spreco. E quelle del bagagliaio pieno di regali inutili che consegniamo a parenti e amici, cui abbiamo donato mille volte le stesse cose. E pure ci maledicono perché è tardi per riciclarli. Di più quelli che, imbambolati, non sanno rincartare il regalo non gradito. A Natale siamo tutti più buoni. È proprio vero. Non abbiamo più nemici, non odiamo nessuno, verso nessuno nutriamo invidia e gli altri, buoni come noi, fanno la stessa cosa. Ci amano e hanno trasformato l’invidia in ammirazione diretta. Sì, conosco l’obiezione:” è quello più buono di tutti nel villaggio?” Anche quello, magari avrà un po’ più di difficoltà con l’invidia, ma non eviterà di essere il più buono di tutti. A Natale siamo buoni. Lo ripeto con forza. Anche gli ultrà delle squadre di calcio si abbracciano con quelli della tifoseria nemica. E da una curva all’altra non si lanciano parole di guerra e qualche petardo, ma applausi di amicizia e canti natalizi, appunto. In più, non di aspettano fuori dallo stadio per farsi la guerra. A Natale ritorna l’amore in tutte le famiglie e la fedeltà nelle coppie che l’avevano dimenticata. I telefoni rossi diventano verdi con quel numero, a Natale, bloccato. A Natale i poveri più poveri, quelli dei senza tetto e senza fissa dimora, hanno un abito pulito sul corpo riscaldato da una buona doccia calda, e nella solita mensa all’interno della solita chiesa sono tutti invitati al pranzo di Natale, preparato e donato da mani caritatevoli. Le mani più buone. A Natale sono buoni anche i signori della guerra, quelli che mandano i nostri figli a morire, sempre con la stessa pesante divisa e i più pesanti scarponi, negli inverni freddissimi e nelle estati soffocanti. Ché tanto per morire conta essere giovani con le armi e bambini, donne e vecchi sotto le macerie dei bombardamenti. Il colore della divisa neppure conta, il sangue, il sudore, le lacrime e il fango, le rendono tutte dello stesso unico colore. A Natale, ma solo in quella notte, però, non si fa la guerra. Quella classica, ché le altre si fanno nel mare delle traversate, nelle campagne delle raccolte, nelle fabbriche degli sfruttati, nelle strade degli emarginati, nelle fughe degli abbandoni. E quelle impossibili delle torture e della ingiustizia. Le armi per le munizioni tacciono da sole. È un bene. Ché se si è così buoni a Natale, poi si potrà fare la guerra tutto l’anno. E noi, che siamo stati buoni, a Natale, possiamo guardarla, la guerra, e le a,tre guerre, dalle dirette televisive, tra una cena buona e un film. A noi, tra l’altro, cosa potrebbe importare? La guerra è lontana da qui. E poi mica siamo statisti per poterci fare qualcosa! Anzi, visto che Natale passerà presto, cerchiamo di renderci neutrali rispetto ai nemici che si lottano, ché altrimenti non arriva né grano, né il gas e i prezzi di tutti i prodotti cresceranno enormemente, con gli stipendi e l’occupazione, invece, sempre più bassi. Meno male, allora, che a Natale siamo più buoni. 

Dura solo il giorno Natale. Passerà presto. E tutti torneremo a essere come prima. Quelli di sempre. E di quel pianto di Francesco, il Papa, davanti alla statua dell’Immacolata, a Roma, nel giorno della festa della Madonna, faremo finta di non aver saputo. Ma se molti o anche solo pochi di quei tutti, uomini della Terra, cattolici e persone di altre fedi, credenti e non, laici e agnostici, ci si fermasse solo per un minuto davanti al Presepe e alla nascita del Bambino, pregando o soltanto pensando, per questo mondo che gira all’incontrario della sua perfezione, allora, potremmo fare dell’ Evento o grandioso e dell’Avvento festoso un’occasione stupenda, per quanto forse unica. Probabilmente, l’ultima. 

