RIPARTENZA DALLA SCUOLA: DA CITTANOVA
MODELLO DI ENTUSIASMO E COMPETENZA

di FRANCESCO RAO – La Scuola continua ad avere una serie di criticità che il Covid, in buona parte, ha contribuito ad enfatizzare. Nell’ultimo anno, la pandemia oltre a mietere vittime ha letteralmente aperto uno squarcio nel sistema educativo e formativo italiano creando una fase priva di precedenti. Tutto ciò, contrariamente al passato, non potrà essere risolvibile con l’applicazione di metodi e soluzioni già praticate. Bisognerà attivare nuove strategie, ponendo come punto di partenza la volontà di far andare avanti ogni azione formativa, educativa ed aggregativa in sicurezza per rendere possibile ai nostri studenti di realizzare una duplice azione: evitare lo scoramento dei momenti di solitudine; rimettere in moto i processi formativi anche mediate l’utilizzo di spazi aperti.

Il primo elemento da tenere in considerazione dovrà essere una novità metodica nella quale,  la cabina di regia che dovrà seguire questa delicatissima fase non dovrà fermarsi con l’eventuale cambio di governo ma dovrà persistere nel rispetto della volontà istitutiva esercitando sempre facoltà d’indirizzo e controllo ma nel rispetto degli elementi che ne contraddistinguono la mission operativa da protrarsi sino a quanto non verrà dichiarata la fine della pandemia. Potranno essere sostituiti i componenti, potrà essere riveduta e corretta la curvatura progettuale, ma l’operatività della cabina di regia dovrà persistere sino al raggiungimento di un primo importantissimo traguardo: portare ad un limite fisiologico del 4%, su scala regionale, la dispersione scolastica in Italia.

Per alcuni versi, il sistema educativo e formativo italiano aveva già accumulato ritardi rispetto ad altri modelli europei. Tale affermazione, a scanso di ogni equivoco, non vuole essere una deminutio capitis nei confronti di quanti lavorano nel mondo della Scuola. E’ una constatazione dettata dalla contingenza temporale e dalle mutevoli richieste di professionalità richieste da un mercato del lavoro che corre, ponendosi un duplice obiettivo: generare occupazione e innovazione per poter poi raggiungere alti standard di produzione e competitività.

A seguito di una buona parte di riforme non del tutto perfezionate, il nostro sistema scolastico appare per mille versi incompleto. Vuoi per motivi di instabilità politica, vuoi per una rinnovata mentalità, tesa ad anteporre alla bontà dei progetti il concetto di discontinuità rispetto al passato tra chi ha governato e chi governa, oggi il cerino in mano se lo ritrova anche  l’attuale Presidente del Consiglio, Prof. Mario Draghi. Proprio lui, sin dai tempi non sospetti, aveva focalizzato la sua attenzione sulle numerose problematiche afferenti al mondo della Scuola, individuabili a volte come cause, ed a volte come effetti.  L’attuale Premier, sin dalle prime dichiarazioni nell’esercizio delle funzioni, ha ben pensato di condividere una necessità nazionale: far recuperare tempo ed opportunità formative ai nostri studenti  durante l’estate. Se da una parte si è levato lo scudo delle proteste, con questa riflessione, senza voler entrare nel merito politico,  vorrei muovere una proposta tesa ad illustrare l’opportunità e la visione offertaci dal Presidente Draghi.

Il periodo estivo,  oltre all’auspicata pausa pandemica, potrebbe essere anche una valida parentesi per restituire ai nostri studenti la possibilità di allineare competenze, socialità e rimettere in moto quell’arricchimento creativo, attivabile mediante la partecipazione ad attività laboratoriali da realizzare in appositi percorsi extrascolastici, messi in atto previo l’emanazione di bandi ai quali le Istituzioni scolastiche e gli Enti Locali potranno partecipare per erogare le attività programmate dal Ministero. Questo modello estensivo del percorso scolastico tradizionale, oggi più che mai, è necessario in quanto i dati illustrati nel grafico sottostante, indicano chiaramente la misura del divario esistente tra gli studenti residenti nelle macro aree dell’Italia e la necessità di dover agire per tempo senza dover continuare a procrastinare.

Proviamo a trasformare il dato in opportunità per poi immaginare l’Italia dei prossimi 30 anni. Non bisognerà essere in possesso di particolari competenze per dedurre quale sarà la proiezione e quale potrebbe essere il risultato: la penuria di conoscenza e sapere, alimenterà soprattutto la corruzione, la criminalità e la qualità delle politiche messe in atto per amministrare l’Italia intera, partendo dalla cellula più piccola del nostro Stato e cioè dai Comuni sino a raggiungere le più alte cariche istituzionali. Per illustrare tale circostanza, sono stati riportati i risultati dei test OCSE PISA del 2018, i quali prendono in esame l’ambito della lettura e della matematica.

I servizi pubblici: la scuola

Il lettore, come potrà evincere dalla lettura dei grafici, avrà sicuramente constatato l’emergenza educativa da governare nell’immediatezza. Rimandare, soprassedere, sminuire oppure applicare le pregresse misure, con l’intento di ottenere vecchi risultati, comporterà un incremento esponenziale del divario culturale non soltanto tra Nord e Sud ma si rischia di aprire ulteriori divari culturali anche nei luoghi dove tali fenomeni, sino a qualche anno addietro erano marginali o inesistenti. Il livello emergenziale, presente e futuro, riconducibile alle cause afferenti alla deprivazione culturale, non riguarderà soltanto quanti vivranno fenomeni di povertà educativa, ma tenderà ad estendersi anche a quei segmenti sociali che in passato apparivano sottratti a tale dinamica perché riconducibili ad una classe mediamente agiata ed oggi non più tale.  In tal senso, la Pandemia potrebbe essere paragonabile ad un catalizzatore che ha accelerato ogni processo emergenziale e dove erano presenti criticità non mitigate dalle politiche di governo o delle Regioni l’attesa di una mancata tenuta sociale non è un fatto da sottovalutare.

Il titolo di questa riflessione vuole essere una proposta concreta, utile per i ragazzi ma anche per l’intero Paese. Pertanto, prima ostacolare l’opportunità, aggrappandosi a mille scuse ed alimentando le solite forme di pregiudizio tese a bloccare la proposta sul nascere, chiederei la cortesia di voler provare ad immaginare una prosecuzione dell’attività scolastica nei mesi estiva, intravedendo immediatamente l’opportunità che risiede nell’iniziativa e mettendo da parte, sin da subito,  l’idea di una Scuola estiva, pensata sulla replicabilità del modello tradizionale  immaginando un laboratorio estivo di peer-education, svolto prevalentemente all’aperto e imbastito da quel modello di offerta formativa, da sempre affascinante che tutti noi conosciamo come l’“Estate Ragazzi”, frequentata annualmente da quanti non vedevano l’ora di poter indossare il cappellino colorato del “Gr.Est.” e le magliette colorate dei  rispettivi gruppi di gioco.

L’insuccesso scolastico, emerso dal monitoraggio invalsi, rappresenta un campanello d’allarme che molto presto diventerà assordante. Sulla scorta di tali evidenze, prevedere l’insuccesso formativo oggi non può essere più una tra le opportunità da perseguire ma dovrà essere il passo decisivo da compiere e portare a termine con un cronoprogramma ben definito. Far maturare un risultato in controtendenza alle dinamiche attuali nell’arco dei prossimi 7 anni non dovrà essere una missione impossibile ma un lavoro d’insieme, dove la cooperazione possa divenire l’elemento di novità teso a generare una sommatoria positiva. Tutto ciò, affinché possa realmente essere funzionale, non dovrà essere il programma di un governo, ma dovrà assumere l’aspettativa di uno Stato che investe annualmente i soldi del contribuente, tanto nei confronti dei docenti quanto nei confronti degli studenti, per poter avere come risultato, oltre ad una crescita culturale degli Italiani lo sviluppo socio-economico del Paese.

La funzione educativa e formativa rivolta ai nostri giovani, in prima istanza, dovrà avere questi obiettivi ed i docenti dovranno sentirsi i veri protagonisti del cambiamento che l’Italia ci chiede. Affinché possano trasferire ai loro discenti competenze, abilità e motivazione, occorre che gli stipendi del personale scolastico non sia tra i più bassi della pubblica amministrazione italiana. Per rimettere in moto la speranza ed avviare la crescita c’è bisogno di motivazione. La svilente quantità di cavilli burocratici esistenti che di fatto ostacolano la volontà di quanti vorrebbero poter diventare docente, si trasforma in una gigantesca scala mobile dove moltissimi aspiranti insegnanti trascorreranno più della metà della loro vita a conseguire titoli, spendendo soldi in corsi e testi per sostenere concorsi per poi sentirsi umiliati da norme e regolamenti messi in atto per rendere sempre più distante la meta. Ho avuto modo di conoscere molti docenti carichi di entusiasmo, ma con il passare degli anni ho visto spegnere l’ardente desiderio di compiere bene il proprio dovere in quanto esasperati da un sistema voraginoso e complesso dove c’è di tutto ma alla fine la Comunità educante è troppo piccola per accogliere e formare i nostri ragazzi. Le cause sono tante e in questa sede eviterò di approfondirle, un dato è certo: il Dirigente scolastico dovrà tornare ad occuparsi di coordinamento didattico, mettendo da parte le tonnellate di carte che alimentano la quotidiana burocrazia. Per quest’ultima fase, bisognerà affidare maggiori Risorse Umane e mezzi finanziari ai Direttori Amministrativi. I Docenti dovranno tornare ad insegnare, i genitori non dovranno sottrarre il lavoro ai Pubblici Ministeri ed i Giovani dovranno tornare a studiare per diventare grandi.

