COVID-19: SENZA INFORMAZIONE ADEGUATA
I SOCIAL SEMINANO SOLO PAURA E ALLARME

di FRANCESCO RAO –  Le criticità sanitarie della Calabria dovrebbero richiamare la nostra attenzione ad un rapido cambio di passo rispetto al passato. I tempi cambiano. Cambiano le sfide quotidiane. Cambiano anche le risposte e le reazioni sociali.

Al cospetto dei dati rilevati quotidianamente e diffusi dalle agenzie d’informazione, paragonabili ad un vero e proprio bollettino di guerra, si assiste ad un crescente pretesto utile soltanto per dare fuoco alla città, incrementando confusione e destabilizzazione sociale, senza considerare gli strumenti che la scienza ha messo a disposizione in pochissimo tempo per superare in modo concreto il problema. In Calabria, oltre alla questione sanitaria, vi è anche un deficit culturale, animato dal 15,2% di analfabetismo funzionale per il sesso femminile e il 10,9 % per quello maschile.

Tale dato, oggi più che mai, non va nuovamente messo sotto il tappeto. In pratica, 243.466 persone, pur avendo le capacità di leggere e scrivere, sono prive di molte competenze nella vita quotidiana e con molta probabilità, a mio parere, anche in questo segmento sociale è rilevabile una certa resistenza alla vaccinazione. Non va poi trascurato il potenziale moltiplicatore esercitabile da quest’ultimi su altre persone.

A questi Cittadini – rivolgendomi al Presidente Roberto Occhiuto – bisogna tendere la mano, applicando una comunicazione sanitaria di prossimità mirata, praticabile soltanto dai Medici di famiglia e dai farmacisti i quali, continuano ad essere il riferimento fiduciale per le cure mediche dei Calabresi. Partendo dal basso potremo vincere questa spaventosa Guerra chiamata pandemia. Vi sono ormai conclamate evidenze comunicative in merito, la crescente preoccupazione è rilevabile soprattutto dalle numerosissime discussioni (chiamiamole così per garbo nei confronti dei lettori) avviate suoi social. 

Messe da parte le competenze scientifiche, possedute da pochissimi soggetti impegnati nella ricerca e non propensi a stracciarsi le vesti in pubblica piazza, vi è da affrontare l’emergenza pandemica con una chiave di lettura non riconducibile ad un Referendum. In tal senso, le fazioni politiche (svuotate in grosso modo dalle rispettive ideologie) hanno trovato occasione per riemergere, ottenendo una visibilità e una legittimazione mediatica precedentemente persa grazie a quanti hanno animato le piazze d’Italia ribellandosi alla via vaccinale.

La pervasività della comunicazione ha fatto il resto, rilevando e potenziando “l’effetto” di un malessere che prima di essere sanitario era economico-occupazionale. La forte spinta proveniente dal basso ha spostato l’asse dell’attenzione verso quel “malcontento sociale”, emerso molto velocemente durante il primo lockdown. In tal senso, la politica non può sottrarsi alle proprie responsabilità. L’aver lasciato in balia del dubbio e della paura quanti non comprendevano la pericolosità del virus e la velocità della sua diffusione perché impegnati a inventarsi un modo per sbarcare il lunario a fine mese, rappresenta ancora oggi un effetto dirompente nel percorso intrapreso per contrastare la diffusione della Pandemia.

Quest’ultimo passaggio, a mio avviso, rappresenta il “tallone d’Achille” della questione in quanto: l’informazione sanitaria spetta ai medici e non può essere un ruolo svolto in via esclusivo dalla politica, tranne i casi di politiche sanitarie adottate a seguito del fondante contributo scientifico. 

Nella nostra realtà sembrerebbe che i ruoli siano stati capovolti: i medici sono stati sottoposti a criticità pazzesche per far fronte alle emergenze e quando hanno espresso le loro opinioni pubblicamente hanno ricevuto anche minacce di morte; i politici, non tutti per fortuna, nel loro agire, hanno ben pensato di tramutare il malessere sociale, diffuso a macchia d’olio nel paese, come vessillo di battaglia scegliendo di schierarsi al fianco di quanti non hanno condiviso la linea afferente al percorso vaccinale, senza (voler) considerare la vera entità del problema, ossia l’implementazione di uno scollamento sociale con le istituzioni che dovremmo iniziare a  non sottovalutare perché sotteso alla sicurezza nazionale. (fr)

[Francesco Rao è sociologo e presidente della sezione Calabria dell’Associazione nazionale sociologi]

L’OPINIONE / Pino Parise: Pandemia e ignoranza, connubio pericoloso

di PINO PARISE – Le pestilenze e le epidemie, così come le false notizie, sono sempre esistite. Spargere notizie false e tendenziose e sobillare le folle è stata sempre un’arma micidiale per colpire i propri avversari, soprattutto politici o religiosi. Socrate venne condannato, come empio e corruttore dei giovani, per motivi politici. E per motivi politici e religiosi è stato condannato Cristo dalle autorità del tempo, come bestemmiatore e sobillatore politico. Alla base di tutto vi è la furbizia di pochi e l’ignoranza di tanti, causa di tragedie nel corso dei secoli.

L’ignoranza è rappresentata plasticamente dalla ” caverna” di Platone dove i prigionieri, rivolti verso l’interno e legati da catene, vedono “ombre” di uomini che camminano fuori, riflesse sul muro della caverna. E per loro quelle ombre sono l’unica realtà. Immaginando che qualcuno riesca a slegarsi e uscire fuori, si renderà conto che la vera realtà è un’altra. L’uomo che ha conosciuto il vero, comprende che è suo dovere ridiscendere nella caverna per partecipare agli altri la verità che ha conosciuto, anche a costo di non essere creduto, di essere considerato un folle, un sobillatore che turba la pace. Anche a costo di essere condannato a morte.
Socrate nei suoi insegnamenti aveva detto che per raggiungere la verità immutabile ed universale bisognava elevarsi dal piano della sensibilità, dove si hanno solo opinioni diverse e mutevoli, al piano della ragione ma per fare questo bisogna prendere coscienza di non sapere ovvero redimere i veri ignoranti:coloro che credono di sapere e non sanno.
Elevarsi al piano della ragione non è facile perché significa pensare con la propria testa.

Anche Hegel parla della ” fatica del pensiero”. La folla abdica facilmente al pensiero e si affida a chi le assicura pane e divertimento. “Panem et circenses”, dicevano i Romani. Questo vale per tutti i problemi, particolarmente per le pesti e le epidemie che hanno accompagnato la storia dell’uomo. La folla vuole subito una risposta e un capro espiatorio. Nella epidemia di Atene del 335 a.C. persino uno storico come Tucidide affermò che la colpa era degli Spartani che avevano avvelenato le acque del Pireo. Nella peste nera del 1348 che distrusse più di un terzo della popolazione europea, la popolazione inferocita accusò soprattutto gli ebrei. Chi ha studiato i “Promessi sposi” ricorda che furono ritenuti colpevoli gli “untori”. Nell’ultima pandemia che ci ha colpiti e stiamo vivendo e chissà ancora per quanto tempo, sono tante le ipotesi che sono state fatte, dal contrasto tra le grandi potenze, all’invenzione di una malattia per tenere soggiogate le persone.
Ragionevolezza vorrebbe che ci affidassimo alla scienza, intesa come ricerca razionale che progredisce ed è capace di autocorregersi. La scienza vede nei “vaccini” l’unica arma, oltre alle altre direttive o “restrizioni”, per vincere questa tragica epidemia.

Basterebbe conoscere un po’ la storia per rendersi conto che le grandi malattie che, per secoli, hanno flagellato l’umanità , come la poliomielite, il morbillo, la tubercolosi, il vaiolo, a partire dal 1700, sono state sconfitte con i vaccini. È sufficiente una piccola operazione matematica per rendersi conto di quanto i benefici superino gli eventuali rischi, insiti in tutto ciò che facciamo nella nostra vita.

E allora smettiamola con questi atteggiamenti disfattisti che aumentano il caos nel mondo e diamo speranza affinché la ragione, anche faticosamente, riesca ad emergere e vincere paure, ignoranza, violenza e pregiudizi. La scienza vinca sulla la pandemia, la conoscenza trionfi sull’ignoranza. (pp)

DALL’UNICAL ANTICORPI CONTRO IL COVID
IMPEDISCONO LA REPLICAZIONE DEL VIRUS

Nella lotta contro il Covid, la Calabria, e più specificamente l’Unical, sta ritagliandosi una posizione di grande rilievo nel panorama scientifico internazionale. Inibire significativamente la replicazione del Covid: è questo ciò che fanno gli anticorpi anti Covid progettati e sintetizzati dai ricercatori dell’Università della Calabria e dello spin-off Macrofarm. Una notizia che fa inorgoglire, sopratutto se risultati così importanti provengono da una regione che, attualmente, si trova in difficoltà e, che fin dall’inizio della pandemia, si è rimboccata le maniche e si è messa a disposizione, con impegno e dedizione, della comunità per combattere questa terribile malattia di cui ancora non si riesce a intravvedere un decorso definitivo.

Questi risultati, che appaiono molto promettenti, provengono dai primi test, condotti sul virus isolato da pazienti. Sono stati raggiunti dal gruppo del prof. Serena Delbue e Pasquale Ferrante presso il laboratorio di Virologia Molecolare del Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche ed Odontoiatriche dell’Università degli Studi di Milano Statale. Il team dell’Unical sta avviando ora gli studi di sicurezza per la sperimentazione in vivo, necessari per passare allo sviluppo della terapia.

