CASALI DEL MANCO (CS) – Giovedì il convegno su Giacomo Mancini

Giovedì 1° febbraio, a Casali del Manco, alle 17.30, nella Biblioteca Comunale, si terrà l’iniziativa Giacomo Mancini: storia ed azione politica di un sindaco visionario, promossa dall’Amministrazione comunale per ricordare l’ex ministro, leader socialista e sindaco di Cosenza.

Si parte con i saluti del sindaco di Casali del Manco, Francesca Pisani, del Presidente della Fondazione “Giacomo Mancini”, Pietro Mancini. Al dibattito interverranno Franz Caruso, sindaco di Cosenza, Salvatore Monaco, sindaco di Spezzano Sila, Giuseppe De Santis, sindaco di Rovito, Salvatore Magarò, sindaco di Castiglione Cosentino, Matteo Lettieri, sindaco di Celico, Gregorio Iannotta, sindaco di San Vincenzo La Costa. I lavori saranno coordinati dalla giornalista Maria Olivito.

Nel corso dell’iniziativa, la sala convegni della Biblioteca comunale verrà intitolata proprio a Giacomo Mancini. Inoltre l’artista ed imprenditore Giovanni Zicarelli presenterà l’opera su acciaio corten che riproduce un’immagine del leader socialista, realizzata e donata al Comune di Casali del Manco dall’azienda Profilsider dei fratelli Zicarelli. (rcs)

La statua di Giacomo Mancini: Come nasce un’idea

di SERGIO DRAGONE – Giacomo Mancini il Giovane (non mi è mai piaciuto il comparativo “junior”) mi ha abituato negli anni al suo scetticismo, originato da una visione molto concreta dei problemi e da un innato senso di diffidenza. 

Mi era già capitato di imbattermi in questo diffidente scetticismo nel 2012 quando, in occasione del decennale della scomparsa del celebre nonno, gli presentai un giovane e promettente regista, Giuseppe Petitto, al quale avevo affidato la sceneggiatura di un docu-film sulla vita del Leone Socialista. Anche allora, Giacomo Il Giovane fu prudente e un po’ scettico sulla riuscita del progetto.

Ma se è il suo approccio iniziale è caratterizzato da un senso di scetticismo, è altrettanto vero che quando metabolizza il valore di un’iniziativa riesce a sprigionare un’inaspettata energia e un’enorme fiducia nell’esito finale.

È accaduto anche nell’autunno del 2021 quando, nel corso di una delle nostre frequenti conversazioni telefoniche, gli lanciai l’idea di un ricordo perenne di Giacomo nella sua Cosenza: la realizzazione di una statua. Troppo ambizioso, troppo costoso, troppo rischioso.

Ci sono voluti mesi per passare dalla fase dello scetticismo a quella dell’entusiasmo. Abbiamo interpellato alcuni valenti scultori, di assoluto prestigio, che però ci hanno proposto soluzioni più vicine alle installazioni che non alla rappresentazione classica della figura umana.

Noi invece cercavamo una soluzione artistica che fissasse per sempre nella gente calabrese l’immagine del politico che più di ogni altro si era speso per la sua terra e per la sua Città.

Illuminante è stata una telefonata con Giorgio Ceraudo, già prestigioso Sovrintendente ai Beni Ambientali della Calabria, personalità di vastissima esperienza e competenza. 

A lui si deve l’idea della statua a terra, della statua che vive e respira, della statua che tutti possono toccare. Tutto nasce dall’esperienza diretta di Ceraudo a Trieste, dove la Città ha dedicato quattro statue a terra ad altrettanti scrittori: Italo Svevo, Umberto Saba, Gabriele D’Annunzio e James Joyce.

Metabolizzata la proposta, restava il problema a chi affidare la realizzazione di una statua a tutto tondo, capace di “respirare” e di trasmettere emozioni. Ci è venuto incontro il caso. Proprio nei giorni in cui discutevamo sull’individuazione dell’artista, a Napoli veniva inaugurata la statua di Diego Armando Maradona. Un rapido scambio di whatsapp tra me e Giacomo il Giovane: Mancini come Maradona, Mancini il Maradona della politica.

Il resto è storia recente: il contatto con il maestro Domenico Sepe, lo sviluppo dell’idea progettuale, la presentazione ufficiale, le varie emozionanti fasi della realizzazione, lo slancio popolare della raccolta fondi e infine la collocazione dell’opera davanti a Palazzo dei Bruzi. Il Leone Socialista è tornato tra la sua gente. Che oggi può incrociarlo, toccarlo, parlargli, perfino fare un selfie. Cosa assolutamente inimmaginabile fino a qualche mese fa.

L’indimenticabile sindaco di Cosenza, il leader del socialismo, il ministro che batteva i pugni sul tavolo, il difensore dei diritti civili, è consegnato alla memoria perenne dei cosentini, dei calabresi e degli italiani. (sd)

REGGIO – Col Rhegium Julii serrato confronto su Giacomo Mancini col libro di Leporace

È stato un serrato confronto sulle luci e ombre di Giacomo Mancini a Reggio Calabria, in particolar modo a 20 anni della morte, quello svoltosi a Reggio nel corso della presentazione del libro del giornalista Paride Leporace organizzato dal Circolo Rhegium Julii.

