Come eravamo di Bruno Tucci

di PINO NANO – Bruno Tucci, chi non lo conosce? Classe 1935, nato in Calabria in un paesino della sibaritide che si chiama Amendolara, giornalista professionista dal 1959, laurea in giurisprudenza alla Sapienza di Roma, incomincia la sua carriera giornalistica assunto al Messaggero come praticante nel 1957. Poi dal 1978 finisce al Corriere della Sera, come inviato speciale in Italia e all’estero, e chiude come vicecaporedattore. Ma ha un record tutto suo legato ai suoi impegni istituzionali, tantissimi, al servizio della grande famiglia dei giornalisti romani.E’ stato infatti presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio per ben 18 anni consecutivi, ma è stato anche a lungo influente consigliere di amministrazione dell’Inpgi, l’Istituto di Previdenza dei Giornalisti Italiani. Vi chiederete, “Ma che fine ha fatto?”. Dire che è ancora oggi, alla sua età, quella grande miniera di informazioni, e soprattutto quella nave-scuola che ogni giornalista moderno e bravo dovrebbe conoscere, è dire davvero molto poco. Lucido, geniale, spavaldo, irriverente, a tratti anche arrogante e prepotente, padrone di sé sempre e comunque, intuitivo, soprattutto libero come un cavallo allo stato brado, e come tale ingestibile e incontrollabile, e questo da sempre, Bruno Tucci è ancora tutto questo ed altro ancora. “Inviato” sui campi più minati e insidiosi della storia della Repubblica, Bruno era un numero uno in senso assoluto. Ne fanno fede le sue cronache, i suoi reportage, le sue inchieste, sempre un passo davanti agli altri. Aveva una marcia in più degli altri, e questo faceva di lui un icona del giornalismo on the road.

«Quando qualcuno mi chiede: di dove sei, da dove vieni? rispondo con determinazione per evitare equivoci: sono calabrese con tutti i pregi e i difetti che ciascuno di noi ha. Certo, vivo a Roma da più di 80 anni e qui che ho fatto le scuole dalla prima elementare alla licenza liceale; e’ qui che mi sono laureato in giurisprudenza all’università La Sapienza, ma il mio cuore e’ sempre lì’, in quel paese dell’Alto Jonio dove trascorro puntualmente tutte le mie vacanze. Il mare è il più bello del mondo (per me), la gente e’ ospitale e gentile come tutte le nostre genti. Si chiama Amendolara ed è tra Sibari e Metaponto. Lo ripeto sempre ai miei amici. Quando lavorando al Corriere della Sera i miei colleghi mi chiamavano terrone, io gli rispondevo in tutta tranquillità: vedi, il mio paese e’ tra le più vecchie scuole del mondo. Da noi quando spacchiamo un albero viene fuori un cervello. Li zittivo e non sapevano più che dire. La Calabria è nel mio DNA, i miei genitori erano entrambi della provincia di Cosenza, mio papà del capoluogo, mia mamma di Rocca Imperiale. Ed allora, non sono prove scritte della mia calabresita’? Sono orgoglioso di esserlo e quando partivo per la nostra terra a fare un servizio per il mio giornale, mi sentivo rinascere e provavo quel senso di gratitudine difficile a spiegarsi».

Ricordo un dettaglio della mia vita personale legata a lui che forse lui avrà anche dimenticato: ma quando la sera del 23 novembre 1980 a Balvano crollò la volta della Chiesa di S. Maria Assunta dove morirono settantasette persone, di cui sessantacinque bambini, parliamo del terremoto in Irpinia, quella notte in una tenda della protezione civile trovai lui intento a scrivere il suo pezzo, e lo vidi piangere. Non avrei mai immaginato che il Bruno Tucci che leggevo da anni sulle pagine del Corriere della Sera con la grinta letteraria che solo lui sapeva usare avesse anche un’anima. Quella notte a Balvano capii che non bisogna mai giudicare gli uomini dalle apparenze.

Oggi Bruno torna il romanziere che è sempre stato, e ci regala una chicca straordinaria, che è il racconto appassionato della vita di un giornalista cresciuto tra la gente, vissuto per strada e soprattutto follemente innamorato del suo mestiere. Si intitola, appunto, Come Eravamo questo suo ultimo libro in cui lo storico inviato speciale del Corriere della Sera, a ottantasette compiuti, ha deciso di raccontarsi e di raccontare la trasformazione che il nostro mestiere ha avuto nel tempo.

Antesignano della pandemia da Covid 19, 50 anni fa Bruno viene mandato a Napoli per raccontare quella che sembrava essere l’epidemia del secolo.

Subito dopo l’omicidio di Milena Sutter, Napoli venne sconvolta dal colera. Era il 1973. Quando mi telefonò il capo redattore, ero in clinica a tener compagnia a mia mamma che aveva subito un intervento. Partii con una 24 ore e dentro il minimo indispensabile. Non era arrivato ancora nessun collega dal Nord o dal Sud. Come al solito presi una stanza al Vesuvio e andai a fare un giro per rendermi conto di quel che succedeva e cosi lo descrissi ai lettori de Il Messaggero: I morti sono sette, la paura aumenta. Napoli trema. Le autorità sanitarie soffiano sul fuoco dell’ottimismo. Dicono: la situazione è sotto controllo, bisogna non lasciarsi prendere dalla psicosi del colera. Ma il terrore di contagiarsi, di essere sopraffatti dal male c’è, è inutile nasconderlo. Napoli è sotto un incubo, sente la parola “colera”, ascolta gli appelli alla radio, alla televisione ed è percorsa da un fremito.

Cosa è rimasto dell’epopea dei grandi inviati speciali che una volta giravano il mondo senza cellulari e con un semplice taccuino per appunti? In che modo è cambiato il mondo della comunicazione dominata da internet? E soprattutto, chi c’èra nelle redazioni degli anni 70/80 e 90 dei grandi giornali italiani? Chi comandava? Chi guidava la macchina del giornale? Quanti amori e quanti odi profondi all’interno di ogni redazione giornalistica? Troverete tutto questo nel suo saggio, edito da Edizioni All Around, e fortemente voluto dalla Fondazione per il Giornalismo Paolo Murialdi. Un’intuizione davvero felice, che apre una finestra su tutto un mondo a molti ancora sconosciuto, e che porta la firma del segretario Generale della Fondazione Murialdi, storico del giornalismo italiano, Giancarlo Tartaglia, direttore della collana “Giornalisti nella storia”.

– Tucci for ever, dunque. Carlo Verdelli, attuale direttore di Oggi, che di questo saggio firma la prefazione e che a quanto pare lo conosce meglio di tutti noi, lo chiama molto confidenzialemente “Don Tucci”.

“Don Tucci”, il calabrese di Roma poi diventato monsignor Tucci e alla fine, dopo 65 anni di onoratissimo servizio, pure vescovo o cardinale, appartiene alla fortunata schiera di quelli che hanno potuto seguire la strada per la quale erano nati. E in questo suo amarcord, malinconico ma non troppo, riannoda i fili di una storia che ha un passato di poco remoto ma del tutto dimenticato, un presente tumultuoso e un futuro forse brillantissimo (speriamo!) ma con poca memoria. Seguendo il suo racconto, se ne recupererà un po’, che male non fa, anzi”.

– Ma il suo libro non è solo il racconto della sua vita personale. È anche uno spaccato antropologico e sociologico di quegli anni e di quel modo di fare informazione. Ricordate la Rivolta dei Boia chi molla a Reggio Calabria? Quando in piazza scese tutto il popolo reggino e diede vita ad una delle rivoluzioni sociali più preoccupanti della storia della Repubblica Italiana? Bene, fu proprio quella rivolta che cambiò la vita professionale di Bruno Tucci.

«La svolta della mia carriera avvenne durante l’estate del 1970 mentre stavo tranquillamente riposando al mare, in Calabria, la terra dei miei genitori. In un pomeriggio caldissimo suonò il telefono (i cellulari non esistevano) e dall’altro capo del filo il redattore capo – era allora Matteo De Monte – mi informò: “Guarda che a Reggio c’è una sommossa di gente che sbraita contro una decisione del governo. Tanto sei a un passo, vedi che cosa succede e poi torna tranquillamente al mare”».

Bruno corre a Reggio Calabria e si sistema insieme a tutti gli altri giornalisti che stavano intanto arrivando da Roma, all’Hotel Excelsior, dove per la prima volta si msiura con i giornalisti in quel momento più famosi e ammirati d’Italia.

«Il fatto è che l’hotel Excelsior dove abitavamo divenne una vera e propria redazione di un giornale. Grandi firme come Giampaolo Pansa, Alfonso Madeo, Marco Nozza, Francobaldo Chiocci, Egidio Sterpa, Luciano Lombardi, insomma l’élite del giornalismo italiano… Non furono giorni facili, la sommossa durò a lungo e qualche volta rischiammo pure di essere malmenati… Sembrava che non dovesse finire mai. Ancora a ottobre del ’72, sempre scrivendo da Reggio, fotografai in questi termini la situazione:Dopo venticinque mesi, la città della “lunga rivolta” sta di nuovo vivendo giorni di estrema tensione».

 Una volta chiusa la Rivolta di Reggio Bruno Tucci torna al giornale, e finisce in redazione a fare il cuciniere: Doveva di fatto organizzare la vita di una trentina di altri suoi colleghi alle prese con la cronaca locale, quella regionale e quella nazionale. Ma Reggio gli aveva instillato nella mente il sospetto concreto che a lui quel lavoro piacesse, ma non stando seduto ad una scrivania.

«Con Reggio Calabria avevo portato più volte la firma in prima pagina, non potevo fermarmi. Leggevo e rileggevo i reportage dei grandi inviati dell’epoca: Cavallari, Montanelli, la Fallaci, Corradi, Levi, Tito, maestri che non hanno avuto eredi. Insomma, giornalisti di quella fatta non ce ne sono più. Si è perso lo stampino».