Gli insuccessi scolastici

Tornando alla proposta iniziale e mettendo da parte l’eventuale preoccupazione afferente a ciò che dovranno svolgere i nostri ragazzi, proviamo ad immaginare cosa e quanto potranno apprendere i nostri studenti utilizzando i due mesi estivi. Per i più piccoli, l’esperienza del gioco, unitamente ad altre attività didattiche, somministrate in modalità partecipate e tese ad ottenere anche restituzioni sulle discipline affrontate, seppur praticate in modo meno oneroso di come avviene durante l’Anno Scolastico, sarà sempre il punto di partenza per apprendere le regole, metterle in pratica e tornare a vivere il percorso di crescita in un segmento dove possa tornare a prevalere il noi e non l’egoistico io.

Questo modello di sperimentazione, con annesse attività trasversali quali educazione civica (per es. partecipare ad attività svolte dal volontariato o dall’azione Cattolica), oppure alla possibilità di svolgere percorsi tesi a conoscere l’ambiente,  potrebbero essere anche un validissimo vettore per far uscire dal paradigma del “learning loss[1]” moltissimi studenti, proiettati ad una forma di apatia diffusa e sempre meno propensi ad essere coinvolti nello svolgimento delle attività didattiche erogate attualmente in modalità D.A.D. Attraverso percorsi alternativi, da realizzare in sicurezza all’interno dei laboratori scolastici oppure nei parchi comunali, quanti frequenteranno tali attività, riparati dal caldo sotto gli alberi, potrebbero ritrovare gli stimoli ideali per rientrare in aula con maggiore carica e determinazione quando verrà avviata l’attività scolastica nel prossimo autunno. Oggi, l’onda lunga proveniente dagli Stati Uniti d’America ed il cambiamento sociale in atto, bisogna assumerli come variabili di sistema non come semplice novità.  Nell’arco di pochissimi anni, la mancata innovazione dei modelli forativi raderà al suolo i vecchi modelli di lavoro ed i traballanti modelli occupazionali. Ciò che le nostre giovani generazioni dovranno apprendere sin da subito, non dovranno essere soltanto le abilità ma bisognerà concentrarsi molto e di più sulle competenze.

C’è un settore in Italia che sta cercando tecnici però il segmento scolastico non è in linea con le richieste ed i poli tecnologici soffrono unitamente alle opportunità di sviluppo in quanto i percorsi afferenti al sistema di Industria 4.0 continuano ad essere poco incentivati. Non va sottovalutato il fatto che in Italia vi sia anche una parte del sistema Universitario ingessato su un modello che a volta potrebbe essere paragonabile alla prosecuzione delle segmento di Scuola Superiore. Idem per ciò che riguarda i Master post laurea. In tali percorsi, contrariamente a quanto avviene in altre parti del mondo, noi Italiani abbiamo fatto a modo nostro evitando agli studenti di trascorrere metà della loro giornata a contatto con il lavoro per il quale hanno deciso di studiare ed approfondire e rendendo il Master una prosecuzione dell’Università.

Perciò, l’idea di fondo che mi trova perfettamente in linea con quanto immaginato dal Presidente Draghi, tra l’altro rimarcato in più circostanze anche dal Ministro Patrizio Bianchi, potrebbe essere una Scuola aperta al territorio ed intenta a cogliere le opportunità di una crescita strutturale della società  in modo innovativo ed attraverso una duplice propensione tesa a volere e  sapere quanto sia importante  mettersi in gioco sin dalla giovane età.

In un sistema formativo moderno, il coinvolgimento di personale tecnico, educatori e professionisti disposti a lavorare durante la fase estiva su basi progettuali ben definite, utilizzando laboratori interni alla Scuola ma anche utilizzando luoghi quali parchi, Musei, Palazzetti dello Sport, Centri storici di Città o di Paesi, stazioni ferroviarie, sentieri di montagna, percorsi fluviali, spiagge non dovrebbe essere altro che una forte spinta emotiva per far crescere la capacità critica e la fantasia di questa generazione oggi reclusa in casa, intenta a trascorrere giornate standardizzate.

Penso ad attività didattiche e formativa non in linea con le disposizioni normative  di cui al Decreto Ministero della Pubblica Istruzione n. 139 del 22/08/2007, ma articolate in modo tale da promuovere oltre alle abilità le competenze e le conoscenze personali attraverso una serie di attività da svolgere mediante lo sviluppo dei quattro assi culturali di riferimento.

Come si potrà notare dalla tabella relativa all’insuccesso scolastico, i dati INVALSI documentano le dinamiche afferenti alla dispersione scolastica in Italia. Come già detto, potrà essere ampiamente prevedibile l’effetto che andrà a riverberarsi in tali contesti dove, oltre alla deprivazione culturale ed alla povertà educativa oggi si affiancherà l’effetto del “learnig loss” proprio a seguito delle problematiche più volte analizzate ed illustrate in questa ed in altre mie riflessioni. Oggi siamo ad interrogarci sulla durata della pandemia, ma non c’è una forte consapevolezza a quali difficoltà saranno esposti i nostri studenti.

Sulla scorta di questa brevissima riflessione, l’opportunità di rendere possibile l’avvio di percorsi sperimentali, tesi ad avviare attività scolastico-formative durante il periodo estivo, potrebbe essere anche una vera e propria opportunità per attivare scambi culturali, fruibili  dagli studenti residenti al Nord o al Centro Italia che trovandosi in vacanza nel Meridione d’Italia potrebbero frequentare le attività previste per il periodo estivo, suddivise per classi e gestite nel rispetto di una programmazione semplice ma efficace che potrebbe trovare in pochissimo tempo una condivisa attività di programmazione ed attuazione nel rispetto dei programmi Ministeriali e, come già detto,  in funzione  agli Assi culturali ed alle competenze chiave, nelle quali, potrebbero trovare spazio anche discipline proposte in modo democratico dagli stessi partecipanti. Quest’ultima opportunità, oltre a rendere maggiormente motivante la proposta, potrebbe essere un’ennesima trasversalità afferente all’abito dell’educazione civica ed alla tutela dell’ambiente.

Quindi, messa da parte ogni paura:

  • I Genitori non dovranno vedere i propri figli impegnati a Scuola 5 per ore al giorno durante l’estate, immaginando sofferenza e non processi di apprendimento ma sarà utile uno slancio di fiducia teso a far crescere i giovani e soprattutto rendere loro qualche opportunità in più per il futuro;
  • Nessuno dovrà veder bloccate le proprie ferie perché il proprio figlio o la propria figlia dovrà frequentare le attività estive;
  • Per i Docenti, non dovrà esserci la preoccupazione di dover insegnare anche durante l’estate, senza poter avere ferie (anche se ogni impiegato afferente al mondo della Scuola, come da CCNL, ha diritto a 32+4 giorni di ferie l’anno). Nulla di tutto ciò, quanti vorranno potranno lavorare anche in tali ambiti ma con nuovi metodi, rendendosi disponibili per tempo;
  • Gli Educatori insieme ai Professionisti coinvolti, non dovranno pensare di dover fare volontariato durante l’estate ma dovranno guardare all’opportunità di poter lavorare con giovani essendo retribuiti grazie ai fondi che dovranno essere messi a disposizione dallo Stato;

L’opportunità di mettere in campo un sistema che possa far “recuperare” tempo ed entusiasmo agli studenti, impegnandoli nei mesi estivi, con una pausa dal 10 al 20 agosto e prevedendo crediti formativi per il futuro per quanti sceglieranno di investire su se stessi mediante l’adesione a tali percorsi,  potrebbe essere un primo serio provvedimento per mettere all’angolo la virulenta pericolosità della povertà educativa, la deprivazione scolastica e il crescente fenomeno del Learnig Loss destinati ad alimentare nel tempo oltre ai fenomeni di dispersione scolastica anche l’analfabetismo funzionale e la decadenza sociale.

Scrivo questa riflessione perché gran parte del modello operativo esposto è stato ampiamente sperimentato durante l’estate del 2020 con le attività programmate e realizzate a Cittanova, mio Paese d’origine situato in Calabria, grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministro Bonetti, l’Amministrazione Comunale ha inteso promuovere questo modello inclusivo e tutti i partecipanti all’Estate Ragazzi” hanno dimostrato una straordinaria partecipazione ed una costante puntualità, dedicandosi con talento e passione ad ogni iniziativa. Personalmente la più grande soddisfazione non è stata l’aver scritto l’intera progettazione o l’esser stato nominato responsabile del progetto ma vedere tantissimi bambini e giovani, giocare e leggere, colorare e divertirsi durante un’estate piena di colori. (raf)

(Francesco Rao è un sociologo e docente, vive a Cittanova)

COVID-19 – Il Bollettino del 10 aprile. Dati ufficiali della Regione Calabria

Il bollettino medico del 10 aprile 2021: in Calabria + 477 casi

 

In Calabria ad oggi sono stati sottoposti a test 655.464 soggetti per un totale di tamponi eseguiti 699.381 (allo stesso soggetto possono essere effettuati più test).

Le persone risultate positive al Coronavirus sono 51.088 (+477 rispetto a ieri), quelle negative 604.376.

Sono questi i dati giornalieri relativi all’epidemia da Covid-19 comunicati dal dipartimento Tutela della Salute.

