A Cosenza il focus sul libro di Giuseppe Caridi su “Ferrante re di Napoli”

di ANNA MARIA VENTURA – Nella prestigiosa sala della Confindustria di Cosenza, il 5 aprile 2023, si è tenuta la presentazione del libro “Ferrante re di Napoli” Quando il potere era al Sud, di Giuseppe Caridi, Rubbettino Editore, 2023.

L’evento, organizzato da AIParC Cosenza, in collaborazione con l’Unuci, l’Icsaic e l’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano ha visto la presenza di un nutrito pubblico di appassionati di storia e di persone amanti della cultura in tutte le sue declinazioni. Al tavolo dei lavori illustri personalità. 

Bianca Rende, Consigliere del Comune di Cosenza, che porta avanti, da anni, una politica di azione attiva sul territorio, sempre in prima linea nelle lotte alle disuguaglianze e nella rivendicazione dei diritti delle classi più deboli della società, esempio per le giovani generazioni di una vita spesa al servizio della collettività. La Presidente dell’AIParC Cosenza, Tania Frisone, guida sicura, responsabile, competente e colta, promotrice e protagonista di eventi, che hanno portato l’Associazione ai vertici del panorama culturale calabrese. Brunella Serpe, Docente presso l’Università della Calabria di Storia della scuola e dell’educazione e di Letteratura per l’infanzia per il Corso di Laurea Magistrale in Scienze della Formazione Primaria.

Nella sua attività di studio e di ricerca privilegia l’approfondimento e la riflessione sulla storia sociale, culturale, educativa e scolastica del Mezzogiorno d’Italia, con particolare riguardo alla Calabria. Questo filone di studi più propriamente meridionalistico non è però sganciato dal più generale contesto nazionale, una scelta che ha una duplice chiave interpretativa, di attenzione al passato e di sensibilità verso le problematiche del presente che hanno forti ricadute sulla società, sulla scuola e sull’educazione. Proprio la natura dei suoi studi l’ha portata ad amare il libro di Giuseppe Caridi ed a trasmettere, nella presentazione al pubblico, la sua bellezza, ma anche il suo grande valore nella ricerca e nell’approdo alla verità storica. Altra personalità di prestigio il Presidente Unuci Cosenza Giovanni De Luca, che si è dichiarato onorato di partecipare all’evento e con competenza ed eloquio chiaro e appassionato si è soffermato su alcuni aspetti storici del Regno delle Due Sicilie, nel periodo preunitario, in cui le condizioni economiche dello stesso erano soddisfacenti. Altro protagonista della serata Giuseppe Ferraro.

Professore di Storia nei Licei, studioso ricercatore ed appassionato esperto di Storia, ha già conquistato larga fama con le sue pubblicazioni, che evidenziano lo spessore storiografico dell’autore, un meridionalista che guarda all’Italia e all’Europa, ma anche alle esigenze formative del sistema scolastico e universitario. Dirige l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano – Comitato provinciale di Cosenza e l’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, coordina la commissione didattica dell’Icsaic ed è membro nazionale della commissione scuola e didattica dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri.

A dare ancor più luce all’evento, la presenza dell’autore Giuseppe Caridi. Recentemente insignito del Premio letterario “Città di Siderno” per la sezione saggistica con l’opera «Gli Aragonesi di Napoli. Una grande dinastia del Sud nell’Italia delle Signorie», il prof Caridi, già ordinario di Storia moderna nell’ Università di Messina, ora docente di Storia dell’Europa nella Scuola superiore per mediatori linguistici di Reggio Calabria, da oltre vent’anni è Presidente della Deputazione di Storia Patria della Calabria e Direttore della “Rivista Storica Calabrese”. Le sue ultime mongrafie sono: Carlo III  (2014); Francesco di Paola (2016); Alfonso il Magnanimo (2019); Gli Aragonesi di Napoli (2021).

In questo suo ultimo saggio “Ferrante re di Napoli” Quando il potere era al Sud  ha voluto mettere in evidenza, attraverso la biografia di un sovrano che per 36 anni, dal 1458 al 1494, governò il Mezzogiorno d’Italia, come un’egemonia dal Sud si esercitasse sul resto della Penisola. Ferrante ebbe strette relazioni con alcuni personaggi di grande rilievo nel panorama politico del tempo, da Lorenzo il Magnifico a Ludovico il Moro, ad Alessandro VI, sui cui potentati riuscì con alterne alleanze a imporre infatti una leadership a volte così accentuata al punto che nel 1480 si era sparsa addirittura la voce che aspirasse a diventare re d’Italia.

Durante il suo regno la corte di Napoli, frequentata grazie al suo mecenatismo da alcuni dei maggiori umanisti italiani, come il Panormita, Giovanni Pontano, Iacopo Sannazaro, divenne un importante centro del Rinascimento e non aveva nulla da invidiare in campo culturale alle corti del resto d’Italia. Nei più recenti volumi ha posto in risalto personaggi che hanno operato a lungo nel Sud e nella stessa Calabria e che si sono innalzati a livello europeo, come Carlo III di Borbone, Alfonso il Magnanimo, Ferrante d’Aragona e, in campo ecclesiastico, san Francesco di Paola, patrono della Calabria, che, andato in Francia su richiesta del re Luigi XI, vi è poi rimasto sino alla fine della sua vita quale padre spirituale ma anche a tratti nella veste di consigliere politico dei sovrani Carlo VIII e Luigi XII. Lo studio del passato di un Sud e una Calabria che in campo politico, economico e culturale non avevano nulla da invidiare al resto del Paese può servire a rendere le giovani generazioni orgogliose della loro appartenenza territoriale e considerare che il divario attuale è colmabile anche grazie al loro impegno.

Ad illustrare il libro di Caridi è stata  Brunella Serpe in una “lectio magistralis” di alto livello culturale per ricchezza di documentazione e chiarezza espositiva. Ha coinvolto gli ascoltatori in una narrazione storica in cui si intrecciano diversi tempi. Un tempo geografico, il Mezzogiorno all’interno di un quadro che si allarga al Mediterraneo; un tempo sociale, un’età di guerre e di forti tensioni e contrapposizioni tra Stati; un tempo individuale, la salita al trono di un re e le sue scelte in materia di politica estera e interna. Tempi che condizionano e temprano la figura di Ferrante e che, l’opera di Caridi, ci restituisce nella sua forza ma anche nelle sue debolezze. “Anche le fonti e i documenti, ha detto la Serpe, vanno ben al di là della notevole bibliografia di cui pure si avvale la ricerca di Caridi, che utilizza carte custodite presso diversi Archivi italiani e stranieri spesso di non facile lettura che solo un attento lavoro di scavo può riportare alla luce. Documenti che hanno permesso a Caridi di delineare un puntuale profilo di Ferdinando I d’Aragona come sovrano di Napoli”. 

A questo punto l’ottima relatrice ha fatto una disamina dei momenti salienti dell’ascesa politica di Ferdinando I, detto Ferrante. 

Mi piace riportare il testo originale e pressoché integrale del suo discorso, che rende in maniera esaustiva, analitica e anche critica il senso del libro di Caridi.

L’ascesa al trono di Ferdinando I, detto Ferrante, sul trono del Regno di Napoli avviene nel 1458 e si protrae per 36 anni, fino al 1494: un’ascesa quella di Ferrante programmata dal padre Alfonso e sostenuta dai baroni che, padroni dei feudi loro concessi con la licenza di esercitare al loro interno un potere assoluto, avevano assecondato il volere del re. 

Gli stessi potentati avevano insignito Ferrante del titolo di duca di Calabria, un titolo che lo designava “immediato erede e successore” come si legge nelle carte d’Archivio sulle quali poggia questo pregevole studio che celebra il 6° centenario della nascita dell’aragonese Ferrante, “padrone” del più grande Regno della penisola italiana divisa in tante repubbliche e signorie. Un regno, quello di Napoli, che si spingeva fino ai possedimenti dello Stato pontificio perciò molto esteso nonostante la Sicilia non ne facesse parte.

Ferrante si pone in linea con la politica paterna continuando a essere argine contro le mire degli Angioini, estromessi ma vogliosi sempre di ritornare sul trono di Napoli. Anche per questo Ferrante, messo a capo di un regno e di una città (Napoli) che assurgeva a ruolo di grande capitale europea capace di esercitare un’indubbia influenza politico-economica e culturale nello scacchiere italiano ed europeo, sarà chiamato a tessere e a gestire alleanze, ad affrontare scontri, conflitti e rivalità in un tempo, la seconda metà del ’400, che la storiografia più accreditata e lo stesso Caridi non esitano a definire come età delle congiure e delle guerre d’Italia con chiaro riferimento a quanto avviene nella penisola e nell’area meridionale, centro di potere quindi (come recita il sottotitolo del saggio) e perciò campo di battaglia, perché faceva gola alla Francia e allo stesso Papa Callisto III, che non accetterà la richiesta di sottomissione che lo stesso Ferrante gli avanzerà nel momento in cui sale al trono. Riconoscimento e legittimazione che gli arriveranno, infatti, soltanto da Pio II (che succede a Callisto III) con una cerimonia solenne svoltasi a Barletta nel 1459.

L’investitura papale e il sostegno di Ludovico il Moro e di Lorenzo il Magnifico saranno fondamentali per affrontare l’ostilità di alcuni dei più potenti esponenti del potere baronale che temevano un loro ridimensionamento e denunciavano una condizione di subalternità in cui erano tenuti dalla corte e dal figlio di Ferrante, Alfonso anche lui nominato duca di Calabria e quindi destinato a succedergli; queste lotte baronali insanguineranno soprattutto la Calabria dove era cresciuto lo spirito antiaragonese non senza l’ingerenza del papa Callisto III che guardava al Regno di Napoli come a una signoria da affidare ai d’Angiò (ma anche ai suoi stessi nipoti). Queste lotte avvenivano nei primi anni del regno di Ferrante ma ancora più efferate saranno quelle tra il 1484-1488 seguite da rappresaglie, repressioni esemplari, vendette e condanne a morte, nonostante la posizione di Ferrante rimanesse ben salda sia all’interno del Regno sia nel panorama politico nazionale e internazionale. 

Dall’articolato ritratto che emerge dalle pagine di Caridi, Ferrante svetta come abile tessitore di alleanze che gli richiesero un frenetico impegno diplomatico alla ricerca di un equilibrio e di una pace che saranno costruiti anche attraverso unioni nuziali; e Ferrante poteva contare su molti figli, legittimi e naturali, questi ultimi ancor più numerosi dei primi. Tutti torneranno utili anche nelle “complesse iniziative politiche a livello europeo” rispetto alle quali Ferrante, come ha scritto Galasso, assumerà un ruolo di doppiogiochista: un ruolo richiesto dal complesso quadro politico del tempo dove avere una posizione chiara, coerente e lineare non avrebbe aiutato nessuno stato. Un esempio è il sostegno che egli, spinto dal desiderio di rafforzare significativamente la sua egemonia nella penisola, aveva dato alla congiura dei Pazzi contro i Medici, salvo poi a rinsaldare un solido legame con i signori di Firenze. 

L’arrivo dei Turchi lo riconduce alla realtà; egli era sul trono di un regno vulnerabile e appetibile a molti, per cui era necessario abbandonare pretese e mire espansionistiche e pensare a salvaguardare i confini. Lo richiedeva il pericolo turco ma anche la presenza dei baroni, un pericolo mai sopito sia per Ferrante che per il padre Alfonso come si evince da un’interessante lettera di questi indirizzata al duca di Milano nella quale, a proposito dei baroni, si paragonavano questi ultimi ai condottieri che avevano l’interesse a prolungare il conflitto per i vantaggi che riuscivano a conseguire in termini di concessioni da parte degli aspiranti al trono; concessioni strappate perché legate al supporto militare e destinate ad essere ridimensionate in tempo di pace.

Gli stessi albanesi, guidati da Demetrio Reres prima e dalla leggendaria figura del condottiero Scanderbeg poi,si inseriscono nei conflitti che attraversano l’età di Alfonso e di Ferrante come milizie mercenarie a sostegno di un esclusivo appoggio che scelgono di dare alla Casa di Aragona contro gli Angioini e nella lunga lotta contro le ribellioni armate con le quali i baroni locali si opponevano al re di Napoli. Per questo Scanderbeg e le sue genti saranno destinatari di donazioni e privilegi soprattutto in Calabria, con grande sconcerto delle comunità calabresi i cui abitanti, come si legge nelle fonti dell’epoca, vengono definiti come “sudditi” e gli albanesi come “uomini liberi”. 

