L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Manifesti “La Base” satira? No, istigazione all’odio

di GIACOMO SACCOMANNO – La protesta ha dei limiti di decenza e rispetto dell’altrui persona. Tutti vogliamo la libertà, ma questa si scontra con la libertà degli altri. Una invasione di questa è da ritenersi una pesante violazione dei diritti costituzionali. I manifesti realizzati dai ragazzi de “La Base” violano questi principi e sono, sicuramente, di cattivo gusto. Ma, quel che è più grave istigano pesantemente alla violenza! Ma, non solo questo. Diffondono anche notizie false e non veritiere.

La Politica vera e la satira corretta non possono percorrere questa strada di possibili reazioni incontrollate. La sinistra sta utilizzando per esclusi scopi di presunto consenso elettorale un disegno di legge che ha voluto e votato nel 2001! Tanta ipocrisia che poi autorizza a manifestare in modo inconsulto e senza conoscere il vero dettame della proposta legislativa. A questi ragazzi ricordo che per la “questione Merdionale” si dibatte da una vita e mai nessuno è riuscito a risolvere il problema ed il Sud negli anni ha sempre aumentato il divario con il Nord. Ora che si cerca di affrontare la difficile ed irrisolta situazione, voluta dalla sinitra nel 2001, si formano barricate che non potranno che aumentare il disastro attuale.

La sinistra, che ha tanti deputati e senatori in Parlamento, deve utilizzarli per rettificare eventuali errori ed integrare al meglio la norma che ha voluto la stessa. Il resto è qualcosa di inconsulto. E, comunque, dimostra la mancanza di capacità politica e di dialogo corretto tra istituzioni. Inserire in un pseudo manifesto funesto le foto dei senatori e dei deputati, oltre che del presidnete della Giunta Regionale, è un qualcosa di ignobile. La Lega condanna tali atteggiamenti che sprigionano solo odio e si pone accanto a queste persone per bene che stanno lavorando per il bene del proprio territorio, che è stato distrutto proprio dall’incapacità della sinistra di amminitrarlo in oltre 10 anni, nel quali sono stati nei governi che si sono succeduti nel tempo.

A Simona Loizzo, a Domenico Furgiuele, a Tilde Minasi, a Roberto Occhiuto, a Mario Occhiuto, a Wanda Ferro, a Fausto Orsomarso ed a tutti coloro che hanno sostenuto l’Autonomia Differenziata la piena solidarietà della Lega e una forte condanna per tali condotte inverosimili e che non appartengono ad una democrazia ed a un dialogo sereno e di spessore. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

I GIOVANI NON COME PRIORITÀ SECONDARIA
BENSÌ RISORSA PREZIOSA PER LA CALABRIA

di GIULIA MELISSARI – Se in Francia un trentaquattrenne come Gabriel Attal può essere nominato Primo ministro, in Italia sembra che i giovani facciano ancora molta fatica a emergere. Senza addentrarmi in un discorso troppo ampio, vorrei focalizzarmi sul nostro “piccolo” orticello: la Calabria.

Ripercorriamo brevemente gli ultimi tre anni. Durante un incontro al Palazzo della Regione con i candidati a Presidente, tutti incredibilmente presenti, è stato presentato un manifesto giovanile con proposte precise. Quel manifesto, lavoro frutto di incontri proficui tra giovani appartenenti a organizzazioni del terzo settore, millennial e generazione Z, è stato sottoscritto dai candidati presenti, tra cui il successivamente eletto Presidente Roberto Occhiuto.

Successivamente, c’è stato un incontro con la Vicepresidente Giusi Princi, con tanto di articolo sul giornale, la quale ha promesso di seguire questo percorso, per costruire insieme un osservatorio giovanile e strutturare al meglio le proposte. Purtroppo, tutto è svanito dopo quel momento.

La politica regionale potrebbe sostenere che ci sono questioni più urgenti da affrontare. Tuttavia, sorge spontanea la domanda se sia davvero necessario concentrare tutte le forze su un unico problema alla volta e, nel frattempo, ci interroghiamo sul presente e il futuro di una regione sempre più abbandonata.

Non sono sufficienti gli articoli occasionali che esaltano storie di «manager d’azienda che lasciano tutto per aprire un’impresa in Calabria». Queste storie vengono presentate come un sacrificio incredibile o un atto di coraggio straordinario, quasi come se ciò fosse una missione umanitaria, ma la realtà è ben diversa.

Ed allora, forse, la priorità di un politico dovrebbe essere quella di ascoltare i giovani, andando oltre gli incontri occasionali nelle scuole o nei convegni per dare fiducia e concretizzare idee provenienti da un impegno senza pregiudizi politici, per il bene comune e per intravedere o, quanto meno, desiderare di accendere una luce in fondo a questo lungo tunnel.

Mi chiedo se, alla fine dell’anno, i nostri politici abbiano ascoltato il discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha dedicato ampio spazio ai giovani e alla partecipazione. Il Presidente ha parlato di speranze, di cogliere il nuovo, di rassegnazione e indifferenza, sottolineando che partecipare alla vita della comunità è un diritto alla libertà.

Questa parte del discorso ha rafforzato in me uno spirito di resistenza, o meglio, citando il Prof. Vito Teti, di Restanza, un movimento, non una retorica. La rivoluzione è dentro di noi, ed è giunto il momento non solo di chiedere di essere ascoltati, ma di pretenderlo.

L’insegnamento di Don Italo Calabrò ai giovani, il non delegare, è motivo di azione che deve partire dal basso, una rivoluzione democratica di libertà. Se da un lato i giovani devono agire e non delegare, la politica, invece, dovrebbe farlo, delegando ai giovani idee, creatività e voglia di fare. Le nuove generazioni sono viste solo come «coloro che stanno sempre connessi sui social», ma è il momento di rivedere queste considerazioni, perché, paradossalmente, sono spesso i politici a essere più presenti sui social.

Noi siamo ancora qui, ma questa volta non aspettiamo, abbiamo la voglia di continuare a generare un cambiamento. Come in una partita di pallacanestro, l’azione d’attacco dura 24 secondi e sta per scadere l’opportunità di fare canestro. Vogliamo costruire insieme un tiro da tre punti allo scadere o fare suonare la sirena come sempre, perdendo la partita?