Il libro, dal titolo Giacomo Mancini, un avvocato del Sud ha chiuso la serie degli Incontri d’autore di giugno del Circolo Rhegium Julii.

Dopo il saluto del presidente  del circolo, Giuseppe Bova, due relazioni dense di domande e argomentazioni sono state tenute dai dirigenti Francesco Costantino ed Enzo Filardo.

L’ingegnere Costantino partendo dalle conclusioni aperte del libro, ne ha condiviso la sostanza, ritenendo giusto un nuovo approfondimento nonostante la copiosa pubblicistica sull’uomo politico calabrese. Il dirigente del circolo ha molto apprezzato le pagine del Mancini partigiano (aspetto poco noto ai più), e ha sottolineato i meriti delle pagine dedicate al ruolo di ministro della Sanità con la scelta del vaccino Sabin per la poliemelite, di ministro dei Lavori Pubblici con gli interventi causati dalla Frana di Agrigento e dalla Legge Ponte, primo strumento di riforma urbanistica varato dal Centrosinistra.

Costantino è stato invece molto critico sulle vicende dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria ponendo questioni di merito sul tracciato adottato. Nelle diverse doglianze indicate i 40 anni di interruzione del percorso viario autostradale per una frana che ha danneggiato 2 importanti viadotti nei pressi di Lagonegro; l’enorme difficoltà ancora attuale di realizzare le semplici corsie d’emergenza nel tratto che dopo Cosenza si trasferisce verso Falerna; la difficile percorribilità nel periodo invernale di un’autostrada che per oltre 200 Km ha le caratteristiche tipiche delle autostrade “di montagna”.

L’autore Leporace ha risposto sul punto opponendo le tesi di studi universitari che hanno ricostruito una vicenda che crea ancora dibattito. Gli studi di fattibilità furono del precedente ministro Benigno Zaccagnini, e Mancini scelse uno dei tre, sbloccando una situazione che vedeva i lavori fermi simbolicamente ad Eboli di un’opera che ha di fatto spezzato l’isolamento di diverse aree interne del Sud.

Molte le condivisioni anche nell’intervento dell’ingegnere Filardo che ha affermato nella sua relazione: «Per trasmettere esperienze del passato alle nuove generazioni occorre il linguaggio giusto, quello semplice, diretto, privo di gergalità politiciste, privo soprattutto di nostalgie e di parole senz’anima. E nel suo “Bignami” del romanzo di una vita, quella di Mancini, Paride Leporace usa la sua professionalità, il suo mestiere di giornalista e di comunicatore, sfugge al racconto agiografico, non si fa prendere dall’affetto e dalla stima che comunque nutre verso il suo personaggio, scrive con “occhio asciutto”. Un secolo di storia umana e politica in meno di cento pagine».

Inevitabili i riferimenti alle vicende che caratterizzarono la Rivolta di Reggio e alle numerose ferite che Costantino trova ancora “sanguinanti” che hanno animato i molti interventi giunti dal pubblico presente nella sala Monsignor Ferro.

Paride Leporace ha risposto a numerose domande sui rapporti tra Mancini e i movimenti giovanili, la strategia della tensione che coincise con il suo ruolo di segretario nazionale del Psi, l’impegno dei diritti civili. L’autore ha illustrato il pensiero di Mancini che vedeva un disegno strategico fatto di infrastrutture, fabbriche, porto, aeroporto, un giornale per portare la sua Calabria nella modernità.

La Rivolta fu un incidente della storia, che Mancini con il suo decisionismo pagherà a caro prezzo anche in anni successivi.

Il Ponte Campagnano di Rende porta il nome di Giacomo Mancini

di FRANCO BARTUCCI – Lo storico “ponte Campagnano” sulla Statale 19,  nei pressi di Contrada Roges di Rende, considerato a memoria d’uomo confine visibile tra i due Comuni  di Cosenza e Rende, da oggi porta, su delibera del Consiglio Comunale della cittadina rendese, il nome di Giacomo Mancini.

Alla cerimonia ufficiale di intitolazione del ponte, dove è stata collocata una targa segnaletica a ricordo, sono intervenuti in tanti, parenti, amici e conoscenti del noto statista cosentino, con il figlio Pietro e nipote Giacomo, ma soprattutto diversi sindaci dell’area urbana a Nord di Cosenza con la fascia tricolore, come Pietro Caracciolo di Montalto Uffugo, Salvatore Magarò di Castiglione Cosentino; mentre il Comune di Cosenza è stato rappresentato, su delega del sindaco Franz Caruso, dal consigliere comunale Francesco Turco, presidente della commissione urbanistica di città dei Bruzi.

Si è visto anche il rettore dell’Università Nicola Leone, legato  in vita da un profondo rapporto di amicizia e stima a Giacomo Mancini per come ha confidato di persona attraverso i social, non dimenticando di sottolineare il ruolo ch’ebbe nella nascita dell’Università della Calabria sottoscrivendo come Ministro ai Lavori Pubblici della Repubblica Italiana la legge istitutiva, n° 442 del 12 marzo 1968, voluta dal Presidente del Consiglio Aldo Moro.

