L’OPINIONE / Nino Mallamaci: Non lasciare sola l’Ucraina

di NINO MALLAMACI 

«Vediamo quanti paesi euroatlantici hanno intrapreso un percorso di rifiuto delle proprie radici, compresi i valori cristiani che sono alla base della civiltà occidentale. Vengono negati principi morali e identità tradizionali, culturali, religiose e persino sessuali. Vengono applicate idee che mettono sullo stesso piano famiglie numerose e relazioni omosessuali, fede in Dio e fede in Satana. Nei suoi eccessi, l’atteggiamento politicamente corretto si spinge fino a considerare seriamente la possibilità di riconoscere in modo ufficiale partiti che diffondono la pedofilia. In molti paesi europei la gente si vergogna e ha paura di parlare della propria religiosità. I fine settimana sono aboliti o chiamati diversamente, cosicché il loro autentico significato – il loro fondamento – morale è nascosto. E si cerca di imporre questo modello su tutti, sul mondo intero. Sono convinto che questo porti direttamente al degrado e alla regressione a uno stato primitivo, a una profonda crisi demografica e morale».

Nel 2013 qualcuno pronunciò queste parole. Le Pen? Qualche esponente oltranzista cattolico o un suprematista bianco americano? Nulla di tutto ciò. Si tratta dell’intervento di Vladimir Putin nel dibattito in cui presentò il suo progetto sull’Unione eurasiatica. Secondo il nuovo zar, per evitare di essere colpita dalla crisi demografica e morale già diffusa in Occidente, la Russia doveva sviluppare una nuova idea nazionale. La minaccia esterna e le catastrofi che avevano travolto la Russia nel ventesimo secolo rendevano necessario un dibattito sull’identità nazionale. “È ovvio, continuava Putin, che non possiamo svilupparci ulteriormente se non riusciamo a definirci dal punto di vista spirituale culturale nazionale”. “L’Idea nazionale”, appunto, come il titolo del libro di Bengt Jangfeldt uscito in Italia nel 2022; sottotitolo: da Dostoevskij a Putin. Chi ancora crede in buonafede, o chi in cattivissima fede diffonde disinformazione, che le guerre di Putin, non solo quella all’Ucraina ma anche quelle in Cecenia e Georgia, siano state provocate dall’espansionismo della Nato dovrebbe andare a rileggersi la storia della Russia. Non solo manuali o saggi, ma la letteratura. Vi troverà una continuità agghiacciante, caratterizzata dall’imperialismo transitato dal regime zarista a quello comunista a quello di Putin.

Nel corso dei secoli, la “Santa madre Russia” non ha fatto altro che soggiogare i popoli vicini, colonizzandoli e piegandoli ai suoi interessi. Mentre l’Occidente indirizzava le proprie abominevoli iniziative di conquista e di conseguente sfruttamento verso i territori d’oltremare, in Africa, in Asia, in America, la Russia trovava molto più facile concentrarsi sulle terre ad essa vicine, considerate il cortile di casa. Come si può agevolmente comprendere, chi guarda alle cose del mondo in maniera oggettiva non si sogna neanche lontanamente di sminuire le malefatte di Belgio, Francia, Portogallo, Spagna, Italia, prima, e quelle della nuova potenza globale dopo: gli Stati Uniti d’America. Nel 1973, quando la CIA e Kissinger determinarono il colpo di Stato in Cile e l’uccisione di Salvador Allende, i democratici di tutto il pianeta reagirono senza farsi condizionare. Non per antiamericanismo, o per ubbidire agli ordini di qualcuno. Ma semplicemente per la ripulsa che suscitava un’azione perpetrata in danno di una democrazia che si era espressa per un governo in cui erano rappresentati non solo i socialisti e i comunisti, ma anche i cattolici progressisti che in quegli anni avevano abbracciato la lotta dei deboli contro le aristocrazie, i latifondisti, gli sfruttatori figli del capitalismo più spinto e becero. Quelli che oggi, pur definendosi comunisti, sostengono le tesi dell’autocrate di Mosca, sono fatti della stessa pasta di coloro che nel 50, nel 56, nel 68, assistettero in silenzio, o addirittura approvando, al soffocamento dei tentativi di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia di uscire dal giogo sovietico per edificare un “socialismo dal volto umano”. Della stessa pasta di coloro che negavano il terrore staliniano, l’Holodomor in Ucraina, la sottomissione delle repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale. Ciò in ossequio ai diktat che venivano dal centro del comunismo mondiale cui tutti i partiti omologhi erano asserviti. Chi oggi, sedicente di Sinistra, pretende la resa dell’Ucraina, la rinuncia di un popolo alla libertà e alla democrazia, dovrebbe avere la coerenza di condannare la Resistenza italiana. Senza contare che il passaggio successivo dell’imperialismo moscovita sarebbero i Baltici, la Polonia, la Moldova, con il pretesto della tutela delle minoranze russe. Create scientemente da chi e perché? Dai regimi susseguitisi nel tempo per russificare terre altrui. La Storia insegna questo. Si rischia l’olocausto nucleare, si dice. Se i Resistenti italiani, francesi, jugoslavi, e i liberatori anglosassoni avessero ragionato allo stesso modo, per quanti anni avremmo avuto la croce uncinata disegnata sull’intera cartina d’Europa? E se è vero che l’esito della Seconda guerra mondiale è stato il frutto anche dell’impegno dell’Unione sovietica, è altrettanto inconfutabile che l’Armata Rossa si mosse solo dopo che la Germania nazista aveva rivolto le sue truppe verso Est, stracciando il Patto Molotov Ribbentrop del quale Stalin era un sostenitore entusiasta, per come emerge da documenti incontestabili. Basta andare a leggersi La Terra Inumana di Jozef Czapski, lo scrittore e ufficiale polacco che dopo l’invasione tedesca della Russia nel 1941 e l’accordo fra Polonia e URSS indagò sulla scomparsa dei polacchi fatti prigionieri dall’NKVD e successivamente massacrati.Questa è la Storia. Chi la ignora farebbe bene a tacere. Chi sa, e parla o scrive in appoggio al guerrafondaio ufficiale del KGB, non può definirsi di Sinistra e va sbugiardato. Tutti vogliamo la pace. Ma essa si conquista e si mantiene nel rispetto della libertà dei popoli e degli individui. (nm)

Catanzaro e Vibo si mobilitano per dire dire basta alla guerra in Palestina e Ucraina

Promossa dalle coalizioni di Europe for Peace ed AssisiPaceGiusta e sostenuta dalla Cgil, si è tenuta nelle piazze di Catanzaro e Vibo Valentia una manifestazione per chiedere il cessate il fuoco in Ucraina (a due anni dall’inizio del conflitto), e in Palestina.

