UNIVERSITÀ: CONTRO IL CALO DI ISCRIZIONI
CAMBIARE SCENARIO FORMAZIONE-LAVORO

di NICOLA IRTO – I dati sulle immatricolazioni universitarie elaborati dall’Osservatorio Talents Venture sulle statistiche ministeriali e pubblicate da Il Sole 24 Ore segnano una perdita del 5,2% di iscrizioni rispetto all’anno precedente su scala nazionale. Dentro il quadro nazionale, la Calabria si mantiene stabile con l’Unical tra gli atenei fino a 10.000 immatricolati e cresce con la Magna Graecia (+10%) e la Mediterranea (+9%) tra gli atenei fino a 2.500 studenti.

Come poteva facilmente essere previsto, il lieve aumento delle immatricolazioni nelle Università italiane era stato solo frutto della pandemia e dei lockdown che avevano provocato la brusca interruzione di molti rapporti di lavoro e reso possibile anche la frequenza on-line. Adesso che si avvicina la fine dello stato di emergenza, i dati sulla crescita degli Atenei italiani tornano in linea con la fase pre-pandemica e, anzi, riprendono a diminuire, interrogando in maniera forte il Paese e la sua classe dirigente.

I dati nazionali preoccupano e confermano lo stato di crisi dell’Università italiana sulla quale non si è intervenuti con l’indispensabile attività di riforma che dovrebbe svecchiare i piani di studio e rendere finalmente efficace il canale di contatto tra il mondo universitario e quello del lavoro. In una fase come questa, in cui tra mille difficoltà si sta provando ad uscire dalla crisi economica scatenata dalla pandemia e rafforzata dalla crisi internazionale in Ucraina, servirebbe come non mai un tessuto universitario forte, appetibile, in grado di fornire competenze adeguate ai tempi e figure professionali da spendere immediatamente sul mercato del lavoro.

Servirebbero Atenei moderni e strutturati che la politica dovrebbe coinvolgere nei processi decisionali generali attraverso un confronto continuo che negli ultimi decenni è venuto sempre di più a mancare, indebolendo anche l’efficacia stessa dell’attività del legislatore.

In Calabria la situazione richiede attenzione sebbene vadano sottolineati gli sforzi delle Università regionali che riescono a mantenere un trend di tenuta e sviluppo, in un clima generale di forte perdita. Questo testimonia la bontà delle offerte formative e della capacità dei nostri Atenei di riuscire ad intercettare anche studenti da fuori Regione. I numeri complessivi, però, non sono soddisfacenti e soprattutto non lo sono i dati occupazionali relativi al dopo laurea. I nostri giovani, seppure formati in Calabria, sono spesso costretti ad emigrare per trovare occupazione. Ed allora pare evidente che, partendo dalla tenuta delle nostre Università, si debba fare ogni sforzo possibile per rafforzare il sistema complessivo e renderlo in grado di formare i giovani ancora meglio, con un’attenzione crescente alle nuove tecnologie, all’informatica, alla medicina, e soprattutto attraverso la creazione di sbocchi occupazionali in loco.

Non è più rinviabile, dunque, una discussione, ampia e aperta a tutti gli attori del comparto per avviare una riforma del sistema universitario che coinvolga anche i rappresentanti degli stessi Atenei per creare collegamenti stabili tra Istituzioni, Università e mondo del lavoro. L’obiettivo deve essere quello di rendere l’offerta accademica coerente con l’idea di sviluppo di questa terra». (ni)

[Nicola Irto è segretario regionale del Partito Democratico]

NORD E SUD, DIVARIO ANCHE NEGLI ATENEI
E CONTINUA LA MIGRAZIONE DEI CERVELLI

di FRANCESCA CUFONE –Il divario tra Nord e Sud, negli ultimi anni, si è sempre più allargato e il gap è molto marcato per la spesa relativa a formazione e ricerca e sviluppo e cultura. Grave il ritardo, anche, nei servizi per linfanzia. 

E a ricordarcelo sono sempre i dati Svimez: la spesa in istruzione in Italia si riduce con una flessione del 15% a livello nazionale, di cui il 19% nel Mezzogiorno e il 13% nel Centro-Nord. Le differenze Nord/Sud riguardano soprattutto lofferta di scuole per linfanzia e la formazione universitaria. Nel Mezzogiorno solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo. Prosegue labbandono scolastico sempre crescente e lemergenza sanitaria non ha affatto giovato la situazione pregressa. In questo sarebbe utile mantenere la didattica a distanza nelle università al fine di garantire egual diritto allo studio.

La pandemia ha anticipato lera della digitalizzazione e dovremmo evitare affermazioni del tipo ritorniamo alla normalità”, bensì creiamo una nuova normalità”. In questo può venirci in soccorso la Ricerca scientifica in quanto una delle sfide più urgenti che si presenta alla società odierna riguarda la necessità di verificare e rivedere in profondità i processi formativi che vengono offerti alle nuove generazioni. In un mondo che non può fondarsi soltanto sui mercati e sulla tecnica, il patrimonio culturale e di risorse umane fornito dall’università gioca un ruolo decisivo.

Si tratta, dunque, di riattivare una riflessione alta intorno al senso al futuro delluniversità, riproponendo le domande di fondo circa il suo ruolo nella società e la sua vocazione allapertura lincontro superamento delle barriere. È diventata, ormai, prassi diffusa quella di articolare i compiti delluniversità secondo la formula della triplice missione, con unespressione che agli obiettivi tradizionali della formazione della ricerca affianca quello della diffusione della conoscenza nellinterazione con il territorio.

Purtroppo abbiamo un primato negativo: siamo il Paese in Europa che investe meno nelluniversità, dunque nella Ricerca e la continua migrazione dal Sud verso il Nord, ma anche i meccanismi di riparto del Ffo (fondo finanziamento ordinario), aumentano il divario tra le regioni italiane. A ciò si aggiunge unaltra beffa: il Recovery Plan prevede investimenti in ricerca dal 2021 a 2026 × 12.000.000.000, oltre il 3,6 miliardi per la formazione universitaria, di cui almeno il 40% doveva essere destinato al mezzogiorno. A distanza di un anno la quota si è ridotta al 29%, precisando che il 40% su 545 milioni vale 218 milioni, cioè meno del 30% riservato ai giovani. Questi ultimi emigrano soprattutto perché cercano sbocchi occupazionali.