Come anche il già sindaco di Rende, parlamentare, sottosegretario di Stato e Assessore della Regione Calabria Sandro Principe, che in  un accalorato intervento, invitato dal sindaco Marcello Manna, ha parlato del suo rapporto di amicizia e collaborazione con l’on. Giacomo Mancini nel realizzare delle opere comuni, come i due viali Mancini e Principe per farne sede, almeno nella parte cosentina, della metropolitana Cosenza, Rende, Università; mentre il nipote Giacomo Mancini jr, dopo aver ricordato la figura di Francesco Principe, già sindaco di Rende, parlamentare socialista e sottosegretario, presidente della Giunta Regionale della Calabria e presidente del Consiglio dell’Amministrazione Provinciale di Cosenza, legato da uno stimolante rapporto di amicizia e confronto politico con il nonno, ha tenuto a ringraziare l’attuale amministrazione rendese per aver voluto intitolare il ponte Campagnano alla memoria di Giacomo Mancini nel ventennale della sua scomparsa.

«Non mi sfugge il significato simbolico che ha questo ponte e sia il significato di prospettiva – ha affermato Giacomo Mancini Jr –. Un ponte per unire territori, uomini, donne e destini. La prospettiva di lavorare insieme, Cosenza, Rende, l’area urbana, la nostra Università, fiore all’occhiello della Calabria, non è altro che l’assicurazione per un nostro futuro di sviluppo e crescita».

«Rende – ha concluso – è una comunità dove la tradizione socialista ha radici profonde, che qui, più che altrove, ha prodotto risultati importanti in termini di elaborazione di pensiero e di capacità amministrativa. Ed è bello vedere che nel nome di mio nonno le contrapposizioni rispetto al presente amministrativo diventino convergenza e condivisione per una storia che tutti insieme rivendichiamo con orgoglio».

Per il sindaco di Rende Marcello Manna l’intitolazione del ponte a Giacomo Mancini  non è altro che l’inaugurazione del nuovo corso della toponomastica a Rende.

«Si è partiti da Giacomo Mancini – ha affermato – perché la città di Rende non poteva non ricordare Giacomo Mancini per tutto quello che ha rappresentato. Il nostro è un tributo ad una delle personalità più importanti di tutta la nostra Calabria ma non solo… Dall’idea di grande città che ha sempre avuto Giacomo Mancini noi dobbiamo partire e progettare uno sviluppo nuovo dei nostri territori senza barriere o inutili campanilismi».

«Cosenza e Rende – ha  proseguito il Sindaco Manna – non possono più pensare di essere separate. E questo ponte che collega Cosenza e Rende in nome di Mancini oggi vuole essere un segnale politico molto importante. Siamo pronti al disegno della grande città. Una città che si candida ad essere punto di riferimento dell’intera provincia e della Regione Calabria».

Nello sviluppare il servizio di cronaca dell’evento  non si può fare a meno di riportare un concetto di Giacomo Mancini  espresso a proposito della creazione dell’unica area urbana attorno all’Università della Calabria all’indomani dell’approvazione dello studio di fattibilità, da parte dei Consigli comunali delle due città, del progetto di realizzazione della metropolitana leggera Cosenza-Rende- Università.

«In questa iniziativa – affermava il Sindaco Giacomo Mancini, nel mese di marzo 1998 – c’è il superamento del municipalismo più deteriore. Le nostre sono città piccole e come tali hanno sempre contato poco. Noi abbiamo l’ambizione di diventare più forti, creando un’autorevole area urbana, quella del Crati, dalla quale è passata la storia. Anche oggi come in passato Cosenza si propone punto di riferimento con un primo progetto, quello della metropolitana, che dovrà costituire un richiamo».

Quel progetto una strumentalizzazione politica priva di memoria e significato pregnante, legato alla nascita della grande unica città della valle del Crati, l’ha fatto fallire, lo ha cestinato come si cestina quelle carte prive di significato e valore. 

Oggi dalle dichiarazioni riportate nel servizio pronunciate dal Sindaco Manna e da Giacomo Mancini jr, come dallo stesso on. Sandro Principe, ne ricompongono una nuova volontà, un nuovo disegno da riprendere e portare a compimento. Peccato che alla cerimonia non abbia partecipato l’attuale Sindaco di Cosenza, Franz Caruso, la cui assenza è stata avvertita da molti, tra cui l’autore di questo servizio, ed al quale si raccomanda di guardare con occhi diversi al disegno della nuova grande unica città.

Sul territorio in quell’area di confine a Nord della Città di Cosenza e su territorio di Rende ci sono elementi toponomastici che nel tempo inconsapevolmente si stanno sviluppando e manifestando. Nel realizzare la statale 19 bis nei pressi di Metropolis e Museo del Presente si è costruito un sottopasso intitolato alla memoria del prof. Sen. Luigi Gullo, illustre giurista cosentino. 

Nel 2018, su richiesta dell’Associazione Internazionale “Amici dell’Università della Calabria”, in coincidenza del cinquantesimo anniversario della legge istitutiva dell’Ateneo di Arcavacata, le due Amministrazioni comunali di Rende e Cosenza hanno acconsentito di intitolare il ponte di superamento del Campagnano al primo Rettore dell’Università, prof. Beniamino Andreatta.