A Catanzaro, appuntamento era in prossimità di piazza Prefettura, alla presenza di delegazioni di Arci, Anpi, Libera Asd Calabriando e Partito democratico. Area Vasta presente anche alla manifestazione di Vibo Valentia.

«Vogliamo ribadire con forza il nostro rifiuto delle guerre e chiedere un’immediata azione politica, promuovere la pace e il rispetto dei diritti umani. Ma non solo – ha spiegato il segretario generale della Cgil Area Vasta Catanzaro, Crotone e Vibo Enzo Scalese – Vogliamo esprimere la nostra solidarietà con le vittime dei conflitti in corso, per richiedere il cessate il fuoco immediato in Palestina e in Ucraina e per sostenere le misure concrete volte a promuovere la pace e la cooperazione internazionale. Ma anche per difendere il diritto a manifestare messo seriamente in discussione da episodi gravissimi come quello di Pisa dove la polizia ha cercato di mettere a tacere la richiesta di pace in Palestina di decine di studenti, usando la forza. Ha ragione il presidente della Repubblica, Mattarella: i manganelli contro i ragazzi esprimono un fallimento. La violenza non è mai né una risposta né una giustificazione alle criticità».

«Mentre centinaia di piazze in tutta Italia si mobilitano per la pace, siamo qui a Catanzaro per unirci a questo coro unanime. Due sono gli obiettivi immediati che ci prefiggiamo: un cessate il fuoco immediato in Ucraina. L’avvio di un dialogo avanzato per una pace duratura nel mondo – ha spiegato il presidente del Comitato provinciale dell’Anpi, Mario Vallone -. La ricorrenza del secondo anno di guerra in Ucraina, aggravata dalla drammatica escalation in corso a Gaza e in Israele, rende ancora più urgente un impegno comune per la cessazione delle ostilità. Basta con le bombe, basta con le armi, è giunto il momento di mettere fine a questo orrore che sta massacrando civili innocenti, in particolare donne e bambini. La pace è l’unica vera vittoria».

«In questo momento, più che mai, è fondamentale chiedere un cessate il fuoco perché prima di parlare di pace dobbiamo fermare ciò che sta accadendo in Palestina. Israele deve interrompere le sue azioni e noi dobbiamo essere uniti nel chiedere un cessate il fuoco – ha aggiunto la referente di Libera Catanzaro, Elvira Iaccino -. Inoltre, vogliamo sottolineare l’importanza di una pace duratura: ciò che auspichiamo da sempre è un futuro in cui lo stato palestinese possa essere autonomo, dove Israele riconosca la sovranità dei territori occupati e dove il popolo palestinese possa godere della libertà». (rcz)

Appello a Berlusconi per la pace dell’ex presidente Giuseppe Nisticò

Un appello a Silvio Berlusconi per la pace in Ucraina è stato lanciato dal prof. Giuseppe Nisticò, già presidente della Regione Calabria e parlamentare europeo, nel corso della presentazione in Senato del recentissimo libro di Vittorio Testa dal titolo B, edito da Diabasis. Dopo aver elogiato l’opera del giornalistaTesta e aver ricordato episodi della sua vita politica iniziata nel 1994 con Berlusconi, Nisticò ha inviato un pressante ed accorato appello a Silvio Berlusconi perché intervenga lui direttamente, con la sua autorevolezza, non avendo bisogno di autorizzazioni di parte di nessuno, nelle trattative diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina. 

«Berlusconi – ha detto Nisticò – avrebbe ottime possibilità di successo: le sue straordinarie doti psicologiche gli permetteranno di penetrare nelle fibre più intime della vita affettiva dei suoi interlocutori e così convincere sia Putin a cessare i bombardamenti e gli attacchi missilistici e Zalenski a trovare un punto di intesa per il cessate il fuoco definitivo. Questa potrebbe essere l’ultima missione di Berlusconi nel mondo e interrompere la spirale tragica di morti, feriti e disastri enormi sotto il profilo economico e sociale. A mio avviso, però, egli dovrà agire lontano dai media, in silenzio e discrezione, con i fatti, portando in tempi brevi alla soluzione del conflitto. Finora l’errore è stato di avere bruciato una sua potenziale candidatura ufficiale perché è stata considerata come espressione politica e di un partito.

Nessuno chiederà a Berlusconi di muoversi ufficialmente in questa direzione perché nonostante gli siano riconosciuti i meriti purtroppo dominano ancora ignobili sentimenti di gelosia e invidia nei suoi confronti. Egli saprà più di ogni altro parlare al cuore di Putin e di Zelenski facendo ritornare alla ragione e facendo loro comprendere l’importanza delle parole e delle preghiere di Papa Francesco che si è dimostrato coerente fin dal primo momento contro le armi e a favore della pace.

Inevitabilmente, continuare a inviare armi in Ucraina vuol dire, come da tutti riconosciuto, aumentare progressivamente il numero dei morti e le sofferenze indicibili della gente ucraina, come pure cronicizzare la situazione bellica fino al rischio di un conflitto nucleare di devastante portata per tutta l’Europa.

