SUD, IL CATALOGO DELLE BUONE INTENZIONi
DAL 2018 al 2022, BEN TRE MINISTRI, MA…

di ERCOLE INCALZA – Volendo essere obiettivi penso sia opportuno ricordare che dal 2018 al 2022, cioè in oltre quattro anni si sono alternati, nel Dicastero del Sud e della Coesione Territoriale, la ex ministra Barbara Lezzi, l’ex ministro Giuseppe Provenzano e la ex ministra Mara Carfagna e ritengo utile ricordare cosa siano riusciti a fare durante il limitato tempo in cui hanno ricoperto tale incarico.
Ho cercato quasi in modo capillare ed esaustivo di leggere gli atti e le scelte adottate da questi tre titolari del Dicastero; in particolare ho cercato di verificare il loro impegno a sollecitare il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e gli Enti locali (Regioni e Comuni) a cantierare le opere, a sollecitare il Ministero dell’Economia e delle Finanze ad assegnare e a garantire la disponibilità di risorse inserite nelle varie Leggi di spesa, a cercare di far spendere le risorse contenute nei Piani Operativi Nazionali (Pon) e nei Piani Operativi Regionali (Por) supportati dal Fondo di Sviluppo e Coesione 2014 – 2020 (riporto sempre il solito dato: dal 2014 al 2020 si sono spesi forse solo 6 miliardi sui 54 miliardi assegnati), ebbene effettuando questa analisi inizialmente ho avuto un dubbio: forse per motivi di riservatezza i vari Ministri avevano ritenuto opportuno secretare tutto il loro operato.
Ho trovato, infatti, una ricchezza di interviste, una ricchezza di annunci, di convegni e di atti programmatici. Tutti questi atti, tutti questi “racconti” avevano un comune denominatore, o meglio, una serie di comuni denominatori che riporto di seguito e che ho avuto modo di conservare in un apposito dossier che ho definito; “come far crescere il Mezzogiorno solo con le buone intenzioni”. I comuni denominatori invocavano sempre i seguenti impegni:
Dobbiamo assegnare la Sud non il 30% delle risorse che lo Stato destina agli investimenti ma dobbiamo garantire almeno il 40% e se necessario il 50% e forse anche il 60%. (attualmente siamo appena al 14%); Dobbiamo portare al Sud le infrastrutture relative all’alta velocità ferroviaria (le uniche avviate parzialmente sono quelle della Legge Obiettivo: l’asse Napoli – Bari e Catania – Messina); Dobbiamo completare gli assi viari Palermo – Agrigento – Caltanissetta e realizzare l’autostrada Ragusa – Catania (tutte opere della Legge Obiettivo ferme da quattro anni); Dobbiamo affrontare e risolvere le criticità presenti nel Mezzogiorno legate ai Livelli Essenziali delle Prestazioni; Dobbiamo affrontare e risolvere le emergenze legate al centro siderurgico di Taranto e all’area industriale di Termini Imerese.
Sono tutti rimasti solo tanti “dobbiamo”; mai queste volontà, mai queste buone intenzioni sono diventate atti concreti e compiuti.
Addirittura, mentre la ex ministra Carfagna e l’ex ministro Provenzano avevano solo rincorso convegni e atti programmatici mai attuati, senza però creare danni, la ex  ministra Lezzi ha, nella sua esperienza prima politica e poi di Ministro, quanto meno due gravi responsabilità: aver bloccato l’avanzamento della realizzazione della Trans Adriatic Pipeline (TAP) e aver proposto ed ottenuto l’azzeramento dello scudo penale per i nuovi gestori dell’impianto siderurgico di Taranto dando vita ad un grave contenzioso con il gestore Arcelor Mittal, un contezioso che ha praticamente dato origine a quella che più volte ho definito una “gravissima bomba sociale”.
Invece proprio in questi giorni il nuovo Governo ha, quanto meno, dato segnali di attenzione concreta alle emergenze del Mezzogiorno e lo ha fatto o ricorrendo a strumenti normativi attraverso proprio la Legge di Stabilità o accettando subito un confronto sul tema legato ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep); un confronto che il ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli ha ritenuto di avviare subito ritenendolo propedeutico e, addirittura, vincolante la possibile proposta di “autonomia differenziata regionale”.
Sulla Legge di Stabilità sono infatti comparsi dei provvedimenti, quindi non più buone intenzioni, che ho già riportato in una mia nota di pochi giorni fa che penso testimonino un convinto e misurabile approccio nuovo alle criticità del Sud, almeno per il comparto delle infrastrutture; mi riferisco in particolare alla: Istituzione del Fondo per le Infrastrutture ad Alto Rischio (Ifar). In realtà con tale norma prende corpo non solo un atto pianificatorio delle infrastrutture ma, addirittura, un Piano organico dei servizi. Inserimento del collegamento stabile stradale e ferroviario tra la Sicilia e il continente ed opere connesse. Nel Disegno di Legge di Stabilità si ribadisce che trattasi di un’opera prioritaria e di preminente interesse nazionale ai sensi dell’articolo 4 della Legge 17.12.1971 n.1150, e ai fini della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera sono reiterati, ad ogni fine ed effetto di Legge, i vincoli già imposti con l’approvazione del progetto preliminare dell’opera e successivamente prorogati”.