In conclusione, mi rivolgo alla politica – tutta – regionale con un appello sincero. I giovani calabresi sono in attesa, che vengano ascoltate le loro proposte con responsabilità e considerazione. Infatti le idee che emergono da un impegno senza pregiudizi politici rappresentano una risorsa preziosa per il bene comune e il futuro della nostra regione.

Sicché invitiamo le Istituzioni a non sottovalutare la voce della gioventù e a tradurre in condotte responsabili le proposte che sono state rappresentate. Creare un dialogo continuo e costruttivo con i giovani, delegando responsabilità e dando fiducia alle loro idee e alla loro creatività, è un passo fondamentale per costruire una Calabria più inclusiva e prospera.

L’appello è a non considerare le questioni giovanili come una priorità secondaria, ma piuttosto come una componente essenziale per il progresso e lo sviluppo della regione. In un periodo in cui la partecipazione attiva dei giovani è cruciale per il cambiamento positivo.

Poiché i giovani calabresi, quelli che sono rimasti in questo territorio, sono convinti che la politica regionale deve abbracciare questa prospettiva, perciò l’invito è di creare un ambiente in cui le proposte dei giovani siano non solo ascoltate, ma anche implementate concretamente per il bene di tutti.

La Calabria ha il potenziale per diventare un luogo in cui le generazioni future contribuiscano attivamente al proprio destino, e questo potrà accadere solo attraverso un dialogo aperto e una collaborazione identitaria tra giovani e Istituzioni. (gm)

[Giulia Melissari è del Gruppo Giovani del Centro Agape di Reggio Calabria]

Italia Viva Calabria all’attacco di Occhiuto: «Troppi annunci»

Italia Viva Calabria all’attacco del governatore Occhiuto con le parole della presidente regionale del partito di Renzi, Nunzia Paese.

«Il Presidente Occhiuto è un ottimo comunicatore un inestricabile politico dalla parola facile, al tempo di populismi e sovranismi chi la spara più grossa è pole position. Una gara! Ottime opere: Nuova 106 Catanzaro-Cutro-Crotone, accelerazione Elettrificazione Ionica, Autostrada A2 Cosenza Altilia ecc. ecc., dal Mare pulito al porto di Gioia Tauro. Bene! Ora anche i collegamenti internazionali con l’Hub di Istanbul e Francoforte, si annuncia che porteranno tante frotte di turisti e viaggiatori internazionali. Bene, molto Bene, anzi Benissimo. Tuttavia, è importante anche guardarsi intorno e confrontare la realtà attuale con i progressi annunciati», commenta la Paese

«Italia Viva – continua la presidente regionale – più volte aveva avanzato proposte semplici e di facile attuazione, ma rimasti inascoltati direttamente all’assessore ai Trasporti. È importante che il Presidente Occhiuto stabilisca un cronoprogramma preciso e impegnativo per garantire la realizzazione delle iniziative in campo mobilità e trasporti. Primo obiettivo, di facile attuazione, collegare con pullman e treni l’aeroporto di Lamezia con le altre principali località città e Aree turistiche con orario consultabile da App Internet. Magari con prezzo fisso di corsa Taxi e con iterazione modalità pullman-treno, ci accontentiamo di poco ma solo per iniziare. Si potrebbero aggiungere alla proposta i collegamenti degli Aeroporto di Crotone e Reggio C. ma è meglio non affogare la potente organizzazione regionale. Al momento una persona che arriva a Lamezia non sa come raggiungere Cosenza o Catanzaro per non dire Reggio Crotone o Vibo Valentia, non potendo usufruire di mezzi pubblici regionali, se non con auto propria e autista munita. Ed anche i turisti che arrivano non avranno i servizi di mobilità necessari».

«Secondo obiettivo – continua la Paese – Pubblicare su app internet gli orari dei collegamenti regionali di tutti i pullman stabilendo le connessioni con i regionali di Trenitalia o Ferrovie Calabria, materializzare le fermate sul territorio sarebbe utile creare delle stazioni dei pullman (i cittadini per sapere dove si fermano i pullman utilizzano il passa parola). Altre proposte… al prossimo doc. per non ingolfare la Presidenza Regione Calabria, lasciamo fare tutti gli annunci che vuole, ma aspettiamo le date di attivazione delle proposte avanzate. È essenziale che il Presidente Occhiuto passi dalle parole ai fatti per mantenere la speranza dei calabresi e garantire un futuro migliore per la regione».

«Da non dimenticare – conclude – il ritrattino di un altro Presidente preso dall’annuncite tale Oliverio… di cui si sono perse le tracce oltre che tutti i propositi annunciati a suo tempo. Presidente Occhiuto attendiamo che si passi dalle parole ai fatti!!!». (rcz)

L’OPINIONE / Mario Nasone: Reggio ha bisogno di una nuova e bella politica

di MARIO NASONE – Nel Suo messaggio della notte di Natale, l’arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, mons. Fortunato Morrone, invita ad «accogliere pienamente l’annuncio cristiano della venuta del Salvatore e conseguentemente a uscire fuori da una sorta di “sonnambulismo” che come non mai attraversa la città, ma anche la Chiesa».

Non sappiamo che spazio ha trovato tra feste, cenoni di Natale e Capodanno che normalmente occupano il maggior spazio nelle nostre famiglie in questi tempi questo messaggio, a fare a fare emergere la responsabilità dei cristiani che abitano questa nostra città. Specialmente a quelli “che abitano i palazzi della politica e dell’amministrazione. Su quest’ultimo invito, guardando il balletto sulla composizione della nuova Giunta da circa due mesi la città aspetta, pare che il messaggio sia caduto nel vuoto. Prevalgono le vecchie logiche comuni a tutti i partiti che vede l’interesse personale che prevale su quello della città.