Al di là dei conflitti, che pure non mancarono, voglio sottolineare lo sforzo normativo di cui Ferrante si renderà protagonista per arginare il potere e la tracotanza dei baroni, ma anche per garantire una maggiore pace sociale all’interno dei confini del suo Regno. Di questa volontà troviamo tracce importanti nel Codice Aragonese che non cancella comunque gli evidenti privilegi di cui continuano a godere il ceto nobiliare e il clero medio.

Uno sforzo accompagnato anche da interessanti iniziative sul piano economico, soprattutto nel ventennio che intercorre tra le due guerre baronali, che fanno registrare un incremento demografico e della forza lavoro soprattutto nelle attività legate al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche della lavorazione del ferro e del settore mercantile; a quest’ultimo è legato l’ampliamento significativo del molo di Napoli che apre a traffici commerciali di un certo significato, ad esempio con l’impero Ottomano con cui si percorre il tentativo di esportazione del sale e importazione dell’argento. Interessante è il sostegno dato da Ferrante all’introduzione della lavorazione della seta che per volontà del sovrano viene affidata ad alcuni maestri ai quali vennero elargite esenzioni affinché diffondessero nel Regno l’arte della filatura e della tessitura dei preziosi fili. 

Di livello è stata anche l’attività che ha coinvolto il piano culturale con l’introduzione a Napoli dell’arte della stampa, attraverso un fiammingo, con la conseguente discreta promozione della circolazione dei libri e di una dimensione/crescita culturale che ha il suo culmine nella nascita dell’Accademia Pontaniana, un’istituzione importante, punto di riferimento di una generazione di intellettuali , quali Domenico Carafa, Tristano Caracciolo, Francesco Marchese, per citarne alcuni, che daranno vita ad una importante tradizione di studi di matrice umanistica e giuridica e ad una circolazione di idee favorita poi anche dal successore di  Ferrante, Alfonso, attraverso la moglie Ippolita Sforza duchessa di Calabria, secondogenita del duca di Milano Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, una figura affascinante quanto enigmatica del Rinascimento italiano, famosa per la sua grazia, per la raffinata mediazione diplomatica ma anche per aver dato un forte impulso alla poesia volgare in stretto contatto con la corte paterna e le corti del Nord e il circolo dei poeti medicei. 

Altra figura che richiama il nostro territorio è quella di Francesco di Paola, una figura descritta da Caridi come attenta alle vicende politiche della realtà locale e ai bisogni della popolazione sottoposta a un’esosa imposizione fiscale. Il rapporto tra Francesco e Ferrante può essere rappresentato come  in bilico tra autenticità e diffidenza del sovrano nei confronti del religioso. Il suo attivismo, sociale e religioso, viene comunque tollerato, come dimostra il riconoscimento del romitorio costruito dal giovane Francesco a Paola già nel 1423; ma molta diffidenza generavano le troppe fondazioni che avevano visto la luce a Paterno, Spezzano, Corigliano, Crotone. Francesco è comunque figura fortemente carismatica nel Regno di Napoli e tra i sovrani dell’epoca, come dimostra anche la sua permanenza alla corte di Luigi XI.

Importante fu anche l’opera di abbellimento urbanistico e architettonico della città di Napoli che ebbe nuove cinte murarie con quattro porte. Napoli e poi Napoli, la capitale e il centro del Regno: una tendenza che non verrà messa in discussione neanche nei decenni successivi dagli altri “sovrani-padroni”, sempre spagnoli, del Regno di Napoli e delle Due Sicilie poi. Un Regno dalla grande testa su un corpo esile, una caratteristica che verrà a costituire la debolezza del Regno meridionale come puntualmente sottolineato dalla storiografia”.

A questo bellissimo focus di Brunella Serpe è seguito il dialogo fra l’autore e Giuseppe Ferraro, che ha ulteriormente approfondito ed evidenziato i tratti salienti del libro: la modernità del regno di Ferrante, che si pone sulla scia delle monarchie europee, se pur tra grandissime difficoltà; la politica espansionistica di Ferrante; l’eredità del padre Alfonso, l’alternanza delle alleanze finalizzate a consolidarne la leadership nella penisola italiana, il contrasto e poi l’alleanza con Lorenzo il Magnifico, le iniziative regie in campo economico e culturale, il controverso rapporto con Francesco di Paola. Insomma il dialogo fra Ferraro e Caridi ha raggiunto vette elevatissime. Le conclusioni e i saluti all’ottima moderatrice Bianca Rende. 

Una presentazione che, senza dubbio, ha lasciato un segno profondo nell’autore, un arricchimento per chi ha partecipato all’evento, infinite motivazioni e sollecitazioni alla lettura del libro. Certamente un altro grande successo per AIParC  Cosenza. (amv)

Un altro modo di celebrare la Giornata della Donna

di ANNA MARIA VENTURA – La giornata internazionale dei diritti della donna quest’anno ha mirato al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Ancora oggi molte donne continuano ad essere vittime di violenze, soprusi e discriminazioni.

Le iniziative italiane per questa giornata sono state tante: dalla presentazione di libri presso le varie Sale della Camera dei Deputati alle mostre fotografiche nel Corridoio dei Busti e ad incontri nelle Piazze e nelle Botteghe Altromercato aderenti al tema dei diritti: tutte iniziative il cui fine ultimo è una più pronunciata consapevolezza democratica nella comunità nazionale.

Altre iniziative sono annunciate per la ricorrenza dei 75 anni della nostra Costituzione, entrata in vigore l’1 gennaio del 1948.

All’interno di tale quadro l’AIParC di Cosenza e il Convegno di Cultura “M. Cristina” di Savoia di Cosenza hanno inteso celebrare la giornata della donna in modo diverso, proponendo uno studio su alcune donne della Chiesa che hanno contribuito a cambiare il corso della storia con la forza delle loro idee e la determinazione con cui le hanno perseguite. Il risultato è una pubblicazione dal titolo Sante che hanno cambiato la storia, contenente scritti di Wanda Lombardi e Marilù Sprovieri. Sante che si possono definire rivoluzionarie perché hanno sconvolto schemi di vita, hanno aperto la strada a impostazioni nuove e hanno segnato l’inizio di nuovi percorsi. Sono state donne semplici che si sono imposte con la forza delle idee e la validità dei progetti.

Donne straordinarie, rimaste nella storia della Chiesa e dell’umanità perché pietre miliari, modelli di vita e punti di riferimento. Il libro inizia con una donna, la Vergine Maria, che ha portato la più grande rivoluzione, quella dell’amore, con l’obbedienza ad un disegno superiore. “Sia fatta la tua volontà” disse all’Angelo che le annunziava la sua maternità. E la rivoluzione dell’amore portò allo scardinamento di un sistema di vita, perché dichiarò tutti gli uomini liberi e uguali. L’elencazione delle donne rivoluzionarie continua con una cavalcata intelligente attraverso i secoli con il ricordo di donne che si sono imposte con le loro idee in momenti difficili, rivoluzionando sistemi e modelli consolidati.

Sante che hanno coniugato la santità con le esigenze del quotidiano, intendendo la santità non come forma astratta di contemplazione, ma come azione concreta per aiutare il prossimo sofferente e creare condizioni di vita dignitose. Tutte le donne di questa piccola rassegna hanno aperto rivoluzioni in tal senso. L’ elenco si chiude con il ricordo di Armida Barelli, una donna del secolo scorso, dichiarata beata, che ha operato la rivoluzione nel mondo delle donne senza sangue e senza clamori, usando solo l’arma potente dell’istruzione religiosa. La Gioventù Femminile dell’Azione Cattolica da lei fondata sulla scia della Rerum Novarum di Leone XIII portò le donne fuori dalle chiese e dalle case aprendo un mondo nuovo cui si poteva accedere attraverso l’istruzione. Le donne presero coscienza del loro diritti e dei loro doveri ed entrarono da protagoniste nella vita del Paese.

Il libro Sante che hanno cambiato la storia è stato presentato il 9 marzo 2023 a Cosenza, nella Sala Convegni della Chiesa di Sant’Aniello in un incontro-dibattito denso di cultura e spiritualità, organizzato da AIParC Cosenza e dal Convegno di Cultura “Maria Cristina” di Savoia di Cosenza. In un’atmosfera di attenta partecipazione si sono susseguiti gli interventi che hanno avuto al centro la presentazione del libro. Ha aperto i lavori Don Salvatore Fuscaldo, assistente spirituale del Convegno “Maria Cristina” di Savoia di Cosenza. Egli si è soffermato sulla considerazione in cui Gesù teneva le donne, presentate nei vangeli come coloro che per prime hanno saputo accogliere e comprendere il Signore: dalla madre, grande non perché ha dato alla luce Gesù, ma perché è saputa diventare discepola del figlio, a Maria di Magdala, prima testimone e annunciatrice della risurrezione del Cristo. 

A tal proposito mi piace sottolineare che nella lingua ebraica non si conosceva un termine per indicare discepola, che esisteva solo al maschile, e al tempo di Gesù la tradizione insegnava che “un discepolo dei saggi non deve parlare con una donna per strada neanche se è sua moglie, sua figlia, sua sorella”. Ma per Gesù non “c’è più né maschio né femmina” (Gal 3,28), c’è la persona umana, che come tale merita rispetto e dignità indipendentemente dalla sua identità sessuale. Per questo, contravvenendo tradizione e morale, Gesù associa al suo gruppo anche “alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità” (Lc 8,1), e nei vangeli sono le donne le privilegiate protagoniste delle azioni del Signore.

La prima persona alla quale Gesù si manifesterà come il Messia atteso sarà una samaritana, essere umano che come donna, adultera e impura era il meno credibile cui affidare l’importante rivelazione. Ugualmente l’unico fatto che il Signore chiede espressamente venga fatto conoscere ovunque è l’unzione compiuta su di lui da una donna: “In verità io vi dico: dovunque sarà predicato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che essa ha fatto” (Mc 14,9).

Se i discepoli maschi scomparvero di scena al momento della crocifissione, le uniche testimoni della sua morte “erano alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15,40-41). Gli evangelisti affermano che le donne oltre che seguire Gesù lo servono. Di nessun discepolo è detto questo. Nella concezione religiosa del tempo Dio abitava in una “luce inaccessibile” (1 Tm 6,16). Gli esseri che gli erano più vicini erano gli angeli del servizio, gli unici che stavano sempre davanti al Signore per servirlo.

Nei vangeli gli unici esseri che servono Gesù sono gli angeli (“e gli angeli lo servivano”, Mc 1,13) e le donne. Per gli evangelisti le donne non solo sono uguali agli uomini, ma svolgono un ruolo superiore, lo stesso degli angeli. L’azione di “annunziare”, esclusiva prerogativa degli angeli, i nunzi di Dio, è infatti nei vangeli compito privilegiato delle donne. Per questo solo le donne sono incaricate dall’Angelo del Signore di annunciare la risurrezione di Gesù: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli” (Mt 28,7-8). E proprio la donna, che la Bibbia definiva responsabile della morte (“Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo”, Sir 25,24), sarà la prima testimone della vita: “Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore!»” (Gv 20,18).

Ritornando all’evento, la Presidente AIParC Cosenza Tania Frisone, dopo i saluti di rito, ha spiegato le ragioni che hanno indotto AIParC Csenza a festeggiare la giornata internazionale dei diritti della donna con la pubblicazione di questo piccolo ma grande libro dedicato a figure di donne, che senza clamore e nella spiritualità non solo hanno lasciato tracce incancellabili delle loro esistenze, ma hanno contribuito a cambiare in meglio la storia dell’umanità. 

Ha ringraziato poi le autrici Wanda Lombardi e Marilù Sprovieri che con i loro studi appassionati hanno dato la possibilità di portare all’attenzione figure ed esempi di spiritualità che hanno contribuito a migliorare la vita della Chiesa e del mondo. “Ricordare queste Donne Sante nella ricorrenza dell’8 marzo”, ha continuato la Presidente Frisone, “significa concedersi un momento di riflessione nel turbinìo di un legittimo giorno  di festa, che ci indurrà a considerare le conquiste sociali realizzate dalle donne e quelle che ancora attendono di essere realizzate”.