I ricercatori calabresi hanno svolto anche test in silico – simulazioni al computer – in collaborazione con la dottoressa Roberta Galeazzi, presso il Laboratorio di Modellistica Molecolare del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche. Sulla base dei dati ottenuti dagli studi in silico, sono stati progettati e sintetizzati differenti anticorpi “monoclonal-type” diretti contro diverse porzioni della proteina spike del Coronavirus (le proteine che ‘decorano’ la superficie del virus), uno dei bersagli più interessanti per lo sviluppo non solo di anticorpi ma anche di vaccini e agenti terapeutici e diagnostici.

Il team di ricerca dell'Unical

«Abbiamo progettato e sintetizzato in questi mesi cinque anticorpi “monoclonal-type2”, lavorando a ritmi serrati – ha spiegato Francesco Puoci, professore associato del Dipartimento di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione dell’Unical – La ricerca è ancora lunga e non possiamo ancora dire di aver trovato un trattamento efficace contro il Covid, ma i risultati sono stati finora incoraggianti. Sviluppare una possibile terapia è essenziale, perché il vaccino da solo potrebbe non bastare, almeno in questa prima fase. I nostri anticorpi avrebbero poi un importante vantaggio: proprio perché ‘sintetici’ hanno, rispetto a quelli ‘biologici’, una maggiore stabilità e costi di produzione più contenuti».

«La nostra tecnologia si basa sull’ingegnerizzazione 3D di polimeri a memoria molecolare – ha spiegato ancora il prof. Puoci – che riescono a riconoscere e captare differenti porzioni della proteina spike tra cui il dominio RBD e la subunità S1».

Rbd è la ‘chiave’ con cui il Coronavirus forza l’accesso alle cellule del nostro organismo; S1 è la subunità contenente il dominio Rbd ed è responsabile, quindi, del riconoscimento e del legame al recettore Ace2 presente sulla cellula ospite, nell’organismo umano.

Dei cinque anticorpi sintetici sviluppati dai ricercatori Unical, tre hanno inibito con percentuali superiori all’80% la replicazione del Coronavirus, e uno oltre il 90 %. Impedendo, quindi, l’interazione tra la proteina spike e il recettore Ace2, questi anticorpi sono potenzialmente in grado di bloccare il processo di infezione e di prevenire e/o contrastare la malattia prima che si attivi la cascata citochinica.

Il team che ha contribuito allo sviluppo dei nuovi anticorpi sintetici è composto, insieme al professor Puoci e alla dottoressa Ortensia Parisi, anche dal professor Vincenzo Pezzi, ordinario di Biologia Applicata, e dal dottor Rocco Malivindi, che hanno curato gli aspetti biologici della ricerca. Nel team anche il dottorando Marco Dattilo e il borsista Francesco Patitucci. (rrm)

LIQUIRIZIA CALABRESE CONTRO IL COVID
LO STUDIO DI UNIMEDITERRANEA A REGGIO

La liquirizia di Calabria in prima linea contro il covid. La radice della pianta officinale, secondo una ricerca appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Foods, mostra la sua capacità inibitoria nella replicazione del virus. La glicirrizina, il composto principale della radice di liquirizia, può dunque diventare una formidabile molecola antivirale in grado di contrastare il coronavirus, soprattutto in funzione di prevenzione. È un’ulteriore conferma che sul cibo e gli alimenti (di qualità) dovranno venire gli strumenti farmacologici che permetteranno di arrivare a un vaccino di sicura efficacia.

Di liquirizia la Calabria è piena: solo nella nostra regione vanta dal 2011 la Denominazione d’origine protetta (Dop) e si concentra qui l’80 per cento della produzione nazionale. Diventa, quindi, rilevante il ruolo che la nostra regione può assumere a livello di ricerca scientifica, considerando la qualità e la specificità di numerosi prodotti tipici presenti solo sul nostro territorio. Basti per tutti il Bergamotto di Reggio Calabria, coltivato nella fascia costiera da Villa San Giovanni fino a Monasterace, di cui la Calabria vanta l’esclusiva produzione mondiale, le cui straordinarie caratteristiche terapeutiche in crescita continua non smettono di sorprendere la comunità scientifica. La Calabria con i suoi prodotti naturali della terra, un’alimentazione sana e genuina, e la grande competenza dei suoi ricercatori nelle tre Università si avvia a vivere una nuova importante esperienza nel mondo della scienza. E da ultimo non si dimentichi il nascente Dulbecco Institute che sta sorgendo a Lamezia Terme, fucina di nuove sperimentazioni e scuola di eccellenza (guidata da due premi Nobel e dal prof. Roberto Crea di rinomanza internazionale) per le nuove generazioni di ricercatori.

E proprio dall’Università Mediterranea di Reggio arriva la ricerca pubblicata da Foods. Gli studi sono stati condotti dalla prof.ssa Mariateresa Russo del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio insieme con la prof.ssa Luisa Manina della Sapienza e con il prof. Alberto Ritieni del Dipartimento Farmacia dell’Università di Napoli in collaborazione con la professoressa Michela Grosso del Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche.

La chimica degli alimenti gioca un ruolo strategico nella ricerca scientifica: gli approcci basati sugli alimenti generalmente offrono grandi vantaggi nel ridurre gli effetti collaterali negativi rispetto ad approcci convenzionali. Non bisogna sottovalutare che, sebbene i micronutrienti siano composti sicuri con importante attività preventiva e co-terapeutica, queste molecole agiscono sul nostro sistema biologico e, quindi, è importante assumere alimenti e/o integratori nelle dosi corrette, con il supporto di esperti e solo quando necessario. È stato ampiamente dimostrato che dosi eccessive di vitamine, principalmente lipofile, o minerali possono provocare effetti collaterali dannosi per la salute umana. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), ha più volte messo in evidenza che la principale strategia preventiva contro le malattie, compresa quella da COVID-19, è il consumo di una dieta sana ed equilibrata, mentre l’uso di integratori dovrebbe essere raccomandato solo quando realmente necessario.

Riferisce lo studio che l’industrializzazione della trasformazione degli alimenti ha progressivamente ridotto il valore nutrizionale e funzionale degli alimenti e l’uso eccessivo di alimenti ultraprocessati ha favorito condizioni di morbilità come obesità, diabete, malattie cardiovascolari, ecc. che rendono gli individui più suscettibili alle malattie infettive. In questo contesto la pandemia COVID-19 potrebbe essere la prima di molte altre crisi sanitarie globali che potrebbero essere ulteriormente esacerbate da un sistema immunitario progressivamente indebolito. Oggi più che mai, quindi, la comunità scientifica coinvolta nella ricerca in campo alimentare, e della chimica degli alimenti in particolare, può e deve giocare un ruolo strategico nel proporre un nuovo approccio globale e sostenibile al cibo e al suo consumo. Queste evidenze hanno ispirato lo studio condotto e pubblicato e che dimostra come gli alimenti possano svolgere un ruolo privilegiato nella prevenzione e/o nel supporto dei protocolli terapeutici convenzionali per affrontare con più successo anche gli effetti della pandemia da COVID-19. La ricerca ha analizzato criticamente lo stato dell’arte sia degli studi clinici sul ruolo dei micro/macronutrienti alimentari e di alcune diete nel rafforzamento del sistema immunitario o in protocolli di supporto alle terapie, che degli studi in silico, ossia frutto di simulazioni al computer (che, comunque, necessitano degli approfondimenti e delle conferme di ulteriori studi), focalizzati sulle interazioni chimiche di specifici composti degli alimenti in grado di interferire con il ciclo infettivo virale di SARS-CoV-2.

Le sperimentazioni cliniche, oggetto dello studio, sono condotte con lo scopo di fornire indicazioni sull’efficacia dei protocolli testati in relazione ai composti, alle dosi, alle modalità di somministrazione, ecc., elementi necessari per identificare le molecole candidabili nella progettazione e formulazione di alimenti funzionali, integratori o, anche, farmaci. Gli studi clinici analizzati sono stati quelli focalizzati su specifici alimenti e micronutrienti che possono rappresentare una nuova frontiera non solo per il disegno di alimenti funzionali ma una risorsa importante soprattutto per anziani o individui immunodepressi o comunità ad alto rischio come quelle degli ospedali o delle case di riposo.

Numerosi studi approfondiscono il ruolo di specifici nutrienti e di integratori dietetici sulla funzionalità del sistema Immunitario, in una vasta gamma di soggetti umani, inclusi anziani, bambini ed adulti. Un introito ottimale di nutrienti, vitamine, antiossidanti e sostanze naturali in grado di ridurre lo stress e regolare lo stato metabolico genera un complessivo miglioramento della risposta di tipo specifico attivata dal sistema immunitario verso microrganismi patogeni.
Tra i micronutrienti, vitamine e minerali sono fondamentali per il nostro benessere, in quanto prendono parte a molti processi biologici e biochimici umani e sono coinvolti nel rafforzamento del sistema immunitario. Il ruolo di alcuni micronutrienti come agenti di supporto nella prevenzione e nel trattamento di infezioni virali del tratto respiratorio è stato già ampiamente dimostrato ma, nel caso di COVID-19, molti studi clinici sono attualmente in corso. Tra questi sono allo studio gli effetti di trattamenti profilattici a base di integratori con vitamina C o vitamina D o zinco. Anche il ruolo delle vitamine A, B ed E ben accertato nel rafforzamento del sistema immunitario, deve tenere conto di aspetti quali ad esempio che l’integrazione di vitamina A riduce l’incidenza di malattie respiratorie solo nei soggetti con malnutrizione o, al contrario, un aumento dei rischi di malattia in caso di normale apporto nutrizionale, la sua carenza compromette sia l’immunità innata perché riduce la funzionalità di neutrofili, macrofagi e linfociti Natural Killer, sia l’immunità acquisita dato che svolge un ruolo importante nello sviluppo dei linfociti Th1, Th2 e B. Va anche sottolineato il ruolo della vitamina E nella prevenzione delle malattie respiratorie. In un recente studio clinico, l’integrazione giornaliera di vitamina E ha migliorato l’attività del sistema immunitario soggetti con deficienze immunitarie.