Oggi più che mai Reggio ha bisogno di una nuova e bella politica, quella che abbiamo conosciuto, almeno in parte, nella primavera di Italo Falcomatà dove le forze migliori della città avevano accettato la sfida del cambiamento con alcuni uomini rappresentativi della società vivile che si erano prestati alla politica, penso a Nuccio Barillà di Legambiente, a Gianni Pensabene e Giuliano Quattrone di Insieme per la città, a Nino Mallamaci, a Lamberti Castronovo, ad Attilio Funaro di Confcommercio, all’imprenditore Falduto, ed altri ancora che avevano sposato il suo progetto che aveva trovato consensi anche fuori dal centro sinistra.

Parlava di una città da amare, lo si vedeva a mezzanotte andare in giro con il suo fedele e amico assessore Totò Camera a controllare se fossero partiti i camion per la raccolta della spazzatura, a contrastare per la prima volta il comitato di affari politico e mafioso che gestiva la città, ricordo quando da consigliere comunale mi disse: vedi Mario il comune amministra, la ‘ndrangheta governa. Non a caso divenuto sindaco ebbe il regalo della bomba fatta scoppiare nel davanti al portone del suo palazzo.

Con un altro Italo, don Calabrò, creò un sodalizio che iniziò tra i banchi della scuola del Panella, che decise di mettere le mani nelle ferite più profonde della città, quelle delle povertà cercando di condividerle e curarle. Era una stagione che aveva avvicinato il palazzo alla città, con i cittadini che partecipavano nelle circoscrizioni, nelle associazioni, nei tanti ambiti in cui ognuno cercava di dare un contributo alla rinascita della città dopo la più terribile guerra di mafia che l’aveva insanguinata.

Italo Falcomatà ha vissuto anche Lui le sue contraddizioni ma aveva il dono di ascoltare, senza presunzione e la capacità di mediare tra le varie anime che aveva coinvolto nel suo progetto politico mettendo sempre la città al centro. Italo Falcomatà e Italo Calabrò, tra le tante autorità morali che Reggio ha avuto rappresentano, soprattutto oggi  in una città in crisi di identità, i due maestri di vita a cui possano guardare i cittadini ed in particolare i giovani e chi fa politica. Iniziando dall’attuale sindaco Giuseppe Falcomatà che ne ha accettato l’eredità ma non la sua visione politica ed il suo coraggio, anche per l’inesperienza, che nel suo discorso di insediamento disse: «Oggi più che mai avvertiamo la necessità di porre in essere politiche inclusive, ovvero riportare al centro dell’attenzione della nostra azione politica coloro che fino ad oggi sono stati tenuti ai margini: i poveri, gli anziani, i bambini, le persone con disabilità, tutti, nessuno escluso, faccio mio l’insegnamento che don Italo ci ha lasciato. Un insegnamento da perseguire nel nostro agire quotidiano. È il momento del coraggio. Don Italo ha sempre invitato i giovani reggini (e non solo) a non delegare gli altri. Mi piace ricordarlo così, don Italo, quel sacerdote che ha scosso le coscienze di molti e continua a farlo ancora oggi con i suoi insegnamenti».

Per la nuova Giunta che nascerà sarà questo il primo banco di prova, rilanciare dopo anni di buio, le politiche del Welfare, garantire una rete di servizi di protezione sociale dei più fragili, dando loro posto anche nel bilancio comunale. Servirà soprattutto un nuovo protagonismo della Chiesa e della società civile non più suddita ma corresponsabile, come chiede il Vescovo, di questa nuova stagione. (mn)

[Mario Nasone è presidente del Centro Comunitario Agape]

Addio a Diego Tommasi, ex consigliere e assessore regionale

Cordoglio in Calabria per la scomparsa di Diego Tommasi, ex consigliere e assessore regionale dei Verdi. Aveva 62 anni.

Tommasi è stato da sempre impegnato nelle politiche ambientali e di tutela dei territori, in particolare della Calabria, nella sua vesti di consigliere regionale dal 2000 e successivamente, nel 2005 assessore regionale e presidente nella conferenza Stato Regioni degli assessori all’ambiente d’Italia.

Grande appassionato della pesca sportiva, ha ricoperto incarichi anche all’interno del Coni e vinto diverse manifestazioni di carattere regionale e nazionale. Lascia la moglie Ester e due figli, Silvia e Paolo. I funerali saranno celebrati domani alle ore 15 nella chiesa di San Carlo Borromeo a Rende.

«Sono addolorato per la scomparsa di Diego Tommasi, da sempre impegnato in Calabria nelle politiche ambientali e a difesa dei territori. Più volte amministratore regionale e dirigente politico, senza dubbio il suo prematuro addio lascia una grande tristezza. Anche a nome della Giunta regionale esprimo cordoglio e un profondo senso di vicinanza alla sua famiglia», ha scritto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto.

«Ci rattrista enormemente e ci coglie di sorpresa la notizia della scomparsa dell’amico Diego Tommasi, ex assessore e consigliere regionale e figura politica di spicco della nostra regione». Lo ha detto il Sindaco di Cosenza Franz Caruso che ha espresso i sentimenti del più profondo cordoglio per la scomparsa di Tommasi.

«Uomo di grande generosità, si dedicò molto al sociale. Da assessore all’Ambiente nella giunta regionale guidata da Agazio Loiero – sottolinea Franz Caruso – Diego Tommasi si distinse per una serie di iniziative a tutela dell’ecosistema e del mare, dando impulso a molteplici attività. Anche più recentemente, da Presidente di “Alleanza ecologica per l’Italia” si era molto battuto – prosegue ancora il Sindaco Franz Caruso – per l’immediata applicazione della legge cosìddetta “Salvamare” indirizzando sollecitazioni in questa direzione ai vertici della Regione Calabria, nel convincimento che la stessa legge avesse finalmente colmato un vuoto normativo che consentiva di intraprendere una nuova fase contro l’inquinamento dai rifiuti in mare, consentendo ai pescatori che li recuperavano di portarli in apposite isole ecologiche a terra, prevedendo, inoltre, a favore dei pescatori più virtuosi delle premialità. La sua vis dichiaramente ecologista, alimentata anche nel corso della sua lunga militanza all’interno della formazione politica dei Verdi, fu messa al servizio della comunità soprattutto durante gli anni in cui fu consigliere regionale e Assessore all’ambiente della Giunta Loiero. Un contributo, quello offerto da Diego Tommasi – afferma ancora Franz Caruso – proprio degli uomini e dei politici del fare e che ha portato avanti instancabilmente e con grande impegno».