Quella di concepire e vivere il Natale in modo più autentico e profondo. Viverlo anche come nascita, in ciascun essere umano, dell’uomo nuovo. Un uomo che ritorni bambino. E ci resti per un po’. Quel poco tempo che basterà per cambiare il mondo. E fare la guerra alla guerra. A tutte le guerre, che uccidono la vita e la dignità della persona, dei popoli. E della Libertà, che è vita per la Vita e dignità per le libertà. Il mondo che torni bambino sia il paradiso, qui, popolato di bambini che giocano non l’umanità adulta. In particolare, con i giovani che non avranno più paura di vivere. E con i vecchi, che non avranno più paura di morire. Buon Natale. A tutti. Un Natale finalmente vero, che resti nel cuore. Per tutti i giorni dell’anno che ne prepareranno sempre uno migliore. Anche per le nostre case. E per le nostre singole esistenze. (fci)

Il Natale e la “Statistica”

di GIUSEPPE DE BARTOLO – Quando sentiamo la parola “statistica”, il nostro pensiero corre a una infinità di cose: al costo della vita, ai questionari, alle medie, alle indagini demoscopiche e così via.

Ma pensiamo anche alle battute come “esistono tre tipi di bugie: le frottole, le menzogne spudorate (oggi fake news) e le statistiche. Battute come queste si presentano spesso con variazioni a volte alquanto colorite come “esistono le bugie gratuite, le bugie necessarie e le statistiche”. Neppure gli storici sono riusciti a stabilire unanimemente la paternità di questa cattiveria. Alcuni la fanno risalire a Benjamin Disraeli, altri a Lord Palmerston il suo antagonista politico. La parola “statistica” fa pensare dunque a tutto ciò, ma nessuno pensa al Natale, eppure il riferimento sarebbe più che pertinente. 

Infatti, basta sfogliare il Vangelo secondo Luca per constatare come la connessione sia più che azzeccata: “In quel tempo fu emanato un editto da Cesare Augusto per il censimento di tutto l’Impero… Tutti andavano a farsi inscrivere, ciascuno nella propria città.. .Ed anche Giuseppe salì dalla Galilea… per recarsi nella città di Davide, chiamata Betleem… (sua città di origine) per farsi inscrivere insieme a Maria sua sposa, che era incinta. Or, mentre si trovava là si compirono i giorni in cui ella doveva avere il bambino…”.

Questo censimento della popolazione disposto per tutti i territori dell’impero romano al tempo di Augusto non era né il primo dell’Impero o il primo ricordato dalla Bibbia, né tanto meno il primo della storia dell’umanità, perché già nel VI secolo a.C. la costituzione di Servio Tullio prevedeva il computo periodico di tutti i cittadini romani suddivisi in categorie secondo l’ammontare degli averi, e la compilazione degli elenchi era detta per l’appunto census. Anche in Grecia la distribuzione in classi censitarie era comunissima.

Nella Bibbia il censimento della popolazione assume un’importanza tutta particolare, dacché il quarto libro di Mosé è chiamato “Numeri”, appunto perché incomincia con la “numerazione del popolo”. Ma, mentre questa “numerazione” era stata ordinata da Dio, e perciò inoppugnabilmente lecita, re Davide si lasciò fuorviare da Satana e dispose di proprio arbitrio un censimento. Questo censimento era dunque sotto una maledizione per cui Dio concedette a Davide la possibilità di scegliere fra tre calamità: sette anni di carestie, oppure tre mesi di fughe di fronte al nemico o, infine, una pestilenza di tre giorni a titolo di espiazione. Davide optò per la pestilenza. 

Quest’ammonimento biblico determinò fino all’epoca moderna un atteggiamento di generale diffidenza di fronte alla rilevazione statistica e di conseguenza durante il Medioevo le rilevazioni si limitarono quasi esclusivamente alle registrazioni dei patrimoni.