Di un certo rilievo risulta poi lo studio, questo già in fase clinica, che riguarda l’efficacia della quercetina sia come profilassi che nel trattamento nei pazienti positivi. Altri studi clinici riguardano l’efficacia del miele naturale e dei semi di cumino nero nel ridurre i sintomi del COVID-19, e l’efficacia di diversi regimi dietetici tra cui la dieta chetogenica. Questo ultimo studio è supportato sia da studi precedenti sull’efficacia dei corpi chetonici nel ridurre la durata della ventilazione artificiale e gli eventi infiammatori, sia dalle evidenze cliniche che correlano la eccessiva assunzione di zuccheri raffinati con l’insulino-resistenza e l’alterazione della funzionalità del sistema immunitario. Un aspetto importante da considerare nello sforzo corale di comprendere l’attività e l’efficacia dei nutrienti e dei composti bioattivi degli alimenti è la loro biodisponibilità: merita approfondimenti sia nello studio dell’efficacia degli alimenti che degli integratori alimentari.

Tra gli studi di simulazione al computer riportati nel lavoro pubblicato, degni di nota sono quelli condotti su composti come la glicirrizina, la glabridina, l’acido glicirretico e polifenoli, tra cui l’acido caffeico, il resveratrolo, la δ-viniferina e miricitrina, il kaempferolo, la curcumina e la demetoxicurcumina, la catechina, la epicatechina gallato, la quercetina, l’esperetina, esperidina, e miscele di composti derivati da matrici alimentari e tra questi l’aglio. L’estratto di aglio testato, costituto principalmente da composti organosolforati (in particolare, il disolfuro di allile, il trisolfuro di allile, il tetrasolfuro di diallile e il trisolfuro e il 2-propenil propile) ha mostrato un’attività multitargeting molto promettente, bloccando il SARS-CoV-2 a due livelli: nella fase di ingresso, interagendo con il recettore ospite ACE2, e durante le fasi di replicazione e trascrizione.

Il ruolo della glicirrizina, che è il composto principale della radice di liquirizia – pianta officinale la cui produzione nazionale si concentra per l’80 % in Calabria – è stato a lungo studiato in altri studi in vitro per infezioni virali, tra cui l’HIV-1 e il virus dell’epatite C e, di recente, anche contro SARS-CoV2. Gli studi condotti hanno dimostrato che la glicirrizina inibisce la replicazione virale e le prime fasi del ciclo di replicazione. Gli effetti contro SARS-CoV-2 della glicirrizina sono stati condotti, al momento, attraverso studi di simulazione al computer. L’importanza della liquirizia come fonte di composti attivi è stata confermata anche da uno studio sulla glabridina e sull’acido glicirretico, altri composti presenti nella radice di liquirizia, che hanno mostrato la più alta attività di legame tra 2906 molecole testate. La capacità di questi composti di impedire l’ingresso del virus in caso di bassa carica virale è stata ulteriormente confermata in uno studio in vitro.

Tra i polifenoli, un’ampia classe di composti noti per le loro proprietà antiossidanti, antitumorale, antibatterica, sono stati presi in esame sia studi condotti sull’attività contro i virus respiratori che gli studi in silico su SARS-CoV-2. Altri studi in silico hanno mostrato che l’acido caffeico, un acido fenolico ampiamente presente in una ampia varietà di alimenti (come frutta, verdura, caffè e propoli presenta una potente attività al livello del recettore ACE2 confermata specificatamente anche nel caso del SARS-CoV-2, attivi anche altri due composti polifenolici della propoli, crisina e galangina.

Anche il ben noto resveratrolo, presente in molti alimenti tra cui il vino rosso, ha mostrato attività contro SARS-CoV in uno studio in vitro e un’elevata affinità di legame e la massima selettività per il complesso ACE2, confrontato con altri composti stilbenoidi testati in uno studio in silico. Altri polifenoli presenti nelle matrici alimentari tra cui campferolo, curcumina, demetoxicurcumina, quercetina, catechina ed epicatechingallato, sono stati studiati come potenziali inibitori del COVID-19. Queste molecole hanno, in effetti, mostrato un’elevata affinità di legame con COVID-19. Tra questi il campferolo, presente principalmente nel tè e in alcune verdure (tra cui spinaci, broccoli, cavoli), ha mostrato, nello studio considerato, l’attività più elevata.

Molto interessanti si sono rivelati, infine, gli studi sull’esperetina, un flavonoide presente nel pericarpo e nell’albedo degli agrumi tra cui arancio e mandarino. Questo flavonoide, ha mostrato, in un recente studio in vitro, un’inibizione dose-dipendente mentre uno studio in silico, il suo potenziale nell’inibire il recettore ACE2, suggerendo che questa molecola potrebbe legarsi all’ACE2 e interferire così con l’infezione da SARS-CoV-2. L’esperidina, un glicoside dell’esperitina, ha mostrato un interessante potenziale di inibizione di molte proteine correlate a SARS-CoV-2 interferendo con il ciclo virale.
Questi risultati sottolineano l’importanza e la necessità di proseguire con ulteriori studi focalizzati sia sulle molecole ma anche sui processi di estrazione e isolamento dei fitocomplessi.

Proprio sull’isolamento di queste molecole sono in corso alcuni programmi di ricerca coordinati dal gruppo di chimica degli alimenti della prof.ssa Russo, della Mediterranea di Reggio Calabria, in collaborazione con il team del prof. Luca Rastrelli dell’Università di Salerno e con alcune imprese calabresi focalizzata su tecniche green per l’estrazione dei principi attivi dai sottoprodotti della lavorazione della liquirizia e degli agrumi – in linea con il nuovo paradigma basato sull’economia circolare – e la progettazione di specifiche formulazioni nutraceutiche alcune delle quali finalizzate all’integrazione di diete chetogeniche nell’ambito di un programma di ricerca sviluppato in seno al Nutriketo-La, il laboratorio di Nutrizione clinica del P.O. Moscati di Avellino e dell’Università di Salerno che, peraltro, in un recente studio computazionale, ha effettuato uno screening di oltre 30.000 molecole naturali da piante, funghi e organismi marini per identificare le strutture che hanno maggiori probabilità di legarsi all’enzima TMPRSS2 inibendolo.

Una delle proteine utilizzate dal coronavirus per infettare le cellule è proprio l’enzima TMPRSS2, una proteina endoteliale della superficie delle cellule che è coinvolta nell’entrata e nella diffusione virale dei coronavirus, compreso il SARS-CoV-2. La più promettente è risultato il geniposide della gardenia. Grande interesse anche molecole da piante della tradizione Ayurveda (orthosiphon, ashwagandha, garcinia, ocimum) per il loro già consolidato uso in prodotti fitoterapici. Sono al momento sottoposte a screening ulteriori molecole estratti da specie mediterranea nell’ambito della consolidata collaborazione tra il Dipartimento di Agraria della Mediterranea di Reggio Calabria e l’Università di Salerno. (scd)

D’un chirurgo calabrese l’intuizione ‘eparina’
«Non cura la polmonite, ma salva vite umane»

di SANTO STRATI

Questa è una storia tipicamente italiana: un chirurgo (calabrese) intuisce per primo la probabile principale causa di morte dei positivi al coronavirus, ma nessuno gli dà retta. È la storia del dott. Salvatore Spagnolo, originario di Simeri Crichi (CZ), già primario chirurgo al San Matteo di Genova, poi a Monza, oggi all’Iclas (Istituto Clinico Ligure di Alta Specialità) di Rapallo. Nuovo orgoglio calabrese dopo il (catanzarese) dott. Luigi Camporota che ha curato e guarito Boris Johnson a Londra.

A marzo il dott. Spagnolo, dopo i primi casi e i primi decessi a Codogno, matura un’ipotesi, frutto di anni di esperienza: la polmonite in sé non porta a morte improvvisa, ha un decorso di uno-due mesi, quindi c’è una concausa che provoca i decessi. La risposta si chiama tromboembolia polmonare massiva: il dott. Spagnolo intuisce che il Covid 19, il virus, scatena la formazione di coaguli (trombi) che, impedendo il corretto scambio ossigeno-anidride carbonica, portano a morte improvvisa.

La cura contro l’embolia massiva polmonale (Emp) esiste e viene praticata da anni in tutte le sale operatorie e in tutti gli ospedali: l’eparina, un farmaco anticoagulante, che impedisce la formazione di trombi e la conseguente embolia. Da qui, l’idea di trattare con l’eparina i malati affetti da coronavirus: questo farmaco non cura la polmonite, ma, sicuramente, salva vite umane.

Secondo la prassi della letteratura scientifica, il dott. Spagnolo trascrive questa sua esperienza e traccia con molti dettagli la sua ipotesi relativa all’embolia polmonare come causa principale di morte nel coronavirus, indicando anche la terapia con l’eparina. Scrive all’Aifa, a quasi tutti gli organismi sanitari che si occupano del Covid-19, ma nessuno gli risponde né si preoccupa di valutare l’ipotesi scientifica del dott. Spagnolo: nessuno che dica è “una fesseria” o “potrebbe essere un’ipotesi interessante da approfondire”. Niente.