Scappano ancora anche troppi ricercatori e quelli che vorrebbero rientrare spesso hanno difficoltà a trovare occasioni di lavoro interessanti.

Gli sgravi fiscali previsti per coloro che rientrano in Italia sta avendo effetto. La creazione di grandi infrastrutture di ricerca sicuramente ne attrarrebbe altri. I giovani ricercatori dallestero vorrebbero entrare in Italia e molti ritornare proprio al sud. Ma chiedono procedure più snelle e programmazione regolare di bandi e progetti. In altre parole, vogliono sapere quale opportunità potranno cogliere anche in futuro, non si accontentano chiaramente di progetti saltuari, in quanto la legge 240/2010 Gelmini fissa anche un limite ai contratti ‘precari’, vale a dire un singolo ricercatore non può accumulare più di 12 anni tra contratti da assegnista e ricercatori a tempo determinato  (RTDa, RTDb), superata questa soglia senza riuscir ottenere un ingresso in ruolo.

Sono temi difficili da un punto di vista tecnico che devono essere discussi allinterno delle università, ma non riguardano soltanto gli specialisti: tutti i cittadini e quindi gli atenei devono svolgere un ruolo di ‘traduzione’ di queste questioni a beneficio di tutti e far capire che in un Paese democratico si devono affrontare anche queste emergenze. A maggior ragione laddove sono state più penalizzate. Lautonomia differenziata ha accentuato il divario in termini di diritti, marcando una sostanziale differenza nelle opportunità di crescita e sviluppo dellindividuo e conseguente divario a livello nazionale ed europeo.

In un dibattito sul regionalismo differenziato il rettore dell’Università di Catania, Francesco Priolo, ha ribadito «come le politiche universitarie degli ultimi dieci anni abbiano penalizzato le università del Mezzogiorno con un vero e proprio trasferimento di risorse dal Sud al Nord che ricadute non soltanto per i nostri atenei, ma soprattutto per i nostri territori. Il trasferimento strutturale dei nostri giovani al Nord trasformerà il tessuto e la formazione socio-culturale del Meridione nel giro di un decennio».

E sulle ‘migrazioni’ dal Sud al Nord, il prof. Viesti ha precisato che «il fenomeno migratorio degli studenti del Sud al Nord è quantificabile in 3 miliardi annui tra tasse universitarie, vitto e alloggio che arricchiscono ulteriormente quei territori, e al tempo stesso provoca un ulteriore depauperamento del Sud in termini di sviluppo, crescita e ricchezza e anche un aumento di quella biforcazione socio-economica tra le diverse regioni».

Ecco perché come Italia del Meridione sosteniamo l’alzata di scudi da parte dei rettori delle università meridionali, che si trovano nuovamente a dover ‘correggere’ gli errori, per ben tre volte in dieci giorni, dello stesso Ministero nel presentare i bandi del Pnrr sulla Ricerca. Anch’essi riferiti al NextGenerationEU che ha l’obiettivo di ridurre i divari tra le due parti del Paese. Misure e criteri che continuano, invece, ad essere disattesi e su cui la politica e i suoi rappresentanti meridionali devono vigilare, pretendendo la regolarità e la certezza della distribuzione dei fondi così come la Comunità Europa ha dettato.

La responsabilità di ciò che avverrà da oggi in poi è maggiore rispetto al passato, proprio perché è un’occasione unica che il sud non può farsi strappare. Non si tratta di un problema che investe soltanto luniversità ma la città, il territorio, è espressione della crescita delle regioni che rappresenta, perché riguarda temi importanti come listruzione, la ricerca, le infrastrutture, lambiente e che puntano sulla valorizzazione delle proprie risorse umane. Investire su queste, sulla ricerca e sulla cultura, significa scrivere un destino diverso per le future generazioni e per quel ‘Meridione fuori questione’. (fcu)

 

Irto (PD): Serve contributo delle Università calabresi per il Pnrr

Il capogruppo del Pd in Consiglio regionale, Nicola Irto, ha condiviso l’appello dell’Anci Calabria di coinvolgere le Università calabresi aòla stesura del programma di investimenti per il Pnrr, in quanto «serve l’apporto delle energie migliori in questa fase e un confronto a 360 gradi tra tutti gli attori istituzionali per stilare le priorità e le modalità di investimento».

Per Irto, infatti, «le risorse del Pnrr rappresentano per il Sud e per la Calabria probabilmente l’ultima occasione per recuperare il divario con il Nord del Paese e dell’Europa e offrire una concreta possibilità di sviluppo alla Regione e ai suoi giovani. Per questo occorre una programmazione seria, condivisa e in grado di avere concrete ricadute sul territorio».

«L’occasione – ha spiegato – può essere utile anche per ripensare il rapporto tra Regione e Università – prosegue Irto – Serve maggiore sinergia rispetto al passato e la politica deve offrire agli Atenei percorsi reali di contatto con il mondo del lavoro che possano dare ai giovani calabresi la possibilità di restare in Calabria e mettere a frutto qui le competenze acquisite durante il percorso di studi. Continuando a perdere le nostre energie migliori anno dopo anno, di fatto, cancelliamo il futuro della nostra Regione».

«Anche da questo punto di vista – ha aggiunto – il momento della concertazione per la stesura del Pnrr può servire a inaugurare una nuova fase che consenta di non ripetere i drammatici errori che, spesso, sono stati compiuti con la programmazione della spesa dei fondi comunitari».

