COSENZA – Il dibattito su “La mafia e le stragi del ’92”

Domani mattina, a Rende, alle 10, all’Auditorium “Papa Giovanni Paolo II”, si terrà il dibattito La mafia e le stragi del 1992: La resistenza della società civile contro la ferocia dei boss, promosso da Libera Cosenza “Sergio Cosmai” in collaborazione con il Liceo Scientifico “Pitagora” di Rende.

L’evento è stato organizzato in occasione dell’anniversario della strage di Capaci. Il giornalista e scrittore Arcangelo Badolati dialogherà con Gabriele Presti, dirigente della Squadra Mobile di Cosenza; Dario Pini, Comandante del Reparto Operativo dei Carabinieri di Cosenza; Giap Parini, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria;  Attilio Sabato, giornalista e scrittore; Peppino Mazzotta, attore, ed Enzo Infantino, volontario internazionale.

In apertura i saluti della Dirigente del liceo “Pitagora” Alisia Rosa Arturi e l’introduzione all’incontro a cura della Referente del Presidio Libera di Cosenza Franca Ferrami.

Nel corso della mattinata faranno un intervento gli studenti del gruppo “Le Sentinelle della Legalità”. 

L’iniziativa è stata patrocinata dal Circolo della Stampa di Cosenza “Maria Rosaria Sessa”. (rcs)

 

Il Liceo Zaleuco di Locri ha partecipato alle iniziative locali per i 30 anni della Strage di Capaci

Profonda e sentita partecipazione del Liceo Scientifico Zaleuco di Locri, guidato dal Dirigente Carmela Rita Serafino, alle iniziative, promosse dall’ Amministrazione locale, per i trent’ anni dalla Strage di Capaci. I ragazzi hanno saputo cogliere l’importanza di ricordare un evento orribile, come la morte tragica del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca   Morvillo e di tre agenti della sua scorta.

Un fatto che ha segnato e continua a segnare, inequivocabilmente, la coscienza di ognuno, sia a livello personale che sociale. Ciò che accadde quel giorno sembrò una sconfitta, una mortificante resa, invece, mise radici profonde, di volontà popolare di ripresa, nell’unità di intenti e di interventi. Ogni confisca, ogni arresto, ogni colpo inferto alla criminalità organizzata, è un meraviglioso tassello di giustizia e di valore, che va a realizzare una mosaico sociale di speranza, di dialogo, di rispetto, di libertà, per un futuro propositivo, aperto al miglioramento e alla continua crescita. Tutto questo è stato ben recepito dalla nuova generazione, che lo ha fatto proprio, dimostrando acuta sensibilità e fervente impegno.

Con questo spirito i ragazzi del Liceo Zaleuco, accompagnati dalla prof.ssa Rosella Fontana, hanno partecipato, giorno 25 maggio, nel Palazzo della Cultura di Locri, alla presentazione del libro Toghe rosso sangue di Paride Leporace. L’ incontro, moderato dal giornalista Gianluca Albanese, ha messo in luce tematiche interessanti. Nel suo libro, l’autore sottolinea i forti cambiamenti, sociali e politici, che hanno attraversato l’Italia, dal 1961, anno dell’edificazione del muro di Berlino, al 1994, anno di ” mani pulite”, di stravolgimenti governativi, dopo la caduta della prima Repubblica, definita ” la frana del 1992″, evidenziando come l’attività mafiosa abbia percorso anch’essa il filo della storia, uccidendo 27 magistrati solo perché avevano scelto di fare bene il loro lavoro. Chiaramente l’apice venne raggiunto nella Strage di Capaci, in cui la Mafia si attesta come organizzazione criminale ad alti livelli: lo Stato non era più impenetrabile.

Leporace, però, vuole mettere in evidenza la figura di Falcone non solo in veste di magistrato, ma anche come uomo, nel suo legame con la moglie Francesca Morvillo, un rapporto unico e straordinario, che li porta a condividere tutto, fino all’ ultimo afflato mortale, quel maledetto 23 Maggio 1992. Il sangue versato, di tanti illustri rappresentanti della legge, ha certamente tinto le toghe di rosso, ma è divenuto vivida linfa di coraggio e fierezza contro i soprusi e le prepotenze gratuite.