Nello stesso tempo, a fronte del diniego di pubblicazione del suo studio, il dott. Spagnolo invia negli Stati Uniti il dossier che, dopo un paio di giorni, viene regolarmente pubblicato. È l’atto ufficiale che restituisce al dott. Spagnolo – oggi che sono in tanti a prendersi il merito di aver pensato all’eparina – il giusto riconoscimento al suo lavoro, alla sua passione di medico, al suo impegno nella salvaguardia di quante più vite umane possibili. Un orgoglio calabrese, un altro cervello andato via dalla sua terra, una delle tante eccellenze per le quali la Calabria  detiene il record nell’export. Capacità, competenza e impegno, caratteristiche facili da riscontrare nei tanti medici, scienziati, imprenditori che la Calabria continua, senza soste, a esportare, privandosi di figli preziosi.

Non è campanilismo, è giusto orgoglio di calabresi, lo stesso che anima Salvatore Spagnolo, con cui abbiamo parlato.

– Com’è nata l’intuizione che sta alla base della sua ipotesi di terapia?

«L’andamento clinico di questa patologia, caratterizzata dal fatto che al paziente improvvisamente manca il fiato, si abbassa la concentrazione di ossigeno nel sangue, e spesso si verifica la morte improvvisa, mi ha portato a valutare, sulla scorta della mia esperienza, ipotesi diverse sulle cause della mortalità da Covid-19».

«Osservando i sintomi che avevano i pazienti che si ricoveravano nelle terapie intensive lombarde, ho ipotizzato che la causa di morte non poteva essere una polmonite, perché la polmonite anche se grave, anche se pericolosa e mortale, fa morire nello spazio di un mese, due mesi, non in due giorni. Qui siamo di fronte a pazienti che stanno male, vanno in ospedale e velocemente desaturano il sangue, si abbassa di ossigeno, cominciano ad avere mancamenti di fiato, che molte volte è così grave che necessita l’intubazione, c’è bisogno dell’assistenza di un respiratore. Molte volte il respiratore non è sufficiente e si devono aumentare le pressioni nei polmoni in modo elevato e il più delle volte il paziente muore. L’altra caratteristica è che molti di questi pazienti muoiono di colpo, improvvisamente, senza poter fare niente. Questo con la polmonite non c’entra proprio niente.

«Per questa ragione ho ipotizzato che la causa di morte non può essere la polmonite ma qualcos’altro come l’embolia polmonare massiva. Ovviamente non basta dire che la polmonite non c’entra niente, c’entra l’embolia: bisogna documentarsi, cosa che ho fatto, valutare i dati clinici, studiare le varie situazioni cliniche».

– E, avendo individuato una possibile causa di morte, ha pensato all’eparina, un farmaco di uso comune che può limitare il numero dei decessi, bloccando l’insorgenza dell’embolia…

«Fra le caratteristiche che hanno questi virus c’è quella di avere nella loro membrana superficiale come un sensore, una glicoproteina, che entrata nel sangue lo fa coagulare. Ho trovato la probabile causa: è proprio la tromboembolia venosa disseminata indotta dal virus e non la polmonite responsabile della morte improvvisa. Questi coaguli non sono enormi, tuttavia sono in grado di bloccare la circolazione: non si ha più a livello alveolare lo scambio ossigeno-anidride carbonica.

Se questa possibilità di scambio scende troppo c’è una desaturazione del sangue e se la malattia interessa una estesa zona di polmone s’instaura una ipossia [mancanza di ossigeno, ndr] così grave che poi non risponde a nessuna terapia. E quindi quando la malattia è molto avanzata abbiamo il decesso del paziente per mancanza di ossigeno a livello cellulare».

– Nessuno le ha dato ascolto, si sarebbero potuti evitare tante morti…

«Quando i miei studi mi hanno confermato la bontà della mia intuizione, mi sono subito premunito di mettere per iscritto questa esperienza e mandare via mail il mio studio, ma non ho avuto risposta. Allo stesso tempo  ho diffuso la notizia che la causa di morte potesse essere l’embolia polmonare massiva. Ho mandato anche in America la mia nota scientifica che è stata pubblicata in pochi giorni. Quindi ho un documento che data dal mese di marzo dove espongo chiaramente la mia teoria e cioè che il covid causa una embolia polmonare acuta massiva e che il modo migliore di curarla è quello con l’eparina».

– Adesso l’AIfa ha “autorizzato” l’utilizzo dell’eparina e sono in molti a seguire questo protocollo.

«Le mie ipotesi sono state avvalorate ai primi di aprile da alcuni studi di angiotac polmonare che parlavano di embolia, ovvero veniva messo in evidenza che il 50% dei pazienti aveva un’embolia polmonare. Poi hanno fatto delle autopsie in varie zone d’Italia e anche lì è emerso che i polmoni avevano oltre all’infiammazione anche piccoli coaguli. Quindi la mia ipotesi è avvalorata da dati obiettivi e questo ha spinto i medici delle terapie intensive a iniziare la terapia con eparina che è un medicinale che viene utilizzato in sala operatoria. Per fare un esempio, in caso di flebite si fa questa punturina per evitare la formazione di trombi e il manifestarsi di un’embolia polmonare: chi entra in ospedale, la prima cosa che gli fanno, abitualmente, è una puntura di eparina nella pancia. Qualche anno fa, quando questo farmaco non esisteva era un dramma perché parecchi pazienti che venivano curati alle gambe, che stavano a letto in modo prolungato, venivano operati allo stomaco, morivano per embolia polmonare. Ora questo farmaco lo si dà per precauzione in tutte le sale operatorie, in tutte le fasi di lungodegenza, in caso di flebite, lo si dà comunemente, senza che provochi alcun danno, non ha effetti collaterali, salvo rarissimi casi quando c’è un’emorragia gastrica o un aneurisma al cervello. L’eparina ha due funzioni: quando il polmone è pieno di trombi la sia usa per farli sciogliere e se ne dà a dosaggi alti e in realtà parecchie persone che prima morivano attualmente sono curabili, sono migliorati. Adesso stanno morendo quelli che hanno già questa embolia massiva dentro. L’altro dato qual è? Siccome è il virus che scatena la formazione di questi coaguli quello che cerco di proporre io è che quando comincia a manifestarsi l’influenza, passano tre-quattro giorni e l’influenza non guarisce è un brutto segno: allora s’inizia la terapia con l’eparina per evitare che questo virus possa formare i coaguli. Sembra un ragionamento semplice, persino banale, ma ha trovato ostacoli, tanto che molti medici di famiglia che mi hanno consultato stanno usando di propria iniziativa questa terapia che impedisce la coagulazione.

«E questo utilizzo ha fatto andare molta meno gente in ospedale: attualmente le terapie intensive che erano state approntate per tutte quelle migliaia di persone che si dovevano ricoverare sono poco affollate: si pensi ai posti letto creati all’ex Fiera di Milano: sono vuoti, mentre venti giorni fa si sarebbero riempiti immediatamente.

– Hanno testato questo metodo con l’eparina in qualche centro clinico specializzato?

«Siamo in guerra, la gente muore. Da noi quando si ricovera qualcuno per embolia polmonare la prima cosa che facciamo è l’eparina per sciogliere i coaguli. E dunque, visto che questa patologia si può prevenire, si utilizza nelle cure domiciliari l’eparina a basso peso molecolare che ha l’effetto non di sciogliere i coaguli ma di prevenirne la formazione. Una terapia di questo genere non ha bisogno di test e di dimostrazioni perché esiste già come utilizzazione di farmaco: non bisogna fare una sperimentazione clinica per vedere se l’eparina scioglie il trombo o se quella a basso peso molecolare ne previene la formazione, perché lo sappiamo dall’esperienza di tutti i giorni. Si tratta di accettare questa ipotesi che ho suggerito e metterla in pratica. Una punturina sottocute a livello della parete addominale ha dunque la possibilità di evitare una malattia grave quale l’embolia polmonare. La polmonite è curabile, l’embolia no. È un farmaco a basso costo, usato abitualmente. Toglie la principale causa di morte».

– Ci sono stati errori nella terapia?

«In letteratura è descritto che sono stati trovati trombi nei polmoni dei deceduti per coronavirus; i cinesi l’hanno considerata una complicanza della polmonite, però i pazienti morivano seguendo le linee guida dei cinesi che per primi hanno vissuto l’esperienza del Covid-19. In Italia abbiamo, in un primo tempo, seguito in campo terapeutico le linee guida dei cinesi, sbagliando».

Sono in tanti, adesso, a vantare la primogenitura della terapia con eparina: qualcuno dovrà prima o poi spiegare perché la segnalazione e la cura suggerita dal dott. Spagnolo non abbia trovato ascolto presso le autorità sanitarie.

Dà un giudizio favorevole alle ipotesi scientifiche del dott. Spagnolo, l’ex presidente della Regione Calabria Pino Nisticò, illustre farmacologo di fama internazionale: «È un’osservazione interessante che merita sicuramente approfondimenti e studi adeguati: ai fini di una terapia immediata l’eparina si sta rivelando una cura adeguata quando ci sono fenomeni trombo-embolici. Non è un caso che a mostrare intuito, capacità e competenza sia un catanzarese: la scuola di medicina del capoluogo sta sfornando da anni eccellenze di cui l’Italia può essere largamente fiera. E se si realizzerà uno “Spallanzani” in Calabria – come suggerito dal rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro Giovambattista De Sarro – sarà l’occasione per creare un centro regionale universitario che coordini gli altri prestigiosi istituti di malattie infettive come quello di Cosenza e di Reggio Calabria, nonché potenzialmente quello di Lamezia Terme. Così, questa rete diffusa su tutto il territorio rappresenterà la modalità migliore per combattere la pandemia da coronavirus e di eventuali future emergenze epidemiologiche, venendo incontro alle esigenze dei pazienti e dei loro familiari».