È davvero chiaro ed incontrovertibile la rilevanza strategica dell’opera anche a scala comunitaria. Realizzazione dei lotti funzionali del nuovo asse viario Sibari – Catanzaro della Strada Statale 106 Jonica. Dopo anni (dal 2014) di completa assenza dei vari Governo che si sono succeduti finalmente viene assegnato un cospicuo importo (3 miliardi di euro) per la realizzazione di un lotto chiave dell’intero tracciato; un tracciato che purtroppo oggi è tra i primi posti nella classifica degli incidenti stradali (nel 2021 16 morti); un tracciato che rende accessibile la fascia jonica della Calabria ricca di attrazioni turistiche e di attività commerciali determinanti per la crescita della intera Regione.
Senza dubbio una grande occasione per misurare un sostanziale cambiamento del Governo nei confronti del Sud sarà non solo quanto inserito nel Disegno di Legge di Stabilità ma quanto il Ministro Calderoli, come detto prima, proporrà per costruire davvero delle condizioni che portino in un arco temporale non lungo verso un assetto omogeneo tra Sud e resto del Paese. Lo so non è facile superare delle condizioni che da sempre caratterizzano le distanze socio economiche del Mezzogiorno dal resto del Paese.

È inutile ricordare che i cittadini del Sud hanno un reddito pro capite pari a 17.400 euro e quelli del Centro Nord hanno un reddito pro capite di 36.000 euro ed è inutile precisare le motivazioni che mantengono 7 Regioni del Paese, nel rispetto del Regolamento Ue, all’interno dell’Obiettivo 1; cioè le sette Regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sicilia e Sardegna hanno un Pil pro capite inferiore al 75% della media comunitaria. Ricordo che fino al 2006 era rimasta in Obiettivo 1 solo la Regione Calabria. Pertanto spero che il Ministro Calderoli, nella proposta sui Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep), non persegua un livello standard minimo ma, come ho segnalato pochi giorni fa, costruisca le condizioni perché possano essere omogenei a quelli del resto del Paese.

Per questo insisto utilizziamo le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021 – 2027 per interventi che non hanno bisogno di essere programmati quali a titolo di esempio: Acquisto materiale rotabile per supporto offerta di trasporto pendolare; Acquisto materiale rotabile per supporto offerta di trasporto reti metropolitane; Acquisto autobus per supporto offerta di trasporto pubblico locale; Acquisto materiale per supporto attività scolastiche ed universitarie; Acquisto materiale per supporto attività sanitarie; Assegnazione risorse per riqualificazione aree urbane (verde, servizi raccolta rifiuti, riassetto funzionale dei servizi tra le città e gli impianti aeroportuali, ecc.)
Sono solo acquisti che non comportano tempi lunghi per la progettazione e l’ottenimento delle relative autorizzazioni e producono:  un immediato aumento del Pil; un incremento dei livelli occupazionali, un consistente abbattimento delle distanze attuali relative ai Lep,
e, anche se in modo non rilevante, un primo segnale di crescita dei redditi pro capite.
Se tutto questo caratterizzerà i primi cento giorni della nuova Legislatura allora vorrà dire che la politica degli annunci e delle buone intenzioni è solo un triste ricordo del passato. Speriamo, questa volta, di non essere smentiti. Il Mezzogiorno non lo meriterebbe. (ei)

GOVERNO MELONI: PRIMA DONNA PREMIER
ALLA SALUTE VA IL CALABRESE SCHILLACI

di SANTO STRATI – Nasce il Governo Meloni, il primo nella storia della Repubblica a guida femminile. Giorgia Meloni è riuscita in un’impresa che solo alcuni mesi fa sembrava impossibile, ma adesso fatto il Governo bisognerà governare e il percorso che si profila innanzi non è sicuramente privo di insidie e di problemi di difficile soluzione. Vinta a piene mani la “scommessa” la Presidente Meloni dovrà fronteggiare una situazione economica di grande complessità, con un’inflazione galoppante che si avvia a diventare a due cifre e la gravissima crisi energetica con l’insostenibile rincaro della bolletta di luce e gas (e ovviamente dei carburanti). Affrontare queste criticità e trovare una soluzione rapida (e soprattutto indolore) è una “mission impossible” che non è riuscita nemmeno a Draghi che poteva, peraltro, contare su un’autorevolezza e una reputazione a livello mondiale che gli hanno facilitato la vita, ma non sono state sufficienti a individuare le soluzioni più efficaci e pertinenti. Il Paese è davanti a una catastrofe finanziaria senza precedenti con il rischio di chiusura di migliaia di imprese e la conseguente, inarrestabile, esplosione di licenziamenti. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano il posto di lavoro, le imprese non ce la fanno a sostenere gli assurdi aumenti dei costi dell’energia: ma chi controlla i prezzi, visto che a fronte di bollette triplicate risaltano i megaprofitti delle imprese che distribuiscono energia? La prima cosa che dovrà fare il Governo Meloni sarà una supertassazione degli utili delle Utilities e un brusco stop a profitti ingiustificati e in alcun modo ammissibili.