È intervenuta, poi, Francesca Rizzuti, Vice Presidente del Convegno di Cultura “Maria Cristina” di Savoia, che ha porto i saluti della Presidente Maria Pia Galasso, assente per motivi familiari. Si è soffermata sul contenuto del libro, rivoluzionario nel tracciare la biografia di Donne Grandi nella loro santità. Come rivoluzionarie sono tante donne, che nella quotidianità svolgono il lavoro di medico, ingegnere, infermiere, assistente sociale o altri lavori al servizio della collettività. Ha letto poi la prefazione al libro scritta dalla Presidente Galasso.

«Abbiamo accettato volentieri e anche con grande spirito di partecipazione l’invito dell’AIParC di Cosenza di pubblicare insieme uno studio fatto da due socie Wanda Lombardi e Marilù Sprovieri su alcune donne della Cristianità che hanno lasciato segni tangibili di avanzamenti sulla via della Santità, operando in modo rivoluzionario in tanti ambiti della società…” “…L’importanza della donna nella società inizia con la maternità – carnale o spirituale – e si può irradiare in tanti modi, tutt’altro che marginali, in ogni sfera della vita sociale…».

«…In quanto donne, in quanto cristiane, sentiamo il dovere di farci carico delle sofferenze degli altri, di “sporcarci le mani”, di vivere il servizio nella dimensione della carità operosa, sempre alla luce del Vangelo…».

Ha fatto seguito l’intervento di Antonella Doninelli, Docente presso l’Istituto Teologico cosentino, sul tema “La specificità della donna nella spiritualità cristiana”.

La trattazione appassionata, l’eloquio chiaro e avvincente, la competenza in materia teologica e filosofica hanno trascinato il pubblico lungo un percorso di filosofia e di fede, coniugate  in una sintesi mirabile. 

Fra a le Sante del libro ha scelto di parlare di Santa Teresa Benedetta Della Croce, al secolo Edith Stein. Nata a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco, fu allevata nei valori della religione israelitica. A 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo agnostica. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Diventa brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali.

Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas. Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena, Compatrona dell’Europa.

La Doninelli ha precisato che la riflessione sul ruolo e sulla vocazione specificamente femminile occupa gran parte della ricerca filosofica di Edith Stein. Per Edith Stein la femminilità è la chiave per comprendere la capacità dell’umanità di amare e di connettersi col Creatore. Nelle sue ricerche sulla specificità dell’uomo e della donna, e sui loro rispettivi destini, l’uomo e la donna sono votati a riempire in un modo proprio la loro duplice missione. La quale consiste da una parte nell’essere a somiglianza di Dio, dall’altra nell’educare una posterità.

Per Edith Stein, la donna è chiamata a «cercare il sentiero che porta da Eva a Maria». Ella si vede assegnare la missione particolare di ristabilire «la natura femminile nella sua purità», il cui “archetipo” è la Vergine Maria. I pilastri della femminilità secondo la Stein trovano tutta la loro essenza nella più alta delle virtù, l’amore. Ogni donna che vive nella luce dell’eternità può rispondere alla propria vocazione, poco importa che ciò avvenga nel matrimonio, in una comunità religiosa o in un mestiere secolare. Per lei, tutte le donne che si lasciano guidare da Dio compiono il significato profondo della femminilità perché le donne sono particolarmente intuitive in fatto di scoperta di come amare.

Essere donne non è rispondere a tutto un insieme di attese o di ideali arbitrari. Significa che ovunque la vita ci conduca, ogni situazione può essere nobilitata e resa degna mediante l’amore. La filosofa tedesca pensa che tutte le donne sentano il bisogno fisico di diventare madri. Eppure ella stessa non ebbe figli. Però credeva che tutte le donne possiedano un istinto materno. Secondo lei le donne cercano per natura di abbracciare ciò che è vivente e personale Accudire, proteggere, nutrire ed educare  è tutto un desiderio naturale e materno. In altri termini, le donne danno la vita e la nutrono per natura. L’amore femminile è un impulso naturale capace non soltanto di mettere al mondo dei bambini, ma anche di rendere possibili i sogni e di aiutare così alla crescita degli altri. Edith Stein mostra così il cammino di una femminilità che ritrova la propria dignità. Ella riconosce il valore insostituibile della donna e riscopre la propria particolare maniera di apportare amore al mondo. Veramente appassionante e coinvogente è stata quella che si può definire la “lectio magistralis” di Antonella Doninelli.

Protagoniste dell’incontro sono state anche le autrici Wanda Lombardi e Marilù Sprovieri. 

Wanda Lombardi è autrice della prima parte del libro che contiene le biografie della Vergine Maria, di Ildegarda di Bingen. Santa Caterina da Siena, Santa Teresa D’Avila, Santa Rosa da Lima, Santa Teresita di Lisieux, Santa Teresa Benedetta della Croce, Santa Giovanna Beretta Mollo, Madre Teresa di Calcutta, Armida Barelli.

«C’è chi sostiene che le donne non abbiano un ruolo importante all’interno della Chiesa cattolica. Tuttavia, sin dagli albori del Cristianesimo fino ai nostri giorni, Dio ha ispirato grandi spiriti femminili che riuscirono a guidare la Chiesa nei tempi più bui della storia del Cristianesimo arrivando addirittura a condizionare alcune scelte del Papato. Ognuna di loro, nell’umiltà e nella fraternità, si impegnò per il riscatto e la valorizzazione della donna non solo nella Chiesa, ma nella società e nella famiglia. Le “donne rivoluzionarie della Chiesa” hanno tracciato la strada per altre migliaia di donne desiderose di vivere una intensa “comunione” con la Chiesa». Questo il suo pensiero.

Marilù Sprovieri nella seconda parte del libro tratta le Sante Protettrici: Santa Chiara,  Santa Lucia, Sant’Agnese, Santa Francesca Saverio Cabrini, Santa Veronica, Santa Cecilia, Santa Geltrude, Santa Dorotea,  Santa Marta, Sant’Agata. Nel suo brillante intervento l’autrice ha motivato il criterio della scelta delle Sante Protettrici, di cui ha parlato nel libro: rallegrare il lettore spiegando il perché da alcune Sante è richiesta una speciale protezione.

Ha aggiunto che spesso le nostre informazioni sono da attribuirsi a consuetudini, a voci popolari, mentre ci sono altre motivazioni che giustificano il loro patronato. Ha ricordato poi le persone morte nel mare di Cutro con la lettura della preghiera a Santa Francesca Cabrini, Protettrice degli emigranti. Commovente, a conclusione dell’evento culturale, la storia narrata dalla Sprovieri di Teresa Gullace, calabrese di Cittanova, uccisa da un soldato tedesco durante l’occupazione di Roma mentre tentava di parlare al marito prigioniero. La sua morte ebbe una notevole eco nella città e la sua figura divenne ben presto un simbolo della resistenza romana. Il luogo dove fu uccisa fu inondato di mimose dalle donne de popolo. La sua vicenda venne inoltre ripresa e resa celebre dal regista Roberto Rossellini, che prenderà spunto dalla Gullace per il personaggio della Sora Pina, interpretata da Anna Magnani nel film Roma città aperta.

Insomma un pomeriggio intenso di emozioni, un modo altro di vivere la festa della donna! (amv)

È nato a Cosenza il Parco Filosofico Alcmeone

di ANNA MARIA VENTURA – Nel vasto panorama delle iniziative e dei progetti realizzati dalle tantissime associazioni culturali, che operano nel territorio cosentino, la realizzazione di un Parco Filosofico è una novità assoluta. AIParC  Cosenza ha già al suo attivo il “Parco Storico Giuseppina Le Maire”, dedicato alla filantropa torinese fortemente impegnata nella ricostruzione sociale ed educativa, all’indomani del terremoto del 1908 in Calabria e il “Parco Ecclesiale Ada Furgiuele”, dedicato ad una donna calabrese, oblata di don Mottola, di cui ha seguito regole ed insegnamenti, spendendo la sua vita per gli ultimi.

Nell’ottica di raggiungere orizzonti culturali sempre più ampi e stimolanti, il 14 Dicembre 2022, nel Salone di rappresentanza della Confindustria, a Cosenza, ha inaugurato il Parco Filosofico, intitolato ad Alcmeone di Crotone, con grande successo di pubblico e di critica. La Presidente prof.ssa Tania Frisone, nel suo intervento introduttivo ha sottolineato che gli interessi culturali di AIParC Cosenza, attraverso l’istituzione del Parco filosofico “Alcmeone”, si aprono ai problemi più impellenti dell’uomo contemporaneo, che vanno dai cambiamenti ambientali e climatici ai problemi posti dall’imponente sviluppo delle tecniche informatiche e mediali, ai temi della salvaguardia del pianeta. Hanno reso prezioso l’evento, con contributi di elevato spessore culturale il Provveditore agli studi di Cosenza, prof.ssa Loredana Giannicola, il Presidente della Commissione cultura del Comune di Cosenza, dott. Domenico Frammartino, il prof. Giuseppe Trebisacce, i responsabili del Parco Filosofico la prof.ssa Anna De Vincenti e il Prof. Romeo Bufalo. 

Il neonato Parco filosofico “Alcmeone” intende riprendere e rilanciare l’idea greca di Natura intesa come physis, ossia come principio generatore e rigeneratore del vivente, oltre che del mondo. In tal senso la figura di Alcmeone, cui il Parco è intitolato, è parsa estremamente rappresentativa a quanti operano all’interno di AIParC Cosenza, in quanto egli fu il primo filosofo-medico e scienziato naturalista greco, anzi magnogreco a scrivere un’opera intitolata “Sulla natura” dai cui frammenti si evince il convincimento che l’uomo, gli animali, le piante, i mari, il cielo sono una Totalità ordinata, la Natura, appunto, fuori dalla quale nessun componente può vivere o sopravvivere. Questa “verità”, pensata dal filosofo calabrese circa ventisei secoli fa, sembra mostrare ancora oggi tutta la sua validità. 

Il Parco filosofico “Alcmeone” ha come obiettivi:  richiamare alla coscienza contemporanea la memoria dell’antico rapporto che legava l’uomo alla natura, che pare oggi smarrito; contribuire alla formazione di un pensiero critico rispetto agli abusi che sul territorio sono stati fatti e continuano a farsi in nome di una distorta idea di progresso che non tiene conto delle diverse forme di vita e continua a violentare l’ambiente; proporre “buone pratiche” per ristabilire un nuovo equilibrio tra uomo e natura in nome di uno sviluppo sostenibile e per la salvaguardia della biosfera. 

Il Parco filosofico si pone, nella sua finalità generale, come luogo, per ora virtuale, ma si auspica a breve anche reale, dove discutere, scambiare idee e punti di vista che facciano accrescere in tutti la coscienza del difficile momento storico che stiamo vivendo e la necessità di contribuire alla salvaguardia del pianeta terra, affinchè si consegni un mondo vivibile alle generazioni future.

La Prof.ssa Anna De Vincenti, responsabile del Parco insieme al Professore Romeo Bufalo, ha presentato il Quaderno dal titolo Uomo, Natura, Tecnica che illustra le ragioni e le finalità del nascente Parco. Alla realizzazione del Quaderno hanno contribuito competenze varie che hanno trattato le problematiche da diversi punti di vista – filosofico, letterario, ingegneristico, architettonico, storico – ma in un’ottica olistica, com’è giusto che sia per una tematica così complessa.

La Prof.ssa De Vincenti si è così espressa: «Il Quaderno già nel titolo, credo, orienti: Uomo, Natura, Tecnica. Nella nostra idea il rapporto tra uomo e natura si presenta da sempre come un rapporto molto stretto, mediato dalla tecnica, perché l’uomo è un essere naturalmente tecnico che agisce nella e sulla natura per modificarla e creare per sé stesso e la sua comunità migliori condizioni di vita. Il punto dolente è, però, almeno secondo noi, che spesso questa sua azione trascende i suoi limiti e crea conseguenze catastrofiche».