Territorialmente, dall’inizio dell’epidemia, i casi positivi sono così distribuiti:

– Cosenza: CASI ATTIVI 6.317 (133 in reparto Azienda ospedaliera di Cosenza; 22 in reparto al presidio di Rossano;14 al presidio ospedaliero di Acri; 22 al presidio ospedaliero di Cetraro; 0 all’ospedale da Campo; 17 in terapia intensiva, 6.109 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 9.853 (9.452 guariti, 401 deceduti).

– Catanzaro: CASI ATTIVI 2.886 (60 in reparto all’Azienda ospedaliera di Catanzaro; 11 in reparto al presidio di Lamezia Terme; 30 in reparto all’Azienda ospedaliera universitaria Mater Domini; 13 in terapia intensiva; 2.772 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 4.734 (4.626 guariti, 108 deceduti).

– Crotone: CASI ATTIVI 1.071 (43 in reparto; 1028 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 3.511 (3.451 guariti, 60 deceduti).

– Vibo Valentia: CASI ATTIVI 476 (16 ricoverati, 460 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 4.059 (3.986 guariti, 73 deceduti).

– Reggio Calabria: CASI ATTIVI 1598 (103 in reparto all’Azienda ospedaliera di Reggio Calabria; 18 in reparto al presidio ospedaliero di Gioia Tauro; 8 in terapia intensiva; 1.469 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 16.213 (15.958 guariti, 255 deceduti).

– Altra Regione o stato estero: CASI ATTIVI 61 (61 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 309 (309 guariti).

I casi confermati oggi sono così suddivisi: Cosenza 141, Catanzaro 133, Crotone 46, Vibo Valentia 37, Reggio Calabria 119. Altra Regione o stato estero 1.

Nel conteggio sono compresi anche i due pazienti di Bergamo trasferiti a Catanzaro, mentre non sono compresi i numeri del contagio pervenuti dopo la comunicazione dei dati alla Protezione civile.

IL REPORT DI OGGI 10 APRILE

LA CALABRIA DA LUNEDÍ TORNA ARANCIONE
IN FUTURO SOLTANTO CHIUSURE PER ZONE

È ufficiale. La Calabria torna zona arancione da lunedì 12 aprile. Lo ha reso noto il presidente f.f. della Regione Calabria, Nino Spirlì.

«Il comportamento della nostra gente – ha detto Spirlì – il rispetto delle norme, l’aiuto delle forze dell’ordine e di tutti gli addetti alla sicurezza, quel senso di responsabilità che abbiamo, via via, accresciuto, hanno prodotto un importante risultato».

«Ciononostante – ha aggiunto – abbiamo consegnato al virus tante persone care, troppe. E continuiamo a essere troppo esposti agli assalti del Covid. Sono convinto che per i nostri imprenditori, commercianti, artigiani, e non solo per loro, sarà un nuovo timido inizio, che deve essere accompagnato da giusti risarcimenti che abbiamo – e ho personalmente – chiesto al Governo. Ma non dobbiamo abbassare la guardia e non dobbiamo sentirci completamente al sicuro: lo saremo solo se continueremo a tutelarci l’un l’altro, solidalmente».

«La nostra Regione – ha concluso Spirlì – ha difficoltà ultratrentennali, note e mai risolte, nel campo della Sanità. Chi oggi da lezione, ieri ha taciuto. Un silenzio assordante, mentre i ladri rubavano e mentre i conti non tornavano. Tanti chiedono conto a chi è al timone in questo tempo nemico, sapendo che il timone, loro, lo avevano consegnato ai pirati. Ma, tant’è: questo è il gioco delle parti. La cosa importante, al di là delle volgarità e delle nequizie di puro carattere pre-elettorale, è arrivare insieme a un porto sicuro. E lo faremo».

La consigliera regionale della LegaTilde Minasi, in merito al ritorno della zona arancione della Calabria, e quindi la riapertura delle attività, ha detto che «è importante evidenziare come determinate scelte vadano ponderate e basate sulle singole aree. Non può estendersi un provvedimento così drastico ad intere regioni, che magari, come nel caso calabrese, presentano ampie disparità di contagio da una zona all’altra».

«È fondamentale tutelare la salute – ha detto ancora – ma altrettanto va tutelato il contesto socio economico, a maggior ragione in situazioni già fragili come quelle che caratterizzano il nostro tessuto produttivo, basato in gran parte su piccole e medie imprese che, dopo un anno, riscontrano serie difficoltà a proseguire nelle loro attività. Sino ad oggi, la composta attesa di molte categorie e il loro dispendioso adeguamento ai protocolli, infatti, non ha garantito giusti sussidi e adeguati interventi normativi, non permettendo perciò di far fronte alle spese che continuano ad essere costanti a fronte di guadagni esigui, e a volte nulli». 

«Per questo, come ribadito anche da Matteo Salvini nel corso dell’incontro con il presidente Mario Draghi – ha proseguito la Minasi – è un dovere riaprire dove i numeri del contagio lo consentono. Si guardi, ad esempio, ai casi attualmente attivi nella provincia di Reggio, non tali da prevedere le chiusure totali.  Un’analisi in tal senso, e su questo si sta ragionando anche con il presidente Spirlì che si è recato appositamente a Roma, va assolutamente compiuta. La zona rossa perenne e per tutti non è più percorribile: ci si prodighi seriamente al completamento della campagna vaccinale, unico strumento per superare questa impasse e non assistere più a scene drammatiche come quelle registrate in questi ultimi giorni in tutta Italia».        

«La situazione è disperata e, nel Meridione soprattutto – ha sottolineato – si rischia seriamente di consegnare queste imprese, danneggiate dalla pandemia e senza liquidità disponibile, alla criminalità organizzata, che, come è noto, è solita operare nelle criticità sociali. E ci troveremo ad un punto di non ritorno. Non si può più chiedere alle comunità di scegliere tra salute e lavoro – ha concluso la consigliera regionale –. Su questo concentreremo tutte le nostre energie e il nostro impegno». (rcz)

Al via gli incontri di gruppo online di supporto-sostegno psicologico delle dott.sse Toscano e Gualtieri

Proporre dei gruppi online per poter fornire, a chi è interessato, uno spazio protetto e monitorato e condotto in maniera professionale che possa permettere di “superare” ed affrontare questo difficile momento di vita, di condivisione mondiale. È l’iniziativa delle due psicologhe e psicoterapeute Carmela ToscanoStefania Gualtieri che prevede degli incontri, a cadenza settimanale, sulla piattaforma di Google Meet per fornire «supporto psicologico e dare la possibilità di risignificare i vissuti legati alle problematiche da covid 19 (diretti ed indiretti)».

«L’odierna situazione di emergenza sanitaria che si sta vivendo – si legge in una nota – ormai da più di un anno, necessità di risposte pronte, attente, circostanziali, ben formulate ed elaborate ad hoc da parte dei professionisti della salute mentale.  Diverse e numerose le condizioni psicopatologiche e le “sofferenze psichiche” riscontrate tra la popolazione che non solo ha dovuto far fronte ad un evento improvviso e minaccioso come il covid 19, ma sta vivendo una situazione di isolamento sociale ormai trasformatasi in una quotidianità che riduce il singolo ad una condizione di impotenza costante, alla convivenza con l’angoscia di morte e ad una forma di isolamento per definizione innaturale per l’essere umano».

I destinatari sono tutti coloro che stanno vivendo con “sofferenza”, con difficoltà questo periodo di isolamento sociale e tutte le varie problematiche collegabili, in maniera diretta od indiretta, alla patologia covid-19.

 

La dott.ssa Carmela Toscano riceve a Melito di Porto Salvo (RC), a Reggio Calabria e a Lamezia Terme (CZ) (contatti: cell 3496662181 – toscanocarmela.psi@gmail.com); la dott.ssa Stefania Gualtieri riceve presso le zone di Soverato e nel Catanzarese (contatti: cell 328216737 – stefania.gualtieri91@libero.it). (rrm)

 

 

 

 

LA SOLITUDINE DEL “COMMISSARIO SANITÀ”
IL GOVERNO IGNORA IL PREFETTO LONGO

di SANTO STRATI – L’ottimistica affermazione del gen. Figliuolo, nuovo Commissario per l’emergenza, dopo la veloce visita in Calabria “Va tutto bene” purtroppo non solo non rassicura nessuno, ma rischia di buttare benzina sul fuoco delle polemiche scoppiate intorno a questa inaccettabile “passerella” del responsabile anticovid. Questa visita del tipo toccata e fuga (come si usava una volta per i ministri per i quali si preparavano scenografie umane di consenso e le piazze venivano messe a lucido alla bisogna) non è piaciuta a nessuno, o quasi, perché facilmente si presta a una maliziosa interpretazione “politica”. Il generale – è voce comune – è stato malconsigliato e utilizzato (questa volta davvero a sua insaputa) a fare propaganda elettorale alla Lega: due indizi incontrovertibili inducono a pensar male (si fa peccato – diceva Andreotti – ma spesso ci s’azzecca) non foss’altro perché Taurianova, seconda tappa del “sopralluogo” non solo è la città del presidente ff Nino Spirlì ma è anche l’unica città calabrese governata da un sindaco leghista (Roy Biasi). La mancata convocazione del sindaco della Città Metropolitana di Reggio Giuseppe Falcomatà non è soltanto un brutto episodio di maleducazione istituzionale (noi preferiremmo parlare di sgarbo), ma lascia immaginare scenari di complotto che non riescono nemmeno a far sorridere per quanto sono ridicoli. La verità, però, è che la fotografia della Calabria – che da domani – ricordiamolo – precipita in zona rossa) che è stata presentata al generale Figliuolo sembra ritoccata al photoshop, via le rughe, un po’ di ombre sugli zigomi, un ritocchino agli occhi e la racchia di turno (senza offesa per il genere femminile, scusate) riesce a diventare persino bella. La ricognizione “guidata” è sembrata troppo guidata e l’aver snobbato i sindaci e l’area metropolitana, oltre che aver rifiutato qualsiasi contatto diretto con i giornalisti (inclusi alcuni censurabili episodi di identificazione per i cronisti che facevano il loro lavoro) autorizzano un coro di grande insoddisfazione a tutti i livelli: sia tra il personale medico, sia tra gli amministratori locali, sia tra la stampa, sia tra l’opinione pubblica.