Dalla fine del Medioevo in poi la registrazione dei fatti demografici acquista un carattere preminentemente religioso (registri parrocchiali, status animarum ecc.) carattere che sarà mantenuto ancora per tre secoli; ma già si manifesta l’esigenza di conoscere meglio il movimento della popolazione per combattere con maggiore efficacia le grandi epidemie. 

Alla fine del XVIII secolo gli stati nazionali prendono coscienza della necessità di togliere al clero sia la tenuta dei registri parrocchiali, resa obbligatoria dal Concilio di Trento del 1563, sia la compilazione delle statistiche annuali e iniziarono a organizzare propri servizi. Tuttavia, i censimenti si affermeranno definitivamente solo alla fine del XVIII secolo con il primo censimento americano del 1790. 

In Italia, com’è noto, il primo censimento è stato realizzato il 1861 e gli altri a seguire, salvo poche eccezioni, ogni dieci anni. L’ultimo in ordine di tempo si concluderà, guarda caso, proprio qualche giorno prima di questo Natale, ma pochi ne sono a conoscenza perché il censimento da rilevazione universale ha assunto da poco tempo la forma d’indagine campionaria annuale. (gdb)

[Giuseppe De Bartolo è professore di Demografia all’Unical]

 

L’OPINIONE / Giovanni Suraci: Questo Natale regalate un libro

di GIOVANNI SURACI – Leggere un libro, magari di autori locali, sarebbe la migliore risposta che i calabresi potrebbero dare a giornalisti come Vittorio Feltri, il quale, tempo addietro,  nel corso di un’intervista, per rimarcare il suo convinto e ripetuto concetto sull’ inferiorità della gente del Sud, ha dichiarato: “Sappiamo che la lettura non è la principale attività nel meridione…».

Un’inversione di tendenza, da parte dei cittadini calabresi e perché no, pure degli abitanti delle altre regioni del Mezzogiorno, sarebbe auspicabile. Bisognerebbe, con uno scatto d’orgoglio, inviare un forte segnale a chi, con becero pregiudizio e rozza ostinazione, persevera nel considerarci esseri inferiori. Così come è opportuno dare seguito agli insegnamenti di tanti docenti della nostra terra che si impegnano quotidianamente a trasferire ai ragazzi l’importanza di approfondire le conoscenze, anche e soprattutto, attraverso la lettura. Bisogna dare atto, infatti, che ci sono tante scuole “illuminate” che investono tempo organizzando corsi di “invito alla lettura”.

Nel Nord Italia la media dei lettori che leggono almeno un libro all’anno è del 48,8%, con Regioni come Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Lombardia e Piemonte a fare da traino. Al Centro la media si abbassa, ma rimane comunque accettabile (43,5%). Il dato nettamente inferiore è quello che si registra al Sud e nelle Isole, dove ben sette Regioni sono decisamente al di sotto della media nazionale: in Calabria la percentuale, purtroppo, è del 26,1%.

 I calabresi sono tenuti quindi, più di tutti, anche per gli attacchi continui che subiscono e per l’immagine spesso distorta che si ha della nostra terra, a riflettere sui dati dolorosi che vedono negli ultimi posti la nostra regione tra i “consumatori” di libri. Eppure noi abbiamo avuto nel passato e ci sono, ancora oggi, fior di scrittori che tentano di narrare la nostra regione fuori dagli schemi, ormai stereotipati, di una terra dove esiste solo la ‘ndrangheta e il malaffare. Ecco bisogna con uno scatto di dignità uscire fuori dalla persistente e commercialmente produttiva retorica del filone visto e stravisto, oggi quasi nauseante, di sentire e vedere la Calabria raccontata sempre e comunque per fatti negativi, delittuosi o di bassa politica. Se riusciamo ad uscire dalla “gabbia”, dove tristemente ci siamo rinchiusi, potremo offrire degli stimoli nuovi alla “Gente di Calabria”, per indirizzarli verso un percorso culturale che li appassioni e provi interesse alla lettura di un libro, con l’orgoglio di essere partecipi e protagonisti di una svolta epocale.