Ma come si faceva una volta a diventare un inviato speciale di un grande giornale? Nessuno ci crederebbe ma Bruno Tucci racconta nel suo saggio un inedito su cui oggi varrebbe la pena di riflettere.

«Il traguardo non era facile anche e soprattutto perché come direttore generale era stato assunto al Messaggero un giovane rigidissimo che aveva un unico pensiero: mai deroghe o favoritismi. Luigi Guastamacchia – questo il suo nome – sosteneva che un redattore per diventare inviato doveva aver scritto nell’arco di un anno articoli pari alla metà più uno dei giorni che vanno dal 1 gennaio al 31 dicembre. Per essere più chiari 186 pezzi, un numero davvero incredibile. Non so da quale fonte avesse imparato tale regola perché nel nostro contratto di lavoro non c’era scritto nulla di tutto questo. Però, lui era il numero uno dell’amministrazione (se si esclude l’amministratore delegato Ferdinando Perrone) ed era colui che dettava legge».

Rieccolo il grande Tucci, che non conosce indugi e mediazioni quando c’è da formulare un giudizio professionale.

«La tecnologia ha polverizzato lo stile e il garbo di una volta. Vorrei citare un episodio di cui fui protagonista. Prima di essere assunto nel 1978 al Corriere avevo avuto un abboccamento con Piero Ottone, uno dei miti di quell’epoca. Mi rivolse poche parole. Volle sapere il curriculum,gli studi che avevo fatto, gli argomenti di cui mi ero occupato. Quattro minuti, non più. «Bene, disse, forse lei entrerà al Corriere come inviato, la gioielleria del nostro giornale. Nel qual caso, le raccomando principalmente la scrittura. Deve essere semplice, comprensiva, ma efficace. Soggetto, predicato e complemento. Se vorrà mettere un aggettivo la prego di telefonarmi».

Altri tempi, altro stile, altra classe, ma anche altri modi di intedere il mestiere e lo stesso rapporto interpersonale tra colleghi che facevano lo stesso lavorando alla fine sotto lo stesso tetto. E quando Bruno si convince che è il momento di un bilancio complessivo, anche qui non usa nessuna perifrasi di genere.

«Non è facile raccontare le esperienze e gli episodi accaduti in 65 anni e più di giornalismo trascorsi in due grandi testate: Il Messaggero e il Corriere della Sera. Emozioni, servizi sbagliati, qualche soddisfazione che potremmo definire successo strigliate dei direttori, bocciatura di un articolo sbagliato,la paura di mettersi alla macchina da scrivere e veder che il foglio infilato nella magica Olivetti 22 rimane bianco. È una vita bellissima quella che ho vissuto nonostante le vicissitudin e la stanchezza che, in alcuni momenti, diventa depressione. Il nostro è un lavoro che ti prende e ti coinvolge e non c’è ostacolo che ti possa impedire di andare avanti. O l’hai dentro questa fiamma oppure è meglio cambiare strada e prendere altre direzioni».

Ma cosa spinge un vecchio cronista del passato,famoso come lui, che le ha viste tutte e che in questo mestiere è stato protagonista assoluto di mille corse a ostacoli, a spogliarsi del suo tradizionale riserbo e atteggiamento sempre molto èlitario, a tratti anche borghese, qualche voltas insopportabile e irritante, per rimettersi in discussione e tentare un confronto impietoso e diretto con le nuove generazioni?

«Il mio proposito – spiega Bruno Tucci nel suo libro – è quello di dimostrare (spero) come, attraverso i fatti di una lunga carriera, sia cambiata la nostra professione. I cellulari, la tecnologia, internet: quindi la possibilità di informarsi nello spazio di pochi minuti. In meglio? In peggio? Non lo so. Ecco perché ritengo giusto che si faccia un paragone del “come eravamo e come siamo”».

Ma chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno l’irreprensibile e superbo Bruno Tucci, re dei grandi inviati di tutta Italia, avrebbe confessato di essere riuscito ad entrare a Il Tempo di Renato Angiolillo grazie alla più classica delle  raccomandazioni politiche?

«Mi ero laureato da poco in giurisprudenza e volevo tentare di entrare in un giornale. Non era facile ma fui aiutato da un importante amico di mio padre (morto purtroppo qualche anno prima). Il benefattore si chiamava Giuseppe Bottai, sì proprio lui, l’ex ministro dell’Educazione nazionale durante il fascismo. Parlò e chiese al mitico Renato Angiolillo di far provare un giovane che aveva un forte desiderio di diventare giornalista. Allora, Il Tempo era un grande giornale della Capitale (lo è ancora adesso, sia pure se la difficoltà del momento non è favorevole alle testate di carta) con firme di primo piano. Ricordo Alberto Giovannini, Flora Antonioni, Alberto Consiglio, Ettore Della Giovanna e un capo redattore giovane, Egidio Sterpa, con cui divenni grande amico una trentina di anni dopo. La scuola per eccellenza è la cronaca e lì fui mandato a imparare. Colleghi bravissimi come Rinaldo Frignani, Bruno Zincone, Bruno Palma, Ezio Bartoloni che tentarono in tutti i modi di aiutarmi, ma non ebbi fortuna».

Deve averla amato molto Bruno Tucci la sua redazione di cronaca al Messaggero.

«Quella redazione rappresentava l’argenteria del giornale. Rammento alcuni nomi: Giancarlo Del Re (che continuò il faticoso lavoro di Ceroni con le “Avventure in città”); Ruggero Guarini che mostrava cultura ogni volta che dialogava con i colleghi; Giuseppe Columba, detto Nenè, dalla prosa semplice ma efficace; Andrea Barbato che non ho bisogno di dire chi fosse; Alberto Bevilacqua che Zappulli stimava moltissimo per la capacità di scrittura (un po’ meno per scovare notizie) Vittorio Roidi, divenuto poi presidente della Federazione della Stampa; Virgilio Crocco, il collega che aveva sposato la famosissima Mina dopo averla ascoltata in un concerto e averle mandato cinquanta rose; Nanda Calandri, l’unica esponente femminile del giornale circondata (in senso buono) da oltre centoventi redattori».

Ma ci sarebbe da scrivere molto altro ancora. Vi sonsiglio di leggerlo il suo libro, lo consiglio soprattutto ai giornalisti più giovani perché sono certo ne trarranno molto giovamento.

Dopo la Prefazione di Carlo Verdelli, i titoli in cui Bruno Tucci ha sintetizzato la sua meravigliosa avvenura professionale sono: Come eravamo, L’argenteria di un giornale, Nessun favoritismo e la svolta della mia carriera, “Malacugini”,Il “Cuciniere”, Un sogno: l’inviato e la fine degli inviati, I Piemontesi ,La solidarietà, La nube tossica di Seveso mi avvicina al Corriere, Di nuovo al confino, Il processo alla Br,I giorni del colera, Un difficile ritorno, La svolta, Un sogno: il Corriere,La P2, Gli inviati al terremoto, Un milione di copie, “Maradoneti”, I voti di Cavallari, Aria diversa con Stille, Ecco l’Ordine, Quale professione, Notizie e inganni, giacca e cravatta, La pubblicità e l’agonia del cartaceo, Ogni notizia ha il suo odoroe, Il cane da guardia, Un esame per tutti, Un aiuto ai giovani, Una generazione di maestri, Radio Radicale, I furbetti dell’editoria, I doppiogiochisti, La pandemia e l’informazione.

Infine, l’indice dei nomi che in un saggio di questo genere diventa fondamentale e grande corollario.Un libro che vale la pena di leggere. (pn)

COME ERAVAMO
di Bruno Tucci
All Around – ISBN 9791259990204

 

Alfredo Garro di Cosenza: missione Luna

di PINO NANO – Storia passata, direte. Forse sì, ma procediamo per ordine.

Era esattamente il 20 luglio del 1969, ed erano le 02,56 del mattino quando dagli schermi dell’unico TG nazionale che allora la RAI mandava in onda il giornalista Tito Stagno annunciò il primo sbarco dell’uomo sulla luna. Un racconto emozionate e coinvolgente che ruotava soprattutto attorno alla storia alla figura e ai movimenti dell’astronauta statunitense Neil Armstrong che per primo mise piede sulla crosta lunare, primo uomo in assoluto nella storia ad essere “allunato”. Poi dopo di lui arrivò Buzz Aldrin, mentre Michael Collins, il terzo astronauta dell’equipaggio, era rimasto in orbita attorno al satellite.

Bene, esattamente cinquant’anni dopo, quindi meno di due anni fa, Jim Bridenstine, storico e mitico amministratore delegato della Nasa, torna davanti alle telecamere dei grandi network americani per spiegare al mondo internazionale della ricerca scientifica che tra «i prossimi obiettivi degli scienziati di Houston ci sarebbe stata di nuovo la Luna e Marte».

«Torneremo sulla Luna entro i prossimi dieci anni – dice – e lo faremo con nuove tecnologie e sistemi innovativi, per esplorare molto più della sua superficie di quanto si pensava fosse possibile in passato». 

Poi aggiunge: «Andremo sulla Luna per restarci, e per farlo useremo tutte le conoscenze che apprenderemo per fare il passo successivo, che sarà quello di mandare i nostri astronauti su Marte».

Dopo le dichiarazioni del numero-uno della Nasa Jim Bridenstinem, gli scienziati di tutto il mondo si affrettano a sottolineare che da questo momento “Sarà dunque necessario, ripensare da zero l’approccio all’esplorazione sulla luna”. 

L’America di Obama, prima, e di Trump, dopo, assegna al progetto un budget di 21 miliardi di dollari. “E’ quanto basta per pensare di poter finalmente portare gli esseri umani sulla Luna”. Ma il vero grande problema -precisano gli esperti- sarà ora la costruzione dei lander, e cioè delle navicelle e delle stazioni di rifornimento necessarie a “rendere l’esplorazione della Luna un’impresa duratura nel tempo”.

Vi chiederete, ma cosa c’entra la Calabria con tutto questo?