Il Sindaco Franz Caruso ha, infine, indirizzato a tutti i familiari le sue condoglianze personali e quelle di tutta l’Amministrazione comunale di Palazzo dei Bruzi. (rcs)

L’OPINIONE / Mons. Francesco Savino: Ricostruiamo la politica nel tempo della democrazia fragile

di MONS. FRANCESCO SAVINO – Penso che sia bello per tutti noi essere qui convenuti nella Cattedrale della nostra Diocesi, Cassano allo Jonio, per fare memoria di quell’avvenimento che ha sconvolto la storia – il primo Natale del Figlio di Dio, la sua incarnazione – e per attendere il suo ritorno, per scambiarci gli auguri natalizi e dare ad essi un contenuto.

La riflessione che vorrei condividere, quest’anno, riguarda la crisi della democrazia e il ruolo che la politica deve acquisire. Che c’entrano – dirà forse qualcuno – il Natale e la democrazia? Spero che lo si comprenderà. Basti per ora considerare il cuore del grande Mistero: «Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio». E noi non ameremo, forse, la terra e il popolo che Dio tanto ha amato?

Ciò che voglio consegnarvi e condividere mi è stato “generato” dall’ultimo libro del filosofo e teologo Vito Mancuso “Non ti manchi mai la gioia”, breve itinerario di liberazione.

Parto da una antica fiaba orientale, che può aiutarci a comprendere come anche, ma forse soprattutto oggi, la politica si può trovare in “trappola”.

L’antica fiaba orientale, da tempo immemorabile, così racconta: “Il viaggiatore fu sorpreso nel deserto da una belva inferocita; per salvarsi dalla belva il viaggiatore si precipita verso un pozzo asciutto, ma nel suo fondo scorge un drago che spalanca le fauci per divorarlo. Lo sventurato, non potendo restare lì per non essere sbranato dalla belva e non potendo lasciarsi cadere nel pozzo, si aggrappa ai rami di un cespuglio selvatico che è cresciuto in una fenditura del pozzo, e si sorregge ad essi.

Ma sente che la presa gli manca e capisce che ben presto cadrà preda della morte che lo minaccia da ogni parte; tuttavia continua ostinatamente a restare aggrappato a quei rami, e all’improvviso vede sbucare due topi, uno bianco e l’altro nero, che incominciano a rodere il fusto del cespuglio, che da un momento all’altro cederà ed egli precipiterà nelle fauci del drago. Il viaggiatore vede tutto questo e capisce che la sua fine è inevitabile, ma guardandosi attorno, rimanendo sempre aggrappato, vede delle gocce di miele sulle foglie del cespuglio, riesce a raggiungerle con la lingua e le lecca” (Lev N. Tolstoj, La confessione).

Cos’è diventata oggi la politica?

Urge, evidentemente, un cammino di liberazione, per ricostruirla soprattutto in questo tempo, senz’altro complesso e complicato, in un’epoca definita post-moderna e da alcuni ormai post-umana, un’epoca di facili populismi e di sovranismi demagogici.

Se alla politica compete la gestione del mondo, e se la nostra politica è basata sulla democrazia, allora è dalla democrazia che dipende la gestione del nostro mondo. La democrazia, purtroppo, cade sempre più frequentemente in una trappola che gradualmente la sta portando a trasformarsi in altro da sé, impedendo una gestione avveduta e lungimirante del mondo, ovvero lo scopo della politica.

La democrazia attuale, dimentica di essere un metodo mediante cui raggiungere lo scopo della buona politica, diventa sempre più un meccanismo fine a se stesso, che ha sempre meno a che fare con la vita reale e i problemi delle persone e che attiva sempre più logiche di potere e interessi meramente privati.

Ha scritto David Runciman, docente di scienze politiche a Cambridge: “Il problema, per la democrazia del XXI secolo, è che le sue qualità positive stanno andando in frantumi. Durante il XX secolo l’esperienza collettiva della lotta politica, sia per risolvere i problemi condivisi, sia per aumentare il riconoscimento democratico, ha mantenuto intatta la democrazia. Nel XXI secolo l’esperienza diffusa della rabbia politica la sta demolendo” (David Runciman, Così finisce la democrazia. Paradossi, presente e futuro di una istituzione imperfetta, Bollati Boringhieri, Torino).

Ha scritto Jean Zielonka, docente di Politica e relazioni internazionali a Oxford: “Persino i nostri politici preferiti, per non parlare di quelli di cui non ci fidiamo o le cui idee troviamo odiose, ci appaiono sempre più simili a criceti, apparentemente felici di correre dentro una ruota che non li porterà mai da nessuna parte” (Jean Zielonka, Democrazia miope. Il tempo, lo spazio e la crisi della politica, Laterza, Bari).

Lo scrittore israeliano Amos Oz ha parlato di un crescente processo di “infantilizzazione delle masse” (Amos Oz, Cari fanatici, Feltrinelli, Milano), una diffusa malattia della mente che cancella il confine tra politica e spettacolo per cui la gente non vota più chi può governare meglio, ma chi emoziona e diverte, perché questo oggi desiderano i più: essere emozionati e divertiti, come bambini viziati nei paesi dei balocchi.

Siamo nel tempo in cui, per usare una metafora, un malato sceglie per medico il personaggio che gli risulta più simpatico e rassicurante, ma che non sa nulla di medicina: inutile dire che il risultato è disastroso!

La politica è in “trappola”, senz’altro, sia per gli elettori che per i politici eletti. Ecco allora un’amara constatazione: oggi la democrazia formale ha divorato la democrazia sostanziale.

La democrazia reale è degenerata in populismo e se non si pone un argine a questo degrado, soprattutto da parte dei politici in carne e ossa, la democrazia si avvia a trasformarsi in “oclocrazia”. La lingua greca antica per dire popolo ha quattro termini: laòs, èthnos, dêmos, òcklos.

Laòs indica il popolo in senso generico, da qui vengono il sostantivo “laicità” e l’aggettivo “laico”.

