LA RIFLESSIONE / Franco Cimino: Il Natale che ci fa tutti buoni dura solo un giorno

di FRANCO CIMINO – A Natale siamo tutti buoni. Siamo più buoni. Anche di tutti gli altri. Forse, un po’ meno di uno, il solito del villaggio, che conosce le Sacre Scritture e il Vangelo a memoria, e in questo giorno te ne fa lezione. Comunque, a Natale è certo che siamo buoni. È necessario esserlo. È regola ferma e chiara. Rispettarla significa che potremo essere cattivi per tutto il nuovo anno in attesa del prossimo Natale. A Natale, per esempio, la politica sospende la più classica delle belligeranze, i suoi componenti non si insultano a vicenda e le sedute parlamentari, come quelle proseguite fino a stamattina, non accettano gli scontri fisici cui siamo da decenni ormai abituati. A Natale la povertà non esiste, esiste solo la generosità che la copre. Esistono i poveri davanti ai bar e alle chiese, che durante i mesi precedenti vediamo con fastidio. Talvolta con disprezzo. Specialmente quando ci mostrano la condizione che noi avremmo potuto subire se fossimo nati in un’altra regione del mondo, quella da cui molto di questi provengono. Oppure, se quella povertà, fatta di arretratezza e di ogni forma di aridità, avesse colpito la nostra terra, quella in cui siamo nati e viviamo. A Natale quei poveri li vediamo bene, e siamo noi, che prima li scansavamo, ad attraversare la strada per raggiungerli. Una moneta e via, la povertà scaccia via. Anche quella della nostra coscienza che, liberata, a Natale, dai sensi di colpa collettiva, ci consente di sedere con i nostri cari alla tavola riccamente imbandita. Del vicino di casa, di parentela o della via, che nasconde la povertà dietro il suo orgoglio di persona cui resterebbe solo l’onore e la dignità, facciamo ancora finta di non sapere. Son fatti suoi se non ci ha fatto vedere l’Intervenuta povertà. Anzi, meglio che ci risparmi questa sua condizione che potrebbe essere la nostra, ci rovinerebbe il Natale. 

C’è tempo, anche più di una settimana, per fare i conti con le nostre tasche svuotate dalle spese “ compulsive” che abbiamo fatto, dimentichi delle vecchie promesse. Del tipo:” il prossimo Natale basta con queste spese inutili e offensive, dei carrelli pieni di cibo inutile e in parte già da prima destinato allo spreco. E quelle del bagagliaio pieno di regali inutili che consegniamo a parenti e amici, cui abbiamo donato mille volte le stesse cose. E pure ci maledicono perché è tardi per riciclarli. Di più quelli che, imbambolati, non sanno rincartare il regalo non gradito. A Natale siamo tutti più buoni. È proprio vero. Non abbiamo più nemici, non odiamo nessuno, verso nessuno nutriamo invidia e gli altri, buoni come noi, fanno la stessa cosa. Ci amano e hanno trasformato l’invidia in ammirazione diretta. Sì, conosco l’obiezione:” è quello più buono di tutti nel villaggio?” Anche quello, magari avrà un po’ più di difficoltà con l’invidia, ma non eviterà di essere il più buono di tutti. A Natale siamo buoni. Lo ripeto con forza. Anche gli ultrà delle squadre di calcio si abbracciano con quelli della tifoseria nemica. E da una curva all’altra non si lanciano parole di guerra e qualche petardo, ma applausi di amicizia e canti natalizi, appunto. In più, non di aspettano fuori dallo stadio per farsi la guerra. A Natale ritorna l’amore in tutte le famiglie e la fedeltà nelle coppie che l’avevano dimenticata. I telefoni rossi diventano verdi con quel numero, a Natale, bloccato. A Natale i poveri più poveri, quelli dei senza tetto e senza fissa dimora, hanno un abito pulito sul corpo riscaldato da una buona doccia calda, e nella solita mensa all’interno della solita chiesa sono tutti invitati al pranzo di Natale, preparato e donato da mani caritatevoli. Le mani più buone. A Natale sono buoni anche i signori della guerra, quelli che mandano i nostri figli a morire, sempre con la stessa pesante divisa e i più pesanti scarponi, negli inverni freddissimi e nelle estati soffocanti. Ché tanto per morire conta essere giovani con le armi e bambini, donne e vecchi sotto le macerie dei bombardamenti. Il colore della divisa neppure conta, il sangue, il sudore, le lacrime e il fango, le rendono tutte dello stesso unico colore. A Natale, ma solo in quella notte, però, non si fa la guerra. Quella classica, ché le altre si fanno nel mare delle traversate, nelle campagne delle raccolte, nelle fabbriche degli sfruttati, nelle strade degli emarginati, nelle fughe degli abbandoni. E quelle impossibili delle torture e della ingiustizia. Le armi per le munizioni tacciono da sole. È un bene. Ché se si è così buoni a Natale, poi si potrà fare la guerra tutto l’anno. E noi, che siamo stati buoni, a Natale, possiamo guardarla, la guerra, e le a,tre guerre, dalle dirette televisive, tra una cena buona e un film. A noi, tra l’altro, cosa potrebbe importare? La guerra è lontana da qui. E poi mica siamo statisti per poterci fare qualcosa! Anzi, visto che Natale passerà presto, cerchiamo di renderci neutrali rispetto ai nemici che si lottano, ché altrimenti non arriva né grano, né il gas e i prezzi di tutti i prodotti cresceranno enormemente, con gli stipendi e l’occupazione, invece, sempre più bassi. Meno male, allora, che a Natale siamo più buoni. 

Dura solo il giorno Natale. Passerà presto. E tutti torneremo a essere come prima. Quelli di sempre. E di quel pianto di Francesco, il Papa, davanti alla statua dell’Immacolata, a Roma, nel giorno della festa della Madonna, faremo finta di non aver saputo. Ma se molti o anche solo pochi di quei tutti, uomini della Terra, cattolici e persone di altre fedi, credenti e non, laici e agnostici, ci si fermasse solo per un minuto davanti al Presepe e alla nascita del Bambino, pregando o soltanto pensando, per questo mondo che gira all’incontrario della sua perfezione, allora, potremmo fare dell’ Evento o grandioso e dell’Avvento festoso un’occasione stupenda, per quanto forse unica. Probabilmente, l’ultima. 

Quella di concepire e vivere il Natale in modo più autentico e profondo. Viverlo anche come nascita, in ciascun essere umano, dell’uomo nuovo. Un uomo che ritorni bambino. E ci resti per un po’. Quel poco tempo che basterà per cambiare il mondo. E fare la guerra alla guerra. A tutte le guerre, che uccidono la vita e la dignità della persona, dei popoli. E della Libertà, che è vita per la Vita e dignità per le libertà. Il mondo che torni bambino sia il paradiso, qui, popolato di bambini che giocano non l’umanità adulta. In particolare, con i giovani che non avranno più paura di vivere. E con i vecchi, che non avranno più paura di morire. Buon Natale. A tutti. Un Natale finalmente vero, che resti nel cuore. Per tutti i giorni dell’anno che ne prepareranno sempre uno migliore. Anche per le nostre case. E per le nostre singole esistenze. (fci)

Il Natale e la “Statistica”

di GIUSEPPE DE BARTOLOQuando sentiamo la parola “statistica”, il nostro pensiero corre a una infinità di cose: al costo della vita, ai questionari, alle medie, alle indagini demoscopiche e così via.