«La disponibilità dei fondi – ha concluso – si misurerà su un aumento del Pildella nostra Regione, misurato sulle politiche di inclusione al lavoro e la capacità di innovare sui temi della transizione ecologica e digitale, tutti i processi delle P.A., delle imprese e anche di orientare la formazione verso percorsi culturali e professionalizzanti ad alto impatto sociale e economico». (rrc)

SEI MILIARDI PER LE UNIVERSITÀ DEL SUD
REGGIO, 11 RETTORI AL LAVORO COI BANDI

di MARIA CRISTINA GULLÍ – Il Piano Nazionale di Ripresa e resilienza assegna alle Università del Mezzogiorno sei miliardi: un’opportunità di grande importanza per individuare i percorsi più idonei a garantire formazione e lavoro ai giovani del Sud. Un obiettivo non difficilmente raggiungibile se gli Atenei meridionali sapranno far tesoro dei 60 bandi previsti dal PNRR e che tra dicembre 2021 e marzo 2022 saranno pubblicati sul sito del ministero. La notizia è emersa durante l’incontro a Reggio Calabria di 11 rettori delle Università del Sud con la ministra dell’Università e della Ricerca Scientifica Maria Cristina Messa. Un confronto utile e, soprattutto, funzionale alla nascita di una vera rete di atenei che sappia sfruttare, a livello interregionale, le opportunità che il pian post-pandemia è in grado di offrire. Con la ministra erano presenti il rettore della Mediterranea di Reggio, Santo Marcello Zimbone, Giovambattista De Sarro (Università Magna Graecia di Catanzaro), Nicola Leone (Unical, Cosenza), Salvatore Cuzzocrea (Messina), Francesco Adornato (Macerata), Pierpaolo Limone (Foggia), Francesco Lupertino (Politecnico di Bari), Ignazio Marcello Mancini (Università della Basilicata, Potenza), Massimo Midiri (Palermo), Giovanni Francesco Nicoletti (Università Vanvitelli Campania di Caserta ) e Francesco Priolo (Catania).

L’obiettivo principale degli atenei del Mezzogiorno rimane quello di fermare la fuga di cervelli: i giovani vengono preparati e formati (molto spesso in maniera eccellente), ma poi non viene offerta loro alcuna opportunità per restare nella propria terra e capitalizzare competenze e capacità a casa propria. Così, il Sud regala i suoi talenti al Centro-Nord, alle Regioni non solo “ricche” ma anche “intelligenti” a captare (e reclutare) questa “manovalanza” d’eccellenza che il Mezzogiorno non riesce a valorizzare e utilizzare. È evidente che non è solo un problema di formazione (peraltro, in Calabria abbiamo tre Atenei che sfiorano l’eccellenza), bensì di strategia politica e dell’assenza di una visione di futuro che riguardi i nostri giovani. Incontri come questo di Reggio servono, dunque, a creare un network di esperienze di alto livello, in grado di condurre gli atenei verso risultati sempre più prestigiosi, anche in considerazione dei miliardi resi disponibili dal Recovery Plan.

«Non vedo deficit in Calabria – ha detto la ministra Messa – rispetto ad altre regioni del Paese». Occorre dunque cogliere l’occasione dei bandi predisposti per il PNRR e partecipare con personale preparato in grado di superare gli ostacoli di ordinaria burocrazia: «So – ha detto la ministra – che in questa regione ci sono delle specificità in campo scientifico e tecnologico di notevole spessore e rilievo. Quindi i contenuti per competere e accedere alle risorse del Pnrr ci sono certamente. Dal punto di vista della forma, al fine di assicurare una risposta piena e corretta, daremo tutto l’aiuto possibile con personale tecnico-amministrativo adeguato e la massima attenzione a garantire la partecipazione delle regioni del Sud».

È certamente un obiettivo del Governo dare sostegno al Sud: «Stiamo lavorando per questo: tutti i rettori e gli enti di ricerca stanno facendo rete per non disperdere questa opportunità ed essere pronti e competitivi. Credo sia necessario uno scatto degli atenei del Mezzogiorno e credo che i fondi, che oggi ci sono, potranno far rinascere la collaborazione tra le Università e dare concretezza a quello che in fondo è un sistema da rendere funzionale in ogni sua parte, deponendo concorrenze e disaccordi. Sono qui per affiancare gli atenei nel creare questa rete. Alle università del Sud sarà destinato il 40% del totale dei fondi, pari a sei miliardi per i 60 progetti finanziati con il Pnrr. Si tratta dei fondi più urgenti per i quali iniziare subito a programmare e pianificare e che saranno combinati con fondi strutturali al fine di assicurarne la continuità, per un valore complessivo tra fondi nazionali ed europei di dieci miliardi di euro con bandi saranno pubblicati fino a dicembre 2022. Con proiezioni di spesa entro il 2026, dunque in cinque anni, dobbiamo porci la questione della sostenibilità economico-finanziaria delle iniziative avviate con queste risorse economiche. Essa potrà essere garantita solo combinando questo ingente fondo una tantum con un fondo strutturale per evitare di lanciare iniziative che poi non avremmo la possibilità di mantenere in attività. Quindi ancora più fondamentale saranno la programmazione e la pianificazione nelle regioni del Mezzogiorno. La distribuzione di queste risorse avverrà attraverso bandi competitivi e quote riservate al Mezzogiorno».

La ministra Messa ha voluto sottolineare ai Rettori che «I progetti candidati saranno sottoposti a procedure di valutazione ad opera di terzi fuori dall’Italia che vaglieranno scientificità, qualità, sostenibilità a lungo termine e capacità di creare ricchezza. Quindi si procederà con la negoziazione con Miur e Mef, al fine di assegnare queste risorse entro l’estate e avviare le attività con il prossimo anno accademico. I tempi sono particolarmente contingentati e, dal momento che ci attendiamo progetti importanti e improntati a solide filiere tra università e imprese, il dovere mio e del Ministero che dirigo è quello di aiutare la comunità accademica ad applicare in modo forte e competitivo questi bandi, risolvendo problematiche e criticità e stimolando a tessere reti basate sulle competenze, sulle conoscenze e sulla capacità di lavorare insieme».