Èthnos indica un popolo in quanto nazione e concepito come nella sua differenza rispetto ad altri popoli, e da qui vengono il sostantivo “etnia” e l’aggettivo “etnico”.

Dêmos designa anzitutto il territorio e poi la gente che vi risiede, quindi la popolazione ordinata in assemblea e dotata di coscienza politica.

Òcklos è la massa, il volgo non la plebe (termine che non ha nulla di negativo) ma la plebaglia, la folla rozza e spesso violenta a cui interessa solo ciò che i Romani chiamavano “panem et circenses”: “pane” per tenere a bada la pancia e “giochi del circo” e spettacoli vari per tenere a bada la psiche.

Ciò di cui l’òcklos si nutre si chiama populismo e il suo esito è quasi sempre la tirannide, come insegna la “dottrina dei cicli costituzionali”, detta anche “anaciclosi”, formulata da Platone, schematizzata da Polibio, ripresa da Cicerone e poi da Macchiavelli nel Rinascimento.

La democrazia, purtroppo, non solo in Italia, si avvia ad essere oclocrazia, forse in buona parte lo è già. Vivere di sondaggi, occuparsi sempre, comunque e soltanto della propria immagine sui social e nei titoli della stampa, divenire schiavi dell’immediato consenso, quello di “sola pancia”, è demolire dal di dentro la democrazia.

Da questa considerazione, che è anche una constatazione, urge un impegno rigoroso ed intransigente affinché la nostra democrazia tanto amata venga custodita e garantita recuperando il “dêmos” che sta scomparendo e frenando “l’òcklos”, una massa di gente sempre più lontana dalla cultura e sempre più fiera dell’ignoranza.

È chiaro, mi piace puntualizzarlo, che una democrazia imperfetta e decadente come la nostra rimane sempre di gran lunga preferibile ad una tirannide, fosse pure la più illuminata, perché la tirannide, anche quella più illuminata, è sempre e solo una tirannide.

Nel 1947 Winston Churchill ribadì quanto ora affermato con queste sue famose parole: “La democrazia è il peggior sistema di governo a parte tutti gli altri sistemi che sono stati sperimentati nel tempo” (Discorso alla Camera dei Comuni dell’11 novembre 1947).

Altri segni oggettivi della crisi della democrazia e della trappola in cui è caduta la politica sono i seguenti paradigmi: “economia contro ecologia”, “identità contro accoglienza”, “tecnologia contro coscienza”, “sicurezza contro pace”.

Non mi soffermo nella spiegazione perché mi sembrano segnali tanto evidenti per un cuore pensante e una coscienza responsabile.

Che fare?

Credo che la guarigione da questa situazione intrappolata della democrazia e della politica possa arrivare solo da una sinergia di forze, di tutte le forze sane della politica, della scienza, della cultura, delle religioni.

Urgono formazione, informazione vera e non drogata e continui processi di coscientizzazione.

Il ruolo principale spetta a coloro che disegnano, fanno e condizionano l’economia, perché proprio da dove ha origine la malattia può scaturire la guarigione, come insegna l’etimologia del termine greco “phàrmacon”, che significa contemporaneamente sia “veleno” sia “medicinale”.

Alle aziende sane impegnate seriamente e responsabilmente per il bene comune spetta allora un grande compito che, al di là di ogni retorica, mi piace chiamare “missione”. Certo, le imprese non sono isole.

Non possiamo sottrarci, ciascuno per la propria responsabilità ma soprattutto come cittadini attivi, al condividere un itinerario di liberazione, che veda la politica recuperare una credibilità in grado di sbloccare la democrazia da ogni deriva.

Tre sono direi le virtù o i doveri da cui, con un coinvolgimento popolare, del popolo (dêmos), dobbiamo seriamente partire: la fiducia, il coraggio e l’ottimismo nonostante tutto. Soprattutto per le comunità che abitano il nostro territorio, dilaniato da varie forme di corruzione e criminalità organizzata, dobbiamo ripartire da relazioni ispirate a maggiore fiducia tra cittadini e istituzioni, tra famiglie e varie agenzie educative. Il nostro territorio invoca maggiore coraggio di scelte condivise per guardare insieme con ottimismo al futuro. Non lamentiamoci di ciò che ci vede – purtroppo – protagonisti a causa della nostra passività e negligenza!

Ed è questo sostanzialmente l’augurio che voglio rivolgere a tutti voi in questo Natale: che sia un Natale dove la fiducia diventi fondamento di ogni rapporto con l’alterità, il coraggio per non rimanere prigionieri della situazione presente e l’ottimismo, come “forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per se” (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa). (fs)

[Mons. Francesco Savino è Vescovo di Cassano allo Ionio]

Lega-Salvini Premier e Movimento Officine del Sud siglano patto federativo

Il Movimento Officine del Sud, guidato da Domenico Cavallaro, ha recentemente siglato un patto federativo con la Lega di Matteo Salvini. Il patto è stato firmato durante la visita del Sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon a Reggio Calabria, alla presenza della senatrice Tilde Minasi e del presidente del Consiglio Regionale della Calabria Avv. Filippo Mancuso. Oltre a Cavallaro, erano presenti anche il Coordinatore politico regionale Raffaele Pilato e il Coordinatore provinciale di Catanzaro Lorenzo Costa.

Questo patto federativo rappresenta una nuova prospettiva per il futuro della Calabria, poiché i due movimenti politici condividono l’amore per il buon governo e il sostegno all’attuale presidenza regionale. Insieme, si sono impegnati in numerose battaglie per riscattare la Calabria.

I due movimenti hanno una struttura organizzativa simile, con una composizione di amministratori locali e una costante valorizzazione del territorio. Condividono anche gli stessi valori fondamentali di ogni patto politico o movimentista. Insieme, si preparano ad affrontare le grandi sfide della Calabria e, nel breve termine, le elezioni europee del 2024.

Il patto federativo si basa su valori e programmi comuni. Entrambi credono nella forza della comunità, nella libertà e nella realizzazione di ogni individuo. Promuovono l’autonomia delle regioni, assegnando progressivamente alla Calabria la disciplina di settori fondamentali per lo sviluppo economico e sociale del territorio. La sicurezza è un altro punto fondamentale del patto federativo, con l’obiettivo di garantire la sicurezza economica e sociale attraverso politiche e programmi volti a ridurre e prevenire la povertà e lo stato di vulnerabilità personale e lavorativa. Si impegnano per un paese sicuro in tutti i suoi aspetti, con tolleranza zero verso la violenza e ogni forma di criminalità e illegalità.