Da oggi l’altro ponte sul fiume Campagnano, che dalle Casermette  porta a Roges di Rende, ha il nome di Giacomo Mancini. Due assi paralleli poco distanti tra di loro che trovano una trasversale di collegamento tra di loro con la bretella di uscita dal ponte Andreatta verso Via degli Stadi che incrociando la rotatoria si può proseguire su Via Marconi e svoltando a sinistra si accede su via  Campagnano che porta al ponte Mancini.

Una trasversale di collegamento interamente ricadente sul territorio del Comune di Cosenza, alla cui Amministrazione e relativo sindaco ci si rivolge per far sì che questo percorso trasversale sia intitolato alla memoria del primo Presidente del Comitato Ordinatore della Facoltà di Scienze Economiche e Sociali dell’Università della Calabria, prof. Paolo Sylos Labini, che insieme al Rettore Andreatta e al prof. Vanzetti furono coinvolti presso il Tribunale di Cosenza in una causa penale avviata dal sen. Luigi Gullo nel mese di dicembre del 1972 per una vicenda di concorso d’insegnamento durata ben 15 anni terminata nel 1985 con l’assoluzione piena dei tre professori dell’UniCal.

Sarebbe bello ed umano che ciò avvenisse in quanto potrebbe essere un bel segnale di pacificazione morale in memoria, se pur a distanza di anni, tra due accademici e due politici di prestigio del cosentino che hanno avuto tra di loro in vita a volte degli scontri sulla nascita dell’Università della Calabria e sui metodi di governo che li hanno portati a divergere nel corso di quegli anni, ma che si sono pure impegnati perché quel miracolo  di centro culturale, formativo e scientifico, trovasse la sua collocazione ed il suo percorso di sviluppo per il bene della Calabria. 

Ciò avverrebbe nel cinquantesimo anniversario della nascita dell’UniCal e dell’attivazione di quei dipartimenti di partenza iniziale, come quelli di Sociologia, Economia, Fisica, Chimica, Difesa del Suolo e Pianificazione territoriale. Ritrovarsi tutti insieme, per come è stato affermato nella cerimonia di intitolazione del Ponte Campagnno a Giacomo Mancini per costruire il futuro della grande e unica città della Valle del Crati, facendo cadere da subito quei punti di scontro come quello della costruzione del nuovo ospedale. (fb)

di FRANCESCO KOSTNER – Con tutto il rispetto per l’ambizioso proposito di “Giuseppi” Conte, di diventare rappresentante e difensore degli italiani nelle istituzioni del Paese, il titolo e il contenuto del pamphlet Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud, edito da Luigi Pellegrini Editore, omaggio di Paride Leporace all’ex leader socialista, in occasione del ventennale della morte (2002/2022), è un’altra Storia. Con la consonante maiuscola, non a caso. Anzi è la Storia, che il vice direttore de “il Quotidiano del Sud” riprende al momento giusto, puntuale all’appuntamento con un anniversario di rilievo nazionale. 

A differenza di Conte, però, il vissuto politico e amministrativo di Giacomo Mancini, in Italia, nel Mezzogiorno, in Calabria, e nella sua Cosenza, ha lasciato il segno. Al punto non solo di rappresentare ancora oggi un esempio di capacità, pragmatismo e efficienza da emulare, ma mettendo tutti d’accordo una volta tanto. Come è stato, a suo tempo, per i suoi avversari nelle elezioni amministrative del 1993 – ex dc, ex comunisti in modo precipuo – e del 1997 (nelle quali ottenne un consenso ancora più ampio), disorientati dall’efficienza, dal pragmatismo e dalla determinazione del vecchio Leone socialista. Caratteristiche e qualità nemmeno lontanamente scalfite anche dalla vicenda giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa in cui Mancini rimase coinvolto nel 1994, accusa gravissima dalla quale venne completamente scagionato. 

Ebbene, il merito principale del pamphlet pubblicato da Leporace crediamo consista nella restituzione alla memoria collettiva, in particolare ai giovani, di alcune tappe fondamentali dell’azione politica e di governo di Giacomo Mancini, che oltre ad essere stato parlamentare ininterrottamente dal 1948 al 1992, fu anche ministro della Sanità, dei Lavori Pubblici e del Mezzogiorno. E se, per esempio, è cosa buona e giusta ricordare il suo impegno a favore dei disabili, e la sua azione finalizzata ad abbattere ogni barriera che ne impedisse l’accesso nei luoghi pubblici, anche alla luce delle vicende che hanno caratterizzato la pandemia nel nostro Paese, è inevitabile ricordare la determinata iniziativa del ministro della Sanità Mancini che decise, infischiandosene del parere contrario di molti funzionari e dirigenti, di rendere obbligatoria la somministrazione a milioni di bambini del vaccino contro la poliomelite sviluppato dal medico polacco naturalizzato americano Albert Bruce Sabin, evitando così la morte di chissà quanti piccoli italiani. Una vicenda che non si trova sui libri di storia usati nei licei e all’università, e che anche i grandi giornali continuano a ignorare, come è successo di recente sul Corriere della Sera, che in una pagina intitolata “La lezione dimenticata della polio” ha ritenuto ininfluente ricordare il principale protagonista di quel passaggio per molti aspetti nodale della storia Repubblicana, risoltosi come abbiamo detto. 

