SIDERNO E LA LOCRIDE, PNRR E PROGETTI
COSÍ PUÒ RIPARTIRE TUTTA LA CALABRIA

di MARIATERESA FRAGOMENI – Siderno, come tutta la Calabria,  sconta grosse difficoltà in ambito sociale ed economico. Da assessore regionale ho avuto modo di conoscere bene la Calabria sotto i vari punti di vista: sociale, economico, amministrativo. Da sidernese conosco la mia città da sempre. Nonostante ciò, in questi mesi l’ascolto costante dei problemi mi ha portata a realizzare un’idea ancora più chiara di quei deficit che il nostro territorio (come tutta la Calabria) sconta.

La nostra regione, dopo un triennio di ripresa ha un tasso di occupazione che si è attestato al 42,0 % (ancora circa tre punti percentuali sotto ai livelli pre-crisi del 2007 e con un divario negativo di 17 punti percentuali rispetto al resto del Paese). Uno dei principali gap è quello tra uomo e donna, che fa del nostro territorio una terra veramente difficile per tutte quelle ragazze che si vogliono mettere in gioco lavorativamente parlando. Il divario per genere, già superiore alla media italiana, ha continuato ad ampliarsi. A spiegarcelo corrono in nostro aiuto i dati di Eures, secondo cui l’occupazione maschile è aumentata dell’1,2 %, mentre quella femminile si è ridotta del 2,3 %. Tra i più importanti datori di lavoro che si possono evidenziare, nella nostra provincia, cioè a Reggio Calabria, vi è la ex “Ansaldo Breda”, ora facente parte della “Hitachi Rail Italy” che è all’avanguardia nella costruzione di treni regionali e metropolitane esportate in tutto il mondo. Un sito produttivo che dà lavoro a 500 addetti diretti senza contare quelli dell’indotto.

Sempre nel Reggino, vi è una importante presenza di altre industrie agroalimentari, fra le quali emergono “Mangiatorella” (acque minerali), “Fattorie Del Sole” e “Agrumaria Reggina”. Tutte realtà d’eccellenza che, se venissero sostenute adeguatamente, potrebbero essere un piccolo volano per lo sviluppo dei nostri prodotti agricoli e zootecnici. Per via degli effetti dell’emergenza Covid-19 e con un contesto di già strutturale debolezza, il mercato del lavoro calabrese ha risentito rapidamente e sono più che evidenti tutte le criticità del sistema economico e sociale della Calabria. Infatti, già nel primo trimestre 2020 si è rilevata una riduzione degli occupati dell’1,0% rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente. Gli occupati rappresentano circa il 36,5% della popolazione di 15 anni e più contro il 45,6% dell’Italia. Più elevato il tasso di disoccupazione (21,9% Calabria e 13,1% Italia). Inoltre, il tasso di occupazione maschile è 45,1% (cioè il +17%di quello femminile).

Sempre per ricollegarmi ai gap di genere prima menzionati. Con riferimento alle dinamiche economiche, come ci dice ISTAT, un primo aspetto da esaminare con attenzione, sia a livello centrale che locale, è quello relativo alle condizioni delle famiglie. Se gli indicatori di povertà identificano le casistiche più gravi, ulteriori dati statistici disponibili, come la fonte principale dei redditi familiari e il numero dei componenti occupati, consentono di mappare in maniera più ampia eventuali situazioni di fragilità economica. In Calabria(anno 2018) i valori degli indicatori di povertà sono decisamente più alti di quelli nazionali. Le famiglie che si trovano in uno stato di povertà relativa nella regione sono il 30,6 per cento rispetto all’11,8 per cento in Italia; anche l’incidenza della povertà relativa individuale (34,6 per cento) risulta più che doppia in confronto al totale del Paese (il 15,0 per cento). Le due fonti principali di reddito delle famiglie calabresi sono pensioni e trasferimenti pubblici(sussidi) e il lavoro dipendente. Nel primo caso, la quota regionale di famiglie beneficiarie, pari al 42,6 per cento, è significativamente più alta del dato nazionale (38,7 per cento). Nel caso del reddito da lavoro dipendente, percepito dal 42,1 per cento delle famiglie calabresi, la quota è di 3 punti percentuali al di sotto del dato nazionale (45,1 per cento).Con riferimento alla condizione occupazionale, emerge che il 22,2 per cento delle famiglie con almeno un componente da 15 a 64 non ha alcun componente appartenente alle forze di lavoro, una quota di 9 punti percentuali al di sopra del dato nazionale (il 13,2 per cento).Emerge inoltre che un terzo delle famiglie calabresi è priva di componenti occupati, contro un dato medio nazionale pari a poco meno di un quarto.

L’Istituto di Statistica ci dice, inoltre, che la disponibilità di internet in Calabria è qualcosa che rischia di minare fortemente la rivoluzione che il PNRR dovrebbe attuare e che si basa, in larga parte, sulla transizione al digitale. Non tutte le famiglie però sono ugualmente pronte a questo passaggio: in Calabria più di un terzo delle famiglie (il 32,7 per cento) non dispone ancora di un accesso ad Internet da casa. In Italia, invece, sono circa un quarto (il 23,9 per cento).Tra le famiglie che non dispongono di accesso alla rete, da notare che circa il 60 per cento di esse in Calabria dichiara di non sapere usare Internet (il 56,4 per cento in Italia), mentre il 21,7 per cento (contro il 25,5 per cento in Italia) non lo ritiene utile e/o interessante. Tra le famiglie che sono dotate di accesso alla rete, nella regione emerge una maggior propensione all’impiego della connessione a banda larga tramite telefonia mobile rispetto alla media nazionale (38,1 contro 33,7 per cento). In Calabria il 62,1 per cento tra le persone in età di 6 anni e oltre fa utilizzo di Internet, un dato alquanto inferiore rispetto alla media nazionale (70,4 per cento). Gli utilizzatori assidui (tutti i giorni) sono il 46,4 per cento (in Italia il dato è nettamente più alto: 54,7 per cento). Come emerge da questo resoconto, i dati non sono certamente positivi, ma Siderno, nello specifico, gode di una centralità unica nel Reggino. Il nostro mare, la vocazione turistica del nostro comune, le tradizioni e l’elemento, non ultimo, gastronomico e dell’artigianato possono essere, se ben valorizzati da una adeguata giunta comunale, un importate “magnete” per attrarre turisti da tutta Europa.

Siderno si sviluppa in armonia con la Locride e la Calabria, dentro una visione strategica che punti a utilizzare le risorse del dopo Pandemia attraverso idee progettuali fondate sulla riconversione ecologica e la transizione, la piena occupazione femminile e giovanile. Occorrono politiche per il reddito delle persone, la erogazione di servizi sociali e sanitari ispirata alla equità ed alla solidarietà. L’innovazione digitale e le risorse umane qualificate, insieme alle risorse, consentiranno agli Enti di raccogliere la sfida della spesa dei fondi. Oggi ,realizzare queste politiche, in coerenza con le linee guida illustrate dal presidente Draghi nella introduzione al PNRR ,è possibile. Io penso ad una Siderno libera dal bisogno, protesa verso nuove conquiste e libera dai poteri criminali che tanti danni hanno recato alla nostra realtà, fatta di una stragrande maggioranza di cittadini operosi e perbene. Considero la scelta del Sindacato di svolgere una grande manifestazione nazionale nella mia città una opportunità straordinaria, ho ritenuto sinteticamente di sottoporre loro alcuni spunti, consapevole che i problemi che la nostra città vive vanno rappresentati ai massimi livelli istituzionali. La mia idea di amministrazione è quella di un continuo confronto con le forze sociali e produttive e con la assemblea dei sindaci della Locride, della città Metropolitana di Reggio Calabria, la Regione Calabria, il Governo e l’Europa. Siderno può e deve ripartire, serve uno sforzo collettivo. (mtf)

DA DRAGHI I SINDACI DEL RECOVERY SUD
INTOLLERABILE SCIPPO AL MEZZOGIORNO

Quante sono le risorse destinate al Sud dal Recovery Fund? È necessario fare chiarezza ed è quanto chiederanno a gran voce i sindaci del Recovery Sud  che oggi si riuniscono a Roma per incontrare (si spera) il presidente del Consiglio Mario Draghi. I sindaci della Rete Recovery Sud saranno in piazza, a Montecitorio, per chiedere l’equità territoriale tra Nord e Sud. E, a tal proposito, il senatore di Italia VivaErnesto Magorno, che ha confermato la sua partecipazione, ha rivolto un appello «a tutti i Primi Cittadini calabresi e al neo Presidente Anci Calabria, Marcello Manna, affinché la Calabria possa essere presente con il maggior numero di Sindaci possibile. È un momento cruciale e dobbiamo essere uniti. Ora come non mai».