La ministra ha anche fatto un preciso riferimento alla fuga dei cervelli che occorre arrestare: «I nostri laureati – ha detto – trovano maggiore soddisfazione all’estero dove spendono l’ottima formazione acquisita in Italia e per quanto siamo sesti nella graduatoria mondiale per numero di pubblicazioni scientifiche, dobbiamo rafforzarci per crescere e competere non solo con chi è già forte come gli Stati Uniti ma anche con gli atenei emergenti di India e Cina, ad esempio. Questa grande opportunità del Pnrr potrebbe consentirci di colmare anche il gap del ruolo della Ricerca nel nostro Paese, affinché sia realmente impattante e concretamente innovatore».

L’incontro reggino è servito anche al Rettore della Mediterranea Zimbone per illustrare il grandioso progetto del campus d’innovazione che dovrebbe sorgere a Saline Joniche, denominato Campus Agàpi. L’obiettivo è la creazione di un distretto dell’innovazione – il più vasto del Mezzogiorno – in grado di favorire una sempre più stretta collaborazione tra il territorio e le realtà presenti: Università, centri ricerca, start-up, imprese. Il progetto – che prevede una spesa di 90 milioni – era già stato illustrato alla ministra del Sud e della Coesione territoriale Mara Carfagna dallo stesso Rettore unitamente al deputato reggino Francesco Cannizzaro ed è in attesa delle valutazioni del ministero». Secondo il rettore Zimbone il Campus d’iinovazione di Saline «sarà la base per attrarre finanziamenti in uno spettro di azione in continua espansione, visto il ruolo strategico che l’università italiana può rivestire nel percorso di sviluppo del Paese. Il Pnrr è una occasione importantissima e devo riconoscere che la risposta dei rettori a questa chiamata testimonia consapevolezza, responsabilità e voglia di accogliere la sfida».

Concludendo l’incontro, la ministra ha voluto riaffermare che «gli ecosistemi territoriali e dell’innovazione costituiscono un ambito in cui lavorare insieme per garantire coerenza e consequenzialità nella programmazione e nei risultati. Questo serve affinché i giovani restino al Sud per frequentare le Università e trovino anche lavoro in queste aree del lavoro. Le Regioni del Sud parteciperanno e vincerà il progetto migliore, bisogna garantire che la partecipazione ci sia nei modi dovuti. Ci sarà molta attenzione ai requisiti, i progetti vengono valutati da esperti non italiani. Io sono qui per aiutare le Università a fare network, prima credo non si poteva fare per colpa dei fondi che mancavano. Ma adesso queste possibilità ci sono. Questa sera i Rettori hanno illustrato i progetti e io sono qui per ascoltarli. Con il Ministro Carfagna stiamo avanzando insieme su alcuni fronti, dobbiamo riuscire a farsi che ogni misura sia coordinata».

 

Dalla Regione 4,5 milioni alle Università per progetti sperimentali

Sono 4,5 milioni di euro la somma che la Regione Calabria ha stanziato per le Università calabresi, per finanziare progetti sperimentali.

«L’iniziativa – riferisce una nota del dipartimento Istruzione – si pone l’obiettivo di individuare progetti da finanziare al fine di investire nella ricerca e nella sperimentazione di soluzioni innovative. Allo stesso tempo, si intende promuovere azioni, che possano avere la più ampia diffusione e ricaduta su tutto il territorio regionale, per il contrasto all’epidemia da Covid-19».

L’invito, in attuazione dell’Asse 1 e dell’Asse 12 del Por-Fesr-Fse Calabria 2014/2020, ha una dotazione finanziaria di 4,5 milioni di euro e si articola in due differenti azioni: “Sostegno alle infrastrutture della ricerca considerate critiche/cruciali per i sistemi regionali” (3,5 milioni di euro) e “Azioni per il rafforzamento dei percorsi di istruzione universitaria o equivalente post-lauream” (1 milione). Gli interventi sono finanziati fino al 100% delle spese ammissibili e fino a un importo massimo di circa 1,5 milioni di euro ciascuno.

«Il sostegno delle azioni del Programma – è scritto ancora – è finalizzato alla implementazione di interventi per la realizzazione, anche attraverso la connessione a network internazionali consolidati, di attività di ricerca e sviluppo di soluzioni tecnologiche applicate alla salute e volte al contrasto della diffusione dell’epidemia da Covid-19 e a fronteggiare, più in generale, le grandi sfide globali per la salute, attraverso il finanziamento di appositi laboratori e progetti nonché mediante specifici percorsi da attivare con assegni di ricerca emanati dagli atenei regionali».

La domanda, completa degli allegati, deve essere presentate via Pec all’indirizzo dipartimento.presidenza@pec.regione.calabria.it entro le ore 12 del trentesimo giorno (in data 3 giugno 2021) dalla pubblicazione dell’invito nel Bollettino ufficiale della Regione Calabria.

«Si tratta – ha spiegato l’assessore all’Istruzione, Università, Ricerca scientifica e Innovazione, Sandra Savaglio – di una procedura, concertata con gli organismi di ricerca calabresi, che punta a sostenere la ricerca collegata alla salute con fondi destinati alla internazionalizzazione. La Calabria, com’è noto a tutti, è troppo isolata rispetto ai poli scientifici internazionali. E questa situazione inibisce la sua crescita, come mostrano gli atenei più importanti d’Italia, dove sono molto presenti gli scambi con i progetti scientifici stranieri. Si è pensato, quindi, di sostenere l’avvio di laboratori dotati di un know-how internazionale e in grado di avviare nuovi rapporti di collaborazioni e di favorire nuove opportunità di ricerca». (rcz)

Università, Sandra Savaglio: Pronti 4,5 milioni di euro per progetti di ricerca sulla salute

Sono 4,5 milioni di euro la somma che la Regione Calabria dividerà equamente tra l’Università della Calabria, l’Università Magna Graecia di Catanzaro e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria per progetti di ricerca sulla salute.