E se a tutto ciò si aggiunge la continua solitudine (forse il termine esatto sarebbe sconforto) del prefetto Guido Longo chiamato a gestire in regime commissariale la sanità calabrese s’intuisce che il quadro non è sicuramente brillante. Il commissario Longo, ottimo poliziotto, integerrimo uomo di Stato, ha accettato per spirito di servizio una “rogna” che chiunque avrebbe avuto mille ragioni di rifiutare. La sua fedeltà di servitore dello Stato non ha trovato, però, analoga rispondenza da parte del Governo: gli erano state promesse risorse e collaboratori competenti (25), gliene hanno mandati a malapena quattro (altri due sono in arrivo) e ancora aspetta la nomina dei subcommissari.

Facile comprendere l’amarezza di un funzionario dello Stato che si sente abbandonato dallo stesso Stato. Però, qui, sorge inevitabile la domanda: ma la vastissima esperienza nell’apparato statale non gli ha insegnato che a volte bisogna mettersi a urlare per farsi ascoltare? Bisogna gridare per superare i vincoli di una burocrazia che annienta anche il più robusto dei nuovi eroi del Terzo Millennio. E il prefetto Longo che, per carattere, usa toni pacati, cela la rassegnazione con una speranzosa illusione di rinnovamento. Aspetta, è uno che sa attendere, non strepita, non manda messaggi trasversali. Attende, peggio dei due del beckettiano Godot che non sarebbe arrivato mai. E qui – se ci è permessa una riflessione – sbaglia: dovrebbe lanciare urla che da Germaneto arrivino direttamente a Palazzo Chigi, senza annunciare o minacciare le dimissioni, semplicemente lasciando capire che non c’è trippa per gatti. O gli danno gli strumenti (le risorse, il personale) per operare e fare ciò che gli è stato chiesto, o saluta tutti e se ne va. D’altro canto, chi può risanare una sanità affogata da debiti ultradecennali, quando le risorse a disposizione devono compensare le voci debitorie e, solo in piccola parte, sopperire alle necessità di rinnovamento di strumentazione, di assunzione di personale, di acquisto di materiale sanitario? Nessuno potrà mai risanare la sanità se deve preoccuparsi di tappare i buchi dei debiti che i vari commissari mandati dallo Stato hanno moltiplicato anziché dimezzare. E qui, ritorna il solito refrain dell’azzeramento del debito, adesso cavalcato da Spirlì.

Sbaglia – a nostro modesto avviso – chi reputa immorale già la sola idea di un condono tombale che risani il debito dei calabresi, ma, attenzione, i debiti non li hanno fatti i calabresi che hanno subito una sanità indegna di un Paese civile: sarebbe il giusto risarcimento di uno Stato che non ha saputo controllare i suoi controllori che non hanno controllato un bel niente. Scusate il pasticcio di parole, ma rende appunto l’idea: è un brutto pasticcio dove ci sarebbe persino da ridere – se non fosse così drammatica la situazione – ascoltando la frase detta con assoluta serietà “c’era una contabilità orale”. E undici anni di commissariamento hanno prodotto una media di 300 milioni l’anno di spese mediche per ricoveri fuori della regione (senza contare i costi aggiuntivi sostenuti dai familiari per trasferte, vitto, soggiorni, etc) per l’impossibilità di avere un intervento chirurgico o una diagnostica in tempi “umani” nella propria terra. Una terra dove ci sono eccellenze non solo tra alcuni istituti privati (che sono all’avanguardia come tecnologia) ma anche negli ospedali pubblici: ci sono tante eccellenze tra medici e specialisti in Calabria, è il contorno che non funziona. Manca il personale, la strumentazione non è stata aggiornata, sostituita o quanto meno rinnovata, manca un’idea di sanità dalla parte delle gente comune. Di chi crede di poter avere gli stessi diritti di chi è nato nell’ “altra” Italia, quella che va veloce e sprizza efficienza (salvo le figuracce e la tragedia quotidiana a proposito del covid). Ecco, prefetto Longo, dovrebbe gridare, anche se non è il suo stile e non può annuire al generale Figliuolo che dice che in “Calabria va tutto bene”.

«Se il generale Figliuolo – ha detto il segretario regionale della Cgil Angelo Sposato – avesse incontrato anche qualsiasi categoria sociale o il sindacato invece di farsi accompagnare solo dal facente funzioni avrebbe visto altre realtà e magari qualcuno gli avrebbe ricordato che ci sono in giro per la Calabria 80.000 vaccini che non vengono somministrati perché mancano i punti vaccinali, mancano le terapie intensive e i posti letto Covid, mancano i medici, non si sa come sono stati spesi i fondi anti Covid e le strutture sanitarie hanno le file nei pronto soccorso”. Lo afferma il segretario generale della Cgil Calabria Angelo Sposato. «Dire “tranquilli va tutto bene” – prosegue Sposato – e la sera sentire il governo che annuncia da lunedì la zona rossa ha il sapore della beffa. Se avesse solo chiesto gli avremmo indicato anche la Calabria reale, quella che cammina ogni giorno sulle macerie sotto i bombardamenti».

In Calabria, parliamoci chiaro, non va niente bene: non andava bene la sanità prima, non va adesso con il Covid, nonostante lo straordinario e mai sufficientemente lodato impegno di medici, personale sanitario, tecnici, che passano intere giornate in ospedale per salvare vite umane, per prestare assistenza. Il piano vaccinazioni (che di fatto non c’è) non ha funzionato e va ancora messo a punto. Ma perché con tante professionalità medico-scientifiche disponibili in Calabria, capaci, competenti, aspetta il prefetto Longo che il Governo gli mandi l’equivalente di due squadre di calcio, quando potrebbe imporre le sue determinazioni? Se non è in grado di esprimerle o, peggio, non gli permettono di deciderle, allora sta perdendo tempo e sta facendo danni ai una regione per la quale ha dichiarato, in più occasioni, un sincero amore, come fosse quella che gli ha dato i natali. È antipatico, rude, come discorso, ma è verità. Si abbia il coraggio di riconoscerlo.

E, tornando alla “ricognizione” del Commissario Figliuolo non si possono non far proprie le parole di un incazzato (istituzionalmnte parlando) sindaco Falcomata: «Più che un aspetto istituzionale, questa visita sembra avere avuto un aspetto squisitamente politico. Sarebbe mortificante se la salute dei calabresi venisse messa sul piatto della imminente competizione delle elezioni regionali». Falcomatà ha sparato ad alzo zero: «Al generale Figliuolo  – ha detto Falcomatà – avremmo voluto porre tantissime domande. A che punto è il piano vaccinazione? Le dosi di vaccino arrivate nella nostra Città metropolitana sono mediamente di cinquemila alla settimana. Di questo passo ci vorranno due anni per vaccinare tutta la popolazione. Non possiamo permettercelo, anche in vista della prossima stagione estiva. Questa è una terra che vive di turismo. Dove saranno collocati gli hub per le vaccinazioni? Noi sindaci non lo sappiamo, il sindaco metropolitano non sa qual è l’individuazione del territorio sull’hub». Tutto il resto è fuffa. Come le mancate risposte ai giornalisti, messi ai margini, senza il minimo rispetto – ha scritto l’Unione cronisti calabresi – “per il ruolo delicato e di mediazione che l’informazione calabrese sta effettuando in un contesto preoccupante per i cittadini della regione».

Ahimé, inutile aspettarsi risposte che s’intuiscono facilmente. Le guerre le fanno i generali, ma se manca la truppa e gli ufficiali a guidarla, c’è solo la disfatta. Dovrebbe saperlo bene il generale degli alpini, pluridecorato Francesco Paolo Figliuolo, che dovrà faticare non poco per cancellare questa brutta visita calabrese e la totale caduta di stile che – siamo convinti – non gli appartiene. (s)


Tante le prese di posizione sulla visita-lampo calabrese del generale Figliuolo.

«Non sappiamo – si legge in una nota del Partito Democratico di Cittanova – da chi si sia fatto consigliare il commissario Figliuolo nella sua visita nella provincia reggina, a limitarsi ad una breve toccata e fuga spot al centro di vaccinazione di Largo Buzzurro a Taurianova, concedendosi alle foto opportunity con gli amministratori comunali del luogo, leghisti come l’accompagnatore unico del generale, Spirlì, ma non alle sacrosante domande dei giornalisti presenti, qualcuno dei quali, anzi, è stato inopportunamente sottoposto ad identificazione. La cosa certa è che in questa occasione è stata scritta una brutta pagina, commettendo un forte sgarbo istituzionale sia nei riguardi dei rappresentanti dei sindaci della Piana, del tutto ignorati e non invitati, che degli altri vertici istituzionali della Città Metropolitana. D’altro canto, è proprio dai sindaci pianigiani e del territorio metropolitano, in prima linea nella propria collaborazione alle deficitarie autorità sanitarie per favorire la campagna di vaccinazione, che il commissario Figliuolo avrebbe potuto apprendere il reale stato delle cose nella provincia reggina.
Tutto ciò è avvenuto mentre la pressione sulle strutture ospedaliere, ormai vicine alla soglia del rischio, diventa sempre più preoccupante e la Calabria si trova drammaticamente indietro con la campagna di vaccinazione, accumulando allarmanti ritardi riguardo all’immunizzazione di una categoria particolarmente fragile come gli over 80, vaccinati solo per il 13%, mentre 82 mila dosi di vaccino rimangono fermi nei frigoriferi. Evidenziando l’incapacità e il pressappochismo della Giunta regionale di centro destra che non ha saputo contenere i contagi, con il Presidente facente funzioni Spirlì che, tra una diretta facebook, una comparsata televisiva e dichiarazioni lunari ed autopromozionali, manda la Calabria in zona rossa per almeno due settimane, con un ulteriore colpo al già devastato tessuto economico calabrese.

