San Ferdinando tra i 200 Comuni in udienza da Papa Francesco

C’è stata anche San Ferdinando, rappresentata da Luca Gaetano, all’udienza dei 200 sindaci con Papa Francesco. San Ferdinando, infatti, è stato selezionato come Comune Innovatore nell’ambito delle progettualità per l’innovazione tecnologica promosse da Asmel.

Nel suo discorso il Santo Padre ha evidenziato come i cittadini dei piccoli Comuni «scontano divari importanti in termini di opportunità, e questo resta una fonte di diseguaglianza» che spesso «spinge la parte più intraprendente della popolazione ad andarsene. A restare sono soprattutto gli anziani e coloro che più faticano a trovare alternative. Di conseguenza, cresce in questi territori il bisogno di Stato sociale, mentre diminuiscono le risorse per darvi risposta».

Il messaggio di Papa Francesco rivolto ai sindaci, con l’invito a proseguire nel favorire l’incontro tra “sociale e nuove tecnologie”, è in linea con la missione di Asmel,  realtà associativa che conta 4.296 Enti locali presenti su tutto il territorio nazionale ed è rivolta principalmente ai piccoli e medi Comuni italiani che rappresentano la frontiera di prossimità della Repubblica nel rapporto diretto con i cittadini e le comunità locali.

Il sindaco di Gaetano, nell’incontro con Santo Padre, ha consegnato al Pontefice il caloroso saluto da parte dei sanferdinandesi e gli ha rivolto sentimenti di gratitudine per la sua alta guida spirituale.

Nell’augurare al Papa un sereno prosieguo in salute e coscienza, ha altresì ricevuto la benedizione per San Ferdinando e i suoi cittadini. 

«È stato un nobile onore aver rappresentato San Ferdinando in questa occasione così solenne, l’incontro con il Santo Padre mi ha dato l’opportunità di incarnare la dignità dei sanferdinandesi e di porgere a tutti noi la benedizione del Papa – afferma Luca Gaetano – abbiamo tutti apprezzato le parole di Francesco che, in conclusione del suo discorso, ha posto l’accento sulla denatalità e sul calo demografico. Ringrazio i vertici di Asmel e tutti coloro che hanno lavorato duramente per organizzare questa udienza. La qualifica di ‘Comune Innovatore’ ci rassicura sulla bontà del lavoro che stiamo svolgendo e ci induce a proseguire senza sosta nell’opera di sviluppo e rigenerazione della città». i(rrm)

La scappanza vince sulla restanza, purtroppo

di GREGORIO CORIGLIANO – In quello che, in tanti ormai – vedo – chiamiamo il luogo dell’anima, vado spesso. Assai spesso, rispetto a coloro i quali non vanno mai e avrebbero l’ardire di considerarlo un luogo privilegiato, pur senza averne titolo. E non è tanto il poter o dover fare qualcosa di concreto, quanto il sentire di dover andare.

Assai spesso il luogo dell’anima non coincide col luogo di vita o di residenza. Anzi! È tale, quel luogo, perché è vicino, ma è lontano, arrivi e scappi, rimani e vai via, lo pensi e fuggi.

E spesso, quando vai e ti fermi ore, uno o più giorni, stai chiuso in casa e leggi, rifletti, navighi, prendi il sole d’estate o ascolti il rumore del mare, la pioggia sui vetri, la goccia che cade dal tetto che deve andare in manutenzione, di inverno. Qualche altra esci, a piedi o in macchina, in bicicletta spesso. Soprattutto tra primavera o estate. D’inverno, mai. In autunno sicuramente. 

L’altro giorno ho fatto un giro in bici,  ho comprato i giornali che ho depositato nel cestino, sono andato al cimitero «una visita a quanti ci hanno voluto e non ci sono più è sentita ed è d’obbligo», poi ho girovagato, ripercorrendo strade scolpite nella memoria, ma che non facevo da tempo.

Vie normalissime, alcune curate, altre in totale abbandono ma che con la bici più che con la macchina risaltano. Tant’è! E la vicenda dei comuni, soprattutto calabresi, grandi e piccoli, sempre alle prese con i bilanci asfittici, con la mancata dedizione, col menefreghismo non solo degli amministratori, quanto dei residenti. Pulizia ed erbacce a parte, cosa balza subito agli occhi di chi ha elevato a luogo dell’anima quelle strade, quei luoghi quelle casette?

La chiusura ermetica, proprio ermetica delle porte di casa.

Dico ermetica perché ai portoncini c’è attaccato anche un lucchetto con catenella, oltre alla chiusura normale e che da sotto la porta non è stata fatta la pulizia da molto tempo. Segno evidente di una casa chiusa, non in “quel” senso, ma di una casa non frequentata, non abitata, qualcuna addirittura abbandonata.

Case nuove, recenti e case vecchie appartenente a gente che conoscevo e che mi ritorna in mente.
O case, pur abitate, nelle quali non abita più il vecchio proprietario, qualche volta venduta, qualche altra vissuta dai parenti. Lo capisco da tanti segni. Quella di mia nonna, per esempio, non c’è più. Un tuffo al cuore.

