La giornata del dialetto / Unesco: «le lingue sono ciò che siamo»

di PASQUALE AMATO – La “Giornata Nazionale dei Dialetti e delle Lingue locali”, la cui nona edizione si svolge oggi, domenica 17 gennaio, è una lodevole iniziativa che ha il merito di focalizzare l’attenzione su un tema che il processo di globalizzazione ha reso di grande attualità. Per un paradosso della storia il rapporto tra lingue nazionali ufficiali e lingue locali è stato capovolto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. Ancora negli Anni Cinquanta nel processo di formazione scolastica il tema dominante era stato quello di imporre la lingua nazionale sia attraverso la scuola che mediante tanti corsi serali contro l’analfabetismo (inteso come recupero della non conoscenza della lingua ufficiale rispetto alla prevalenza, specialmente nelle periferie dell’uso dei dialetti e delle Lingue locali).

L’avvento della televisione fu determinante per la diffusione della lingua ufficiale nazionale e l’abbandono graduale, soprattutto da parte delle nuove generazioni, dell’uso dei dialetti e delle lingue minoritarie. L’affermazione del processo di globalizzazione dell’economia, di pari passo con la rivoluzione informatica, ha generato una società del pensiero unico ma anche della lingua unica. Motivo per cui si è verificata una veloce emarginazione che ha toccato per prime le fasce più deboli, con il conseguente fenomeno dell’isolamento delle comunità che da sempre avevano vissuto utilizzando lingue e dialetti in aree ristrette. Ne è conseguita l’estinzione graduale in primo luogo delle lingue non scritte.

Delle crescenti preoccupazioni della perdita definitiva di questo patrimonio storico e culturale dell’umanità si è fatta interprete l’Unesco, che ha dato vita a diverse iniziative per fermare questo fenomeno che ha gli stessi effetti devastanti dell’ecosostenibilità ambientale.

«Le lingue madri, in un approccio multilinguistico, sono fattori essenziali per la qualità dell’istruzione, che è alla base dell’emancipazione di donne e uomini e delle società in cui vivono… Ogni aspirazione ad una vita migliore, ogni aspirazione allo sviluppo si esprime in una lingua, con parole precise per farla vivere e trasmetterla. Le lingue sono ciò che noi siamo, proteggerle significa proteggere noi stessi», ha dichiarato Irina Bokova, Direttore Generale dell’Unesco.

Secondo una ricerca internazionale condotta da un’equipe di studiosi sotto l’egida dell’Unesco, ogni 14 giorni muore nel mondo una lingua. Verso la metà di questo secolo la metà delle 7.000 lingue parlate oggi potrebbero scomparire.

Le lingue sono il prodotto di millenni di osservazione e di organizzazione delle informazioni. Ogni lingua ha infinite possibilità espressive e ha un bagaglio di conoscenze straordinarie. Essendo la maggioranza delle lingue non scritte, per ogni lingua che si estingue si cancellano tutte le idee, i pensieri e le tecnologie che contengono. Pertanto ogni lingua estinta non rappresenta soltanto una perdita per le persone che la parlavano. Diviene una privazione per l’intera umanità.  Perché si perde per sempre una parte del più grande giacimento di conoscenza umana mai esistito.

La pressione della globalizzazione negativa tende a imporre ovunque un pensiero unico e l’uso di una lingua unica, riducendo così la grande varietà di tanti universi di pensiero. Occorre contrapporre a questa tendenza dominante iniziative che salvaguardino l’uso dei dialetti e delle lingue minoritarie non in contrapposizione ma puntando sul bilinguismo Lingua nazionale-lingua locale di cui recenti studi hanno dimostrato effetti di notevole arricchimento intellettivo.

Il Premio Mondiale di Poesia Nosside – dalla sua fondazione nel 1983  a Reggio Calabria sino alla XXXV Edizione appena conclusa – ha cercato di dare un suo modesto contributo alla difesa delle Lingue Locali e minoritarie e per la loro salvaguardia dal rischio di estinzione. Un contributo indirizzato verso il bilinguismo di cui parlavo e indirizzato a superare le stesse barriere che spesso le comunità minoritarie erigono, isolandosi ciascuna nel proprio ambito e rendendo ancora più debole la loro voglia di sopravvivenza

Pertanto è in sintonia con l’Onu e con l’Unesco su questo difficile fronte che in Italia da nove anni prevede il 17 gennaio come “Giornata dei Dialetti e delle Lingue locali”.

La stessa ispirazione iniziale del Progetto intitolato alla poetessa magnogreca Nosside di Locri è nata dallo stesso territorio delle Calabrie, dove permangono tre Minoranze Linguistiche (quella grecanica nella Città Metropolitana di Reggio, quella arbëreshë tra Sila e Pollino e quella occitanica di Guardia piemontese nell ‘alto Tirreno)  e una miriade di Dialetti differenti sino alla Lingua reggina che con quella messinese csi somigliano sulle rive dello Stretto di Scilla e Cariddi.

Da quell’iniziale apertura il Nosside esteso i suoi confini dapprima alle Lingue locali e minoritari e d’Italia, poi d’Europa e infine del mondo. È arrivato così, nel giro di pochi anni, ad  assumere l’identità che lo caratterizza tuttora come unico Premio per poesia inedita Globale, senza confini di Lingue e Dialetti e di modi di comunicazione (scritta, in musica e in video). Non è stato  quindi un caso che abbia ottenuto il riconoscinento dell’Unesco per aver premiato e valorizzato opere poetiche che vanno dall’Aspromonte alle Ande e all’Himalaya, dal Mediterraneo ai Caraibi, da tante lingue tribali dell’Africa a quelle degli aborigeni di Australia e Nuova Zelanda, dai Mapuche del Cile alle steppe della Mongolia. La storia di 35 Edizioni del Nosside ha raggiunto e valorizzato le voci poetiche di 100 Stati del mondo in quasi 140 lingue, dalle più diffuse a quelle a rischio di estinzione.