L’altra faccia del decisionismo manciniano è tutta di marca siciliana e risale all’estate del 1966, quando una gigantesca frana investì la città di Agrigento lasciando migliaia di famiglie senza casa. L’evento fu conseguenza delle dissennate politiche urbanistiche degli amministratori locali sulle quali il ministro Mancini decise di vederci chiaro. E quando la Commissione da lui insediata per accertare le cause di quanto accaduto mise nero su bianco l’assenza dell’interesse pubblico nell’azione comunale, “la quale appare dominata soltanto dalla preoccupazione di favorire – comunque ed a qualunque prezzo – le singole iniziative costruttive” e che “la gravità della situazione urbanistico-edilizia del paese ha trovato in Agrigento la sua espressione limite”, il ministro socialista decise immediatamente di agire. E a parte le iniziative giudiziarie che riguarderanno molti amministratori della città, Mancini riuscirà ad impedire ulteriori sfregi in quell’area, salvando la valle dei Templi dal rischio di inaccettabili speculazioni edilizie e ispirando l’approvazione della cosiddetta “legge ponte”. Un intervento provvidenziale definito dal giornalista Francesco Erbani “un baluardo del riformismo praticato dal centrosinistra di quegli anni, esemplare non solo nel campo dell’urbanistica, ma per altri settori della vita pubblica, in virtù dei molti elementi di programmazione e di pianificazione che intendeva introdurre nel sistema”. 

Non meno importante è la vicenda relativa alla costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, che agganciò la nostra regione al resto del Paese e nella quale Mancini ebbe un ruolo fondamentale, sfoderando ancora una volta le sue qualità politiche e l’idiosincrasia per tutto ciò che rappresentasse un ostacolo o una limitazione alla sua azione al servizio del Paese. Direttori generali compresi, rimossi in un batter d’occhio per manifesto, intollerabile ostruzionismo, forse, chissà, in qualche modo ammantato anche di pensieri e pregiudizi antimeridionalisti.

Si potrebbe scrivere chissà quanto ancora di queste e altre vicende, ma crediamo sia giusto lasciare al lettore il gusto di scoprire direttamente il contenuto del pamphlet di Leporace, che traccia un quadro storico e biografico, snello e di agevole lettura, “del politico calabrese che meglio rappresentò le ragioni della sua terra in un’ottica meridionalista e di difesa della democrazia”. 

Un focus utilissimo, dunque, in vista di ulteriori approfondimenti, a partire da quello che il figlio dell’indimenticato leader socialista, Pietro, ha pubblicato nel 2016, sempre per i tipi di Luigi Pellegrini Editore, intitolato “…mi pare si chiamasse Mancini…”. Un riconoscimento all’importante genitore, alla centralità della politica e ai superiori interessi dei cittadini, di cui Mancini è stato lungamente interprete e sui quali oggi, in tempi di magra in questo fondamentale campo d’azione, è utile soffermarsi. Allontanando così il rischio, ahinoi molto concreto, che anche la Storia migliore, alla quale certamente Mancini ha offerto un contributo, possa essere in qualche modo trascurata se non finanche dimenticata.  (fk)

GIACOMO MANCINI, UN AVVOCATO DEL SUD
di Paride Leporace
Luigi Pellegrini Editore, ISBN 9791220500968

IL RICORDO / Francesco Gagliardi: In morte dell’on. Giacomo Mancini, quante lacrime di coccodrillo

di FRANCESCO GAGLIARDI – Parce sepulto, frase dell’Eneide di Virgilio. Significa abbi rispetto per il sepolto, abbi rispetto per chi non è più in vita, per chi è morto. Quindi non si deve continuare a parlare male di lui, ad odiarlo, a disprezzarlo, a calunniarlo.

È morto. Non c’è più. Non può più difendersi. Ma io oggi, dopo aver letto due articoli dell’amico Paletta e del Direttore Pellegrini sull’on. Mancini, leader del Partito Socialista Italiano e Sindaco della città di Cosenza, morto 20 anni fa nella sua città che amava tanto, vorrei scrivere qualcosa con gli occhi ancora pieni di lacrime vere e sincere e con un cuore che fa a bizze gonfio di dolore immenso, per la commemorazione della sua morte, non di un amico, ma di un uomo che ha dato lustro a Cosenza, alla Calabria e all’Italia intera. Non ho avuto la fortuna e il privilegio di stare vicino a lui o di lavorare con lui come il Direttore Pellegrino, tuttavia abbiamo militato insieme nel glorioso Partito Socialista Italiano.

Io l’ho conosciuto attraverso la televisione, i resoconti giornalistici, la lettura di Parola Socialista, del settimanale Candido e di Cuore, i vari comizi alla Villa Vecchia e a Viale Trieste, le assemblee di partito, i congressi provinciali. Non è mai venuto nel mio paese di origine, San Pietro in Amantea, neppure quando io ricoprivo la carica di vicesindaco. Ricordo, come se fosse ieri, il giorno dei suoi funerali. Tutti piangevano, perché non solo avevamo perso un leader, anche se vecchio ed acciaccato, ma un eroe di altri tempi, un meridionalista convinto, un difensore della legalità e della democrazia, un grande della politica italiana e calabrese in particolare. In Calabria, dopo di lui, il vuoto.