Al posto del “pilazzo” c’è una costruzione moderna che ha rivalutato e non di poco, quella dei miei zii. Mi sposto più avanti e vedo la casa di Amedeo, il portone con catena, mezzo sgangherato, la finestrella semi aperta (lui non c’è più, neanche Isa) in compenso nel cortile crescono –ed in quantità – limoni di pregio, res passantis.

Nei paraggi, la casa di una parente, i cui figli vivono a Roma, mi pare. Andando avanti, se non ricordo male, la casa di “Pilò” figli e figlie al Nord, forse.

Vado in piazza, la gente c’è, non come un tempo, ma c’è. Ercolino fa da attrattore di un gruppetto che parla, ride, sghignazza, taglia e cuce, gente ed amici vicini. «Ma tu ricordi a Giuvanni di coculi?

E a Cola u craparu? Vo ma vidi a fotografia i Fallara?… I figghioli!».

Giro l’angolo e vedo le case dei Palla, quasi tutte in abbandono, tranne la prima e l’ultima, i cui proprietari vivono di quella che Vito Teti chiama restanza.

Altri, invece si sono fatti fregare dalla “scappanza” come la chiamo io.  Sono scappati ed i figli vanno in vacanza a Tropea, perché più snob. Tutti colti dal fenomeno della scappanza, assai spesso motivata, intendiamoci.

Quello che non capisco, però, è il mancato ritorno, sia pure una volta all’anno o una volta ogni cinque. Mai, mai. Non si è mai più voluto ascoltare il richiamo delle radici, che, evidentemente, non c’erano o si erano seccate.

E la villa del commendatore del paese? Ristrutturata, ma chiusa. Peccato! In Via Lucca, pur stretta, ormai si parcheggia! In Via Torino, a parte mio fratello e Francesco, Carmelina del pesce, chi è rimasto? 

Dove c’era la casa dell’ingegnere La Ficara c’è un b&b. E la casa dell’Arciprete Sgambetterra? I sigilli, non c’è neanche la nipote che prima di fare il caffè diceva allo zio: “aspetta che prima mi lavo le mani e poi lu culu” (colare da macchinetta napoletana!) Pino La Ficara è fuggito a Bari, la casa del Pesco (requiem) è deserta, è tornata Elisabetta, non vedente ma auscultante la figlia dell’avvocato Rombolà, non c’è più la storica casa della DC (migliaia di assemblee), il bar del bacio del Cavallo, saracinesche abbassate.  Tutti scappati.  I genitori perché pensionati per restare accanto ai figli, i figli perché non c’è lavoro, le mogli per seguire i mariti, i figli dei figli perché hanno scelto l’estero.   Anche se a stancare è stata soprattutto la tristezza della scappanza, che non è solo o tanto un fatto materiale, quanto il taglio, per me ingiustificabile, delle radici. Che non ha giustificazione alcuna: nessuno ha mai sentito parlare di Pavese, men che meno ha letto “La luna ed i falò”.  Ercolino, aspettami. 

Io arrivo. Finchè posso.

San Ferdinando mare! (gc)

SAN FERDINANDO (RC) – Confcommercio e Comuni uniti per stare vicino agli imprenditori

Siglato un importante accordo tra il Comune di San Ferdinando ed Assicomfidi – Consorzio di Garanzia Fidi – espressione della Confcommercio della Provincia di Reggio Calabria. L’investimento mira a dotare le imprese con sede legale o operativa nel Comune di un importante strumento per l’accesso al credito attraverso un utilizzo virtuoso dei fondi di garanzia.

Obiettivo aiutare l’imprenditore nell’accesso al credito, nella finanza agevolata, nel riequilibrio finanziario, nell’educazione finanziaria.

Il Sindaco Gianluca Gaetano, unitamente al delegato alle attività produttive Domenico Rizzo e al Consiglio Comunale, evidenzia i punti di forza dell’iniziativa tesa a sostenere le imprese in questa difficile fase economica per un accesso al credito equo e solidale, con particolare attenzione alle macroaree agricoltura e turismo, senza escludere tutte le partite iva.

L’accordo consentirà, grazie all’intervento del Comune di San Ferdinando, il raggiungimento di una serie di risultati: abbattimento del costo del denaro e rimodulazione finanziamenti al fine di garantire una rata più sostenibile per l’impresa, accesso gratuito al fondo di garanzia grazie all’intervento del Comune, consulenze gratuite sul credito e sullo start-up di impresa individuando gli strumenti più adatti per la finanza aziendale (microcredito, fondo perduto per artigiani, finanza garantita), finanziamenti per la prevenzione del fenomeno del racket e dell’usura, consulenze aziendali per il miglioramento del rating bancario e redazione business plan gratuito.