Tra l’altro, a fronte di un diritto alla salute spesso negato nel nostro territorio, è di pochi giorni fa l’ennesima meritoria operazione delle forze dell’ordine e della Magistratura reggina che ha fatto emergere, ancora una volta, il livello di penetrazione delle organizzazioni della ‘ndrangheta anche nel settore sanitario pubblico, con arresti che hanno riguardato, tra gli altri, funzionari dell’Asp e un medico candidato della Lega alle scorse elezioni regionali, poi nominato da quel partito responsabile provinciale della sanità. Evidenziando con forza la necessità di una profonda azione di bonifica per recidere qualsiasi legame e collusione tra interessi criminali e quanti lucrano sulla pelle della salute dei cittadini, penalizzando anche quanti in questo settore, sia nel pubblico che nel privato, lavorano invece onestamente. Oramai, le parole non bastano più. Il vivo auspicio è che le promesse fatte dal commissario Figliuolo vengano tradotte rapidamente in fatti, cambiando decisamente passo ed accelerando la campagna di vaccinazione, attraverso il funzionamento di molti più punti vaccinali, un sistema di prenotazione adeguato, il potenziamento di personale e sufficienti dosi di vaccino disponibili per tempo, ovviando così alle palesi deficienze messe in mostra dalla Giunta regionale calabrese. Altrimenti la sensazione sarà quella di avere assistito ad una inutile vuota passerella (pro domo Lega?) senza aver fornito le tante attese risposte che i cittadini della Piana e della Calabria si aspettano».

REGIONE, STATI GENERALI SULLA PANDEMIA
NUOVE STRATEGIE, PROBABILE ZONA ROSSA

Un vertice aperto a tutte le categorie istituzionali, politiche, sociali ed economiche della regione per un ampio confronto con l’unità di crisi per l’emergenza. Una sorta di Stati generali dell’epidemia dove sarà necessario far emergere idee e soluzioni per contrastare la pandemia che non accenna a diminuire. Saranno presenti, oltre al commissario ad acta per la Sanità Guido Longo, i commissari delle aziende sanitarie e ospedaliere della regione; i dirigenti della Protezione civile regionale; il presidente e i capigruppo di maggioranza e opposizione del Consiglio regionale; i presidenti delle Camere di commercio; i rappresentanti sindacali (Cgil, Cisl, Uil e Ugl), di categoria (industria, commercio, artigianato, esercenti e consumatori) e di Anci; i delegati della Conferenza Episcopale Calabra.

Mentre si profila, nelle annunciate intenzioni del presidente ff Nino Spirlì di trasformare nuovamente in zona rossa la Calabria, continuano a sussistere gravi disagi alla somministrazione dei vaccini e non si riesce a dare una sterzata alla cattiva organizzazione che sta caratterizzando questa gestione della pandemia.

I punti vaccinali crescono, in attesa dell’arrivo delle nuove dosi, ma si segnalano ovunque lunghe attese, soprattutto per persone anziane e fragili che non sono in alcun modo più tollerabili. Da Roma giunge notizia che il ministro Speranza sta ipotizzando di assegnare alle farmacie il compito di somministrare il vaccino e una certa disponibilità risulta dichiarata dalla categoria, ma la faciloneria con cui si individuano punti di vaccinazione si scontra con la realtà che è necessario costituire, là dove c’è somministrazione del siero (indipendentemente dalla marca commerciale utilizzata) un presidio medico in grado di fronteggiare qualsiasi emergenza (tipo shock anafilattico) che dovesse verificarsi dopo l’iniezione del vaccino.

Di sicuro manca non solo i vaccini, ma anche il personale medico e sanitario in grado di poter offrire l’adeguata prestazione necessaria per la somministrazione del siero anti-covid. Anche il ricorso ai medici di base sembra incontrare una serie di difficoltà per la somministrazione in studio: nella stragrande maggioranza dei casi mancano gli spazi adeguati per garantire il distanziamento e la necessaria assistenza. Sarebbe, invece, molto utile la disponibilità dei medici di famiglia di prestare la propria opera presso i punti vaccinali attrezzati, dove servono sempre e comunque medici in grado di dare una mano, alternandosi ai colleghi ospedalieri impegnati nelle vaccinazioni. Questo significherebbe poter allungare i tempi di somministrazione e un ampliamento del numero dei vaccini iniettati ogni giorno, anche fuori degli orari convenzionali. Restano, invece, ancora fuori le strutture private che hanno dato piena disponibilità a somministrare il vaccino, in assoluta sicurezza igienico-sanitaria. Mentre la Regione Piemonte ha già sottoscritto l’accordo con oltre venti istituti privati per aumentare in maniera considerevole la disponibilità di punti vaccinali “sicuri”, in Calabria non sono state nemmeno prese in considerazione le proposte avanzate a titolo gratuito dai responsabili di istituti diagnostici e cliniche private.

Sulla necessità di non perdere più tempo, ieri è intervenuta la segreteria regionale della Uil Pensionati, guidata da Alfonso Cirasa: «ogni tentennamento da parte della politica regionale – si legge in una nota – potrebbe trasformarsi in un danno irreparabile per il già debole tessuto sociale calabrese, per la sanità regionale che registra grosse difficoltà nella tenuta delle strutture ospedaliere che, da un anno, hanno le terapie intensive sature e sono costrette a fare i conti con una carenza di posti letto e di personale medico e infermieristico utili per fronteggiare senza timori reverenziali un nemico subdolo e pericoloso. Il tempo è la variabile determinante, la variabile più importante, in questa delicata fase storica. E di tempo, sino ad oggi, in Calabria – una regione che ancora deve dotarsi di un suo piano vaccinale, dove vengono vaccinati amici e compari, dove gli anziani sono costretti ad estenuanti file all’addiaccio prima di vedersi riconosciuto il diritto al vaccino, se ne è perso davvero tanto, nel silenzio indifferente della politica più tesa a risolvere rebus elettorali che a dare risposta alle problematiche dei suoi concittadini».

Gli Stati generali di Germaneto si potranno seguire in diretta streaming e sulla pagina Facebook della Regione. Si inizierà alle 10, sperando di poter chiudere l’incontro con idee propositive e iniziative concordate che vadano incontro alle esigenze della popolazione, nel rispetto della prevenzione e del contrasto alla pandemia. La nuova chiusura in zona rossa equivale mettere ancor di più in ginocchio l’economia delle piccole attività, per le quali – diciamo la verità – i ristori promessi e in parte arrivati non bastano a garantire la sopravvivenza delle imprese. Allo stesso tempo, naturalmente, la priorità va data alla sicurezza dei cittadini e all’attività di prevenzione. I numeri – ufficiali – della Regione non indicano l’esigenza di trasformare l’attuale zona arancione in zona rossa, ma la decisione tocca ai vertici regionali. Ci si augura che l’incontro con le varie categorie istituzionali, imprenditoriali e sindacali possa offrire elementi per una serena valutazione delle iniziative che dovranno essere prese. Serve, decisamente, una diversa strategia sia per la prevenzione sia per la somministrazione del vaccino: le capacità, nel territorio, non mancano. (rrm)

 

Le lezioni che ci lascia la pandemia: un memorandum per il futuro della Calabria

di FRANCO CACCIA – È già passato un anno dall’inizio dell’emergenza Covid che, con le immagini e il linguaggio di guerra, ha stravolto le nostre vite, azzerato certezze ed abitudini consolidate, cancellato posti di lavoro. Un evento di tale portata è destinato ad avere pesanti conseguenze nelle fasi successive. L’agognata ripresa genera aspettative e pensieri diversi. Ritroveremo la cosiddetta normalità o dobbiamo convincerci che quanto avvenuto in quest’anno abbia tracciato un netto confine e che niente sarà più come prima?  La risposta a queste domande non è univoca e sono diversi gli insegnamenti che, come singole persone e come comunità, dobbiamo riuscire ad apprendere. Nel corso di una celebrazione liturgica del maggio scorso, papa Francesco ebbe a dire che “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Proviamo quindi a riflettere su alcuni temi, generati dai vissuti di questi mesi, da cui trarre spunti e suggerimenti su cui costruire la fase della ripresa.