Dopo il momento al Palazzo della Cultura, i ragazzi del Liceo Zaleuco hanno partecipato, accompagnati dalla prof.ssa Annunziata Andrizzi, giorno 31 maggio, alla manifestazione, in Piazza dei Martiri a Locri, Facciamo la pace. Diverse scuole, sia primarie che secondarie di primo e secondo grado, attraverso canti, riflessioni e versi poetici, hanno dato voce alla giustizia e alla pace, per costruire uniti un mondo vivibile e meraviglioso, la “nostra casa comune”, come lo definisce papa Francesco. Nella riflessione, letta da Giulio Albanese della classe IV A, è stato ben evidenziato l’intento, da parte delle nuove generazioni, di non arrendersi, di dimostrare finalmente che in questa terra possono crescere cittadini attivi, capaci di imprimere un segno di alta correttezza sociale, lottando, con tutti i mezzi possibili, per trasformare gli effetti dell’agire mafioso in opportunità , a beneficio della comunità.

Ed è lì che vedremo fiorire il ricordo di Falcone e Borsellino. I giovani sapranno farsi sentire, come fiume in piena, che laverà via il sangue, la violenza e l’aberrante silenzio, scoprendo, finalmente, il vero volto di questa terra, fatta di sole, di mare, di storia, di creatività, di arte, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Toccanti anche i versi di una poesia della prof.ssa Luisa Totino, letti da Niccolò Dichiera della classe IV A, che se da una parte hanno evocato terribili momenti dall’ altra hanno aperto alla speranza e alla ripresa.”No, nessuna guerra, violenza o assenza può annientare ciò che ho trasmesso su questa terra, ciò che ho amato, ciò che ho desiderato. Tutto sarà fermentato da chi resterà, da chi ci sarà, da chi mai dimenticherà”. (Luisa Totino)

In copertina, gli studenti insieme a Paride Leporace

La Calabria ricorda il trentennale della Strage di Capaci

Ieri erano 30 anni dalla strage di Capaci, l’attentato mafioso dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto,  ha evidenziato come «il ricordo di quella tragedia non si spegne. Sia sempre un monito contro le mafie e per la legalità», mentre il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, ha invitato «i calabresi, ovunque si trovino alle 17.58 –  l’ora dell’esplosione –  osservino un minuto di raccoglimento per ricordare chi ha sacrificato la vita per il Paese».

La prima Commissione “Affari Istituzionali” del Consiglio regionale,   prima di avviare i propri lavori,  ha osservato un minuto di silenzio, «per ricordare – ha detto la presidente Luciana De Francesco – Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani uccisi da Cosa Nostra il 23 maggio del ’92. La memoria di quella tragedia che ha scosso il Paese deve tradursi, specie per chi svolge ruoli pubblici, in un impegno ancora più serrato contro ogni prevaricazione mafiosa».

A Rende, il sindaco Marcello Manna, alla manifestazione organizzata all’IC Quattromiglia, ha sottolineato come «oggi  più che mai necessario moltiplicare momenti di riflessione da parte di voi ragazzi su ciò che accadde trent’anni fa. Una stagione che ha visto un’antipotere agire contro i principi democratici della nostra Costituzione. Ancora oggi manca una parte di verità per far chiarezza su alcuni elementi chiave rispetto all’omicidio di Giovanni Falcone: chi ha avvertito che il giudice Falcone partiva da Roma su un aereo noleggiato dal Sismi?».

«Il nostro Paese – ha proseguito – ha attraversato tante stagioni che sono rimaste in zone d’ombra. Quell’antipotere ha cercato di modificare le nostre regole di civiltà, di democrazia: questa è la battaglia da combattere oggi nel momento in cui ricordiamo Giovanni Falcone. Non è una battaglia che è terminata, ma deve andare avanti soprattutto con le scuole, con l’impegno civile e sociale che dobbiamo avere nel difendere la nostra democrazia e, per fortuna, nel farlo abbiamo un faro che ancora richiede tanto impegno e che è la nostra Costituzione: i suoi valori non si sovvertono né con le bombe, né in altro modo».