Oggi le imprese hanno bisogno di essere affiancate nelle complesse fasi di accesso al credito e di riequilibrio finanziario in un periodo in cui il costo del denaro è aumentato esponenzialmente, le banche danno sempre meno credito o a condizioni troppo onerose con tassi di interesse elevati e rate difficili da sostenere.
L’imprenditore potrà richiedere il finanziamento bancario garantito ed il contributo rivolgendosi ad Assicomfidi direttamente, presso le sedi Confcommercio o attraverso i canali che il comune andrà a costituire. L’attività di intermediazione comprenderà anche la redazione a titolo gratuito del business plan normalmente richiesto dalla banca. Non si esclude la possibilità di agganciare le operazioni di finanza garantita con strumenti a fondo perduto.

Il progetto mira anche a realizzare percorsi di educazione finanziaria con la collaborazione dei consulenti e delle stesse banche per favorire un salto di qualità dell’imprenditore migliorando la sua capacità di stare sul mercato.
Tra i fondi di garanzia messi a disposizione da Assicomfidi, inoltre, i fondi per la prevenzione del racket e dell’usura a conferma dell’attenzione del comune rispetto alle problematiche che colpiscono il territorio.

Il Presidente del confidi Lorenzo Labate, ringrazia a nome di Assicomfidi e della Confcommercio il Comune di San Ferdinando e in particolar modo il delegato alle attività produttive Domenico Rizzo e il sindaco Gianluca Gaetano per avere dimostrato una visione di sviluppo del territorio tesa ad affrontare le attuali problematiche dell’imprenditore in un’ottica di crescita di sistema in rete attraverso un accesso al credito assistito.

Il Direttore di Assicomfidi Giuseppe Calabrò, rinnovando l’apertura del confidi Confcommercio verso tutti gli enti, nel ringraziare il Comune, evidenzia la necessità che tutti gli attori locali dimostrino e portino avanti una visione di sviluppo del territorio che non può prescindere dall’affrontare la problematica dell’accesso al credito, attraverso il virtuoso utilizzo degli strumenti già esistenti e nuove proposte operative mettendosi a disposizione delle imprese, dei consulenti, degli enti e dell’intero territorio.
Il contributo sarà parametrato su operazioni di finanziamento fino a 50.000 euro ma l’intervento dei fondi di garanzia renderà possibili operazioni di finanza agevolata anche di importo superiore fino a 200.000 euro.

Il sindaco di San Ferdinando, unitamente al delegato Rizzo, dichiara che «Questa amministrazione ha intenzione di affiancare e sostenere le imprese nel loro percorso evolutivo, consapevoli che senza crescita economica ogni ipotesi di sviluppo diventa velleitaria. Questa convenzione, oltre a costituire un argine verso il preoccupante fenomeno dell’usura, potrà dare un concreto supporto alle startup e alle aziende esistenti per ottenere credito agevolato e consulenze qualificate nel segno della sostenibilità». (rrc)

SAN FERDINANDO (RC) – Due giorni dedicati alla lotta alla violenza sulle donne e alla legalità

Gli istituti scolastici di San Ferdinando hanno promosso e ospitato, su impulso della Croce Rossa Italiana – Comitato di Gioia Tauro – e il Reparto Biodiversità dei Carabinieri forestali, due pregevoli iniziative nel segno del rispetto e della legalità.

Con un “Albero per il Futuro”, Il Raggruppamento Carabinieri per la Biodiversità si è impegnato a coinvolgere Enti e Scuole per mettere a dimora molti alberi e per realizzare un grande bosco diffuso della legalità.

Un messaggio civico per ricordare le vittime delle mafie ma anche un concreto segno di aiuto al pianeta, contribuendo a ridurre l’impatto delle emissioni di CO2.

Un gesto per contrastare i cambiamenti climatici e per educare le nuove generazioni alla cultura della legalità e del rispetto del prossimo.

Giovedì 23 novembre si è svolto il primo evento presso l’istituto primario “G. Carretta” con la piantumazione dell’albero di Falcone, un ficus clorophilia riprodotto dall’albero che cresce nei pressi della casa del giudice Giovanni Falcone grazie al prelevamento dalle gemme e alla successiva trasformazione in piccolo albero presso il Centro Nazionale Carabinieri per la biodiversità forestale (Cnbf) di Pieve Santo Stefano.

L’iniziativa è stata voluta e organizzata dall’insegnate Maria Giuseppina Di Tommaso che, coadiuvata dalla responsabile di plesso Maria Teresa Naso, ha coinvolto l’amministrazione comunale e i Carabinieri della Stazione di San Ferdinando insieme con il Tenente Colonnello Micalizzi del Reparto Biodiversità dei Carabinieri.

Il giorno successivo un’altra eccellente testimonianza, questa volta presso la secondaria di primo grado “M. Vizzone”, con la giornata #StopViolence organizzata con la Croce Rossa Italiana.

Un panchina rossa, dedicata a Giulia Cecchettìn quale simbolo di tutte le donne vittime di violenza, è stata posta nel cortile della scuola con una toccante e partecipata cerimonia.

Grazie all’impegno congiunto e alla sensibilità dei ragazzi, in pochi giorni è stato realizzato un evento che – oltre a mettere in luce il talento dei ragazzi e la sapienza dei docenti – ha permesso a tutta la cittadinanza di partecipare a un momento di riflessione collettiva sul tragico fenomeno dei femminicidi e della violenza di genere.