Ma pensiamo anche alle battute come “esistono tre tipi di bugie: le frottole, le menzogne spudorate (oggi fake news) e le statistiche. Battute come queste si presentano spesso con variazioni a volte alquanto colorite come “esistono le bugie gratuite, le bugie necessarie e le statistiche”. Neppure gli storici sono riusciti a stabilire unanimemente la paternità di questa cattiveria. Alcuni la fanno risalire a Benjamin Disraeli, altri a Lord Palmerston il suo antagonista politico. La parola “statistica” fa pensare dunque a tutto ciò, ma nessuno pensa al Natale, eppure il riferimento sarebbe più che pertinente. 

Infatti, basta sfogliare il Vangelo secondo Luca per constatare come la connessione sia più che azzeccata: “In quel tempo fu emanato un editto da Cesare Augusto per il censimento di tutto l’Impero… Tutti andavano a farsi inscrivere, ciascuno nella propria città.. .Ed anche Giuseppe salì dalla Galilea… per recarsi nella città di Davide, chiamata Betleem… (sua città di origine) per farsi inscrivere insieme a Maria sua sposa, che era incinta. Or, mentre si trovava là si compirono i giorni in cui ella doveva avere il bambino…”.

Questo censimento della popolazione disposto per tutti i territori dell’impero romano al tempo di Augusto non era né il primo dell’Impero o il primo ricordato dalla Bibbia, né tanto meno il primo della storia dell’umanità, perché già nel VI secolo a.C. la costituzione di Servio Tullio prevedeva il computo periodico di tutti i cittadini romani suddivisi in categorie secondo l’ammontare degli averi, e la compilazione degli elenchi era detta per l’appunto census. Anche in Grecia la distribuzione in classi censitarie era comunissima.

Nella Bibbia il censimento della popolazione assume un’importanza tutta particolare, dacché il quarto libro di Mosé è chiamato “Numeri”, appunto perché incomincia con la “numerazione del popolo”. Ma, mentre questa “numerazione” era stata ordinata da Dio, e perciò inoppugnabilmente lecita, re Davide si lasciò fuorviare da Satana e dispose di proprio arbitrio un censimento. Questo censimento era dunque sotto una maledizione per cui Dio concedette a Davide la possibilità di scegliere fra tre calamità: sette anni di carestie, oppure tre mesi di fughe di fronte al nemico o, infine, una pestilenza di tre giorni a titolo di espiazione. Davide optò per la pestilenza. 

Quest’ammonimento biblico determinò fino all’epoca moderna un atteggiamento di generale diffidenza di fronte alla rilevazione statistica e di conseguenza durante il Medioevo le rilevazioni si limitarono quasi esclusivamente alle registrazioni dei patrimoni.

Dalla fine del Medioevo in poi la registrazione dei fatti demografici acquista un carattere preminentemente religioso (registri parrocchiali, status animarum ecc.) carattere che sarà mantenuto ancora per tre secoli; ma già si manifesta l’esigenza di conoscere meglio il movimento della popolazione per combattere con maggiore efficacia le grandi epidemie. 

Alla fine del XVIII secolo gli stati nazionali prendono coscienza della necessità di togliere al clero sia la tenuta dei registri parrocchiali, resa obbligatoria dal Concilio di Trento del 1563, sia la compilazione delle statistiche annuali e iniziarono a organizzare propri servizi. Tuttavia, i censimenti si affermeranno definitivamente solo alla fine del XVIII secolo con il primo censimento americano del 1790. 

In Italia, com’è noto, il primo censimento è stato realizzato il 1861 e gli altri a seguire, salvo poche eccezioni, ogni dieci anni. L’ultimo in ordine di tempo si concluderà, guarda caso, proprio qualche giorno prima di questo Natale, ma pochi ne sono a conoscenza perché il censimento da rilevazione universale ha assunto da poco tempo la forma d’indagine campionaria annuale. (gdb)

[Giuseppe De Bartolo è professore di Demografia all’Unical]

 

L’OPINIONE / Giovanni Suraci: Questo Natale regalate un libro

di GIOVANNI SURACI – Leggere un libro, magari di autori locali, sarebbe la migliore risposta che i calabresi potrebbero dare a giornalisti come Vittorio Feltri, il quale, tempo addietro,  nel corso di un’intervista, per rimarcare il suo convinto e ripetuto concetto sull’ inferiorità della gente del Sud, ha dichiarato: “Sappiamo che la lettura non è la principale attività nel meridione…».

Un’inversione di tendenza, da parte dei cittadini calabresi e perché no, pure degli abitanti delle altre regioni del Mezzogiorno, sarebbe auspicabile. Bisognerebbe, con uno scatto d’orgoglio, inviare un forte segnale a chi, con becero pregiudizio e rozza ostinazione, persevera nel considerarci esseri inferiori. Così come è opportuno dare seguito agli insegnamenti di tanti docenti della nostra terra che si impegnano quotidianamente a trasferire ai ragazzi l’importanza di approfondire le conoscenze, anche e soprattutto, attraverso la lettura. Bisogna dare atto, infatti, che ci sono tante scuole “illuminate” che investono tempo organizzando corsi di invito alla lettura”.

Nel Nord Italia la media dei lettori che leggono almeno un libro all’anno è del 48,8%, con Regioni come Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Lombardia e Piemonte a fare da traino. Al Centro la media si abbassa, ma rimane comunque accettabile (43,5%). Il dato nettamente inferiore è quello che si registra al Sud e nelle Isole, dove ben sette Regioni sono decisamente al di sotto della media nazionale: in Calabria la percentuale, purtroppo, è del 26,1%.

 I calabresi sono tenuti quindi, più di tutti, anche per gli attacchi continui che subiscono e per l’immagine spesso distorta che si ha della nostra terra, a riflettere sui dati dolorosi che vedono negli ultimi posti la nostra regione tra i “consumatori” di libri. Eppure noi abbiamo avuto nel passato e ci sono, ancora oggi, fior di scrittori che tentano di narrare la nostra regione fuori dagli schemi, ormai stereotipati, di una terra dove esiste solo la ‘ndrangheta e il malaffare. Ecco bisogna con uno scatto di dignità uscire fuori dalla persistente e commercialmente produttiva retorica del filone visto e stravisto, oggi quasi nauseante, di sentire e vedere la Calabria raccontata sempre e comunque per fatti negativi, delittuosi o di bassa politica. Se riusciamo ad uscire dalla “gabbia”, dove tristemente ci siamo rinchiusi, potremo offrire degli stimoli nuovi alla “Gente di Calabria”, per indirizzarli verso un percorso culturale che li appassioni e provi interesse alla lettura di un libro, con l’orgoglio di essere partecipi e protagonisti di una svolta epocale.