Il Progetto Nosside sin dai suoi primi passi ha fatto della salvaguardia della pluralità linguistica del pianeta la sua principale idea-forza. Ha testimoniato con coerenza e perseveranza e con la sua sempre più ampia propagazione quanto sia intelligente e positivo l’incontro alla pari tra le diverse lingue e quanto le lingue più diffuse devono agli universi concettuali delle lingue meno diffuse. Grandi lingue che si sono imposte quasi sempre per effetto di conquiste molto sanguinose.

Il Nosside non ha escluso dal suo seno le lingue più diffuse riconoscendo anche ad esse il diritto di partecipazione. Ha deciso piuttosto di usarle come cavalli di Troia per consentire alle lingue dei popoli nativi e alle minoranze di uscire dalla ghettizzazione per globalizzare la conoscenza dei tesori di cultura e comunicazione che rappresentano. Il Nosside ha insomma messo in pratica una globalizzazione alternativa a quella del pensiero unico e della lingua unica. Una globalizzazione positiva che tende a esaltare, salvaguardare e valorizzare la diversità linguistica nel pianeta Terra. ′

*Storico e Docentente Universitario
Presidente e Fondatore del Premio Mondiale di Poesia Nosside


CENTINAIA DI IDIOMI LOCALI DA TUTELARE

di CARLO GIACOBBE – Oggi, come ogni 17 di gennaio, in tutta Italia si celebra la “Giornata del dialetto e delle lingue locali”, istituita nove anni fa dall’UNPLI, l’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia, con una iniziativa che definire benemerita è un pallido riconoscimento dei suoi meriti. Forse nessuna nazione al mondo possiede, come la nostra, una gamma di lingue, lingue regionali, dialetti, parlate, sistemi comunicativi o comunque si vogliano definire le centinaia di idiomi che tuttora si sentono, talvolta si leggono e (per fortuna) oggi molto si studiano, e che vanno dalle più sperdute comunità montane del Nord alle ultime propaggini insulari della Sicilia meridionale.

Le regioni che formano il nostro Meridione, è cosa nota, costituiscono l’unicum linguistico più ricco di tutti per varietà di lingue e dialetti, molti dei quali testimoniano della presenza di gruppi umani che possono non superare il centinaio di persone, ma che non di meno resistono e, spesso, riescono persino ad espandersi. Nel Sud una delle regioni più rappresentative per numero di dialetti e, nell’ambito di ognuno di essi, di varianti significative tra comunità anche vicine tra di loro, è proprio la Calabria. Nella quale si riconoscono tre aree linguistiche principali, oltre a tre lingue “straniere” che sono la parlata materna in diverse comunità sparse nella regione e anche fuori di essa: il greco, l’albanese e l’occitano. Il calabrese, poi, non è soltanto conservato in casa, giacché è stato esportato in diversi paesi un tempo meta di consistente immigrazione: Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina e varie nazioni europee. Ma parlare dei dialetti è argomento che ci porterebbe molto fuori dallo scopo di questo articolo. Forse, in un prossimo intervento su questo giornale, proverò a trattare questo argomento con un minimo più di distensione.

Dall’unificazione d’Italia, 150 anni fa, ad oggi, molto si è parlato della perdita e addirittura della scomparsa dei dialetti. L’osmosi tra zone settentrionali e meridionali (le seconde per forza di cose in rapporto di subalternità rispetto al nordovest sabaudo e al centro – amministrativamente e “culturalmente” egemone lungo l’asse Roma-Firenze – hanno fatto sì che in effetti alcuni dialetti, o almeno “varianti” ultra minoritarie di essi, si siano prima contaminati e poi del tutto estinti. Con un salto di parecchi decenni, poi, per “colpa” delle campagne di scolarizzazione, dell’espansione della rete stradale e ferroviaria, del fenomeno dell’emigrazione (interna, dal sud verso il nord) e con l’avvento in misura non particolarmente rilevante della radio ma enormemente più incisiva della televisione, sembrava addirittura che i dialetti, come le “ultime generazioni” di persone che li parlavano, fossero inesorabilmente incolonnati in una mesta fila che conduce al camposanto.

     Ma così non è stato. Come nella famosa canzone risorgimentale nota come Inno a Garibaldi, “Si scopron le tombe, si levano i morti” i dialetti nostri, che evidentemente non avevano la vocazione dei “martiri” e possedevano ciascuno la biblica vitalità di settanta gatti (settanta volte sette) sono risorti. O forse non sono affatto risorti perché non erano proprio defunti. Versavano semmai in uno stato un po’ letargico, in attesa che qualcosa li risvegliasse dal lungo sonno. Questo qualcosa (e qualcuno, perché dietro le cose ci sono sempre le persone) ha avuto certamente molti nomi e non tutti noti e individuabili. Forse il merito maggiore va riconosciuto alla musica, quella che anche negli anni più letargici era la meno morta, anzi, la più viva, di tutti. Grazie ad essa si sono riscoperte lontane radici, vecchi modismi, e oltre alle note si è tolta la polvere che ricopriva vetusti repertori scritti da benemeriti etnografi ottocenteschi, che spaziavano dalla musica, appunto, alle arti e mestieri, alla onomastica, alla paremiologia, lo studio dei proverbi e dei modi di dire, che sono un serbatoio inesauribile di parole ed espressioni vernacolari.

     Tutte miniere che oggi, al posto di affrettati e inutilmente jettatorî de profundis, sappiamo ricca di filoni inesauribili come le teste dell’Idra di Lerna. Teste che però invece di sputare fuoco sono dotate ognuna di una lingua ben articolata, in grado di ammaliare e affabulare l’inclito e il bifolco, come si diceva un tempo. Il bracciante che “parla come mangia” e lo studioso che dei dialetti conosce fenomeni e teorie e che prova a mangiare come l’altro parla, perché sa che i contadini oggi, se vogliono, parlano l’italiano, ma raramente mangiano fuori casa. E a casa, oltre a parlare il dialetto, mangiano bene come parlano; con intrecci di suoni insieme melodiosi, gutturali, onomatopeici, persino borborigmatici, ma sempre meravigliosamente e autenticamente espressivi. (cg)

 

L’autore, giornalista professionista, è stato corrispondente e inviato dell’Agenzia Ansa negli Stati Uniti, in Canada, in Egitto, Israele, Portogallo e Messico.
Esperto di lingue, ha da poco pubblicato un libro in romanesco, 100 Sonétti ‘n po’ scorètti (Media&Books)