L’amministrazione comunale di San Ferdinando «ringrazia vivamente la dr.ssa Maria Giovanna Ursida, presidente del Comitato Croce Rossa di Gioia Tauro, il dirigente Scolastico prof. Giuseppe Eburnea, gli studenti e gli insegnati per la preziosa collaborazione e per i significativi contenuti proposti, ringrazia inoltre tutte le autorità intervenute, le famiglie, le associazioni cittadine e il parroco don Domenico Rizzi per aver realizzato, tutti insieme, una celebrazione che non intende fermarsi alla ritualità delle giornate mondiali ma imprimere valori perpetui su cui fondare l’impegno quotidiano e la convivenza civile». (rrc)

SAN FERDINANDO (RC) – Il Municipio illuminato di rosso contro la violenza di genere

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che ricorre il 25 novembre di ogni anno, il Comune di San Ferdinando, già nei giorni che precedono tale data, illuminerà la facciata del proprio palazzo Comunale di con lampade di colore rosso.

Il rosso è il colore universalmente riconosciuto quale simbolo della violenza di genere e per questo motivo sarà il leit motif delle diverse iniziative che si svolgeranno in città per sensibilizzare le coscienze e coinvolgere giovani e adulti in una riflessione collettiva su questo tragico fenomeno.

La recente, brutale uccisione di Giulia Cecchetin, che ha profondamente turbato gli animi degli italiani, simboleggia i 156 femminicidi del 2023 e tutte le donne già vittime di violenza; per questo motivo, oltre alla realizzazione di una panchina rossa all’interno della scuola “Vizzone” su impulso della Croce Rossa Italiana Comitato di Gioia Tauro.

«E’ di fondamentale importanza affiancare all’opera di prevenzione e repressione anche un lavoro culturale che non può e non deve limitarsi alle reazioni emotive ma accompagnare la società in un percorso di consapevolezza e protezione. Siamo impegnati nella promozione di una rete composta da tutte le agenzie sociali ed educative per realizzare in concreto quella “comunità educante” che non faccia mai sentire nessuno da solo e possa imprimere nelle coscienze dei più giovani quei valori fondamentali per una sana convivenza civile» sono le parole dell’amministrazione comunale espresse dal vicesindaco e assessore ai servizi sociali Ferdinando Scarfò.

A San Ferdinando l’ultimo romanzo di Carmine Abate

di PINO NANO – Scritto per la Mondadori, il lancio nazionale del suo ultimo libro Carmine Abate lo ha voluto in Calabria, nella Sala Consigliare di San Ferdinando, il prossimo 3 ottobre alle ore 18, per suggellare forse la bellezza della tradizione che lo scrittore calabrese ripropone in questo suo nuovo testamento romantico.

Poi il giorno 5 a Roma alla Biblioteca Casanatense dove Rosario Sprovieri e Luigi Salvati gli hanno preparato una grande Festa d’autore. 

Torna prepotentemente di scena dunque, nel panorama letterario italiano, lo scrittore calabrese Carmine Abate, e torna questa volta con un romanzo bellissimo, dai toni forti, e dalla narrazione avvolgente, un romanzo dedicato ancora una volta alla sua terra di origine, la Calabria, e il dito puntato su una delle realtà più iconiche della storia dello sviluppo meridionale, il paese di Eranova, alle porte di Rosarno, oggi il paese non esiste più perché al suo posto hanno costruito negli anni il grande porto di Gioia Tauro. 

Un romanzo che si porta dentro la malinconia di chi è emigrato per sempre, e di chi da emigrato continua a tornare nella sua casa di origine per ritrovare quel poco che è ancora rimasto di lui e della sua vita in questo angolo remoto del mondo. Questa volta il suo “Paese felice” diventa Eranova, il paese fantasma attaccato a San Ferdinando, tra Rosarno e Gioia Tauro, e «dove le pietre con cui sono state costruite le case di Eranova, parlano la lingua della leggenda e sono impastate di un magma ribollente capace di travolgere il mondo per come ci viene consegnato».

Il romanzo che segue è di un lirismo unico al mondo, ma solo Carmine Abate è ancora capace di questi voli pindarici e sentimentali, quasi un acrobata dei sentimenti e del ricordo, della tradizione e dell’orizzonte che sta di fronte.

Negli anni Settanta – racconta lo scrittore – Eranova è ancora un paese giovane, fondato nel 1896, quando alcuni massari e contadini si ribellarono al marchese proprietario delle terre in cui vivevano per rivendicare la propria libertà, dare sostanza a un’utopia, edificarla in pietra e carne. Lo sa bene Lina, una studentessa idealista e caparbia come i fondatori del suo paese. 

Fantasia e realtà si fondono insieme, e ancora una volta Carmine Abate riesce a commuovere chi lo legge, trasferendo nel romanzo verità storiche che hanno profondamente segnato la storia dell’intero mezzogiorno.