L’assessore regionale Sandra  Savaglio ha incontrato, infatti, i Rettori delle università pubbliche calabresi per presentare le Linee generali dell’avviso Programma operativo Regione Calabria Fesr/FSe 2014-2020 (Azione 1.5.1 e Azione 10.5.12, procedura negoziale ex Dgr 459/2020) e avviare la procedura negoziata di un’idea già annunciata la scorsa estate.

«Un progetto – ha spiegato Savaglio – che punta a sostenere la ricerca collegata alla salute con fondi destinati alla internazionalizzazione. Il punto chiave è il raggiungimento di una forte connessione con istituti di ricerca stranieri. La Calabria è, come noto a tutti, troppo isolata rispetto ai poli scientifici internazionali. Questo inibisce la sua crescita, come mostrano gli atenei più importanti d’Italia, dove gli scambi con i progetti scientifici stranieri sono molto presenti. Tra l’altro, il livello di internazionalizzazione è uno dei parametri con cui il ministero Università e Ricerca giudica e premia gli atenei».

«Il nostro obiettivo – ha detto ancora Savaglio ai tre Rettori – è fornire mezzi importanti per realizzare idee di alto livello, perché confido che ci siano ricercatori che abbiano caratteristiche di questo tipo. Si tratta di un bando riservato a ricercatori che stanno già in Italia, ma che hanno una forte connessione con l’estero. Se i criteri di accesso e valutazione hanno uno standard così esigente, è perché vogliamo il top di quello che esiste in Calabria. In questo modo, si favorisce l’apertura dei nostri confini, diventando attrattivi e offrendo una concreta opportunità di scambio».

«Se, sfortunatamente – ha aggiunto l’assessore – non si riuscisse a usare le risorse per intero, il residuo verrà utilizzato per un nuovo bando che, magari, avrà paletti meno alti, abbassando i criteri e i fondi da destinare ai singoli scienziati».

Il rettore dell’Università della Calabria, Nicola Leone, ha proposto di concentrare l’avviso «su poche iniziative particolarmente rilevanti, per spingere con forza sulla qualità. Il Covid può essere lo spunto per aprirsi verso la ricerca in campo epidemiologico o della salute in generale».

«Ringraziamo l’assessorato per questa iniziativa, ci impegneremo affinché i fondi siano spesi bene per i calabresi, potenziando le reti di collaborazione internazionale», ha detto così il rettore dell’Università di Reggio Calabria, Marcello Zimbone.

Anche per il rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, Giovanbattista De Sarro, si tratta di «un’ottima idea che deve lasciare qualcosa per la Calabria; abbiamo bisogno di progetti che mettano insieme le tre università e che possano dare un apporto importante anche al sistema sanitario».

Una parte consistente dei fondi prevedono assegni di ricerca «ma – ha concluso l’assessore Savaglio – questo è un terreno già battuto. L’idea innovativa su cui spingo tantissimo è quella di legare le risorse a laboratori che siano network internazionali. In Calabria, il 40% di studenti vanno a studiare fuori, è una fuga in parte dovuta alla storia solida di altri atenei. Tuttavia, l’emorragia è anche legata al fatto che non si lavora abbastanza per diffondere all’esterno la reputazione che le nostre università meritano, spesso minata anche da un pregiudizio di fondo del Nord verso il Sud». (rcz)

REGGIO – Le proposte di Minicuci per rilanciare il sistema universitario reggino

Il candidato sindaco a Reggio Calabria, Antonino Minicuci, è consapevole dell’emergenza legata all’esodo dei giorni verso il Nord Italia e l’estero, definendola «una delle principali criticità da risolvere».

«Non può esserci futuro per Reggio Calabria – ha dichiarato Minicuci – senza le migliori energie del nostro territorio, coloro che  dovranno reggere e costruire la città del domani. Per far crescere in maniera esponenziale il sistema universitario reggino, c’è bisogno di tessere collaborazioni e sinergie con le migliori espressioni internazionali del settore così da far salire i nostri atenei nelle classifiche nazionali».

Ed ecco, dunque, che Minicuci ha esposto, in sintesi, le idee progettuali della coalizione di centrodestra per rilanciare il sistema universitario reggino. 

«Pensiamo ad una sinergia con Israele – ha spiegato il candidato a sindaco – il paese con più startup procapite al mondo (una ogni 1.800 cittadini), di cui 350 attive nella cybertechnology. Reggio Calabria deve puntare ad inserirsi nell’alto livello di formazione fornito da università specializzate sul tema della ricerca e sviluppo in materia cibernetica, come quella di Be’er Sheva con la quale abbiamo avviato i primi contatti». 

«La nostra intenzione – ha sottolineato Minicuci – è quella di creare una sede distaccata dell’Università di Enna ‘Kore’, ateneo che sta realizzando una collaborazione con Israele in tema di cyber security. Reggio Calabria sarebbe così l’unica sede del Sud Italia, Sicilia esclusa. Una sinergia di questo tipo darebbe un impulso fondamentale al nostro sistema universitario».

Numerosi i progetti inseriti nel programma, tra queste le collaborazioni con l’Università Bar-Ilan di Tel Aviv, (la seconda più grande istituzione accademica israeliana, con oltre 26.800 studenti e un personale docente di 1350 unità) e la ‘School of Economics and Management‘ di Ginevra. 

«Costruire ponti accademici di conoscenze e competenze con le maggiori realtà  universitarie internazionali – ha proseguito Minicuci – rappresenta uno dei punti crociali del nostro programma. Solo con sinergie di questo tipo sarà possibile far crescere enormemente la qualità delle nostre università e di conseguenza favorire la permanenza dei nostri giovani nella loro terra. Il rilancio delle università è un punto cruciale ma che necessita anche di un miglioramento sensibile degli indici occupazionali». 