È una questione spinosa, ma soprattutto intollerabile: si profila un ulteriore scippo al Sud che nessuno può permettere. Ricordiamo che la grande dotazione finanziaria destinata all’Italia – la più importante in Europa – è stata “generosa” giusto per garantire azioni destinate a ridurre il divario nord-sud: proprio l’esistenza di una situazione economica e sociale molto precaria nelle regioni meridionali ha giustificato l’incremento degli aiuti. Che, a conti fatti, apparentemente non supereranno neanche i 30 miliardi, altro che quota di riserva del 34% garantita da una legge del Governo Conte per gli investimenti nel Mezzogiorno.

In realtà, la ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha ottenuto, grazie a un emendamento al “decreto semplificazioni”, che i bandi del Pnrr siano vincolati a impegnare il 40% delle risorse in progetti legati alle Regioni del Mezzogiorno.

«È un vero e proprio vincolo di destinazione territoriale fissato con una norma. Le risorse ci sono e, oggi, ci sono anche le norme di tutela della loro effettiva destinazione territoriale – ha spiegato la ministra per il Sud, ricordando che  la quota Sud del Piano e del Fondo complementare (“il famoso 40% delle risorse territorializzabili, circa 82 miliardi”) si compone di «interventi infrastrutturali definiti e geograficamente collocati”, ma anche di “misure ad assorbimento, come il Superbonus, per i quali abbiamo usato criteri di riparto molto prudenziali, basati su dati storici».

«L’assegnazione delle risorse – ha aggiunto la ministra per il Sud e la Coesione territoriale – sarà accompagnata da un monitoraggio puntuale dell’effettiva localizzazione degli interventi, svolto al massimo livello dalla Cabina di Regia. In caso di scostamento, è prevista l’adozione di misure compensative e correttive».

La Carfagna, infatti, ha auspicato che «le tante discussioni e polemiche dei mesi e delle settimane scorse, le giuste preoccupazioni ma anche le incomprensibili (per il momento che stiamo vivendo) strumentalizzazioni, lascino ora il passo a un impegno comune e condiviso», quando, in realtà, quello che viene chiesto è soltanto «l’equità territoriale tra Nord e Sud» sulle risorse del Recovery, concetto che sarà ribadito a Roma, in piazza Montecitorio, nella manifestazione dei sindaci della rete del Recovery Sud, composta da circa 600 primi cittadini del Sud». Non ci saranno, ovviamente, tutti, ma sarà una rappresentanza alta, con l’auspicio che non si risolva tutto come nel precedente incontro di Conte con i sindaci calabresi lo scorso novembre che si è fermato a belle dichiarazioni d’intenti e grandi promesse (poi regolarmente disattese, come da copione).

«Una richiesta più che legittima – ha dichiarato la Carfagna –, sopratutto se il Mezzogiorno è stato, nuovamente, protagonista dell’ennesimo scippo: del 70% di 209 miliardi previsti, sono stati ridotti a 82 e, sicuri, ne arriveranno 35, mentre altri «47 saranno messi a gara in ambito nazionale, con bandi che metteranno in competizione le amministrazioni di tutto il paese».

Una gravissima mancanza, che è stata scoperta grazie al docente universitario dell’Università di Bari, Vincenzo Viesti, e che ha innescato una vera e propria indignazione, Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva delle Fonti (BA), a nome dei 600 amministratori meridionali, ha presentato alla Commissione Europea una petizione, chiedendo «di modificare il Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal Governo Italiano, favorendo un’equa suddivisione territoriale dei fondi», che ha ottenuto l’importante risultato che «il Parlamento Europeo vigilerà sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, per verificare se sarà rispettato il Mezzogiorno nella distribuzione dei fondi».

«La scelta del Governo italiano – si legge – di destinare al Sud il solo 40% teorico delle risorse del Pnrr, rischia invece di creare i presupposti per un’ulteriore gravissima divaricazione. 80 miliardi di euro (di cui solo 22 certi, come ha dimostrato l’economista Gianfranco Viesti) sembrano una cifra enorme. Non lo sono, se si considera quanto sia cronico e difficile da sradicare il nostro deficit di sviluppo».

«La quota di fondi destinata al Mezzogiorno – ha scritto la rete Recovery Sud – distribuita in Italia in netta difformità rispetto ai criteri europei, che ritenevano più meritevoli di sostegno le regioni ad alto tasso di disoccupazione e a basso Pil procapite, potrebbe ora ridursi al lumicino. La ragione è semplice: i fondi destinati ai territori saranno assegnati attraverso bandi che i Comuni meridionali (decimati nel personale, spesso colpiti dal dissesto e privati di risorse grazie al sistema della spesa storica introdotto dal federalismo fiscale) con difficoltà riusciranno a intercettare».

«La ministra Carfagna  – ha proseguito la Rete – ha annunciato che la quota destinata al Sud sarà blindata con una norma ad hoc, ma al momento è solo un annuncio e abbiamo subito troppi artifici e ritardi sulla nostra pelle (spesa storica, Lep, definanziamento di opere, riproposizione come nuove di altre opere già finanziate, ecc) per poter fidarci anche della più sincera delle promesse. Ecco perché è importante essere presenti dopodomani a Roma. Per evitare che un governo a trazione nordista possa vanificare ciò che chiede l’Unione Europea, ovvero che dalla pandemia si risollevi l’intera Italia, e non solo una parte, e che si riducano drasticamente le condizioni di disuguaglianza in cui versa l’Italia da un secolo e mezzo».

A sottolineare come la quota del 40% al Sud delle risorse del Pnrr «rischia di creare un’ulteriore divaricazione nei livelli di sviluppo a discapito del Sud, e acuire le difficoltà socio-economiche delle aree depresse le cui condizioni si sono vieppiù deteriorate a seguito della Pandemia da Covid 19», è stato Nicolò de Bartolo, responsabile Enti Locali del Coordinamento Cambiamo! della Provincia di Cosenza.

«La spesa nazionale per interventi a favore del Sud – ha sottolineato de Bartolo – è scesa dallo 0,47% del Pil degli anni Novanta allo 0,15% del 2015. I fondi europei hanno sostituito soltanto in minima parte le politiche di riequilibrio. Al Sud e alla Calabria che evidenzia più disparità  delle altre regioni  del Sud, deve essere dato ciò di cui ha effettivamente bisogno: a cominciare dal personale competente necessario ad elaborare progetti di sviluppo , come richiede il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza».

Per Francesco Bevilacqua, coordinatore regionale di Cambiamo!, «circa 87 miliardi di euro dovrebbero essere destinati a Regioni, Comuni, Province, città e Metropolitane del Sud, e, sicuramente, i Comuni sono i maggiori investitori pubblici e, dunque, è necessario che sappiano che cosa dovranno fare, con quante risorse e quali sono le regole per amministrarle».