«Lina, quando Lorenzo la incontra all’università di Bari, ignora il motivo dell’inquietudine che si annida nei suoi occhi verdi, non sa che Eranova rischia di sparire per far posto al quinto centro siderurgico italiano. Lina non si dà pace, e cerca di convincere la gente a lottare contro questa colossale follia, utile solo per riempire le tasche voraci della ‘ndrangheta. Aiutata da Lorenzo, scrive appelli al presidente della Repubblica, al papa, al presidente del Consiglio, a politici e persino a Pasolini, conosciuto in una libreria di Bari, perché blocchino il progetto, prima che sia troppo tardi». 

In questo suo ultimo libro Carmine Abate supera sé stesso, probabilmente è questo il libro cardine della sua maturità di scrittore, ma dipinge il quadro di un’Italia pronta a cedere alle lusinghe del benessere, timorosamente fatalista, in balìa delle emergenze politiche e sociali come nessun altro era riuscito a farlo prima di lui. Cosa che lo scrittore calabrese fa attraverso la sua scrittura di sempre, una scrittura densa, scattante, potente, evocativa, alla sua maniera di sempre, avvolgente, carismatica, come se lui stesso fosse figlio di Eranova, e non di Carfizzi come in realtà lo è, e avesse trascorso la sua infanzia tra gli aranceti che sorgevano un tempo da quelle parti.

Un paese felice è un’abbagliante storia d’amore e di rabbia, di destini individuali e destino collettivo, di “violenza delle memorie” e, nonostante tutto, di speranza. 

«Perché i protagonisti – tutto questo Carmine Abate lo scrive con la fierezza che da sempre segna la sua vita di intellettuale e di scrittore moderno – sono due giovani conquistati dalla forza dell’utopia, che lottano contro i potenti e non rinunciano a portare il loro impegno nel flusso indifferente della Storia. Attorno a loro, un coro di voci possenti e vive che incrociano la storia di un secolo, catturano la nostra coscienza e rendono attualissima e universale la vicenda di Eranova». 

Meraviglioso, a tratti sublime, perfettamente aderente alla realtà di quegli anni, Carmine Abate si riconferma ancora una volta testimone straordinario di una Calabria che muore ogni giorno che passa, e soprattutto cantore superbo di una tradizione antica che è quella del suo popolo e della sua gente, lui arberesch dalla testa ai piedi ancora oggi, e che confessa candidamente come il dialetto calabrese sia rimasta la sua lingua del cuore, dovunque egli sia in giro per il mondo.

Un uomo, uno scrittore, una leggenda.

«Il mio luogo è ormai un pluriluogo, un mosaico di luoghi a me cari, fatto di tante radici, tante lingue, tante culture, tanti sguardi. Sono i luoghi che mi parlano, che mi raccontano le loro storie più segrete. Il luogo centrale, dove sono nato e da dove sono partito, è un piccolo paese arbëreshë della Calabria, Carfizzi, che da sempre è stato il microcosmo multiculturale e plurilinguistico da cui ho attinto a piene mani, è una Calabria in miniatura, che nei miei libri chiamo Hora, Roccalba, Spillace, Carfizzi. Da microcosmo, diventa macrocosmo, universale come la Calabria, una terra bellissima ma ferita, e io cerco di raccontarne sempre la bellezza senza dimenticare le ferite e viceversa. Dentro ci trovo i grandi temi della letteratura di tutti i tempi: la ricerca dell’identità, l’emigrazione, il ritorno, la natura e soprattutto l’amore. Soprattutto, l’amore». 

L’autore. Carmine Abate è di origine albanese ma è nato a Carfizzi. Ora vive tra la Germania, il Trentino e la regione d’origine. Ha esordito come narratore nel 1991 con II ballo tondo, che è stato tradotto anche in Germania e in Albania. Ripubblicato nel 2000 da Fazi, ha vinto il premio Arge-Alp. Nel 1999 con La moto di Scanderbeg ha avuto un grande successo di critica e di pubblico, al quale sono seguiti altri romanzi, Tra due mari (Mondadori, 2002), La festa del ritorno, (Mondadori, 2004, finalista al Premio Campiello), II mosaico del tempo grande (Mondadori, 2005), Vivere per addizione e altri viaggi (Mondadori, 2008), Gli anni veloci (Mondadori, 2009), La collina del vento (Mondadori, 2012), Il bacio del pane (Mondadori, 2013), Il banchetto di nozze e altri sapori (Mondadori, 2016), Le rughe del sorriso (Mondadori, 2018). (pn)

SAN FERDINANDO (RC) – Anteprima nazionale per l’ultimo libro di Carmine Abate

In anteprima nazionale a San Ferdinando Carmine Abate, Premio Campiello 2012, presenta la sua ultima fatica letteraria “Un paese felice”.

Il libro è ambientato tra San Ferdinando ed Eranova e le vicende narrate si svolgono sullo sfondo dei grandi mutamenti che hanno interessato il territorio, provocato traumi sociali ed economici tuttora irrisolti.