«La filosofia, di questo rapporto ambiguo e contraddittorio, ne ha molto parlato: basti citare Heidegger che, a partire dalla distinzione tra la tecnica del mondo antico e la tecnica moderna, distingue la capacità dell’uomo di utilizzare le risorse naturali senza distruggere la natura stessa, in una sorta di interscambio virtuoso, dalla forza distruttiva che lo stesso uomo esercita sulla natura stessa, usata come fondo inesauribile, mentre invece le sue risorse sono esauribili e in buona parte già esaurite: da qui l’inquietudine di Heidegger che trapassa in Jonas e in tutti noi. Jonas, tra l’altro allievo di Heidegger, è uno dei pensatori a cui idealmente si ispira il nostro progetto di Parco filosofico» 

«In Jonas – ha continuato la Prof.ssa De Vincenti – l’euristica della paura funziona come avvertimento, come allarme e tende culturalmente a controllare la tecnica nella visione di un antropocentrismo rinnovato, capace di direzionare l’azione verso la realizzazione dei doveri fondamentali che sono quelli della conservazione del pianeta e della salvaguardia della specie come necessario lascito alle generazioni future. Jonas, dunque, teoreticamente realizza un ribaltamento di prospettiva del metodo cartesiano che considerava falso ciò che in qualche modo era suscettibile di dubbio, propone una visione del mondo prudenziale, che considera alla stregua della certezza ciò che, anche se dubbio, è tuttavia possibile. Proprio di fronte alla possibilità dell’estinzione del genere umano si mostra nella sua urgenza l’imperativo categorico che un’umanità esista, che essa possa conservarsi, proprio perché l’uomo è giunto a possedere un tale potere sulla natura che allo stato attuale si può dire che egli debba necessariamente proteggerla. L’uomo deve accettare che i suoi doveri vadano oltre sé stesso e i propri e contingenti interessi, per un impegno verso la natura e verso chi non c’è ancora. Ma la filosofia ha detto anche altro. Secondo Junger ,la tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla. Possiamo partecipare alle vibrazioni e alle oscillazioni di quest’ultimo soltanto se capiamo la tecnica. Altrimenti restiamo esclusi dal gioco. Il filosofo francese Gilbert  Simondon ci allerta contro i pericoli di un atteggiamento tecnofobico che ci allontanerebbe dalla realtà e dal nostro tempo».

Ma come tenere insieme le due cose? Come sfuggire sia all’idolatria della tecnica che alla sua demonizzazione? 

A queste domande sempre la Prof.ssa De Vincenti ha risposto: «Potremmo allora ipotizzare che il punto di superamento della contraddizione possa essere rappresentato dall’idea della governabilità della tecnica, tramutando l’inquietudine che ci assale in tempi difficili come quelli attuali in euristica della paura come metodo che utilizza la paura come fattore motivante la ricerca e dunque ci consegna la speranza di poter ancora cambiare verso, ci dice che siamo ancora in tempo se riusciamo ad esercitare il controllo democratico delle nostre azioni e la capacità di mediazione tra progresso tecnico e salvaguardia delle diverse forme di vita: il lavoro umano come ricerca di un equilibrio continuo che permetta all’uomo, in quanto essere tecnico, di utilizzare la tecnica e nello stesso tempo di recintarla entro confini umani».

«Quello che deve essere recuperato è dunque il concetto di limite, il confine entro cui la tecnica deve essere ricondotta; tale limite è il limite umano, ma è anche il limite imposto dalla natura di cui l’uomo è parte. Questo significa ridimensionare l’idea di onnipotenza e accettare quella di finitezza come caratteristica dell’essere umano stesso». 

Paura e fiducia nell’uomo, dunque, pessimismo e speranza. Sembra che anneghiamo nelle contraddizioni e invece non è così in quanto chi pratica di storia, di scienza, di filosofia sa bene che tutto ciò che è realizzato dagli uomini è anche modificabile dagli uomini stessi. 

Da qui la speranza dopo la paura. Il messaggio che, attraverso il Quaderno, gli autori intendono trasmetterci è che la potenza della tecnica non è necessariamente una sventura per l’uomo, in definitiva dosare la forza che la scienza conferisce per mezzo di un’etica auto-restrittiva è la grande sfida a cui l’essere umano è chiamato dal suo stesso agire.

Un atto di umiltà, se vogliamo, un atto di decentramento del ruolo: l’antropocentrismo deve cedere il passo ad una visione pluricentrica, complessa dell’intero universo. 

Alla stesura del Quaderno, oltre ai responsabili Del Parco filosofico, hanno contribuito altre persone: l’architetto Daniela Francini e l’Ingegnere Massimo Veltri; per lo sguardo letterario e poetico le Prof.sse Anna Maria Ventura, Nella Matta e il Preside Enzo Ferraro, che hanno spaziato dal mondo classico alla contemporaneità. Il quadro storico-teatrale illustrato dal Maestro Nello Costabile ci ha chiarito come la tecnica possa essere alleata dell’arte con i meravigliosi marchingegni del teatro greco ma come possa anche essere portatrice di morte. Non è mancato lo sguardo di apertura alla cultura europea che il Preside Luciano Conte ha saputo costruire nel confronto tra Verga e Zola. 

Gli autori del Quaderno hanno fatto una pregevole azione di sconfinamento virtuoso in quanto hanno colto l’aspetto complesso ed hanno arricchito il Quaderno  con contributi che, pur partendo dallo specifico dei loro saperi arrivano ad una visione più ampia dei problemi: insieme, e sentendosi parte del pianeta e non esterni ad esso, il  pensiero si è fatto trans ed interdisciplinare e ha fatto cogliere, come sosteneva Gregory Bateson, quel “più ampio sapere che è la colla che tiene insieme le stelle e gli anemoni di mare, le foreste di sequoia e le commissioni e i consigli umani”. 

Quello che si propone il Parco filosofico è un laboratorio di idee, di confronto, per provare a ricercare non la verità, ma una possibile verità, un orientamento, un punto di ri-partenza, una risposta alla solita domanda: Che fare? Che fare davanti al disastro ecologico, davanti alle crisi climatiche, a paesi interi smottati, davanti alle tante vite perse. 

Il Parco ha fatto sua l’idea di una filosofia non astratta, autoreferenziale e dogmatica, volta a guardare il cielo senza vedere gli inciampi sulla terra, ma quella di  una filosofia intesa come costruzione di visioni del mondo che debbano in qualche modo contribuire al cambiamento e quindi incidere sulla realtà, sulla linea della cosiddetta filosofia pratica, quella che sulla scorta della riflessione teorica è capace di orientare le azioni verso il bene comune, riabilitando la politica e facendo politica, nel suo significato originario e nobile: perseguire l’interesse per la polis, per la città, intesa come comunità.

C’è bisogno di un cambio di passo: la Kehre (svolta) dovrebbe consistere nel riconoscere che la priorità per l’umano è la salvaguardia della biosfera piuttosto che l’accrescimento del dominio della tecnica di cui bisognerebbe fare un uso responsabile. All’etica del profitto bisognerebbe sostituire l’etica della responsabilità in quanto chi può salvarci non è un dio, ma l’uomo stesso facitore di una nuova etica.

“Siamo degli inguaribili sognatori?” si chiede Anna De Vincenti. “Credo di no”, è la sua risposta, “Perché dalla storia sappiamo che se l’uomo è capace di distruggere è anche capace di ricostruire e perché siamo certi che la filosofia sia stata ed è lo strumento di salvezza per l’umanità. Dovevamo filosofare altrimenti non avremmo potuto vivere in questo mondo. Dobbiamo filosofare altrimenti il mondo non potrà essere salvato”.

Interessante e appassionato è stato l’intervento del Prof. Romeo Bufalo, che ha illustrato la figura di Alcmeone, cui il Parco filosofico è intitolato. Ne è scaturito un ritratto a tutto tondo, dalle diverse sfaccettature, dal quale si evince la grandezza di questo pensatore. Alcmeone di Crotone fu un filosofo naturalista vissuto nella Magna Grecia nel VI secolo a. C. Per primo scrisse un’opera “Sulla natura” e si soffermò in modo originale sul complesso rapporto uomo-natura. 

Dalla relazione del Prof. Bufalo si evince che il problema che spesso è stato posto, a proposito di Alcmeone, è se sia stato più un fisico o un medico o un filosofo; o tutti e tre insieme , che è l’ipotesi più plausibile. Ci si è chiesti anche se sia stato un pitagorico o una figura indipendente dal pitagorismo; se il suo metodo scientifico sia stato realmente empirico e se abbia davvero praticato per primo la dissezione anatomica degli animali e degli uomini. È comunque opinione diffusa che egli sia stato il padre della medicina greca, della biologia e della psicologia sperimentale. Le sue scoperte furono da alcuni studiosi ritenute talmente rivoluzionarie da essere equiparabili a quelle di Copernico e Darwin.

Recentemente Lorenzo Perrilli ha sostenuto la piena plausibilità della tesi che fa risalire ad Alcmeone la dissezione dei cadaveri, confermando il carattere empirico del suo metodo di indagine basato sull’osservazione diretta dei fenomeni al contrario di altri filosofi presocratici. Anche sul piano epistemologico Alcmeone fu un pioniere. Formulò infatti per primo (o tra i primi) una teoria gradualistica della conoscenza, in base alla quale gli animali percepiscono soltanto, gli uomini percepiscono e ragionano, mentre solo gli dei hanno una visione immediata. Sul piano cosmologico, invece, fu tra i primi a distinguere tra un mondo sovralunare, immobile ed eterno, ed il mondo sublunare, soggetto, come dirà Aristotele, a generazione e corruzione, ossia finito e temporale.

Infine, in campo psicologico, teorizzò la divinità e l’immortalità dell’anima, a causa del suo movimento perenne, analogo a quello della Luna, del Sole e delle stelle, anch’essi immortali e divini. È in questo quadro metafisico della vita dell’universo che si giustifica un importantissimo Frammento di Alcmeone, in cui dice: «Gli uomini per questo muoiono, perché non possono ricongiungere il principio con la fine». Cosa che invece fanno gli astri nel loro identico e perenne movimento circolare, in cui ciascun corpo celeste ritorna, dopo uno stesso periodo di tempo, esattamente nella stessa posizione di prima. Sul terreno politico Alcmeone fu un convinto sostenitore del regime democratico, in controtendenza rispetto ai Pitagorici che furono, in gran parte, aristocratici. A questo proposito, un aspetto originale del pensiero di questo autore è costituito dal parallelismo che egli stabilisce tra corpo biologico e corpo politico. Sulla base di una lunga consuetudine medico-sperimentale, egli sosteneva che la salute del corpo fosse assicurata dall’equilibrio (isonomía) e dall’armonia (sýmmetros krãsis) delle forze in esso presenti, come le coppie umido-secco, freddo-caldo, amaro-dolce, ecc. Lo squilibrio di queste forze ed il predominio di una sulle altre genera la malattia. Estendendo analogicamente questo modello medico dal piano fisico-biologico a quello politico, Alcmeone sosteneva che anche il ‘corpo’ dello Stato (ossia della pòlis) può essere ‘sano’ o malato’. Ed il corpo politico è in salute quando, in analogia col corpo fisico, in esso regna l’isonomía, ossia l’equilibrio e l’uguaglianza delle leggi. Questa è la democrazia, che costituisce lo stato di salute della polis. Quando invece l’equilibrio si altera e domina una sola legge (o la legge di uno solo) la democrazia si ammala e degenera in monarchia.

Emerge abbastanza chiaramente dalla relazione del Prof. Bufalo l’importanza teorica e la straordinaria modernità della figura di Alcmeone. 

A questo prestigioso evento non è mancato l’aspetto più propriamente artistico con il contributo del musicista Ferdinando Autiero, che ha portato, attraverso la sua voce, i versi di denuncia del miglior cantautorato italiano da Guccini a Bertoli.

E non è mancata la possibilità di ammirare la bellezza della forza delle donne, espressione di quella madre terra che tutto nutre e che resiste agli assalti sconsiderati dell’uomo, nelle opere pittoriche di una grande artista qual è Assunta Mollo. Nei suoi quadri, alcuni dei quali esposti in sala, si vede la sublimazione della tecnica in arte, si vede quella che Giordano Bruno chiamava l’intelligenza della mano che quando crea è lo strumento del pensiero, che invera e rende concreto il progetto che l’artista ha in mente. 

 L’auspicio è che questo stupefacente incontro sia soltanto il primo dei tanti che verranno, finalizzati alla realizzazione di progetti che contribuiscano alla soluzione degli infiniti e gravi problemi, che affliggono il nostro martoriato mondo. Intanto possiamo attingere allo splendido Quaderno “Arte, natura e tecnica”, esteticamente bello, con la copertina dal caldo colore giallo della terra bruciata, che riscalda l’anima oltre che la mente. Al centro un’immagine di arte classica classica, una kulix laconica in ceramica, del VII secolo, a.C. con Prometeo e Atlante. Un Quaderno ricchissimo di contenuti culturali, tutti di altissimo pregio e valore , che pure si legge con passione e interesse crescente.