La Calabria, come sempre, è un passo avanti.  (s)

Governo, 325 euro per incentivare il turismo
Ma in Calabria la stagione non è compromessa

di SANTO STRATI – Il neopresidente designato di Confindustria Carlo Bonomi ha parlato ieri di «classe politica smarrita». Ma è smarrito anche l’esecutivo che continua a varare ridicoli provvedimenti per gestire l’emergenza che di sicuro manderanno a picco questo Paese. L’ultima trovata – che ci riguarda come regione tendenzialmente votata al turismo – è l’incentivo di (massimo) 325 euro a famiglia per fare vacanze in Italia. L’equivalente di due pernottamenti in un albergo di 3 stelle per una famiglia di quattro persone. Ma si può pensare di incentivare il turismo “locale” con provvedimenti del genere, riservati peraltro a chi ha redditi trai 7.500 e i 26mila euro. Ma dove vivono i nostri governanti?

Questo insulso “obolo” (crediamo difficile che con tali redditi una famiglia quest’estate possa permettersi più del noleggio di un ombrellone e due sdraio) ci offre però il pretesto per raccogliere gli allarmi che in Calabria stanno arrivando dagli operatori turistici su una stagione che rischia di apparire già da ora compromessa.

E allora visto che dal Governo centrale non c’è da aspettarsi niente di buono in termini di reali incentivazioni (quanto meno dovrebbero essere sospese tasse e tributi a tutto il comparto) occorre che la Regione faccia la sua parte, con un ruolo da protagonista.

Giuseppe Nucera, imprenditore turistico che è stato a capo degli industriali reggini, proprio su queste pagine nei giorni scorsi aveva messo in guardia sulla necessità di cominciare da subito il montaggio e la manutenzione degli stabilimenti balneari, senza aspettare l’ultimo momento per dare il via libera ai lavori.

Secondo il decreto Cura Italia tocca al presidente di Regione stabilire le attività ammesse e i codici Ateco degli stabilimenti balneari non risultano autorizzati. «La presidente Jole – dice Nucera – deve fare subito l’ordinanza, entro lunedì al massimo, per far partire i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture turistiche, diversamente sarà troppo tardi e agli imprenditori non resterà che tenere serrati gli impianti. Altre regioni hanno già provveduto, perché la Calabria ritarda?»

«Ad oggi non sono stati ancora autorizzati i lavori di ripristino e sistemazione delle strutture balneari»: è scettico sui tempi l’imprenditore turistico Pino Falduto. «30 giorni prima dell’apertura tradizionale della stagione, del 1° maggio, andava comunicato l’inizio dei lavori, e già siamo in grave ritardo: rischiamo di avere cantieri aperti in una stagione già si annuncia peraltro imprevedibile».

In Calabria ci sono 2500 stabilimenti con oltre 20mila unità lavorative. Nucera – che da imprenditore e politico (guida il movimento La Calabria che vogliamo) è abituato prima a fare e poi a parlare, ha indicato espressamente che «serve una deroga che conceda agli stabilimenti balneari maggiori spazi e aree di concessione demaniale». Ma per gli interventi servono aiuti e provvidenze, non promesse e crediti d’imposta: bisognerà prevedere sostegni adeguati per affrontare una stagione che – se tutto va bene – viaggerà a scartamento ridotto, molto ridotto. È facile prevedere un abbattimento superiore al 50% delle presenze e dei ricavi, considerando però che i costi saranno identici a quelli di una stagione tradizionale.

Si tenga, inoltre, presente che in condizioni normali, la programmazione delle vacanze al mare avrebbe già dovuta essere avviata da metà marzo, ma siamo in piena emergenza e nessuno è in grado di immaginare il prossimo scenario dei mesi estivi. E allora è necessario mettersi subito al lavoro prevedendo sin da ora tutte le possibili opzioni per garantire la tenuta del comparto.

Le nostre bandiere blu (che segnalano un mare pulitissimo) e la contenuta diffusione del virus nella regione possono costituire un reale incentivo a scegliere la Calabria per l’eventuale (e auspicabile) periodo di vacanze al mare. La Calabria – come hanno suggerito gli operatori della Riviera e Borghi degli Angeli del basso jonio catanzarese anche su queste colonne – dovrebbe diventare una regione Covid-free in termini di marketing turistico.

L’ex consigliere regionale Candeloro Imbalzano, che in passato ha guidato la commissione Bilancio della Regione, ha lanciato un’idea di grande suggestione alla presidente Santelli: rimodulare la programmazione dei fondi europei  2014-2020 e farsi autorizzare per il settore turistico parte significativa delle imponenti risorse fin qui non spese. Con la necessità di costituire un Fondo Speciale Europeo per il Turismo sul modelli dei fondi Fesr.

L’assessore Fausto Orsomarso, che ha anche la delega al Turismo, ha già dato assicurazione ai gestori dei lidi dall’alto Jonio – peraltro danneggiati gravemente dalle mareggiate dello scorso dicembre – per questa difficile stagione e sta predisponendo una serie di iniziative regionali che riguardano tutti gli operatori del settore.

«Noi guardiamo con fiducia – ha detto Orsomarso – alla possibilità di poter recuperare parte della stagione estiva 2020,  prevedendo una ripresa graduale almeno a metà giugno e adeguando le attività alle eventuali misure di distanziamento sociale che saranno ancora in atto».

Non si può, ovviamente, decidere da soli: «anche in Calabria – ha rilevato l’assessore Orsomarso – vogliamo supportare le proposte avanzate a livello nazionale, che prevedono la possibilità per gli operatori di accedere alle strutture balneari e alle spiagge per prepararle e attrezzarle in vista della ‘fase 2’ e la necessità di dare una chiara indicazione ai Comuni  affinché  vengano estese  le concessioni al 2033 per dare certezza alle imprese e consentire l’utilizzo degli strumenti del Dl liquidità».

Decreto di cui, peraltro,  abbiamo ampiamente criticato l’inefficacia e la scarsa applicabilità per le piccole e medie imprese.

È uno scenario imprevedibile quello che si va prefigurando e l’aspetto non meno rilevante è la caduta di reputazione della regione, per gli “interventi” della mafia che in molti paesi del Mezzogiorno si è sostituita allo stato negli aiuti per le famiglie e le imprese.

Certamente, va considerato che non si prospetta un’estate di grandi numeri, soprattutto dall’estero, ma già recuperare, ovvero attrarre nuovi flussi italiani verso le nostre splendide località marine e montane sarebbe un primo passo per affrontare la crisi e pensare al dopo.

Come si farà a conciliare balneazione, ricettività e ristorazione con le limitazioni imposte dal coronavirus?

La distanza tra i soggetti è l’unica terapia di prevenzione che, in qualche modo, ha dato risultati, ma non si può immaginare una spiaggia con ombrelloni separati da pareti di plexiglas, come bizzarramente ha proposto un’azienda in cerca di un quarto d’ora di notorietà. La formula vincente potrebbe essere quella di garantire intanto la perfetta igiene degli ambienti (alberghi, ristoranti, ritrovi) con continue sanificazioni e quindi prevedere una diversa sistemazione, in spiaggia, di ombrelloni e sdraio. Difficile immaginare la gente in costume con la mascherina, ma se fosse necessario per salvaguardare (pur con lecite perplessità) i bagnanti dal rischio di trasmissione del virus, dovranno dirlo le autorità sanitarie. Non è questo il punto. Il vero problema riguarda la redditività delle imprese turistiche e non soltanto balneari. Se sarà necessario contingentare l’accesso ai ristoranti, con tavoli distanziati fino a dimezzare la capienza, e nei bar limitare il servizio al tavolo, siamo sicuri che i gestori saranno in grado di far quadrare costi e ricavi? I costi saranno quelli di sempre, anzi no, aumentati perché c’è un incontrollato rialzo dei prezzi nelle materie prime di consumo (zucchero, caffè, bibite, ecc), ma i ricavi saranno dimezzati. Come può un ristoratore o il proprietario di un bar affrontare una stagione dove la rimessa è, con buona probabilità,  pressoché garantita?

In questo senso, la Regione, l’assessorato al Turismo e quanti altri possono essere coinvolti, dovranno immaginare una sorta di aiuto economico a sostegno delle attività in crisi che permetta di superare la contingenza di un anno da dimenticare e pianificare, un po’ più serenamente, il futuro. (s)

L’allarme del procuratore Gratteri sugli aiuti.
Impedire che i soldi vadano in mano ai mafiosi

È da fine marzo che il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri va ripetendo che le aziende hanno bisogno di liquidità, ma occorre vigilare sulla destinazione dei fondi: il rischio che i soldi finiscano in mano ai mafiosi è molto concreto e occorre prendere le opportune precauzioni per evitare questa ulteriore opportunità per la ‘ndrangheta. In altra parte del giornale riferiamo l’intervento di Gratteri, in teleconferenza, all’Università La Sapienza, ma sta avendo molta eco la lettera-intervento che il magistrato, insieme con il suo coautore di sempre Antonio Nicaso, ha inviato sul tema al Corriere della Sera, dopo le polemiche sorte con l’editoriale dell’autorevole quotidiano tedesco Die Welt. Il giornale aveva invitato l’Europa a limitare gli aiuti di liquidità all’Italia perché c’era il rischio concreto che finisse a finanziare la mafia.