Ho dovuto assistere durante i suoi funerali a scene che non avrei mai voluto partecipare. Quante lacrime di coccodrillo sono state versate, quante facce contrite, quanti elogi infarciti di retorica e fuori luogo ho dovuto leggere sui giornali. Anche questo ho dovuto sopportare. E quanti avvoltoi in Piazza ostentavano il garofano rosso nell’occhiello della giacca. Sono passati venti anni dalla sua morte e ancora oggi, purtroppo, sono costretto a leggere cose che non avrei mai più voluto leggere. Io questa sera al Rendano non ci sarò causa indisposizione perché sono vecchio ed acciaccato quando Claudio Martelli, ex ragazzo prodigio del P.S.I. commemorerà l’on. Mancini. Vorrei osservare uno per uno i presenti all’incontro. Ma dove erano costoro quando a Reggio Calabria durante la rivolta del “Boia chi molla” la sua effige veniva bruciata in piazza.? Dove erano costoro quando un giornale per mesi e mesi lo accusava  di essere un ladro, scriveva si scrive leader ma si legge ladro ( C’è una prima pagina del giornale Candido nell’articolo scritto da Paletta).

Era una campagna giornalistica montata ad arte per screditare l’uomo politico che si batteva per portare in Calabria qualche fabbrica, per portare fino a Reggio l’Autostrada del Sole, per avere anche in Calabria un aeroporto ed una Università, per evitare il sacco della Valle dei Templi in Agrigento, per dotare gli ambulatori comunali degli ottomila comuni italiani di un frigorifero per conservare il vaccino contro la poliomielite. Ricordo le invettive, i sarcasmi, le ingiurie, i pettegolezzi, le calunnie. E i giornali ogni giorno inventavano nuovi scandali. Erano cose tutte inventate.

I giornali di allora lo facevano per screditarlo perché aveva rifiutato l’abbraccio mortale con certi personaggi e che non voleva nulla a che fare con quella sinistra giacobina, forcaiola e stalinista. Per i compagni comunisti era “Un Califfo”. E dove erano costoro quando nel 1966 venne condannato dal Tribunale di Palmi per “Concorso esterno in associazione mafiosa”? Calunniato, oltraggiato, offeso, vilipeso, umiliato, sospeso dalla carica di Sindaco della Città. Poi, però, venne assolto. Ora che non c’è più mi vengono alla mente le parole che pronunciò nel lontano 1974:- Quando si muovono i falliti, le mezze calzette, i cani t’azzannano-. Gli amici di un tempo lo avevano abbandonato, i giornali lo avevano già condannato.

È stato un gioco al massacro, lui indomito socialista, costretto a subire l’onta del disprezzo, dell’odio, dell’isolamento. Quante battaglie ha dovuto combattere e quanti nemici, anche nel suo stesso partito, ha dovuto affrontare. Voglio augurarmi che Claudio Martelli ricorderà tutte queste cose che ho cercato di ricordare. E ricorderà sicuramente quel buffetto sulla guancia destra che ha ricevuto da Mancini dopo essere intervenuto ad un Congresso Socialista quando il nostro leader ricopriva la carica di Segretario Nazionale del PSI. Martin Luther King e il Profeta Isaia  avevano un  grande sogno: I figli dei neri andare insieme ai figli dei bianchi, il lupo pascolerà un giorno insieme all’agnello. Anche l’on. Mancini aveva un sogno: lasciare il posto di Sindaco in eredità ad una donna che lui stimava tanto. Il sogno si è avverato.

Purtroppo, la signora Catizone dopo alcuni anni è stata disarcionata. Dopo la morte del grande leone socialista, però, le vecchie calzette, i vecchi tromboni, i vecchi sciacalli si sono svegliati dal lungo letargo e i danni che stanno combinando sono sotto gli occhi di tutti. A distanza di lunghi 20 anni si parla ancora di lui. L’On. Martelli lo commemorerà stasera al Rendano, Leporace ha scritto un libro che uscirà fra breve, il Dott. Pellegrini e il Dott. Paletta hanno scritto due interessantissimi articoli sulla sua vita. Avrebbe, forse, voluto intervenire anche lui, lui che in vita è stato un fiume in piena.  

Non ascolterà, però, quello che diranno. Non leggerà gli articoli. Quella tomba nel cimitero di Cosenza coperta da tanti garofani rossi non sarà scossa dall’eco dei discorsi che il vento porterà dalla Villa Vecchia. Murata nel cemento non ascolterà le parole di qualcuno che lo ha fatto tanto soffrire e poi morire. (fg)

In copertina, foto di Giacomo Mancini Jr

A 20 anni dalla scomparsa, da Paride Leporace un libro su Mancini

Ricorrono, domani, i 20 anni dalla scomparsa di Giacomo Mancini. Per l’occasione, il giornalista vicedirettore de Il Quotidiano del Sud, e scrittore Paride Leporace ha dedicato al leader socialista il libro dal titolo Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud, edito da Pellegrini editore e nelle librerie dal 14 aprile.

La scelta del vaccino Sabin, grazie al quale fu possibile debellare la poliomelite. La lotta contro l’abusivismo edilizio. La frana di Agrigento e la “legge ponte”. La costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. L’impegno – poco conosciuto – a favore dei soggetti con disabilità per consentirne l’accesso nei luoghi pubblici. Il garantismo come leva e rafforzamento della democrazia. La vicenda giudiziaria, con la pesante accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, dalla quale fu completamente scagionato. E l’esperienza di Sindaco a Cosenza, che concluse la sua lunga esperienza politica sono i fatti messi a fuoco nella voce ma appassionata ricerca di Leporace.