Nessuno ci crederebbe, ma parte di questo progetto così straordinario e per noi  anche ancora quasi inverosimile e impossibile, certo immaginifico, porta oggi anche i colori del Campus Universitario di Arcavacata, e lo è per via di una collaborazione importante e concreta al Programma aerospaziale Artemis tra la Nasa e l’Università della Calabria, dove oggi vive lavora e insegna il professor Alfredo Garro, che è uno dei ricercatori italiani che per quasi un anno ha lavorato a questo progetto tra Houston e Cape Canaveral a stretto contatto di gomito con i ricercatori statunitensi, per poi proseguire nella collaborazione dall’Italia. Storia la sua di una meravigliosa “Eccellenza Italiana” che oggi “segna” in maniera profonda il lungo viaggio della ricerca scientifica in Calabria, e che proietta il lavoro e la fatica dei ricercatori calabresi dell’Università della Calabria nel grande circuito internazionale. 

«È per me una soddisfazione davvero enorme. Dopo cinque anni di duro lavoro, spesi ricoprendo il ruolo di vicepresidente del comitato internazionale di standardizzazione, sapere che lo Space Reference Federation Object Model costituisce e costruirà un tassello importante per la realizzazione del programma Artemis della NASA, che ci permetterà di tornare sulla Luna e colonizzarla nel prossimo decennio affinché rappresenti un avamposto per l’esplorazione umana di Marte, tutto questo è motivo di grande orgoglio per tutti noi».

Il programma Artemis utilizza dunque lo SpaceFOM, che sta per Space Reference Federation Object Model, altro non è che lo standard immaginato ideato e definito dal team del professor Alfredo Garro e che «consente a moduli diversi di una missione di comunicare tra loro». Questo vuol dire che il programma Artemis – avviato dalla Nasa per portare sulla Luna «la prima donna e il prossimo uomo» entro il 2024 per partire da lì poi alla conquista di Marte – si realizzerà anche con il contributo del team dei ricercatori dell’Università della Calabria che fanno capo al professor Alfredo Garro.

I dati forniti dalla Nasa parlano di un programma ambizioso, dal costo stimato di 35 miliardi di dollari, che vede oggi una forte collaborazione tra la NASA e le principali agenzie spaziali di tutto il mondo, da quella Europea (ESA) a quella Italiana (ASI), da quella Giapponese (JAXA) a quella Britannica (UK Space Agengy) e infine a quella Canadese (CSA). 

Edwin Zack Crues, che attualmente è a capo del team di simulazione dello Human Landing System Crew Compartment Office al NASA Johnson Space Center di Houston, non ha nessun dubbio. Lui è l’uomo che nei fatti ha progettato e sviluppato centinaia di modelli e simulazioni per veicoli spaziali della NASA, tra questi lo Shuttle, l’International Space Station (ISS), l’Orion, l’Altair, Morpheus e il Multi-Mission Space Exploration Vehicle. 

Ora Edwin Zack Crues dice: «Il nostro obiettivo è di portare la prima donna e il prossimo uomo sulla Luna. Lo faremo entro il 2024, creando una base lunare stabilmente abitabile che sia avamposto verso le future esplorazioni marziane. Ma riportare l’uomo sulla luna e poi portarlo su Marte – aggiunge lo scienziato statunitense- significa realizzare missioni di una complessità senza pari e senza confini, per le quali è necessario disporre di avanzate tecnologie di simulazione che si baseranno sullo standard SpaceFOM per consentire ai moduli di missione (razzi, lander, rover, sonde, satelliti, moduli abitabili, etc.), realizzati dai diversi partner distribuiti su tutto il Globo, di inter-operare efficacemente tra loro». 

Per il gruppo dei ricercatori calabresi è il massimo riconoscimento possibile. 

«Il coronamento di un sogno», si lascia sfuggire Alfredo Garro.

Un lungo viaggio quello di SpaceFOM, iniziato nel 2016 quando il professor Garro, insieme al suo collaboratore, l’ingegner Alberto Falcone, divenne il primo europeo ad essere ospitato, in qualità di “visiting scientist”, presso la Divisione Software, Robotics and Simulation (ER) del Nasa Johnson Space Center (JSC) di Houston a seguito di uno specifico Visiting Research Agreement tra l’Unical ed il quartier generale della NASA. 

«In realtà la storia dello SpaceFOM è una storia molto lunga, perché è il risultato di una collaborazione con la NASA che io ho avviato molti anni fa».

– Professore lei parla dei suoi nove mesi trascorsi al Centro spaziale di Huston?

«Questa storia incomincia ancora prima per la verità. Qualche anno prima partecipai ad una conferenza in Florida, a Orlando, e nel corso di questa conferenza internazionale in una sala di questo grande albergo americano stavano presentando un progetto guidato da NASA, chiamato SEE, Simulation Exploration Experience, rivolto proprio alle varie Università sparse per il mondo, che aveva l’obiettivo di stimolare sia la cooperazione, sia la competizione tra le diverse università per realizzare una simulazione di una base lunare. Più esattamente, un insediamento lunare. E ricordo che un professore dell’Università di Genova, Agostino Bruzzone, con cui ero già in contatto, quella mattina mi invitò ad andare a capire meglio ciò che si diceva in quella sala. Fu lui per primo a suggerirmi che al progetto avrei potuto partecipare come Università della Calabria con un team tutto calabrese. Io in realtà non avevo preso in considerazione tale possibilità».

– Come andò a finire?

«Che appena rientrato in Italia, mi misi al lavoro per mettere in piedi il team necessario per partecipare a quel concorso di idee. Inizialmente formammo un unico team con i due dipartimenti di ingegneria DIMES e DIMEG, e poi alla fine nacquero due team distinti, che si occuparono di entità diverse. L’idea di base era appunto quella di simulare un insediamento lunare, e ogni Università coinvolta nel progetto avrebbe dovuto sviluppare un modulo che contribuisse all’intero scenario. C’era insomma chi si occupava di un rover, chi invece doveva occuparsi dell’apparato di comunicazione, magari un satellite, o un sistema sul suolo lunare, chi invece doveva modellare un astronauta, e il suo comportamento all’interno della base. Immaginiamo dunque un insediamento futuribile lunare da costruire di sana pianta, e alle varie Università spettava dunque il compito di immaginare e progettare pezzo per pezzo la costruzione di questo progetto. Cosa che nei fatti accadde da lì a poco. Ogni Università si mise a lavorare su un modulo diverso dagli altri e che fosse utile all’obbiettivo finale. Moduli, badi bene, che si sarebbero dovuti realizzare attraverso delle linee guida e delle strategie che aveva già deciso NASA per la realizzazione di un insediamento lunare-tipo. Parliamo di uno standard che tecnicamente si chiama HLA».

– Quale fu poi il ruolo dell’Unical in questa avventura?

«Già al primo anno di partecipazione noi calabresi ricevemmo vari attestati di stima e consensi generali. L’anno successivo, nel 2015, alla nostra seconda partecipazione, il team che io supervisionavo come docente, perché allora ero già professore associato, ricevette due premi diversi. Il primo premio, per l’eccellenza tecnologica, direttamente assegnatoci dal comitato NASA che gestiva il progetto, e il secondo premio “Wow”, esclamazione di entusiasmo tipica nel linguaggio parlato inglese, da parte di chi poi assistette alla simulazione che noi avevamo presentato».

– Quale era la novità sostanziale della vostra ricerca?

«Noi come Unical avevamo progettato e presentato un approccio che riduceva i tempi di realizzazione e di sviluppo del progetto stesso, e NASA si rese conto della grande utilità della nostra soluzione. Parliamo di tempi di realizzazione che da alcune settimane si riducevano a solo qualche giorno, e questo ha fatto della nostra soluzione e tecnologia un must di quella edizione, utilizzata successivamente da altri team partecipanti al progetto».

– Professore, per favore mi semplifica questo concetto?

«Le missioni spaziali, quali quelle che hanno per oggetto l’esplorazione della luna, devono essere accuratamente pianificate e simulate, soprattutto perché coinvolgono molti partner. Noi abbiamo sviluppato una tecnologia che la NASA ha valutato tra Cape Canaveral e Houston e rispetto ai partecipanti a quel concorso di idee siamo stati segnalati come i migliori in assoluto. E da qui ne è scaturito ufficiale l’invito per me e per Alberto Falcone a ritornare da loro a Houston, e questa volta in forma stabile per almeno un anno, e sviluppare il nostro progetto direttamente sul campo al Centro Spaziale insieme ai ricercatori statunitensi. Immagini la nostra gioia e il senso di orgoglio che ci portavano dentro. Era la prima volta che la NASA ospitava dei ricercatori europei a casa propria per un lavoro così importante e strategico. Poi noi siamo stati assegnati alla divisione Software, Robotics, and Simulation, ma prima di arrivare a Houston è stato necessario ottenere una serie di pass e di autorizzazioni speciali da parte del Governo americano, anche per via del nostro impegno al Centro Spaziale, e che riguardava per certi versi problemi e tematiche care alla privacy di Stato e alla sicurezza nazionale». 

Dopo un periodo di nove mesi trascorso al centro di Houston, il professor Alfredo Garro, tornato al Campus di Arcavacata, ha proseguito con continuità nei successivi cinque anni la collaborazione scientifica con la Nasa assumendo la vicepresidenza del comitato internazionale di standardizzazione che ha portato nel febbraio 2020 alla pubblicazione dello standard SpaceFOM e, poco più di un anno dopo, alla sua adozione ufficiale da parte della NASA nell’ambito del programma Artemis.

– Professore, ma la notizia più importante è un’altra oggi?

«Si è vero. Siamo già stati contattati da importanti aziende italiane ed europee che partecipano al programma Artemis per essere supportate nell’utilizzo della tecnologia scelta dalla NASA che abbiamo contributo a sviluppare, e un primo accordo di collaborazione tra il nostro Dipartimento universitario ed una grande realtà europea del settore Aerospazio è stato firmato allo scopo proprio pochi giorni fa».