Per tutte queste ragioni forse è proprio il Natale l’occasione giusta per leggere o regalare un buon libro, meglio ancora se di autori calabresi. (gs)

Il racconto di Franco Cimino: Ma’, quando vena Natala?

di FRANCO CIMINO – È arrivato!» È arrivato chi? «È arrivato Natale». Ma come, non c’è già stato ieri-un anno fa? «No, non c’è stato ieri-un anno fa e forse neppure l’altro ieri-due anni fa. Ovvero, se è arrivato o lui non si è fatto vedere o noi non l’abbiamo visto. Perché se Natale, il Natale, da qualche parte fosse venuto noi non saremmo così. Dolenti, tristi, arrabbiati, guerreggianti e bellicosi, solitari e divisi. Quando Natale veniva, mille anni fa, durava più di un mese, quelli dei giorni della sua attesa. E poi anche dopo, per tanti altri giorni ancora, fino a sentire il Capodanno come un’appendice, un riflesso, una mera proiezione del Natale. Era quella un’attesa, che pure passava presto, che ci trovava tutti bambini e agli uomini di qualsiasi età infondeva quello spirito fanciullo che durava per molti mesi. Quella fanciullezza di fatto trasformava il dolore e la morte in una nuova attesa. L’attesa di un tempo nuovo, ancor prima che i credenti sentissero il mistero della Nascita e in esso credessero fino in fondo. Quella fanciullezza del Natale permeava i cuori di tutti, credenti e non credenti, tanto bello e pieno di sentimenti e significati Natale era. Utilizzo volutamente il nome di persona perché Natale è persona, è amore, è spirito divino che diviene. È bellezza che di sé tutto informa e di se stessa lascia la forma. È ragione che si arrende alla sua bontà e alla sua natura ottimistica del cammino umano. Siamo tutti diventati migliori col Natale. 

Con quello spirito abbiamo lottato contro l’odio, l’inimicizia, la prepotenza, l’egoismo, l’intolleranza, l’arroganza. L’invidia. E anche contro la violenza che si fa potere e il potere che si fa violenza. Abbiamo lottato contro le guerre e le ingiustizie e contro la sopraffazione della libertà e in essa delle libertà e dei diritti umani. È vero che non ci siamo riusciti fino in fondo se in giro per il mondo, per l’Europa, per l’Italia, per le nostre piccole comunità, tracce di tutti quei disvalori ve ne sono state e ve ne sono ancora, ma piccoli passi in avanti verso quella civiltà cristiana(vogliamo chiamarla ancora così a dispetto di una certa Europa falsamente laica e falsamente democratica)li abbiamo fatti. E li abbiamo fatti con quella coscienza tesa che ha sempre comportato una sorta di dovere di riflessione sulle cose umane. E anche addirittura sul dovere che gli uomini devono compiere per realizzare il bene e sulla responsabilità che essi hanno dinanzi al male che si muove nella società. 

Una riflessione, quella passata, che magari si è mossa come il gambero – un po’ avanti, un po’ indietro – che si è coperta talvolta di ipocrisia. E, però, ci si interrogava. In qualche modo un poco ci cambiava. E c’era anche chi pregava, in quel Natale lì. E c’era anche chi pensava. Tanta gente si incontrava perché Natale era l’incontro. Delle famiglie, degli amici, tra persone, tra comunità. Natale era avere uno sguardo per l’altro. L’interesse per l’altro. Un gesto per gli altri. Per chi stesse male. Per chi stesse peggio di noi. Per gli sfortunati, gli abbandonati. Gli affamati di tutto. Gli assetati dell’acqua e del sapere. Assetati e affamati della parola. Ipocrisia o no, tanta o poca falsità, che fosse la ciclica recitazione sul palcoscenico dell’autopurificazione o no, della cancellazione dei sensi di colpa o no, della facile autoassoluzione o no, che durasse, pietismo d’accatto o egoismo caritatevole compresi, poco più che quel tempo del Natale, poco importa. Davvero assai poco importa. Qualcosa di noi c’era. Quella fanciullezza c’era. Quei gesti c’erano.  

E di più quell’interrogarsi che un poco ci inquietava. E c’era più che Babbo Natale, che portava i doni, Gesù Bambino che ci sorrideva. E il padre. C’era questa figura bella e completa, autorità che formava, forza che rassicurava, cattedra che trasmetteva regole e valori. Compreso il valore indissolubile del rispetto delle istituzioni. A partire da quelle politiche e della scuola. Per la fede, la sua cura, che però si era liberi di accettare o di praticare, per i sentimenti e la delicatezza quasi fragile dinnanzi a essi, vi era la madre, che di quel Natale era protagonista. La più importante, forse, come la Madonna nella mangiatoia. 

E adesso? Che Natale è adesso? È un Natale di fragilità e di paura. Di insicurezza. 

È un Natale di ogni fede sospesa. Anche quella laica verso la Ragione e la Politica. È un Natale di sfiducia. Verso l’uomo e quindi verso se stessi. Sfiducia verso le istituzioni e gli uomini in generale e verso quelli che le istituzioni rappresentano. Sfiducia e paura che scarichiamo non più solo sullo “straniero”, il nemico, che ci ruba pane e donne, le cose e il lavoro, ma verso i prossimi a noi, le persone che appartengono alla nostra società. Gli Stati nazionali contro gli altri Stati, in ragione di un nazionalismo che viene difeso chiudendo la braccia della solidarietà e i confini su cui elevare muri altissimi e pareti di filo spinato ancora più invalicabili. Le singole persone contro altre persone. Si dice, all’incontrario di quel che si diceva quando chiusi nelle case ci affacciavano alla vita solo dai balconi, che non siamo diventati migliori con la pandemia. 

Che siamo diventati insensibili difronte al dolore altrui, addirittura indifferenti dinanzi alla morte. Quelle immagini delle sale di rianimazione in cui esseri umani per settimane stanno intubati e addormentati con la pancia in giù, non ci procurano più neppure un’emozione, che fosse anche la paura di trovarci noi in quel posto. 

Il virus maledetto non ci fa paura, addormentati come siamo nelle verbosa disputa che riempie i palinsesti di tutte le reti televisive tra no vax e sì vax, tra i no pass e i sì pass. È andato smarrito quello spirito di solidarietà che animava i popoli della cultura cristiana. 

La cultura del rispetto verso gli anziani si è dissolta in quella preoccupazione, ritenuta eccessivamente costosa, di proteggere socialmente e sanitariamente i nostri vecchi dall’assalto del virus. L’economia prima della vita, il consenso elettorale prima del sentimento. La prepotenza dei più forti prima della ragione. L’istinto prima della politica. I governi stessi, non solo quello italiano, tergiversano nel prendere provvedimenti che più rigorosi saranno assunti a giorni, per non sottrarre al Natale odierno la spinta ai consumi, perché questa aiuta l’economia e salva le aziende e l’occupazione, dicono. Il ricatto del pane sul valore della vita, costringe i cittadini consumatori a scindersi per mantenersi solo consumatori. 

E così nel timore di nuove rovine ci siamo tutti catapultati nelle strade per affollar negozi e luoghi della ristorazione. Un vaccino in più e tre mascherine al giorno, per sentire addosso il profumo di una libertà, che oggi è fittizia e insincera. Illusoria di un diritto ormai sfumato. Sfocato se visto da lontano con gli occhi malati. Si dice che è tutta colpa del Covid, che una volta sconfitto ci riporterà allo stato di bontà pura, come se in questi ultimi vent’anni siamo stati e buoni e belli e giusti. 