A ribadire la necessità di una forte presa di posizione «per evitare che i fondi del Pnrr, che sono già stati ridotti al Sud, finiscano in prevalenza al Centro-Nord», il sindaco di Marcellinara, Vittorio Scerbo, sottolineando che «bisogna fare il modo che le istanze dei Comuni del Sud siano messe in grande risalto per quanto concerne, in primo luogo, i fondi da destinare alla progettazione e soprattutto all’assunzione di nuove professionalità tecniche da mettere a disposizione degli enti, a partire da quelli piccoli: le gravi criticità emerse per il reclutamento dei 2800 tecnici per gli interventi previsti dalla politica di coesione dell’Unione europea e nazionale per il ciclo di programmazione 2021-2027 hanno dimostrato, per ora, che i Comuni sotto i 3mila abitanti sono stati tagliati fuori dall’assegnazione di tali figure».

«Senza l’azione di coordinamento dell’Anci, e delle Anci meridionali soprattutto – ha concluso il sindaco Scerbo – anche quest’ultima opportunità di ripresa che può derivare dalle risorse del Pnrr rimarrà l’ennesima chimera per il riscatto del Meridione che vedrà drammaticamente aumenterà il divario di cittadinanza con le altre aree del Paese. In Calabria il 95% dei comuni è al di sotto dei 15mila abitanti, ebbene, ad oggi, senza i fondi del Pnrr, non ci sarebbero le risorse per progettare la rigenerazione urbana di questi territori: sarebbe un disastro!».

Anche  il tedesco Peter Jahr, a sostegno dei Popolari, ha ricordato che «l’Unione europea esiste anche per migliorare le condizioni di vita sul piano sociale rendendole uguali per tutti. È necessario ricordare al governo italiano che i fondi devono essere distribuiti con questa filosofia, dobbiamo esortare la commissione perché verifichi cosa si fa con i fondi stanziati».

Il laburista maltese Alfred Sant, invece, ha ricordato che «i piani dovrebbero contribuire al miglioramento della coesione economica e nazionale,  e le regioni meridionali devono recuperare molto terreno rispetto alle regioni del Nord. Tutto questo dovrebbe essere valutato nel contesto degli ultimi dati emergenti che mostrano le diseguaglianze economiche e sociali negli ultimi anni sono addirittura aumentate nell’Unione Europea e le regioni meridionali sono state le più colpite. Chiedo che la petizione resti aperta per un’ulteriore analisi, e vorrei chiedere alla commissione petizioni una lettera alla commissione europea per chiedere chiarimenti e un ulteriore follow up su questa situazione».

Angel Catalina Rubianes, della Dg Recover, ha sottolineato come «abbiamo ricevuto numerose lettere da portatori d’interesse che chiedono più risorse per il Sud.  Il regolamento prevede che le raccomandazioni specifiche per i Paesi siano rispettate e qui c’è una raccomandazione specifica per superare il divario infrastrutturale e per la coesione territoriale. Per il fondo di ripresa e resilienza l’unità di riferimento non sono però le regioni ma lo Stato membro. E molte misure, come la 3 e la 5, prevedono misure dedicate alle regioni del Sud. Inoltre, ci sarà un accordo operativo che sarà negoziato con il governo italiano che fisserà ulteriori dettagli sulla portata geografica di alcune misure contenute nel piano. E sono in corso negoziati per l’accordo di partenariato e i programmi operativi politica di coesione 2021-2027: ci saranno risorse specifiche per le regioni del Sud».

La Rubianes ha ricordato la scarsa capacità delle regioni del Sud ad assorbire le risorse europee, e la necessità di investimenti e risorse per il recupero delle acque reflue, molto importante per le regioni del Sud: «Noi siamo uno dei pochi comuni in Italia che, grazie a un investimento da 4 milioni di euro, già fa affinamento delle acque reflue. Questo dimostra che se siamo messi in condizione di presentare progetti, siamo in grado di intercettare i fondi. Ma non si vuole comprendere la gravità del problema. Nel Pnrr non abbiamo ritrovato progetti fermi dal 1971, come il completamento dell’autostrada Bari-Taranto, che arriva a 30 chilometri dal capoluogo ionico. E non vi è una riga sul grande Parco della transumanza che dovrebbe attraversare tutte le regioni meridionali, proposto da Recovery Sud. Dite al Governo italiano di ascoltare i Comuni meridionali, di dar loro urgentemente i fondi per affidare incarichi oppure si rischierà ancora una volta il flop».

Insomma, è fondamentale preservare e garantire le risorse del Recovery Sud al Mezzogiorno che «rappresenta il potenziale inespresso del nostro Paese» aveva dichiarato la sottosegretaria al Sud, Dalila Nesci che, dopo il nuovo emendamento che vincola i bandi del Pnrr a vincolare il 40% anche ai bandi, ha ribadito la necessità di «mettere gli enti locali nelle condizioni di operare. Poi, dovremo vigilare affinché i soldi siano spesi tutti e al meglio».

«Abbiamo risorse e opportunità – ha concluso – per superare, finalmente, il divario fra il Sud ed il resto del Paese. Il Sud ce la deve fare e ce la farà». (rp)

Pnrr, Falcomatà: Superare il criterio spesa storica e modifichi codice appalti

Il sindaco di Reggio Calabria e responsabile Anci per le Politiche del Mezzogiorno, Giuseppe Falcomatà, chiudendo il dibattito Oltre la crisi: per una nuova governance degli enti locali, ha ribadito la necessità «di cancellare il criterio della spesa storica per la ripartizione delle risorse statali ai vari Comuni definendo, da subito, il Livelli Essenziali delle Prestazioni».

L’incontro, svoltosi a Castelbuono, rientra nell’ambito degli eventi collaterali all’assemblea siciliana dei segretari di circolo del Partito democratico. Prima di Falcomatà, sono intervenuti Enzo Bianco, presidente del Consiglio nazionale Anci, dirigenti del Pd ed amministratori locali dei vari Comuni siciliani.

Per Falcomatà, «non è possibile continuare ad accettare una legge che rappresenta una vera e propria discriminazione di cittadinanza. Bisogna dare concretezza alle buone intenzioni espresse dal Governo che, dopo 11 anni, sembra avere recepito le istanze di quella che, per Anci, rappresenta la madre di tutte le battaglie».

«Un bambino che nasce al Sud – ha spiegato – non ha le stesse possibilità di un coetaneo del Nord e non perché gli amministratori siano più o meno bravi, ma perché lo Stato non eroga, ai Comuni del Mezzogiorno, gli stessi finanziamenti che arrivano nel Settentrione». L’esempio che il sindaco ha fornito è fra i più classici: Reggio Emilia, città di 170 mila abitanti, ha 60 asili nido; Reggio Calabria, che di abitanti ne ha 180 mila, per lo Stato deve averne zero. Siamo riusciti ad aprirne appena tre e soltanto grazie ai fondi Europei. Quindi, è inammissibile è impellente il bisogno di stabilire equità e celerità nel superare il criterio della Spesa storica dando, ad ogni Comune, le giuste garanzie economiche per effettuare Servizi pubblici essenziali e a domanda individuale».

Il sindaco Giuseppe Falcomatà, allo stesso modo, ha identificato un altro passaggio chiave nella modifica dell’attuale codice degli appalti: «Mediamente, servono 5 anni per completare un’opera pubblica da un milione di euro. Un’epopea se si pensa alla mole di finanziamenti che arriveranno con il Piano di ripartenza e resilienza ed al conseguente cronoprogramma imposto dall’Ue. Così, si devono snellire le procedure affinché ogni infrastruttura programmata possa vedere la luce entro il 2026. Si può fare e la ricostruzione del Ponte “Morandi” a Genova dimostra che la velocità d’esecuzione non corrisponde, automaticamente, ad un lasciapassare per infiltrazioni criminali e corruzione».