Copertina dunque dedicata a lui oggi, nel giorno in cui i bambini di tutto il mondo aspettano che arrivi Babbo Natale, e porti loro nel sacco dei regali uno spicchio di Luna o un regalo da Marte. 

Copertina dedicata alla conquista dello spazio, ai nostri astronauti, e alla magia che 52 anni fa ci regalò Neil Amstrong lasciando la sua prima impronta sul suolo lunare, meravigliosamente commentata in Rai da un indimenticabile Tito Stagno.

Copertina dedicata alla ricerca scientifica, che a quanto pare è possibile fare anche in Calabria, nel posto spesso percepito come il più sperduto del mondo. 

Copertina, infine, dedicata alla storia e alla vita di questo straordinario ricercatore calabrese di cui oggi si parla alla NASA, e che a Huston ha lasciato tracce indelebili del suo passaggio.

46 anni appena compiuti, educato a pane e matematica, cosentino a 360 gradi, nato cresciuto e formatosi a Cosenza, città dove di fatto ha percorso i tratti salienti di gran parte della sua vita privata e anche professionale, sposato con Concetta De Paola, ingegnere anche lei, padre di un figlio, «Antonio, porta il nome di mio padre», una famiglia “molto presente” alle spalle, la mamma Maria storica maestra alla Scuola Elementare di Via Negroni, il padre Antonio professore di matematica, «insegnava ai Corsi di Formazione Post Laurea della Regione Calabria», e un fratello “bocconiano”, Maurizio, «che oggi vive a Londra dopo una laurea brillantissima a Milano e un master in Economia che lo ha poi portato a lavorare per i più grandi gruppi bancari italiani ed europei» 

Una famiglia importante, dunque, sotto il profilo dell’educazione e della formazione iniziale, che ha fortemente condizionato la sua infanzia e quella di suo fratello Maurizio. Ed è in questo clima di letture, libri, enciclopedie e compiti da correggere per tutta casa, «abitavamo in via Lazio», che Alfredo assorbe dal padre la passione per la matematica, e dalla madre l’amore per la letteratura e la logica filosofica. Alla fine del liceo scientifico, la scelta di fare ingegneria all’Università diventa dunque la decisione più scontata e più naturale di questo mondo.

Dopo la maturità scientifica, conseguita con il massimo dei voti nel Luglio 1994 presso il Liceo Scientifico Statale “Enrico Fermi” di Cosenza, Alfredo si iscrive all’Università della Calabria dove per cinque anni – ricordano i suoi vecchi maestri – è stato uno degli studenti migliori di tutto il corso, un vero e proprio numero uno, predestinato a far parlare di sé e soprattutto già proiettato verso traguardi professionali di grande respiro internazionale.

«Ho scelto ingegneria informatica, perché sapevo che era il futuro, e che avrebbe rappresentato una scelta vincente per gli anni che sarebbero venuti dopo, e quindi per la mia vita. Io già da ragazzo sentivo che il mondo informatico avrebbe riempito il resto della mia esistenza. Poi nei fatti è stato così».

Predestinato, dunque, a diventare da grande un numero uno. Ma già alle scuole elementari Alfredo dimostra di essere “molto più avanti degli altri”, e a lamentarsi di lui con “mamma Maria” saranno le colleghe di istituto.

«La sera a casa vedevo in TV insieme a mio padre e a mio fratello Maurizio, le varie puntate di Quark, il famoso programma di informazione scientifica di Piero Angela che era appena partito in quegli anni, e ricordo che in un paio di quelle puntate iniziali Angela aveva raccontato le galassie, e aveva spiegato i tanti misteri dell’universo. La cosa mi aveva letteralmente affascinato, e mi aveva preso così tanto che l’indomani a scuola, davanti ai miei compagni di classe, bombardai la mia insegnante di domande legate alla puntata che avevo visto la sera prima a casa mia. Quante sono le galassie? Quanto distano da noi? Come si fa a distinguerle? La maestra naturalmente non capì il senso delle mie domande e il giorno dopo avvertì mia madre di questo “figlio che era a caccia di risposte complesse e non facile da dargli”. Ma da allora io non ho mai più smesso di pensare all’universo, al sistema fantastico dei satelliti, e a tutto quello che circolava per il cielo. Non solo, ma da bambino sognavo di poter lavorare per la NASA e magari di poter fare da grande l’astronauta. In realtà da grande ho fatto e faccio ben altro, ma la cosa di cui oggi sono davvero fiero è che gli astronauti alla fine li ho visti davvero da vicino, li ho conosciuti personalmente a Houston e Cape Canaveral, ho visto come si preparano ad affrontare il loro viaggio verso l’ignoto, e nel mio lavoro oggi contribuisco a progettare e costruire moduli in cui ognuno di loro in futuro potrebbe vivere o viaggiare. Per mesi ho vissuto alla NASA passando ogni giorno davanti ai moduli del Programma Apollo, o davanti al Centro Controllo Missione di Huston che per anni avevo visto solo in televisione da casa mia, e a lavorare con le menti più brillanti della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica nel mondo, perché alla NASA di questo si parla e di questo si tratta. Tutto questo è bellissimo, mi creda».

Alfredo Garro è un fiume in piena, gli chiedi una cosa e parte da lontano, il suo racconto è ricco di dettagli, di riferimenti precisi, ha una memoria di ferro e lo cogli con mano negli anni che ricostruisce, tassello dopo tassello, dei suoi trascorsi universitari ricorda il nome di tutti i suoi insegnanti, dei suoi compagni di corso, degli addetti ai laboratori, una vera e propria macchina da guerra, un mostro informatico dai lineamenti accattivanti e cortesi, ma con un grande cuore dentro, capace di convincerti che il mondo è pieno di favole e di menestrelli felici, ma soprattutto con un senso dell’appartenenza verso il Campus che lo ha visto crescere davvero invidiabile e assolutamente raro.

«Credo che l’Università della Calabria oggi non abbia nulla da invidiare ad altri Campus universitari italiani o europei. Abbiamo energie, uomini, strutture e laboratori in grado di competere con i grandi centri di ricerca internazionali. Dobbiamo solo convincerci di questo, e dobbiamo investire sempre di più sui nostri ricercatori più capaci. Mi creda ne abbiamo tantissimi. I miei corsi sono pieni di ragazzi in gamba, che sono in grado di fare cose che noi alla loro età non avremmo mai saputo fare, ma quello che li blocca forse è l’indolenza che forse la nostra generazione non ha conosciuto. A differenza di noi loro sono più fatalisti. Per noi invece arrivare in alto era fondamentale, perché allora si studiava per diventare migliori, non per fare i gregari. Forse i giovani di oggi sono troppo invasi e distratti da mille messaggi inutili o superficiali, e rischiano di perdere la visione globale del proprio futuro. Moltissimi di loro sprecano i loro talenti sommersi da mille sollecitazioni e informazioni confuse. Ma il Campus di Arcavacata, mi creda, è tra i migliori d’Italia e in futuro sarà ancora più competitivo e più attrezzato di quello che oggi appare sotto gli occhi di tutti».

– Professore non crede sia un tantino esagerato questo suo ottimismo in questa fase così delicata per la vita dell’Università?

«Assolutamente no. Lei provi a immaginare una Calabria senza la nostra Università, e provi a immaginare cosa sarebbe oggi la città di Cosenza, e anche quella di Rende, senza il nostro Ateneo. Sarebbe la morte spirituale e reale di intere generazioni di ragazzi calabresi che oggi invece frequentano felicemente i nostri corsi e le nostre aule e da cui dipenderà il futuro reale di questa regione. Costretti altrimenti ad emigrare giovanissimi in cerca di atenei diversi e lontani da casa propria. Guai a dimenticare la grande visione dei padri fondatori della nostra Università, e qui penso al primo rettore dell’Ateneo, Beniamino Andreatta. Era stato il primo a immaginare il ruolo strategico del nostro Campus universitario nella dinamica generale della crescita sociale della Calabria, ed era stato il primo a parlare dei grandi successi che l’Ateneo avrebbe prima o poi raggiunto. Noi tutti oggi siamo il risultato concreto di quella sua visione e di quella sua intuizione politica. Ricordo che il professore Andreatta in ogni suo discorso non faceva altro che ricordare quale fosse il ruolo reale del Campus, e secondo lui sarebbe stato uno strumento di crescita dell’intero sviluppo regionale. Sembrava un visionario, ma lui aveva visto il futuro meglio di chiunque altro. Oggi, 50 anni dopo c’è qui una Università che sta ottenendo risultati eccellenti e riscontri di valore internazionale in termini di qualità davvero impensabili e inimmaginabili che arricchiscono il territorio. Questo è il vero dato storico con cui dobbiamo fare i conti”.

Per il suo valore professionale e la qualità altissima delle sue ricerche oggi Alfredo Garro è membro dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica “Francesco Severi”, e per chi frequenta questo mondo della matematica sa che siamo ai massimi livelli europei.

Ma partiamo dall’inizio.

Siamo nel 2000, quando Alfredo si laurea in Ingegneria Informatica all’Università della Calabria con il massimo dei voti e una Tesi svolta presso il Centro Studi Laboratori Telecomunicazioni del gruppo Telecom Italia di Torino su un tema di grande interesse scientifico, Progetto e sviluppo di un sistema real-time interattivo per teleformazione su reti IP, relatori il Prof. Domenico Saccà, l’Ing. Mario Cannataro (ISICNR), e la Dottoressa Stefania Lisa (CSELT S.p.A.). A questo punto vince senza colpo ferire il suo primo Dottorato di Ricerca in Ingegneria dei Sistemi ed Informatica, con risultati anche qui a dir poco strabilianti per uno studente che non si era mai mosso da casa e che non aveva ancora mai lasciato l’Italia.