No, eravamo così già da prima. Da quando abbiamo perso il senso del Natale. Il Covid, la cui lezione non abbiamo appreso affatto, ha solo tolto il velo a una società che ha smarrito i valori di fondo su cui si è costituita. La nostra, nata dalla fusione del pensiero risorgimentale con le idealità antifasciste, ha trovato come collante sicuro, unitamente alla visione laica dello Stato e all’umanesimo socialista, quella cultura cristiana, che ha cambiato il mondo, rinnovando l’uomo. 

Che Natale, allora, può essere questo? Come il tempo umano, anch’esso si trova davanti a un bivio. Sempre quello, tra l’altro, davanti al quale si trova l’uomo. Specialmente, oggi. Questo Natale può essere l’ultimo. Quello del Natale che uccide Natale. Ovvero, il primo. Quello che dalla sua anima antica rinasce tale e quale come l’ha voluto Francesco d’Assisi nel lontano 1223 quando ha “ inventato” il presepe. È il Natale della Vita. E della povertà condivisa, contrastata, abbattuta, attraverso l’affermazione dell’eguaglianza e della giustizia, questa intesa come guardiana della Libertà. 

Un Natale che trasforma la povertà in ricchezza per tutti, e i doni al divin Bambino in beni per tutti. Beni in cui il pane, di farina e di spiritualità, sia alimento per l’uomo integrale, e la scienza sia strumento anche della coscienza individuale e collettiva, affinché inondi la Politica di luce nuova e il cammino dell’umanità di un passo al contempo veloce e lento. Veloce per camminare al passo coi tempi e con la tecnica. Lento, per non lasciare indietro chi non può correre e i valori di un tempo in cui Natale era davvero il Natale. La scelta davanti a quel bivio è facile. Io ci credo. Arriverà presto. E sarà bellissimo, Natale. (fci)

Dal racconto di Natale di Saverio Strati

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI Per un ragazzo del nord il Natale corrisponde certamente a vetrine illuminate e zeppe di giocattoli e di robe di ogni genere, all’albero dove sono appesi dei regali; e forse non avverte la preoccupa¬zione dei genitori per la mancanza di soldi o di lavoro o addirittura del pane quotidiano. Per un ragazzo del sud, al contrario, il Natale prende un altro aspetto, gli si presenta con altra faccia. C’è il presepe, che ripete pari pari la storia della nascita del figlio di Dio. Ma il presepe in casa è segno di ricchezza: cioè vien fatto nelle case dei ricchi. Nelle case dei contadini o degli operai e artigiani non si fa il presepe. Lo si prepara in chiesa. Ed è opera popolare, costruito, messo su dall’abilità e spesso dalla genialità dei più bravi ragazzi; e concesso al godimento dei poveri attraverso la Chiesa, sempre mediatrice tra Dio e popolo. Certo anche Gesù Bambino sarà andato a piedi nudi per le vie del suo paese, e anche lui avrà avuto i calzoni a brandelli, visto che anche lui era figlio di gente povera. Suo padre era un povero falegname. Cosa poteva guadagnare? Ma certo Gesù era scalzo perché voleva”. (Saverio Strati)

Se i tempi cambiano inseguendo le mode, la letteratura, che conserva l’identità delle cose, potrebbe essere il giusto mezzo per rintracciare i tempi passati. Recuperarli e forse, perchè no, rimetterli in uso. Rivalorizzandone l’importanza, scoprendone la necessità. La letteratura di Saverio Strati fa un lavoro di ricognizione sulle tradizioni e di fermo immagine sul passato, dal valore inestimabile. Così accade nel Il Natale in Calabria, un racconto dedicato alla natività del Bambino, e con cui lo scrittore rappresentata la tradizione identitaria, e il vivere della civiltà contadina meridionale.

Il racconto sul Natale, diventa uno stato d’animo che vive nell’uomo. Nulla, infatti, egli esterna se non lo prova. 

Nell’illustrazione del Natale, Strati, conservandone la magia, esterna i vissuti non come ricordi, ma perfetta quotidianità. E lo fa tracciando una precisa mappa dei luoghi in cui celebra la festa. Saverio Strati, tra gli autori più importanti del ‘900 letterario italiano, pur dimorando in Toscana, vive il suo natale in Calabria. E proiettandosi nella realtà da cui proviene, non tralascia niente. Offre invece al lettore, i profumi, i sapori, i sentimenti e i valori. L’aria croccante della sera della vigilia, quella pungente del giorno di Natale. E poi la casa, la famiglia, la tavola, il torrone e il fuoco. 

Strati, ne Il Natale di Calabria, racconta con la genialità dello scrittore e il valore dell’uomo, un Natale che forse non c’è più, ma che basta cercare dentro ognuno di noi per ritornare a vivere. Un tempo che non è vero che passa, ma semplicemente, come uomini distratti, non riusciamo più a vivere appieno.

Il Natale in Calabria, pubblicato da Strati nel 2006, è un piccolo libro, con illustrazioni, di pochissime pagine. Un’opera letteraria dal valore inestimabile che, per ridare considerazione alla festa, bisognerebbe ritornare a leggere. In Calabria e in capo al mondo. Potrebbe tornare a essere ogni giorno Natale. 

[…] Natale era veramente la festa del focolare, dell’unione della famiglia, della rinascita, della speranza e della vita che è eterna nella successione delle generazioni. Era una festa amata, desiderata: pareva che la natura vi partecipasse per la luce e un senso di tepore e di pace che si manifestavano nel cielo in quei giorni generalmente luminosi e sereni.

Allora più che oggi le feste natalizie erano più autentiche nel Sud che nel Nord: erano più vicine al racconto evangelico. L’albero, per esempio, che è di origine nordica e che non ha nulla da vedere col racconto evangelico, ossia con la nascita di Gesù, era quasi totalmente ignorato. C’era il presepe che ripeteva pari pari la storia della nascita del figlio di Dio: Ma il presepe era un segno di ricchezza: veniva allestito nella casa dei pochi ricchi.

Nella casa dei contadini, degli artigiani, dei lavoratori non c’era il presepe. Lo si preparava in chiesa ed era popolare, costruito e messo su dall’abilità e spesso genialità dei più bravi ragazzi, e concesso al godimento di tutti attraverso la chiesa che è mediatrice fra Dio e popolo. […]

La chiesa per via della gente e delle lumiere in qualche modo si riscaldava e cominciava la celebrazione della messa e nel bel mezzo da fuori cominciavano ad arrivare grida festose. Erano le grida dei giovani che erano andati in cerca di fasci di rami e di legna e avevano acceso il fuoco, un gran fuoco che lingueggiava allegramente e illuminava la piazza e la facciata della chiesa.[…]

Le fiamme si alzavano vigorose e lingueggianti al cielo e destavano in tutti i presenti una gioia irrefrenabile, tanto che molti si mettevano a ballare come se fossero eccitati dalla forza del fuoco, che è simbolo di vita. […]

E rubare fasci di rami o ceppi non era vergognoso, non era reato, anche se la donna derubata qualche volta arrivava strillando e minacciando di denunciare i ladri ai carabinieri.