La Meloni ha mostrato carattere e decisionismo, il che non guasta: ha confermato di voler privilegiare le competenze sulle opportunità politiche (con qualche inevitabile eccezione), ma nello “scontro” con Berlusconi ha mostrato di tenere il banco nel tavolo della coalizione. Scelte in gran parte apprezzabili: una su tutte, quella per il dicastero della Salute affidata al Rettore dell’Università di Tor Vergata Orazio Schillaci, medico specialista di Medicina Nucleare e scienziato di riconosciuto valore, che peraltro ha origini calabresi di cui è largamente fiero. Il padre di Reggio Calabria, la madre di Amantea e le vacanze estive passate sul Tirreno tra Campora e Amantea. Per la Sanità c’è da affrontare il rischio non ancora sopito di un ritorno della pandemia, ma soprattutto va riorganizzato l’intero settore che, soprattutto nel Mezzogiorno, presenta vistose falle. In Calabria conosciamo la profonda crisi dovuta a 12 anni di commissariamento, con ospedali chiusi e assunzioni bloccate, anche se la decisa azione del presidente Roberto Occhiuto con l’Azienda Zero guidata dal manager Giuseppe Profiti sta facendo intravedere qualche sbocco importante. I calabresi vanno a curarsi fuori della regione, pur avendo fior di specialisti nella propria terra, con un costo pubblico di 300 milioni l’anno, a cui bisogna assommare almeno il doppio di spesa per i costi affrontati dai familiari dei ricoverati per viaggi e soggiorni.

Il Ministero per il Sud si allarga e comprende un inedito (ma quanto mai necessario) ministero del Mare: la scelta dell’ex governatore siciliano Nello Musumeci potrebbe risultare più che azzeccata. Musumeci conosce perfettamente le criticità del Mezzogiorno e ha una non trascurabile visione di futuro. È un fiero e forte sostenitore del Ponte sullo Stretto  e, a prima vista, la delega alle Infrastrutture e alle Mobilità sostenibili a Matteo Salvini lascerebbe immaginare una strada in discesa per la sua realizzazione. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze, pur avendo più volte espresso Salvini pareri favorevoli sull’attraversamento stabile dello Stretto: la realizzazione del Ponte equivale a dare centralità mediterranea a tutto il Mezzogiorno e assegnare un ruolo principale a Gioia Tauro e al suo Porto che sta cominciando  a dare qualche maldipancia a quelli di  Genova e Trieste. Nonostante l’obbligato ottimismo, c’è qualcuno disposto a credere che le ricche regioni della portualità del Nord permetteranno mai lo sviluppo di Gioia e dell’area mediterranea del Mezzogiorno? Non lo crediamo proprio. E sarà questa una delle sfide più impegnative che il governo guidato da Giorgia Meloni dovrà affrontare: la riapertura di una “questione meridionale” che offra la possibilità di individuare strategie e iniziative per ridurre il divario, sempre più crescente tra Nord e Sud. Le disuguaglianze – soprattutto nel campo della sanità, dell’istruzione, della formazione, del lavoro, sono così evidenti che in tanti dovrebbero provare imbarazzo, se non vergogna, per queste infami disparità. I bambini degli asili del Trentino possono contare su una cinquantina di euro a testa, per quelli delle regioni meridionali ci sono solo pochi spiccioli. Una situazione che sarà ancor di più aggravata dalla paventata autonomia differenziata che Emilia, Piemonte e Lombardi da anni stanno inseguendo (fino ad oggi senza successo) e che il ministro Calderoli farà di tutto per realizzare.

Giorgia Meloni dovrà avere in agenda il Mezzogiorno, come motore di sviluppo di tutto il Paese, e mediare, a favore delle regioni del Sud, contro il criterio della spesa storica che penalizzerà le aree e i territori più disagiati (e più poveri). Meno hai speso e meno avrai, recita in sintesi l’idea di fondo del federalismo fiscale che il Nord va cercando per il proprio tornaconto. Chi più ha speso avrà maggiori risorse a disposizione, a tutto scapito dei “poveracci” del Sud.

E dire che il PNRR ha premiato l’Italia con il maggiore finanziamento proprio per le aree disagiate del Mezzogiorno: per ridurre (se non eliminare) il divario: in realtà il Piano di Ripresa e Resilienza vedrà gran parte dei fondi finire al Nord, soprattutto per mancanza di progettualità e di tecnici specializzati nella redazione di progetti. Intanto, congratulazioni, Presidente Giorgia. Ma ci faccia sperare che penserà al Sud!  (s)

IL NUOVO GOVERNO

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
on. GIORGIA MELONI (FdI)

Ministro degli Affari Esteri  (vicepremier)
on.  Antonio Tajani  (Forza Italia

Ministro delle Infrastrutture e Mobilità sostenibili (vicepremier)
sen. Matteo Salvini (Lega) 

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Alfredo Mantovano (esterno)

Ministro dell’Economia
on. Giancarlo Giorgetti (Lega)

Ministro dell’Interno
Matteo Piantedosi (esterno)

Ministro della Giustizia
on. Carlo Nordio (FdI)

Ministro della Difesa
Guido Crosetto (esterno)

Ministro della Salute
Orazio Schillaci (esterno)

Ministro della Cultura
Gennaro Sangiuliano (esterno)

Ministro del Turismo
sen. Daniela Garnero Santanchè (FdI) 

Ministro delle Imprese e del Made in Italy
sen. Adolfo Urso (FdI)

Ministro dell’Agricoltura e Sovranità alimentare
on. Francesco Lollobrigida (FdI)

Ministro dell’Ambiente e Sicurezza energetica
on. Gilberto Pichetto Fratin  (Forza Italia)

Ministro del Lavoro e Politiche Sociali
Marina Calderone (esterna)