«Ma quale Paese al mondo – ha detto Nisticò – non sarebbe felice di essere privo di armi? Uno dei valori fondamentali della civiltà italica, tremila anni prima di Cristo e di quella della Magna Grecia (VI-V secolo a.C.) – come va da anni predicando il filosofo della Magna Grecia Salvatore Mongiardo – è rappresentato dal rispetto della vita sia degli animali sia a maggior ragione dell’uomo. Quindi, un mondo contro le armi e le guerre a favore della pace.. Questi concetti filosofici basati sull’etica dovrebbero tornare a essere dominanti nel mondo.

Attraverso una sorta di Piano Marshall per il quale Berlusconi si è sempre battuto durante tutte le crisi, in cui Europa e Usa ossessionati dall’idea di favorire le lobbies delle armi, invece di spendere soldi in armamenti potrebbero con le loro risorse contribuire alla rinascita, alla ricostruzione delle città e dei monumenti distrutti e polverizzati nelle guerra e dare benessere e risorse per i giovani per un lavoro qualificato e dignitoso! Con la creazione di una fascia di Paesi neutrali, privi di armi, dalla Svezia alla Finlandia, all’Ucraina e alla Moldavia, Paesi da inserire tutti a pieno titolo nell’Unione Europea, si potrebbe arrivare a un immediato cessate il fuoco e a questi Paesi andrebbe la gratitudine di tutto il mondo». (rrm)

 

 

 

CALABRIA SOLIDALE TRA LE PRIME REGIONI
PER I BIMBI UCRAINI. LA GOLFO IN MISSIONE

di PINO NANO – “I bambini prima di tutto”: con questo nome è stata battezzata la missione umanitaria partita oggi da tutta Italia in soccorso alla popolazione ucraina, e fortemente voluta dalla Presidente della Fondazione Marisa Bellisario, Lella Golfo, sotto l’egida della Fondazione Robert Kennedy.

In testa alle regioni che più hanno donato per i bambini dell’Ucraina c’è la Calabria. Lella Golfo, Presidente della Fondazione Marisa Bellisario, partita ieri per Leopoli, ne fa un motivo di orgoglio personale, date le sue origini tutte calabresi. Ma non solo la Calabria, naturalmente. La catena di solidarietà che Lella Golfo e la sua fondazione hanno messo in piedi in questi giorni ha visto in prima fila tutte le altre regioni italiane in una corsa contro il tempo che oggi ha dato i suoi primi frutti importanti. Un carico enorme di medicinali, indumenti per bambini, beni di pronto consumo, che mercoledì mattina Lella Golfo consegnerà personalmente a Leopoli, sfidando tutte le intemperie possibili di queste ore., riconfermandosi donna di grande coraggio civile e di grande impegno istituzionale.

«Parliamo – dice alle televisioni straniere che venute a intervistarla davanti alla sede della Fondazione – di un concreto piano di soccorso per i bambini ucraini. Come Fondazione Marisa Bellisario vogliamo dare un nostro contributo alla guerra in corso. Non tutti i cittadini ‒ dichiara la presidente Lella Golfo ‒ vogliono o possono lasciare l’Ucraina e la situazione nelle città assediate ma anche nel resto del Paese è sempre più drammatica. Per questo, dopo vari passaggi con la Ministra dell’interno Luciana Lamorgese, il Dipartimento Emigrazione e la Protezione Civile, abbiamo deciso di organizzare in tutte le regioni italiane dei centri per la raccolta di beni di prima necessità per i bambini ‒ medicinali, cibo, coperte, indumenti ma anche giocattoli, che mercoledì poi consegneremo personalmente a questa povera gente».

Non è la prima volta che la “pasionaria” Lella Golfo si rimbocca le maniche in difesa di popoli oppressi dai conflitti. Già nel 1999, ricordiamo, la Fondazione Marisa Bellisario aveva raccolto in poco tempo 80 tonnellate di generi di prima necessità per i profughi del Kosovo, consegnandoli personalmente presso il campo di Piscine. Oggi Lella Golfo prova a replicare l’impresa. L’iniziativa per i bimbi ucraini ha già racconto il sostegno concreto delle migliaia di associate della Fondazione e nel giro delle prossime ore i tir, messi a disposizione da Tommaso Dragotto e Marcella Cannariato, partiranno alla volta della Polonia.

«Le terribili immagini viste in questi giorni ‒ dice ancora Lella Golfo ‒ ci hanno profondamente colpito. Già tante amiche della Fondazione ospitano presso le loro case intere famiglie di profughi e altrettante si stanno attivando ma la rete di solidarietà e soccorso non si può fermare in Italia. Donne e bambini sono le prime e più fragili vittime della guerra e non possiamo restare a guardarli soffrire la fame e il freddo. Dobbiamo raggiungerli e aiutarli, e continuare a farlo. La Fondazione Marisa Bellisario è una grande e forte rete di solidarietà e non ho dubbi che in tempi record riusciremo a raggiungere l’Ucraina e portare il nostro sostegno concreto».

Per Lella Golfo, che il 18 maggio compirà 81 anni, è l’ennesima sfida alla guerra, una sfida che sa di denuncia, che sa di solidarietà verso il popolo Ucraino, e di condanna verso tutti ciò che è oppressione e negazione del diritto internazionale dei popoli. Sarà bello rivederla tra qualche giorno a Leopoli intenta a distribuire in prima persona tutto il materiale raccolto per i bambini vittime della guerra. Qui di seguito trovate il link del filmato che sta facendo il giro della rete e che fa vedere la partenza per l’Ucraina dei beni raccolti dalla Fondazione di Lella Golfo. Solo per questo la Regione Calabria, il suo Presidente Roberto Occhiuto, la sua gente, le dovrebbero una menzione e una medaglia speciale. Perché mercoledì mattina a Leopoli ci saremo tutti noi figli di Calabria, da lei ben rappresentati. Grazie Lella. (pn)

Guarda il filmato https://fb.watch/b_AXtk3ggD/

IL GRAN CUORE DELLE SCUOLE CALABRESI
CHE ACCOLGONO BIMBI E RAGAZZI UCRAINI

di GUIDO LEONEAnche la scuola pubblica reggina e calabrese, come il resto del nostro Paese, già provata da due anni di pandemia, è impegnata nella gestione dell’emergenza umanitaria connessa al conflitto in Ucraina, attraverso una campagna di accoglienza per i bambini e i ragazzi in fuga dalla guerra.