Lo sviluppo, le infrastrutture e l’energia sono considerati fondamentali per la crescita della Calabria. Si impegneranno per realizzare infrastrutture resilienti che promuovano l’industrializzazione inclusiva e sostenibile. Tra i progetti prioritari ci sono il Ponte sullo Stretto di Messina e il completamento della Statale 106. Inoltre, si concentreranno sul settore del turismo, valorizzando il patrimonio culturale, naturale, paesaggistico e territoriale della Calabria e promuovendo le eccellenze enogastronomiche del territorio.

Infine, il patto federativo si impegna a implementare politiche coerenti con la pianificazione e la programmazione regionale, attraverso programmi strategici e progetti a livello provinciale e comunale.

In conclusione, il patto federativo tra Lega – Salvini Premier e Movimento Officine del Sud rappresenta un’opportunità per la Calabria di affrontare le sfide attuali e di costruire un futuro migliore per la regione. Con valori comuni e programmi condivisi, si impegnano a valorizzare e sviluppare le comunità locali, promuovendo l’autonomia regionale e garantendo sicurezza, sviluppo e benessere per tutti i cittadini calabresi. (rcz)

La politica torni ad essere un servizio e non una professione per chi non ha un lavoro

di FRANCESCO RAO – Ho molto rispetto per quanti manifestano democraticamente, unendo in pubblica piazza ideali, emozioni e bandiere. Con medesimo rispetto, ma con tanta curiosità, mi farebbe piacere poter chiedere alla Comunità del Pd quante responsabilità avvertono riflettendo su tutte quelle responsabilità riposte nel tronco di quella “quercia”, cresciuta in quell’emiciclo costituzionale perché la “falce e il martello” non potevano essere strumenti utilizzati per accreditarsi a Washington e “tentare” di governare l’Italia in un periodo storico nel quale, lo sviluppo e l’industrializzazione da una parte e la strategia della tensione ed i partitocrazia dall’altra avevano già segnato la qualità dei nostri giorni.

Per non inveire sul nostro Meridione, facendomi ulteriormente male nel muovere il pugnale infertoci nell’addome anche da costoro, ricordo a chi ha dimenticato alcuni fatti salienti, individuabili come cause di quel malessere sociale che ha generato molta dell’attuale crisi sociale tangibile a livello strutturale. ed allora, per meglio comprendere:
– chi ha istituito il numero chiuso alle Facoltà di medicina?
– chi ha varato la riforma Costituzionale del Titolo V della Costituzione, compiendo disastri nella Sanità perché messa in mano direttamente alle Regioni, dimenticando che non si può fare parti uguali tra diseguali?
– chi ha letteralmente sfruttato migliaia di Persone, mettendo da parte la riqualificazione professionale, facendole divenire un acronimo (LSU/LPU) per farli lavorare senza contributi e per una miseria? Il “salario minimo” vale solo oggi, mentre ieri non faceva tendenza?
– chi ha pilotato l’ascesa del Governo Monti e l’ennesima tortura compiuta a danno di quei lavoratori, che per motivi lavorativi, a 65 anni sono già “consumati” dal lavoro e per loro le cazzate delle varie quote 100, 101 o 102 non possono valere, le sommatorie di età e contribuzione sono una chimera perché molti di essi, specialmente in Calabria, hanno iniziato a lavorare a 14 anni e il primo dato contributivo, prima dei 30 anni è stato il servizio di leva, mentre le donne hanno subito con maggiore veemenza lo “sfruttamento” di un sistema occupazione intento a massimizzare senza proteggere e tutelare il ruolo di uguaglianza ed equità indispensabile per essere anche madre oltre che donna?

Non dico altro. Ho molto rispetto per chi è soccombente e riservo con l’alto senso del dovere l’onore delle armi ma, con chiarezza, prendo atto del fallimento strutturale che le forze politiche progressiste vivono attualmente constatando il chiaro indicatore posto sotto i miei occhi, a partire dal paese nel quale vivo, luogo nel quale l’incapacità politica, l’autoreferenzialità e la totale assenza di una visione per i prossimi 50 anni, contribuirà ad alimentare la desertificazione delle “Aree interne”, abbassare sempre di più la qualità della vita e quelle opportunità di crescita e sviluppo, impedendo ai pochi “pazzi” che vorrebbero restare di poterlo fare perché alla fine, fatti i conti con la realtà, è più conveniente andare via che impegnarsi in un luogo dove ha più valore la “caciara” e non le competenze, le idee ed i progetti.

Ed allora, a quel Pd che ora sarà impegnato a vantarsi per anni di aver portato in piazza 50.000 Persone, vorrei ricordare loro che l’opposizione al Governo può essere anche una occasione per fare ammenda del passato e migliorare il presente e il futuro con proposte concrete. Le politiche messe in atto dall’Esecutivo, Regionale e Nazionale, in alcuni casi, più che essere afferenti alla cultura del Centro-Destra rappresentano quel coraggio nel quale è stato messo da parte il Rolex perchè è prioritario pensare alla marginalità sociali e non all’auto celebrazione, manifestazione tipica dei baccelli vuoti.

Non è tutto perfetto, c’è ancora tantissimo da fare e soprattutto occorre il coraggio di superare ogni individualismo per concentrarsi ad un progetto di coesione sociale per poter prima immaginare e poi realizzare un percorso nel quale, anche la visione divisiva, per ogni rispettiva forma di ideale e posizione politica, sociale e culturale, possa divenire una occasione di crescita, sviluppo e soprattutto di democratico confronto finalizzato a rendere esclusivo bene al Paese.