Ministro dell’Istruzione e Merito
Giuseppe Valditara (esterno)

Ministro dell’Università e Ricerca
sen. Anna Maria Bernini (Forza Italia)

Ministri senza portafogli

Ministro dei Rapporti con il Parlamento
sen. Luca Ciriani (FdI)

Ministro della Pubblica Amministrazione
sen. Paolo Zangrillo (Forza Italia)

Ministro degli Affari regionali  e Autonomia
sen. Roberto Calderoli (Lega)

Ministro per il Sud e Politiche del Mare
sen. Nello Musumeci (FdI)

Ministro dello Sport e dei Giovani
Andrea Abodi (esterno)

Ministro della Famiglia, Natalità e Pari Opp.

on. Eugenia Roccella (FdI)
Ministro della Disabilità

Alessandra Locatelli (esterna)
Ministro delle Riforma
sen. M. Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia)

Ministro degli Affari Europei
on. Raffaele Fitto  (FdI) 

il Sud e la ministra Carfagna: se la questione meridionale diventa nazionale

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI –Abracadabra, ed ecco che la questione meridionale ritorna. E lo fa nella sua più atavica forma, per trasformarsi in un documento istituzionale sui tavoli del Governo. Il divario tra Nord e Sud, si tramuta e finalmente in una questione “italiana”. Sarà vero?

La presa di posizione del governo Draghi, per un riequilibrio della Nazione, arriva a conferma che dal 1861, con la nascita del Regno d’Italia, pur volutamente avendo lasciato cadere nell’oblio la storia reale con cui il Meridione ha subito il suo più grande e profondo disfacimento, l’Italia non ha mai completamente suggellato la sua “Unità“.

Con l’omissione, per scelta, della vera narrazione dei fatti del Sud dai libri di storia, che portarono, non per causa ma per effetto, all’unificazione italiana, incarognendo il fenomeno del brigantaggio, si è garantito al Sud il disprezzo irreversibile del resto del paese. Ma la versione dei fatti accaduti, va riportata nella forma integrale. Le verità epocali, che hanno indotto lo sfracello di un regno florido come quello di cui il Sud faceva parte, non possono più essere nascoste. Serve che l’Italia, per il suo bene, si sinceri con gli italiani, affinché tutto il popolo sappia, e per dovere e per giustizia, e chieda la fine immediata delle disuguaglianze che ancora l’Italia vive a causa della scissione incomprensibile tra il Nord e il Sud del paese. Siglando finalmente un vero “patto di unione

“La nostra ambizione – ha affermato il ministro Mara Carfagna nella due giorni dedicati al progetto di rifacimento unitario del paese-  è chiudere l’epoca delle lamentazioni del Sud”.

E no, ministro! Il Sud non si è mai lamentato. Il Sud, va semplicemente riconosciuto come il secondo Cristo Re, della storia. Perché anche quando le folle hanno scelto Barabba, il piccolo grande Sud, non ha fiatato. Forse ha fin troppo subito, e magari si è anche troppo miseramente accontentato.

Le sue ricchezze, le abbondanze delle sue terre, le lotte, la forza, il coraggio, e anche le virtù e le magne glorie, gli sono state tutte o fottute o mandate al massacro. E ciononostante, ha sempre fortemente lottato per la bandiera ‘italiana’ a cui si sente da sempre appeso, piantandola di proprio pugno, nelle proprie terre anche al prezzo del sangue dei propri uomini.

La storia non va dimenticata, ma soprattutto non va occultata. È tempo di responsabilità, ma soprattutto di prese immediate di coscienza.

Senza Sud, nessuna Italia.

Il paese sarebbe una terra mozza senza le sue gambe. Ed è lì, negli arti inferiori, che sta la forza di un corpo nel rimanere in piedi.

Se qualche naturale lamentazione dal Sud si è levata, nel corso dei secoli, è stata certamente fomentata dalla recrudescenza di quel male fisico, morale e sociale che il Sud stesso ha sempre sofferto. Ma più che parlare di lamentazioni, si parli di giustizia. Di equità, aequalitas.

Il Meridione, la cui storia ha contribuito in maniera sostanziale alla nascita e alla crescita dell’Italia, si è sempre visto frazionare ogni suo bene. Tutte le sue ricchezze e la dignità dei suoi uomini. Un martirio servito ai sabaudi per emancipare e industrializzare le proprie terre. Servendogli grandi fabbriche, dove prima v’erano puzze e paludi.

Ma la storia è un perfetto Karma.

E mentre il Nord si scopre non essere più il vero e solo motore del paese, si torna al Sud. Alla potenza e al potenziale dell’area territoriale più bella e feconda d’Italia.

E qui, o si fa l’Italia, o si muore. E l’effetto è domino. Un Paese, 21 regioni.

Il Sud, ha sempre cercato occasioni e mai assistenza. Ha rincorso opportunità e non convenienze.

E mai avvezzo ai tavoli della politica, è stato lasciato in pasto a quelli della mafia.

A chi è stato è convenuto questo massacro?

Agli italiani del Nord, o ai meridionali del Sud da sempre sporcati con il fango del pantano e poi rilegati nel girone della ciotìa?

La pazienza diventa intolleranza. E la stanchezza si tramuta in forza.