«Se il primo obiettivo – ha aggiunto – è quello di far restare i giovani in Calabria una volta conclusa la scuola superiore, il secondo non può che essere quello di dargli una possibilità lavorativa senza costringerli ad abbandonare la loro terra. Non ce lo possiamo permettere, si tratta di un vero e proprio dramma sociale che per la sua risoluzione coinvolge in modo principale il Governo nazionale. Noi, senza chiacchiere o vendendo false illusioni, siamo pronti a fare la nostra parte». (rrc)

 

Università, la proposta di Anastasi (Iric): azzerare le tasse per gli studenti fuorisede

Il consigliere regionale di Io Resto in CalabriaMarcello Anastasi, ha lanciato un appello alla Regione Calabria, affinché adotti misure straordinarie per sostenere i fuori sede di ritorno e le loro famiglie: «si può seguire – ha suggerito il consigliere – l’esempio di altre Regioni del Sud, come Puglia e Sicilia, che stanno azzerando le tasse universitarie e stanno concedendo incentivi a quanti, una volta rientrati, decidano di trasferirsi da un ateneo fuori regione per iscriversi a un’università della loro terra».

Per Anastasi, infatti, «la Regione può risollevare la nostra economia e contrastare lo spopolamento aiutando a restare qui a costruire il loro futuro gli studenti e le studentesse calabresi fuorisede che sono tornati in Calabria a causa dell’emergenza Coronavirus».

«Si tratterebbe – ha spiegato il consigliere di Io Resto in Calabria – di un intervento grazie al quale studenti e studentesse iscritti fuori regione nell’anno accademico 2019-20 godrebbero di un contributo o dell’azzeramento delle tasse per iscriversi a una università calabrese per l’anno accademico 2020-21. Un’iniziativa che, ovviamente, dovrebbe essere affiancata, se non preceduta, da ulteriori investimenti mirati a garantire sostegno economico a ogni studente che si trovi in condizioni di fragilità economica».

«Già una settimana fa – ha rilanciato Anastasi – essendo la questione al centro di un dibattito nazionale, avevo lanciato questa idea ma la Regione Calabria finora non si è mossa su questo fronte. Eppure, è evidente che i vantaggi di provvedimenti simili – prosegue il consigliere regionale di Iric – sarebbero immediati per tantissime famiglie come per le Università calabresi e andrebbero anche a contrastare un male atavico della Calabria quale quello dello spopolamento».

«Vanno poi considerate – ha sottolineato il consigliere di Io Resto in Calabria – le notevoli ricadute positive che ci sarebbero per moltissime attività economiche che, evidentemente, potrebbero beneficiare della permanenza nella regione di tantissimi fuorisede per i quali la crisi si tramuterebbe in un’opportunità irripetibile per tornare e restare nella loro terra». 

«È chiaro – ha concluso il consigliere Anastasi – che ognuno deve avere la possibilità di spostarsi e realizzare altrove i propri obiettivi, ma è comunque doveroso – conclude Anastasi – che la Regione sia in prima linea per fermare l’emorragia dei cervelli e che adoperi ogni risorsa disponibile per consentire ai nostri ragazzi di rimanere qui a mettere a frutto le loro capacità e concretizzare i loro sogni». (rrm)

SVIMEZ, IL SUD RINUNCIA ALL’UNIVERSITÀ
MA ALL’UNICAL CRESCONO LE DOMANDE

di SANTO STRATI – La grande fuga dall’Università: la Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, lancia l’allarme sulla rinuncia di troppi giovani agli studi universitari, anche a causa della crisi economica conseguente al Covid. Almeno 10mila quest’anno e di questi due terzi (6300) appartengono a regioni del Sud. Per fortuna, la Calabria è in controtendenza: all’Unical ci sono già 785 domande di ammissione in più rispetto al 2019 (+ 15%) e c’è ottimismo anche alla Mediterranea di Reggio e alla Magna Graecia di Catanzaro. Un segnale importante di come i giovani calabresi abbiano in grande considerazione i percorsi formativi e di specializzazione. L’Unical, peraltro, continua a segnare incrementi di posizione nel rank di valutazione delle università più importanti al mondo e sarebbe opportuno che fossero ulteriormente allargati gli impegni della Regione nei confronti dei tre atenei calabresi. Abbiamo tre università che sfiorano l’eccellenza e rappresentano una significativa attrazione per i giovani: non ci sarebbe da stupirsi se venisse invertita la tendenza che ha caratterizzato gli anni del secondo Novecento: i giovani calabresi andavano a studiare fuori (non c’era l’università in Calabria), da Reggio a Messina, da Cosenza e Catanzaro a Napoli, Roma, Pavia, Bologna. Purtroppo, diventava spesso un biglietto di sola andata: le capacità dei nostri ragazzi venivano valorizzate e apprezzate, diventava facile farli restare. Risorse giovani, fresche capacità, che hanno fatto la fortuna del Centro-Nord. Non a caso, molti dei più apprezzati professionisti nel campo della medicina, della scienza, della giurisprudenza che occupano oggi posti di grande rilievo in tutt’Italia appartengono a quella schiera di universitari “in trasferta”, orgoglio di una Calabria matrigna che li ha lasciati andare senza mai offrire un minimo di opportunità

I tempi sono cambiati, molte problematiche rimangono: i nostri laureati sono presi di mira da multinazionali, grandi aziende, imprese europee, che intuiscono il potenziale rappresentato da competenza, capacità e voglia di arrivare. Lo ripetiamo spesso, negli ultimi trent’anni è stato rubato il futuro ai nostri ragazzi, costretti ad andar via (240mila) lasciando famiglie, affetti, qualità della vita che Milano, Roma, Londra o New York non riescono a dare. E allora occorre investire sull’università, sulla formazione, sulla specializzazione, costruendo opportunità di crescita in casa propria. Il settore è ampio: innovazione, biotecnologie, turismo, agricoltura biologica, cultura, ambiente. In ognuno di questi campi c’è bisogno di menti pensanti, di giovani capaci che sarebbero felici di mettere le proprie risorse e le loro competenze al servizio della loro terra.