Cattura l’attenzione, fra altri interessantissimi articoli, quello di Anna De Vincenti, che illustra le ragioni teorico-pratiche della creazione del Parco Filosofico. Fra queste il fare nostra la pratica dell’abbandonologia, un nuova scienza, che si occupa di tante realtà di cui ha una discreta percentuale il nostro Belpaese: borghi abbandonati, paesi in rovina, luoghi di divertimento dismessi, quel che resta di stazioni, orti, giardini o negozi… tutto quello che una volta aveva una sua identità e ora è là, immobile e affascinante, a raccontarci storie di un tempo passato in cui c’era vita adesso finita chissà dove. Insomma l’abbandonologia, una scienza poetica, come la descrive Carmen Pellegrino nel libro che le ha dedicato, “Cade la terra”, non un saggio ma un romanzo la cui protagonista è Estella, ultima abitante di un paese abbandonato del sud, un paese di fantasia molto simile però a tanti altri magari entrati nell’occhio della cronaca per i loro incredibili dissesti idrogeologici, dove la superficie frana muovendosi come fosse una cascata di terra che porta via uomini e cose e lascia abitazioni martoriate.

Partendo da queste fragilità, scrive giustamente Anna De Vincenti, potremmo come Parco filosofico porci l’obiettivo di ridare vita e dignità culturale e, perché no, economica al luogo stesso. Rianimare i borghi è anche l’obiettivo che si pone Romeo Bufalo nell’articolo “Amica veritas, sed magis natura”. Egli scrive: “Oggi, rimettere al centro della discussione pubblica (cioè politica) le comunità (non in senso mitologico o in quello di una identità esclusiva ed escludente l’Altro, divisiva e tendenzialmente elitaria e razzista, ma nel senso di una identità larga e plurale, inclusiva e tollerante) non vuol dire affatto riproporre una retorica del piccoloborghismo o un modello del borgo turistico-consumistico, ma vuol dire elaborare e sperimentare nuovi modi di vivere di produrre e consumare”. Bisogna, in altri termini, favorire il ritorno di quelli che sono partiti. Accogliere il loro desiderio di ritorno con le loro nuove esperienze ed i nuovi saperi di cui nel frattempo si sono arricchiti. Appare eticamente più produttivo e ‘responsabile’ costruire scuole, ospedali, sistemare strade impercorribili, aprire musei e biblioteche anche nei paesi più piccoli. Bisogna, cioè, trasformare il ‘vuoto’ in ‘pieno’, collegare montagne e marine, territori separati; tornare, in maniera nuova, alla terra, rinnovare l’espressione antica ‘coltura/cultura’, mettere in sicurezza il paesaggio. E un’utopia? Ma scommettiamo pure sull’utopia per vincere la realtà! Il Parco filosofico “Alcmeone” ha lanciato la sfida, ora sta a noi saperla cogliere. (amv)

Giuseppe Dossetti a 25 anni dalla morte nel calendario di Nella Matta

di MARIA SERGIO – Ci sono eventi unici ed esclusivi per qualità organizzativa e contenuto che vanno portati agli onori delle cronache al fine di essere condivisi da coloro che abbiano perso l’occasione di potervi partecipare. Con grande successo di pubblico e di consenso nel pomeriggio di lunedì 12 dicembre, presso la Sala Congressi della Chiesa di S. Aniello in Cosenza, è stato ufficialmente presentato dall’AIParC di Cosenza il calendario 2023 realizzato da una delle sue socie fondatrici, la prof.ssa Nella Matta, dal titolo Giuseppe Dossetti e i Professorini, dato alle stampe dalla Orizzonti Meridionali di Francesco Alimena e curato per la parte grafica dalla prof.ssa Maria Sergio.

“I Calendari di Nella Matta” sono ormai arrivati alla loro nona edizione, pubblicazione intrapresa nel 2014 con il titolo “Parco Storico di Giuseppina Le Maire”, primo Parco Culturale  ispiratore e ragione del modus operandi dell’AIParC di Cosenza, ad esso oggi intitolato. Nella Matta , da sempre impegnata nell’Associazionismo femminile religioso e culturale, ha ricoperto incarichi dirigenziali nella politica attiva e ha maturato nei lunghi anni  una durevole  esperienza che l’ha portata a collaborare con l’Unical in ambito sociologico con ricerche orientate alla salvaguardia e difesa dei diritti politici e delle Pari Opportunità. Con l’AIParC di Cosenza è  stata coautrice del saggio-ricerca Le donne nella storia della Calabria ed autrice de In cammino verso i diritti. Le Madri Costituenti, due testi di grande successo degli ultimi due anni della Jonia Editrice che ha pienamente accolto il progetto AIParC di collaborazione nella pubblicazione di opere ad ampio respiro socio-storico-culturale.

Con i suoi calendari, Nella continua il suo impegno pedagogico di informazione e formazione delle nuove generazioni accompagnando il fruitore mese per mese alla scoperta e/o alla rilettura di fatti, personaggi, testimonianze che hanno lasciato un segno tangibile e indelebile nella Calabria e nella Nazione. Da Giuseppina Le Maire al Racconto del lungo percorso dell’emancipazione femminile, dai Padri Costituenti alla narrazione de La Chiesa e la Società in Calabria, da Antonio Guarasci a Musica e Solidarietà in Calabria, i suoi almanacchi sono diventati un “cult”, un nuovo genere divulgativo di quella Storia civile , sociale e politica dalla quale tutti veniamo e che non può essere dimenticata.

Giuseppe Dossetti e i Professorini è l’ultima, per ora, perla biografica divulgativa che si unisce a quelle già citate: una figura discussa, apparentemente controversa ,ma fortemente e coerentemente al servizio del prossimo sia in ambito di una politica militante che in quello della scelta religiosa. 

A presentare il calendario 2023 su “Giuseppe Dossetti e i Professorini” ha accompagnato Nella Matta un nutrito parterre di relatori che hanno intrattenuto un pubblico qualificato, attento e partecipe per una buona fetta del pomeriggio senza mai scadere nella retorica, nel banale, nello stucchevole.

Dopo i saluti istituzionali della infaticabile e granitica Presidente AIParC di Cosenza, Tania Frisone, moderatrice d’eccezione la giornalista Annarosa Macrì ha ricordato i suoi studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano sotto la guida di quei “professorini che erano diventati professoroni “come Giuseppe Lazzati, docente di letteratura cristiana antica prima e in seguito Rettore. In quella Università il “dossettismo” si respirava ed oggi, in ogni tempo ed in ogni spazio, chi ha frequentato quei luoghi non può non riconoscerne l’imprinting  caratteristico che ne ha ereditato. 

Don Guido Quintieri, parroco della Parrocchia S. Maria Maddalena in Bonifati, nel porgere all’uditorio  il saluto di Mons. Leonardo Bonanno  ha ricordato le celebrazioni del Giubileo Dossettiano, conclusosi in Bonifati il 16 ottobre 2022, alla  presenza del Card. Zuppi, dell’On.le Rosy Bindi , dell’Arcivescovo di Palermo S.E. Mons Corrado Lorefice, di Mons. Pietro Maria Frangelli, di don Bruno Bignami direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della C.E.I. e con la partecipazione degli studenti dei Licei Tommaso Campanella di Belvedere Marittimo e Silvio Lopiano di Cetraro.

Don Guido Quintieri ha rimarcato che mai come oggi , in un contesto storico-sociale tanto complesso, il messaggio di Giuseppe Dossetti sia ancora attuale e fondamentale nella difesa di quei principi e valori che sono a difesa e garanzia di tutti e,per tale motivo,  ciascuno di noi è chiamato ad essere “periscopio” di luce , sul modello dossettiano.

Bianca Rende, consigliera comunale di Cosenza, ha integrato l’intervento relazionando su Dossetti e il Dossettismo ovvero la felice stagione dei professorini che ha visto l’azione della Chiesa dispiegarsi e attivarsi verso una politica di interventi a favore di tutti e soprattutto dei più deboli. Ha ricordato la seconda fase della vita di Dossetti  sacerdote e poi monaco, la sua attenzione alla Calabria e, in particolare, a Bonifati, dove ha impiantato la Comunità della Piccola Famiglia delle piccole suore, ancora oggi punto di riferimento di intensa spiritualità.

Infine, facendo riferimento alla visita del card. Zuppi a Bonifati durante il Giubileo Dossettiano , ha riportato alcuni moniti di Giuseppe Dossetti ricordati dallo stesso Cardinale: il rischio dell’individualismo che conduce verso una deriva sociale e che  fa perdere il senso della memoria e della storia; l’importanza di conservare una coscienza vigile capace di opporsi a ogni deriva sociale; l’esigenza di porre attenzione ai più poveri. 

Suor Anita, responsabile della “Piccola Famiglia dell’Annunziata” in Bonifati, ha portato la testimonianza  di vita che si svolge presso la  Comunità che si insediò nella Diocesi di San Marco Argentano, in questo piccolo borgo del Tirreno cosentino, nel  1983 dando vita, su volontà di don Dossetti, ad un monastero adiacente alla Chiesa parrocchiale “S. Maria Maddalena”. La visione profetica di don Giuseppe Dossetti ,attraverso il suo impegno politico, è l’aver guardato da Bonifati con lungimiranza verso i Paesi del Mediterraneo per un riscatto del Mezzogiorno d’Italia in una prospettiva ecumenica verso i Paesi del Medio Oriente.

L’intervento  della prof.ssa Silvana Gallucci, a rappresentanza del Liceo “Bernanrdino Telesio” di Cosenza, ha ulteriormente  completato il richiamo al Giubileo Dossettiano rievocato da don Guido Quintieri, quando il 10 maggio del 2022 il Liceo ospitò l’On.le Rosy Bindi con un Convegno dal titolo “ L’Italia ripudia la guerra :Giuseppe Dossetti e la Pace” . 

Il ricordo della  democrazia sostanziale di Giuseppe Dossetti è stato curato da Rosa Principe in rappresentanza della Associazione di Formazione Politica G. Dossetti “Per una nuova etica politica”. L’ispirazione dossettiana ha fatto da bussola all’impegno sociale e politico dell’Associazione ed a tutte le sue iniziative culturali e sociali come, ad esempio, contro la modifica dell’art. 81 ( il pareggio di bilancio)  e contro la riforma Renzi-Boschi nel referendum del 2016 .

La prof.ssa Maria Sergio, oltre ad aver curato la parte grafica del calendario , ha esposto la figura di Giuseppe Dossetti da partigiano della Resistenza a segretario nazionale della DC, da Padre Costituente a “perito” nominato dal Card. Lercaro durante il Concilio Vaticano II, da Riformatore a sacerdote e monaco. Inoltre, la prof.ssa Sergio, ha individuato il parallelismo della solitudine e dell’esilio forzato tra don Dossetti e don Milani , considerati dai loro detrattori dei “preti rossi” incapaci di obbedienza. 

Il “Discorso della sentinella “tenuto da Dossetti i 18 maggio del 1994 in occasione della commemorazione degli otto anni dalla morte di Giuseppe Lazzati, suo amico professorino della comunità del porcellino, è stato il filo conduttore di questo intervento; questo discorso è passato alla storia come sollecitazione e incoraggiamento verso cattolici e laici a non temere la notte, a saperla attraversare, a preparare l’attesa per come poter affrontare l’alba e la nuova luce, pur sapendo che la notte, stellata o tempestosa che sia, ritorna sempre alternandosi al mattino avendo come riferimento le virtù cardinali e la dottrina dei Libri Sapienziali.

La prof.ssa Brunella Serpe ha tracciato le caratteristiche di una personalità che ha fortemente influenzato non solo l’azione politica ma anche l’elaborazione ideologica e culturale di cattolici e non, soprattutto negli anni del secondo dopoguerra. Quella di Giuseppe Dossetti è stata una delle più vivaci e ricche stagioni del cattolicesimo democratico italiano del Novecento attraverso l’analisi della figura di Dossetti, soprattutto di quello della “politica militante”, nella convinzione che proprio dal “primo” Dossetti sia necessario partire per comprendere anche “l’ultimo”, l’appassionato difensore dei valori della Costituzione repubblicana. Si tratta di un ritorno al passato che si riallaccia al presente e non può non indurre a riflettere nuovamente sul senso e il significato della democrazia in un tempo di crisi.