Nel ringraziare il Pd della regionale Sicilia, i segretari Anthony Barbagallo e Renzo Bufalino, il sindaco Falcomatà ha sottolineato «l’importanza di un incontro utile ad approfondire temi che riguardano il Mezzogiorno e rispetto ai quali il Sud deve agire in maniera unita e compatta». «Per spendere le risorse del Pnrr – ha concluso – vanno stabilite le regole del gioco. Questa è la sfida ed al suo interno dobbiamo individuare gli obiettivi strategici, le risorse ed i servizi necessari a rilanciare i territori attraverso un piano d’investimenti dalle proporzioni epocali». (rrc)

Il 21 luglio i sindaci della Rete Recovery Sud in Piazza a Roma per l’equità territoriale tra Nord e Sud

Il 21 luglio, i sindaci della Rete Recovery Sud saranno in piazza, a Montecitorio, per chiedere l’equità territoriale tra Nord e Sud. E, a tal proposito, il senatore di Italia VivaErnesto Magorno, che ha confermato la sua partecipazione, ha rivolto un appello «a tutti i Primi Cittadini calabresi e al neo Presidente Anci Calabria, Marcello Manna, affinché la Calabria possa essere presente con il maggior numero di Sindaci possibile. È un momento cruciale e dobbiamo essere uniti. Ora come non mai».

«L’iniziativa coinvolgerà numerosi movimenti in campo per l’affermazione del sacrosanto principio che il Sud non deve avere meno del Nord» ha spiegato Ernesto Magorno, senatore di Italia Viva, aggiungendo che «il nostro incessante lavoro di questi mesi ha prodotto piccoli, ma significativi, risultati come, ad esempio, l’annuncio delle scorse ore da parte della ministra per il Sud, Mara Carfagna, che ha confermato l’inserimento di un emendamento volto a blindare la quota del 40% delle risorse del Pnrr. Si tratta di un fatto che cancella ogni ipotesi di scippo, ma è solo un primo passo».

«La quota del 40% è, infatti – ha spiegato – insufficiente per una vera ripartenza del Meridione e c’è la necessità di continuare a lavorare senza sosta per arrivare ad ottenere ciò che davvero spetta al Mezzogiorno. Proprio per questo è fondamentale continuare a crescere». (rrm)

La sottosegretaria Dalila Nesci: Nei prossimi 10 anni saranno assegnati oltre 200 miliardi al Sud

«Nei prossimi 10 anni verranno allocati al Sud oltre 200 miliardi di euro, un interventi unico nella storia unitaria del Paese». È quanto ha reso noto la sottosegretaria al Sud, Dalila Nesci, nel suo messaggio istituzionale nell’Assemblea elettiva del Cna, sottolineando che si tratta di «un’occasione che da meridionali, da calabresi, non possiamo mancare».

La sottosegretaria, infatti, ha ricordato come il Pnrr « rappresenta una rara occasione per il rilancio del Mezzogiorno, per la ripresa del processo di convergenza con le aree più sviluppate del Paese. In quest’ottica, il Pnrr non deve essere letto da solo ma unitamente a tutti gli strumenti delle politiche di coesione nazionali e comunitarie attivate: un ammontare di risorse finanziarie che solo per il Sud – tra Fondi strutturali 2021-2027, React Eu, Fondo Sviluppo e Coesione, e risorse nazionali per interventi strategici – supera i 120 miliardi di Euro».

«In aggiunta ed in complementarietà con le risorse finanziarie descritte – ha spiegato – il Piano investirà non meno del 40% delle risorse territorializzabili – pari a circa 82 miliardi – nelle otto regioni del Mezzogiorno, a fronte del 34% previsto dalla legge per gli investimenti ordinari destinati su tutto il territorio nazionale.  A ciò si aggiunga che, nella suddetta quota Pnrr del 40% destinata al Sud – pari agli 82 miliardi anzidetti – non vengono annoverate le cosiddette “azioni di sistema” che, comunque, avranno una ricaduta positiva su tutto il territorio nazionale e dunque anche nel Mezzogiorno come ad esempio gli interventi del superbonus o gli incentivi della Transizione 4.0».

«Basti pensare, a titolo meramente esemplificativo – ha detto ancora – alle risorse complessivamente destinate fino al 2030 per la realizzazione di progetti ferroviari nella Regione Calabria che ammontano a più di 15 miliardi e, in particolare, all’AV/AC Salerno Reggio Calabria e al potenziamento della linea Ionica.  Si pensi, altresì, alle risorse che il Pnrr destina al rafforzamento delle Zone Economiche Speciali (ZES), inclusa la Zes Calabria, al fine di rendere questo strumento un catalizzatore di investimenti, un volano di rilancio economico e sociale per il Sud. Si tratta in totale di 630 milioni di euro, previsti nell’ambito della Missione 5, Componente 3, del Pnrr, cui si aggiungono 1.2 miliardi di euro che lo stesso Pnrr – in particolare nella Missione 3, Componente 2 – riserva a interventi sui principali porti del Mezzogiorno». 

«È, poi – ha proseguito Nesci – necessario sottolineare che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non è soltanto un programma di spesa ma di performance e quindi finalizzato al raggiungimento di obiettivi. Uno strumento nazionale grazie al quale il Mezzogiorno beneficerà di risorse ingenti ma anche di riforme come lo snellimento dei processi amministrativi, la semplificazione delle regole, la deburocratizzazione». 

«Quando nel 2030 – ha detto ancora – ci guarderemo indietro non potremo avanzare la scusa che le risorse non erano sufficienti. Ogni livello decisionale – da quello centrale a quello regionale, dalla singola amministrazione comunale alle associazioni di categoria – sarà chiamato in questi dieci anni a collaborare ad uno sforzo comune: assumersi le proprie responsabilità per risollevare insieme il Paese». 

«Ciò varrà ancor più qui, all’estremo Sud della Penisola – ha concluso – dove avremo la possibilità di relegare alla Storia quella che ancora oggi, al Nord, qualcuno chiama la “Questione Meridionale”». (rrm)

Pnrr, Nucera: Un furto senza precedenti che manda in fumo il futuro della Calabria e del Meridione

Il presidente del movimento La Calabria che vogliamoGiuseppe Nucera, ha criticato aspramente il documento ufficiale del Governo all’Unione Europea del Pnrr che, secondo un’analisi del prof. Gianfranco Vesti, destina al Sud soltanto il 10%, invece del 70% indicato inizialmente dalla Commissione, né il 40% ipotizzato in un secondo momento.

«Gli ascari romani, per usare l’espressione utilizzata da Giolitti, colpiscono ancora. Solo una classe politica così incompetente e del tutto asservita agli ordini che arrivano dal Governo, poteva permettere l’ennesimo scippo nei confronti del Mezzogiorno» ha detto Nucera, definendolo «un furto che non ha precedenti nella storia. Così si manda in fumo il futuro della Calabria e di tutto il Meridione».

«Il Movimento ‘La Calabria che vogliamo’, da mesi  – ha spiegato – conduce una battaglia forte e decisa sul tema del Recovery Fund e delle risorse che spettano al Sud, battaglia che ci ha visti arrivare sino alla Commissione Europea senza il supporto di alcun amministratore locale o deputato del Meridione».

«Il Governo italiano – ha evidenziato l’ex Presidente di Confindustria Rc – invece che favorire una rinascita del Sud, sviluppo utile a tutto il paese in un quadro di rilancio generale, pensa bene di saccheggiare il Mezzogiorno e portare al Nord le risorse che spettano alle regioni meridionali. Abbiamo una classe politica di accattoni, che come iene affamate si ciba dalla carcassa di un Sud sempre più abbandonato al suo destino».

«Se la riduzione delle risorse destinate al Meridione, dal 70% indicato dall’Ue arriverà davvero sino all’imbarazzante miseria del 10% – ha concluso – il Mezzogiorno naufragherà senza possibilità di appello. Con la responsabilità chiara ed inequivocabile di chi all’interno del Governo invece che recepire le indicazioni europee ha scelto in modo ponderato di condannare metà della popolazione italiana». (rrm)

Biondo (Uil Calabria) e Sità (Uilca): Fermare desertificazione bancaria per rilanciare Calabria con il Pnrr

Il segretario generale di Uil Calabria, Santo Biondo, e il segretario regionale di Uilca, Andrea Sità, hanno sottolineato l’importanza di fermare la desertificazione bancaria e industriale per rilanciare la Calabria con il Pnrr.