Il racconto di Natale / Pasquale Amato, storico di Reggio

di PASQUALE AMATO – È la notte di Natale del terribile 2020 dominato dalla pandemia del CoronaVirus. Per la prima volta nella mia vita ho passato in solitudine, per autonoma scelta, la vigilia del 24 dicembre. Sono solo nella casa della mia amata Reggio. Si trova in quella Via Lia che conosco dagli anni dell’infanzia e della gioventù, quando nei mesi autunnali e invernali era la Fiumarella Lia che dalla cima della Collina di Pentimele confluiva nella Fiumara Annunziata, confine Nord del centro cittadino; e nei caldi mesi estivi si tramutava in una mulattiera che noi ragazzi scalavamo sino in cima, nel Fortino,  raccogliendo tante more selvatiche dai cespugli che delimitavano i Bergamotteti e gli Agrumeti ai loro fianchi. Immersi nei profumi che emanavano dai Fiori di Zagara, ci fermavamo finalmente, stanchi ma felici, in cima a consumare il panino preparato da nonne e madri (il mio preferito era quello con la frittata di patate che ancora oggi gradisco enormemente quando mia sorella Cettina me la porta ancora calda di buon mattino. Me la preparava la mia nonna paterna Concetta, cuoca provetta che trovò in mia madre Gioconda una bravissima allieva ed oggi in mia sorella una valida erede). Da lassù ci godevamo lo straordinario panorama della città che degradava lentamente verso il mare con la catena dei Monti Peloritani e il mastodontico e fumante vulcano Etna sullo sfondo. Aspettavamo, per iniziare la discesa, i primi colori stupendi che il sole forma mentre comincia a calare dietro quello scenario da favola. Oggi i Bergamotteti non ci sono più, sostituiti da palazzi e palazzine e dall’ex-Fiumarella-mulattiera trasformata in una delle Vie più frequentate di Reggio. Quando piove forte, però, la natura si prende la sua rivincita trasformando la Via Lia nella Fiumarella che storicamente è sempre stata.

In quegli Anni Cinquanta e Sessanta il Natale era un periodo magico. Era atteso tutto l’anno da tutti, giovani e adulti. Per noi più giovani era il periodo in cui i sogni coltivati per un anno si addensavano in momenti di vita collettiva vissuti con l’intera parentela. Aveva le sue anteprime nella Pasqua e Pasquetta e nel Ferragosto. Ma le Feste di Natale erano tutt’altra cosa. Erano il culmine dei sentimenti, delle emozioni attese e sognate per un anno. C’erano anche allora il Cenone della Vigilia e il Pranzo di Natale. E poi – nel breve giro di una settimana – la ripetizione di entrambi nella vigilia di fine anno e nel Capodanno. C’erano anche le crispelle, i petrali e i torroni, ancora oggi protagonisti delle tavole natalizie dei reggini, testimonianze di riti millenari che resistono ai segni del tempo. Fanno parte delle “Onde di lunga durata” della Storia che sono state l’intuizione geniale di Fernand Braudel nell’ambito della rivoluzione storiografica delle Annales di Parigi. Esse resistono per millenni, permanendo oltre qualsiasi evento o epoca.  Ma era il clima che era differente. Nella mia famiglia acquistava poi un sapore speciale.

Dai primi giorni di dicembre cominciavano i preparativi nel laboratorio della Pasticceria di mio padre Lorenzo per la lavorazione dei torroni. Allora erano soprattutto di tre tipi: il torrone bianco all’ostia – il più antico -, il torrone Gelato e il torrone “a spoglia” ricoperto di glassa di vari gusti. Sto risentendo – nell’immaginario della mia mente – la sensazione olfattiva piacevolissima del torrone che usciva dal forno e inondava col suo profumo non solo il negozio ma anche l’aria attorno alla Pasticceria. Seguiva poi per noi più giovani la fase quasi avventurosa della confezione dei torroni “a spoglia” (“l’impogliamento”). Si realizzava una vera e propria mobilitazione di massa della famiglia, allargata ai parenti, con cugine e cugini, zie e zii. Era già l’anticipazione dei giorni centrali in cui davamo tutti una mano (a partire da noi tre gli: Sandro in laboratorio, Cettina alla cassa ed io nelle relazioni umane e vendite assieme a mia madre). Poi ci  ritrovavamo in tanti a tavola in alcune case che furono i luoghi d’incontro più ampi dopo le cene e i pranzi e negli altri giorni sino al 6 gennaio. Era il Giorno della Befana atteso con particolare ansia da noi più giovani, perché si ricevevano doni che ci avrebbero accompagnati per un anno. I giocattoli, i giochi, i libri illustrati venivano donati soprattutto in quel giorno, che segnava altresì l’ultimo delle vacanze natalizie con il ritorno a scuola il 7 gennaio.