«Sono passati 30 anni – ha detto Sorrentino – e ancora oggi troppi misteri uniscono il destino di Giovanni Falcone da quello di Paolo Borsellino, il destino di due amici inseparabili nel lavoro e nella vita. Sono passati 30 anni e ancora oggi la mentalità mafiosa continua a porre un problema di natura culturale e sociale. Tutto questo dovrebbe porci di fronte a delle domande oltre che richiamare tutti e tutte le cittadine e ovviamente tutte le istituzioni ad un maggiore senso di corresponsabilità». 

«La Mafia – ha proseguito – non è soltanto un’organizzazione criminale, ma qualcosa di molto peggio. Prima di questo, purtroppo, è un modo di pensare, un modello culturale. É solo l’effetto di qualche cosa di ben più saldamente radicato ed è proprio per questo che è necessario attuare un contrasto alle cause. In questo il ruolo della scuola deve essere centrale: fare educazione inclusiva significa fare comunità. Inclusivo è un ambiente dove tutte le diversità vengono valorizzate così da dare a tutti pari possibilità di crescita in un sistema equo e coeso in grado di prendersi cura di tutti i cittadini e le cittadine assicurandone la loro dignità, il rispetto delle differenze e le pari opportunità». 

«Il sapere e la cultura – ha evidenziato – ci rendono indipendenti, sani e liberi. Sempre più necessarie sono quelle scuole che contribuiscono alla diffusione dei valori della non violenza e del rispetto verso gli altri, dell’importanza dei diritti civili e umani, della solidarietà. Abituarsi ai soprusi, arrivare a considerarli addirittura accettabili, è già un modo per consegnarsi alle mafie. I soprusi sono di diversa natura e il più delle volte portano all’isolamento alla marginalizzazione alla ghettizzazione rendendo il terreno fertile all’attecchimento del seme della sopraffazione e delle ingiustizie. In questa direzione penso al ragazzo o alla ragazza vittima di bullismo o peggio di violenza fisica perché diversa o diverso, perché appartenente ad una diversa religione, cultura o perché non abbiente, ma penso anche all’ esclusione, all’isolamento dei figli e delle figlie di chi si è macchiato di crimini mafiosi. Se li si emargina in un contesto scolastico, maggiori saranno le probabilità che si sentano accolti in un contesto deviante, in un contesto mafioso. Per questi motivi bisogna necessariamente attivarsi per rendere l’ambiente scolastico sempre più inclusivo».

A Reggio, su iniziativa della Questura, un esemplare di Cycas Revoluta è stato piantato nella piazza antistante il Castello Aragonese, a due passi dall’edificio della Corte d’Appello di Reggio Calabria, a trent’anni dalle stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte. Presenti insieme alle massime autorità anche i Sindaci f.f. di Comune e Città metropolitana, Paolo Brunetti e Carmelo Versace.

«Il Comune di Reggio Calabria – ha detto Brunetti a margine dell’iniziativa – con orgoglio ha aderito all’iniziativa della Questura nel trentennale dalla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta».

«Una ricorrenza importante e centrale  – ha aggiunto –nella storia recente di questo Paese che oggi è chiamato ad onorare la memoria di quei servitori dello Stato che hanno pagato con la vita il loro impegno al servizio della legalità e del bene comune».

« E se è vero – ha proseguito – che l’esempio è la fonte del pensiero successivo, oggi ricordare è di fondamentale importanza per le giovani generazioni affinché sappiano cosa significa lottare per una causa giusta e soprattutto che si può sempre scegliere da che parte stare nella vita». «Non esistono zone d’ombra  – ha concluso – ma solo il bianco o il nero e uomini come Falcone e Borsellino seppero farla questa scelta, in un momento storico certamente non semplice. Il richiamo a questi valori e a questi insegnamenti da oggi sarà ancora più vivo e presente in città anche grazie al simbolo che oggi viene collocato in questa piazza».