A conclusione Nella Matta ha posto l’accento sulla politica di apertura di Dossetti e dei professorini, sensibili alla necessità dei più deboli e attenti alle Riforme a favore di ceti a lungo sottomessi  ai ceti privilegiati.  

Ha ricordato la convergenza di posizioni con i Comunisti del tempo e, in particolare, con Fausto Gullo, padre della riforma agraria. Ha citato l’intensa stagione del Dossettismo in Calabria e soprattutto a Cosenza , dove gruppi di Cattolici progressisti, nel partito della Democrazia Cristiana,  portavano avanti le tesi di apertura alle forze rimaste  per troppo tempo escluse dalla gestione del potere in mano solo ai ceti più conservatori. (ms)

COSENZA – Il 14 dicembre si presentano il Parco Filosofico e il Quaderno “Uomo, Natura, Tecnica”

Il 14 dicembre, nel Salone di Rappresentanza di Confindustria Cosenza, è in programma la presentazione del Parco Filosofico e del Quaderno dal titolo Uomo, Natura, Tecnica.

Con il Quaderno n.4 dell’Associazione Italiana Parchi Culturali di Cosenza nasce il Parco Filosofico intitolato ad Alcmeone di Crotone. Con esso gli interessi dell’AiParc cosentina si aprono ai problemi più impellenti dell’uomo contemporaneo, che vanno dai cambiamenti ambientali e climatici ai problemi posti dall’imponente sviluppo delle tecniche informatiche e mediali, ai temi della salvaguardia del pianeta. Tutto questo attraverso la ripresa e il rilancio dell’idea greca di Natura intesa come physis, ossia come principio generatore e rigeneratore del vivente, oltre che del mondo.

In tal senso la figura di Alcmeone, cui il Parco è intitolato, è parsa estremamente rappresentativa in quanto egli fu il primo filosofo-medico e scienziato naturalista greco (anzi, magnogreco) a scrivere un’opera intitolata Sulla natura dai cui frammenti si evince il convincimento che l’uomo, gli animali, le piante, i mari, il cielo, ecc., sono una Totalità ordinata (la Natura, appunto) fuori dalla quale nessun componente può vivere o sopravvivere.  

Alla realizzazione del Quaderno hanno contribuito competenze varie che hanno trattato le problematiche da diversi punti di vista – filosofico, letterario, ingegneristico, architettonico, storico – ma in un’ottica olistica, com’è giusto che sia per una tematica così complessa.

L’evento sarà, dunque, l’occasione per avviare un confronto sul tema, ossia quello della salvaguardia del Pianeta Terra. (rcs)

RENDE – Consegnato il Premio AiParC Cosenza 2022

È stato consegnato, nei giorni scorsi, nella Sala Tokyo del Museo del Presente di Rende, il Premio AiParC Cosenza, per la migliore recensione del libro Le donne nella storia della Calabria, scritto e curato da Tania Frisone, Nella Matta e Marilù Sprovieri, e organizzato dall’ Associazione AIParC Cosenza con il patrocinio del Comune di Rende.

L’evento è stato l’atto conclusivo del Concorso indetto da AIParC Cosenza, rivolto agli alunni delle scuole superiori della Calabria, con lo scopo di avvicinare i giovani alla lettura e alla scrittura e di approfondire la storia della Calabria attraverso figure di donne, che hanno contribuito al suo sviluppo e alla sua formazione.

Il primo premio è stato assegnato ex aequo alle due studentesse classificate al primo posto a pari merito: Elisabetta Rita Papa, del Liceo Scientifico IIS “Enzo Ferrari” di Chiaravalle Centrale (CZ), per la sezione ”Giustizia sociale e politica”, dedicata a Giustina Gencarelli e Teresa Petrolo, del Liceo Classico “Michele Morelli” di Vibo Valentia, per la sezione “Solidarietà e Diritti”, dedicata ad Ada Furgiuele,  Seguono altri tre premiati  con un soggiorno per due persone in strutture ricettive in località della Calabria, e poi altri premiati con litografie di artisti calabresi.

Al tavolo dei lavori, il sindaco del Comune di Rende, Marcello Manna , la Presidente AIParC Cosenza Tania Frisone, il Provveditore agli studi di Cosenza, Loredana Giannicola, la Presidente del Premio Anna De Vincenti, la Segretaria Anna Maria Ventura.

Ha coordinato i lavori la giornalista Simona De Maria.

Dopo i saluti del Sindaco e della Presidente Tania Frisone, ha preso la parola il Provveditore Giannicola, che ha espresso il suo compiacimento per questa esperienza, i cui protagonisti sono stati gli studenti delle scuole di Calabria. Deve servire da stimolo per apprezzare l’elaborato delle menti e dei cuori che produce bellezza. Un sentito ringraziamento a chi ha creato e fatto crescere l’iniziativa, alla commissione, a tutti i ragazzi che si sono messi in gioco partecipando. Il momento di oggi rappresenta una gratificazione non solo per i premiati, ma per tutti coloro che operano per il bene della scuola. Questo il senso delle sue parole. 

La presidente del premio Anna De Vincenti nel suo intervento brillante e circostanziato ha evidenziato gli aspetti più importanti della prova oggetto del concorso, la recensione del  libro AIParC  Le donne nella storia della Calabria Una sfida non facile. «Perché non si trattava di fare una recensione ad un romanzo o ad un saggio o ad un racconto – ha detto la Presidente – scritto comunque da una stessa mano, con lo stesso registro linguistico e con una sua unitarietà interna. Il libro che bisognava recensire è scritto a tantissime mani, mani di studenti e studentesse, di intellettuali, di ricercatori e ricercatrici, di docenti, mani di donne e di uomini, e perciò, con registri linguistici e stili di scrittura diversi tra loro. Bisognava cercarla l’unitarietà del libro e chi si è cimentato nell’impresa è riuscito in pieno, dando conferma di ciò che già pensavamo: se si hanno intenti comuni e comunanza di idee, se c’è il rispetto delle diverse sensibilità culturali, umane e di genere, allora si può lavorare insieme, valorizzando tutti e tutte e trovando la sintesi oltre le differenze. Gli antichi la chiamavano philia».

AIParC ha pensato bene di far viaggiare il libro nelle scuole e questo è il motivo di fondo del concorso, di farlo arrivare tra le mani di giovani uomini e giovani donne che sono già il futuro, il nostro futuro. Hans Jonas dice che il pianeta terra non è nostro, noi lo abbiamo avuto in prestito dalle generazioni future. Soddisfacenti i risultati, frutto della serietà e della competenza con cui le recensioni sono state scritte. Tant’è che la commissione ha inteso allargare la platea dei riconoscimenti proprio per sottolineare l’impegno e la bravura di tutti e tutte.

La Presidente ha così concluso: «L’educazione alla cultura della parità, che si realizza attraverso la conoscenza e la riflessione, è di vitale importanza non solo come argine alla violenza sulle donne ma anche perché la cultura della parità porta alla comprensione profonda del fatto che la vera uguaglianza passa attraverso l’accettazione di tutte le diversità. La scommessa, rispetto alle giovani generazioni, è lo sviluppo della consapevolezza che siamo uguali nella diversità e che mai come oggi ci troviamo di fronte a un bivio: o stabiliamo, attraverso il dialogo e la continua interazione, un equilibrio tra tutte le differenze che popolano il pianeta, o accettiamo di acuire sempre di più le lacerazioni che già ci dividono, con il pericolo di vivere in una continua guerra, in una continua minaccia di distruzione e di annientamento, proprio come, ahinoi, sembra stia accadendo oggi sotto i nostri occhi». 

Ha preso poi la parola Anna Maria Ventura, Segretaria del premio, rivolgendo un saluto speciale agli studenti, i veri protagonisti della giornata. «Sono venuti ad onorare questa cerimonia, da località vicine e lontane –  ha detto – e allietano con la loro presenza l’ evento. Si è un evento questo concorso, perché a partecipare sono i ragazzi delle scuole, con il loro entusiasmo, la loro voglia di futuro, un futuro che sappia di pace, di giustizia sociale, di lavoro, ma anche di arte, cultura e bellezza. Sta a noi sapergliela trasmettere questa possibilità di futuro, che si basa soprattutto sulla libertà di poter esprimere le proprie idee e sulla consapevolezza che solo la cultura rende liberi. E la cultura si acquista con l’esercizio continuo della lettura e della scrittura. E incentivare la lettura e la scrittura nei giovani studenti delle nostre scuole è stata la finalità del concorso».

Poi Anna Maria Ventura è entrata nel merito, col dire che la prova è consistita nella scrittura di una recensione del bel libro AIParC “Le donne nella storia della Calabria” scritto a più mani e curato da Tania Frisone, Nella Matta e Marilù Sprovieri, per la Jonia Editrice. Il libro ha il merito di far emergere alla luce della storia figure di donne calabresi note e meno note, ma anche quello di descrivere i contesti storici in cui queste sono vissute, in tal modo viene ricostruita gran parte della storia stessa della Calabria dai tempi antichi a quelli più recenti.

I risultati, dice sempre la Ventura sono da ritenersi più che soddisfacenti. Hanno aderito al concorso scuole di tutte e cinque le province calabresi. I lavori pervenuti sono stati veramente tanti. La commissione, costituita di persone di elevata cultura e professionalità ha operato in perfetta sintonia pervenendo a risultati pienamente condivisi. Hanno formato la commissione: La Presidente AIParC  Prof.ssa Tania Frisone e l’Editore  Prof. Giuseppe Trebisacce membri onorari. La Prof.ssa Anna De Vincenti, Presidente del Premio, Le Prof.sse Marilù Sprovieri, Marilena Feraco, Aurelia Nociti, Rosalba Ramundo in qualità di componenti , la Prof.ssa Anna Maria Ventura in qualità di segretaria. 

Le biografie lucidamente analizzate dagli studenti hanno focalizzato in loro la possibilità e la necessità di speranza, di armonia, di giustizia, di elevazione, il bisogno di credere in se stessi e negli altri, in un destino che vada oltre la contingenza, che si coglie, ancora più drammatica nell’animo travagliato dell’uomo di oggi, soffocato dal dolore, dalla violenza inaudita della guerra, come condizione storica contingente, ma anche come problema universale del destino dell’uomo stesso.

L’approccio al libro, capolavoro di AIParC, è stato da tutti i giovani interpretato come auspicio di elevazione e progresso. Nella maggior parte dei lavori si sono trovati pensieri e riflessioni, che invitano a dare un seguito a questa bellissima iniziativa, pensando già alle prossime edizioni del concorso. L’auspicio per i giovani partecipanti, ma per tutti i giovani, è che riescano a scorgere e a non perdere mai di vista “le ali della Speranza” per salire, credere in se stessi e negli altri, vedere nella vita e sopra di essa un’armonia, una giustizia, insomma sentire in loro stessi un destino unico, irrinunciabile e irripetibile, come irripetibile è ogni esistenza umana.

È stata una mattinata lieve per la presenza di tanti giovani e densa allo stesso tempo di emozioni, pensieri, conoscenza e belle pagine di scrittura, che hanno arricchito umanamente e culturalmente. (rcs)

COSENZA – Successo per la presentazione del libro “In cammino verso i diritti”

Nella suggestiva cornice della Sala degli Specchi del Palazzo della Provincia di Cosenza, il 22 marzo 2022 è stato presentato il libro In cammino verso i diritti – Le madri Costituenti, scritto da Nella Matta, per l’Associazione Italiana Parchi Culturali – Cosenza, edito da Jonia Editrice.

L’evento è stato organizzato da AIParC Cosenza, in collaborazione con altre prestigiose associazioni culturali del territorio, quali Fidapa nelle sezioni di Cosenza e Rende, Inner Wheel Cosenza, Soroptimist Cosenza, Aici, Dante Alighieri Comitato di Cosenza, Cif, Associazione Mogli Medici, Confluenze, Associazione Italiana Donne Medico, Unicef.

L’incontro Si è svolto sotto il patrocinio della Provincia di Cosenza.  Alla neo presidente Rosaria Succurro, assente per motivi istituzionali, sono andati gli auguri e i saluti della Presidente di AIParC Tania Frisone e dei relatori tutti. In particolare, il professore Giuseppe Trebisacce, dopo i saluti di rito, alla Presidente della Provincia, ha chiesto di rivolgere la sua attenzione all’annoso problema della Biblioteca Civica di Cosenza, sollecitandone la riapertura al pubblico. Ci auguriamo che accolga questo appello.