I luoghi collettivi furono soprattutto due: la casa di mio nonno Alessandro Mastronardi sino a quando fu possibile. Poi la crescita delle famiglie rese impossibile che ci ritrovassimo tutti nella stessa casa del Rione Tremulini, i cui cortili brulicavano allora delle voci di tantissimi bambini mentre oggi sono vuoti e silenziosi. Così ci dividemmo in case diverse ma con una dove ci radunavamo tutti al di fuori dei cenoni e dei pranzi: la casa della famiglia La Bozzetta in viale Amendola, sempre a Tremulini. In essa dominava, con il piglio e l’autorità di una vera  leader, la maggiore delle cinque sorelle Mastronardi: la Zia Maria. Nei momenti conviviali ci ritrovavamo nel salone le famiglie La Bozzetta e Amato, con lo zio Giovanni grande esecutore di tutte le operazioni, dato che la mia famiglia era totalmente ingoiata dall’attività in Pasticceria. Nelle due Cene e Pranzi si ergeva nel ruolo principale la figura di mio padre Lorenzo. Giunto il tempo dei dolci “suoi” e dei “liquori fatti in casa” (tra cui predominavano lo “Strega” e in particolare il “Caffé”, specialità della padrona di casa), si esibiva nella sua seconda passione: le arie delle più popolari opere liriche. Il repertorio era vario e cangiante ma due pezzi erano fissi: quello di apertura ( la “Donna è mobile” dal Rigoletto) e quello di chiusura (il Brindisi dalla “Traviata”). A latere dei pranzi di Natale e Capodanno si verificò per alcuni anni un problema logistico. Al momento di iniziare si constatavano due assenze: la mia in Casa La Bozzetta e quella di mio zio Ninì Mastronardi, soprannominato “il Filosofo” per la sua passione culturale e politica e la sua indifferenza allo scorrere del tempo. Ci davamo appuntamento, per darci gli Auguri,  alla chiusura della sua officina in Viale Amendola, di fronte a Piazza del Popolo. Ma la passione per la storia, la cultura e la dialettica prendeva il sopravvento. Mentre il tempo scorreva inesorabile e le due famiglie incaricavano della ricerca dei “dispersi” due dei tanti cugini di nome Alessandro (il figlio di Ninì e Sandro La Bozzetta), noi ci accompagnavamo a vicenda più volte tra Piazza del Popolo e Piazza De Nava, rinviando costantemente il momento di salutarci, immersi in un dialogo intenso che annullava il tempo. Sino a quando accadde che sballammo tutti i tempi arrivando ad accumulare un’ora e mezza di ritardo rispetto all’ora dell’una. Da allora fummo accompagnati entrambi alla chiusura dell’Officina dai rispettivi angeli custodi. Chiudo il mio Amarcord con la parte più legata all’antica tradizione che si tramanda dai tempi di San Francesco d’Assisi: il Presepe. Specialista nella sua costruzione, nella vecchia casa di via Cardinale Portanova, fu la mia nonna paterna Concetta,  originaria  di Benevento. Fu molto presente nei miei primi dieci anni consentendo a mia madre di impegnarsi nel banco di vendita della Pasticceria. Mia madre riuscì comunque ad imparare da lei sia l’arte della cucina che quella del Presepe. Così, quando nonna Concetta si ammalò e non fu più in grado di raggiungere a piedi casa mia, il Presepe lo continuò a costruire mia madre nello stesso angolo della prima stanza, dove dormivo io. Il Presepe mi fece quindi compagnia nelle notti che fin da bambino erano accompagnate da assidue letture, ogni anno dall’8 dicembre (Festa dell’Immacolata) al 6 gennaio. E forse alimentò la mia vocazione a ricostruire la storia immaginando gli scenari degli eventi e rivedendoli nella mia mente come in un film.

Nella nuova casa del Rione San Brunello mia madre continuò la tradizione del Presepe, con la soddisfazione di aver trovato in mio fratello Sandro dapprima un appassionato allievo, poi il collaboratore e dopo la sua partenza dalla vita terrena il continuatore. sino a farlo diventare un vero e proprio esperto. E quando i suoi problemi di salute si aggravarono si accrebbe la ricerca di soluzioni meccaniche avanzate e di “pastori” sempre più connessi alla tradizione storica. Ne parlava sempre con entusiasmo assieme all’altra passione del modellismo navale. Passione di cui, soprattutto negli ultimi anni, divenni il committente esclusivo. Tentai più volte di convincerlo a ufficializzare e promuovere i suoi Presepi. Ma era di facile vincere la sua tradizionale riservatezza. Non amava stare in prima fila. Quando se n’è andato il 14 giugno del 2018 ho evidenziato che per decenni è stato il mio più assiduo e concreto collaboratore in Eventi sportivi e culturali. Ma quando si arrivava davanti al pubblico aveva sempre preferito stare seduto in fondo alla sala o comunque non in prima fila. Salvo poi, alla fine di ogni Evento, mentre tanti collaboratori si dileguavano, ad essere il primo a raggiungere il tavolo della presidenza o il palco per la parte meno visibile: quella dello sgombero e del ritiro di tutto ciò che era servito per l’Evento. Si comprende così perché Sandro non volle mai saperne di accettare una proiezione esterna del suo Presepe. Preferiva che la visione di esso fosse riservata ai familiari e alla ristretta cerchia degli amici più vicini. Due di essi, i due più cari per una vita – Luigi Calabrò e Luciano Costarella – riuscirono a organizzare nell’ottobre del 2017 il viaggio che sognava da anni: la visita a Napoli della famosa via degli artisti del Presepe: “San Gregorio Armeno”. Entusiasta per gli acquisti di alcune statue animate che gli mancavano, si concentrò moltissimo sul Presepe del dicembre 2017. Fu il suo canto del cigno. Il Presepe di Sandro è finito con lui. Anche questo è mancato in questo Natale 2020 e Capodanno 2021. Per fortuna nella mia casa ho la compagnia di tre modelli navali che costruì per me: la nave Ammiraglia della flotta del Re Sole Luigi XIV dell’inizio del ‘700; la  “USS Constitution” della fine del ‘700; e una Nave da Guerra Romana. Aveva in corso la costruzione dell’Amerigo Vespucci” e del vascello svedese Vasa. Sono rimasti incompiuti. Tuttavia quei tre modelli, realizzati per soddisfare la mia passione infinita per la Storia globale, mi fanno compagnia e mi fanno sentire meno solo. Mentre lui, Sandro, non ha smesso mai un momento di essere con me, col suo spirito, con i suoi consigli, con la sua vena di ironia. Anche in questi giorni che, tutto sommato, hanno avuto il merito di dare vita a questo Amarcord. (amp)

[courtesy www.profpasqualeamato.it]

2 giugno 1946-2020: una riflessione video dello storico Pasquale Amato

In occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica, il prof. Pasquale Amato, apprezzato storico reggino, ha registrato un video che offre un’interessante riflessione “dalla memoria alla ripartenza”.