Sull’importanza di vivere questi momenti con spirito di coesione e unità istituzionale, si è poi soffermato il Sindaco metropolitano f.f. Versace, evidenziando la solennità «di un momento che deve spingerci a cooperare, in modo unitario, sempre al servizio della collettività e della legalità». 

«E a trent’anni di distanza da quella pagina buia della storia d’Italia – ha concluso – il modo migliore che abbiamo per onorare davvero quegli eroi, è interpretare al meglio, con coerenza e integrità morale, il ruolo che ciascuno di noi svolge per la collettività all’interno delle istituzioni. Un impegno che deve guardare al rilancio di quegli ideali che hanno segnato le battaglie condotte da uomini come Falcone e Borsellino e che oggi ci indicano chiaramente la strada da percorrere per operare sempre dalla parte del bene e a tutela dei principi democratici che sono le fondamenta della nostra Costituzione».

Il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, in collegamento con gli studenti dell’Università Politecnica delle Marche, ha dichiarato che «oggi è il giorno della strage di Capaci ma anche il giorno dei “gattopardi”, delle persone potenti e importanti che quando Falcone era in vita, lo hanno deriso, calunniato e diffamato e poi sono saliti sui banchi a commemorare Falcone perché purtroppo i morti non possono parlare, non si possono difendere».

«Però – ha aggiunto Gratteri – sta a noi vivi difendere memoria e onore dei morti. È insopportabile, sono stato testimone oculare, ho visto salire su un palco dopo di me e commemorare Falcone e Borsellino, e in vita ridevano».

«Vorrei – ha detto ancora agli studenti – che queste manifestazioni anti-mafia e queste commemorazioni le guardaste con occhio critico, servono soprattutto a quelli che devono lavarsi la coscienza per non aver fatto quello che avrebbero potuto e dovuto fare fare. Noi vivi, se riteniamo di essere onesti, dobbiamo avere coraggio, a costo di dispiacere il manovratore, a costo di dispiacere il potere, di criticare».

«Mai come in questo caso – ha detto ancora – il silenzio è complicità: non basta essere onesti, non basta pagare tasse o fare il proprio lavoro, dobbiamo prendere posizione e, in modo democratico, contestare e protestare in modo sistematico senza se e senza ma. Altrimenti non andremo da nessuna parte e faremo solo stanchi riti di commemorazione».

A Buongiorno Regione, poi, il ricordo di quel giorno: «Quel pomeriggio di trent’anni fa non avevo capito cosa stesse accadendo, fino a quando sono salito in auto ed ho acceso la radio. Ero un giovane magistrato, non mi aspettavo che la mafia uccidesse Falcone in quel momento storico ed a quel modo. A Roma aveva una scorta meno asfissiante, sarebbe stato più semplice ucciderlo nella Capitale. Ma le mafie hanno bisogno di inviare segnali forti». 

«La notizia ci ha sconvolti – ha detto – e subito dopo abbiamo capito, percepito, che anche Borsellino sarebbe stato ucciso di lì a poco. La storia ci insegna che il potere non vuole essere controllato e il controllore non vuole essere disturbato, e quando c’è qualcuno che alza il tiro inizia la campagna mediatica del fango, giornali che sistematicamente, quotidianamente, scrivono cose false, giornalisti che storpiano una notizia in modo scientifico: quando questo accade per molto tempo qualcuno potrebbe convincersene». (rrm)

Il Consiglio regionale partecipa simbolicamente alle celebrazioni dei 30 anni della Strage di Capaci

Il Consiglio regionale della Calabria partecipa, simbolicamente, alle celebrazioni nazionali in occasione del trentennale della Strage di Capaci, e il presidente Filippo Mancuso ha invitato «i calabresi, ovunque si trovino alle 17.58 –  l’ora dell’esplosione –  osservino un minuto di raccoglimento per ricordare chi ha sacrificato la vita per il Paese».