Il Nord si presti al Sud, allo stesso modo di come il Sud si è dato al Nord. Con i sacrifici, le rinunce se necessario, il lavoro e le buone preghiere. Tanto il tempo ha le sue evoluzioni. E se anche i giovani meridionali continuano a essere emigranti, quelli del Nord non hanno più diversamente scampo. Da Milano e da Torino si parte per il resto del mondo. E l’Italia si indebolisce tutta. Il suo tessuto sociale si impoverisce in maniera trasversale. Effetto boomerang di una globalizzazione che se ne fotte del divario italiano e coinvolge tutti i 1300 km del paese.

Si passi dalle parole ai fatti.

Se è vero che la bellezza salverà il mondo, l’amore può salvare l’Italia. La sua integrità fisica e morale.

Un bacio. Un solo bacio d’amore sulla bocca. Si ricongiungeranno le sue labbra e le due parti del paese torneranno a battere con un cuore solo.

Parola di meridionale! (gsc)

 

Non riconfermato il meridionalista Peppe Provenzano al Ministero per il Sud

Costituisce sicuramente, per il Mezzogiorno, una profonda delusione la mancata riconferma del ministro per il Sud Peppe Provenzano: al suo posto è stata scelta la vicepresidente della Camera Mara Carfagna, in quota Forza Italia. Provenzano, evidentemente, per il Partito democratico era una figura sacrificabile nel difficile equilibrio che andava raggiunto per mettere insieme questo governissimo dalle improbabili (almeno fino a qualche settimana fa) alleanze.

E la classica conferma che chi lavora bene non viene considerato per quello che ha fatto, ma vale molto di più il suo peso politico all’interno del partito. E Provenzano era un peso leggero, in seno ai dem, e nonostante l’ottimo lavoro svolto non ha trovato la dovuta considerazione che si sarebbe meritata. Il suo Piano per il Sud (100 miliardi in dieci anni) presentato con grande enfasi insieme con il presidente Giuseppe Conte e la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina esattamente un anno fa a Gioia Tauro, qualche giorno prima che scoppiasse la pandemia. Un bel progetto, colossale se vogliamo, ma con un impianto serio e buone possibilità di essere svolto con convinzione fino in fondo. Purtroppo il coronavirus ha bloccato tutto e molte cose buone previste nel Piano per il Sud non state nemmeno prese in considerazione nella prima bozza del Recovery Plan. Provenzano proveniva dalla Svimez, dove, con buona probabilità, tornerà a fare il vicedirettore, a occuparsi di Mezzogiorno, salvo che non si riesca a individuare per lui una collocazione da sottosegretario proprio nel Ministero per il Sud.

La Carfagna – che ha guidato con piglio preciso e competenza la Camera quando chiamata a svolgere le funzioni di vicepresidente – ha la buona abitudine di affrontare con la dovuta competenza gli incarichi che le vengono affidati: non butti via le idee fin qui maturate da Provenzano e faccia tesoro delle sue competenze da uomo del Sud. Tutto il Mezzogiorno, siamo certi, le sarebbe riconoscente. (s)

DA OGGI LA FISCALITÀ DI VANTAGGIO AL SUD
E MINORI COSTI PER LE AZIENDE CALABRESI

C’è chi ancora non ci crede e chi – ottusamente – contesta l’agevolazione riservata soltanto ai territori meridionali: da oggi, 1° ottobre, è legge la fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno, ovvero la riduzione del 30% dei contributi sociali e assicurativi dovuti dalle aziende per i propri dipendenti e, soprattutto, per i nuovi assunti. È un’opportunità seria per incentivare nuova occupazione e aiutare le imprese delle regioni meridionali da troppo tempo dimenticate e messe in ginocchio dall’emergenza coronavirus.

È una vittoria – bisogna giustamente riconoscerne il merito – del ministro per il Sud e la Coesione sociale Peppe Provenzano: l’aveva promesso si è battuto con la forza e la caparbietà di tutti i meridionali (è siciliano) e l’ha spuntata. «La riduzione dei contributi – spiega una nota del ministro Provenzano – beneficerà, inizialmente, del temporary framework della Commissione europea in materia di aiuti di stato. Al momento il Governo è impegnato in un dialogo con la Commissione Europea per estendere la misura fino al 2029. Dalle prime interlocuzioni con Bruxelles è emersa la disponibilità a considerare la proposta grazie al suo inserimento nel più vasto quadro di riforma previsto dal Piano Sud 2030. È fondamentale infatti che un sostegno di questo tipo sia duraturo, e non solo temporaneo, per permettere una pianificazione più efficace delle scelte di investimento e riorganizzazione delle imprese».

Nel Sud, infatti, la crisi da Coronavirus si abbatte su un sistema produttivo che ancora non ha recuperato quanto perso durante la Grande Recessione, aggravando la carenza strutturale di opportunità di lavoro e gli ampi divari con il resto del Paese e dell’Europa. Nell’anno in corso il lavoro sarà duramente colpito, in particolare al Sud. Le ultime stime diffuse dalla SVIMEZ segnalano nell’area un calo dell’occupazione di circa il 6%, a fronte del 3,5% al Centro-Nord. Sono i primi segnali dell’asimmetria territoriale con la quale, ripetendo l’esperienza della crisi precedente, si produrranno le ripercussioni economiche e sociali. Va scongiurato, inoltre, che al crollo senza precedenti dell’occupazione nell’anno in corso segua nei prossimi anni il rischio di una jobless recovery nelle regioni meridionali, che minerebbe la capacità di riavviare un processo di sviluppo forte, durevole e sostenibile. Per supportare, in tempi rapidi, la domanda di lavoro nelle regioni meridionali è stato dunque necessario un taglio del costo lavoro, che non passi attraverso un calo delle retribuzioni dei lavoratori, già compromesse da un decennio di stagnazione salariale. Il taglio dei contributi a carico dei datori di lavoro inserito nel “D.L. Agosto” sosterrà al Sud la domanda di lavoro delle imprese, senza erodere il potere d’acquisto delle famiglie e le prospettive reddituali dei più giovani.