1a lezione: la centralità delle competenze organizzative 

Il buon funzionamento delle organizzazioni non avviene per caso o in maniera automatica. Specie in situazioni particolarmente complesse, come nel caso della gestione di una pandemia, sono richieste competenze ed attitudini ben definite. In Calabria le note debolezze strutturali dei servizi pubblici hanno ingigantito le difficoltà incontrate per affrontare un fenomeno di certo sconosciuto, ma in cui si sono registrati forti ritardi, ingenti sprechi e messaggi discordanti che hanno creato non poca confusione tra le famiglie calabresi.  Le linee di comando erano comunque   schierate ma il loro funzionamento ha mostrato forti limiti. La ragion d’essere di una struttura organizzativa risiede nella sua capacità di garantire il raggiungimento dei risultati attesi. In assenza dei risultati tutti i castelli costruiti sono destinati, prima o poi, a crollare. Cosa possiamo imparare: Quale nuovi criteri e quali competenze è opportuno utilizzare per riuscire a gestire in maniera efficace l’evolversi della pandemia in Calabria?

2a lezione: il ruolo della comunità

Il corona-virus è apparso, per buona parte di questo drammatico anno, come un mostro a 5 teste, praticamente inattaccabile. In attesa dell’arrivo delle munizioni (il vaccino) l’unica arma a nostra disposizione è stata rappresentata dal comportamento responsabile. Abbiamo pertanto toccato con mano il reale significato di salute come “bene comune”. Una condizione questa che si conquista e si mantiene grazie alle scelte dei singoli ma anche dei gruppi che abitano all’interno dei singoli contesti. Non è stato facile, né poteva essere dato per scontato, ma, specie nella prima fase, in cui autorevoli scienziati indicavano come unica medicina l’uso della mascherina ed il distanziamento sociale, il comportamento messo in campo dagli italiani e dai calabresi, nella stragrande maggioranza dei casi, è stato esemplare. Cosa possiamo imparare. 

Come potenziare il senso di responsabilità civica dei cittadini all’interno di una rinnovata strategia di contrasto alla pandemia?

3a lezione: nessuno si salva da solo

Di fronte al rischio di contagio, ancora oggi, tutti siamo vulnerabili ed esposti al pericolo. Abbiamo pertanto sperimentato la fragilità delle nostre vite e dei nostri cari ed abbiamo visto quanto sia rassicurante il ruolo protettivo della sanità pubblica, a partire dai medici di famiglia, delle istituzioni pubbliche, del vicinato, delle organizzazioni di volontariato. In molti comuni della Calabria i cittadini si sono concretamente attivati per far fronte alle emergenze e dare una mano a chi si è trovato in difficoltà.   

Cosa possiamo imparare. Quali politiche pubbliche possono rafforzare la partecipazione attiva e responsabile del cittadino e renderlo protagonista attivo della promozione della salute come bene comune? Quali comportamenti e strumenti possono adottare le istituzioni pubbliche direttamente coinvolte sul tema della salute: aziende sanitarie, comuni, associazioni, scuole del territorio?

4a lezione: gestire le diseguaglianze digitali

Con gli obblighi scattati fin da subito, molte attività di studio e di lavoro si sono dovute svolgere direttamente da casa. E’ stato così che abbiamo scoperto che può esistere un nuovo modo di lavorare, indicato con il termine smart-working (lavoro agile), così come abbiamo sperimentato, pur con tanti limiti e difficoltà, la DAD (didattica a distanza) con cui i nostri ragazzi hanno potuto seguire le lezioni didattiche utilizzando il computer.  Pur con tutte le difficoltà e le evidenti differenze tra famiglie e territori, l’uso delle nuove tecnologie sarà sempre più esteso in futuro così da ipotizzare un’ampia gamma di attività, lavorative, formative, di intrattenimento, di tutela della salute, verrà assicurata proprio attraverso la rete. Cosa possiamo imparare. Come intervenire per diffondere fra la popolazione, specie quella in difficoltà socio-economiche, strumenti e conoscenze necessarie per l’uso delle nuove tecnologie? Quale ruolo di supporto e di promozione possono svolgere i comuni? 

5a lezione: Lo sviluppo socio-economico passa dalla salute 

Il mondo intero si è fermato a causa del corona-virus. Il numero dei morti è quello che si è soliti annotare alla fine di lunghe guerre. Dall’inizio della pandemia, a livello mondiale, si registrano ben 2 milioni e 700 mila deceduti. In Italia i morti superano i 104 mila ed in Calabria i decessi sono già arrivati a 764 (report regione Calabria del 19 marzo 2021).  I numeri sono ancora più drammatici per quanto riguarda la chiusura di aziende e la perdita di posti di lavoro. Questi scenari sono sufficienti per comprendere il valore, etico-sociale-economico, della SALUTE quale bene essenziale per la costruzione del benessere delle singole persone, dei territori, dell’intera umanità.  Quanto avvenuto deve portare a guardare al settore della salute, inteso nella moderna accezione di servizi fra loro integrati, non già come un settore che genera spese, magari da tagliare. La salute è un bene indispensabile che incide profondamente sul benessere delle popolazioni e sulla vita stessa dei sistemi economici. Cosa possiamo imparare. La Calabria saprà sfruttare questa fase di ri-costruzione dei sistemi di cura per elevare la qualità dei servizi e per ritagliarsi il ruolo di regione leader per l’innovazione dei servizi di prossimità, in particolare per la non autosufficienza e le persone fragili?  

6a lezione: Ripartire dalla salute 

Questi lunghi ed angoscianti mesi hanno fatto emergere, anche in Calabria, la presenza di risorse spesso sconosciute e tanto meno utilizzate.   Sono stati i calabresi che si sono adoperati, con dedizione e passione, a dare sostegno ai territori, ad organizzate reti di solidarietà e di aiuto. In un’epoca in cui gli interessi individuali hanno spesso avuto la meglio su azioni e progetti volti al perseguimento del bene comune e dell’interesse collettivo, la salute può rappresentare il tema su cui annodare i fili dell’identità locale e costruire la collaborazione tra quanti abitano il territorio. Servono però spazi di incontro e competenze, soprattutto di tipo sociologico, con cui portare avanti processi di crescita del welfare di comunità. La salute, lo diciamo nei convegni e lo scriviamo nelle pubblicazioni, ha soprattutto bisogno di servizi nei territori che aiutino le famiglie ad assumere stili di vita corretti, mettere in campo campagne di sensibilizzazione e di condivisione di conoscenze rispetto ai temi concreti quali l’abbandono scolastico, vecchie e nuove forme di dipendenza, la ludopatia, la solitudine degli anziani. Il territorio, come ha dimostrato questa pandemia, non è solo il luogo in cui si registrano bisogni ma anche lo spazio in cui sono disponibili o attivabili risorse preziose rappresentate dalla disponibilità e dalla competenza dei cittadini, dall’impegno delle associazioni di volontariato e dalla voglia di futuro delle nuove generazioni.  Tutto ciò è possibile se ci si apre ad un nuovo pensiero con cui progettare l’organizzazione dei servizi per la salute dei calabresi. Cosa possiamo imparare                          

I tempi sono maturi  perché le istituzioni, a partire dall’ente regione Calabria, facciano il possibile per non sprecare questa opportunità? (fca)  

I laboratori privati potranno eseguire i test molecolari

In Calabria, i laboratori privati sono abilitati a eseguire i test molecolari. È quanto dispone il presidente f.f. della Regione Calabria, Nino Spirlì, che ha firmato l’ordinanza, in quanto «la situazione complessiva, nei vari ambiti provinciali, sta determinando, in periodi particolari, un sovraccarico delle attività dei laboratori pubblici ad oggi operanti».

Inoltre, «la capacità di testing deve essere rafforzata su tutto il territorio regionale, anche alla luce della necessità di individuazione delle varianti del virus, che può determinare un ulteriore carico di lavoro per taluni laboratori pubblici regionali designati al sequenziamento, già impegnati nell’ordinaria esecuzione dei test, nonché in relazione alle attività di verifica dell’adeguatezza e della congruità dal punto di vista quantitativo, correlate al livello di circolazione del virus».

«Devono essere tenute in considerazione, inoltre – è scritto ancora – le svariate condizioni di necessità da parte di privati cittadini – per «esigenze individuali» connesse a viaggi all’estero, motivi lavorativi, ovvero per altri bisogni non connessi alle procedure fissate a carico del Ssr – di effettuare il prelievo del campione per il test molecolare, nonché da parte di datori di lavoro o di strutture sanitarie private che, nell’ambito delle proprie procedure, vogliano implementare screening di verifica sul personale avvalendosi del predetto test».

«I laboratori abilitati all’esecuzione dei test – viene specificato – sono: Bios Diagnostic Laboratories – Crotone; Ippocrate – Catanzaro; Nusdeo – Vibo Valentia; Istituto Clinico De Blasi – Reggio Calabria; Laboratori Riuniti della Piana – Centro Diagnostico Gamma – Gioia Tauro; Antico Laboratori di Antico Alfredo – Siderno; Multimed Network – Vibo Valentia». (rcz)

Il giorno dei brividi. Anche la Calabria ricorda le vittime del Covid-19.

IN FILA DI MORTE

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Il 18 di marzo 2021 è un giorno che mette i brividi.

Il 18 di marzo 2020 un’intera generazione italiana, metteva le ali.

L’ultimo viaggio veniva compiuto sopra i camion dell’esercito.

Una nuova guerra aveva chiamato tutti sul fronte.

Al varco, chi salutava i nonni, chi le dolci madri e chi i padri.

Avevano combattuto tutti con onore. Ma il nemico era invisibile. E in tanti sono caduti. Morti tutti in fila.

In un lampo di tempo, la Nazione perdeva la più saggia delle sue generazioni. E non s’era perso tempo per avvolgerla nel Tricolore. In quella pile di bare, erano stati adagiati gli uomini e le donne con cui l’Italia del dopoguerra si era pazientemente costruita.

Un’Italia moriva e l’altra si obbligava a resistere.