La prima Commissione “Affari Istituzionali” del Consiglio regionale,   prima di avviare i propri lavori,  ha osservato un minuto di silenzio, «per ricordare – ha detto la presidente Luciana De Francesco – Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani uccisi da Cosa Nostra il 23 maggio del ’92. La memoria di quella tragedia che ha scosso il Paese deve tradursi, specie per chi svolge ruoli pubblici, in un impegno ancora più serrato contro ogni prevaricazione mafiosa». (rrc)

L’OPINIONE / Pino Masciari e Giancarlo Costabile: Capaci di continuare a lottare, 30 anni dopo

di PINO MASCIARI e GIANCARLO COSTABILE – Capaci, trent’anni dopo. Capaci di memoria ma soprattutto di verità e resistenza. Sì, perché il problema italiano nella lotta alle mafie (e non solo, invero) è attraversato da queste due parole. Le stragi di mafia del ’92 non sono comprensibili pienamente sul piano storico-politico se restiamo ancorati al tradizionale domicilio criminale per interpretarne le strategie di potere.

Ha ragione Isaia Sales quando scrive nel suo importante testo Storia dell’Italia mafiosa che il crimine organizzato del nostro Paese è innanzitutto un linguaggio di relazioni tra élite che gestiscono il potere a tutti i livelli del vivere civile, sia locale che nazionale. Le mafie italiane sono parte fondamentale della narrazione di dominio con cui le classi dirigenti hanno sempre scandito il loro vocabolario nell’attività di governo dei nostri territori. Falcone e Borsellino sono stati i magistrati più combattuti non solo all’interno del mondo delle toghe italiane degli anni Ottanta del Novecento ma anche isolati dal sistema Paese che non ha saputo cogliere, né in quel periodo né dopo, la straordinaria densità investigativa e interpretativa del loro lavoro.

I due magistrati siciliani – dopo le inchieste sociologiche di Danilo Dolci e quelle giornalistiche di Pippo Fava, senza dimenticare le analisi di Pio La Torre sui patrimoni delle mafie – approfondiscono la struttura e la (profonda) vitalità sociale del potere mafioso che trascende il consueto radicamento del fenomeno nell’ambito dei fatti criminali e della violenza urbana organizzata. Trent’anni dopo Capaci e via d’Amelio, prevale ancora la retorica e l’ipocrisia nel ricordare queste monumentali biografie di resistenza: l’esigenza è normalizzare la loro storia, narcotizzarne il potenziale rivoluzionario delle intuizioni e della dignità istituzionale che li accompagna fino all’ultimo istante di vita.

Sono tre decenni che legittimiamo una lettura parziale del ’92, amputando la verità sui mandanti di quel terribile rosario di morte tra il 23 maggio e il 19 luglio. Dobbiamo avere il coraggio di affermare questo nostro diritto collettivo alla rabbia e non avere paura di chiedere verità e giustizia su quei mesi sporcati dal sangue innocente dei giusti. La caratteristica del potere in Italia è la frantumazione dell’autorità dello Stato in svariate statualità parallele (ad esempio, le mafie e la massoneria deviata) che si costituiscono in microstati all’interno dei quali viene amministrata la quotidianità di intere realtà territoriali non più circoscritte soltanto a Sud di Roma, come le indagini giudiziarie degli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato.

Falcone e Borsellino comprendono (e vivono con disagio e dolore) questa specificità del nostro Stato che ha fatto, e per certi versi continua a fare, del nostro Paese, in Occidente e nel mondo, il vero laboratorio politico di concetti chiave quali democrazia criminale, capitalismo mafioso e borghesia armata.

È arrivato il momento di liquidare la retorica del piagnisteo, le celebrazioni asfittiche, le liturgie danzanti, tutte espressioni di una pedagogia del compromesso che Falcone e Borsellino hanno ostinatamente combattuto in vita per ripensare in modo radicale l’antimafia, a partire dalla (doverosa) ricerca della verità sui mandanti occulti degli omicidi del ’92. L’antimafia, oggi, non può che porsi dentro una pedagogia del cambiamento sociale che traduca nella prassi le idealità dello Stato della Costituzione, sfregiato in tutti questi decenni e sostanzialmente in minoranza nel nostro Paese. È una verità amara, scomoda, urticante ma che non si può più sottacere. Farlo, significherebbe essere complici di chi ha ucciso Falcone e Borsellino per poi ipocritamente commemorarli.