Stime ufficiali parlano di 19mila persone in età scolare che hanno già raggiunto il nostro Paese in questi giorni.

Anche in Calabria i profughi sono giunti in ordine sparso con vari mezzi. Si tratta, perlopiù, di gruppi familiari, di cui fanno parte molti minori, la maggior parte dei quali si ricongiungerà con i circa 1.600 connazionali che vivono già nella regione. Intanto sono più di un centinaio i profughi ucraini che sono arrivati negli ultimi giorni in provincia di Reggio Calabria e nelle aule scolastiche di istituti come le Scuole elementari “Falcomatà”, “Principe di Piemonte”, “Alvaro”,”Istituto comprensivo di Villa S.G.”, Scuole medie “Vitrioli” e”Gebbione” e Istituto superiore “Piria”, solo per citarne alcuni, sono già stati accolti bambini e ragazzi, per i quali è scattata una attività di pronta accoglienza supportata da un forte sentimento di solidarietà da parte di tutte le componenti scolastiche.

La nuova emergenza, però, non coglie impreparato il mondo della scuola. Le pratiche inclusive sono uno dei tanti fiori all’occhiello  della scuola italiana. Basta guardare i numeri: sono 798mila i minori stranieri attualmente scolarizzati e provenienti da tutti i Paesi, di questi 20.326 già provenienti dall’Ucraina perfettamente integrati. Solo in Calabria, nell’anno scolastico in corso, gli allievi provenienti da tutti i continenti sono 11.902 e di questi nel Reggino 4.112.

La nostra scuola, quindi, è già adusa ad accogliere gli alunni stranieri che arrivano sul nostro territorio a seguito di eventi drammatici che interessano i loro paesi di provenienza e/o di migrazione economica. Per questi alunni, le norme e i documenti ministeriali sul punto sono molto chiari, le procedure di iscrizione possono intervenire in qualunque momento dell’anno, ovvero al momento dell’arrivo in Italia.

Quindi, come si è visto dai numeri i nostri istituti scolastici accolgono stranieri in continuazione. Il protocollo di accoglienza esiste, per la scuola italiana è normale. Quello che non è normale purtroppo è l’arrivo di molti bambini in fuga da una guerra, il loro essere profughi,  non sono emigranti né intendono esserlo le loro madri se non per il tempo strettamente necessario al ritorno  della pace.

Sono piccoli in fuga in tempi traumatici, la loro emotività segnala smarrimento, insicurezza, paura, nostalgia, perdita. Se vi pare poco. Eppure tutti i piccoli hanno anche doti di resilienza.

In questa drammatica prima fase del loro arrivo è necessario che le nostre scuole adottino un altro ben diverso punto di vista, non facile: una pedagogia del ritorno per far capire che queste famiglie e questi ragazzi appena possibile torneranno nella loro terra, che hanno lasciato di punto in bianco e dove hanno tutto.

L’approccio educativo non può non tenere conto, alla base, di questo elemento di realtà. Non dobbiamo immaginare percorsi lunghi di integrazione, come con i migranti. E siamo allo stesso tempo tutti d’accordo che il problema non è il recupero dell’apprendimento, il tenerli al passo con il programma.

Il problema che le scuole hanno nel momento in cui accolgono questi bambini e ragazzi é gestire l’emergenza perciò c’é bisogno di personale e fondi. Cose concrete, persone che si sporcano le mani sul campo. Più insegnanti, più mediatori culturali. La linee guida sono belle parole, ma non cambiano il problema.

L’altro punto cruciale, che il Covid ci ha insegnato, è che l’emergenza va affrontata insieme agli enti locali, che hanno in questo momento un ruolo fondamentale. È il territorio insieme, Comuni, scuole, associazionismo, che deve predisporre un progetto educativo, lavorare per  l’accoglienza. Questi minori , almeno al momento, non sono soli: per lo più sono bambini e ragazzi arrivati con le madri e accolti da altre famiglie, dove tutti – chi è accolto e chi accoglie – hanno come concetto di fondo l’idea della transitorietà. Occorre costruire un percorso di accoglienza anche delle famiglie e con le famiglie, perché le difficoltà che abbiamo visto in questi giorni sono anche legate alle aspettative concrete che hanno le famiglie. E non dimentichiamo che la  scuola ucraina è (forse a questo punto bisogna dire era) una scuola che ha aule tematiche, stampanti 3d, robotica e quant’altro. Questi ragazzi, penso soprattutto ai più grandi, avevano un contesto educativo scolastico ed extrascolastico ricco, che non avrebbero certamente  mai lasciato.

Comunque, bene ha fatto il Ministero dell’Istruzione a produrre presto una prima nota per attivare una loro accoglienza scolastica disponendo un  primo stanziamento  di un milione di euro per sostenere le scuole che accoglieranno questi giovani e che sarà ripartito sulla base delle esigenze che verranno manifestate dagli USR, in raccordo con le Prefetture competenti. Potrà essere utilizzato per sostenere i costi della mediazione linguistica e culturale, primo ostacolo al progetto educativo, oltre che di tutto ciò che sarà necessario a garantire l’accoglienza di bambini e ragazzi e la loro alfabetizzazione. Per quanto riguarda il supporto psicologico le istituzioni scolastiche potranno utilizzare le apposite risorse ,pari a 20 milioni di euro, destinate dalla legge n.234 /2021 all’assistenza psicologica degli alunni.

In ogni caso la situazione di emergenza richiede tempestività, efficacia e trasparenza.

In questi giorni drammatici sarà quanto mai opportuno supportare il processo educativo con approfondimenti di educazione civica riflettendo sul valore della Costituzione, sulla pace, sulla guerra.