Per tutte queste ragioni forse è proprio il Natale l’occasione giusta per leggere o regalare un buon libro, meglio ancora se di autori calabresi. (gs)

Il racconto di Franco Cimino: Ma’, quando vena Natala?

di FRANCO CIMINO – È arrivato!» È arrivato chi? «È arrivato Natale». Ma come, non c’è già stato ieri-un anno fa? «No, non c’è stato ieri-un anno fa e forse neppure l’altro ieri-due anni fa. Ovvero, se è arrivato o lui non si è fatto vedere o noi non l’abbiamo visto. Perché se Natale, il Natale, da qualche parte fosse venuto noi non saremmo così. Dolenti, tristi, arrabbiati, guerreggianti e bellicosi, solitari e divisi. Quando Natale veniva, mille anni fa, durava più di un mese, quelli dei giorni della sua attesa. E poi anche dopo, per tanti altri giorni ancora, fino a sentire il Capodanno come un’appendice, un riflesso, una mera proiezione del Natale. Era quella un’attesa, che pure passava presto, che ci trovava tutti bambini e agli uomini di qualsiasi età infondeva quello spirito fanciullo che durava per molti mesi. Quella fanciullezza di fatto trasformava il dolore e la morte in una nuova attesa. L’attesa di un tempo nuovo, ancor prima che i credenti sentissero il mistero della Nascita e in esso credessero fino in fondo. Quella fanciullezza del Natale permeava i cuori di tutti, credenti e non credenti, tanto bello e pieno di sentimenti e significati Natale era. Utilizzo volutamente il nome di persona perché Natale è persona, è amore, è spirito divino che diviene. È bellezza che di sé tutto informa e di se stessa lascia la forma. È ragione che si arrende alla sua bontà e alla sua natura ottimistica del cammino umano. Siamo tutti diventati migliori col Natale. 

Con quello spirito abbiamo lottato contro l’odio, l’inimicizia, la prepotenza, l’egoismo, l’intolleranza, l’arroganza. L’invidia. E anche contro la violenza che si fa potere e il potere che si fa violenza. Abbiamo lottato contro le guerre e le ingiustizie e contro la sopraffazione della libertà e in essa delle libertà e dei diritti umani. È vero che non ci siamo riusciti fino in fondo se in giro per il mondo, per l’Europa, per l’Italia, per le nostre piccole comunità, tracce di tutti quei disvalori ve ne sono state e ve ne sono ancora, ma piccoli passi in avanti verso quella civiltà cristiana(vogliamo chiamarla ancora così a dispetto di una certa Europa falsamente laica e falsamente democratica)li abbiamo fatti. E li abbiamo fatti con quella coscienza tesa che ha sempre comportato una sorta di dovere di riflessione sulle cose umane. E anche addirittura sul dovere che gli uomini devono compiere per realizzare il bene e sulla responsabilità che essi hanno dinanzi al male che si muove nella società. 

Una riflessione, quella passata, che magari si è mossa come il gambero – un po’ avanti, un po’ indietro – che si è coperta talvolta di ipocrisia. E, però, ci si interrogava. In qualche modo un poco ci cambiava. E c’era anche chi pregava, in quel Natale lì. E c’era anche chi pensava. Tanta gente si incontrava perché Natale era l’incontro. Delle famiglie, degli amici, tra persone, tra comunità. Natale era avere uno sguardo per l’altro. L’interesse per l’altro. Un gesto per gli altri. Per chi stesse male. Per chi stesse peggio di noi. Per gli sfortunati, gli abbandonati. Gli affamati di tutto. Gli assetati dell’acqua e del sapere. Assetati e affamati della parola. Ipocrisia o no, tanta o poca falsità, che fosse la ciclica recitazione sul palcoscenico dell’autopurificazione o no, della cancellazione dei sensi di colpa o no, della facile autoassoluzione o no, che durasse, pietismo d’accatto o egoismo caritatevole compresi, poco più che quel tempo del Natale, poco importa. Davvero assai poco importa. Qualcosa di noi c’era. Quella fanciullezza c’era. Quei gesti c’erano.  