«Non ho inteso scrivere una nuova biografia – ha spiegato l’autore – ho voluto soltanto, incoraggiato da molti amici e, soprattutto, dall’editore Walter Pellegrini, restituire alla conoscenza collettiva una serie di passaggi cruciali della vicenda politica manciniana, certamente tra le più significative e originali della storia repubblicana».

Il lavoro di Leporace assume, in effetti, un valore significativo per l’opportunità che offre, soprattutto ai più giovani, di conoscere una figura di rilievo della politica italiana, apprezzata per la lungimiranza delle idee e la concretezza delle azioni. Meridionalista autorevole, inflessibile fustigatore di scelte, prassi e comportamenti della classe dirigente, nazionale e locale, che hanno pesantemente nociuto sulle prospettive di sviluppo e sulla soluzione dei problemi di questo territorio, Ministro della Sanità, dei Lavori pubblici e del Mezzogiorno, Giacomo Mancini è stato negli anni ’60 del secolo scorso “un socialista che ha cambiato lo stato di molte cose”.

Il genuino interprete di un pragmatismo, cui si guarda oggi con nostalgia, capace di saper cogliere ogni opportunità utile al cambiamento di uno status quo economico, sociale e culturale che riteneva ingiusto e mortificante. E mai smettendo di proiettare lo sguardo verso dimensioni e orizzonti estranei al provincialismo cui la politica ha spesso indugiato, così come in rapporto alla sonnolenta coscienza civile, che ha negativamente inciso, e tuttora pesa, sul destino del Mezzogiorno e della Calabria.

Giacomo Mancini. Un avvocato del sud, in definitiva, può essere considerato un utile contributo per favorire la conoscenza di questa autorevole e prestigiosa figura della politica italiana.

Il pamphlet di Paride Leporace sarà presentato nelle prossime settimane sul “Terrazzo Pellegrini”, nell’ambito delle iniziative promosse per celebrare il settantesimo compleanno della casa editrice. (rcs)

 

Lina Wertmuller, quelle estati a Sangineto con Giacomo e Vittoria

di SERGIO DRAGONE – Giacomo Mancini aveva una particolare attenzione per il mondo della cultura e dello spettacolo. Ben prima di Craxi – che negli anni Ottanta s’inventò un’assemblea nazionale aperta alle celebrità del cinema, della tv e del made in Italy – e ancor prima di Berlusconi.

Con una grande differenza. Giacomo sceglieva i suoi interlocutori tra i personaggi più controcorrente, più anarchici, più rivoluzionari e innovativi. Fece scalpore negli anni Sessanta la scelta di alcuni volti noti del cinema, come Nino Manfredi e Sandra Milo, di ostentare in piena campagna elettorale una coccarda con su scritto “Io voto Mancini”. Non era facile in un’epoca in cui la cultura italiana era egemonizzata dal Partito Comunista (per convinzione ideologica degli artisti) e dalla Democrazia Cristiana (per convenienza più che per esigenze confessionali).

Tra le personalità più vicine a Mancini da annoverare sicuramente una giovane regista di origini svizzere, poco più che trentenne, che si era fatta strada faticosamente come aiuto di Fellini ed aveva esordito nel 1963 con I Basilischi, un film che traeva ispirazione da I Vitelloni e ritraeva la realtà di un profondo sud. Con tra gli interpreti uno sconosciuto Stefano Satta Flores.

Tra l’emergente leader socialista calabrese e l’irrequieta regista dagli occhiali bianchi nacque una solida e sincera amicizia che è durata nei decenni, complice anche l’elegante e inseparabile moglie di Giacomo, donna Vittoria Vocaturo. A completare quel quadro di grande amicizia e condivisione ideologica e ideale, il grande Francesco Rosi e sua moglie Giancarla Mandelli, sorella della stilista Krizia.

C’era il rituale di trascorrere alcuni giorni di vacanza in Calabria, a Sangineto, sulla costa tirrenica cosentina, dove Mancini aveva casa. Nelle lunghe sere d’estate, affacciati sul mare, Giacomo, Vittoria, Lina, Francesco e Giancarla amavano parlare di politica, di cinema, di impegno sociale. Che poi si è tradotto in indimenticabili film sia per la Wertmuller (il mio preferito resta Pasqualino Settebellezze che ha anticipato di anni la trama e i temi di La vita è bella di Benigni) sia per Rosi  (come dimenticare Il caso Mattei?).

Nel 1974, su invito di Giacomo, la regista dagli occhiali bianchi tenne un memorabile comizio a Cosenza a favore della legge sul divorzio.

Lina Wertmüller è rimasta per tutta la vita “socialista e anarchica”. Bettino Craxi le chiese di fare parte della pletorica Assemblea nazionale dove, accanto ai “nani e alle ballerine” di cui ha parlato con disprezzo Rino Formica, sedevano fior di intellettuali. Coraggiosa e leale, ha difeso Bettino e la sua memoria, anche nei momenti più drammatici e bui. Con Giacomo e Vittoria ha conservato fino all’ultimo un rapporto umano molto intenso.