«Nel rapporto annuale L’economia della Calabria – si legge in una nota congiunta – presentato da Banca d’Italia il 21 giugno scorso, si afferma che, nella nostra regione, “le ricadute della crisi pandemica sul mercato del lavoro sono state rilevanti, annullando il modesto recupero dei livelli occupazionali che si era registrato a partire dal 2016” (unica regione d’Italia in questa situazione). Ma “in prospettiva, l’economia regionale potrebbe trarre impulso dai programmi pubblici avviati in risposta alla crisi pandemica, tra cui in particolare il Pnrr, soprattutto qualora questi riescano a incidere sui ritardi che condizionano il sistema produttivo calabrese».

«Per la Calabria, quindi – continua la nota – il Pnrr rappresenta l’ultima occasione per uscire da una condizione di isolamento e sottosviluppo. Ma la possibilità di agganciare il treno della ripresa non è affatto scontata, viste le forti carenze progettuali che contraddistinguono in negativo la politica e la Pubblica amministrazione locale, oltre alla carenza di dialogo con le parti sociali. In Calabria, poi, l’infrastruttura creditizia e finanziaria è continuamente indebolita dal fenomeno della desertificazione bancaria, che rischia di comprometterne la capacità di analisi, programmazione ed erogazione dei flussi finanziari attesi. Il rapporto Banca d’Italia fotografa, infatti, una struttura bancaria ampiamente deficitaria che, nel primo anno di pandemia, ha comportato un aumento del grado di esclusione finanziaria. Nel 2020 i comuni calabresi serviti da banche sono scesi del 7% (contro il 2% del resto d’Italia), gli ATM del 7% (1,5% in Italia) ed i bancari del 4% (2,5% in Italia)».

«Se l’analisi – hanno detto i sindacalisti – viene estesa all’ultimo decennio i numeri diventano ancora più drammatici: nel periodo 2010/2020 le Banche con sede in Calabria si sono ridotte del 60%; il numero di sportelli bancari è sceso del 29%. Sono stati ridotti del 17% anche gli sportelli Bancoposta, i comuni serviti da almeno una banca sono scesi del 30%, gli ATM del 18% ed i dipendenti bancari sono stati ridotti del 35%. Il comparto bancario, peraltro, è l’unico settore produttivo che, nel decennio considerato, presenta indicatori costantemente negativi». 

«Tutto questo è inaccettabile – hanno sottolineato –. La classe politica deve prendersi in carico, con la massima attenzione, l’importante vertenza del sistema del credito in Calabria che, incrociando l’abbandono del territorio da parte dei grandi istituti bancari con il rischio di tenuta delle banche del credito cooperativo, rischia il default in un momento storico che, invece, potrebbe rappresentare la chiave di volta per il nostro territorio».

«C’è, infatti – hanno proseguito – attraverso il Pnrr la possibilità di colmare un divario territoriale divenuto insostenibile. Per farlo la Calabria non ha bisogno di interventi a pioggia, ma di strade, scuole, ospedali, sostenibilità, politiche per attrarre le imprese ed i giovani (sempre più in fuga dalla regione). Per realizzare tutto ciò serve un sistema bancario efficiente e coerente con questi obiettivi. Un sistema bancario che contrasti l’esclusione finanziaria ed aiuti Enti, imprese e famiglie calabresi ad uscire dalla marginalità attraverso l’implementazione dei progetti legati a Pnrr e Recovery Plan. Il punto di partenza di questa strada che conduce alla ripresa non può, quindi, prescindere dal contrasto alla desertificazione bancaria.  Un sistema bancario forte, radicato sul territorio, rappresenterebbe l’asse portante della ripartenza del territorio, delle famiglie che lo abitano e delle imprese che vi ci investono». 

«Ma in Calabria – hanno detto Biondo e Sità – la ritirata delle banche non facilita la realizzazione di una infrastruttura creditizia che operi in questo senso. Le banche stanno chiudendo sportelli e riducendo il personale, perlopiù nelle zone meno ricche della regione che così, tuttavia, diventano ancora più marginalizzate ed a rischio di infiltrazione da parte della criminalità organizzata che, facendo leva sulla debolezza del sistema bancario, mira ad acquisire interi settori dell’economia regionale».

«Davanti a questo stato di fatto – hanno detto ancora – non possiamo che chiedere al Governo di esercitare un’azione di moral suasion nei confronti dei grandi gruppi bancari ed industriali, per fermare la desertificazione economica e produttiva della nostra regione, evitare il rischio di una nuova pesante emorragia occupazione, allontanare la sventurata ipotesi di un blocco occupazionale di prospettiva e di regalare la Calabria agli interessi della criminalità organizzata». 

«Abbiamo iniziato a denunciare questa situazione da tempo – hanno concluso – ma occorre anche un intervento serio da parte della politica e delle Istituzioni che intraprendano un percorso di valorizzazione anche dei Confidi e delle partecipate che si occupano di finanza e sviluppo del territorio. Del resto, proprio la finanza responsabile offre gli strumenti in grado di perseguire un modello di sviluppo sostenibile in termini socio-ambientali. Il problema della desertificazione bancaria, in definitiva, non è solo il problema della categoria dei bancari, ma è il problema di tutti noi.  Affrontare questo problema faciliterà il raggiungimento degli obiettivi del Recovery Plan e consentirà di disegnare un futuro di speranza per la Calabria ed il resto del Paese». (rcs)

Perrone (Cisl RC): Pnrr opportunità per bloccare esodo giovani dal Sud

Per Rosy Perrone, segretaria generale Cisl Reggio Calabria, ha fatto suo l’appello lanciato dal segretario della Cisl, Luigi Sbarra che, nel corso del convegno a cui ha partecipato anche il Ministro del Lavoro Orlando promosso dalla Cisl Calabria, «ha affermato che fermare l’esodo di migliaia di giovani e lavoratori dal sud, deve essere uno degli obiettivi dell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza».

«Un intervento, quello di Sbarra – ha aggiunto – che ha risposto alla centralità di questioni che la relazione introduttiva del Segretario Generale regionale Tonino Russo ha posto, con specifici quesiti e richieste di impegno per il Governo e per il ministro del Lavoro. Perché è indifferibile costruire un patto sociale con il Governo, con le istituzioni ai vari livelli e le realtà imprenditoriali, condividendo idee e progetti di sviluppo, per creare quelle ricadute occupazionali che arresterebbero l’emorragia».

«La fuga dei giovani è una ferita aperta! Ha ragione Sbarra – ha proseguito Perrone – le grandi battaglie della Cisl sui temi della crescita, del lavoro, dell’istruzione, della legalità, dell’industria, solo per fare alcuni esempi, oggi più che mai, devono trovare terreno fertile da parte del Governo. Un’occasione storica come quella del Recovery non tornerà facilmente. Il contesto storico, dopo una pandemia maledetta che sembra affievolirsi, favorirà un impatto dinamico su sviluppo e nuovi investimenti. Ma dei miliardi che arriveranno anche in Metrocity di Reggio Calabria, è indispensabile una camera di impermeabilizzazione per fronteggiare infiltrazioni della criminalità e soprattutto per ottimizzare i tempi che servono per realizzazione dei progetti previsti.»

«Questo – ha aggiunto – sarebbe un meccanismo virtuoso in grado di generare lavoro. Perché di questo ha bisogno la nostra terra. Il vero nemico del sottosviluppo, della cultura subalterna alla criminalità è il lavoro. Unico strumento per fare sistema con le forze positive della comunità civile, e soprattutto unica soluzione per affrancare le persone da uno stato atavico di bisogno».