«Le mafie – scrivono Gratteri e Nicaso – sono un fenomeno con cui bisogna fare i conti. Ma non possono diventare un alibi, quando si tratta di intervenire per fronteggiare una crisi che sembra rievocare quella della Grande Depressione, come osserva il Fondo Monetario Internazionale. Oltre 170 Paesi registreranno quasi sicuramente una riduzione del reddito pro-capite e i settori più colpiti dalla sospesnsione dell’attività economica e sociale imposta dagli sforzi per contenere il contagio saranno principalmente il commercio al dettaglio, il settore turistico-alberghiero, i trasporti, ma soprattutto la piccola e media impresa.». Ed è qui che s”insinua la minaccia mafiosa. Il riferimento a precedenti storici è ben preciso: «In questo momento – scrivono Gratteri e Nicaso – servirebbe una riflessione sulla necessità di trattenere nel presente qualcosa di significativo del passato… Dopo il terremoto del 1908, le leggi sulla ricostruzione di Reggio Calabria e Messina hanno finito per incattivire gli scontri “intorno alla distribuzione e all’uso del denaro pubblico” vivacizzata da una nuova presenza: quella degli ‘ndranghetisti che avevano fatto i soldi negli Stati Uniti e che, approfittando dei ritardi e delle incertezze dei provvedimenti governativi, si erano messi a prestare soldi a usura. Il desiderio di scalare la piramide sociale, in quell’occasione, ha infoltito i ranghi di una organizzazione che, come nel caso della mafia in Sicilia e della camorra in Campania, non si è sviluppata nel vuoto delle istituzioni, ma al loro interno, grazie a collusioni, corruzione e sperpero di denaro pubblico».

Gratteri e Nicaso sul Corriere osservano che «c’è molta ipocrisia nell’atteggiamento di Paesi come la Germania o l’Olanda che temono il saccheggio delle risorse comunitarie da parte delle mafie ma non hanno mai fatto abbastanza per frenarne gli investimenti nei loro territori. Dalla caduta del muro di Berlino in poi, le mafie in moltiPaesi d’Europa non sono state viste come minaccia, ma come opportunità. Oggi, più che mai, i soldi del narcotraffico sono diventa ossigeno dell’economia legale. Come è successo al tempo della crisi del subprime in cui molte banche sono riuscite a far fronte ai problemi di liquidità finanziaria grazie ai soldi del narcotraffico, come ha denunciato coraggiosamente l’allora direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per la lotta contro droga e crimine, Antonio Costa».

«Ci sarà – mettono in guardia Grattesi e Nicaso – chi cercherà di “condizionare” gli elenchi dei cittadini bisognosi che i sindaci sono chiamati a compilare; cercheranno di sfruttare i ritardi della burocrazia che regola il settore bancario, ma anche quello della pubblica amministrazione».

In conclusione, riferiscono i due autori di famosi bestseller su mafia e ‘ndrangheta che «Secondo i vertici della Direzione centrale anticrimine, tale scenario [l’impatto strutturale che deriva dall’attuale emergenza sanitaria, ndr] potrà evidenziare ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata nella fase di riavvio di molteplici attività economiche, tenuto conto della circostanza che la crisi attuale si configurerà come portatrice di un deficit di liquidità, di una rimodulazione del mercato del lavoro, del conseguente afflusso di ingenti finanziamenti sia nazionali che comunitari».  Per queste ragioni «Il tempo della parole è finito. È tempo di agire, fare sistema, mettendo assieme tutte quelle forze che hanno a cuore il benessere del Paese. Se continueremo a cedere il passo a quella lunga e pericolosa convivenza tra faccendieri e mafiosi, faremo fatica a riprenderci.

A questo proposito è utile segnalare che il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha inviato ai prefetti una lettera in cui mette in evidenza i pericoli che nascono «nelle realtà caratterizzate da un minor sviluppo e da già elevati livelli di disoccupazione», in cui «un possibile aggravamento della situazione economica rischia di comportare il ricorso a forme di “sostegno” da parte delle organizzazioni criminali, che in tal modo mirano anche ad accrescere il consenso nei loro confronti». Diventa dunque «fondamentale l’azione di prevenzione e contrasto dei tentativi della criminalità organizzata di penetrare il tessuto produttivo… Un focus specifico – sottolinea il ministro – potrà essere dedicato alle dinamiche societarie della filiera agroalimentare, delle infrastrutture sanitarie, della gestione degli approvvigionamenti, specie di materiale medico, del comparto turistico-alberghiero e della ristorazione, nonché dei settori della distribuzione al dettaglio della piccola e media impresa». Non meno importante – secondo la Lamorgese – «l’attivazione di sportelli di ascolto e la promozione di iniziative di solidarietà a vantaggio delle fasce di cittadini con maggiori difficoltà. In tale ambito, una particolare premura dovrà essere prestata, tra gli altri, al tema del disagio abitativo».

Gratteri nella conversazione alla Sapienza (vedi il video) ha anticipato che gli incontri con l’Associazione dei Comuni italiani (Anci) hanno portato a focalizzare la necessità di un tempestivo controllo sul territorio utilizzando polizia e carabinieri cui i sindaci possono passare le richieste di solidarietà e aiuto. (rrm)

Buoni spesa: a Milano 150 euro, a Reggio 450
In Calabria ha vinto l’autonomia dei Comuni

di FRANCESCO AIELLO – I comuni italiani hanno adottato criteri diversi per determinare l’ammontare dei buoni spesa legati all’emergenza coronavirus. L’esito è che situazioni simili sono trattate in modo diverso a seconda del comune di residenza: il buono spesa ricevuto da una famiglia composta da tre persone è pari a 150 euro a Milano, 450 euro a Reggio Calabria e a 560 euro a Verona. Significative differenze sono presenti anche all’interno della stessa area e della stessa regione. Era un risultato prevedibile, poiché, data l’emergenza e l’assenza di linee guida, i comuni hanno agito in autonomia  Tra quelli esaminati, l’unico comune che sembra aver utilizzato un riferimento di dati per fissare l’ammontare dei buoni spesa è Lamezia Terme, che, nell’apposito avviso pubblico, cita la spesa alimentare delle famiglie italiane del 2018 di fonte ISTAT.  Una ragione del fatto di non aver usato criteri simili poteva essere l’eccezionalità del caso in esame e la necessità di dover essere rapidi nell’erogazione degli aiuti ai più bisognosi. Limitatamente ai comuni esaminati in questa nota, solo in pochi hanno già distribuito i buoni spesa, mentre gli altri sono ancora nella fase di verifica delle richieste. L’aiuto alimentare è, quindi, sia lento sia differenziato (a parità di composizione della famiglia).

L’intervento della protezione civile. Lo scorso 29 marzo il Dipartimento della Protezione Civile ha stanziato 400 milioni di euro per l’erogazione di buoni spesa a favore delle famiglie che, a seguito dell’espansione dell’epidemia da Covid19, soffrono lo stato di disagio e di povertà e che non sono in grado il soddisfare i bisogni alimentari ed essenziali (ordinanza n. 658 del 29/03/2020). Data l’emergenza, le somme sono state accreditate subito ai comuni, i quali individuano i beneficiari seguendo le determinazioni che, in piena flessibilità, ciascuna amministrazione ha fatto proprie.

I dati dei buoni spesa in alcune città. I comuni si sono auto-regolamentati per stabilire i dettagli per implementare la misura a sostegno dei poveri. Uno degli aspetti rilevanti per l’analisi economica di questo intervento riguarda l’ammontare dei buoni spesa. Non esistendo alcuna linea guida, i comuni hanno fissato regole proprie ed è, pertanto, interessante verificare l’esito di questo processo decisionale. L’esercizio che è stato fatto è di consultare i siti di un insieme di comuni e di estrapolare le informazioni relative al valore economico del buono spesa. I comuni selezionati sono Milano, Torino, Roma, Napoli, Bologna, Genova, Bari, Firenze, Catania, Palermo e Verona (vedi tabella sotto).

I buoni spesa Covid per città

Per la Calabria si sono considerati i seguenti comuni: Catanzaro, Crotone, Corigliano Rossano, Cosenza, Lamezia Terme, Reggio Calabria, Vibo Valentia (vedi l’altra tabella).

Buoni spesa nelle città calabresi

L’elemento che, in generale, differenzia il valore dei buoni spesa è la numerosità del nucleo familiare: nella prima tabella  il numero  di componenti di una famiglia varia da 1 a 7, che corrisponde al massimo dettaglio previsto da un comune (Lamezia Terme) (nella seconda tabella).

Si noti, innanzitutto, che alcuni comuni fissano il valore dei buoni spesa per variazioni unitarie dei componenti della famiglia (Bologna, Genova, Firenze fino al quarto membro della famiglia, mentre altri comuni prevedono due (Milano per esempio) o tre classi dimensionali dei nuclei familiari (Roma, Torino). Particolare è il caso di Catania e di Napoli che prevedono, rispettivamente, un bonus fisso di 400 euro e di 300 euro, indipendentemente dalla composizione della famiglia. A Catania si distingue la spesa in generi alimentari (300 euro) e prodotti di prima necessità (100 euro). Articolato è lo schema previsto dal comune di Palermo, il quale ha previsto una ponderazione su base settimanale, suddividendo i percettori anche per fascia di reddito mensile (nella prima tabella si ipotizza il valore mensile del buono mensa che, per il comune di Palermo, è spendibile sino al 30/04/2020).