La messa finiva, il fuoco si spegneva e i contadini partivano per i campi lontani. Spuntava il giorno e con esso i ragazzi si riversavano per le strade e giocavano pazzamente alle noccioline, pensando alla mattina della veglia di Natale quando la mamma si alzava dopo la mezzanotte, per preparare «cose fritte»: zeppole e nacatole. […]

Generalmente ci si riuniva, anzi ci si riunisce ancora oggi, nella casa dei nonni che vogliono avere la «consolazione» di stare, forse per l’ultimo Natale, tra i loro figli: Vogliono averli lì in quella casa dove son nati e cresciuti, dove hanno avuto tante preoccupazioni in comune che ora rievocano ed è come se leggessero un libro scritto da tutti loro. Peccato che qualche figlio è assente: Vincenzo si trova in Australia, il marito di Maria in Brasile.

– Ma sono con noi in spirito –, dice con antica saggezza il nonno. – Beviamo alla loro salute. […]” (S.S.)  (gsc)

L’OPINIONE / Giovanni Suraci: A Natale regalate un libro, magari di autori calabresi

di GIOVANNI SURACIAnche quest’anno, purtroppo, l’Istat offre una fotografia implacabile della situazione calabrese. In Calabria si legge poco e la regione si colloca al 18° posto, terz’ultima, nella graduatoria italiana. Risulta che attualmente il 69% della popolazione, dai sei anni in su, non ha aperto un libro.

Quattro calabresi su 100 vanno in biblioteca solo una volta l’anno (la media nazionale si attesta a 14 su 100 e i dati di lettura ci confermano, purtroppo, nella zona bassa nella classifica delle regioni italiane in termini di lettori di libri. 

Leggere libri è, ovviamente, elemento fondamentale di crescita culturale.

Oggi viviamo in una società complessa, dove le persone hanno bisogno di sfogarsi, di esprimersi, di parlare, di scrivere, ma non di ascoltare gli altri – quindi nemmeno di leggere gli altri -. 

La famiglia, anche in questo campo, ha un ruolo fondamentale, un po’ tutti, infatti, dovremmo sapere che se un genitore legge, con molta più probabilità, anche suo figlio leggerà. Se in casa ci sono molti libri aumenta la probabilità che i propri figli leggano. Se si abituano i bambini a interessarsi e apprendere dai libri fin da piccoli, con molta probabilità leggeranno da giovani e da grandi. C’è un apprezzabile livello di intervento da parte di tante Associazioni per la diffusione della lettura, ma è auspicabile soprattutto il coinvolgimento delle famiglie per ottenere risultati positivi.

È opportuno stimolare a leggere buoni libri sin dall’infanzia, avvalendosi del dato di fatto che i lettori più appassionati sono proprio i bambini che continuano a leggere più della media (è il 47,3% dei bambini e ragazzi tra i 6 e i 17 anni che legge almeno un libro all’anno, mentre nella restante parte della popolazione la percentuale scende al 39,5%). C’è da dire che spesso capita di imbattersi in autori poco avvincenti e in opere poco interessanti che scoraggiano chi già non è abituato a leggere. Dopo essersi annoiati una volta, si è restii a riaprire un libro.

Ecco perché la scuola ha il ruolo fondamentale: nell’indirizzare i ragazzi verso i buoni e adeguati libri. Bisogna assolutamente riconoscere che, tanti docenti, nonostante le difficoltà alle quali vanno incontro, si impegnano costantemente, attraverso progetti mirati, a motivare i ragazzi alla lettura. Nell’era del digitale la missione è quasi impossibile, però con un ampliamento della sinergia scuola/famiglia si possono, con tanta pazienza e dedizione, migliorare i risultati.

Da queste considerazioni nasce l’invito di regalare un libro, magari dei tanti autori calabresi, almeno nel periodo dello scambio dei doni natalizi. Una forma di investimento educativo che si potrà rilevare determinante nel percorso di vita di una persona. La cultura che è seme di civiltà, infatti, è alla base della crescita per l’intera popolazione calabrese. I bassi indici di lettura, com’è accertato, a loro volta, influiscono negativamente sui fattori di innovazione e del progresso economico e sociale di un intero territorio.

Ciascuno di noi, infine, può fare molto per educare all’acquisto e alla lettura di un libro, perché “il sapere” rappresenta l’opportunità di investire in uno dei settori più durevoli e promettenti per l’emancipazione dell’intera società e soprattutto per la nostra amata Calabria. (gs)

Il racconto di Natale / Pasquale Amato, storico di Reggio

di PASQUALE AMATO – È la notte di Natale del terribile 2020 dominato dalla pandemia del CoronaVirus. Per la prima volta nella mia vita ho passato in solitudine, per autonoma scelta, la vigilia del 24 dicembre. Sono solo nella casa della mia amata Reggio. Si trova in quella Via Lia che conosco dagli anni dell’infanzia e della gioventù, quando nei mesi autunnali e invernali era la Fiumarella Lia che dalla cima della Collina di Pentimele confluiva nella Fiumara Annunziata, confine Nord del centro cittadino; e nei caldi mesi estivi si tramutava in una mulattiera che noi ragazzi scalavamo sino in cima, nel Fortino,  raccogliendo tante more selvatiche dai cespugli che delimitavano i Bergamotteti e gli Agrumeti ai loro fianchi. Immersi nei profumi che emanavano dai Fiori di Zagara, ci fermavamo finalmente, stanchi ma felici, in cima a consumare il panino preparato da nonne e madri (il mio preferito era quello con la frittata di patate che ancora oggi gradisco enormemente quando mia sorella Cettina me la porta ancora calda di buon mattino. Me la preparava la mia nonna paterna Concetta, cuoca provetta che trovò in mia madre Gioconda una bravissima allieva ed oggi in mia sorella una valida erede). Da lassù ci godevamo lo straordinario panorama della città che degradava lentamente verso il mare con la catena dei Monti Peloritani e il mastodontico e fumante vulcano Etna sullo sfondo. Aspettavamo, per iniziare la discesa, i primi colori stupendi che il sole forma mentre comincia a calare dietro quello scenario da favola. Oggi i Bergamotteti non ci sono più, sostituiti da palazzi e palazzine e dall’ex-Fiumarella-mulattiera trasformata in una delle Vie più frequentate di Reggio. Quando piove forte, però, la natura si prende la sua rivincita trasformando la Via Lia nella Fiumarella che storicamente è sempre stata.

In quegli Anni Cinquanta e Sessanta il Natale era un periodo magico. Era atteso tutto l’anno da tutti, giovani e adulti. Per noi più giovani era il periodo in cui i sogni coltivati per un anno si addensavano in momenti di vita collettiva vissuti con l’intera parentela. Aveva le sue anteprime nella Pasqua e Pasquetta e nel Ferragosto. Ma le Feste di Natale erano tutt’altra cosa. Erano il culmine dei sentimenti, delle emozioni attese e sognate per un anno. C’erano anche allora il Cenone della Vigilia e il Pranzo di Natale. E poi – nel breve giro di una settimana – la ripetizione di entrambi nella vigilia di fine anno e nel Capodanno. C’erano anche le crispelle, i petrali e i torroni, ancora oggi protagonisti delle tavole natalizie dei reggini, testimonianze di riti millenari che resistono ai segni del tempo. Fanno parte delle “Onde di lunga durata” della Storia che sono state l’intuizione geniale di Fernand Braudel nell’ambito della rivoluzione storiografica delle Annales di Parigi. Esse resistono per millenni, permanendo oltre qualsiasi evento o epoca.  Ma era il clima che era differente. Nella mia famiglia acquistava poi un sapore speciale.