«Infine – ha concluso – penso che lenire le disparità sociali e territoriali, attraverso le grandi opere e le infrastrutture materiali strategiche e quelle digitali – indispensabili nell’era post covid – saranno il viatico perfetto per frenare l’inesorabile esodo dei giovani del Sud». (rrc)

Lavoro, sviluppo e legalità, parole chiave per lo sviluppo della Calabria

Lavoro, sviluppo e legalità sono tre parole chiave da cui si deve partire per il rilancio della Calabria, e anche il tema su cui si sono confrontati il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Andrea Orlando; il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, che ha concluso i lavori; il Presidente di Unioncamere Calabria, Klaus Algieri; il Presidente della Conferenza Episcopale Calabra, Mons. Vincenzo Bertolone; l’assessore regionale alla Tutela dell’Ambiente, Sergio De Caprio; il Presidente di Unindustria Calabria, Aldo FerraraAlessia Morello, del Liceo “Campanella” di Lamezia, che si è fatta portavoce degli studenti.

Un incontro fortemente voluto dall’organizzazione sindacale come occasione pubblica di riflessione e di proposta, di rilancio di temi importanti e di impegno per la fase della ripartenza, «con grandi opportunità di crescita che non devono andare perdute, per il bene delle giovani generazioni».

«Non siamo qui per rivendicazioni dal sapore localistico», ha detto  Tonino Russo, segretario generale Cisl Calabria: «Il Paese cresce insieme. Puntare alla modernizzazione della Calabria accresce la competitività dell’intera Italia. È una consapevolezza che costituisce il cuore di battaglie che portiamo avanti con ragione, convinzione e passione. Voglio ricordare qui – ha proseguito il Segretario della Cisl regionale la grande manifestazione nazionale del 22 giugno 2019 a Reggio Calabria, in cui, a cinquant’anni dall’ultima iniziativa nazionale in quella città, i sindacati confederali hanno chiesto al Governo scelte efficaci per la crescita del Paese a partire dal Sud, investimenti per rafforzare l’unità e la coesione, superando uno squilibrio non più sostenibile né tanto meno giustificabile. Siamo a pochi giorni dalla mobilitazione che ha visto Cgil, Cisl e Uil, il 26 giugno, in piazza a Torino, Firenze e Bari, su lavoro e sicurezza nei luoghi di lavoro, sul confronto con le parti sociali nelle scelte del Governo che riguardano il futuro del Paese, sulla concertazione come metodo che garantisce condivisione e coesione sociale. E il 26 luglio i tre Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil saranno a Siderno per rivendicare, a partire dalla Calabria, il diritto di ogni persona, famiglia, comunità di fare parte a pieno titolo di un Paese che vuole crescere; la scelta di territori che non chiedono assistenzialismo, ma vogliono essere costruttori del proprio futuro».

Russo ha, infine, sottolineato la necessità di «un grande patto sociale per il Paese, per il Sud e per la Calabria, costruito sul dialogo tra Governo, istituzioni territoriali, politica, parti sociali, aziende, terzo settore, volontariato, comunità educative per individuare priorità e scelte e condotto con la consapevolezza che la barca va governata insieme per restituire alle generazioni future giovani le risorse che stiamo prendendo in prestito da loro».

Per Klaus Algieri, il confronto proposto dalla Cisl è molto utile e di alto livello. Abbiamo una responsabilità enorme, ha sottolineato, verso i giovani. Sul Pnrr è importante il ruolo dei corpi intermedi perché i cittadini non si sentano soli: al Sud va il 40% delle risorse, che vanno ben impiegate. Per questo i corpi intermedi devono parlarsi di più, progettare il futuro, cogliere il momento del cambiamento che non può essere ignorato. Abbiamo bisogno di infrastrutture, collegamenti veloci, digitale. Abbiamo l’opportunità di incidere maggiormente sui processi di sviluppo nella misura in cui siamo insieme.

Il presidente della Conferenza Episcopale Calabra, Mons. Vincenzo Bertolone ha ricordato il «dialogo proficuo» con i tre Segretari regionali dei sindacati confederali sui temi del lavoro e dello sviluppo. Non è il tempo delle contrapposizioni, ha evidenziato: siamo in una fase in cui l’Italia deve dare il meglio di sé e ognuno ha il proprio compito. In particolare, Mons. Bertolone (postulatore della causa di beatificazione di Rosario Livatino) si è soffermato sul tema della legalità in un territorio in cui lo strapotere delle mafie è evidente e straripante. In tempo di ripartenza e di Pnrr, ha detto, l’esigenza di giustizia, nelle sue varie forme, è un tema da non dimenticare perché rappresenta anche un’emergenza culturale. La sola risposta repressiva infatti non basta: occorre debellare il lavoro nero, educare, formare, intervenire per prevenire, applicare equamente le regole della convivenza, contrastare la mafiosità diffusa, dare a tutti opportunità di crescita.

«La quotidianità – ha aggiunto – è il luogo in cui costruire giustizia e pace, scongiurando il fatalismo che fa ritenere inutili le scelte di campo e il lottare contro la rassegnazione, rimarcando che l’appartenenza alla criminalità non è titolo di vanto, ma di disonore. Formare coscienze è un compito per la Chiesa e per tutta la società. Alla politica chiediamo anche una legge incisiva contro la corruzione e la concussione. Insieme tutti dobbiamo passare dalla denuncia alla proposta, invitare ad andare oltre, testimoniare – come hanno fatto martiri come Livatino e don Puglisi – che si può guardare avanti con speranza».

Il presidente Ferrara ha sostenuto la necessità di intervenire sulle debolezze della Calabria: «occorrono, infatti, riforme in settori che rappresentano un collo di bottiglia capace di strozzare ogni possibilità di crescita. Riforme che facciano sprigionare la capacità competitiva della Calabria. La riforma della P.A., che deve avere personale adeguato e competente, disboscamento normativo, assunzione di giovani, trasformazione digitale. La riforma fiscale: non una semplice rimodulazione delle aliquote, ma decontribuzione, snellimento della burocrazia fiscale, regime dei controlli. Riforma della giustizia, soprattutto di quella amministrativa, per avere la certezza di quanto durano i procedimenti».

«Occorrono – ha detto ancora Ferrara – politiche attive del lavoro, infrastrutture, mobilità delle persone, delle merci, dei dati. Un grande piano di incentivazione perché gli imprenditori possano creare opportunità, attraendo investimenti, mettendo a sistema i il ciclo dei rifiuti e delle acque. Abbiamo criticità, ha concluso il Presidente di Unindustria Calabria, ma anche opportunità per cambiare il corso della storia per un futuro evoluto che faccia restare i giovani in questa terra».

«Il Pnrr – ha detto Alessia Morello – offre l’opportunità di intervenire su opportunità formative che guardino al futuro, a partire dalle competenze digitali. Per Alessia Morello, bisogna evitare errori del passato, lentezze, incapacità di decidere, soprattutto sul piano regionale. Due domande in conclusione: verso cosa devono puntare i giovani calabresi? Le opportunità sono uguali a quelle dei giovani del Nord?».

L’assessore De Caprio, ha sottolineato tre scelte strategiche operate dalla Regione: «diventare comunità calabresi energetiche rinnovabili chiedendo che dal Recovery plan siano destinate risorse per i territori, per realizzare reti energetiche, per digitalizzare l’illuminazione pubblica di tutti i comuni della Calabria. Saranno poste, ha proseguito, le fondamenta per le smart city e in modo che siano gestite dai calabresi, dai sindaci, dalle scuole».

«La Regione – ha aggiunto – ha chiesto anche di poter attuare i contratti di costa, di fiume e di lago, per accordi negoziati sui territori, per promuovere il turismo naturalistico e speleologico e la qualità dei territori. C’è l’impegno per un problema importante come la separazione delle acque bianche dalle acque nere con la costruzione dei depuratori. Bisogna anche puntare su strutture pubbliche per la riscossione dei tributi sui rifiuti e sull’acqua, passaggio fondamentale per mettere a regime il sistema».

«La capacità di costruire politiche attive, la possibilità di costruire politiche industriali, la qualità del lavoro. Si tengono insieme con il metodo del dialogo sociale perché la fatica nel prendere una decisione viene ripagata dalla qualità di quella decisione» sono i tre fattori determinanti nella sfida del Pnrr, secondo il ministro Orlando, che ha spiegato come «il Governo ha selezionato gli obiettivi per dare di più a chi ne ha bisogno».