Apprezzata la partecipazione del coro Voci di donne Arbereshe Vuxhe Grash di Lungro, diretto da Anna Stratigò. Coinvolgenti sono stati i tre momenti musicali delle donne, vestite nei loro tipici costumi. Hanno cantato “Addio mia bella addio”, Bella ciao e La vita è bella. La commozione ha preso tutti gli intervenuti. Il pensiero è andato all’odierna guerra in Ucraina, al massacro del popolo e al suo grido di libertà.

Paride Leporace, con professionalità ed esperienza maturata nel giornalismo documentato e di inchiesta, con la sua dialettica vivace è stato il coordinatore dell’incontro. E lo ha fatto con entusiasmo e partecipazione, per la profonda stima, i contatti frequenti, gli scambi e le condivisioni di idee, che lo legano all’autrice Nella Matta. In un suo intervento mette in rilievo il lavoro di scavo e di ricerca fatto dall’ autrice nel tracciare le biografie delle Costituenti, per trarne un ritratto completo dalle mille sfaccettature psicologiche.

Esaustivi, calibrati, di alto livello, gli interventi dei relatori. La Presidente AIParC Cosenza Tania Frisone, che guida l’Associazione con competenza e maestria, ha illustrato, con una punta di commozione, la fatica letteraria di Nella Matta, socia prestigiosa, con la quale porta avanti progetti legati alla storia femminile in Calabria e alle lotte delle donne calabresi per l’emancipazione e la parità di genere nel campo della politica, del lavoro e della crescita culturale e sociale.

 La Presidente Inner Wheel Cosenza, Marzia Nigro, in rappresentanza di tutte le Associazioni coinvolte, ha fatto un bel discorso sulle tematiche suggerite dal libro. Si è soffermata sulle ventuno Donne Costituenti e sul ruolo importante di due Donne Calabresi, candidate alla Costituente, che, pur se non elette , hanno avuto un ruolo di primo piano nella lotta per la parità di genere, specialmente nella nostra regione: Giustina Gencarelli e Maria Mariotti. Un concetto approfondito da Marzia Nigro è stato quello della maternalità, cioè l’innata capacità femminile di prendersi cura degli altri. Un’energia che appartiene al mondo femminile, che consente alle donne di elaborare e soddisfare i desideri e i sogni altrui.

Ha preso poi la parola il professore Giuseppe Trebisacce, direttore di Jonia Editrice, che ha pubblicato il libro. L’editore mette in evidenza la capacità dell’autrice di ricostruire con acume e competenza le rivendicazioni femminili dall’età moderna ai giorni nostri. Queste trovano nel testo costituzionale un importante punto di svolta, grazie anche al contributo delle 21 Donne elette all’Assemblea Costituente.

Le vicende di vita di queste Donne trovano posto nel libro insieme al contributo da loro dato alla politica e alla società. Il volume, continua Trebisacce, si inserisce a pieno titolo nella letteratura sulla parità di genere e colma un vuoto in Calabria. L’Editore si augura che il volume venga accolto nelle scuole e aiuti i giovani a crescere sul piano della conoscenza storica e della cittadinanza attiva. 

Segue l’intervento della professoressa Brunella Serpe, docente presso l’Università della Calabria di Storia della Scuola e delle Istituzioni Educative. Nella sua attività di ricerca, la professoressa Serpe si concentra sulla storia educativa e scolastica del Mezzogiorno, con particolare riguardo alla Calabria; una scelta che ha una duplice chiave interpretativa, di attenzione al passato e di sensibilità verso le problematiche del presente che hanno forti ricadute sulla società, sulla scuola e sull’educazione. Proprio la natura dei suoi studi l’ha portata ad amare questo libro di Nella Matta e a trasmettere, nella sua presentazione al pubblico, la sua bellezza, ma anche il suo grande valore.

È una lectio magistralis l’intervento della professoressa Serpe, per ricchezza di documentazione e chiarezza espositiva. Con un tono di voce modulato dalle emozioni che la materia trattata nel libro ha suscitato in lei, come donna e come cittadina, ha coinvolto gli ascoltatori in un racconto storico delle lotte delle donne per i diritti, avvincente come un romanzo, ma puntuale e suffragato da documenti e ricerca storica, che mettono in luce avvenimenti e figure di donne, dalla grande personalità e dal forte agire, che la storia ufficiale ha trascurato. 

Nel suo dire ha percorso l’evoluzione storica dell’emancipazione femminile attraverso le lotte avvenute fra ‘800 e ‘900 e le conquiste ottenute a partire dal diritto al voto del 1946. Ricorda anche le leggi che, in applicazione del dettame costituzionale, hanno dato alle donne la “quasi” completa parità. La sua disamina ha riguardato il ruolo delle donne durante la grande guerra, il fascismo, la seconda guerra mondiale, il dopoguerra fino ai nostri giorni. Si è soffermata sulle Madri Costituenti, che hanno partecipato alla Resistenza, subendo il più delle volte il confino ed il carcere.

Il secondo dopoguerra sancisce il ruolo delle donne nella ricostruzione dell’Italia, con una più larga partecipazione alla vita politica. Il libro di Nella Matta, conclude la Professoressa Serpe, ci fa cogliere il senso della vita delle nostre Costituenti, una vita di studio, di sacrifici, di lavoro, di idee, che consente a noi, donne di oggi,  di vivere in un mondo più libero e paritario.

Le conclusioni dell’evento sono state affidate a Vincenzina Perciavalle, già Consigliera di parità. Anch’ella ha preso parte alla stesura del libro, in quanto autrice dell’Introduzione e dell’Appendice.

La Perciavalle, con toni molto partecipati, evidenzia la grande capacità e costanza di Nella Matta nel raccogliere una grande mole di documenti storici e testimonianze e, poi, la grande capacità di scegliere i testi giusti e racchiudere in un’opera saggistica un lungo, tormentato e significativo periodo della nostra storia, che ha segnato la conquista dei diritti umani, uguali per uomini e donne.

«Io – conclude Vincenzina Perciavalle – ammetto la diversità  fra l’uomo e la donna, ma credo fortemente nella parità delle nostre aspirazioni ad un mondo giusto, inclusivo e, soprattutto libero».

Sì, di libertà e non di guerra ha bisogno il mondo, affermiamo noi, raccogliendo il messaggio di questo stupendo libro di Nella Matta “In cammino verso i Diritti”. Il diritto alla libertà, alla democrazia, alla pace. (Anna Maria Ventura)

COSENZA – Una panchina gialla per “I Diritti delle Donne”

L’Associazione Italiana Parchi Culturali Cosenza, il Soroptimist Cosenza e il Polo Tecnico Scientifico “Brutium” Cosenza hanno tenuto un incontro/dibattito, il 5 marzo 2022, nell’aula magna “A. Di Iuri”, nel plesso “Pezzullo” del polo scolastico “Brutium”, sul libro Le donne nella storia della Calabria, curato da Nella Matta, Tania Frisone e Marilù Sprovieri, edito da Jonia Editrice per AIParC. 

Argomento del dibattito le donne di Calabria che hanno lottato per l’emancipazione e l’affermazione dei diritti. Le donne  di cui si è parlato sono state: Giuseppina Amarelli, Rita Pisano, Bice Le Pera Campolongo, Maria Elia De Seta Pignatelli, Caterina Vaccaro.

Un dibattito ricco di momenti e spazi di confronto, approfondimento culturale e riflessione sul tema dei diritti e sul percorso compiuto dalle donne negli ultimi anni, non solo a livello locale e nazionale ma allargando l’orizzonte anche sul fronte internazionale, con un occhio particolare rivolto, dolorosamente, al conflitto tra Russia e Ucraina che sta scuotendo l’Europa.

Si è affermato da più parti che occorre andare oltre e impegnarci, tutti, sulle tematiche legate ai diritti della donna non solo in concomitanza dell’8 Marzo ma ogni giorno. Stiamo lentamente e faticosamente uscendo dal periodo di crisi scatenata dai due anni di pandemia in cui le donne hanno pagato un prezzo enorme, sia sul piano lavorativo che su quello personale, con un aumento notevole dei casi di violenza domestica che si è registrata proprio in questo periodo, anche nel nostro territorio.

Sia l’AIParC  che il Soroptimist e il Polo scolastico Brutium  ormai da anni sono impegnati e si battono su questo fronte, avvertendo fortemente l’esigenza di promuovere costantemente cultura, conoscenza e informazione sui terreni dei diritti e della parità di genere.

Un cammino che deve nutrirsi necessariamente di arte, storia e letteratura, nel quadro di un percorso che intende anche sottolineare, tra le altre cose, il ruolo fondamentale che le donne da sempre svolgono in Calabria non solo a livello sociale ma anche per l’economia del territorio.

Dal dibattito, al quale hanno preso parte anche gli alunni, è emersa la proposta di sensibilizzare, attraverso lettere, le amministrazioni dei Comuni dove sono nate o hanno operato le donne alle quali la manifestazione è stata dedicata, affinché collochino una panchina gialla in uno spazio comunale, o semplicemente colorino di giallo una già esistente e la intitolino alla figura femminile di rilievo per quel territorio, esempio di vita per tutta la comunità. Le lettere sono state già inviate ai vari sindaci.

La panchina è un luogo di sosta e di riflessione, un’utopia realizzata.  Luogo simbolo di relazioni e scambi di pensieri. Il giallo è il colore dei diritti umani. La panchina gialla vuole essere un monito contro tutte le violenze di genere e non solo, a favore di una cultura di parità a tutela dei Diritti dei più indifesi, dei profughi da paesi in guerra e di tutti quelli che vengono privati dei diritti umani fondamentali: il diritto alla vita e alla libertà. Ci si chiede che differenza possa fare una panchina a memoria di una persona. Rimarrebbe una panchina colorata con una targa appesa, se non fossimo noi a riempirla di significato, a dare un senso a questo simbolo. Lo sbaglio più grande è quello di pensare che il cambiamento non possa avvenire dal più piccolo gesto. 

È con i piccoli gesti che si può iniziare a formare le coscienze, specialmente dei giovani.
Allora, questa panchina dovrà essere il pretesto per diffondere la cultura dei diritti delle donne. Ma anche di quanti, singoli e popoli, hanno lottato e lottano per la libertà, e la democrazia. Una panchina con il nome di una donna di Calabria, che ha operato per l’affermazione dei diritti, in questo particolare e drammatico momento storico, di una guerra atroce e disumana, può infondere coraggio e speranza a tutte le donne oggetto di discriminazione e violenza, ma soprattutto alle profughe Ucraine affinché, possano farcela a riprendere in mano la loro vita e il loro destino. Anna Maria Ventura)

CASA LI DEL MANCO (CS) – L’iniziativa di AiParC raccoglie i primi successi

L’iniziativa Non mimose per l’8 Marzo ma strade alle donne di Calabria, promossa dall’Associazione Italiana Parchi Culturali di Cosenza raccoglie i primi successi.

 Il 2 Marzo una delegazione dellAssociazione formata dalla Presidente Tania Frisone, Nella Matta, Anna De Vincenti, Anna Maria Ventura, Romeo Bufalo e Massimo Veltri è stata ricevuta dal Sindaco di Casali del Manco, Stanislao Martire. 

Persona sensibile e attenta alle esigenze del territorio, aperta alle istanze culturali, consapevole che bisogna partire dalla cultura per far crescere un territorio, Stanislao Martire, in sintonia con lo spirito di AIParC, ha accolto la richiesta di intitolare strade, piazze, luoghi significativi a donne della Calabria per rimediare alla disparità di genere nella toponomastica. 

La Presidente ha omaggiato il sindaco con il libro AIParC Le donne nella storia della Calabria a cura di Tania Frisone, Nella Matta e Marilù Sprovieri, pubblicato dalla Casa Editrice Jonia, dove sono consegnate alla storia donne calabresi note e meno note, eroine nella lotta per l’emancipazione e la conquista dei diritti e la parità di genere, dal quale trarre ispirazione per la scelta delle donne cui intitolare strade e luoghi significativi.

Il sindaco si è poi detto disponibile ad altre iniziative che abbiano ricadute concrete sul territorio, soprattutto sui giovani. Insomma è nata una bella collaborazione, che certamente produrrà risultati tangibili.