Da allora, tante fatiche, rinunce, sacrifici, ancora perdite, canti a squarciagola dai balconi…

Il Covid, da un anno, mette alla prova l’uomo post moderno. Esso è nella fragilità riscopre la paura della morte. Un sentimento intimo che riaffiora in tutto il suo mistero e la sua complessità, e che distrugge miseramente le relazioni sociali. Mentre la vita, fondata principalmente sul materialismo, con una fede minima ridotta ai margini della società, al primo impatto, si schianta e cede.

Si riscoprono precario l’uomo e con lui, la scienza, la medicina, l’economia, la politica. Dei che crollano come colonne di marmo.

Il Covid conferma la teoria certosina che tutto crolla e tutto gira.

Solo una cosa è incrollabile. La Croce di Cristo. Quella di cui i nostri morti ‘italiani’ si sono caricati, alcuni in piena coscienza e altri no. Ma tutti con dignità e coraggio.

Un sacrificio che va ricambiato.

La lotta al Codiv non è finita. Essa richiede tempo e determinazione.

W l’Italia! (gsc)

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Il 18 marzo è la data in cui, ogni anno, sarà celebrata la Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime dell’epidemia da coronavirus. La Calabria, come tutta l’Italia, ha voluto ricordare tutte le vittime e i suoi figli che, in questa pandemia, hanno perso la vita.

A Reggio, il sindaco Giuseppe Falcomatà ha disposto le bandiere a mezz’asta sui palazzi istituzionali della città e un minuto di silenzio.

«Èstato un anno difficile – ha commentato Falcomatà a margine della sobria cerimonia – un anno lunghissimo e pieno di difficoltà, per questa assurda pandemia che ha causato migliaia di lutti e tanti problemi, un anno di mani solcate dalla fatica nelle corsie degli ospedali, del sudore sotto le maschere di protezione e dalle lotte quotidiane per salvare la vita alle tante vittime di questa tragedia. A loro bisogna portare rispetto, ma anche a chi ancora oggi sta lottando per sconfiggere il virus e suoi effetti devastanti sulla salute della nostra comunità».

«In occasione delle commemorazioni ufficiali promosse dal Governo – ha aggiunto Falcomatà – insieme ad Anci, con il presidente Antonio Decaro ed insieme ai sindaci di tutta Italia, abbiamo voluto ricordare questo giorno osservando un minuto di silenzio, in contemporanea, di fronte ai Palazzi di Comuni e Città Metropolitane, esponendo le bandiere a mezz’asta in segno di lutto. Il nostro impegno deve essere quello di onorare le persone che purtroppo hanno perso la vita per il Covid, anche attraverso i nostri comportamenti quotidiani».

«La battaglia per uscire da questa maledetta crisi pandemica – ha concluso – è ancora lunga e potremo dire di averla vinta soltanto quando sarà completato il piano vaccinale. Per questo è necessario accelerare, bisogna fare presto e fare bene. La comunità ha voglia di lasciarsi alle spalle questa tragedia».

Anche a Palazzo De Nobili, a Catanzaro, le bandiere sono state issate a mezz’asta, in segno di commemorazione.  L’assessore con delega ai rapporti con il sistema sanitario, Concetta Carrozza, in rappresentanza del sindaco Sergio Abramo, ha tenuto un simbolico momento di raccoglimento sul balcone di Palazzo De Nobili.

La città di Crotone ha partecipato a questo momento di ricordo, per conservare e rinnovare la memoria di tutte le persone che sono decedute a causa di tale epidemia.
Le bandiere del Palazzo di Città sono state esposte a mezz’asta e il Gonfalone listato a lutto.
Il sindaco Vincenzo Voce, con la vice sindaco Rossella Parise, ha osservato, davanti al Palazzo di Città un minuto di silenzio per commemorare, a nome di tutta la comunità, le persone scomparse e testimoniare la vicinanza alle loro famiglie.
Anche la città di Castrovillari ha commemorato le vittime del covid, aderendo all’iniziativa del Comitato Verità e Giustizia per le vittime del Covid, guidata da Ivana Costabile. Oltre alla Mesa di suffragio, celebrata nella Chiesa dei Sacri Cuori da don Gianni Di Luca, sono stati piantumati, nella villetta Melvin Jones, cinque alberi da frutta e scoperta una targa ricordo dell’Amministrazione per onorare i cinque “Figli castrovillaresi”.
«L’occasione, nata dal basso, afferma, ancora una volta, il ruolo dell’Appartenenza e della  sussidiarietà nella vita civile, ribadendo con forza un bisogno sempre più ricorrente in questo Tempo: essere comunità, cioè collettività coesa, legata e desiderosa di sentirsi voluta bene» ha detto il sindaco Domenico Lo Polito, che ha aggiunto che «per questo, a un anno dall’inizio della pandemia, è fondamentale riprendere il significato del sentire univoco che implica persone le quali sanno imparare dall’esperienza rivitalizzando quei corpi intermedi che aiutano ad educare all’ideale, perseguito personalmente, come al bene comune».
A Cassano allo Ionio, anche la Città di Cassano All’Ionio, con la sua rappresentanza istituzionale, sindaco Gianni Papasso in testa, ha osservato un minuto di silenzio per ricordare per ricordare le oltre 103 mila vittime italiane della pandemia da Covid-19, ad oggi.
A margine del toccante momento, il sindaco Gianni Papasso, ha ricordato anche le 13 vittime di Cassano, e le iniziative di prevenzione e controllo attivate dall’amministrazione comunale per fronteggiare l’espandersi dell’epidemia da Covid-19.  (rrm)

LONDRA, LA RELAZIONE COVID E DIABETE
SCOPERTA DAL CALABRESE PROF RUBINO

di SANTO STRATI – Arriva da Londra, dal King’s College, una delle più prestigiose cliniche universitarie inglesi, l’allarme sulle conseguenze del covid sui malati di diabete. Ma soprattutto – è questa la novità scoperta dal prof. Francesco Rubino, scienziato calabrese, da anni in Inghilterra – è stato evidenziato l’insorgere della malattia diabetica a pazienti contagiati dal coronavirus. 

Rubino è professore di Chirurgia Metabolica nel prestigioso King’s College ed è uno dei più apprezzati diabetologi del mondo, con specializzazione nella chirurgia bariatrica. È originario di Cosenza e, come molti altri calabresi, è stato “rapito” da Londra dove ha costruito una luminosa e brillante carriera. Si è laureato all’ Università Cattolica del Policlinico Gemelli di Roma e si è formato negli Stati Uniti al Mount Sinai Medical Center e successivamente al Cleveland Clinic e poi in Francia all’European Institute of Telesurgery di Strasburgo, prima di andare a Londra. Di lui hanno parlato il New York Times, il Wall Street Journal, la CBS, la BBC, Newsweek, etc, quindi è un’autorità nella lotta al diabete.

Il prof. Rubino ha riscontrato effetti del coronavirus nel pancreas, con insorgenza di diabete in persone che prima di scoprire la positività al virus non avevano evidenza di questa malattia. Il diabete è una malattia terribile che colpisce 400 milioni di persone nel mondo. Il prof. Rubino ha scritto con alcuni colleghi di questa ipotesi sul New England Journal of Medicine, uno dei più quotati organi di informazione scientifici, e ne ha parlato anche alla BBC in un’intervista su questa evidenza clinica che allarma il mondo scientifico impegnato nella lotta al coronavirus e al Covid nelle sue pericolose varianti. 

Calabria.Live ha ascoltato lo scienziato cosentino-londinese su questa complicazione aggravante del coronavirus.

– Prof. Rubino, come ha scoperto la relazione covid-diabete?

«Quasi immediatamente dopo l’inizio della pandemia, è emersa chiaramente una relazione fra covid e diabete. Uno di questi aspetti era che pazienti con diabete erano riconosciuti con alto rischio di avere un covid più severo e, quindi con necessità di ospedalizzazione e di terapia intensiva. Purtroppo, le prime statistiche riguardanti la mortalità da covid evidenziavano che i malati di diabete avevano maggiore rischio di mortalità da covid-19. Di conseguenza, una cosa di immediata evidenza era che il diabete aumentava il rischio di contrarre il virus, con livelli di severità del covid. Ma anche nei primi mesi della pandemia cominciavano a circolare alcuni report, magari semplicemente tra colleghi, dove emergeva che tra i pazienti ricoverati per covid c’erano molti casi di diabete in persone che però non sapevano di averlo. 

Questo tipo di osservazione ha dato lo stimolo a me e ad altri colleghi, con i quali avevamo deciso un pomeriggio di tenere un meeting online per parlare di tutt’altro, per approfondire la cosa. 

Tutti i colleghi che si occupano di diabete erano preoccupati del fatto che c’erano casi in diversi Paesi, riportati da colleghi, dove il diabete dei pazienti non era preesistente, almeno non apparentemente. E allora ci siamo chiesti se ci potesse essere in realtà una relazione, che noi chiamiamo bi-direzionale, fra covid e diabete. 

Da una parte, avere il diabete aumenta il rischio di contrarre il virus in maniera severa, con alto rischio di mortalità da covid; dall’altra avere il covid aumenta il rischio di complicanze severe del diabete in chi già ce l’ha, ma anche addirittura, almeno apparentemente, di provocare il diabete in chi non l’ha mai avuto. E quindi ci siamo chiesti se ci potesse essere qualche meccanismo biologico che potesse spiegare questa relazione così stretta e, soprattutto, bi-direzionale, appunto che va in entrambe le direzioni. 