La lezione-riflessione, che è un utile ripasso della nostra storia svolto con chiarezza e competenza, è incentrata su questi aspetti:

1. La scelta tra Monarchia e Repubblica, che fece rientrare sulla scena politica lo scontro risorgimentale tra l’idea repubblicana di Mazzini e quella monarchica che prevalse con la conquista da parte della dinastia sabauda degli altri territori italiani. La vittoria dei Savoia venne avvantaggiata dal panorama europeo dominato da Monarchie e Imperi, che fecero sentire il loro peso nelle vicende risorgimentali più importanti dal 1849 al 1870, mediante interventi diretti, pressioni e appoggi esterni, effetti indiretti di conflitti tra di loro;

2. per la seconda volta (dopo le Amministrative di Primavera 1946) votarono le donne. Avevano ottenuto il diritto al voto mentre la guerra era ancora in corso nel gennaio 1945. Il legame tra i diritti delle donne e l’idea repubblicana veniva da lontano. Da quando, nell’ultimo decennio del Settecento, tre donne furono protagoniste di iniziative che segnarono un’inversione di tendenza dando inizio ai processo di emancipazione femminile: la francese Olimpe De Gouges,che nel 1791 pubblicò la “Dichiarazione dei diritti delle Donne e delle Cittadine” pagando la sua azione con la ghigliottina nel 1793; l’inglese Mary Wallstonecraft, che nel 1792 pubblicò “La rivendicazione dei diritti della donna”, col quale diede l’avvio al famoso movimento delle Suffragette che si rese protagonista di epiche campagne durante l’800 propagandosi in USA e in diversi paesi europei; nella breve ma intensa Rivoluzione Partenopea del 1799 (gennaio-giugno), la napoletana Eleonora de Fonseca Pimentel divenne la leader più prestigiosa, fondando e dirigendo il giornale “Monitore Napoletano” e inventando l’Editoriale del Direttore. Rilevante fu in Italia tra la fine dell’800 e la Grande Guerra della russa Anna Kulisciof, leader socialista assieme a Filippo Turati. La svolta determinante per il movimento femminista mondiale fu comunque originata dalla Grande guerra del 1914-18. Si rivelò di una lunghezza e durezza che nessun capo politico, meno Giolitti, e nessun generale avevano previsto. E bloccò milioni di uomini in trincee che d’inverno si riempivano di neve, gelo e fango e d’estate di polvere irrespirabile. Fu pertanto necessario sostituire gli uomini impantanati nelle trincee con le donne in una serie di lavori, servizi e attività . Finito il conflitto si pensò di tornare come prima, cioè di tornare alla cosiddetta “normalità”. Ma la storia non si può fermare. Quando si verificano eventi che sconvolgono con il loro impatto masse enormi di persone i cambiamenti che provocano danno vita a scenari, usi, costumi, comportamenti e atteggiamenti individuali e collettivi. Ma ormai le donne avevano provato a fare tante attività che prima erano state loro precluse. E non erano e non furono più disposte a tirarsi indietro. Ne scaturirono tensioni sociali e proteste e vennero varate leggi per l’accesso al voto.

3. venne eletta un’Assemblea Costituente per redigere e approvare la Costituzione poi varata nel 1948 e ancora oggi in vigore. Il ritorno di Mazzini venne riversato soprattutto nei primi articoli, quelli di principio generale. Il movimento di emancipazione femminile trovò infine sbocco nella resistenza, da cui venne fuori un agguerrito gruppo che conquistò il diritto al voto e portò all’elezione nella Costituente di 21 donne che giocarono un ruolo decisivo nella discussione e redazione della nuova Costituzione. Concludendo, il prof. Amato ha fatto riferimento alla crisi epocale che la pandemia del Coronavirus ha provocato in ogni parte del mondo, con reazioni ed effetti diversi Paese per Paese e anche all’interno di ogni Stato. Fattori che sono riemersi nella crisi sanitaria ed economica e nei cambiamenti e comportamenti che ha imposto e che resteranno dopo la fine di questo ciclone ancora in corso.

Verso il 35° Premio Nosside: liriche in arrivo a Reggio da tutto il mondo

Aperte da una settimana le iscrizioni alla 35.ma edizione del Premio di Poesia Nosside e già sono arrivate numerose liriche da ogni parte del mondo. Bastano i numeri a spiegare il successo del Premio mondiale di Poesia Nosside, nato a Reggio Calabria nel 1983 per iniziativa dell’apprezzato storico e docente reggino Pasquale Amato con l’intento di dare voce mondiale alle liriche dei poeti sconosciuti, in ogni angolo del mondo, che si esprimevano anche in dialetti e lingue minoritarie. Il risultato, alla vigilia della 35.ma edizione che si spera di poter celebrare, come al solito, dentro il Museo Archeologico che custodisce i Bronzi e le altre meraviglie della Magna Grecia, è sorprendente: in 34 edizioni hanno partecipato poeti di 99 Paesi, con componimenti in 135 lingue diverse. Lo scorso anno, per dire, è stato premiato in ex aequo con un poeta svizzero-italiano, un cantore colombiano che ha presentato una delicata poesia in lingua quechua, quella degli Inca.

Antologia Nosside 2020

L’occasione del 35° anniversario – nonostante le evidenti difficoltà provocate dall’epidemia di coronavirus – non ha visto comunque venir menoe l’entusiasmo e l’impegno dell’organizzazione è stato totale, a partire dal rifacimento completo del nuovo sito web (nosside.org) e già è pronta la copertina della nuova antologia che raccoglierà le poesie vincitrici o meritevoli di segnalazione. Quest’anno sarà verde. (rrc)

Partito da Cuba il XXXV Premio Nosside, a novembre la premiazione a Reggio

È partita da Cuba, dalla Fiera Internazionale del Libro dell’Avana, la XXXV edizione del Premio mondiale di poesia Nosside, la cui cerimonia conclusiva si terrà a Reggio Calabria  il prossimo 27 novembre nello splendido Museo Archeologico Nazionale. A Cuba era presente per l’evento il fondatore e presidente del Premio Nosside, l’apprezzato storico reggino prof. Pasquale Amato.

Si è così rinnovato il primo atto annuale del gemellaggio culturale tra La Habana e Reggio Calabria che il Nosside ha creato nel corso di tante edizioni. L’Evento, svoltosi nella Sala José Lezama Lima della Fortaleza de San Carlos de la Cabaña, è stato impreziosito dalla partecipazione di tre artisti cubani, che hanno magistralmente curato la lettura delle poesie e il loro commento musicale: l’attrice Sheila Roche, la flautista Ana Beatriz Polo Velasquez e il chitarrista Larry Quincoses Dominguez.