E potrà sembrare banale  ma di visibile alto valore civile e di solidarietà se in ogni scuola (magari in tutte le scuole), dove è accolto anche un solo bambino ucraino mettere la bandiera all’ingresso della scuola vicino alla nostra. Sarà il senso ‘pubblico’ della nostra amicizia vera, senza confini. (gl)

Una delegazione della Diocesi di Locri-Gerace al confine con l’Ucraina con beni di prima necessità

Una delegazione della Diocesi di Locri-Gerace è arrivata a Vinse Nemecke, cittadina di frontiera tra la Slovacchia e Ucraina, portando indispensabili medicinali, prodotti alimentari e abiti da donare ai profughi in fuga. Un viaggio voluto fortemente da mons. Francesco Oliva, vescovo della Diocesi, che ha visto la delegazione guidata da don Piero Romeo, che ha spiegato come si tratta di una «missione iniziata con il lunghissimo viaggio e che ora continua con l’accoglienza nel nostro territorio, per non abbandonare le 50 persone, donne e bambini, in un momento così terribile e doloroso della loro vita».

«Questi drammatici momenti di guerra ci spingono, come dice il profeta Isaia, a guardare il nostro Dio con occhi nuovi, con occhi di fiducia, umiltà e conversione» ha detto ancora don Piero.

Del gruppo che ha affrontato il viaggio faceva parte anche Don Giuseppe Alfano: «Siamo partiti domenica mattina con due autobus, messi a disposizione dall’agenzia Federico, carichi di indispensabili medicinali, prodotti alimentari e abiti da donare ai profughi in fuga.  Abbiamo pensato che era importante compiere gesti concreti per dare speranza.   Sentivamo l’esigenza di affrontare questa tragedia ed abbiamo pregato per la pace durante il viaggio, mentre era innegabile la preoccupazione di tutti noi per questa missione». 

Ad accompagnare ed assistere i due sacerdoti la dottoressa Veneranda Morelli, la psicologa Rosita Mesiti e due volontarie ucraine, Maria Patkiv e Maria Zabihajeva, indispensabili interpreti. 

«Grazie – ha voluto sottolineare Don Giuseppe –  a chi ci ha accompagnato in questa missione, ascoltando e portando il messaggio di speranza.  Le nostre uniche armi sono l’umiltà, l’abbandono totale a Dio, la solidarietà e l’amore.  Alla guerra dobbiamo rispondere tutti insieme con il digiuno e la preghiera».

Mentre risuona il messaggio forte di Papa Francesco “in nome di Dio fermatevi”, dobbiamo ridare dignità a queste persone fuggite dalla guerra.  

«Le persone – ha concluso Don Piero –  sono state smistate nelle strutture messe a disposizione dalla Caritas Diocesana e dalla stessa Diocesi di Locri-Gerace. Adesso serve l’aiuto di tutti, un atto concreto, una donazione per permetterci di portare avanti questa missione». (rrm)

 

Ucraina, la Regione approva due delibere per accoglienza profughi

Sono state approvate, dalla Giunta regionale, due delibere per l’accoglienza dei profughi ucraini. Lo ha reso noto il presidente Roberto Occhiuto, spiegando che «una che dà la possibilità ai Comuni calabresi di accedere a fondi per la rifunzionalizzazione di abitazioni da destinare all’accoglienza di chi sta scappando dalla guerra in Ucraina; un’altra che, invece, consente alla Protezione Civile e ai Comuni di far fronte alle prime spese relative all’accoglienza dei profughi».

«È un modo concreto – ha spiegato – di dimostrare come la Calabria, che è una Regione che ha grande necessità di solidarietà da parte della comunità nazionale, riesca a sua volta a essere solidale con chi ne ha bisogno, con chi appunto scappa dalla guerra e fino a una settimana fa viveva come tutti gli europei. Le due delibere sono finanziate dal Por Calabria. Si tratta di 4 milioni per la rifunzionalizzazione delle abitazioni, e di 1,2 milioni per le spese di accoglienza per i cittadini ucraini».

«Se il governo nazionale, come ci auguriamo – ha concluso – riuscisse a rendere disponibili ulteriori risorse statali per queste attività, è evidente che utilizzeremo quelle risorse». (rcz)

Per la pace: iniziativa in Senato del sen. Magorno e della on. Dieni

UCRAINI, RISSI E Un incontro per annunciare una mobilitazione ideologica e culturale a favore della pace, a sostegno della popolazione ucraina. L’iniziativa presentata ieri in Senato è stata promossa dal sen. di Italia Viva Ernesto Magorno e della deputata pentastellata Federica Dieni, vicepresidente del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir).

«Chi vuole la pace – ha detto il sen. Magorno, segretario del Copasir – non va alla guerra, chi vuole difendere la pace deve mettere in campo azioni di pace. C’è un moto di solidarietà in Europa, una mobilitazione culturale, ideologica, nelle piazze, nelle chiese. La prima battaglia che dobbiamo condurre è mettere in campo azioni di pace. Vedo una grande mobilitazione di sindaci, territori, scuole, una grande mobilitazione di pace. Dobbiamo – ha detto il sen. Magorno – continuare ad essere solidali con il popolo ucraino e mettere in campo la cultura della pace. Sosterremo ogni azione che il governo metterà in campo per fare in modo che questa guerra finisca presto».

Il Maestro Alberto VeronesiNel corso della conferenza stampa è stato presentato il tour a tappe per l’Italia (in Calabria toccherà Diamante) che metterà insieme artisti italiani, ucraini, russi e statunitensi in un messaggio di pace. L’iniziativa è stata lanciata dal Maestro Alberto Veronesi, il quale ha spiegato: «Chi fa musica crea una necessità di dialogo che è fatto da ascolto, suonare mentre si ascolta di fronte a una guerra non solo ingiusta ma totalmente inutile mettiamo insieme artisti italiani, ucraini, russi e statunitensi per un piccolo tour che partirà da Milano, arriverà in Toscana, a Roma e in Calabria. Un piccolo tour – ha sottolineato,  per mettere insieme gli artisti diversi e dare questa idea di pace».