L’Italia, di per sé, non brilla per immatricolazioni universitarie: secondo l’Ocse siamo al 54% contro il 73% della Spagna, il 68% delle Germania, il 66% delle Francia. Questi dati fanno emergere un basso grado di istruzione terziaria fra i 30-34enni che nel 2018 si è fermato al 34% contro una media europea del 45,8%. E nel Mezzogiorno, il dato, come fa rilevare la Svimez, scende al 26,8%, 12 punti in meno rispetto al 38,2 del Centro Nord.

La Svimez ha fatto notare che «la crisi economica 2008-2009 che si è trascinata fino al 2013 ha determinato un impoverimento delle famiglie che, non adeguatamente supportate dalle politiche pubbliche, ha provocato un crollo delle iscrizioni alle Università, soprattutto nel Mezzogiorno. Tra il 2008 e il 2013 il tasso di passaggio Scuola-Università nel Mezzogiorno è crollato di 8,3 punti percentuali, quattro volte la diminuzione del Centro-Nord (1,6 punti). In un quinquennio gli iscritti si sono ridotti di oltre 20 mila unità nelle regioni del Mezzogiorno. Anche nel Centro-Nord, la crisi aveva determinato un calo del tasso di proseguimento degli studi (-2 punti circa) ma per effetto della crescita dei diplomati non si è determinato una flessione del numero complessivo degli iscritti. La ripresa degli immatricolati e del tasso di passaggio nel periodo di debole ripresa (2013-19) ha consentito solo un parziale recupero per il Mezzogiorno, ancora lontano dai valori del 2008, a differenza del Centro-Nord che è ritornato sui valori precrisi. Secondo il dato più recente, 2019, il Mezzogiorno ha ancora 12.000 immatricolati in meno rispetto al 2008 e un tasso di passaggio di oltre 5 punti percentuali più basso. Viceversa, il Centro-Nord ha registrato per l’intero periodo un incremento di 30.000 immatricolati circa e un aumento di oltre un punto percentuale del suo tasso di passaggio».

La Svimez, alla luce di queste proiezioni, ha elaborato una serie di proposte che non dovranno essere trascurate, perché significativamente di grande impatto: «Rendere sistematica la proposta strutturale del Ministero dell’Università di estendere la no tax area da 13.000 a 20.000 in tutto il Paese, prevedendo innalzamento a 30.000.

«Prevedere, in conseguenza della crisi, una borsa di studio statale che copra l’intera retta 2020 nelle Università pubbliche, vincolata al raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano di studi nel primo anno di corso.

«Considerare l’Università come fondamentale infrastruttura pubblica dello sviluppo destinando risorse specifiche del piano europeo Next Generation per rafforzare il diritto allo studio nelle regioni a più basso livello di reddito così da evitare che la crisi anche questa volta finisca per aumentare le diseguaglianze.

«Valorizzare le infrastrutture della ricerca, sostenendo le esperienze positive esistenti nel Mezzogiorno attraverso il rafforzamento di 4-5 poli di formazione, ricerca e innovazione che possano diventare attrattori di capitale umano qualificato e imprese innovative.

«Garantire un investimento sulle infrastrutture digitali che colmi il divario esistenti tra Atenei del Nord e Atenei del Sud. La crisi ha dimostrato l’utilità degli strumenti digitali e il Mezzogiorno deve farsi trovare pronto per evitare un ulteriore acuirsi del fenomeno della fuga dei cervelli in versione digitale.

«Definire un piano organico di interventi per l’Università che coinvolga anche altri livelli istituzionali. Regioni o altri Ministeri, possono fare la loro parte prevedendo ulteriori misure a sostegno dei giovani che intendono intraprendere la carriera universitaria. Non solo in termini di tasse universitarie ma anche di servizi agli studenti, trasporti pubblici, diritto allo studio. La Campania, la Sicilia, la Puglia hanno già dato ottimi segnali in questo senso».

Nel 2020 la stima sugli studenti “maturi” è di 292mila unità al Centro-Nord e circa 197mila nel Mezzogiorno. Di questi ultimi, il 3,6% potrebbe rinunciare a proseguire gli studi (percentuale che scende all’1,5 nel Centro-Nord). Ci sono, però, questi segnali positivi che arrivano dagli atenei calabresi: la voglia di crescere culturalmente con una formazione universitaria è forte e l’incremento delle domande (rispetto alla contrazione degli anni passati) lascia ben sperare. I nostri ragazzi mostrano una grande capacità, sono il nostro futuro, facciamoli studiare, ma non costringiamoli, poi, ad andar via. (s)

20.000 IN CALABRIA, L’INSOLITA MATURITÀ.
QUALE FUTURO SOGNANO I NOSTRI RAGAZZI

di SANTO STRATI – Fra circa dieci anni, i ragazzi calabresi che stamattina alle 8.30 affronteranno un insolito quanto inaspettato esame di maturità si troveranno forse a ripensare al 17 giugno del 2020, quello del post-covid, e qualcuno si troverà sicuramente a tracciare il bilancio del dopo-maturità: studi universitari, anni di speranze, di sogni, di aspettative. Molti saranno laureati da un po’, qualcuno già con famiglia e figli, forse occupati o forse no nella propria terra. Ricorderanno quest’esame senza scritti, e la speranza di copiare dal più bravo, senza la notte d’incubi prima della prova che ha accompagnato la generazione dei loro genitori o dei loro nonni. Un solo colloquio, per guardare poi al futuro. Con la consapevolezza che la scuola, nel nostro Paese, non è tenuta nella considerazione che meriterebbe. Nel post-covid si sono riaperte palestre, discoteche, club, spiagge, ma nulla è stato fatto per le università. Atenei sbarrati come fossero pericolosi serbatoi di “cultura virale”, quella che i nostri ragazzi mettono al centro del proprio avvenire. Capacità e competenza sono frutto di cultura e conoscenza: studiare è un obiettivo di futuro, non una pigra obbligazione contratta con la propria famiglia. C’è voglia di crescere soprattutto culturalmente, di sperimentare, di confrontarsi, di condividere esperienze e progetti. Sono questi i ragazzi che stamattina affrontano quest’insolita prova dove non prevale solo il più bravo, ma anche chi ha già dentro di sé un progetto di futuro. La nostra generazione di padri e di madri ha un debito nei confronti dei figli: ha offerto loro ampie possibilità di studiare, di specializzarsi all’estero, di formarsi, ma non ha saputo mettere insieme una classe politica che ponesse al primo posto il lavoro, l’occupazione e il futuro dei giovani. I nostri politicanti hanno rubato il futuro delle generazioni intermedie, non possiamo più permettere che lo rubino anche alla generazione nata in questo millennio.