I morti non fanno paura quando viene anestetizzata la loro storia, espungendone i luoghi più significativi del loro pensiero-azione. Diciamola tutta con chiarezza: fa comodo a uno Stato corrotto (e alla falsa coscienza popolare che ha subito la sterilizzazione della memoria) pensare che i Corleonesi di Riina e Provenzano abbiano prodotto autonomamente la mattanza del ’92. Le democrazie criminali si reggono sulla manipolazione della memoria, della coscienza e dell’educazione, legittimando in tal modo il loro disordine etico come (necessario) ordine politico-sociale.

Noi non intendiamo piegarci a questo racconto del passato e del presente, così come non intendiamo accettare passivamente la sconfitta dello Stato della Costituzione. L’antimafia è un modo di intendere la vita perché è costruzione di una cultura militante in grado di coniugare la ricerca della verità (come metodo pedagogico dinanzi al passato e al presente) con la pratica della giustizia sociale (il futuro quale opportunità di scoperta e tutela di nuovi diritti di prossimità).

Trent’anni dopo, ripartiamo da Capaci perché siamo capaci di memoria, verità e resistenza. Capaci di umanità. Capaci di contrastare le mafie e il loro sistema di relazioni con gli apparati corrotti del nostro Stato. Capaci, in definitiva, di continuare quella lotta, trent’anni dopo. Per Falcone e Borsellino. Per i nostri caduti. Per lo Stato della Costituzione. (pm)

[Pino Masciari, imprenditore e testimone di giustizia, Giancarlo Costabile è ricercatore e docente di Storia dell’educazione alla democrazia e alla legalità, Università della Calabria]

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: A 30 anni dalla strage di Capaci poco è cambiato

di GIACOMO SACCOMANNO – Sono trascorsi trent’anni dalla strage di Capaci, ma l’insegnamento di Giovanni Falcone sembra non sia servito a nulla! La strage del 23 maggio 1992 ove persero la vita la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, sembra una realtà lontana e non sembra che i fatti che si sono susseguiti abbiano veramente aperto quello spartiacque che avrebbe dovuto rafforzare ancor più la lotta contro le mafie. Diceva Giovanni Falcone: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

Tutto vero! Tanto si è fatto nel tempo per combattere la criminalità organizzata che, dopo il periodo buio delle bombe e degli attentati, ha iniziato un nuovo percorso più sotterraneo e pericoloso: l’inserimento ed il condizionamento delle istituzioni per aumentare potere ed affari, coinvolgendo tutti con il solo fine dello sfruttamento al massimo delle risorse. Tutto chiaro, tutto ben delineato. Ma, quello che lascia molto perplessi è il sistema giustizia che non sembra funzionare adeguatamente. Non vi è uniformità di azione.

Tutto è lasciato sulle gambe di pochi uomini che hanno e stanno sacrificando la propria vita e quella delle famiglie per portare avanti una battaglia vera e senza se e senza ma. Ma, non è il sistema che combatte. Sono i singoli, con la loro disponibilità, sensibilità, moralità, coerenza, capacità, volontà! Il sistema appare, invece, molto condizionato, infiltrato, non reattivo. Lontano dalle bombe, dagli attentati, dalle stragi, a distanza di trent’anni si deve registrare un silenzio devastante che ha consentito alla criminalità organizzata di proseguire nella sua azione e di inserirsi anche nei gangli vitali delle istituzioni. Giovanni Falcone parlava di idee che avrebbero dovuto camminare sulle gambe degli uomini. Ma, quanti uomini oggi hanno idee e possono ritenersi veramente liberi?