Subito dopo l’incontro il sen. Magorno ha anticipato un’interrogazione parlamentare a prima firma del senatore Matteo Renzi per chiedere conto alla ministra Messa della gravissima decisione della Bicocca di bloccare il corso di Paolo Nori. «Gesti come quello di interrompere le lezioni su Dostoevskij – ha detto Magorno – compromettono la cultura della pace. Serve più cultura e studio, soprattutto in questo momento. E al contempo occorre mettere in campo quante più azioni di pace per dare solidarietà al popolo ucraino e per aprire corridoi umanitari per chi scappa dalla guerra. Di fronte al precipitare degli eventi sta crescendo una mobilitazione diffusa all’insegna dell’accoglienza: sono tanti i sindaci, gli enti locali, la società civile e le comunità ecclesiali nel nostro paese che stanno trasformando questo slancio in tante azioni concrete. Come parlamentari sosterremo il governo su ogni azione che metterà in campo per rilanciare il dialogo e la diplomazia, uniche vere armi della pace. Ora bisogna spronare l’Europa a parlare con una voce sola e cominciare a lottare per essere cittadini del mondo, senza confini e senza eserciti».

All’incontro, moderato dallo scrittore Antonio Modaffari, hanno partecipato con la loro testimonianza alcune giovani ucraine che vivono a Roma. (rp)

Corale condanna della guerra: solidarietà al popolo ucraino

Anche Palazzo Campanella – sede del Consiglio regionale della Calabria – è stato illuminato con i colori della bandiera della Repubblica Ucraina. 

«È una scelta che abbiamo condiviso con tutti i Presidenti delle Assemblee regionali italiane e che associa – ha detto il presidente Filippo Mancuso – anche il Consiglio regionale calabrese ai sentimenti di ferma condanna dell’aggressione premeditata, unilaterale e in violazione del diritto internazionale, della Russia nei confronti dell’Ucraina. I colori giallo e blu che illuminano Palazzo Campanella, interpretano la sincera vicinanza e la solidarietà del Consiglio regionale al popolo ucraino. La sopraffazione della sua libertà che mina la coesione pacifica dei popoli riguarda anche noi!». 

LA CAMPAGNA DIGITALE DEL MAARC

Di sicuro effetto la campagna digitale promossa dal Ministero della Cultura per ricordare il dolore della guerra e il valore della pace. 

Su tutti i social del Museo Archeologico Nazionale di Reggio, infatti, saranno pubblicate le immagini dei reperti del Museo accompagnati dagli hashtag ufficiali #laculturaunisceilmondo e #museumagainstwar, per esprimere la condanna dell’invasione russa e piena e incondizionata solidarietà al popolo ucraino. 

«Abbiamo deciso di avviare la campagna social con i Bronzi di Riace che esprimono, in tutto il pianeta, il valore identitario della Calabria – commenta il Direttore Carmelo Malacrino. Possano le due statue assumere, nel cinquantesimo anno dalla loro scoperta, il valore di simboli della pace e dell’unione tra i popoli. Quanto sta accadendo in questi giorni in Ucraina ci lascia sgomenti – aggiunge Malacrino. Oggi più che mai siamo qui per ribadire che l’umanità non ha bisogno di guerre. Ci auguriamo che le tristi immagini che i media ci stanno sottoponendo in queste ore, possano essere sostituite da quelle della speranza. Il Museo e i reperti d’arte che custodisce, possano, attraverso la bellezza, ricordarci sempre i valori dell’unità e della fratellanza». 

Nei prossimi giorni sulle pagine social sarà possibile ammirare i reperti più celebri delle collezioni del Museo con l’invito, già proposto dal Ministro Dario Franceschini, a tutti i follower di condividere i post, i feed e i tweet con gli hashtag ufficiali della campagna non solo in lingua italiana, ma anche in inglese: #CultureUnitesTheWorld  e #Museumagainstwar.

L’iniziativa, in queste ore, ha già coinvolto non solo i musei, ma anche le biblioteche, gli archivi e istituti culturali statali. Molti, tra questi, hanno deciso di illuminare le facciate o gli edifici simbolici con i colori blu e giallo della bandiera ucraina.  

A REGGIO IL PRESIDIO PROMOSSO DALL’ANPI

Oggi dalla 16.30 alle 18.30 in piazza Italia a Reggio presidio promosso dall’ANPI all’insegna di “L’umanità al potere. No alla guerra sì alla pace”. Il presidio è organizzato dalle articolazioni reggine di ANPI, ARCI, Legambiente, NUDM, Equosud, Agedo, Il Cuore di Medea e Rete 25 NOVEMBRE e ARCIGAY  contro la guerra in Ucraina.

Le associazioni, infatti, hanno fatto proprio l’appello lanciato dall’Anpi nazionale per esortare le piazza pacifiste ed antimilitariste italiane. Obiettivo del presidio, condannare un atto di guerra che nega il principio dell’autodeterminazione dei popoli; fa precipitare l’Europa sull’orlo di un conflitto globale; impone una logica imperiale che contrasta col nuovo mondo multipolare; porta lutti, devastazioni e la fuga di decine di migliaia di civili e per chiedere che non si avvii una ulteriore escalation militare come reazione all’invasione; che si lavori per l’immediato cessate il fuoco riaprendo un canale diplomatico;  che l’Italia rimanga fuori da ogni operazione bellica nel pieno rispetto dell’art. 11 della Costituzione; che l’Unione Europea affermi la sua vera forza con la capacità di proporsi come messaggero di pace e collaborazione fra i popoli; che la Russia, gli Stati Uniti d’America e la Nato ripensino criticamente ad una politica che negli ultimi 15 anni ha determinato crescenti tensioni e incomprensioni; che si avvii una trattativa sotto l’egida dell’ONU, che deve tornare ad esercitare un ruolo centrale e autorevole nelle mediazioni internazionali; che si esca una volta per tutte dal “ricatto dell’energia” utilizzato come arma di guerra, con nuove politiche energetiche che puntino sulle fonti rinnovabili e sul risparmio.