Oggi Alfredo Garro è Professore Associato di Sistemi di Elaborazione presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica, Modellistica, Elettronica e Sistemistica (DIMES) dell’Università della Calabria, e Presidente di Associazione Italiana di Systems Engineering (AISE) – Chapter “Italia”, dell’International Council on Systems Engineering (INCOSE), dopo esserne stato Vice Presidente nel biennio 2018-2019 e Direttore Tecnico nel biennio 2016-2017.

– Professore qual è il ricordo più intenso che ha della sua vita accademica?

«Se c’è una cosa che mi porterò per sempre dentro il cuore è l’incontro con il Presidente Sergio Mattarella a Houston, quando il Presidente venne in visita al Johnson Space Center. Era il 12 febbraio del 2016 e il Presidente volle incontrare gli astronauti che allora si preparavano alle loro rispettive missioni e con gli astronauti volle incontrare e conoscere anche i ricercatori italiani che in quel momento erano impegnati al centro di Houston. Ricordo con commozione l’incontro che il Presidente ebbe con i nostri astronauti Luca Parmitano, Paolo Nespoli, Samantha Cristoforetti, Roberto Vittori, Walter Villadei e l’italo-americano di origini calabresi Mario Runco. E quando ci fu detto che il Capo dello Stato ci teneva a salutare gli italiani che in quel momento lavorano al Centro NASA ci siamo ritrovati in sei davanti al Presidente, ma gli unici due che lavorano per conto della NASA in realtà eravamo io e il mio compagno di lavoro Alberto Falcone. Gli altri erano al Centro Spaziale per conto delle varie agenzie internazionali e grandi aziende. Indimenticabile, esperienza davvero indimenticabile».

– Professore ma non fu quello il suo unico incontro con il Presidente della Repubblica?

«Si è vero, ho poi ritrovato il Presidente Mattarella in Calabria, quando l’anno successivo venne al Campus di Arcavacata per inaugurare l’Anno Accademico, e ricordo che in quella occasione mi avvicinai per salutarlo e gli dissi “Presidente si ricorda di me? Ci siamo già visti un anno fa a Houston”. Lui si ricordava perfettamente tutto, anche la nostra chiacchierata al Centro Spaziale sullo stato dei ricercatori italiani all’estero, e in questa seconda occasione mi ripeté il grazie che mi aveva già rivolto a Houston. “Grazie per quello che ognuno di voi rappresenta all’estero in nome dell’Italia, confrontandosi a pieno titolo con i massimi ricercatori stranieri. Tutto questo, mi disse Mattarella ancora una volta ad Arcavacata, fa bene al Paese”. Io provai allora a ricordargli che in Italia la ricerca scientifica ha ancora molta strada da percorrere, va adeguatamente finanziata e supportata dallo Stato centrale, e lui senza peli sulla lingua mi rispose che se ne sarebbe fatto carico “anche se lei sa – mi disse – che il Presidente della Repubblica in questo Paese può sollecitare alcuni provvedimenti, ma poi deve essere il Governo a farli propri e a realizzarli”. E ricordo anche con altrettanta emozione la serata di gala che il Console Italiano a Houston organizzò in nostro onore. Il Console allora era una donna molto capace, Elena Sgarbi, e anche in quella occasione ci fu detto “grazie” a nome del Paese per il lavoro che stavano facendo per conto dell’Italia. Sono queste le cose che poi contano di più e che ti porterai dentro per il resto della vita» 

Ad ottobre del 2016 partecipa al Training Programme presso il CERN di Ginevra, che lui ricorda come un «grande privilegio personale» essendo tra i primi dieci Ingegneri Italiani appositamente selezionati dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri su 539 candidati. Ma in questi settori così altamente specialistici la qualità paga sempre.

Ancora prima, però da Settembre del 1999 a Settembre del 2001 Alfredo era stato Ricercatore presso il CSELT di Torino, e dal 2001 al 2005 ha collaborato invece con l’Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni (ICAR) del Consiglio Nazionale della Ricerca (CNR), mentre da Gennaio 2005 a Dicembre 2011, era stato anche Ricercatore di Sistemi di Elaborazione presso il Dipartimento di Ingegneria Elettronica, Informatica e Sistemistica (DEIS) dell’Università della Calabria. 

Insomma, un percorso professionale da primo della classe, sempre comunque e dovunque.

Autore di oltre 100 pubblicazioni su riviste internazionali, e protagonista di decine di conferenze, il giovane ricercatore calabrese vanta anche una lunga serie di collaborazioni scientifiche nazionali ed internazionali avviate con il NASA Johnson Space Center (Houston, TX), e proseguite poi con l’Università tecnica di Darmstadt (Germany); l’Università di Brunel (London, UK), L’Università di Linköping (Sweden),“Programming Environment Laboratory”; l’Università di Stoccarda (Germany), “Institute of Statics and Dynamics of Aerospace Structures”; l’Università di Liverpool (UK); l’ICAR-CNR , “Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni” del CNR; il Dipartimento di Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale del Politecnico di Torino; il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, delle Infrastrutture e dell’Energia Sostenibile dell’Università di Reggio Calabria; il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università degli Studi di Parma; il Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino; il Dipartimento di Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria dell’Università di Bologna; il Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Energetica, Gestionale e dei Trasporti dell’Università di Genova; e infine  il Dipartimento di Ingegneria dell’Impresa dell’Università di Roma – Tor Vergata.

– Professore c’è uno slogan che oggi può meglio condensare la sua vita e il suo successo personale?

«Non uno slogan, ma un concetto che considero fondamentale certamente si, c’è. Ai miei studenti la prima cosa che cerco di insegnare e di instillare nelle loro intelligenze è questa: “Non bisogna mai sognare il possibile. Bisogna invece sognare l’impossibile”. Perché se io mi pongo un obiettivo, la differenza qual è? Non deve essere utopia, deve essere speranza. Un sacerdote che mi è molto caro, don Giacomo Tuoto, perché ho con lui un rapporto speciale, mi dice sempre “Alfredo, sai quale è la differenza tra speranza e utopia? L’utopia è sognare una vigna florida. La speranza è piantare un vitigno e sognare una vigna florida”. È bello sognare qualcosa, ma bisogna anche avere la pazienza di piantare il vitigno perché quel sogno si realizzi. Altrimenti è pura utopia, e il sogno rimane irrealizzabile. Sognare dunque l’impossibile ma con un’ottica di speranza, non di utopia. È questo il vero segreto del successo di un uomo. Qualunque cosa egli faccia. L’importante è avere degli obbiettivi chiari e precisi da perseguire, evitando di distrarsi, ma dedicandosi e impegnandosi con costanza per realizzare poi i propri sogni».

Nel 2014 Alfredo Garro fonda il Laboratorio di Ricerca Dipartimentale System Modeling and Simulation Hub (SMASH Lab) di cui è attualmente responsabile, una vera eccellenza del settore.

– Professore, di cosa si tratta in realtà?

«Lo SMASH Lab svolge attività di ricerca finalizzata alla definizione, sviluppo, sperimentazione e diffusione di modelli formali e metodi quantitativi per la modellazione e simulazione di sistemi ingegneristici complessi, e la valutazione delle loro prestazioni. Il Laboratorio offre, inoltre, supporto all’attività di didattica erogata su tali tematiche. Le attività dello SMASH Lab sono condotte e supportate dalla partecipazione a progetti di ricerca di livello nazionale ed internazionale e si focalizzano, attualmente, sulla rappresentazione virtuale di sistemi cyber-fisici al fine di supportarne l’intero ciclo di vita, dalla concezione ed analisi, alla progettazione, operatività e dismissione: il paradigma di riferimento è quello del Digital Twin, ossia un “gemello digitale”, fedele riproduzione di un sistema ingegneristico reale».

– Chi ci lavora oggi?

«Allo SMASH Lab afferiscono professori, ricercatori e personale tecnico-amministrativo del Dipartimento di Ingegneria Informatica Modellistica Elettronica e Sistematica (DIMES) dell’Unical. Una squadra meravigliosa, mi creda».

Non finisce qui. Alfredo Garro è stato anche Coordinatore Nazionale per l’Italia e membro dell’Executive Committee del “Progetto Europeo ITEA2 MODRIO”, “Model Driven Physical Systems Operation”, e oggi è membro del Laboratorio Nazionale di Cyber Security del CINI, il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica, e del Distretto Tecnologico di Cyber Security (DCS). E infine troviamo il suo nome e il suo curriculum anche come Senior Member dell’IEEE, l’Institute of Electrical and Electronic Engineers, e come membro delle seguenti Società, la IEEE Computer Society, la IEEE Reliability Society, la IEEE Aerospace and Electronic Systems Society.

– Professore mi fa un esempio di innovazione tecnologica che sia da ritenersi oggi all’avanguardia in Calabria?

«Noi oggi abbiamo in Calabria una serie di esperienze importanti e di assoluta eccellenza che operano nel settore delle ICT. Pensi per esempio al polo di ricerca di NTT Data che ha tre poli in tutto il mondo, Palo Alto in California, Tokio, la casa madre in Giappone, e poi il terzo polo qui in Calabria a Rende, appena a ridosso dell’Unical. Parliamo di una realtà industriale che oggi impiega a Rende oltre duecento ingegneri, forse anche duecentocinquanta, gran parte dei quali laureati tutti da noi e quasi tutti calabresi. Il 92 per cento di loro sono cresciuti praticamente nel nostro Campus nei corsi di laurea in ingegneria. E poi parliamo di un polo di ricerca internazionale che lavora e si confronta ogni giorno con le dinamiche degli altri poli satellite di Palo Alto e Tokio. Ma chi l’avrebbe mai immaginata appena 20 anni fa una realtà come questa? Un centro di ricerca puro, non di semplice gestione commerciale e per la storia di questa regione è davvero un tuffo nel futuro. Qui parliamo senza ombra di smentita di innovazione pura e di strategia industriale che non ha pari al mondo. Pensi anche che tra Palo Alto, Tokio e Rende hanno cicli di lavoro sulle 24 ore giornaliere perché riescono a coprire tutte e tre le macro-zone di fuso orario, e questo in termini reali vuol dire produrre innovazione da immettere poi sul mercato internazionale. Ecco allora che comunicare questi risultati diventa fondamentale per tutti, soprattutto per il territorio, perché queste informazioni, che non tutti sempre conoscono, sono utilissime per spiegare quanto l’Università abbia dato e continui a dare giorno per giorno al territorio su cui è sorta e sviluppata, superando così una sorta di diffidenza reciproca che spesso il territorio ha alimentano nei confronti del nostro Campus universitario».