Dai primi giorni di dicembre cominciavano i preparativi nel laboratorio della Pasticceria di mio padre Lorenzo per la lavorazione dei torroni. Allora erano soprattutto di tre tipi: il torrone bianco all’ostia – il più antico -, il torrone Gelato e il torrone “a spoglia” ricoperto di glassa di vari gusti. Sto risentendo – nell’immaginario della mia mente – la sensazione olfattiva piacevolissima del torrone che usciva dal forno e inondava col suo profumo non solo il negozio ma anche l’aria attorno alla Pasticceria. Seguiva poi per noi più giovani la fase quasi avventurosa della confezione dei torroni “a spoglia” (“l’impogliamento”). Si realizzava una vera e propria mobilitazione di massa della famiglia, allargata ai parenti, con cugine e cugini, zie e zii. Era già l’anticipazione dei giorni centrali in cui davamo tutti una mano (a partire da noi tre gli: Sandro in laboratorio, Cettina alla cassa ed io nelle relazioni umane e vendite assieme a mia madre). Poi ci  ritrovavamo in tanti a tavola in alcune case che furono i luoghi d’incontro più ampi dopo le cene e i pranzi e negli altri giorni sino al 6 gennaio. Era il Giorno della Befana atteso con particolare ansia da noi più giovani, perché si ricevevano doni che ci avrebbero accompagnati per un anno. I giocattoli, i giochi, i libri illustrati venivano donati soprattutto in quel giorno, che segnava altresì l’ultimo delle vacanze natalizie con il ritorno a scuola il 7 gennaio.

I luoghi collettivi furono soprattutto due: la casa di mio nonno Alessandro Mastronardi sino a quando fu possibile. Poi la crescita delle famiglie rese impossibile che ci ritrovassimo tutti nella stessa casa del Rione Tremulini, i cui cortili brulicavano allora delle voci di tantissimi bambini mentre oggi sono vuoti e silenziosi. Così ci dividemmo in case diverse ma con una dove ci radunavamo tutti al di fuori dei cenoni e dei pranzi: la casa della famiglia La Bozzetta in viale Amendola, sempre a Tremulini. In essa dominava, con il piglio e l’autorità di una vera  leader, la maggiore delle cinque sorelle Mastronardi: la Zia Maria. Nei momenti conviviali ci ritrovavamo nel salone le famiglie La Bozzetta e Amato, con lo zio Giovanni grande esecutore di tutte le operazioni, dato che la mia famiglia era totalmente ingoiata dall’attività in Pasticceria. Nelle due Cene e Pranzi si ergeva nel ruolo principale la figura di mio padre Lorenzo. Giunto il tempo dei dolci “suoi” e dei “liquori fatti in casa” (tra cui predominavano lo “Strega” e in particolare il “Caffé”, specialità della padrona di casa), si esibiva nella sua seconda passione: le arie delle più popolari opere liriche. Il repertorio era vario e cangiante ma due pezzi erano fissi: quello di apertura ( la “Donna è mobile” dal Rigoletto) e quello di chiusura (il Brindisi dalla “Traviata”). A latere dei pranzi di Natale e Capodanno si verificò per alcuni anni un problema logistico. Al momento di iniziare si constatavano due assenze: la mia in Casa La Bozzetta e quella di mio zio Ninì Mastronardi, soprannominato “il Filosofo” per la sua passione culturale e politica e la sua indifferenza allo scorrere del tempo. Ci davamo appuntamento, per darci gli Auguri,  alla chiusura della sua officina in Viale Amendola, di fronte a Piazza del Popolo. Ma la passione per la storia, la cultura e la dialettica prendeva il sopravvento. Mentre il tempo scorreva inesorabile e le due famiglie incaricavano della ricerca dei “dispersi” due dei tanti cugini di nome Alessandro (il figlio di Ninì e Sandro La Bozzetta), noi ci accompagnavamo a vicenda più volte tra Piazza del Popolo e Piazza De Nava, rinviando costantemente il momento di salutarci, immersi in un dialogo intenso che annullava il tempo. Sino a quando accadde che sballammo tutti i tempi arrivando ad accumulare un’ora e mezza di ritardo rispetto all’ora dell’una. Da allora fummo accompagnati entrambi alla chiusura dell’Officina dai rispettivi angeli custodi. Chiudo il mio Amarcord con la parte più legata all’antica tradizione che si tramanda dai tempi di San Francesco d’Assisi: il Presepe. Specialista nella sua costruzione, nella vecchia casa di via Cardinale Portanova, fu la mia nonna paterna Concetta,  originaria  di Benevento. Fu molto presente nei miei primi dieci anni consentendo a mia madre di impegnarsi nel banco di vendita della Pasticceria. Mia madre riuscì comunque ad imparare da lei sia l’arte della cucina che quella del Presepe. Così, quando nonna Concetta si ammalò e non fu più in grado di raggiungere a piedi casa mia, il Presepe lo continuò a costruire mia madre nello stesso angolo della prima stanza, dove dormivo io. Il Presepe mi fece quindi compagnia nelle notti che fin da bambino erano accompagnate da assidue letture, ogni anno dall’8 dicembre (Festa dell’Immacolata) al 6 gennaio. E forse alimentò la mia vocazione a ricostruire la storia immaginando gli scenari degli eventi e rivedendoli nella mia mente come in un film.

Nella nuova casa del Rione San Brunello mia madre continuò la tradizione del Presepe, con la soddisfazione di aver trovato in mio fratello Sandro dapprima un appassionato allievo, poi il collaboratore e dopo la sua partenza dalla vita terrena il continuatore. sino a farlo diventare un vero e proprio esperto. E quando i suoi problemi di salute si aggravarono si accrebbe la ricerca di soluzioni meccaniche avanzate e di “pastori” sempre più connessi alla tradizione storica. Ne parlava sempre con entusiasmo assieme all’altra passione del modellismo navale. Passione di cui, soprattutto negli ultimi anni, divenni il committente esclusivo. Tentai più volte di convincerlo a ufficializzare e promuovere i suoi Presepi. Ma era di facile vincere la sua tradizionale riservatezza. Non amava stare in prima fila. Quando se n’è andato il 14 giugno del 2018 ho evidenziato che per decenni è stato il mio più assiduo e concreto collaboratore in Eventi sportivi e culturali. Ma quando si arrivava davanti al pubblico aveva sempre preferito stare seduto in fondo alla sala o comunque non in prima fila. Salvo poi, alla fine di ogni Evento, mentre tanti collaboratori si dileguavano, ad essere il primo a raggiungere il tavolo della presidenza o il palco per la parte meno visibile: quella dello sgombero e del ritiro di tutto ciò che era servito per l’Evento. Si comprende così perché Sandro non volle mai saperne di accettare una proiezione esterna del suo Presepe. Preferiva che la visione di esso fosse riservata ai familiari e alla ristretta cerchia degli amici più vicini. Due di essi, i due più cari per una vita – Luigi Calabrò e Luciano Costarella – riuscirono a organizzare nell’ottobre del 2017 il viaggio che sognava da anni: la visita a Napoli della famosa via degli artisti del Presepe: “San Gregorio Armeno”. Entusiasta per gli acquisti di alcune statue animate che gli mancavano, si concentrò moltissimo sul Presepe del dicembre 2017. Fu il suo canto del cigno. Il Presepe di Sandro è finito con lui. Anche questo è mancato in questo Natale 2020 e Capodanno 2021. Per fortuna nella mia casa ho la compagnia di tre modelli navali che costruì per me: la nave Ammiraglia della flotta del Re Sole Luigi XIV dell’inizio del ‘700; la  “USS Constitution” della fine del ‘700; e una Nave da Guerra Romana. Aveva in corso la costruzione dell’Amerigo Vespucci” e del vascello svedese Vasa. Sono rimasti incompiuti. Tuttavia quei tre modelli, realizzati per soddisfare la mia passione infinita per la Storia globale, mi fanno compagnia e mi fanno sentire meno solo. Mentre lui, Sandro, non ha smesso mai un momento di essere con me, col suo spirito, con i suoi consigli, con la sua vena di ironia. Anche in questi giorni che, tutto sommato, hanno avuto il merito di dare vita a questo Amarcord. (amp)