LA CONDANNA DELL’UNIVERSITÀ MEDITERRANEA

Con una nota, l’ L’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria ha fatto sapere di essere «attivamente impegnata a promuovere una cultura della pace attraverso la formazione. L’Università condanna con fermezza l’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina e sostiene l’appello della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane per un immediato cessate il fuoco e una nuova azione diplomatica per risolvere la crisi in atto. Esprime solidarietà agli studiosi e agli studenti ucraini ed auspica che possano riprendere presto le quotidiane attività di insegnamento e apprendimento».

LA SOLIDARIETÀ DEL COMUNE DI BIANCHI (CS)

Il sindaco Pasquale Taverna a nome dell’Amministrazione comunale di Bianchi, in   segno di solidarietà ha espresso «piena solidarietà al popolo ucraino e alla consigliera comunale Tanya Kovalenko, condannando fortemente la violenta aggressione subita dalla Repubblica ucraina.  

«Auspica, al contempo, un energico intervento da parte delle Nazioni Unite per una iniziativa risolutiva al ristabilimento della Pace e della Sovranità ucraina sul proprio territorio. 

Il Consiglio Comunale, insieme alla sua concittadina Kovalenko s’impegna a far sentire al popolo ucraino la vicinanza dei cittadini italiani e la più forte condanna morale e politica all’azione di guerra». 

CORAGGIO ITALIA È CON DRAGHI

«Noi stiamo, senza se e senza ma, con i nostri alleati storici, con l’Europa, con chi vince con la democrazia, con la diplomazia, e non ha bisogno dei carri armati per imporre le proprie idee».

Lo affermano i deputati di Coraggio Italia Marco Marin, capogruppo alla Camera dei Deputati, e Felice Maurizio D’Ettore, tra l’altro anche coordinatore regionale del partito in Calabria, in merito al conflitto Russia – Ucraina.

«Le immagini che abbiamo visto in tv non avremmo mai voluto vederle – aggiungono i due -. Testimoniano di un attacco proditorio e violento, in violazione del diritto internazionale contro uno stato che nel 2014 aveva scelto la democrazia. 

Da una parte ci sono le idee, i principi e le libertà; dall’altra l’autocrazia. 

Marin e D’Ettore, che si schierano apertamente con il presidente del consiglio Mario Draghi «qualunque decisione assumerà per il Paese» e contro ogni attacco «che dovessero subire in componenti del Governo», invitano all’unità del Paese, «che difendiamo e difenderemo sempre, anche facendo leva sulle parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella». 

I due parlamentari, inoltre, parlano di «una storia di vecchia data:  a  chi sceglie la libertà si contrappone chi, non solo non sa attuarla nei propri confini, ma non la riconosce agli altri ed intervenie militarmente tra l’altro in un momento già di per sé drammatico dell’umanità a causa dell’emergenza sanitaria». 

Marin e D’Ettore sottolineano anche che «dopo essere stati in guerra per il Covid, oggi in Europa ripiombiamo in una, nuova, vera emergenza che ci mette di fronte a una scelta drammatica che coinvolge la politica energetica e le risposte che l’Europa unita darà a Putin e alla Russia». 

«Risposte  – concludono –  che vanno in direzione del senso di responsabilità e di scelte coraggiose, impattanti sul nostro Paese, con la consapevolezza che le sanzioni colpiscono anche i sanzionatori. 

Mettere in piedi un meccanismo per difendere l’Italia non significa debolezza ma solo, come insegna la nostra storia, schierarsi per la libertà e la democrazia».  (rrm)

IDEE / Del mio dolore, dei ragazzi, della scuola, e della guerra che fa schifo

di FRANCO CIMINO – Sono alla tastiera per il mio solito appuntamento con la scrittura. Fermo, però. Le dita ancora non partono. Non si muove neppure il pensiero. E dire che io scrivo talmente tanto che ormai mi stanco prima di scrivere. Di più, mi affatica il pensare, la cosa più agevole che vi sia. La più leggera, di peso. La meno impegnativa, per qualità, per il suo modo di volare alto e di scendere piano, senza farti pagare nulla. Neppure la responsabilità di rappresentarlo. Pensare è la resistenza della libertà nell’uomo. La forza insopprimibile che lo lascia libero anche dentro le più dure prigioni. E che lo salva, quando si raccoglie nelle allucinazioni, dalla follia. Scrivere, poi, è la “liberazione” della libertà. Una cosa talmente bella e purificatrice che del dovere-piacere di farlo assillo i miei ragazzi. Ai quali non mi stanco mai di dire:”se, come è vero, leggere migliora la qualità della vita, scrivere la salva”. Scrivere di tutto di sé e del sé, quale sentire, si tiene dentro. Il sentire che ammutiamo. Il sentirsi che assordiamo. E quell’io profondo che continua a essere lo sconosciuto con cui camminiamo a fianco tutta la vita, salvo poi, per non molti accorgersene quando, però, ormai è troppo tardi. Quell’io, per nulla nascosto, che ci bussa in petto e scambiamo (tutti lo scambiamo) per rumore. 