Ha brillantemente condotto l’evento la Segretaria generale del Nosside Mariela Johnson Salfran. Il Presidente Fondatore Pasquale Amato ha illustrato sinteticamente i cardini del Progetto nato a Reggio nel 1983: «La missione del Premio Nosside è la valorizzazione di tutte le lingue del mondo e lo scambio di conoscenze, di tradizioni e di esperienze che esse rappresentano per ogni popolo. Ogni volta che muore una lingua si perde difatti per sempre una parte del patrimonio culturale dell’umanità. I risultati sono stati sinora straordinari: in 34 edizioni hanno partecipato poetesse e poeti di 99 Stati di tutti i continenti con opere scritte in oltre 130 lingue (nazionali, indigene e minoritarie) e dialetti e con poesie in video e in musica. Nel 2019 il Nosside ha confermato il sogno di un mondo senza frontiere di lingue e di culture senza pregiudizi religiosi ed etnici. I vincitori assoluti sono stati difatti il colombiano Fredy Chikangana e Davide Rocco Colacrai, figlio di emigrati del Sud d’Italia. Anche nel 2020 – ha concluso Amato – il Nosside proseguirà il suo sogno di globalizzazione positiva alternativa e continuerà a scrivere una storia straordinaria e unica delle diversità linguistiche e culturali del pianeta».

Il Direttore della Società Dante Alighieri dell’Avana Pierluigi Riccioni ha, da parte sua, evidenziato le affinità culturali con il Premio Nosside. Affinità che hanno originato il dialogo della Dante con la nobile missione che ha fatto del Nosside un’eccellenza mondiale. Con l’assegnazione del Premio Internazionale Nosside alla carriera al poeta cubano Alberto Edel Morales Fuentes e la lettura delle motivazioni e di una sua lirica, poesia e musica sono state protagoniste della seconda fase dell’Evento. Parte dedicata alle interpretazioni delle poesie e alla consegna dei riconoscimenti del XXXIV Nosside 2019 a poeti dei Caraibi.

Una gradevole novità molto apprezzata è stata l’omaggio dell’elegante Antologia curata da Pasquale Amato e Mariela Johnson Salfran e pubblicata dall’editore Media&Books di Roma (Italia). Sono stati coinvolti per Cuba Patricio Velasquez Perez, Ibis Arredondo Reyes, Giselle Lucia Navarro Delgado, Nancy Bolumen Caballero, José Antonio Campo Figueroa e José Nelson Castillo González; per il Venezuela Nilza Mercedes Centeno Ayala; per il Messico Bárbara Guadalupe Hernández Santos.

L’Evento dell’Avana, che ha proiettato un pò di Mediterraneo e tanto della Città di Reggio nella grande fiera cubana del libro, si è concluso con un omaggio denso di emozioni al Vincitore colombiano del 2019 Fredy Chikangana e alle lingue e culture dei popoli originari delle Ande e dell’intero continente americano: la lettura della sua poesia in versione spagnola e l’esecuzione della più famosa canzone popolare andina El condor pasa. Un messaggio di speranza che è stato inviato ai poeti che parteciperanno nel 2020 all’unico Premio globale del mondo. (rrm)

REGGIO – Il convegno Grecia, Magna Grecia, Europa

22 settembre – In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio Culturale, oggi a Reggio Calabria e domani a Bova, l’Associazione Bova Life, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con l’Ambasciata Greca in Italia, e con il coordinamento scientifico del Professore Louis Godart, organizza il convegno internazionale dal titolo “Grecia, Magna Grecia, Europa”, per rendere omaggio alle radici greche e magno greche dell’Europa e ai suoi valori fondanti.
Con il Professore Louis Godart, archeologo e filologo di fama mondiale, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e già Consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico presso la Presidenza della Repubblica Italiana, saranno presenti l’Ambasciatrice Greca in Italia, Tasia Athanasiou, e illustri accademici e studiosi italiani e greci.

L’incontro di oggi a Reggio al Museo Archeologico Nazionale:
Ore 15:30 | Apertura dei lavori, moderati dal giornalista Giorgio Neri dell’Ansa, con i saluti di:
• Luca Micheletta | Segretario Generale, Associazione culturale Bova Life
• Nicola Irto | Presidente del Consiglio Regionale della Calabria
• Pierpaolo Zavettieri | Sindaco di Roghudi (Area Grecanica della Calabria)
• Tasia Athanasiou | Ambasciatrice della Repubblica Ellenica in Italia
• Carmelo Malacrino | Direttore del Museo Archeologico di Reggio Calabria
Ore 16:30
• Katerina P. Dellaporta | Direttrice del Museo bizantino e cristiano di Atene – “La cultura Bizantina attraverso il Museo Bizantino e Cristiano di Atene”
Ore 17:00
• Louis Godart – Accademia Nazionale dei Lincei – “Dalla Grecia alla Magna Grecia: i valori della classicità”.
Ore 17:30
• Filippo Avilia | Iulm Università di Milano – “La navigazione in Magna Grecia: tra navi e geoarcheologia. Nuovi dati sul porto dell’antica Parthenope”.
Seguirà dibattito e Visita del Museo.

L’incontro di domani a Bova, Calabria, Spazio Cultura (via Rimembranze):
Ore 10:00 | Saluti di:
• Luca Micheletta | Segretario Generale dell’Associazione culturale Bova Life
• Santo Casile | Sindaco di Bova
• Tasia Athanasiou | Ambasciatore della Repubblica Ellenica in Italia
Ore 10:30 Apertura dei lavori:
• Louis Godart | Accademia Nazionale dei Lincei
Ore 11:00
• Pasquale Amato | Università per stranieri di Reggio Calabria
“Le pòleis calabresi della Magna Grecia e il loro prezioso contributo alla cultura del Mondo Ellenico”.
Ore 11:30
• Giuseppe Caridi | Università degli studi di Messina – “Calabria e Mezzogiorno dalla fine dell’età bizantina alla dominazione spagnola”.
Seguirà dibattito e Visita del Borgo Antico.
Modera il giornalista Giorgio Neri dell’Ansa.  (rrc)