C’è dunque anche un pezzo di Calabria nella straordinaria e irripetibile vicenda umana ed artistica di una donna geniale che con i suoi film (e la sua vita) ha contribuito a cambiare la società italiana, parlando di classe operaia e di anarchia, di antifascismo e di ripudio delle leggi razziali, di sessualità e vizi della borghesia. Anche lei travolta da un insolito destino nell’azzurro mare di Sangineto. (sdr)

L’OPINIONE / Giacomo Mancini: i calabresi e il ticket Occhiuto-Spirlì

di GIACOMO MANCINI – Non era mai accaduto prima di ieri, nella storia del moderno regionalismo, che il centrodestra annunciasse due nomi : quelli dei candidati a presidente e vice presidente della Calabria.

La Costituzione prevede la sola figura del Presidente che viene eletto direttamente dei cittadini e che poi in autonomia sceglie gli assessori tra i quali indica il vice presidente.

Oggi invece il centrodestra chiede che gli elettori si pronuncino e legittimino due nomi e non solo uno. Che premino un ticket. Non un candidato e un suo progetto.

Ovviamente la novità non è solo di diritto, ma è tutta politica perché disvela il disegno che quella coalizione ha per la nostra terra.

Il progetto lascia il posto alla spartizione del potere dove a prevalere è quella destra rozza, becera, omofoba, illiberale che tanto discredito ha portato alla Calabria dopo la prematura e dolorosa scomparsa dell’onorevole Santelli.

Mi auguro che questo punto sia fin da subito chiaro ai leader che in Calabria e a Roma rappresentano tutte le forze del campo largo del centrosinistra. Da oggi (ancora di più da oggi) tutti (nessuno escluso) devono sentirsi in dovere di trovare una sintesi unitaria che esprima una proposta alta inclusiva e rappresentativa per tutti e che offra un’alternativa valida al disegno del centrodestra.

Perseverare nelle divisioni, nelle contrapposizioni, nelle lotte intestine, negli scontri fratricidi significa rinunciare in partenza a giocare una partita fondamentale per i calabresi e per il nostro futuro. Correre divisi in due o addirittura tre aggregazioni significa perdere in partenza e spalancare la vittoria a questa destra.

Si abbandoni l’interesse di parte e si persegua quello di una comunità democratica che trova linfa quotidiana nei valori di uguaglianza, solidarietà, accoglienza, libertà, onestà.

Ci si sforzi di rappresentare un popolo di donne e uomini liberi che vogliono avere la possibilità di scegliere una alternativa autorevole al disegno spartitorio della destra.

Ognuno di noi pronuncia spesso la parola unità. Oggi, mai come oggi, è il caso di praticarla. (gm)

[Già deputato socialista]

Giletti ricorda Giacomo Mancini, quando decise per l’antipolio: un esempio per il Governo

Massimo Giletti celebra il calabrese Giacomo Mancini, ministro della sanità nel 1964, come esempio di efficienza e decisionismo. E’ accaduto durante l’ultima puntata de “Non è l’Arena”, la popolare trasmissione della domenica sera su L7. Di fronte alle incertezze, agli errori, alle incoerenze dell’attuale ministro della salute, Roberto Speranza, il conduttore ha spolverato l’esempio di Mancini che impose in Italia il vaccino Sabin contro la poliomielite, fregandosene dei pareri interessati delle grandi industrie farmaceutiche e degli sponsor del vaccino Salk.

Giletti non è andato troppo nel sottile, accusando il Governo Conte di inadempienze, ma soprattutto di mancanza di decisionismo nella strategia di contenimento del Covid. Ci vorrebbe oggi un Mancini!, è stato più o meno il messaggio che il conduttore ha lanciato, ricordando quella storica decisione del 1964 che salvò la vita di migliaia di bambini italiani.

Nel 1960 erano stati più di dodicimila i bambini italiani colpiti dalla polio, quasi duemila erano deceduti. Nel sud d’Italia si registrava un impressionante numero di casi. Il nostro Paese aveva adottato il vaccino Salk, fatto con un’iniezione, ma i risultati erano stati disastrosi.

Intanto, affiorava la speranza in un nuovo vaccino, messo a punto dallo scienziato Albert Sabin. Mancini, chiamato al ministero della sanità nel primo governo Moro, volle ascoltare la voce di Sabin e questo avvenne in una riunione a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità. Gli alti burocratici del Ministero si manifestarono ostili a Sabin, al punto da uscire polemicamente dalla sala. Il ministro della sanità, infischiandosene dei pareri molto interessati dei cosiddetti esperti, annunciò pubblicamente che l’Italia avrebbe adottato il metodo Sabin.

Il resto è storia. Il Sabin ha strappato dalla morte o dalla paralisi migliaia di bambini. Mancini mise in piedi una straordinaria organizzazione per la vaccinazione di massa, riuscendo a reperire centinaia di frigoriferi necessari a conservare il vaccino.

Resta l’esempio di un grande calabrese, sicuramente il più grande politico espresso dalla nostra regione, capace di atti di straordinario coraggio. Un coraggio che scaturisce solo quando sei certo di essere dalla parte giusta, assumendotene tutte le responsabilità. Meditate Conte e Speranza. Anche e soprattutto quando ragionate di Calabria. (rda)