“Scrivete ragazzi, scrivete! Scrivete poesie!” Questo, prima di iniziare il programma delle diverse discipline che mi sono state assegnate. Specialmente, nelle classi prime. E, poi, ancora: “ragazzi miei scrivete un pensiero ‘filosofico’. Dai su, scrivetelo!” E loro inizialmente a resistere. Dapprima con il silenzio sbarrato, quindi con le frasi tipiche:” ma prof che dice, poesia, filosofia, ma qui siamo per studiarle, non per farle!” E quel loro sguardo, i nuovi, verso quel prof pazzo, che sfortunatamente gli é stato assegnato (è proprio a loro, poverini!). E gli altri ragazzi e ragazze, avanzati di corso, i miei vecchi studenti, diciamo, a pensare ciclicamente: “vuoi vedere che in estate il prof non sia uscito di testa o che non abbia preso a bere di primo mattino?” Infine, tutti a cedere generosamente dopo la risposta alla due domande. La prima: “ma come si scrive una poesia, prof?” La seconda:” come si pensa in “filosofico”?( estremizzazione mia personale del loro concetto). La mia risposta è sempre stata quella più incoraggiante, anche se la meno competente. Questa: “per scrivere una ‘poesia’, che sia la tua senza che della poesia ne abbia la pretesa, devi aspettare che il cuore batta. E forte. Tanto forte di emozione che sarà esso stesso a importi di scrivere.” Per la filosofia: “lasciare che, nel pieno silenzio, il pensiero si involi fino a quel punto del cielo in cui l’uomo sin dal suo nascere pensante, ha attaccato le domande a cui ha paura di rispondere. Anzi, ha paura di porsi. Sono le stesse tue, le mie, e quelle di tutti, che nascondiamo sotto il cuscino, esorcizziamo con i sogni, contrastiamo nel bagno della nostra preparazione mattutina, magari gettandovi sopra qualche canzone stonata a squarciagola o aspettando che la mamma ci bussi forte alla porta per denunciare il ritardo   della nostra uscita”. E aggiungo ciò che sostengo da sempre. Soprattutto, ora. “Noi siamo tutti poeti e filosofi e, perché no ?anche psicologi. Come il corpo è fatta per i tre quarti d’acqua, il resto di noi è composto di pensiero e sentimenti, di emozioni e sensazioni. La poesia è in noi, la poesia siamo noi. E così nel pensare è l’uomo che si eleva dalla finitezza della materia che lo copre”. 

Vabbè, l’ho fatta lunga anche questa volta. Lunga e noiosa, con una ridondanza che forse rappresenta lo sterile tentativo di coprire la mia difficoltà di scrivere oggi qualsiasi cosa. Eppure, il cuore mi batte fortissimo che quasi non riesco a trattenerlo in petto. E la mente a stento riesce a contenere questa forza inarrestabile che le si muove con più intensità dentro. Inquieta, nervosa, spaventata, si muove. Pensoso delle gravi difficoltà della Città, vieppiù gravata dalle pesanti sofferenze da Covid, preoccupato per lo stato in cui versa la politica, qui da noi, arrabbiato per il modo in cui forze politiche di destra centro e sinistra e i numerosi sedicenti possessori di pacchetti di voti, stanno trattando le imminenti scadenze elettorali e con una disinvoltura “privatistica” che neppure nei condomini si registra più, avrei voluto parlare delle cose nostre. Sì, di Catanzaro. E a Catanzaro. Alla Città prima che ai cittadini. Avrei voluto avvertirla dei pericoli che corre in questo nuovo abbandono della politica. In questo completo abbandonarsi della politica alle beghe dei piccoli giochi di potere, tutti indifferenti alla umanità che soffre dentro il corpo ferito del sempre più incerto capoluogo. Avrei voluto dirle di me e dei miei propositi per poterla aiutare ancora. E più fortemente. E per poterla sostenere secondo i suoi bisogni e i miei sogni per lei. Lo farò domani. 

La mia penna è andata dove più oggi batte il cuore. All’Ucraina, che da due giorni tiene anche me attaccato al televisore. Le immagini che arrivano dalle dirette televisive, solo interrotte, e disturbate dal parolaio dei numerosi esperti nei salotti “antagonisti”, sono dure. Devastanti. Sono anch’io con il fiato sospeso dinanzi alla paura che si compia la minaccia della Russia di dare l’assalto finale alla popolosa Città di Kiev, con le migliaia di morti che copriranno di corpi e di sangue le strade della capitale. Impressiona il coraggio del giovane presidente della Ucraina, cui le truppe russe danno la caccia per toglierlo di mezzo nell’avanzata dell’esercito invasore. Commuove la sua rinuncia alla salvezza per lui e la sua famiglia, che gli USA gli hanno offerto con una operazione al bisturi, che lo vedrebbe prelevare per portarlo in Inghilterra o negli stessi States. Commuove la resistenza in armi degli uomini e delle donne che sono rimasti in quella terra per difendere, con il proprio stesso corpo, la patria aggredita. Commuove, fino alle lacrime, quel pellegrinaggio verso la salvezza di centinaia di migliaia di famiglie e persone che tentano di fuggire dalla guerra per poter mettere in salvo i vecchi e i bambini. E commuovono assai di più proprio loro, i bambini. La guerra, lo ripeterò fino alla noia, è sempre un delitto contro l’umanità. E non c’è ragione mai che la giustifichi in chiunque la porti, specialmente nei confronti dei deboli e dei popoli che vogliono essere liberi. La guerra fa schifo. E dobbiamo dirlo anche a quanti, con sottigliezze incomprensibili, di tipo ideologico, mettono sullo stesso piano aggressori e aggrediti. La guerra non si combatte con le ragioni della guerra. Ma con quelle della Pace, e non perché essa sia la sua faccia opposta. Come per il bene, il male e per la bellezza il brutto, la Pace è un valore assoluto che annulla a priori tutti gli elementi negativi. Il mio pensiero particolare oggi è ai bambini ucraini, a quelli che sono costretti a fuggire, ai tanti che sono già morti e il cui numero non sapremo mai. Ai loro genitori che ne piangono il distacco. Ai loro padri che rischiano la vita per difendere il loro paese. Il mio pensiero va alle donne ucraine, e a quelle polacche e bielorusse, che con eguali sentimenti, vivono nella nostra Città una sofferenza indicibile. È per tutte loro che chiedo il nostro massimo impegno, quello del Comune in particolare, la massima vicinanza, materiale e morale, per sostenerle pienamente. Adesso che, finalmente, Catanzaro potrà vederle e riconoscerle oltre le pareti di quelle abitazioni nelle quali svolgono un lavoro indispensabile per la buona tranquillità delle nostre vite. E per tornare ai nostri ragazzi delle scuole, domani, lunedì, gli si dica loro:” dai su, scrivete una poesia!” Quanto dolore vero e quanto amore leggeremmo! Un primo passo verso la Pace. Da qui. (fci)