REGGIO: AMATO PARLA DEL BERGAMOTTO DI REGGIO

10 settembre – Stasera, a Reggio, alle 19.30, presso il Lungomare Falcomatà, il prof. Pasquale Amato terrà un approfondimento sul bergamotto di Reggio Calabria.
L’evento, dal titolo “Il bergamotto: l’oro di Reggio Calabria, rientra nell’ambito del Festival del Gelato Artigianale “Scirubetta”.
Intervengono Pasquale Amato, storico reggino, sul tema “Origini e storia: Scirubetta e bergamotto di Reggio Calabria, Ezio Pizzi, presidente del Consorzio del Bergamotto di Reggio Calabria, sulla “Valorizzazione del bergamotto e proposte su “DOP/GP frutto”, e Vincenzo Montemurro, cardilogo, sul tema “Qualità terapeutiche del bergamotto di Reggio Calabria”. (rrc)

BOVA: IL PROF AMATO RICORDA UMBERTO ZANOTTI BIANCO

3 settembre – Oggi pomeriggio a Bova, alle 17.30, presso la Sala Conferenze “Porta Parco Nazionale d’Aspromonte, il prof. Pasquale Amato presiede il convegno “Umberto Zanotti Bianco e il suo proficuo rapporto con l’Area Greca di Reggio Metropolitana”.
L’evento è stato organizzato dal Circolo Culturale “Apodiafazzi”.
Si parte con i saluti istituzionali di Santo Casile, sindaco di Bova, a cui seguirà la relazione del prof. Pasquale Amato. Interviene Carmelo Giuseppe Nucera, presidente del Circolo Culturale “Apodiafazzi”. Prevista la partecipazione del cantastorie Fulvio Cama.
«Avrò il piacere – ha commentato lo storico Pasquale Amato – di tratteggiare il pensiero e l’azione del grande meridionalista greco-anglo-italiano Umberto Zanotti Bianco in una delle aree in cui ha più lasciato il segno indelebile del suo passaggio: quell’Area Grecanica in cui trovò situazioni drammatiche sul piano economico e sociale ma anche profondi valori di umanità e interlocutori di fine intelligenza e di alto spessore culturale e umano che assieme a lui scrissero pagine di valore eccelso di un meridionalismo positivo e costruttivo».
«Un meridionalismo non parolaio – ha concluso Pasquale Amato – ma capace di affrontare problematiche complesse dando vita a esperienze ricche di progettualità e di militanza attiva. Un meridionalismo oggi disperso di cui sarebbe urgente recuperare la grande valenza umana e culturale, ricca di contenuti e densa di fatti e atti concreti e disinteressati». (rrc)

REGGIO: PROFUMO DI BERGAMOTTO AL MUSEO ARCHEOLOGICO

31 agosto – Da oggi al Museo Archeologico Nazionale di Reggio una tre giorni al profumo di bergamotto: lo spazio di piazza Paolo Orsi ospiterà, infatti, per tre giorni, dalle ore 18.00 alle 19.30, gli Incontri letterari del prestigioso Bergamotto Art Festival, promossi dalla Fondazione Marino.
Il primo appuntamento è stasera con “Narratori e Narrazioni calabresi”. Gli scrittori Giuseppe Aloe, Gioacchino Criaco, Domenico Dara ed Eliana Iorfida dialogheranno con Lionella Maria Morano in un confronto sugli stili e le forme del raccontare il Sud e la Calabria. Nello stesso contesto, i ragazzi del laboratorio teatrale del Liceo Classico “Tommaso Campanella” leggeranno una selezione di brani.
Il secondo appuntamento sarà domani con le “Incursioni nel mondo antico” di Valerio Massimo Manfredi. Prevista anche la partecipazione straordinaria di Michele Placido, che leggerà brani di classici letterari. Dal meraviglioso peregrinare di Ulisse al sovrumano sogno di potere di Alessandro Magno, fino alla grandezza di pensiero e di azione politica di Giulio Cesare, attraverso le invenzioni tecnologiche dell’antichità, gli eventi che portarono alla nascita e alla diffusione dell’Impero Romano, i perigliosi movimenti dei cartaginesi fino ai confini del mondo, per arrivare ai nostri giorni, al ritrovamento dei maestosi Bronzi di Riace, saranno “le tappe” del viaggio del tempo guidato dal noto e apprezzato intellettuale e storico divulgatore Valerio Massimo Manfredi, con il prezioso contributo di Michele Placido.
Ultimo appuntamento sarà domenica con “I luoghi dell’abbandono: appunti di geografia sentimentale”, dell’antropologo Vito Teti, professore ordinario all’Università della Calabria, a colloquio con Gilberto Floriani, direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese, e con la partecipazione straordinaria di Beppe Barra, che leggerà favole di Giambattista Basile, dal fondamentale “Cunto de li cunti”. I ragazzi del laboratorio teatrale del Liceo Classico “Tommaso Campanella” leggeranno brani dagli scritti di Vito Teti.
Il direttore del MArRC, Carmelo Malacrino, che aprirà gli incontri nelle tre giornate insieme al presidente della Fondazione Marino e di Sveva Edizioni, Antonio Marino, ha così commentato questa iniziativa: «Siamo soddisfatti di ospitare le manifestazioni promosse dalla Fondazione Marino e Sveva Edizioni. Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria sta diventando sempre più un luogo inclusivo e dinamico, rappresentazione dell’identità culturale di questo territorio e di tutta la regione
«Il Bergamotto Art Festival nasce intitolato all’“oro verde” della Calabria per promuovere la ricchezza del patrimonio di cultura e di tradizioni del territorio reggino», dichiara Marino. «Il nostro desiderio era già dall’anno scorso di avviare una collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale, simbolo per eccellenza e custode della ricchezza di storia, di arte e di produzione nella regione, e con il direttore Carmelo Malacrino, che ha reso questo luogo emozionante della cultura ancora più vivace e vitale».
Domani, inoltre, per l’apertura straordinaria delle Notti d’Estate al MArRC, con biglietto speciale a soli 3 euro con ingresso dalle 20.00 alle 23.00, un altro “gustoso” appuntamento attenderà gli ospiti del Museo, per il programma “…rEstate al MArRC!”, sulla splendida terrazza sullo Stretto. A partire dalle ore 20.30, in collaborazione con Costa Viola Gourmet, il MArRC proporrà il Simposio “Colori e sapori della Costa Viola sulle tracce di Ulisse”.
Interverranno: gli storici Daniele Castrizio, docente all’Università degli Studi di Messina e componente del Comitato Scientifico del Museo, e Pasquale Amato, docente all’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria e responsabile della Sezione Storia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria, partner del MArRC per la valorizzazione; lo scrittore e ricercatore storico Natale Zappalà e lo scrittore e tecnologo alimentare Angelo Paolillo.
Il Simposio prevederà un momento conviviale a cura di grandi maestri Chef, con un menu di degustazione di piatti tipici “a tema”, ispirati ai poemi omerici e alla tradizione alimentare in Magna Grecia, per un viaggio dei sensi alla riscoperta di antichi sapori e saperi.
L’evento si colloca nel calendario per le celebrazioni dell’Anno del Cibo Italiano istituito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e del Turismo e nella programmazione dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale dichiarato dal Parlamento Europeo con il Consiglio dell’Unione Europea.
In attesa della grande Festa patronale che avrà inizio la prossima settimana, domenica 2 settembre si potrà visitare gratuitamente il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dalle 9.00 alle 20.00 (ultimo ingresso 19.30). (rrc)