E, guardando semplicemente, alcune pubblicazioni scientifiche precedenti, per esempio sulla Sars – non so se si ricorda c’è stata una pandemia di Sars qualche anno fa – anche quella provocata da un coronavirus, similmente al covid, c’erano stati dei report nella letteratura medica di casi di diabete, apparentemente inspiegabili, associati alla Sars. E in alcuni casi autopsie avevano rivelato un effetto del coronavirus nel pancreas di questi pazienti. Quest’altro indizio ha alimentato fortemente il sospetto che ci potesse essere qualcosa in più. 

Poi, c’era anche un fattore biologico: il fatto che il coronavirus, che causa il covid-19, per entrare nelle cellule umane si lega a una proteina che sta sulla superficie delle cellule. Questa proteina non sta solo nelle vie aeree, quindi giustificando il perché il coronavirus causa polmoniti e malattie sostanzialmente dell’apparato respiratorio, ma è altrettanto diffusa questa proteina nelle cellule di altri organi, incluso il pancreas, ma anche altri organi come il tessuto adiposo, il tratto gastro-enterico, il fegato, che sono tutti organi, insieme al pancreas, molto importanti per il metabolismo degli zuccheri. Quindi c’è un fatto proprio biologico che ci dice che, potenzialmente, il coronavirus ha le “chiavi” per entrare all’interno dei tessuti che sono fondamentali per il metabolismo degli zuccheri. E allora, se ci può entrare, in questi tessuti, nelle cellule di questi tessuti, è probabile che possa, come fa in altri tessuti, in altri organi, causare delle disfunzioni di questi organi. E se causa disfunzioni di organi, va da sé che un paziente può sviluppare patologie del metabolismo, incluse forme di diabete tipiche ma anche forme di diabete atipiche. Le quali, magari, non si riconoscono nelle classiche forme di tipo 1 o di tipo 2, perché, effettivamente, con una infezione virale che affligge più di un organo allo stesso tempo si può avere più di un’alterazione allo stesso tempo, non solo, ad esempio, quella di tipo 1 dovuta a una difetto del pancreas o del tipo 2 dove ci sono altri tipi di difetti».

– Questi segnali, questi indizi vi hanno suggerito di approfondire la relazione tra covid e diabete?

«Esatto. Sulla base di questi indizi, io e i miei colleghi abbiamo, infatti, deciso che era una cosa abbastanza seria che valeva la pena di studiare. Sostanzialmente si configura una situazione abbastanza problematica e, quindi, preoccupante. Cioè ci troviamo davanti a una commistione, a uno “scontro” di due pandemie: la pandemia di diabete e la pandemia di covid.Quindi uno “scontro” che piò causare danni abbastanza seri anche da un punto di vista numerico, se si pensa che il diabete è una delle malattie più diffuse al mondo, con 400 milioni di diabetici nel mondo, e ci sono tantissime persone che non sanno nemmeno di avere questa patologia. Dall’altra parte c’è una pandemia di infezione virale che può aggravare il diabete, se c’è, o crearne forme addirittura nuove. Viceversa, il fatto che il diabete può aggravare il covid, ovviamente, rende molte persone vulnerabili all’infezione di covid. Quindi è una situazione che va studiata, capita meglio. Per questo abbiamo messo su un registro internazionale e abbiamo pubblicato sul New England Journal of Medicine, uno dei più importanti giornali di medicina al mondo, l’ipotesi che ci sia un potenziale ruolo del covid nel causare nuovi casi di diabete. 

Abbiamo chiesto alla comunità medica internazionale di farci sapere dei casi di diabete di cui si veniva a conoscenza di descriverli con un minimo di dati clinici e di laboratorio così da farci capire qual è l’entità del problema e soprattutto se è un problema transitorio, piuttosto che un problema cronico che causa diabete solo durante l’infezione, oppure un problema che causa poi il diabete per il resto della vita, etc». 

I lavori sono in corso, abbiamo pubblicato questa ipotesi già ad agosto e da allora i casi si sono moltiplicati». 

– Quindi non è più soltanto un’ipotesi scientifica, ci sono conferme della gravità della relazione tra le due malattie?

«Se prima avevamo un’ipotesi che ci potesse essere una relazione tra le due malattie, covid e diabete, quell’ipotesi adesso è più solida, la relazione c’è, è confermata. Il problema è di vedere quanto spesso il covid piò causare il diabete o se si tratta di casi più rari, come noi speriamo, e viceversa. Magari molti casi che sono stati osservati potrebbero essere casi di diabete che erano preesistenti e che semplicemente il paziente non sapeva di avere: viene ricoverato per altre ragioni e si scopre che ha il diabete. Probabilmente ci troviamo davanti a un misto delle due cose. Sembrerebbe dai dati di cui siamo in possesso che, però, una certa quota di diabete nuovo esiste».

– Questo rappresenta, quindi, un’aggravante delle conseguenze da covid-19. Si tratta, pare di capire, che si vuole scoprire se il diabete provocato dal covid, guarito il covid permane o scompare. Quanto possono interagire in questo senso i vaccini che si stanno somministrando? Avranno anche la funzione di bloccare la degenerazione di altre cellule coinvolte dal covid?

«Il vaccino può essere utile in due modi. Da una parte, riducendo il numero di persone che si ammalano di covid, soprattutto il numero di coloro che si ammalano di covid severo, riduce il rischio di complicanze di mortalità nei pazienti che hanno già il diabete, perché uno dei problemi che è intrinseco a questa relazione fra diabete e covid, è che chi ce l’ha già il diabete è un paziente vulnerabile. Se il covid capita in una persona col diabete preesistente il rischio è non solo di avere complicanze del covid, ma anche complicanze del diabete che possono essere severe. 

Uno pensa sempre al diabete come una malattia indolente, però in alcuni casi può avere complicanze letali, anche immediate. E, quindi, in una qualsiasi situazione dove un paziente riesce a tenere il diabete in qualche modo sotto controllo però si ammala di covid, questo diabete può esacerbarsi e diventare un pochino pericoloso. 

Vaccinarsi significa evitare questo tipo di rischio. D’altra parte vaccinarsi significa anche che tra la popolazione, in generale, ci saranno meno casi di covid e quindi, da un punto di vista di salute pubblica, si spera che questo contenga il numero di casi di nuovo diabete che potrebbero verificarsi. Già abbiamo un’epidemia di diabete che sono trent’anni che va avanti e ogni anno peggiora: non c’è stato nessun tipo di contenimento della curva epidemica del diabete finora. Noi adesso parliamo di covid e cerchiamo di abbassare la curva della pandemia: si pensi che col diabete in trent’anni non ci siamo riusciti. Ogni anno è una malattia che aumenta, è un’epidemia terrificante. Se adesso ci mettiamo che, oltre all’incremento suo, il covid può aumentare i casi di diabete, questa curva può crescere ancora di più». 

– Questa crescita esponenziale della malattia del diabete 2, quello cosiddetto alimentare, ha avuto trasformazioni della patologia trasformandola in tipo 1?

«Quello che sappiamo rispetto a trenta-quarant’anni fa è che non esiste un diabete di tipo 2 meno severo del tipo 1. Molti anni fa si parlava del tipo 2 come malattia degli anziani, del diabete di tipo alimentare che tipicamente insorgeva in età avanzata, difatti si diceva ‘diabete dell’adulto’. Ora, si pensi che da trent’anni a questa parte, quando è cominciata questa epidemia, innanzitutto non è più un diabete di adulto: il tipo 2 affligge purtroppo anche gli adolescenti e i bambini. Quando io ancora studiavo medicina, non era considerata nemmeno una diagnosi plausibile per i piccoli. Il tipo 2 affligge anche in età precoce ed è un diabete altrettanto severo se non di più, perché il diabete di tipo 2 che rappresenta il 95% di tutti i casi di diabete nel mondo, purtroppo è una malattia che causa incremento della mortalità. È una delle principali cause d’infarto del miocardio o di ictus, è la principale causa di cecità e di amputazioni nel mondo occidentale, come una guerra, praticamente. È una malattia che causa insufficienza renale e una serie di patologie che richiedono ospedalizzazione: si è calcolato che il 20 per cento dei ricoverati in ospedale rivela complicanze del diabete. Non è una malattia da sottovalutare, può essere aggressiva e non va sottovalutata. Una volta, ai tempi di mia nonna, si diceva “ho un po’ di diabete”, oggi non si può più dire. 

La buona notizia è che sappiamo che il diabete di tipo 2 – che ai miei tempi di studente di medicina i libri classificavano come malattia progressiva e incurabile – grazie alla chirurgia è curabile, nel senso che anche quando è ormai conclamato è possibile farlo regredire attraverso interventi chirurgici nell’apparato gastro-intestinale, o attraverso diete ipocaloriche importanti. Non è una malattia invariabilmente progressiva e incurabile e in molti pazienti, oggi, può essere affrontata con risultati soddisfacenti.  (s)


A LONDRA NUMEROSE ECCELLENZE SCIENTIFICHE DELLA CALABRIA

L’Inghilterra ospita diverse eccellenze scientifiche di origine calabresi: oltre al prof. Francesco Rubino, professore al King’s College di chirurgia metabolica e bariatrica (specialità che combatte l’obesità attraverso un intervento chirurgico) e tra i maggiori esperti mondiali di diabete, ci sono al St. Thomas Hospital il dott. Luigi Camporota (primo laureato alla Facoltà di Medicina di Catanzaro) che ha curato e salvato il premier inglese Boris Johnson colpito da Covid, il prof. Vincenzo Libri di Lamezia Terme all’University College, e il prof. Giuseppe Rosano di Vibo Valentia al St. George London University.