E di più quell’interrogarsi che un poco ci inquietava. E c’era più che Babbo Natale, che portava i doni, Gesù Bambino che ci sorrideva. E il padre. C’era questa figura bella e completa, autorità che formava, forza che rassicurava, cattedra che trasmetteva regole e valori. Compreso il valore indissolubile del rispetto delle istituzioni. A partire da quelle politiche e della scuola. Per la fede, la sua cura, che però si era liberi di accettare o di praticare, per i sentimenti e la delicatezza quasi fragile dinnanzi a essi, vi era la madre, che di quel Natale era protagonista. La più importante, forse, come la Madonna nella mangiatoia. 

E adesso? Che Natale è adesso? È un Natale di fragilità e di paura. Di insicurezza. 

È un Natale di ogni fede sospesa. Anche quella laica verso la Ragione e la Politica. È un Natale di sfiducia. Verso l’uomo e quindi verso se stessi. Sfiducia verso le istituzioni e gli uomini in generale e verso quelli che le istituzioni rappresentano. Sfiducia e paura che scarichiamo non più solo sullo “straniero”, il nemico, che ci ruba pane e donne, le cose e il lavoro, ma verso i prossimi a noi, le persone che appartengono alla nostra società. Gli Stati nazionali contro gli altri Stati, in ragione di un nazionalismo che viene difeso chiudendo la braccia della solidarietà e i confini su cui elevare muri altissimi e pareti di filo spinato ancora più invalicabili. Le singole persone contro altre persone. Si dice, all’incontrario di quel che si diceva quando chiusi nelle case ci affacciavano alla vita solo dai balconi, che non siamo diventati migliori con la pandemia. 

Che siamo diventati insensibili difronte al dolore altrui, addirittura indifferenti dinanzi alla morte. Quelle immagini delle sale di rianimazione in cui esseri umani per settimane stanno intubati e addormentati con la pancia in giù, non ci procurano più neppure un’emozione, che fosse anche la paura di trovarci noi in quel posto. 

Il virus maledetto non ci fa paura, addormentati come siamo nelle verbosa disputa che riempie i palinsesti di tutte le reti televisive tra no vax e sì vax, tra i no pass e i sì pass. È andato smarrito quello spirito di solidarietà che animava i popoli della cultura cristiana. 

La cultura del rispetto verso gli anziani si è dissolta in quella preoccupazione, ritenuta eccessivamente costosa, di proteggere socialmente e sanitariamente i nostri vecchi dall’assalto del virus. L’economia prima della vita, il consenso elettorale prima del sentimento. La prepotenza dei più forti prima della ragione. L’istinto prima della politica. I governi stessi, non solo quello italiano, tergiversano nel prendere provvedimenti che più rigorosi saranno assunti a giorni, per non sottrarre al Natale odierno la spinta ai consumi, perché questa aiuta l’economia e salva le aziende e l’occupazione, dicono. Il ricatto del pane sul valore della vita, costringe i cittadini consumatori a scindersi per mantenersi solo consumatori. 

E così nel timore di nuove rovine ci siamo tutti catapultati nelle strade per affollar negozi e luoghi della ristorazione. Un vaccino in più e tre mascherine al giorno, per sentire addosso il profumo di una libertà, che oggi è fittizia e insincera. Illusoria di un diritto ormai sfumato. Sfocato se visto da lontano con gli occhi malati. Si dice che è tutta colpa del Covid, che una volta sconfitto ci riporterà allo stato di bontà pura, come se in questi ultimi vent’anni siamo stati e buoni e belli e giusti. 