La fiscalità di vantaggio per il lavoro, oltre all’effetto diretto di rilancio della domanda di lavoro e di incremento della competitività del Mezzogiorno, consentirà altri due principali effetti indiretti: contrastare il lavoro nero favorendo l’emersione e intercettare il fenomeno del back-reshoring fornendo un rilevante vantaggio competitivo alle attività produttive che con la pandemia rivedono le proprie scelte localizzative, che in passato le avevano portate fuori dall’Italia.

«Questo intervento – afferma il ministro per il Sud – costituisce parte di una strategia complessiva di sviluppo del Mezzogiorno, che prevede un’azione di rilancio degli investimenti pubblici e privati, facendo leva sull’attuazione del Piano Sud, oggi parte integrante del Piano Nazionale di Riforma. Sul fronte impresa e lavoro, diverse sono le misure già attuate. Sono stati messi in campo crediti di imposta per gli investimenti, potenziandoli nelle Zone Economiche Speciali legate ai porti e rafforzando per tutto il Sud quelli in ricerca e sviluppo; è stato avviato il Fondo “Cresci al Sud” per accompagnare la crescita dimensionale delle imprese e istituito una linea di intervento specifica per le imprese meridionali con il Fondo Nazionale Innovazione.

Secondo Provenzano, «La priorità al Sud resta il rilancio degli investimenti, per garantire i diritti di cittadinanza e infrastrutture degne del 2020, e per promuovere l’innovazione e la sostenibilità, come previsto nel Piano Sud 2030, una strategia che ora verrà fortemente rafforzata nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La Fiscalità di vantaggio per il lavoro serve a moltiplicarne gli effetti in termini di ripresa occupazionale, perché il Sud ha bisogno di lavoro buono. E questo serve all’Italia intera».

Proprio stamattina il Corriere della Sera ha ospitato una lettera del ministro Provenzano in cui si rispondeva alle posizioni del giornale che in questi giorni «ha presentato nel migliore dei casi come un’illusione» la fiscalità di vantaggio per il Sud «(secondo il vice direttore Daniele Manca) o peggio, nell’editoriale di Francesco Giavazzi, come l’esempio di una strada che non aiuta le future generazioni e che addirittura “potrebbe avvicinare il Mezzogiorno al Vietnam”».

Provenzano spiega al Corriere che questa misura straordinaria nasce «Da una constatazione: fare impresa e lavorare al Sud costa di più, per un deficit di produttività legato a un progressivo disinvestimento di lungo periodo nel contesto formativo, infrastrutturale e istituzionale, aggravato dalle politiche di austerità seguite alla crisi precedente, di cui ancora attendiamo i famosi effetti espansivi previsti da Giavazzi. Se lo Stato, a ogni livello di governo, non ha investito in infrastrutture e servizi adeguati al Sud, in una P.A. efficiente, e tutto questo incide sui fattori di produttività, perché a pagarne il costo devono essere gli imprenditori e i lavoratori?»

«La “fiscalità di vantaggio per il lavoro” – dice il ministro Provenzano nella sua lettera al Corriere della Sera –, in questo quadro, è dettata dalla necessità di evitare un possibile collasso dell’occupazione nella crisi, che allargherebbe i già drammatici divari che separano il mercato del lavoro del Sud dal resto del Paese, per l’elevata incidenza di lavoratori precari, soprattuto tra quei giovani, dei quali Giavazzi giustamente si preoccupa, che già in molti casi non si sono visti rinnovare i contratti a tempo determinato. L’estensione fino al 2029, sepuur decrescente, serve a evitare quanto accaduto negli ultimi anni al Sud, una ripresa debole e senza lavoro (jobless recovery), e soprattutto a moltiplicare gli effetti occupazionali delgi investimenti (è quanto emerge da analisi di Banca d’Italia) che, nel 2021-2017, raggiungono una mole senza precedenti».

Il ministro conclude la sua lettera facendo notare che «a differenza di epoche passate, questa misura non è alternativa agli investimenti, è anzi il tassello di una strategia mai così ampia, ed è esattamente ciò che in sede europea viene apprezzato e che aiuterà, io credo, a rivedere gli orientamenti del recente passato… In Italia, purtroppo, è un costume poco diffuso anche tra le cosiddette élite, e forse è la ragione per cui si ripetono da decenni le stesse ricette economiche, con l’aggiunta di uno scetticismo (a volte giustificato) e una ostilità (spesso inaccettabile) per i provvedimenti destinati a sanare la frattura tra Nord e Sud. Liberare il potenziale di sviluppo dei territori, di tutti i territori, è la principale via per rilanciare lo sviluppo nazionale». (rp)

 

 

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IL TRASFORMISMO, UN MALE ANTICO AL SUD
PROVENZANO: +SVILUPPO, MENO CLIENTELA

Coniugare sviluppo ed equità: il ministro per il Sud e la Coesione sociale Peppe Provenzano, in un’intervista all’Huffington Post, spiega che il meridionalismo è nel dna della sinistra e perché è critico nei confronti del Reddito di Cittadinanza. «Non è e non poteva essere – afferma il ministro una politica per creare lavoro. Anzi, va modificato l’impianto proprio su questo aspetto. Ma quando sento parlare, anche sinistra, “gente pagata per stare sul divano” lo trovo rivelatore di un atteggiamento inaccettabile. A meno che non vuoi fare la “sinistra da salotto”».