[courtesy www.profpasqualeamato.it]

La riflessione sul Natale dell’arcivescovo di Cosenza mons. Francescantonio Nolè

Carissimi Fratelli e sorelle nel Signore: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore!» (Lc 2, 14).
Anche quest’anno, seppure non a mezzanotte, per i motivi che conosciamo, risuoneranno le gioiose parole degli Angeli alla nascita del Salvatore.
La gloria, la pace, l’amore, per il tempo che viviamo sembrano parole distanti dalla nostra vita impaurita e preoccupata del presente e del futuro, avvolta da un velo di tristezza che non ci fa guardare in alto e non ci apre alla speranza del futuro.
Eppure, anche quest’anno festeggeremo il Natale!   Diverso, ma sempre Natale!
Il paragone non dobbiamo farlo con il Natale degli ultimi decenni, segnati dal consumismo, dalla superficialità e dalla mondanità, ma con il Natale vero, quello di Betlemme.
Lì, a Betlemme, troveremo la genuinità e la bellezza del mistero dell’Incarnazione, che Francesco di Assisi ha voluto rappresentare a Greccio e che è giunto fino a noi con il nome di “Presepe”.
Come i pastori, diciamo anche noi: «andiamo fino a Betlemme, vediamo questo evento che il Signore ci ha fatto conoscere’» (Lc 2, 15).
Betlemme, che significa “casa del pane”, ci ricorda l’Eucaristia; Betlemme, la più piccola tra le città di Giuda; Betlemme, modesto paese agricolo e dedito alla pastorizia, con tanti pastori e greggi che ne costituivano l’unica.  Paese costellato di capanne e di grotte per accogliere pecore e pastori… Sì, propri qui è nato il Salvatore del mondo!
Ed è a Betlemme che dobbiamo recarci con la mente e con il cuore, per riscoprire e rivivere ciò che abbiamo perduto. E cosa troviamo, con nostro grande stupore?
Incontriamo una giovanissima coppia di sposi  in attesa del primo figlio.
Maria, dopo aver dialogato con Dio, attraverso l’Angelo Gabriele, come solo le mamme in attesa sanno fare, accoglie la Sua Parola che nel suo seno diventa carne e sangue nostro!
Come tutte le mamme, anche lei prepara la nascita del figlio con le poche cose che aveva portato con sé, proprio perché era al compimento dei giorni. Il resto è già pronto per accogliere il Figlio di Dio: paglia, fieno, una mangiatoia, l’alito degli animali per riscaldare il bambino e la luna, le stelle, gli Angeli che assistono attoniti a un evento così normale eppure così diverso da tutti gli altri.
Quanti sacrifici e quanto amore per accogliere e proteggere una nuova vita !
In  Maria tutte le mamme saranno benedette dal Signore, anche quelle che rifiutano la maternità, anche le mamme che la vita ha reso tristi e infelici, perché sole e abbandonate dagli uomini, ma non da Maria, icona di tutte le mamme.
Poi troviamo Giuseppe che spesso, come ci ricorda Papa Francesco, viene rappresentato con un bastone o con una lampada,  per proteggere Gesù e sua Madre Maria.
Sente che Dio gli ha affidato un compito troppo gravoso per la sua piccolezza, e allora si affida docilmente alla Parola di Dio, in obbedienza e umiltà, silenzio e laboriosità, per proteggere e nutrire la famiglia. E queste virtù lo hanno reso forte e fedele custode della sacra famiglia. Non ha mai abbandonato Maria, fin dall’inizio, quando l’ha presa in sposa già incinta, e neppure quando Lei e il Bambino Gesù devono fuggire in Egitto perché Erode voleva ucciderlo.  Che esempio di paternità fedele  e responsabile !
Perciò la Chiesa lo invoca come Custode e tutti i papà trovano in lui un ideale di fedeltà a Dio e alla famiglia, mai debole e mai fuggiasco di fronte alle difficoltà o ai richiami effimeri di sirene accattivanti.
E infine, quando tutto è pronto, il Padre compiacente e lo Spirito adorante  depongono il Verbo fatto carne nella mangiatoia per mezzo di Maria e di Giuseppe. E il Verbo si chiama Gesù, Figlio di Maria e fratello nostro.
Ecco che la nuova famiglia, così come Dio l’aveva creata e deposta nel giardino della felicità con Adamo ed Eva, viene ora ricostruita ancora da Lui, ma questa volta coinvolgendo se stesso, non più nel giardino, ma in una grotta, non più con alberi e frutti di ogni genere, ma circondata da pastori e animali, Angeli e creature che sanno riconoscere finalmente, nelle sembianze di un bambino, il vero volto di Dio.
E i Pastori, gli ultimi e gli emarginati di allora, diventano i primi testimoni del Natale e i primi a dare il lieto annuncio della nascita di Gesù.
Come è semplice incontrare il Signore!
 Basta mettersi in cammino con la bisaccia della carità sulle spalle e il cuore di un bambino nel petto e lo incontreremo in ogni volto, a cominciare da chi vive con noi, fino agli ultimi della terra, perché il Regno dove vive Dio è dei semplici e dei puri di cuore, dei forti nella fedeltà e dei miti che amano il creato e le creature, proprio come colui che ha voluto amare tutti, come fratelli e sorelle donati dal Signore.
Auguri a tutti voi, per un Natale diverso ma ancor più fecondo, ricco di gioia, di speranza e di solidarietà.
+ Francesco Nolè
Arcivescoco Metropolita di Cosenza-Bisignano

I vescovi calabresi: «Non disperare mai, immaginando con fiducia il futuro del mondo»

Ecco il messaggio che la Conferenza Episcopale Calabrese ha diffuso per la solennità del Natale: è una riflessione che invita al coraggio e alla speranza, ma anche un sollecito a dare vita ad una sana discussione su progetti a lungo termine per costruire un bene comune duraturo, che è un modo di fare politica. La Calabria ne ha proprio bisogno.