No, eravamo così già da prima. Da quando abbiamo perso il senso del Natale. Il Covid, la cui lezione non abbiamo appreso affatto, ha solo tolto il velo a una società che ha smarrito i valori di fondo su cui si è costituita. La nostra, nata dalla fusione del pensiero risorgimentale con le idealità antifasciste, ha trovato come collante sicuro, unitamente alla visione laica dello Stato e all’umanesimo socialista, quella cultura cristiana, che ha cambiato il mondo, rinnovando l’uomo. 

Che Natale, allora, può essere questo? Come il tempo umano, anch’esso si trova davanti a un bivio. Sempre quello, tra l’altro, davanti al quale si trova l’uomo. Specialmente, oggi. Questo Natale può essere l’ultimo. Quello del Natale che uccide Natale. Ovvero, il primo. Quello che dalla sua anima antica rinasce tale e quale come l’ha voluto Francesco d’Assisi nel lontano 1223 quando ha “ inventato” il presepe. È il Natale della Vita. E della povertà condivisa, contrastata, abbattuta, attraverso l’affermazione dell’eguaglianza e della giustizia, questa intesa come guardiana della Libertà. 

Un Natale che trasforma la povertà in ricchezza per tutti, e i doni al divin Bambino in beni per tutti. Beni in cui il pane, di farina e di spiritualità, sia alimento per l’uomo integrale, e la scienza sia strumento anche della coscienza individuale e collettiva, affinché inondi la Politica di luce nuova e il cammino dell’umanità di un passo al contempo veloce e lento. Veloce per camminare al passo coi tempi e con la tecnica. Lento, per non lasciare indietro chi non può correre e i valori di un tempo in cui Natale era davvero il Natale. La scelta davanti a quel bivio è facile. Io ci credo. Arriverà presto. E sarà bellissimo, Natale. (fci)

Dal racconto di Natale di Saverio Strati

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI Per un ragazzo del nord il Natale corrisponde certamente a vetrine illuminate e zeppe di giocattoli e di robe di ogni genere, all’albero dove sono appesi dei regali; e forse non avverte la preoccupa¬zione dei genitori per la mancanza di soldi o di lavoro o addirittura del pane quotidiano. Per un ragazzo del sud, al contrario, il Natale prende un altro aspetto, gli si presenta con altra faccia. C’è il presepe, che ripete pari pari la storia della nascita del figlio di Dio. Ma il presepe in casa è segno di ricchezza: cioè vien fatto nelle case dei ricchi. Nelle case dei contadini o degli operai e artigiani non si fa il presepe. Lo si prepara in chiesa. Ed è opera popolare, costruito, messo su dall’abilità e spesso dalla genialità dei più bravi ragazzi; e concesso al godimento dei poveri attraverso la Chiesa, sempre mediatrice tra Dio e popolo. Certo anche Gesù Bambino sarà andato a piedi nudi per le vie del suo paese, e anche lui avrà avuto i calzoni a brandelli, visto che anche lui era figlio di gente povera. Suo padre era un povero falegname. Cosa poteva guadagnare? Ma certo Gesù era scalzo perché voleva”. (Saverio Strati)

Se i tempi cambiano inseguendo le mode, la letteratura, che conserva l’identità delle cose, potrebbe essere il giusto mezzo per rintracciare i tempi passati. Recuperarli e forse, perchè no, rimetterli in uso. Rivalorizzandone l’importanza, scoprendone la necessità. La letteratura di Saverio Strati fa un lavoro di ricognizione sulle tradizioni e di fermo immagine sul passato, dal valore inestimabile. Così accade nel Il Natale in Calabria, un racconto dedicato alla natività del Bambino, e con cui lo scrittore rappresentata la tradizione identitaria, e il vivere della civiltà contadina meridionale.

Il racconto sul Natale, diventa uno stato d’animo che vive nell’uomo. Nulla, infatti, egli esterna se non lo prova. 