Provenzano proviene, com’è noto dalla Direzione della Svimez, l’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno fondata nel 1946 da Pasquale Saraceno, Donato Menichella, Nino Novacco, Francesco Giordani e Rodolfo Morandi. Sono cambiati i tempi, è cambiato il mondo delle relazioni lavoro-industria, ma resta la grande lezione di Saraceno che aveva messo in pratica l’idea di un nuovo meridionalismo sulla scorta del dibattito avviato alcuni anni prima dall’Iri col presidente Alberto Beneduce e il direttore generale Menichella. Il ministro non ha mai fatto velo di essere un meridionalista convinto che però tiene gli occhi bene aperti sulla complessità del momento che l’Italia sta attraversando. Il suo Piano per il Sud (100 miliardi in dieci anni, presentato col presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Gioia Tauro a metà febbraio, qualche settimana prima che scoppiasse la pandemia da Covid, è momentaneamente “a bagnomaria” e non potrebbe essere diversamente, ma gli obiettivi di perseguire una politica di riequilibro nel divario nord-sud sono sempre in primo piano.

Con il giornalista Alessandro De Angelis l’Huffington Post, Provenzano parla della crisi del Movimento Cinque Stelle e del futuro dell’accordo di governo: «C’è una discussione al loro interno, che noi rispettiamo. Quel movimento era espressione dell’antipolitica. Ma l’antipolitica, a mio avviso, è arrivata al capolinea. Stanno finalmente emergendo posizioni coraggiose, come quella del Ministro Patuanelli che chiede al movimento “una scelta di campo”. C’era quella frase di Bobbio: “Si interrogano sul loro destino e non hanno capito la loro natura. Capiscano la loro natura e risolveranno il problema del loro destino”. Ecco, il M5S deve sciogliere il nodo della sua natura, da questo dipende anche il destino dell’alleanza».

Un argomento di stretta attualità è l’antipolitica e i numeri che sorreggono il Governo. «La parola voto – ha detto il ministro Provenzano – non può essere mai un tabù in democrazia. Ma nella nostra democrazia la pronuncia il Presidente della Repubblica. Il Governo ha gestito la crisi più difficile dal dopoguerra, guadagnando prestigio e considerazione internazionale e anche tra gli italiani. Ora ha una grande opportunità, grazie alla svolta europea, uscire da questa crisi con più equità e sviluppo. La vita del Governo è legata a mio avviso solo a questo: essere all’altezza di questa sfida, che l’Italia non può sprecare». E su come si sono pronunciati gli italiani sul taglio dei parlamentari: «Quel referendum non era il trionfo, ma il canto del cigno dell’antipolitica. Ecco perché abbiamo fatto bene a non regalare e relegare a quel campo il 70 per cento degli italiani che ha votato Sì. Ho sempre detto che nel No c’era una domanda di buona politica che è nel nostro Dna. Ora dobbiamo raccoglierla nel processo riformatore che, grazie al Pd, mettiamo in campo. Ma sull’antipolitica servirebbe un ragionamento più di fondo».

Dice Provenzano: «L’antipolitica è una malattia cronica dell’Italia, che si riacutizza quando la politica diventa impotente. Ma facciamoci una domanda: quale è la sua radice? La Casta è stata solo un formidabile innesco, ma la polvere era il senso di frustrazione delle persone. Con l’austerità, con il neoliberismo, la politica si era legata le mani. “Non c’è alternativa” è stato il motto con cui si portavano avanti politiche antisociali. Ma se non c’è alternativa, la politica a che serve? Allora è solo un costo. Ora siamo in una fase del tutto nuova. C’è stata una svolta sul terreno economico-sociale, non solo rispetto al governo precedente, ma rispetto a una stagione lunga. Dopo la pandemia, la politica torna a incidere e si è dotata degli strumenti per migliorare la vita delle persone».

Incalzato dal giornalista, Provenzano parla della clientela e del trasformismo della politica a proposito dei risultati delle regionali: «Penso che il trasformismo sia il male antico dell’Italia e soprattutto del Sud. Che si può nascondere dietro il proliferare di liste civiche e personali. Ma il punto politico è che il Sud ha detto No a Salvini. E infatti la destra si sta interrogando. Io mi batto per un Sud libero, anche dal ricatto del bisogno. Le clientele non le batti con il moralismo, ma con lo sviluppo e il lavoro buono. Per questo ora dobbiamo avere al Sud un Pd all’altezza». (rrm)

SGRAVI PER IL SUD IN VIGORE FINO AL 2025
COL 30% DI COSTI IN MENO PER LE AZIENDE

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha messo subito le mani avanti: non è una misura agostana, gli sgravi per le imprese del Sud sono reali e dureranno per diversi anni. Otto specifica il titolare del dicastero per il Sud Peppe Provenzano che proprio ieri ha festeggiato il suo primo anno da ministro, ovvero una riduzione del costo del lavoro del 30% almeno fino al 2025, per poi scendere gradualmente al 20% fino al 2027 e infine al 10% fino al 2029. Insomma per gli imprenditori calabresi e del Mezzogiorno questa fiscalità di vantaggio che fa arrabbiare gli industriali del Nord è una mano santa. In soldoni, è stato calcolato un risparmio per tutte le regioni meridionali di 914 milioni di euro: riguarda quel 30% di contributi che l’azienda meridionale non deve più versare grazie al riconosciuto impegno e alla convinta determinazione di Provenzano.