Una precisazione che sicuramente sarà molto gradita, soprattutto a quanti credono nel risultato virtuale dei social e non nella capacità di osservare e risolvere i problemi senza doverli per forza rimandare o minimizzare: i Cittadini, non vivono con i vostri like e non si nutrono con i vostri real. Loro, contrariamente a quanto possiate pensare, alla luce delle mediocri competenze comunicative improvvisate nella maggior parte dei casi, guardano in faccia la fame, dramma sempre più incombente nella visione di una quotidianità che non lascia più scampo a nessuno e non considera nemmeno le strutture sociali come limite di azione. (fr)

LA SANITÀ “MANIPOLATA” DELLA CALABRIA
CON LA REALTÀ DI TANTE PROMESSE VANE

di ETTORE JORIO – Una “sanità manipolata” sarebbe un bel titolo per un film/documentario di Michael Francis Moore, quel regista eccezionale nel descrivere le contraddizioni, spesso ad effetto invalidante se non “omicidiario”, del sistema politico-sociale che infierisce sui deboli. Manipolata perché va avanti compensando quel tantissimo che manca limitandosi a promettere sempre nuove cose destinate a fare, però, la stessa fine di quelle promesse un tempo e non mantenute. Questa è la fotografia della sanità nel nostro Paese, con punte di manipolazioni eccelse nel Mezzogiorno, destinatario di promesse a fronte di realtà.

Dal sogno del SSN ad una sanità tutta da rifare

Dunque, “una sanità manipolata” è un titolo che ci starebbe tutto in un libro destinato a descrivere dove è finito il welfare assistenziale italiano dopo la grande riforma del 1978, che nella sintesi: ebbe ad introdurre il Servizio sanitario nazionale; a mandare a casa le mutue del discrimine; a dare il via al finanziamento impositivo garante dell’universalismo; a imporre centralità all’assistenza distrettuale, introducendo quella integrata con il sociale.

Da lì in poi, con una folle accelerazione sopravvenuta negli anni duemila, tutto è precipitato, realizzando un sistema assistenziale che si fa fatica a riconoscere come tale: con una assistenza territoriale consegnata all’esclusività della medicina convenzionata, che non ha dato affatto un buona prova di sé nel più recente periodo Covid; con una assistenza intermedia neppure presente sulla carta; con una assistenza ospedaliera che si è difesa bene grazie all’offerta assicurata dai 51 Irccs (21 pubblici e 30 privati) che la collettività fa fatica a distinguerli come tali, infra-sistema ma assolutamente autonomi. Una considerazione critica che ci sta tutta. Nonostante ciò, l’attribuzione economica delle risorse Pnrr in favore del sistema della salute è stata motivata poco e male. Quasi come se fosse di per sé “tutto a posto”. Così non è in tutta la sua evidenza.

Con le “elemosine” non si fanno investimenti e non si cambia nulla

Lo 0,8% è davvero umiliante per una riorganizzazione del territorio che come livello assistenziale è pressoché inesistente, basti pensare alle negatività che ha registrato in due anni di epidemia libera di correre tra i cittadini con i medici di famiglia spesso barricati e di frequente neppure nei loro studi. Certo, questo limite non è stata la regola, dal momento che sono stati in tanti quelli esposti in prima linea a pagare anche con la vita la loro generosa diversità.

Si diceva l’0,8%, una vergogna, pari a 15,63 miliardi di euro, per mettere a terra, tra l’altro, le previsioni strutturali del DM77 – che di certo risulteranno insufficienti (se non inadeguate) a rendersi garanti del difficile risultato anche perché disseminate male in tutto il Paese – da riempire del personale necessario a rendere funzionanti, per l’appunto: Case e Ospedali di comunità nonché Centrali operative territoriali. Quella “mano d’opera” professionale da assicurarsi senza però a tutt’oggi avere programmato, valorizzato e previsto i quattrini occorrenti per fare funzionare ovunque la medicina di prossimità. Non solo. Nessuna previsione per garantire un ingresso dalla porta principale della telemedicina – fatta eccezione per qualche attività preparatoria al naturale business – per favorire la svolta di una tutela della salute collaborata dalla intelligenza artificiale.

Manca del tutto l’idea della nuova spedalità

E’ del tutto mancante il necessario progetto per rivedere la geografia ospedaliera da programmare secondo le nuove dimensioni dell’offerta dopo Covid arricchita della robotica assistita, per l’appunto, dall’intelligenza artificiale, che di per sé necessiterà di finanziamenti a numerosissimi zeri e di formazione adeguata degli operatori ad essa dedicata, nonché di revisioni di Drg oramai inadeguati a coprire i costi di esercizio delle prestazioni robot medico-guidati. Ci vorrà tanto impegno e tante risorse insomma per determinare una offerta di qualità del livello di assistenza ospedaliera da dovere necessariamente riparare rispetto a quella attuale. Quanto a riparazione occorrerà intervenire anche sul sistema ospedaliero-universitario per lo più non riconosciuto come tale ai sensi della normativa vigente dal 1999, che invero avrebbe potuto rintracciare una pronta soluzione a cura del nuovo Ministro capace, come suo primo impegno, di assolvere il peccato originario con una “sanatoria” generale non affatto difficile da perfezionare Sarebbe stato sufficiente fare così come ebbe a fare Monti con il Dpcm del 31 gennaio 2013 (GU n. 55) riguardante AOU. “S. Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona – Scuola Medico Salernitana”

A ben vedere, con un doveroso sforzo in più impiegato nella destinazione delle risorse del Pnrr si sarebbe potuto fare tutto quanto, o quasi. Un percorso garante dell’assistenza da essere poi ovviamente assistito con le disponibilità economiche di mantenimento a regime delle strutture da assicurare al sistema delle aziende per sostenere i nuovi bilanci al lordo delle nuove dimensioni erogative.
Ebbene, no. Chi ha programmato il PNRR ha ritenuto (nella teoria) di cambiare il mondo ma di certo (nella pratica) non quello della tutela della salute delle persone, forse perché ben distante dalle “soddisfazioni” che offre una spesa non facilmente verificabile com’è la sanità, quanto a risultato, nel quotidiano da parte della collettività.