Sorelle e fratelli carissimi,
1. Saluto e benedizione nel Signore. All’inizio del nuovo anno liturgico e alla vigilia delle festività natalizie, vi giungano il nostro saluto e l’augurio di ogni bene: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 3,5). Mentre ci prepariamo con le opere di bene e con la preghiera, a celebrare la venuta del Figlio di Dio tra noi, corroboriamo lo spirito di fede e alimentiamo la speranza! Sentiamoci tutti sotto lo scudo della Provvidenza divina, della Beata Vergine Maria, di san Giuseppe e, come ha ribadito papa Francesco: «durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che “le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni -solitamente dimenticate- che stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità […]. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti”. Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà» (Patris corde, Introduzione).
2. Persistenti situazioni di sofferenza da pandemia. Mentre scriviamo, continuano a giungerci tante notizie di lutti, afflizioni, sofferenze, disagi e stenti. Lo riconosciamo, come padri e pastori del popolo a noi affidato: quando il corpo di uno solo soffre, soffre l’intero corpo ecclesiale e l’intera umanità. Del resto, «[…] se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26 a). Ebbene, noi soffriamo con voi, ammalati e contagiati, isolati e lontani dagli affetti più cari; con quanti condannati a non poter lasciare i luoghi di reclusione; con voi, persone sole per scelta di vita o per necessità esistenziale, che ogni giorno correte il rischio di vedere trasformata la solitudine in isolamento; con voi, persone senza fissa dimora e/o prive di una dignitosa abitazione, che attendete la mano tesa di chi sta meglio. Siamo vicino a voi, che avete dovuto fare a meno delle vostre attività professionali, commerciali, artistiche, sportive, con gravi danni economici. Siamo solidali con voi, medici, infermieri, operatori sanitari e socioassistenziali, punta avanzata del soccorso e della cura agli ammalati, che rischiate il contagio e la vita spendendovi senza se e senza ma. Siamo solidali con voi fratelli e sorelle, che in silenzio, svolgete i servizi più utili per la collettività: quali la formazione scolastica in ambito statale e paritario e lo siamo anche con tutti coloro che cooperano per il corretto funzionamento del ciclo dei rifiuti, della catena alimentare, della prevenzione e del controllo geologico e sociale del territorio. A tutti diciamo di avere fiducia nel Signore che viene a liberare la terra. Non disperate, mai, carissimi, anche di fronte alle angosce per il domani.
3. Riflessione generale sul “destino” sociale della Calabria. Guardando alla situazione sanitaria della Calabria, non da oggi drammaticamente al centro dell’interesse nazionale, ci domandiamo se potrà mai esistere un progetto di sviluppo grazie al quale essa diventi finalmente un territorio normale quanto a diritto alla salute. A tutti, vogliamo ripetere le parole di Gesù: «Tuo fratello risorgerà» (Gv 11,23). Invochiamo insieme Cristo medico, che ci addita il vero rapporto tra medico e sofferente e ammonendoci che il vero “medico” è proprio lui. Pur nel rispetto dei ruoli, in un’ottica generale e con la mente ed il cuore rivolti alle prospettive della Calabria, la CEC non può dimenticare, il dovere di dar voce ai cattolici calabresi, che costituiscono la tradizione costante della nostra storia e la speranza del nostro futuro. È dunque dovere morale del popolo calabrese analizzare i non pochi punti dolenti della realtà, proponendo soluzioni, non utopiche, ma realistiche e praticabili nel breve periodo. Auspichiamo una mobilitazione degli intelletti: da noi non mancano, ma troppo spesso o si mettono o sono messi da parte. La CEC suggerisce ai calabresi, che si preparano a tornare alle urne di dare il loro apporto alla Regione, sperando che dal canto suo, essa rinunci ai vecchi vizi di favoritismi e comparaggi, accetti tale servizio partecipativo e ne faccia tesoro per l’avvenire. Preghiamo il Signore della storia per i nostri futuri governanti! Ricordiamo le parole di papa Francesco nella meditazione di santa Marta del 16 settembre del 2019: «Io sono sicuro che non si prega per i governanti. Sì, li si insulta, sì, quello sì. Sembrerebbe che la preghiera ai governanti sia insultarli perché “non mi piace quello che fa”, perché “è un corrotto”… Chi di noi ha pregato per i parlamentari? Perché possano mettersi d’accordo e portare avanti la patria? Sembra che lo spirito patriottico non arrivi alla preghiera; sì, alle squalificazioni, all’odio, alle liti, e finisce così».
4. Sorelle e fratelli tutti. In quest’anno liturgico, siamo particolarmente sollecitati dalla recentissima Enciclica Fratelli tutti e dalla discussione collegata alla “Settimana sociale dei cattolici”, che si terrà a Taranto nell’ottobre 2021 su “Ambiente, lavoro, futuro”. Proprio mentre soffriamo per il presente universale e locale, possiamo e dobbiamo immaginare con maggiore fiducia il futuro delle persone, del pianeta e dell’attività che nobilita l’essere umano: il lavoro. Il Natale ci sollecita a pregare di fronte al presepe, per quanti sono feriti, abbattuti, in ansia, in cerca di aiuto… Come Chiesa, durante la pandemia, stiamo vivendo davvero come “ospedale da campo”: ecco perché vogliamo continuare a guardare a quei moribondi e a quei feriti che non possono essere neppure inventariati a livello pubblico per ottenere le provvidenze e i ristori governativi. La chiara indicazione del Papa è riscoprirci sorelle e fratelli tutti. Ma come sentirsi tutti corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere davvero come popolo? Come praticare un’ecologia integrale, per unire l’istanza ambientale a quella socioculturale ed umana della vita quotidiana? Siamo convinti che per costruire il bene comune, che include anche la nostra casa comune, i fedeli cristiani laici debbono riscoprire gli effetti sociali e politici della loro fede: fare politica vuol dire anche dare vita ad una sana discussione su progetti a lungo termine per costruire un bene comune duraturo. A tutti vogliamo ricordare le parole del Papa: «[…] senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento […] la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere» (FT, 103). Ecco perché la Chiesa, con più entusiasmo in questi giorni di festa, si adopera su più fronti sociali e culturali per alimentare la fiducia perché siamo nelle mani di Dio, incrementando solidarietà, assistenza e prossimità in favore dei non abbienti, il cui numero è smisuratamente aumentato.
5. Saluto finale. Carissime e carissimi, ci avviciniamo alla Veglia del Natale del Signore in compagnia della nuova edizione del Messale romano, che invita le nostre assemblee liturgiche a rinnovare l’impalcatura celebrativa della comunità cristiana, perché divenga il luogo al quale riferire non solo l’eucologia, ma una spiritualità effettivamente ecclesiale.
6. Sorelle e fratelli tutti, il Signore viene! Accogliamolo con gioia: «Nel mistero adorabile del Natale egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta. Generato prima dei secoli, cominciò a esistere nel tempo, per reintegrare l’universo nel tuo disegno, o Padre, e ricondurre a te l’umanità dispersa» (dal prefazio di Natale II).
+ Vi benediciamo tutti, uno ad uno e una ad una.