«Una storia d’amore e di rabbia, di destini individuali e di destino collettivo. Il romanzo tratta degli avvenimenti che hanno interessato le comunità di San Ferdinando ed Eranova durante gli anni della grande trasformazione industriale.Questo libro ci obbliga a fare i conti con i cambiamenti socio-economici che ne derivarono». (rrc)

SAN FERDINANDO (RC) – Augusto Di Stanislao presenta il suo nuovo saggio “MaledettaMente”

Dopo il successo del saggio “Controvento”, presentato in anteprima a San Ferdinando nel 2022, Augusto Di Stanislao ha deciso di replicare l’esperienza e tornare in Calabria per lanciare “MaledettaMente,” ultima fatica letteraria dello psicoterapeuta scrittore.

“MaledettaMente” è un’opera complessa ma agevolmente fruibile anche da un pubblico non specialistico come nello stile dell’autore che in questo caso affronta il tema della follia da un punto di vista assolutamente originale.
La presentazione avverrà a San Ferdinando, nella elegante cornice di piazza Convento, sabato 23 settembre alle 17:30.

«Siamo lieti di ospitare nuovamente il prof. Di Stanislao a San Ferdinando» è il commento del dottor Barbieri, assessore alla cultura della cittadina tirrenica «e ci auguriamo che tornare alle casette sia di nuovo foriero di un successo letterario così come per il precedente lavoro. Avere Augusto in città, inoltre, è un’occasione per riabbracciare, insieme con lui, il gusto di un passato che ci accomuna».

Il professore Di Stanislao, che oltretutto ha rivestito anche il ruolo di parlamentare della Repubblica, ha voluto rivolgere alla città ospitante queste espressioni di gratitudine: «Ringrazio il Sindaco di San Ferdinando, Luca Gaetano e l’Assessore alla Cultura Franco Barbieri, per la sensibilità dimostrata e per aver sostenuto questo appuntamento culturale. Il tema è di assoluta attualità, anche se “scorbutico” e apparentemente distante dalla quotidianità. La salute mentale e il benessere psicologico ci convoca tutti e a tutti i livelli della comunità che abitiamo. Ci sono riflessioni da fare e soluzioni da mettere in campo. Parlarne è già un piccolo grande passo in avanti. Grazie ancora». (rrc)

Don Leonardo, il prete buono di San Ferdinando che dice di non allontanare i migranti

di GREGORIO CORIGLIANO – Leonardo ha gli occhi tristi che, mentre parla, ti invitano a pensare alla sua terra, a sua madre, ai suoi fratelli, alla lontananza che lo separa da loro, ormai da anni.

È nigeriano, si chiama Leonard Owuamanam, un cognome impronunciabile dalle nostre parti, anche quando si presenta. Deve scriverlo su un foglietto perché io, ma anche gli altri, lo si possa capire. Era figlio di famiglia, viveva non lontano dalla capitale Abuja, a Sud Est, mi dice quando vado a trovarlo, in quella stessa sacrestia dove ho trascorso gli anni della mia fanciullezza e di parte della gioventù. Sacrestia? sì perchè don Leonard è il parroco di San Ferdinando, non un missionario di passaggio. Proprio il parroco dolce, affabile, sorridente e con gli occhi tristi che tutti vorremmo incontrare nel corso della vita.

«Perchè mi fai tutte queste domande? La mia vita interessa poco questa comunità, sono io che voglio e devo sapere di te e degli altri!».

«Don Leonard, voglio che la gente sappia chi è stato ed è il suo parroco!».

Un’intervista, dunque, me lo ricordo che una volta hai scritto del nostro Venerdì santo e mi hai chiamato Don Nigeria perché non riuscivi, come adesso, a pronunciare il mio cognome. «Va bene, mi hai convinto, cosa vuoi sapere?». Tutto quel che è giusto sapere, gli rispondo. E così facciamo un  «a tu per tu col parroco dalla pelle nera e dal sangue come il nostro».

Ha 47 anni, ha fatto da giovane l’agricoltore, come il resto della sua famiglia, il padre Charles e la madre Celine, sempre con quel cognome difficile da imparare. Lui è il quinto di nove figli, tre maschi e sei femmine, che vivono tutti in Nigeria, una nazione immensa, quattro volte l’Italia. 250 milioni di abitanti. La capitale è sconosciuta ai più, Abuja, ma la città più famosa che in molti conosciamo attraverso gli studi di geografia e di geopolitica, è Lagos. Una terra ricca di petrolio, ma anche di oro e diamanti. Alza gli occhi al cielo Leonard e sospira “mi manca tanto la mia terra”, a beneficio di quanti dicono di non avere radici e legami, di trovarsi bene qui o altrove. E mi manca soprattutto la mia mamma, a cui ho sempre voluto e voglio un gran bene, sono ormai anni che non la vedo, spero, appena sarà possibile di trascorrere qualche settimana al suo fianco.