«Perciò ha scelto strumenti che vanno in questa direzione, come il blocco dei licenziamenti» ha detto Orlando, aggiungendo che «si sta cercando di fare il possibile per utilizzare al meglio gli ammortizzatori esistenti, in modo da arrivare al licenziamento solo come ultima ratio. Bisognerà spalmare gli interventi su un arco temporale che consenta di attutire e recuperare gli effetti perversi della crisi. Con questo spirito devono essere affrontate tutte le riforme. Dunque, ammortizzatori sociali per tutte le categorie, utilizzare cig e naspi per politiche attive e formazione, riprofilazione delle professionalità dei lavoratori, facendo sì che i provvedimenti siano collegati dalle grandi transizioni ecologica e digitale e alle politiche attive. Difendere il lavoro oggi significa infatti, per il Ministro Orlando, attrezzarsi per il cambiamento e l’aspetto della formazione sarà fondamentale».

Concludendo i lavori, il segretario generale Sbarra ha sottolineato con forza che la priorità più grande sono i giovani, le ragazze e i ragazzi della Calabria, con le loro aspettative che hanno il diritto di esistere e di essere realizzate nella loro terra.

«I giovani devono pretendere quello che è loro – ha detto Sbarra – opporsi al sopruso, sentirsi protagonisti, impegnarsi nel sociale e nella politica. La Cisl è disponibile ad incrociare i loro sogni e ad accoglierli per costruire insieme il futuro della Calabria, del Mezzogiorno e del Paese».

Sbarra ha poi evidenziato che «i temi della crescita, del lavoro, dell’istruzione, della legalità si intrecciano in modo indistricabile, soprattutto in questa terra, dove l’assenza di sviluppo e di occupazione rafforza in modo devastante la capacità della criminalità di condizionare ogni articolazione della vita sociale. Legalità e regolazione efficace delle attività economiche sono elementi fondamentali di un “Sistema Paese” in grado di favorire imprenditorialità e creare lavoro». 

Per Sbarra, il primo terreno su cui colpire le organizzazioni mafiose è quello economico spezzando le intermediazioni criminali, garantendo servizi e diritti di cittadinanza a tutti, italiani e migranti; proseguendo sulla strada della confisca delle aziende infiltrate, dei beni immobili e dei patrimoni frutto dei narcotraffici e delle attività legate al gioco d’azzardo, all’usura, alla gestione dei rifiuti, allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, agli appalti. 

«Gli investimenti sulle infrastrutture sono decisivi, ma – ha ammonito il Segretario generale della Cisl – attenzione ad abbassare il livello di sicurezza, di trasparenza e di controllo, come ad esempio si è fatto in passato favorendo la logica del massimo ribasso o innalzando la quota dei subappalti. Allo stesso modo la guardia va tenuta alta, in tempo di Covid, di crisi di liquidità delle imprese, di risorse che arriveranno grazie al Recovery Plan, di vaccini da distribuire a tutta la popolazione. Per spezzare la catena circolare che lega criminalità e sottosviluppo non c’è che una via: lavorare insieme, fare sistema per affrancare le persone dalla paura e dal bisogno. Combattere le disparità sociali e territoriali. Realizzare infrastrutture materiali, digitali e sociali. Controllare il buon utilizzo di ogni euro erogato, seguendone passaggi e traiettorie. Investire su sanità, scuola e pubblico impiego». 

E su tutto, ha detto ancora il Segretario generale della Cisl, la risposta decisiva: lavoro, lavoro, e ancora lavoro. Che vuol dire creare buona occupazione, soprattutto giovanile e femminile, nuove politiche industriali. Fiscalità di vantaggio. Contrasto del precariato e di ogni forma di sfruttamento. E poi protezioni sociali universali, con ammortizzatori sociali rivolti a tutti e collegati a politiche attive e generative che forniscano formazione, riqualificazione, accompagnamento nel mercato del lavoro. Ridare prospettiva e speranza alle centinaia di migliaia di giovani, studenti, lavoratori, professionisti, che ogni anno lasciano il Sud.

Ma lavoro, infrastrutture, scuola e servizi hanno tutti un fattore comune, ha rimarcato: quello degli investimenti che vanno sbloccati al posto dei licenziamenti, che devono aprire i cantieri, puntare alla manutenzione del territorio, ricollegare al Paese e all’Europa le aree isolate e interne, valorizzandone l’immenso potenziale sociale e produttivo. Molto dipenderà da come si coglierà l’occasione del Piano di ripartenza e resilienza

Per Sbarra serve un nuovo Patto sociale, una mobilitazione di tutte le intelligenze collettive che sostenga la ripresa produttiva e la ripartenza sociale, trasformando il Mezzogiorno in motore trainante del Paese, partendo dalla più strategica delle risorse: i giovani.

«Lo dobbiamo fare insieme – ha concluso il Segretario generale della Cisl –, per garantire lo sviluppo e per dare compimento a un percorso di coesione ancora non concluso, a 160 anni dall’Unità d’Italia». (rcz)

Lettera aperta del presidente nazionale Uncem Marco Bussone ai sindaci

di MARCO BUSSONE – Cara Sindaca, caro Sindaco,

nelle ultime settimane si è acceso, sui media e non solo, un intenso dibattito sul ruolo degli Enti locali nell’attuazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che la Commissione Europea dovrebbe approvare nei prossimi giorni. Come sai, Uncem ha lavorato molto, da marzo a maggio 2021 (e anche da agosto 2020), sulle proposte per il Pnrr e sul dossier che racconta quanto vi è all’interno del Piano trasmesso a Bruxelles. Stiamo redigendo un ulteriore documento, che inquadri tempi e schede di ciascuna componente, provando a dire come i territori – i Comuni insieme, le Comunità montane, le Unioni montane di Comuni – possono essere protagoniste.

Il vero nodo oggi del Pnrr, ancora da sciogliere, è quello della governance. Del chi fa che cosa, del come vengono spese (e poi monitorate) le risorse che sono in gran parte prestiti che l’Italia – come gli altri Paesi Ue – dovrà restituire. Dal “Piano dei Borghi” alle misure per l’efficientamento energetico, dalle Green Communities all’autoconsumo e alle Comunità energetiche rinnovabili, le opportunità per i territori ci sono. Ma dobbiamo avere, da oggi al 2026, una linea chiara, precisi riferimenti, e poter lavorare per investire le risorse in modo da ridurre le sperequazioni territoriali, sempre più forti. I divari tra nord e sud, tra generazioni, tra donne e uomini non sono gli unici nel Paese: il “patto” tra aree urbane e montane deve consentire di accorciare sperequazioni e disuguaglianze. Ne siamo certi. Come siamo convinti che la “cabina di regia” prevista dal Presidente Draghi, con Ministero dell’Economia e delle Finanze e Palazzo Chigi, debba vedere anche i Comuni impegnati nel definire cosa si fa e come per attuare il PNRR. Non solo i rappresentanti dei grandi Comuni, ma anche chi rappresenta i piccoli Comuni e i territori deve essere nella “cabina di regia”. Lo abbiamo detto al Presidente del Consiglio e lo ribadiremo nelle prossime ore.

Su questo punto centrale per il Paese e per noi, crediamo che possiamo lavorare come Uncem con Mef e Chigi per la piena attuazione del Pnrr sui territori. Promuoveremo – come detto ieri nella Giunta nazionale Uncem – nuove occasioni di incontro e formazione sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza.