Risultati. L’esito di questa verifica è una forte differenziazione dei contributi erogati dai comuni ai meno abbienti, con l’importante l’implicazione che situazioni simili danno luogo a trattamenti differenziati (scenario previsto in sede di analisi del provvedimento della Protezione Civile). Lo stato di povertà e di disagio determinato dal coronavirus “vale” in modo diverso a seconda del comune di residenza. Le differenze dei buoni spesa non seguono le differenze territoriali della spesa alimentare rilevate dall’ISTAT, perchè nel caso dei buoni spesa Covid molte differenze si riscontrano anche all’interno delle stesse aree o delle regioni.

A Milano una famiglia che è in emergenza alimentare riceve 150 Euro se è composta da 1 fino a 3 membri e 350 euro se ha 4 o più componenti. A Bologna il buono per una famiglia con un solo componente è uguale a quello di una famiglia di Milano con tre familiari. Se vivi a Bologna in una famiglia di 5 persone ricevi un buono spesa di 500 euro che è uguale a quello previsto, per esempio, a Genova e a Torino, ma maggiore di ben 150 euro di quello che otterrà una famiglia milanese. A Firenze la stessa famiglia percepisce 427 euro, a Reggio Calabria 600 euro, a Catanzaro 500 euro, mentre a Bari, Cosenza, Crotone il contributo è pari a 400 euro.

Il caso della famiglia media italiana. Considerando che la media dei componenti di una famiglia italiana è pari a 2,7, consideriamo il buono spesa Covid erogato a una famiglia con 3 membri . Il valore massimo (560 euro) è previsto dal comune di Verona, seguito dal comune di Reggio Calabria che, alle famiglie con tre componenti, eroga un contributo di 450 euro.  Seguito Roma e Torino (400 euro). A Palermo, il bonus varia da 80 euro per le famiglie con un reddito mensile compreso tra 461 euro e 560 euro al mese a 320 euro al mese per le famiglie senza reddito. Il valore più basso (150 euro) è fissato dal comune di Milano. In Calabria, tra le città analizzate, Vibo Valentia quella che assegna l’aiuto più basso (210 euro). Nelle città di Corigliano Rossano, Cosenza e Rende l’importo previsto è 240 euro, a Lamezia Terme 280 euro (che possono diventare 336 se uno dei tre componenti è un bambino di 0-6 anni, oppure un portatore di handicap o di patologie croniche). Alla famiglia media con 3 persone, il comune capoluogo di regione, Catanzaro, eroga 300 euro, così com’è previsto a Crotone.

Come varia il bonus al variare della numerosità della famiglia.   I dati delle tabelle 1 e 2 consentono di evidenziare altre due specificità dei contributi ricevuti dai meno abbienti. Le famiglie mono-componente ottengono un buono spesa che è compreso tra 80 euro (Cosenza) a 300 euro (Roma, Napoli, Torino).

E’ anche interessante verificare quanto “pesa” in termini di spesa alimentare un componente di una famiglia. A tal fine, si consideri l’incremento di buono spesa in ciascun comune all’aumentare del numero delle persone del nucleo familiare. I casi estremi sono Catania e Napoli, in cui il bonus è indipendente dalla numerosità delle famiglie.  Bari, Bologna, Genova, Catanzaro e Crotone fissano un incremento di 100 euro passando da una famiglia con un componente a una con due membri. Lo stesso dicasi passando da 2 a 3 componenti. Il passaggio da 2 a 3 membri della famiglia dà diritto a 100 euro in più di bonus spesa anche a Roma e a Torino. Milano ha previsto due classi dimensionali e il passaggio dalla prima alla seconda (da 3 a 4 componenti) dà diritto a un incremento di 200 euro in più di bonus. A Palermo, il bonus aumenta  sempre di 40 euro. A Verona, il bonus addizionale assegnato a ciascun nuovo membro della famiglia è pari a ben 160 euro . A Cosenza l’incremento del bonus è di 80 euro, a Rende di 60 euro, così come a Corigliano Rossano. A Vibo Valentia, il secondo membro della famiglia vale 70 euro di bonus spesa, mentre gli incrementi dal terzo membro in poi’ “pesano” 40 euro. (fa)

[courtesy OpenCalabria.com]

  • Francesco Aiello è professore ordinario di Politica Economica presso l’Università della Calabria. Attualmente insegna “Politica Economica” al corso di Laurea in Economia ed “Economia Internazionale” al corso di Laurea Magistrale in Economia e Commercio. 

La Pasqua dei calabresi con l’incubo del virus
Distanti ma vicini, pensando a come ripartire

di SANTO STRATI – Rispetto alla drammatica e insopportabile realtà degli oltre diecimila morti in Lombardia, la Calabria affronta con meno ansia la festività di Pasqua, pur piangendo i suoi poveri morti. Senza abbassare la guardia contro l’incubo del coronavirus, la solennità della Resurrezione (per credenti e non) può dunque essere l’occasione per ritrovare tutti insieme il senso di comunità e, soprattutto, non smarrire la speranza.

Imparare dagli errori degli altri è buona pratica per chi ci amministra e la governatrice Jole Santelli ha mostrato di aver affrontato con la giusta determinazione e il rigore necessario l’emergenza, senza fare sconti ad alcuno, battendo i pugni ove necessario, mostrando convintamente la solidità dei provvedimenti adottati.

Certo, la tragedia dei troppi morti della casa di riposo di Chiaravalle non assolve nessuno, ma non è il tempo di cercare responsabilità che, al momento giusto, saranno accertate. Ora semmai bisogna fare tesoro anche dei propri errori e individuare il percorso più adatto per uscire dalla crisi sanitaria, senza trascurare il “dopo”.

Anche qui, è opportuno segnalare che l’esecutivo guidato dalla Santelli si è mosso con tempestività, sia per organizzare posti letti aggiuntivi in terapia intensiva, sia per limitare al massimo il propagarsi del contagio dopo i quasi 13mila rientri in Calabria, mandati subito in quarantena. Ma anche sul piano dell’impatto sociale della crisi, va ascritto a merito degli assessori Fausto Orsomarso e Gianluca Gallo l’essersi mossi con tempestività per rendere subito disponibili risorse a chi ha perso il lavoro, a chi è andato in cassa integrazione, a chi aspettava (i tirocinanti) da tempo immemorabile i pagamenti.

Certamente, i nostri figli avranno da raccontare ai loro figli  di questa strana e tristissima Pasqua di un anno più funesto che bisesto. E nessuno è in grado di prevedere senza ragionevoli dubbi la fine della pandemia, quando torneremo alla vita normale, alla vita di prima. Ma sarà uguale la vita che verrà? Questa asocialità forzata, siamo convinti, lascerà tracce difficilmente cancellabili nel breve periodo. Da un lato c’è chi ha scoperto il calore della vita domestica, famiglie che si incontravano solo per la cena hanno sperimentato (più o meno piacevolmente) lo stare insieme h24. Dall’altro, più d’uno avrà capito che non vale la pena di continuare a correre, come faceva fino all’8 marzo, in cerca di chissà cosa, riscoprendo il senso di unità della famiglia. E i ragazzi, perennemente attaccati al telefonino, avranno intuito che in cambio di una passeggiata, mano nella mano con l’amato/a, restare disconnessi sarebbe stato un prezzo da pagare molto volentieri.

No, non ci sarà più nulla come prima, perché nessuno potrà dimenticarsi le piazze deserte e le strade abbandonate, come in un film catastrofico che purtroppo si è subito rivelato come reale.

E cambieranno anche i rapporti in politica, perché in troppi hanno perduto l’opportunità dell’emergenza per dimenticare la conflittualità permanente – più utile a dare segno di esistenza sulla scena che altro – e tentare un avvicinamento per raggiungere – insieme – un obiettivo comune.

È successo, succede a livello di Parlamento, ma anche in sede regionale continuiamo a registrare banali baruffe verbali tra le varie parti politiche che non portano alcun benessere ai calabresi.

Non intendiamo dire che l’emergenza deve ispirare per forza l’evangelico “vogliamoci bene”, ma un minimo di disponibilità alla comprensione e a un comune sforzo per il raggiungimento di importanti obiettivi per la crescita e lo sviluppo della nostra terra sarebbe quanto meno auspicabile.

Il punto principale è che, per disgrazia di tutti noi, la politica nazionale (e ovviamente quella regionale e locale) ci ha costretti all’abitudine degli annunci.

Si consumano frasi ad effetto, lanciando mirabolanti aspettative, per poi dimenticarsene fino alla prossima occasione.

Così non va proprio e, da questo punto di vista, senza partigianerie, ci piace rilevare che nel primo mese l’esecutivo della Santelli ha cambiato rotta, stupendoci con “effetti speciali”. Avevamo presagito, forse presi da un insanabile ottimismo, che la Jole ci avrebbe sorpreso: ebbene, lo sta facendo. I primi segnali sono positivi e largamente apprezzabili, soprattutto a sostegno delle fasce più deboli, delle categorie sociali più a rischio e delle imprese che rischiano di non riaprire più.

Ben altra cosa rispetto ai continui pronunciamenti di capitan Tentenna (il nostro Presidente Conte) che ha adottato la formula dell’attesa per le sue conferenze stampa e le sue (anche se magari collegiali) decisioni. Se permettete i vari annunci sembrano più “armi di distrazioni di massa”; ovverosia, l’annuncite, chiamiamola così, serve a far dimenticare la realtà che ci circonda. L’ultima sortita che sembra prevedere il trionfo della cultura sull’abituale riluttanza degli italiani a leggere è la prevista riapertura delle librerie.