Quando gli dico che nella parrocchia affidata alle sue cure, in anni ormai lontani, avevo fatto il chierichetto lui, prontamente: «è quello che ho fatto io, sempre vicino alla Chiesa. Delle religioni presenti in Nigeria, Leonardo aveva scelto il cristianesimo, col cattolicesimo ed il pentacostalismo, aggiunge.  Ci sono poi l’islam ed il traditional african religion.  Il modello di vita del nostro giovane aspirante sacerdote era don Nicholas, “mi aveva conquistato, si era preso il mio cuore». Si iscrive all’Università, aveva la predilezione per la chimica, anche se cominciava a sentire la vocazione, soprattutto quando, in Nigeria, aveva conosciuto i guanelliani, i seguaci di Don Luigi Guanella. Un presbitero italiano, fondatore delle congregazioni cattoliche dei servi della carità. Per le opere compiute nel mondo, don Guanella, fu fatto Santo da Papa Benedetto XVI° ventidue anni fa. Il proselitismo del futuro santo, era arrivato anche in Nigeria. Il nostro Leonard fu attratto da don Giancarlo Frigerio, responsabile delle vocazioni nella sua terra che lo ha ammesso alla Congregazione per iniziare il «percorso di discernimento».

Ha iniziato da giovane agricoltore, a 19 anni. E per tredici anni ha seguito, in piena vocazione, il percorso, con le attenzioni del Vescovo della sua città, Victor Chikwe, della Diocesi di Arbara. A scuola era sempre primo, sveglio, vivo, intelligente. «Perché sprechi la tua intelligenza in Seminario» gli chiese un giorno la sorella «Ho rispettato la tua scelta di sposarti, ti prego rispetta la mia», gli rispose. Parliamo, col cuore in mano, a tu per tu, per ore. È stato affascinante avere avuto il privilegio di poterlo ascoltare.

Leonrd Owuamanam è contrario al matrimonio dei preti, se si vuole diventare sacerdoti, dice, è una scelta di servizio. Prima di diventare sacerdote a 32 anni ha visitato il centro per handicappati di Don Guanella a Roma: non ha avuto più tentennamenti, se mai li avesse avuti. La prima esperienza a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo, poi nel Ghana, in Africa occidentale, infine il ritorno nella sua terra. Nel 2017, ricorda giorno e mese, in Italia a Sondrio, come cappellano del centro per anziani. Un anno, e via a Messina e poi a Ferentino, vicino Frosinone, in piena era Covid. Il 19 febbraio dell’anno scorso a San Ferdinando. E se al Nord c’è evoluzione culturale, qui da voi, mi aggiunge dolcemente, c’è maggiore umanità. Mi trovo a dover corrispondere ad una nuova obbedienza: chino la testa, vado dovunque mi vien chiesto. «Se dovessi lasciare la tua terra, sappi che mi porterò dietro una prerogativa: la semplicità della tua gente a cui dico: aiutate i migranti della vostra tendopoli, non li allontanate». Siamo tutti figli di Dio. Grazie Leonard, grazie. (gc)

Muna, da Amman a Tokyo passando per San Ferdinando

di GREGORIO CORIGLIANO – Si chiama Muna Nasr, dal nome si capisce che non è europea, men che meno italiana. È giordana di Amman, nata da genitori libanesi. La incontro non all’estero, dove pure sono stato in vacanza, ma nel luogo dell’anima, San Ferdinando. Addirittura? Sì, un caso fortuito.

Mi capita di vedere prima dal fruttarolo, poi in edicola,  una affettuosa parente di mia madre, Rosita Bagalà, che in compagnia del fratello Bruno, già grande manager della Garibaldi-navigazione di Genova – entrambi figli del capitano Bagalà – sfogliavano le riviste di Ciccio Naselli, ma in effetti volevano sapere se ancora era disponibile il mio ultimo libro Nero di Seppia, edizione Pellegrini. Baci abbracci e un dolce “vieni a trovarmi a casa”.

Non ci penso due volte e l’indomani, arrivo nella casa di famiglia, sempre a San Ferdinando, nella storica piazzetta Barletta tutta rinnovata e rinverdita. Rosita, dopo avermi raccontato della scomparsa del marito, Nando Stucci, mi presenta tutta la parentela con i giovani nipoti. Tra le persone che mi presenta c’è Muna, faccio fatica a comprendere il nome, fino a quando non mi spiega che è giordana. Mi ritiro nelle mie, la guardo, è bellissima, veramente affascinante, bionda, capelli lunghi, un sorriso che incanta. Guardala bene, mi dice Rosita: non è facile incontrare a San Ferdinando una donna di Amman. E che ci fa qui? Tua amica? No. È mia nuora, la moglie di mio figlio Stefano. E tuo figlio? È a Tokyo, non lo sapevi? Certo che no: E cosa fa Nell’estremo Oriente? E il numero due dell’Ambasciata Italiana. Un diplomatico di carriera. Scusa, scusa cominciamo dall’inizio. Tuo figlio, di genitori di San Ferdinando, nato a Genova ha scelto la carriera diplomatica? Che bello. A questo punto, Rosita si allontana, per accudire i figli del figlio e mi lascia con Muna, che è un fiume in piena, ha voglia di parlare, si è fidata di me e apre lo scrigno della sua vita.