Va evidenziato che con le ministre Mariastella Gelmini e Mara Carfagna i rapporti proseguono intensamente. In tre direzioni principali: 

È importante la ministra Gelmini abbia avviato un “Tavolo tecnico montagna”, con 50 Accademici e Rappresentanti delle Professioni. Ma l’obiettivo non deve essere solo una nuova legge Montagna. Vi sono molte cose da fare, come emerso da due anni e mezzo di lavoro negli Stati generali della Montagna, attraverso due Governi. Ad esempio sbloccare i 160milioni di euro del fondo della legge 158/2017 sui piccoli Comuni, oppure dare una accelerazione alla Strategia aree interne, per le 72 prime aree pilota, e sbloccando 300milioni di euro previsti dalla legge di bilancio 2020, sempre per la Snai. Anas, Rfi, Enel, Eni, grandi imprese dello Stato, devono investire sui nostri territori.

Il Governo guidi il processo. Si attuino la legge sui piccoli Comuni, la legge sulla green economy (con green communities, oil free zones, valorizzazione dei servizi ecosistemici-ambientali, a partire da una percentuale sulle tariffe delle acque potabili degli ambiti che deve tornare a tutti i territori montani italiani, da parte dei gestori del ciclo idrico, per interventi volti alla protezione delle fonti e prevenzione del dissesto idrogeologico), il testo unico forestale. Sono tutte bloccate senza decreti attuativi. Governo e Parlamento sveglino il Piano banda ultralarga, oggi assopito. Il digital divide va vinto in fretta, senza se e senza ma. I borghi devono essere luoghi da vivere e abitare, dove fare impresa, non solo destinazione turistica: i piccoli Comuni sono prima di tutto comunità. È una questione politico-culturale, di approccio. Ancora: il Fondo nazionale montagna venga unito al Fondo nazionale integrativo Comuni montani.

Si può fare subito. Ma non con una dotazione solo di 10 milioni di euro annui. Si aggiunga almeno uno zero, portandolo a 100 milioni di euro l’anno dal 2022. Il modello francese con il Piano “Avenir Montagne” e il modello spagnolo con il “Plan de Recuperacion” impongono anche all’Italia di avere una efficace strategia. Che unisca Montagna, Aree interne, Green Communities. Non tre diverse strategie, come si rischia oggi, bensì una sola Stategia, dotata di visione e risorse. Per essere in sintonia con i grandi Paesi Eu e guidare il processo

Il nodo fiscale. È il fronte decisivo. Nel Decreto fiscale che sta scrivendo il Mef, il Governo e il Parlamento lavorino per dare nuova capacità impositiva ai Comuni. E per creare perequazioni fiscali sugli ambiti territoriali. Oggi tutto viene portato a Roma, e va rivista la capacità impositiva fiscale locale. Se vogliamo salvare l’economia di valle, si costruiscano sistemi fiscali differenziati per la montagna. Senza retorica, anche qui. Serve concretezza. I negozi e i bar delle valli appenniniche e alpie muoiono perché manca una volontà politica forte di ridurre loro le imposte e trovare sistemi nazionali di riequilibrio. Parallelamente vanno rivisti e attuati i “Livelli essenziali delle prestazioni”, i Lep sanciti dalla Costituzione. A oggi dimenticati.

Uncem sta insistendo molto. Su scuole, trasporti, sanità, non possiamo avere gli stessi parametri di Torino. Un lavoro difficile, non ben voluto da molti Ministeri e Dipartimenti, ma necessario. La fiscalità locale ha bisogno di un profondo ripensamento. Come occorre dare immediata attuazione al Fondo perequativo di 4,6 miliardi di euro in 10 anni, previsto dal comma 815 della legge di bilancio 2021. Per la montagna è decisivo e non possiamo esserne esclusi.

 Terza questione, quella organizzativa, istituzionale. I recenti bandi per le assunzioni al sud escludono, gravemente, i Comuni con meno di tremila abitanti. È voluto? Chi lo ha deciso? Uncem è piuttosto perplessa di fronte a questa volontà che non vorremmo sia preludio per altre “dimenticanze”. Se si crede nei Comuni piccoli, a livello nazionale, occorre permettere loro di fare un percorso, anche aiutandoli a lavorare insieme. Le assunzioni devono essere permesse sia ai piccoli Comuni sia alle Unioni montane di Comuni che alle Comunità montane. Siamo senza personale e per attuare politiche di sviluppo del territorio, qualunque esse siano, per garantire servizi e risposte ai bisogni, anche quelli emersi dalla crisi sanitaria, vi è bisogno di persone.

Formate e pronte a mettersi in gioco per la Pa, per crescere nella Pa, per far crescere la Pa. E anche di Segretari comunali. Sembriamo un disco rotto su questo tema… Le sedi vacanti in Italia sono 1800. L’ultimo concorso bandito nel 2018, per 300 nuovi Segretari, è fermo. Governo e Parlamento trovino una efficace soluzione. Seria e duratura. I Prefetti collaborino senza lasciare il cerino in mano ai Sindaci: glielo abbiamo scritto, molto chiaramente. Se non ci sono i Segretari, si permetta ai Sindaci che non hanno un Segretario o lo trovano “a gettone” o lo hanno per tre ore al mese, di trovare altre soluzioni. Senza impallare i Comuni perché mancano i Segretari.

La macchina amministrativa locale del Paese va rivista, ma non basta una generale riforma della Pubblica amministrazione. Serve una revisione dei livelli istitituzionali che guardi efficacemente a come è fatta l’Italia: siamo un Paese di piccoli Comuni – in dialogo tra loro certo, in relazione con il fondovalle, con le città medie, con le zone di pianura (non pensi la montagna di restare, sia sul piano amministrativo sia progettuale, come una ‘riserva indiana’ tagliando i legami con grandi aree urbane, anzi!) – ma questi piccoli Comuni devono avere dignità organizzativa e operativa. È una sfida importantissima. Altrimenti non faremo un bel niente nel PNRR, come sulla nuova programmazione comunitaria. Inutile spendere dal Ministero della Pa 40milioni di euro (!) dal centro per fare “implementazione e assistenza, rafforzamento della capacità amministrativa” partendo con le valigette di esperti senior e junior che approdano sui territori.

Servono a poco. Si facciano cose migliori e più efficaci. Uncem lo ha detto chiaramente in più di un’occasione e la “capacità amministrativa” la diamo ai Comuni sostenendo processi di coesione, di innovazione, di assunzioni efficaci che servano per generare progetti e opportunità. Sindaci e Amministratori non hanno bisogno di confessori.

Su questi e sul altri fronti, prosegue un lavoro intenso di Uncem. Di proposta e di mobilitazione. Potremo a brevissimo confrontarci, definire percorsi, raffinare posizioni e renderle note. Vale anche per le responsabilità dei Sindaci, sullo status degli Amministratori, sul ruolo stesso dei Sindaci – anche a seguito di ultimi episodi gravi che hanno coinvolto (in)direttamente Sindaci del Paese – temi sui quali stiamo lavorando con una serie di proposte operative, legislative, per Governo e Parlamento, andando oltre retorica e luoghi comuni. Se sull’abuso d’ufficio, ad esempio, servono dei correttivi alla vigente norma, queste modifiche devono essere efficaci e attuabili, serie, prodotte da chi conosce bisogni e urgenze, necessità e interventi da mettere in campo.

Pure sul dibattito avviato da molti quotidiani, negli ultimi giorni, sulla formazione dei Sindaci, sul loro ingaggio, sulla loro individuazione a servizio delle collettività, vogliamo lavorare con un confronto continuo con Governo, Parlamento, Dipartimenti ministeriali, Regioni e tra tutti noi Amministratori. Le Organizzazioni degli Enti locali sono “sindacato”, e sono anche corpi intermedi propulsivi, associazioni che alimentano dibattito e formano capacità politica e istituzionale. Le Associazioni come Uncem devono continuare a mettere a terra e “rilanciare” idee, proposte, innovazione e costruzione di visioni, con quella “cucitura” che il Paese oggi chiede per ripartire. Senza lasciare nessuno indietro.

Grazie di cuore a ciascuno per il lavoro che sta facendo, da parte della Giunta Uncem e del sottoscritto Presidente pro tempore.
A prestissimo per proseguire insieme il lavoro. (mb)