– Posso chiederle a chi sente oggi di dover dedicare il suo lavoro e il suo successo?

«Certamente sì. Non avrei potuto svolgere alcuna attività di ricerca e raggiungere alcun risultato senza il supporto della mia famiglia di origine, di quella nata dall’unione con mia moglie Concetta, e di tutti coloro, parenti, amici e colleghi, che mi hanno sostenuto e supportato nel mio percorso. Le sembrerà scontato ma la mia prima dedica non può non andare che a loro. Chi si impegna nella ricerca lo fa però con lo scopo di far progredire con il proprio lavoro l’umanità stessa nel cammino che ha intrapreso “per seguir virtute e canoscenza”, tutto ciò che noi facciamo è quindi, in ultima analisi, dedicato all’Uomo inteso come frammento e specchio dell’intero Creato. La ricerca è impegno costante che non comporta “rinunce” ma direi “scelte consapevoli” che richiedono sacrificio, impegno e dedizione; scelte ripagate, tuttavia, dall’enorme gioia che si prova quando si ottiene qualcosa che ci sopravvive e diventa parte della storia della nostra Specie: questo, credo, sia ciò che ogni ricercatore profondamente sogna».

– E il sogno segreto che c’è ancora invece nel cassetto di Alfredo qual è?

«Non sorrida per favore, ma il mio cassetto non contiene un solo sogno. Contiene invece ancora un intero libro di sogni, e guai se tutte le pagine fossero già state strappate, ce ne sono ancora tante, e di nuove se ne aggiungono di continuo. Per restare in tema, alcune volte mi piace chiudere gli occhi e sognare di poter un giorno passeggiare con mio figlio Antonio sulla Luna, guardare verso la Terra, la nostra casa nel cosmo, vederla così meravigliosamente bella ma anche così fragile. Gli racconterei della riflessione che fece il grande astronomo Carl Sagan quando nei primi anni Novanta chiese alla Nasa di scattare un’immagine della Terra vista dalla sonda Voyager 1, che allora si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza dal nostro Pianeta: “La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora. Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere questo pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto».

Buon Viaggio allora professore.  (pn)

Gianni Versace, il reggino più famoso al mondo

di PINO NANO – Gianni Versace nasce a Reggio Calabria il 2 dicembre del 1946. Oggi avrebbe compiuto i suoi primi 75 anni. Se non fosse morto prematuramente, e fosse invece ancora tra di noi, non avremmo pensato due volte a dedicargli una delle nostre copertine. Ma l’altra sera Santo Strati mi sveglia e mi chiede un pezzo sul famoso stilista reggino. “Pino, ma perché non gli dedichiamo una delle nostre cover? È vero, lui non c’è più, ma la sua storia personale è ormai nei fatti il vero grande Molok della moda in tutto il mondo”. 

Una favola moderna quella di Gianni Versace, e del suo impero, della sua infanzia e della sua famiglia, Gianni Santo e Donatella, testimoni del nostro tempo in tutti i sensi possibili e immaginabili, ma soprattutto testimoni autentici e dichiarati di una “Calabritudine” senza tempo e senza confini spaziali. 

La loro è una favola bellissima, che alla fine si trasforma in tragedia, quasi una sceneggiatura cinematografica perfetta, attentamente studiata e costruita a tavolino per emozionare, coinvolgere, avvolgere, appassionare, e impazzire. Dentro questa storia c’è proprio tutto, la vita, la morte, la speranza di un mondo migliore, la costruzione di un progetto a prima vista impossibile, i sogni di intere generazioni di stilisti italiani, la crisi economica del Paese, la rinascita italiana, l’affermazione del made in Italy, e poi ancora la tradizione, il rispetto, l’onore, e l’innovazione di una terra come la nostra, la Calabria, dove tutto scorre molto lentamente e anni luce dagli algoritmi delle nano tecnologie. Illusioni, delusioni, malinconie, solitudini, lutti e resurrezioni, riscatti e rancori, rabbia e dolore, fatica e successo, amore e odio, amicizia e legami familiari indissolubili e atavici. 

Gianni Versace, e la sua dinastia, è tutto questo, ed altro ancora.

L’uomo sembrava imbattibile, invincibile, inossidabile, quasi immortale, attorniato sempre da donne bellissime, top model che hanno segnato la vita di quasi un secolo, donne che lui guardava e trattava con un garbo estremo, quasi con soggezione, perché le considerava creature leggiadre e ideali per dare corpo vita ai suoi tessuti e ai suoi abiti di alta moda più belli. Donne da amare in passerella, donne da difendere, donne da rispettare, donne da preservare, donne del cuore. Era questa la sua filosofia più intima. 

Donne come sinonimo di purezza e di bellezza insieme. 

Gianni Versace dunque e le donne, un legame fortissimo, indissolubile, quasi magico, ma lo era perché tutta la sua vita in realtà era stata fortemente condizionata dalle tre “femmine” di casa Versace.

«Le mie tre donne di riferimento – diceva – erano mia madre, perché, al di là di qualche incomprensione legata al fatto che ogni madre è gelosa del proprio figlio, è stata la mia maestra. Mia madre mi ha aiutato a capire la moda. Poi mia sorella Donatella, perché mi dà un formidabile aiuto ad andare avanti, insieme a suo marito, Paul Beck. Infine, la loro bambina, Allegra. Allegra di nome e di fatto, perché in lei, nel suo senso estetico già sviluppatissimo, intravedo fin da ora il futuro». 

Gianni e le donne di casa, dunque. Gianni e sua madre, soprattutto.

«Mia madre, nata a Reggio Calabria nel 1920 – racconta suo fratello Santo Versace in una intervista rilasciata nel 2006 a BusinessPeople – voleva fare il medico, ma nel 1930, dopo aver conseguito la licenza elementare, mio nonno le disse: «Cara Francesca, basta andare a scuola, perché nella scuola ci sono gli uomini e non è un luogo per bene. Adesso vai a imparare un mestiere». E lei si scelse quello di sarta, andando a bottega dalla “parigina”, che era una sarta che aveva lavorato a Parigi. Prima della Seconda guerra mondiale aprì il suo primo negozio. Gianni nacque nel 1946, io sono del ’44, Donatella del ’55, Tinuccia, morta a dieci anni, del ’43. Vivevamo in via dei Muratori a Reggio Calabria dove c’era il laboratorio della mamma. Sembra un destino segnato: se mio nonno avesse mandato mia madre a scuola forse Gianni non sarebbe diventato un genio della moda. Tutta colpa, anzi tutto merito del nonno! Gianni ha da sempre respirato quest’aria, mentre io respiravo quella di mio padre, commerciante e atleta di valore: ciclista e corridore con diverse vittorie all’attivo ma anche calciatore nella Reggina in serie C».

Era questo il mondo vero di Gianni Versace, il suo “piccolo mondo antico” che lui custodirà nel suo corpo per tutto il resto della sua vita.

«Nostra madre – ha ricordato la sorella Donatella a Silvia Nucini di Vanity Fair – era una donna che veniva da una famiglia povera. Aveva sposato un uomo ricco ma si è data talmente da fare che, grazie alla sua sartoria, è diventata più ricca e più importante di lui. Ogni matrimonio da Roma in giù era suo. Faceva l’abito alla sposa, e a tutte le altre invitate. Così, di matrimonio in matrimonio, ha iniziato ad aprire boutique, a girare per comprare i tessuti, è diventata anche amica di Karl Lagerfeld. Ricordo però che tutte le mamme dei miei amici li accompagnavano a scuola, e lei non c’era mai. Mi mancava. E anche se era una donna calabrese dell’inizio del Novecento, mi diceva sempre: non pensare al matrimonio. Perché se credi che un marito ti possa risolvere la vita, hai sbagliato tutto. Ma questo mi ha reso una donna caparbia, e ha reso forti tutti noi».

Ai suoi amici più cari Gianni non faceva altro che ripetere quello che poi diventerà il suo slogan più eccentrico e forse anche più romantico.

«Non sono mai caduto – diceva – Ho sempre volato». 

E così poi è stato. 

Ma aggiungeva: «Io non sono un disegnatore di moda. Sono soltanto un sarto. È questo il mio vero mestiere. I vestiti li so tagliare e cucire, cosa questa che non tutti però sanno fare».

È suo padre Antonio a regalargli il suo primo biglietto di ingresso a teatro della sua vita. Gianni è ancora un bambino, ma i colori del Cilea di Reggio Calabria colpiscono la sua immaginazione e la sua fantasia.

“Insieme padre e figlio – ricostruisce Esquire, la rivista maschile statunitense, fondata da David A. Smart e Arnold Gingrich nel 1933 – vanno a vedere Un ballo in maschera al Teatro Cilea, e sebbene Gianni sia ancora troppo piccolo per apprezzarne il contenuto, rimane affascinato dal contorno, dalle poltrone rosse, dalle signore eleganti, dai costumi colorati e maestosi. Tornato a casa raccoglie ritagli di tessuto e realizza dei burattini che fa muovere nel teatro della sua fantasia. Una immagine destinata a diventare realtà nel 1982 durante la stagione di balletto del Teatro alla Scala a Milano, quando accetta di disegnare i costumi per Josephslegende di Richard Strauss, la scenografia curata da Luigi Veronesi». 