Dunque, è lecito domandarsi quale futuro attende i ragazzi di Calabria del 2020. Dieci anni è il tempo che il Piano per il Sud del ministro Peppe Provenzano richiede per la sua attuazione completa: 100 miliardi che dovranno trasformare tutto il Mezzogiorno e, a maggior ragione, la Calabria in un’isola se non felice quanto meno vivibile e ricca di opportunità per i nostri laureati che, forse, potranno smettere di abbandonare famiglie, amici, affetti per cercare lavoro all’estero o nelle ricche regioni del Nord. Che si sono fatte d’oro grazie al lavoro dei nostri emigrati prima, e dei nostri cervelli poi. Cosa chiedono questi ragazzi e quali prospettive può offrire loro questa terra che è sempre a un passo dalla crescita, dallo sviluppo possibile, ma poi, immancabilmente, si ferma, offrendo in cambio amarezza e delusioni. Bisognerà vedere se i progetti di questo ambizioso disegno strategico, fatto da un meridionalista convinto (Provenzano era vice direttore della Svimez prima di diventare ministro) si scontrerà con l’ottusa burocrazia di un dirigismo regionale che deve solo scomparire.

Il Consorzio AlmaLaurea – come riferisce Il Quotidiano del Sud – nel suo XXII rapporto sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati fa emergere un dato sorprendente: il 91,6% dei laureati degli atenei calabresi è molto soddisfatto dell’esperienza complessiva maturata e quasi l’80% si riscriverebbe nello stesso ateneo.

«Facendo riferimento ai laureati nelle università calabresi, – si legge nel Quotidiano del Sud – l’indagine AlmaLaurea fornisce importanti dettagli sulla loro esperienza formativa. A tale scopo si fa riferimento ai 6.819 laureati che hanno conseguito il titolo nel 2019 (3.923 di primo livello, 1.626 magistrali biennali, 1220 a ciclo unico, i restanti corsi sono pre-riforma). Il 43,4% dei laureati termina l’Università in corso. L’età media al traguardo è di 26.2 anni. È un dato che risente del ritardo nell’iscrizione al percorso universitario, poiché non tutti i diplomati si immatricolano subito all’Università. Il voto medio è 100,1 su 110.  Il 53,4% dei laureati ha svolto attività di tirocinio e il 5,9% ha compiuto un’esperienza di studio all’estero (Erasmus in primo luogo).

«Il 47,4% dei laureati ha svolto un’attività lavorativa durante gli studi universitari, contro una media nazionale del 65,2%. Questo gap occupazionale segnala le più difficili condizioni che i giovani calabresi incontrano sul mercato del lavoro locale e viene confermato anche dopo gli anni dell’università. Una delle caratteristiche più interessanti dell’indagine Almalaurea è, infatti, quella di fornire un quadro abbastanza aggiornato della condizione occupazionale dei laureati ad uno e a cinque anni dal conseguimento della laurea. Il tasso di occupazione ad un anno dalla laurea per i laureati “triennali” è del 60%. Il tasso di occupazione per i laureati di secondo livello a cinque anni dalla laurea è di circa il 76% con un incremento di circa il 2% rispetto agli intervistati dell’anno precedente».

I risultati dell’ultimo Rapporto AlmaLaurea confermano che i laureati calabresi, pur essendo altamente specializzati, hanno difficoltà di entrare nel mercato del lavoro regionale a causa della debolezza dell’economia calabrese. «Si tratta – scrive il Quotidiano del Sud – di un fenomeno che, evidentemente, genera elevati costi sia per gli individui sia per la collettività. L’unica soluzione è accettare anche in piena crisi Covid la sfida della modernizzazione e specializzarsi nella produzione di beni e servizi ad elevato contenuto tecnologico che, in quanto tali, richiedono forza lavoro altamente qualificata. È in questa direzione che occorre intervenire oggi per pensare di avere tra 5-10 anni un sistema di imprese in grado di offrire serie prospettive occupazionali ai laureati che desiderano lavorare e vivere in Calabria».

Come interpretare questi numeri? Non è poi così difficile: i giovani laureati calabresi chiedono formazione e specializzazione nella propria terra, oltre naturalmente a un’occupazione che valorizzi la competenza acquisita. Le capacità dei nostri ragazzi è fuori discussione: chiedono di restare nella propria terra (fatta salva qualche esperienza “estera” che sicuramente non guasta) e di vivere mettendo a profitto per la “loro” Calabria le competenze acquisite. Fermare l’emorragia dei giovani laureati non può essere soltanto un’enunciazione di buoni propositi: occorre rivedere, da subito, le politiche della formazione, dell’istruzione, della ricerca. Le tre Università calabresi sono una invidiabilissima fucina di eccellenze, con docenti preparati e capaci, e giovani desiderosi di crescere e costruire il proprio avvenire, respirando l’aria (pulita) di casa. Non per nostalgia, ma con l’orgoglio di essere protagonisti della crescita e dello sviluppo che non ci possiamo più permettere di vedere svanire in un mare di promesse. Oggi quasi 20mila ragazzi calabresi fanno il loro esame della vita, certamente indimenticabile per le circostanze dell’emergenza, ma i nostri governanti hanno un esame ben più gravoso che li attende. È quello della loro maturità politica, che i nostri ragazzi sono pronti bocciare, da oggi ai prossimi dieci anni. E nessun potrà scusarsi di non essersi preparato bene… (s)