Nell’illustrazione del Natale, Strati, conservandone la magia, esterna i vissuti non come ricordi, ma perfetta quotidianità. E lo fa tracciando una precisa mappa dei luoghi in cui celebra la festa. Saverio Strati, tra gli autori più importanti del ‘900 letterario italiano, pur dimorando in Toscana, vive il suo natale in Calabria. E proiettandosi nella realtà da cui proviene, non tralascia niente. Offre invece al lettore, i profumi, i sapori, i sentimenti e i valori. L’aria croccante della sera della vigilia, quella pungente del giorno di Natale. E poi la casa, la famiglia, la tavola, il torrone e il fuoco. 

Strati, ne Il Natale di Calabria, racconta con la genialità dello scrittore e il valore dell’uomo, un Natale che forse non c’è più, ma che basta cercare dentro ognuno di noi per ritornare a vivere. Un tempo che non è vero che passa, ma semplicemente, come uomini distratti, non riusciamo più a vivere appieno.

Il Natale in Calabria, pubblicato da Strati nel 2006, è un piccolo libro, con illustrazioni, di pochissime pagine. Un’opera letteraria dal valore inestimabile che, per ridare considerazione alla festa, bisognerebbe ritornare a leggere. In Calabria e in capo al mondo. Potrebbe tornare a essere ogni giorno Natale. 

[…] Natale era veramente la festa del focolare, dell’unione della famiglia, della rinascita, della speranza e della vita che è eterna nella successione delle generazioni. Era una festa amata, desiderata: pareva che la natura vi partecipasse per la luce e un senso di tepore e di pace che si manifestavano nel cielo in quei giorni generalmente luminosi e sereni.

Allora più che oggi le feste natalizie erano più autentiche nel Sud che nel Nord: erano più vicine al racconto evangelico. L’albero, per esempio, che è di origine nordica e che non ha nulla da vedere col racconto evangelico, ossia con la nascita di Gesù, era quasi totalmente ignorato. C’era il presepe che ripeteva pari pari la storia della nascita del figlio di Dio: Ma il presepe era un segno di ricchezza: veniva allestito nella casa dei pochi ricchi.

Nella casa dei contadini, degli artigiani, dei lavoratori non c’era il presepe. Lo si preparava in chiesa ed era popolare, costruito e messo su dall’abilità e spesso genialità dei più bravi ragazzi, e concesso al godimento di tutti attraverso la chiesa che è mediatrice fra Dio e popolo. […]

La chiesa per via della gente e delle lumiere in qualche modo si riscaldava e cominciava la celebrazione della messa e nel bel mezzo da fuori cominciavano ad arrivare grida festose. Erano le grida dei giovani che erano andati in cerca di fasci di rami e di legna e avevano acceso il fuoco, un gran fuoco che lingueggiava allegramente e illuminava la piazza e la facciata della chiesa.[…]

Le fiamme si alzavano vigorose e lingueggianti al cielo e destavano in tutti i presenti una gioia irrefrenabile, tanto che molti si mettevano a ballare come se fossero eccitati dalla forza del fuoco, che è simbolo di vita. […]

E rubare fasci di rami o ceppi non era vergognoso, non era reato, anche se la donna derubata qualche volta arrivava strillando e minacciando di denunciare i ladri ai carabinieri.

La messa finiva, il fuoco si spegneva e i contadini partivano per i campi lontani. Spuntava il giorno e con esso i ragazzi si riversavano per le strade e giocavano pazzamente alle noccioline, pensando alla mattina della veglia di Natale quando la mamma si alzava dopo la mezzanotte, per preparare «cose fritte»: zeppole e nacatole. […]

Generalmente ci si riuniva, anzi ci si riunisce ancora oggi, nella casa dei nonni che vogliono avere la «consolazione» di stare, forse per l’ultimo Natale, tra i loro figli: Vogliono averli lì in quella casa dove son nati e cresciuti, dove hanno avuto tante preoccupazioni in comune che ora rievocano ed è come se leggessero un libro scritto da tutti loro. Peccato che qualche figlio è assente: Vincenzo si trova in Australia, il marito di Maria in Brasile.