Reggio: Il mito di Scilla e Cariddi raccontato dal prof. Amato

26 luglio – Da non perdere stasera a Reggio, al Museo Archeologico Nazionale, la conversazione del prof. Pasquale Amato, docente dell’Università per stranieri “Dante Alighieri”, sul mito di Scilla e Cariddi, alle 21 sulla terrazza  del MArRC. L’evento rientra nella rassegna R…Estate al MArRC. Introdurranno: il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, Carmelo Malacrino, e la presidente del CIS Calabria, Rosita Loreley Borruto.
«Lo Stretto di Scilla e Cariddi, geograficamente al centro del Mediterraneo, ha originato il più fitto “concentrato di miti” che abbia alimentato l’immaginario collettivo dell’Occidente antico. Gli aspetti che hanno reso unica quest’area spaziano in tutti i settori dello scibile umano: naturalistico, storico, economico, commerciale, artistico, culturale, letterario, paesaggistico», dichiara Amato.
«Lo scenario ricco e variegato dello Stretto per millenni ha soggiogato gli artisti e ispirato i poeti. Altri miti si sono affiancati in epoche diverse a quello principale di Scilla e Cariddi», continua lo storico. Tuttavia, «nell’inconscio collettivo delle popolazioni dello Stretto, ha resistito il primo scenario mitologico, come uno di quei fili sotterranei profondi che costituiscono, nella suggestiva tesi di Fernand Braudel, le “onde di lunga durata” della storia». La conferenza si concluderà con un piacevole assaggio gastronomico offerto da una nota gelateria della città. Gli ospiti potranno degustare il nuovo gelato e il nuovo dolce intitolati al “mito dei miti”, sintesi dei “sapori” della cultura nell’area dello Stretto.
Anche così si festeggia al MArRC il 2018 Anno Europeo del Patrimonio Culturale e Anno del cibo italiano promosso dal MiBAC con il MiPAAF.
«La collaborazione con il CIS è una sinergia preziosa nell’attività di valorizzazione delle tradizioni e della storia della Calabria, componenti importanti dell’identità culturale di questo territorio», afferma il direttore del MArRC Malacrino. «In questa logica di partnerariato con i soggetti attivi della comunità calabrese e con gli istituti della cultura, della formazione e della ricerca, a livello
internazionale, il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria ha stipulato convenzioni e accordi con atenei stranieri, tra cui l’Università di Basilea e l’Università Cattolica di Budapest, per progetti di ricerca che potranno segnare un avanzamento nella conoscenza e nella valorizzazione delle collezioni archeologiche del Museo».


Al MArRC sono attualmente a lavoro due équipe internazionali di ricerca. L’archeologo Francesco Quondam, per l’Istituto di Archeologia classica dell’Università di Basilea, sta conducendo un progetto di studio sui reperti provenienti dalle necropoli protostoriche locresi, coadiuvato dalle archeologhe e disegnatrici Ilenia Gennuso, Sara Marino, Claudia Tomaselli, Paola Vertuanie e dall’archeometra Valentina Cannavò. Lo studioso Quondam è tra i maggiori conoscitori dell’archeologia calabrese dell’età del Ferro ed è stato tra i curatori della sezione Protostoria dell’allestimento permanente del Museo, al livello A. Attualmente è aperta al pubblico in piazza Paolo Orsi l’esposizione “I sapori delle origini. La cultura del cibo nella Calabria protostorica”, curata dallo stesso Quondam insieme al direttore Malacrino e all’archeologa Ivana Vacirca.
L’archeologa Ágnes Bencze, professore associato di Storia dell’arte antica all’Università Cattolica di Budapest, con otto collaboratori, sta proseguendo lo studio sistematico delle statuette di terracotta provenienti da Rosarno, l’antica Medma, precisamente dagli scavi di Paolo Orsi in località Calderazzo. «Il materiale è abbondante e torneremo l’anno prossimo per completare la ricerca»,
dichiara Bencze. «C’è una varietà tipologica molto articolata nella produzione artigianale di soggetti femminili in terracotta a Medma, a Locri e a Hipponion, l’attuale Vibo Valentia, superiore a quella ipotizzata all’inizio dello studio». Dalle analisi condotte al MArRC, la studiosa ipotizza che tra i santuari delle tre città vi fosse una rete stabile di relazioni per il culto di Atena e, in particolare, di Persefone. Erano, insomma, mete degli antichi “pellegrinaggi”, principalmente per propiziare matrimoni.
«Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria – sottolinea il direttore Malacrino – si conferma quale attrattore culturale della Magna Grecia e polo per lo studio e la valorizzazione della cultura calabrese. È motivo di soddisfazione per me e per tutto il personale del Museo, che si dedica con impegno e con passione, per offrire un luogo vitale e inclusivo, nel quale la custodia della memoria costituisce la base per la costruzione del futuro». (rrc)