Bella ed emozionante è stata nella stessa giornata la visita alla Biblioteca e alla Casa Museo Fausto Gullo, che hanno sede nella casa di famiglia di Fausto Gullo, in località Macchia di Casali del Manco, borgo medievale dalla bellezza antica e suggestiva. 

La biblioteca Gullo è un luogo magico, dove il tempo sembra essersi fermato, dove la storia si respira e si manifesta nel suo svolgersi. Preziosi i libri, i documenti, i manoscritti, le foto d’epoca. Suggestiva la casa, diventata museo, che si conserva intatta nella sua bellezza e nella quotidianità di vita vissuta, fino a non molti anni fa. 

La Biblioteca è privata ad accesso pubblico, fornisce servizi di consultazione, prestito a persone e prestito interbibliotecario. È costituita dal nucleo originario di libri risalenti ad Alfonso Gullo, (1812-1884), e ai suoi figli Luigi, (1844-1890) ed Eugenio (1854-1923) e dalla più consistente sezione della Biblioteca e dell’archivio, con libri raccolti da Fausto Gullo (1887-1973) e dal figlio Luigi (1917-1998), avvocati entrambi e uomini politici.

Questa Biblioteca costituita da circa 15.000 volumi è organizzata come segue:

  1. a) fondo antico;
  2. b) fondo moderno costituito da una sezione politica, da una sezione giuridica e da una sezione umanistica:
  3. c) periodici e riviste;
  4. d) sezione archivio.

La Biblioteca aderisce al Servizio Bibliotecario Nazionale. 

Nella Matta annunciando l”uscita del suo libro In cammino verso i diritti – Le madri costituenti, Casa Editrice Jonia, ha dichiarato: «L’uscita del mio libro lo stesso giorno della visita alla Casa Museo Biblioteca Gullo è coincidenza guidata dal caso. Visitare la Biblioteca suscita emozioni indicibili. Fausto Gullo ha portato la Calabria in Italia». 

«Da lui l’idea dell`Assemblea Costituente. Leggere dal vivo i suoi scritti, vedere le sue foto mentre parla in una seduta dei Ministri del primo governo Badoglio ci riempie di emozione ma anche di orgoglio.  Ringraziamo Peppino Curcio, storico appassionato per averci fatto assaporare tanti momenti di storia calabrese che sono un tutt’uno con la storia nazionale. Ritorneremo a casa Gullo per continuare il viaggio nella storia», ha concluso.

Continueremo la nostra campagna sulla toponomastica al femminile. (Anna Maria Ventura)

COSENZA – Il Calendario di AiParC Cosenza dedicato ai musicisti calabresi

L’Associazione Italiana Parchi Culturali di Cosenza continua la tradizione dei Calendari creati dalla Professoressa Nella Matta. I Calendari della Professoressa Matta rispondono ai motivi ispiratori del “Parco Storico Giuseppina Le Maire”, una donna che alla Calabria ha dedicato tutta la sua vita. 

Nei calendari degli anni precedenti è stata posta l’attenzione su personaggi del passato, che hanno lasciato un segno in Calabria e nell’Italia intera. Il filo conduttore in tutti è stato il tema della solidarietà, intesa in senso religioso, sociale, civile e politico. 

La prima edizione del 2014, dedicata a Giuseppina Le Maire, cui è intitolato il Parco Storico, ha voluto ricordare anche l’opera di tanti volontari e filantropi, che dopo il violento terremoto del 1908, hanno portato in Calabria solidarietà e aiuti concreti alla popolazione. Alcuni di loro si fermarono per qualche anno. Altri tutta la vita, migliorando le condizioni di vita di quanti vivevano nell’arretratezza economica e culturale.

L’intervento dei meridionalisti fu un fatto unico e irripetibile. Dimostrò concretamente che si era realizzata quell’unificazione e quel sentimento nazionale, sognato da tanti patrioti ed eroi risorgimentali. 

Il calendario del 2016 porta il titolo Il lungo percorso dell’emancipazione femminile. Ha raccontato la storia di tante donne laiche, religiose ed impegnate in politica. Donne visionarie, hanno inseguito la visione di una società più giusta e più eguale. Antesignane di tanti movimenti, hanno rappresentato il punto di partenza dell’emancipazione femminile in Calabria. 

Il calendario del 2017 ha il titolo La Calabria verso la democrazia. In occasione del settantesimo anno della Costituzione, sono stati ricordati i Padri Costituenti calabresi, che hanno dato un contributo di pensiero e di opere alla stesura della Costituzione.

Il calendario del 2019, dal titolo Chiesa e Società in Calabria è stato dedicato ai tanti sacerdoti santi e illuminati, che con una paziente opera di educazione e acculturamento hanno migliorato le condizioni di una popolazione che viveva nell’ignoranza e nella miseria.

Il calendario del 2020 intitolato La Calabria e il regionalismo di Antonio Guarasci, in occasione del cinquantesimo anno dall’istituzione delle Regioni, è stato dedicato ad Antonio Guarasci, il primo Presidente di una giunta di centrosinistra in Italia. La sua visione di un governo aperto alla collaborazione fra schieramenti diversi, aveva portato la nostra regione all’attenzione nazionale, aprendo prospettive di sviluppo. Purtroppo la sua morte prematura troncò il sogno di tanti Calabresi.

 Il Calendario 2022 è intitolato Musica e solidarietà in Calabria. Vuole seguire il filone della solidarietà. Tematica che ha ispirato il primo calendario dedicato a Giuseppina Le Maire, passando in rassegna musicisti calabresi ugualmente affascinanti per il loro valore artistico e musicale.

L’intento è quello di presentare, come su un “Palcoscenico”, grandi artisti, che hanno dato onore alla Calabria con la loro musica, allietando i teatri di tante città italiane ed europee. Ricordarli in un calendario significa ravvivare il loro ricordo e tributare loro ancora un applauso.

 La corrispondenza fra i mesi dell’anno e i musicisti è stata operata nel Calendario dalla Professoressa Nella Matta in modo mirabile e mirato. Il calendario è un’opera d’arte di Nella.  Come tale va svelata e scoperta col tocco delle mani, con gli occhi, con la mente e con l’anima di chi avrà il privilegio di poterne usufruire.

È bello considerare questi musicisti figli di Calabria ed espressione del suo spirito musicale e poetico. Tutti hanno potuto attingere dalla linfa profonda e ricca di arte e cultura di questa terra, producendo risultati elevati pur nella loro diversità, come è giusto che sia, quando si tratta di arte. Ancor di più la produzione musicale è espressione individuale della sensibilità e dell’interiorità di un artista. 

Tanti i protagonisti del Calendario.

Alfonso Rendano fu uno dei pianisti e compositori più innovativi di fine ‘800 e inizi ‘900. Dopo un’infanzia da bambino prodigio a Carolei, un piccolo paese alle porte di Cosenza, seguì gli studi presso il prestigioso conservatorio di Napoli. Vennero gli anni parigini e la sua carriera di famoso concertista. Svolse poi la sua attività come Maestro di musica a Roma e infine fece ritorno in terra natia, a Cosenza. 

Ruggero Leoncavallo, nacque nel1857 a Napoli. A Montalto Uffugo in Provincia di Cosenza, Ruggero trascorse gli anni della sua spensierata fanciullezza, ricca di giochi e di esperienze che avrebbero caratterizzato il suo carattere da adulto, Proprio a Montalto iniziò ad avvicinarsi allo studio della musica grazie alle lezioni del maestro Sebastiano Ricci su una spinetta, attualmente conservata presso l’Istituto degli Ardorini.

Leoncavallo restò legato per tutta la vita a Montalto Uffugo. Proprio qui, insieme alle belle esperienze, il piccolo Ruggero ne visse anche una drammatica, quando la sera del 4 marzo 1865 assistette all’omicidio del suo accompagnatore e domestico di casa, il giovane Gaetano Scavello, che fu ferito a morte all’uscita del convento domenicano dove si erano recati per assistere ad una rappresentazione teatrale. Questo episodio sconvolse la vita del paese e anche quella di Ruggero, che 27 anni dopo, riuscì a trasformarlo nell’opera lirica “Pagliacci”, considerata una delle opere più belle e più rappresentate al mondo.

Nicola Manfroce, giovane compositore di Palmi, scomparve prematuramente nel 1813, all’età di ventidue anni, davvero pochi per lasciare un segno. Ma a lui sono stati sufficienti per essere ricordato come “Il rivale mancato di Gioacchino Rossini”.

Alessandro Longo, nato ad Amantea nel 1864, fu compositore, pianista, musicologo. Tra le sue composizioni, si ricordano 300 musiche per pianoforte e numerose composizioni di musica da camera.

Francesco Cilea, nato a Palmi nel 1866, fu musicista colto e raffinato, riuscì a fondere l’esperienza del verismo musicale italiano con la tradizione operistica francese, caratterizzandosi per la ricca vena melodica, la finezza di orchestrazione e il colorismo orchestrale. Le sue opere pur ricollegandosi alla scuola verista, se ne distinguono per una più raccolta liricità e per le sfumature elegiache e sentimentali. Cilea si esprime al meglio nei momenti di struggente e dolce malinconia, immersi in un’atmosfera di meditazione e rimpianto.

Maurizio Quintieri, pianista e compositore nacque a Paterno Calabro, piccolo paese nella provincia di Cosenza nel 1884.  Compositore ricco e poliedrico, mostrò interesse maggiore per il teatro. Compose, infatti, quattro opere liriche alle quali dedicò il maggior tempo e le migliori energie di tutta la sua vita.

Orfeo Stillo, nato a Paola nel 1956, scomparve  prematuramente, a soli 24 anni, lasciando tuttavia una traccia indelebile nel panorama musicale calabrese: a soli 19 anni si diplomò in Pianoforte con il massimo dei voti e già l’anno successivo divenne docente di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica di Cosenza; vincitore di numerosi Concorsi pianistici nazionali ed internazionali aveva in pochissimo tempo intrapreso una brillante carriera concertistica che lo aveva portato ad esibirsi in numerose città italiane ottenendo ovunque consensi di critica e di pubblico.

 Stanislao Giacomantonio, grande compositore, nacque a Cosenza nel 1879. La sua prima opera “Fiore d’oblio “fu  rappresentata al Conservatorio napoletano. Dell’autore cosentino sono da ricordare inoltre “La Venere di Scauro” e “La leggenda del ponte”. Compose musica da camera, musica vocale e strumentale, di cui buona parte è andata perduta a seguito degli ultimi eventi bellici.

Giuseppe Giacomantonio, figlio di Stanislao nacque a Cosenza nel 1905. La sua produzione musicale fu estesa e varia: comprendeva musica sacra e profana, strumentale, vocale e teatrale. Inoltre s’impegnò nella rielaborazione di opere antiche e nella raccolta e nello studio della musica popolare calabrese. Fondò a Cosenza il Liceo musicale e, da questo, nel 1970 il Conservatorio di musica, di cui fu primo Direttore, intitolato al padre Stanislao. 

Fra gli artisti, illuminato da un riflettore speciale, occupa un posto di rilievo Silvio Lopiano, straordinario musicista e filantropo. Figlio di Cetraresi, emigrati in Argentina, fu artista dalle grandi doti musicali che gli permisero di fare fortuna in Sud America. Ma l’amore per la sua terra d’origine lo prese così forte che venne a Cetraro, dove trascorse l’ultima parte della sua vita.  Animato dal desiderio di mettere i suoi beni al servizio della città decise di donare ai suoi concittadini la sua residenza con un magnifico giardino, situata poco fuori il centro storico, perché vi sorgesse un Istituto di Istruzione che permettesse a tanti giovani di accedere alla cultura, soprattutto a quelli che non avevano le possibilità economiche.

Sorse così il Liceo Classico Silvio Lopiano, alla fine degli anni quaranta, allora con annesso convitto, Un atto non comune e di grande magnanimità che aprì le porte della cultura non solo ai giovani cetraresi, ma anche a quelli provenienti da tutta la fascia tirrenica. Un grande musicista Silvio Lopiano, ma anche un mecenate, amante della cultura, consapevole di quanto questa fosse indispensabile alla formazione ed elevazione del popolo da ignoranza e miseria e della importanza della scuola quale luogo di acculturazione e conquista di libertà. 

Il Liceo Classico di Cetraro, ormai statale, per onorarne la memoria, ne conserva il nome. (Anna Maria Ventura)