– Ma sono con noi in spirito –, dice con antica saggezza il nonno. – Beviamo alla loro salute. […]” (S.S.)  (gsc)

L’OPINIONE / Giovanni Suraci: A Natale regalate un libro, magari di autori calabresi

di GIOVANNI SURACI – Anche quest’anno, purtroppo, l’Istat offre una fotografia implacabile della situazione calabrese. In Calabria si legge poco e la regione si colloca al 18° posto, terz’ultima, nella graduatoria italiana. Risulta che attualmente il 69% della popolazione, dai sei anni in su, non ha aperto un libro.

Quattro calabresi su 100 vanno in biblioteca solo una volta l’anno (la media nazionale si attesta a 14 su 100 e i dati di lettura ci confermano, purtroppo, nella zona bassa nella classifica delle regioni italiane in termini di lettori di libri. 

Leggere libri è, ovviamente, elemento fondamentale di crescita culturale.

Oggi viviamo in una società complessa, dove le persone hanno bisogno di sfogarsi, di esprimersi, di parlare, di scrivere, ma non di ascoltare gli altri – quindi nemmeno di leggere gli altri -. 

La famiglia, anche in questo campo, ha un ruolo fondamentale, un po’ tutti, infatti, dovremmo sapere che se un genitore legge, con molta più probabilità, anche suo figlio leggerà. Se in casa ci sono molti libri aumenta la probabilità che i propri figli leggano. Se si abituano i bambini a interessarsi e apprendere dai libri fin da piccoli, con molta probabilità leggeranno da giovani e da grandi. C’è un apprezzabile livello di intervento da parte di tante Associazioni per la diffusione della lettura, ma è auspicabile soprattutto il coinvolgimento delle famiglie per ottenere risultati positivi.

È opportuno stimolare a leggere buoni libri sin dall’infanzia, avvalendosi del dato di fatto che i lettori più appassionati sono proprio i bambini che continuano a leggere più della media (è il 47,3% dei bambini e ragazzi tra i 6 e i 17 anni che legge almeno un libro all’anno, mentre nella restante parte della popolazione la percentuale scende al 39,5%). C’è da dire che spesso capita di imbattersi in autori poco avvincenti e in opere poco interessanti che scoraggiano chi già non è abituato a leggere. Dopo essersi annoiati una volta, si è restii a riaprire un libro.

Ecco perché la scuola ha il ruolo fondamentale: nell’indirizzare i ragazzi verso i buoni e adeguati libri. Bisogna assolutamente riconoscere che, tanti docenti, nonostante le difficoltà alle quali vanno incontro, si impegnano costantemente, attraverso progetti mirati, a motivare i ragazzi alla lettura. Nell’era del digitale la missione è quasi impossibile, però con un ampliamento della sinergia scuola/famiglia si possono, con tanta pazienza e dedizione, migliorare i risultati.

Da queste considerazioni nasce l’invito di regalare un libro, magari dei tanti autori calabresi, almeno nel periodo dello scambio dei doni natalizi. Una forma di investimento educativo che si potrà rilevare determinante nel percorso di vita di una persona. La cultura che è seme di civiltà, infatti, è alla base della crescita per l’intera popolazione calabrese. I bassi indici di lettura, com’è accertato, a loro volta, influiscono negativamente sui fattori di innovazione e del progresso economico e sociale di un intero territorio.

Ciascuno di noi, infine, può fare molto per educare all’acquisto e alla lettura di un libro, perché “il sapere” rappresenta l’opportunità di investire in uno dei settori più durevoli e promettenti per l’emancipazione dell’intera società e soprattutto per la nostra amata Calabria. (gs)