Reggio fortissimamente Reggio, insomma. Reggio Calabria, la città che Gianni Versace ha amato per tutto il resto della sua vita, nonostante poi si sia trasferito prima a Milano e poi in America, lui cittadino del mondo, ma apolide dovunque, con la sua Reggio nel cuore…

«Nel 1959-60 convinse mia madre a vendere anche gli abiti confezionati, oltre a quelli su misura. A neanche 14 anni – ricorda Santo – aveva già capito che si andava verso quel tipo di consumi. Insieme al talento di stilista dimostrava di avere anche il senso del mercato. Poco dopo la convinse ad aprire il negozio che c’èra in via Tommaso Gulli. Cominciò a farsi conoscere nell’ambiente. Un produttore di Martinafranca, in Puglia, capì subito che Gianni aveva talento e cominciò a commissionargli alcuni abiti. A quell’epoca i produttori erano pochi e si conoscevano tutti tra loro, perché era un’industria che stava nascendo. Negli anni ’60 Renato Balestra mandava a Gianni gli schizzi delle nuove collezioni e si confrontava con lui, un rapporto più di amicizia che di lavoro». 

Il mondo “fantastico” di Gianni Versace era tutto quello che in realtà ruotava attorno a lui. Sembrava, il suo, un mondo quasi irraggiungibile, un satellite senza meta, che avevo perso la sua traiettoria inziale, un’isola abitata da vip, nomi altisonanti, grandi titoli sui giornali, mega show, rassegne internazionali di ogni tipo, concerti, interviste, teatri sempre pieni, eleganza, glamour, suggestioni mediatiche di ogni genere, e soprattutto grandi artisti estrosi e geniali eternamente per casa, come solo lui sapeva circondarsi. 

La sua vita è stata attraversata e percorsa dai ritratti e dai manifesti dei grandi fotografi di tutti i tempi. Da Richard Avedon a Helmut Newton, da Irving Penn a Bruce Weber, da Herb Ritts a Doug Ordway, a Steven Meisel. Ma anche dalle top model più famose del mondo. Erano gli anni delle Fab Four, da Linda Evangelista a Naomi Campbell, da Claudia Schiffer a Christy Turlington, da Carla Bruni a Stephanie Seymour, da Cindy Crawford ad Helena Christensen, da Yasmeen Ghaur a Karen Mulder a Nadja Auermann.

«Quando hanno incominciato a posare per noi- raccontava spesso Gianni Versace – erano solo delle ragazzine. Christy Turlington, per esempio, una sera mi chiese, “Posso portare con me un’amica?”. Quell’amica era la giovanissima Naomi Campbell».

“L’imperatore dei sogni”, titolò il New Yorker pochi giorni dopo la sua morte. 

«Gianni – ricorda suo fratello Santo –  era davvero venerato come un imperatore. Ogni angolo del mondo lo ha pianto perché lui ha rivoluzionato il modo di pensare la moda. Era un artista a tutto tondo, e non solo uno stilista. Ha disegnato abiti per il teatro, per l’opera, era questa la sua autentica passione. E poi c’era la casa. La “home collection”, perché chi compra Versace ne deve restare avvolto. Ci si deve svegliare, deve viverne lo stile, lo deve respirare, ne deve acquisire il modo di pensare. Questo ci ripeteva Gianni continuamente. Mi diceva sempre anche sorridendo: “‘Non preoccuparti io continuerò a disegnare stracci”. Ma lui è sempre stato oltre, avanti. D’altronde è così che il suo talento ha trovato la luce: Era troppo luminoso per non venire fuori».

Successi dopo successi, trionfi dopo trionfi, Versace diventa un must in tutto il mondo. Dovunque e comunque si parla di lui e dei suoi colori sgargianti, delle sue figure mitologiche, delle sue meduse, dei suoi tessuti, dei suoi abiti d’alta moda, della sua raffinatissima e  sfrontata genialità nel vestire sia donne che uomini. 

A dicembre del 1997 viene inaugurata al Metropolitan Museum of Art di New York la “Grande Esposizione Gianni Versace” e fu un trionfo planetario. Nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo. L’esposizione, curata da Richard Martin, è la prima vera retrospettiva dedicata alla carriera dello stilista italiano dopo la sua morte, in mostra ci sono oltre cinquanta abiti tratti dalle sue collezioni più sofisticate e dalle sue continue collaborazioni teatrali. 

Alla serata inaugurale – riferisce la stampa newyorkese – partecipano quasi tremila persone. Molti intervengono per salutare lo stilista calabrese e per tessere le sue lodi, indimenticabili e superbe le testimonianze di Anna Wintour, celeberrima direttrice di Vogue America, quella di Franca Sozzani direttrice di Vogue Italia, dello stilista Karl Lagerfeld, del grande coreografo francese Maurice Béjart, dei suoi amici cantanti Elton John, Sting e la moglie di Sting, Trudie Styler, di Cher, e infine delle sue top model preferite, Naomi Campbell, Eva Herzigova e Valeria Mazza. 

L’anno successivo, nel giugno del 1998 viene inaugurata in Italia, a Como, la mostra “Gianni Versace, La reinvenzione della materia”, rassegna imponente sotto tutti i profili, divisa in due sedi separate, Villa Olmo e la Fondazione Ratti. Nella prima sede, a Villa Olmo, vengono esposti 120 abiti di tutta la carriera dello stilista, “illustrati” ed esposti – ricorda Santo Versace – in un percorso espositivo che raggruppava le creazioni in modo tematico e non cronologico.

Dall’altra parte invece, nella prestigiosissima Sede della Fondazione Ratti, vengono esposti, sempre in un percorso diviso per temi, alcuni dei materiali e dei tessuti che lo stilista utilizzava per le sue creazioni. Per la prima volta questi “materiali” che Gianni usava sin da ragazzo vengono qui affiancati dalle immagini delle campagne pubblicitarie e dei cataloghi degli abiti poi realizzati e che hanno raccontato il mito-Versace in tutti i continenti.

Ma fu tale il successo di questa nuova rassegna a lui dedicata che venne poi replicata nel 1999 al Museum of Modern Art di Miami, diventato oggi uno dei tempi sacri dell’arte moderna in tutto il mondo.

Sono i corsi e ricorsi della storia.

I suoi idoli preferiti erano i grandi maestri della pittura contemporanea, da Picasso a Kandinsky, ma anche della composizione e dell’allestimento, da Bob Wilson a Erté, da Pierre Le Pautre a Jean Bérain, la stessa architettura di Petitot lo avvolgeva e lo affascinava. Fino ai grandi maestri della canzone e della musica internazionale, da Elton John a Eric Clapton, a Sting.

L’amore tra Gianni Versace e Elton John, in particolare, amore che andava inteso esclusivamente come ammirazione viscerale dell’uno vero l’altro, nasce per caso, sull’orlo quasi di un incidente diplomatico che Elton John ricorda ogni qual volta gli si chiede di Versace.

«Una domenica a Woodside, depresso e strafatto, scrissi un brano strumentale che rifletteva il mio umore, cantandoci sopra un unico verso: ‘Life isn’t everything’, “La vita non è tutto”. L’indomani mattina seppi che un ragazzo di nome Guy Burchett che lavorava per la Rocket (la casa discografica di proprietà di Elton, ora chiusa) era morto in un incidente di moto quasi nello stesso momento in cui stavo scrivendo il brano. Decisi di intitolarlo “Song For Guy”, “Canzone per un ragazzo”. Non avevo mai composto nulla di simile: la mia casa discografica americana si rifiutò di pubblicarlo come singolo – mandandomi su tutte le furie –, ma in Europa fu una hit clamorosa. Anni dopo, quando conobbi Gianni Versace, mi disse che era la sua preferita fra le mie canzoni. Non faceva che ripetermi quanto la trovava straordinariamente coraggiosa. Secondo me esagerava un po’. Era insolita, certo, ma non l’avrei mai definita ‘coraggiosa’. Poco dopo scoprii invece che Gianni aveva capito male il titolo, “Song for a Gay”, “Canzone per un gay”».

Gli anni passano e Versace diventa sempre più famoso. Il suo nome diventa simbolo di una Italia che rinasce, e il suo marchio soprattutto diventa l’immagine forse più patinata ed esclusiva di un mondo, che è quello della moda italiana, e che grazie a lui non aveva eguali al mondo. Sono gli anni della Milano-bene, della Milano-internazionale, gli anni della grandi sfilate, dell’alta moda, del Made in Italy che conquista il mondo, gli anni in cui accanto a Gianni Versace crescono e diventano famosi ragazzi che come lui avevano incominciato dal basso, come Mariuccia Mandelli, Ottavio Missoni, Gianfranco Ferré, Laura Biagiotti, lo stesso grande grande Giorgio Armani. 

È quello che Gianni Versace chiamava il “Nuovo Grande Rinascimento Italiano”.

Indimenticabile una foto in bianco e nero di Claudio Luffoli, per AP Foto, che ritrae un Gianni Versace ancora giovanissimo, la barba incolta e nerissima, insieme agli stilisti Giorgio Armani, Valentino, Krizia e Gianfranco Ferré ricevuti al Quirinale dal presidente Francesco Cossiga, che consegnò ad ognuno di loro i massimi riconoscimenti istituzionali per il loro lavoro e il loro ruolo nel mondo dell’alta moda. Era esattamente il 24 gennaio 1986.

Gianni for ever, Gianni meravigliosamente Gianni, Gianni eternamente Gianni. La commozione di Santo nel ricordare il fratello scomparso è palpabile e immediata quanto mai.

«Nel ’78, io e Gianni, fondiamo, con Claudio Luti, la Maison Gianni Versace. Il 28 marzo 1978, Gianni presenta la prima collezione firmata con il suo nome e nasce un’icona alla prima sfilata al palazzo della Permanente di Milano, e il logo del brand. Una Medusa, che attira immediatamente il pubblico di tutto il mondo. Così mi trasferisco definitivamente a Milano. Anni pazzeschi, di lavoro e di dedizione assoluta al servizio della estrosità e del genio che albergava nel corpo di Gianni. Pensa che aveva vinto anche il cancro nel ‘94, e si sentiva invincibile. Nei prossimi anni, mi ripeteva in continuazione, finalmente ci divertiamo. Oggi mi manca lui, mi manca il suo genio. Ma Gianni manca alla moda, all’Italia. Manca a tutto il mondo».