Le elezioni del nuovo Procuratore Nazionale della DDA è la riprova di come i condizionamenti ancora esistono e sono molto forti anche dinnanzi a scelte così importanti. Ha affermato Giuseppe Marra (Autonomia e Indipendenza), componente del CSM, che «Gratteri è il simbolo della lotta alla criminalità organizzata, come si evidenzia nel processo “Rinascita Scott” che si sta svolgendo contro le cosche della ‘ndrangheta. Gratteri è anche il simbolo dei magistrati che non hanno alcuna relazione con la politica. E questo si può vedere nelle interviste rilasciate contro le recenti riforme della giustizia. Ed è il simbolo anche di quei colleghi che non sono mai stati iscritti alle correnti della magistratura».

Infine, non si può non richiamare, tra l’altro, l’intervento del consigliere laico Stefano Cavanna, in quota Lega: La premessa del primo presidente Curzio mi hanno un po’ turbato. Dire che bisogna supportare con il massimo dei voti il candidato che sarà eletto, mi fa pensare che già si sa chi sia il vincitore. Non mi è mai piaciuto il conformismo e non mi piace neanche in questo caso. Questa è una scelta di due divisioni diverse di questo ufficio, perché dalle audizioni sono emersi due modi di operare in modo opposto. È proprio per questo è indispensabile partecipare e votare i referendum non potendo essere il CSM gestito da gruppi che manifestano o fanno pensare a posizioni partitiche contrapposte!  (gs)

La Giunta Regionale oggi a San Luca per commemorare Giovanni Falcone

Oggi, 23 maggio, è il 28esimo anniversario della morte di Giovanni Falcone, della moglie e dei tre agenti di scorta nella strage di Capaci. Per l’occasione, la presidente della Regione Calabria, Jole Santelli e la Giunta, insieme a tanti rappresentanti delle Istituzioni, si sono riuniti nella piazza principale di San Luca per ricordare Giovanni Falcone.

Tanti tra parlamentari, consiglieri regionali, la Giunta regionale al completo e il Presidente del Consiglio, sindaci con la fascia tricolore e anche molti giovani, in una giornata di grande unità per costruire una Calabria orgogliosa della sua ripartenza.

«Venire a San Luca – ha dichiarato la presidente Santelli – significa sfidare la retorica per dire che le parole di Falcone e la sua storia sono reali proprio in questi territori, nei quali le persone perbene sono tante e devono camminare con la schiena diritta. A loro dico che le istituzioni sono al loro fianco».

«Il ricordo della strage di Capaci e il sacrificio di Falcone, della moglie, Francesca Morvillo, e degli uomini della scorta – spiega Santelli – devono continuare a rimanere impressi nella memoria di tutto il Paese e, soprattutto, di quelle comunità che hanno conosciuto il potere e la sopraffazione della mafia. San Luca, per troppo tempo, è stato il paese simbolo della ‘ndrangheta, di una Calabria finita sotto il giogo della più grande e potente holding criminale del mondo. San Luca e tutti i suoi cittadini perbene hanno però già ribadito da tempo da che parte vogliono stare: quella dello Stato, delle istituzioni democratiche, della legalità».

«San Luca, oggi – dice ancora la governatrice – è l’emblema di una Calabria che sogna e insegue con determinazione e coraggio il suo riscatto. L’elezione di un nuovo consiglio comunale, avvenuta lo scorso anno dopo un lungo periodo di commissariamenti, è un segno tangibile di questo graduale e costante processo di crescita sociale e istituzionale, rispetto al quale sento di ringraziare il sindaco Bruno Bartolo e Klaus Davi, la cui passione democratica ha consentito al Comune di San Luca di tornare alla normalità».

«Sono dunque tanti i motivi per cui è importante ricordare la strage di Capaci a San Luca. Da questo luogo simbolo – conclude Santelli – verrà ribadito, ancora una volta e al di là dei diversi schieramenti politici, che i calabresi e i cittadini del Sud sono e saranno sempre al fianco degli uomini come Falcone, dalla parte dello Stato».

Da parte sua Klaus Davi  ha detto di sposare «in pieno l’iniziativa di Jole Santelli, che ha voluto celebrare una giornata importante come questa nel mio comune, San Luca, un comune situato in un paradiso terrestre, additato in tutto il mondo come una sorta di tempio delle mafie, ora è diventato il simbolo del cambiamento».

 (rcz)