Via le catene politiche dal SSN

Questo è uno degli effetti della manipolazione, che è l’arte primaria della politica, esercitata nell’ambito della tutela della salute facendo passare sempre per prossima la sua esigibilità. Nel frattempo, solo per fare qualche brutto esempio: inadempimenti gravi tali da generare morti colpevoli; diagnosi tanto ritardate da risultare inutili; liste di attesa estenuanti; viaggi della speranza; intimo senso di vergogna dei cittadini più anziani persino di chiedere assistenza al proprio medico; pretesa alle cure messa da parte; ricorso all’assistenza cash come soluzione alla disperazione; vergognosa sottomissione per racimolare un posto letto.

Al riguardo, mi si ripete nella testa una frase proferitami da una esperta di diritti fondamentali. «Il PNRR è stato dirottato verso le cose eco-chic quando sulla sanità sarebbe servito un mega investimento». Ebbene, è stato proprio così.

Alla fine della licenza, avremo come risultato del Pnrr un valore verosimile molto vicino allo zero. Con migliaia (forse) di piccole “chiese” disseminate ovunque (per usare un linguaggio della Meloni che mette in guardia se stessa da non realizzare le solite “cattedrali nel deserto”) che non avranno neppure i guardiani a salvaguardarli dai soliti vandali.

Per riempirle di professionisti e, dunque, per renderle erogatrici di servizi e prestazioni essenziali occorre una rivisitazione del valore in incremento assoluto delle risorse del Pnrr e una precisa volontà politica di accompagno, dimostrativa del convincimento che, attraverso il sistema di finanziamento che sarà introdotto a regime dal federalismo fiscale, metterà tanti soldi dentro per sostenere i bilanci delle aziende con destinazione assunzioni, investimenti in attrezzature (ben diverse da quelle acquisite con la Componente 2 della Missione 6 in gran parte obsolete perché scelte tempo prima). Oltre a questo, ci saranno le reti da rivedere, da creare e da implementare con l’introduzione della tecnologia altamente informatizzata. Insomma, ci vorranno tanti soldi per passare dalla sanità di oggi a quella di domani. Da quella promessa a quella realizzata.

L’impegno sarà arduo ma necessario con l’ingresso della intelligenza artificiale. Sarà come passare dagli amanuensi al computer, dagli incunaboli alla stampa al laser, con a monte tanto bisogno di alta formazione dei professionisti che la utilizzeranno.

La Salute non è materiale politico

Ed è qui che occorre dire basta ad ogni genere di manipolazione intesa a costruire in sanità l’architettura del consenso prescindendo dal risultato godibile. Basta con l’influenzare la sanità supponendo di fare bene senza sapere come. Necessita mettere da parte il condizionamento della sanità al risultato politico. Nell’esercizio della politica, con la sanità è naturale doverci rimettere durante e a fine legislatura. Ed è giusto che sia così. E’ la sua legge naturale, proprio perché la si guarisce con le riforme strutturali che costano e che pesano su addetti e cittadini.

Il rimedio è quello di sapere maneggiare le regole e le risorse nonché di evitare gli inganni contabili che l’hanno distrutta per decenni nelle Regioni commissariate condannate a rimanere compromesse per sempre, con le loro collettività allo spasimo.

Rendere facili e visibili risultati teorici futuri è il peggio che si possa fare nei confronti di chi di cattiva sanità nel frattempo muore. Manovrare perché passi l’idea di pensare le cose giuste evitando di nascondere gli errori di percorso e di pronostico è un errore fatale.

Superare il profondo malessere del disservizio avvertito ovunque dalla popolazione limitandosi a promettere il nuovo che funzioni senza neppure pensare a “riparare”, da subito, l’esistente è equivalente a quella tecnica una volta chiamata “manipolazione delle masse”, che si perfezionava attraverso varie forme di comunicazione funzionali a sedare comunque la comunità in giustificata rivolta. Fare ciò nella tutela della salute significa produrre gli orrori di una guerra soprattutto per i deboli. (ej)

L’OPINIONE / Francesca Saladino: I giovani e la politica

di FRANCESCA SALADINO – Oggi è diventato difficile parlare di politica tra i giovani poiché sempre più distaccati da questo tema e sfiduciosi nelle istituzioni. Mi capita spesso di sentir dire tra i giovani: “i politici sono tutti uguali”, “tanto chi entra sarà un ladro come gli altri”, vedendo tutto nero e senza speranze.

I giovani di oggi sono arrabbiati da questa politica che negli ultimi anni ha portato solo precariato non offrendo più un lavoro sicuro, una stabilità, la possibilità di creare una famiglia e vivere dignitosamente, rendendosi conto che non c’è più nulla di certo per il loro futuro. I problemi della Calabria sono tanti a cominciare dalla sanità dove occorre aspettare ore e ore in una sala d’attesa in un pronto soccorso per essere visitati, dalla carenza degli ospedali stessi dove bisogna portarsi i medicinali da casa, dalla mancanza di fondi per l’assistenza delle persone non autosufficienti.

Altro punto fondamentale sono i rifiuti dove la ndrangheta ha messo le mani già da tempo facendo diventare il nostro territorio una seconda terra dei fuochi interrando veleni sotto i nostri piedi, sotto le nostre case, facendoci morire lentamente. Cosa dire poi dell’acqua che ormai per noi calabresi è diventata un lusso d’estate: reti idriche inesistenti o troppo datate che durante il tragitto dell’acqua perdono centinaia di metri cubi per le falle della rete idrica costringendo i comuni a chiudere i rubinetti delle famiglie 4/5 mesi all’anno. Che fine fanno i fondi destinati alla regione? Dove vanno a finire? Perché vengono stanziati in ritardo?

Queste sono le domande che si chiedono i giovani, disinnamorati della politica ormai e pronti a votare in segno di protesta sperando che cambi qualcosa anche a movimenti che hanno fatto del populismo la loro arma di battaglia.

Il Sud e la Calabria quindi, sembrano abbandonati dalle istituzioni, mala governata in questi decenni senza nemmeno strutture adeguate, senza strade, viabilità difficoltosa a cominciare dalla A2 del Mediterraneo: inaugurata ma mai finita. I giovani non sono deboli ma stanchi di lottare, preferiscono fare come i nostri avi emigrando come gli ultimi sondaggi ci dicono in cerca di una realizzazione che qui in Calabria non otterranno mai. (fs)

[Francesca Saladino è dirigente Provinciale Reggio Calabria Italia del Meridione]