Ma, scusate, se la gente non può uscire di casa, come fa ad andare nei negozi che ricevono il nulla osta a riaprire? Come fa ad andare dal libraio che – in poco più di 40 mq – dovrebbe ricevere un cliente alla volta, invitandolo a mettersi guanti e mascherina e possibilmente non toccare i libri per evitare di trasmettere l’eventuale contagio? Le librerie, per chi le frequenta, sono dei favolosi punti di aggregazione sociale: si va a guardare i nuovi libri, a cercare qualcosa di cui si è sentito parlare, e con l’occasione scambiare un po’ di opinioni con gli altri frequentatori, spargendo o ricevendo consigli, suggerimenti segnalazioni.

Un tempo, scusate la nostalgia, c’era l’amico libraio (ancora per fortuna qualcuno è rimasto) che conosceva il cliente, lo guidava, gli metteva da parte qualche titolo di suo sicuro interesse e gli annunciava le novità in arrivo. Oggi ci sono impiegati desolati e scontenti che, al massimo, in una grande libreria indicano uno scaffale dove cercare o tutt’al più fanno un’interrogazione al computer per vedere la disponibilità di un titolo. E qualcuno si chiede perché Amazon e le altre librerie online hanno tanto successo? Se devo andare a frugare negli scaffali da solo, faccio prima a ordinare via internet, e il libro arriva il mattino dopo.

Scusate la digressione, ma questa politica delle riaperture parziali non ci convince proprio, se non c’è parvenza (almeno quella) di ritorno alla normalità. Ma vi immaginate la Mondadori su corso Mazzini a Catanzaro o la libreria Ave a Reggio aperte sulle due strade principali dove però non c’è nessuno? Ma che senso ha?

Del resto, cose sensate è difficile pretenderle da questi dilettanti allo sbaraglio che ci sono toccati come governanti. Non riescono a mettersi d’accordo (dem e cinquestelle) sulle cose più stupide, figuriamoci su quelle serie. E sono senza vergogna: quanti lavoratori autonomi stanno ancora aspettando il misero obolo di 600 euro promesso? Non c’è da indignarsi? Con esclusione dei giornalisti freelance (ai quali ha provveduto l’Inpgi, il proprio istituto di previdenza) tutti gli altri stanno ad aspettare.

Come sarà la loro Pasqua e quella di artigiani (parrucchieri, estetiste, ambulanti) che da un mese – un mese! – non vedono un centesimo di incasso? Cosa è stato fatto per loro? Nulla, se non l’annuncio che potranno portare in detrazione come credito d’imposta il 60% dei costi dell’affitto. Roba che le brioches di Maria Antonietta per il popolo che non aveva pane, diventano la bizzarra conferma che sono davvero tanti a non conoscere i veri problemi della gente. Con la differenza che la regina perse la testa (non in senso figurato) mentre i nostri governanti mostrano di non avercela proprio. E quando ce l’hanno è occupata nel mantenimento di privilegi che fanno infuriare la gente comune, quella che lavora e paga le tasse. E che ha servizi da terzo mondo e una pressione fiscale insostenibile

La distanza tra paese reale e paese legale sta, dunque, diventando sempre più incolmabile e ogni iniziativa per aiutare chi è stato colpito dall’emergenza si trasforma, abitualmente, in una beffa insopportabile. Chi ci guadagna, per esempio, dal cosiddetto decreto-liquidità varato appena qualche giorno fa? Ve lo diciamo noi: le banche che, sotto sotto, stanno posticipando prestiti già concessi prima dell’8 aprile, in modo da farli rientrare sotto l’ombrello della garanzia statale e che si faranno pagare “modeste” commissioni per istruire le pratiche di finanziamento. E ci guadagnano i solerti funzionari di finanziarie e pseudo associazioni di categoria che assicurano i propri servizi per aiutare le imprese a richiedere il finanziamento per liquidità. Da 300 euro in su per avviare la pratica e non è detto che poi il finanziamento arrivi (e non esiste, in questo caso, il rimborso dei costi sostenuti). Un vecchio giochetto che ha fatto arricchire tante associazioni per imprenditori: 800 euro o giù di lì per avviare la pratica di finanziamento (pur sapendo che la banca non avrebbe concesso in assenza di garanzie reali). Ci hanno raccontato imprenditori che anche in presenza dell’80% garantito da Confidi o altri consorzi analoghi, le banche hanno chiesto fidejussioni a garanzia dell’importo totale del prestito e non del rimanente 20%). Queste cose le sanno tutti, tranne chi ha scritto le 40 pagine del decreto finito sulla Gazzetta Ufficiale.

Per fortuna, siamo in Calabria e la Regione provvederà con “Riparti Calabria” a ridare fiato alle attività produttive fermate dall’emergenza. Come si fa, da parte del governo centrale, a non capire che la chiusura forzata (pur se pienamente legittimata dalla necessità di fermare il contagio) ha lasciato senza reddito migliaia di piccoli imprenditori, professionisti, artigiani, negozianti? Il diritto alla salute è ovviamente primario e prioritario, ma si pensi anche a chi – improvvisamente – si ritrova senza un euro in tasca.  Servivano soldi veri: sono stati fatti annunci e promessi finanziamenti, che quasi certamente – caso mai arriveranno – dovranno superare le lunghe e assurde procedure inventate dai burocrati di Stato.

Un appello pasquale, dunque, alla presidente Santelli e al suo assessore Orsomarso che affidano alla Fincalabra la gestione dei finanziamenti alle aziende in difficoltà: non lasciatevi incantare dalle sirene della burocrazia, fate in modo che i soldi giungano alle imprese, quelle vere, che hanno chiuso o ridotto l’attività. Sono i piccoli imprenditori la ricchezza di questo Paese, una ricchezza che anche la Calabria deve preservare.

Buona Pasqua a tutti. (s)

Scongiurare la catastrofe economica nel turismo: la ricetta di Giuseppe Nucera

La gravità della crisi economica che esploderà, soprattutto in Calabria, quando finirà l’emergenza sanitaria si accentua ancor di più nell’ambito del turismo. È questo, senza dubbio, il comparto più devastato dall’emergenza Coronavirus. Un giro d’affari da miliardi di euro per l’Italia il cui crollo appare verticale. Coinvolta tutta la filiera: dalle strutture ricettive agli stabilimenti balneari, senza dimenticare attività di ristorazione e tour operator. L’intera industria potrebbe perdere 120 miliardi entro la fine del 2020.

Giuseppe Nucera, ex presidente degli industriali reggini nonché ideatore del movimento ‘La Calabria che vogliamo’, sottolinea come servano misure forti e immediate per evitare il tracollo in Calabria. «Non c’è tempo da perdere, bisogna immediatamente correre ai ripari. In Calabria abbiamo una stagione estiva balneare 2020 già quasi compromessa, non sappiamo quando tutte le strutture ricettive e gli stabilimenti balneari potranno riaprire e con quali modalità».

«Il danno economico già creatosi – fa notare Nucera – è devastante, bisogna mettere in campo iniziative forti e decise per fermare l’emorragia. Penso ad esempio alla legge charter, che attualmente prevede che i contributi per i tour operator non vengono erogati durante l’alta stagione. Bisogna modificare questa legge e garantire i contributi anche durante i mesi estivi così da incentivare i tour operator ad organizzare voli dall’estero nei mesi di luglio ed agosto. Inoltre, per i mesi autunnali, il contributo del 25% andrebbe raddoppiato e portato al 50%, così da spingere il turismo anche negli ultimi mesi del 2020».

Misure che favoriscano il turismo a km 0 e tassa di soggiorno da cancellare le altre proposte lanciate da Nucera: «I comuni del territorio calabrese potrebbero sospendere il pagamento della tassa di soggiorno per il 2020, in modo da incentivare i turisti a scegliere la nostra regione. Il turismo a km 0 sarà una una risorsa fondamentale in una situazione come quella che stiamo vivendo, per questo motivo servono una serie di iniziative in favore dei cittadini italiani che sceglieranno la Calabria come meta delle loro vacanze. Penso a buoni vacanza, voucher per la benzina, contributi per il pedaggi».

Secondo Nucera, «Turismo e mobilità hanno subìto uno choc della domanda sei volte superiore a quello dell’11 settembre. C’è disponibilità di fondi europei dai quali attingere, sarebbe un’opportunità per l’intera filiera, ma si tratta soltanto di una delle iniziative da mettere in campo». Per questa ragione Nucera si rivolge al Governo regionale, chiedendo una comunicazione decisa e propositiva assieme ad uno sforzo deciso in materia di strutture sanitarie. «La nostra regione, fortunatamente, è tra le meno colpite dalla diffusione del Coronavirus. La Calabria può e deve ospitare nei prossimi mesi tutti i turisti provenienti dal nord e dall’estero, per farlo però bisogna dare un messaggio forte. La Regione Calabria – dice il responsabile del movimento La Calabria che vogliamo Nucera – deve farsi portavoce attraverso spot rassicuranti, che riescano ad abbinare alle numerose bellezze del nostro territorio anche la sicurezza sul tema sanitario. Chi sceglierà la Calabria per trascorrere le proprie vacanze, deve sapere che lo farà in una regione organizzata, che assicura in caso di bisogno cure in strutture sanitarie all’altezza. Per farlo serviranno i salti mortali, ma si tratta di un aspetto fondamentale. La Calabria si trova davanti a un bivio, bisogna lavorare in modo incessante e le delibere adottate dal governo regionale nelle ultime settimane vanno nella giusta direzione».  (re)