Mio nonno, mi dice, è stato chiamato dal primo Re di Giordania, dal Libano perché giornalista, per fondare il primo giornale il Giordany newspaper nel 1924. Anche mio padre ha studiato giornalismo all’Università americana in Egitto. E ci trasferiamo lì, dove non c’era ancora nulla di giornalistico. Mio padre, insoddisfatto della vita in quella terra, si sposta a Londra, per studiare medicina al famosissimo Kings College. Una volta acquisito il titolo di medico, torna in Giordania per esercitare la professione che associa a quella di giornalista con suo padre. Nel frattempo conosce mia madre Aimèe, in Libano, si sposano. Tornano in Giordania dove svolge la professione medica e giornalistica. Nell’80 il giornale chiude per motivi politici, ma non posso, né voglio, aggiungere altro.

Mentre parla, gli occhi di Muna brillano, si tocca i capelli, sorride. Si vede che è una donna felice. Mi racconta ancora che sono cinque sorelle ed un fratello, tre vivono in Italia, due negli Stati uniti, uno in Libano. Il fratello fa l’editore, le sorelle le interpreti ricercatissime in tutto il mondo, perché parlano, si intende, moltissime lingue, peraltro, non comuni, né facili. Ed il calabrese Stefano, dove lo hai conosciuto? Era giovanissimo primo segretario di ambasciata in Giordania. Ci incontriamo ad una festa di matrimonio di alto rango. Lui mi fa la corte, una corte spietata, ma “io non gli ho dato confidenza alcuna”.

“Si informa del mio lavoro di agente immobiliare e ha il coraggio di avvicinarsi dicendomi di volere comprare casa ad Amman. Un diplomatico non compra casa rivolgendosi alla prima agente immobiliare. Capisco da come mi guarda e mi segue che si era presa una cotta per me. “Ci frequentiamo, alla fine mi ha convinto. Ci sposiamo, stiamo due anni ad Amman. Poi trasferiscono Stefano a Sarajevo. All’ambasciata italiana della Bosnia Erzegovina. Dopo il primo figlio, anzi la prima – Isabella – rimango incinta del secondo, quando veniamo trasferiti a Roma. Qui stiamo tre anni, come prevedono le regole dei diplomatici. Da Roma, nuova sede a Gedda. In Arabia Saudita.

“A me, di spirito libero, quella sede non piaceva molto per le restrizioni. C’era finanche la polizia religiosa, che controllava tutto e tutti. “In tre anni, però, anche quella società è cambiata: e se prima non volevo andare, poi non volevo più ripartire”. Vivevamo in un compound, una villa meravigliosa, accanto a sauditi allegri, ospitali, a cui piace molto divertirsi”.  Anche quella esperienza è finita e come tutti i diplomatici di carriera dobbiamo giustamente osservare le regole della carriera. È finita? Certo che no. “Da Gedda veniamo trasferiti a Tokyo: siamo nella terra del sol Levante da un anno e mezzo. Di questa esperienza ancora posso dire poco”.

Ed ogni volta cambiate residenza? No, mi dice Muna, entusiasta del suo Stefano, che non ha ancora cinquant’anni, e siamo residenti a Roma. Dal mondo della diplomazia, a San Ferdinando? Stefano aveva paura che non mi piacesse la Calabria ed, in particolare, San Ferdinando.

“Invece no, mi sembrava il mio mondo, gente calorosa, affettuosa, generosa. Il mare splendido, a due passi dalla casa di mia suocera”. Felice, almeno una volta. Ora non più, non scendo sulla spiaggia, perché il mare è molto sporco, il sole lo prendo in terrazza. Se non provvederanno a pulire il mare, non verrò più”! È una minaccia o una promessa? Quel che dico sono abituata a farlo. Lo scriva pure, glielo ho pure detto a sua cugina Rosita, non farò venire i miei figli, non riesco a capire perchè nessuno si preoccupi del mare sporco, per noi è inconcepibile, al di là di ogni immaginazione”! Che briscola di rimprovero!

Meritato, però. La tua vita Muna, è facile? “Entusiasmante, ma non facile: adattarsi sempre a regole ed abitudini nuove, amicizie, scuole per i figli, ricominciare sempre. In Giappone, adesso, è un mondo diverso. È la vita!”. Torna, la mia parente Rosita, della quale, contrariamente a quanto si pensi, Muna dice un gran bene: forte, determinata, energica.  Vero, anche io la ricordo così, giovane di belle speranze. Ed il futuro di Muna e Stefano? “Non si può sapere. Si appartiene alla vita dei diplomatici di carriera. Un sogno potrebbe essere l’Argentina, ma chi lo può dire? Intanto si gode questi spiccioli di vacanza: da San Ferdinando a Tokyo, il passo non è breve.

È sicuramente, felice, come lei ed il vice ambasciatore di Tokyo, calabrese di San Ferdinando, orgoglio di mamma Rosita e papà Nandino. Auguri! (gc)

In copertina, foto del Fai – Fondo Ambiente Italiano