Non a caso forse, ormai famoso amato ammirato e invidiato in tutto il mondo Versace “si diverte” investendo il suo immenso patrimonio in opere d’arte, e il collezionismo – racconta in una lunga intervista allo scrittore Mario Biondi – diventa la sua vera mission.

«Quando si guadagna molto, è facile che venga la tentazione di comperare, che so, un aereo o una grande barca. Io i soldi per cose del genere non li ho, ma in ogni caso penso sia meglio circondarsi di oggetti belli. Sculture romane, vasi etruschi, mappamondi., opere di orientalisti, lucerne d’argento. Mi diverto di più. E ora sto chiudendo il ciclo. Sto arrivando all’arte moderna. Sto facendo una collezione di opere di arte contemporanea realizzate su commissione per la Fondazione Versace. Opere di Pistoletto, Palladino, Cucchi, Warhol, Boetti, Santomaso, Schifano, Clemente, Arnaldo Pomodoro. Ciascuno di essi ha fatto un’opera idealmente o materialmente collegata con il mio lavoro. Di Pomodoro, per esempio, ho comperato alcune sculture realizzate per un lavoro che abbiamo fatto insieme in teatro. Palladino ha dipinto due mie ideali camere, quella da giorno e quella da notte, con dentro tutti i simboli che sa che amo. E così via. Io sono convinto che stia per presentarsi un nuovo rinascimento italiano. E perché ciò avvenga, deve rinascere il mecenatismo. Chi ha, deve mettersi a disposizione dell’arte. Dal canto mio, faccio quello che posso».

Tutte le sue case, almeno le tre case principali che Gianni Versace aveva e dove viveva regolarmente, tra Milano e Miami, erano diventate suo malgrado un meraviglioso museo d’arte moderna, e quando Mario Biondi lo va a trovare e trova la sua casa di Milano invasa di mappamondi rimane di sasso, ma Gianni Versace sornione sorridente ed eclettico come tutti i sognatori del suo mondo, gli racconta la favola bellissima della sua vita.

«Il mappamondo? Mi aiuta a sognare. Forse perché il mondo è una cosa talmente bella che mi piacerebbe possederla tutta, dal punto di vista visivo. Vedere, viaggiare, se fossi nato nell’antichità, come mi ha detto una volta Maurice Béjart, avrei fatto parte “della banda di Ulisse”. Sempre in giro. “Tu sei un amico di Marco Polo”, mi ha detto un’altra volta».

E alla domanda di BusinessPeople, “Vi aspettavate questo enorme successo”, Santo Versace risponde ancora oggi alla sua maniera, con questo suo sorriso disarmante e questa sua semplicità che è rimasta tutta intera calabrese, e meridionale, nella sua accezione più bella.

«Nel 1976 un amico mi disse: “Ma non ti basta quello che tuo fratello fa per gli altri marchi? Perché volete crearne uno vostro, con tutti i rischi che comporta?”. Gli risposi: “Guarda, se tutto va bene faremo meglio di Yves Saint Laurent”. Dirlo nel 1976 era una follia. La coscienza del nostro valore e il grande lavoro ci hanno poi permesso di raggiungere questo risultato. Quando presentammo la collezione uomo 1978 dicemmo agli amici della Genny e della Callaghan che Gianni avrebbe continuato a lavorare per loro sulla donna, ma sull’uomo avremmo fatto da noi. L’anno prima solo sull’uomo avevamo fatturato 700 milioni di lire. Il successo fu tanto grande quanto inaspettato, Nessuno dei fornitori si era preparato a quadruplicare il fatturato, per cui ci trovammo in difficoltà. Vendemmo 2 miliardi e 800 milioni di lire la prima stagione, ma non essendo attrezzati per produrlo, consegnammo meno del 70% dell’ordinato. Poi la crescita è stata esponenziale».

Il 15 luglio 1997 i giornali e le TV di tutto il mondo aprono i titoli di testa con una notizia che riporta in primo piano il nome di Gianni Versace, e che nessuno avrebbe mai voluto leggere. 

È una notizia di morte. Storia di una tragedia che si consuma a Miami proprio davanti alla villa in cui Gianni Versace viveva. Quella mattina di luglio, a Miami, Gianni Versace viene freddato sugli scalini della sua villa, “Casa Casuarina”, su Ocean Drive mentre stava tornando dal News Café a pochi isolati di distanza, dopo aver comprato i giornali del mattino. Ad ucciderlo, il giovane Andrew Cunanan, che nove giorni dopo l’omicidio viene ritrovato cadavere in una barca-abitazione a Indian Creek, “suicida” – dichiara la polizia americana- con lo stesso fucile con il quale aveva sparato a Versace. 

«La sua morte – ricorda il fratello Santo in una intervista rilasciata nel 2013 all’ Huffington Post – è stata un danno incalcolabile non solo per l’azienda. Per Milano, dove Gianni era il numero uno indiscusso. Per l’Italia intera che ha perso uno dei suoi geni assoluti e ha dovuto rinunciare alla nascita del primo Polo del Lusso, al quale Gianni e io stavamo lavorando prima di quel tragico 15 luglio del 1997».

Commovente il ricordo che ne fa la sorella, Donatella, a Paola Pollo sull’ultimo numero di 7 del Corriere della Sera.

«Dopo 20 anni, ho imparato a convivere, in automatico, con la sua assenza. All’inizio è stata dura, durissima. Ho vissuto il mio dolore sotto gli occhi del mondo, ma con il passare del tempo, soprattutto con il lavoro, ce l’ho fatta. Con la Tribute Collection, la collezione a 20 anni dalla morte di Gianni Versace, nel settembre del 2017, è stata una catarsi. È stata la svolta, e sempre davanti a tutti. Quel giorno in un certo senso ho affrontato i miei demoni, la perdita di Gianni, ma anche le mie insicurezze che mi bloccavano nel continuo confronto con mio fratello».

Miami e l’America non hanno mai dimenticato quella tragedia. 

Da allora ogni giorno, ancora oggi, a Miami centinaia di persone si fermano a fotografare l’ingresso del magnifico edificio che fu la casa di Versace, diventato dopo la sua morte un albergo extralusso.

Naturalmente, per Donatella e per suo fratello Santo – Santo sempre molto più riservato e più ritirato – “Gianni non è mai morto”.

«Lui è sempre nei miei pensieri- dice oggi Donatella –, in modo diverso rispetto ai primi anni, però c’è. Penso sempre a cosa direbbe sulle mie collezioni, il suo giudizio per me è importante, nonostante sia consapevole che non ci sia più. La gente non ha idea, se non quando lo prova, di cosa si attraversa quando perdi una persona che è la tua metà. Non sentivo più emozioni, nel bene e nel male, ero come intorpidita, ci sono voluti anni prima di ricrearle dentro di me, per vedere un orizzonte. E il dolore non passerà mai, ti adatti alla vita, ma quella cosa resterà per sempre».

Ma in realtà, anche per il resto del mondo, è come se Gianni non fosse mai morto.

Nel 1998 viene creato in suo onore il “Premio Versace Awards”, un premio in onore e alla memoria dello stilista, da assegnare durante i VH1 Fashion Awards alle personalità musicali “che avevano fatto dell’immagine e del costume una componente fondamentale della propria carriera”. E la prima grande artista mondiale a ricevere il premio è proprio Madonna. 

Due anni più tardi la regina della serata dedicata a Gianni Versace sarà invece Jennifer Lopez. Un tripudio di personaggi, di eventi, di manifestazioni e di location che fanno rivivere Gianni Versace in ogni momento importante della storia della moda e dello stile di ogni Paese.

Ma è solo l’inizio di tutta una lunga serie di carovane e di rassegne che dopo la morte dello stilista lo ricordano e lo ripropongono come icona dell’eleganza italiana nella storia internazionale della moda.

Santo Versace lo ricorda ancora con immensa commozione, ma alla fine la storia di Gianni Versace è anche la storia personale di Santo suo fratello e di sua sorella Donatella, storia di una dinastia ormai che sembra destinata a segnare ancora per tantissimi anni la strada maestra della moda.

Nell’ottobre del 2002 il “Victoria and Albert Museum” di Londra gli dedica una delle rassegne più complete dedicate alla sua attività. Con il titolo “Versace at the V&A” vengono esposti centotrenta pezzi diversi, rarissimi, selezionati direttamente della collezione privata di Gianni Versace, tra cui alcuni degli abiti di gala indossati nel tempo da Madonna, Lady Diana, che Gianni Versace adorava quanto sua sorella Donatella, e poi Elton John e l’indimenticabile mise con le spille da balia indossata da Elizabeth Hurley, accompagnati da foto e bozzetti originali dello stilista. 

A distanza di dieci anni dalla sua morte, il 15 luglio 2007, al Teatro alla Scala di Milano va in scena un balletto, ideato dall’amico Maurice Béjart, dal titolo Grazie Gianni con Amore, anche questo un trionfo di emozioni e di sentimenti che la stampa internazionale racconterà con toni enfatici e titoli di testa.

Un giorno Gianni capitò a Reggio Calabria e andò a cercare la sua vecchia sartoria al numero 13 di Via Tommaso Gulli, a due passi dal Duomo, e seduto davanti ad una tradizionale granita di caffè con panna si lasciò sfuggire quello che poi sarebbe diventato il suo vero testamento spirituale.

“Reggio è il regno dove è cominciata la favola della mia vita: la sartoria di mia madre, la boutique d’Alta Moda, il luogo dove, da piccolo, cominciai ad apprezzare l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, e dove ho cominciato a respirare l’arte della Magna Grecia”.

Gianni Versace, For ever. We love you.