Bloccato dal Covid il suo Piano per il Sud (100 miliardi in dieci anni) Provenzano ha spinto in ogni modo perché la sua idea di fiscalità di vantaggio a favore delle regioni meridionali diventasse realtà.  La norma è contenuto nel decreto Agosto e avrà momentaneamente efficacia dal 1° ottobre al 31 dicembre di quest’anno, ma secondo i piani del ministro, con varie gradualità, dovrebbe arrivare al 2029. La misura è resa possibile utilizzando i fondi europei del programma ReactEu a cui è previsto l’accesso già per il 2020 e riguarda nove regioni: Umbria, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. L’obiettivo di Provenzano, in realtà, è anche un altro: quello di farsi approvare il taglio del 100% dei contributi nel caso di lavoro femminile, ma in questo caso sarà l’Europa a decidere e non sarà una passeggiata. L’importante è creare quell’irresistibile attrazione che si crea con la decontribuzione che per gli imprenditori che vogliono investire al Sud. A fronte di un costo del lavoro sempre troppo alto rispetto alla media europea e altissimo nei confronti dei mercati asiatici, l’idea di abbattere un terzo dei contributi susciterà sicuramente qualche appetito imprenditoriale.

Intendiamoci, non è la prima volta che viene avviata una misura di decontribuzione al Sud (ci aveva provato senza grandi risultati Prodi nel 2007), ma questa volta si tratta di un provvedimento a lungo termine e la Ue non potrà bollarlo come “aiuto di Stato” perché nel decreto Agosto si individuano le nove regioni come aree “caratterizzate da gravi situazioni di disagio socio-economico”. Una misura, dunque, volta a mantenere l’occupazione esistente e a crearne di nuova. Le imprese al Sud occupano circa tre milioni di lavoratori e lo sgravio medio sarà di circa 1800 euro, con un costo annuo per lo Stato calcolabile tra i 5 e i 6 miliardi di euro (i benefici del taglio del cuneo di prodiana memoria valevano circa 200 euro), tutti soldi che verranno dall’Europa.

Conte si era impegnato a salvaguardare la clausola del 34% degli investimenti a favore del Sud, ma la pandemia che ha colpito in modo pesante le ricche e opulente regioni del Nord ha fatto pensare alla possibilità di dirottare verso le regioni settentrionali parte dei fondi. Provenzano ha naturalmente puntato i piedi e sta spingendo perché la clausola del 34% venga rispettata (se non superata) anche nella ripartizione dei miliardi europei del Recovery Fund. Dovrà vedersela con il ministro degli Affari Europei Enzo Amendola che sarà in sostanza l’ufficiale pagatore del Recovery Fund. Intanto ha portato a casa un ottimo risultato che farà sorridere gli imprenditori del Sud: Provenzano è un meridionalista convinto e lo sta dimostrando. Il suo video celebrativo del primo anno da ministro che pubblichiamo in altra parte del giornale offre la piacevole scoperta che, una volta tanto, qualcosa si è mosso, si muove, si muoverà. Grazie, ministro da parte chi ha investito al Sud e di chi ci sta pensando. È una piccola goccia nell’oceano delle cose che bisogna fare per creare sviluppo nel Mezzogiorno, ma con le gocce – ricordiamolo – si scava la pietra. (ed)

L’impegno di Giuseppe Provenzano, un anno da ministro per il Sud

Un anno da ministro per il Sud. Meridionalista convinto, Giuseppe Luciano Calogero, meglio conosciuto come Peppe, Provenzano (ex Svimez) è seriamente impegnato per superare il divario Nord-Sud e offrire opportunità di crescita a tutte le regioni del Mezzogiorno, com’è nella mission del suo ministero. Provenzano ha raccolto in un video le tappe di questo laborioso e, spesso fruttuoso, anno di lavoro. Ve lo proponiamo, insieme con le dichiarazioni del ministro.

«Un anno è passato – scrive su Facebook Peppe Provenzano –, a volte mi sembra una vita, altre appena ieri. Sarà per le emozioni e le preoccupazioni, la passione e qualche volta la rabbia, che hanno accompagnato tutti questi giorni senza tregua, e specialmente i momenti più difficili dell’emergenza. Ho provato a essere sempre, come diceva una grande Madre costituente, né al di sopra né al di sotto del ruolo istituzionale ricoperto. Ma le ricorrenze, soprattutto in politica, valgono davvero poco. Contano i fatti. E gli atti, le norme, i numeri che scorrono in queste immagini ci ricordano che forse mancava da decenni un impegno così deciso di Governo a colmare i divari territoriali. Serve ancora molto, lo so. Ma ora abbiamo un’occasione storica che non si può sprecare: idee, progetti, strumenti e risorse per rilanciare il #Sud e i luoghi marginalizzati, perché così l’Italia uscirà dalla crisi con un nuovo sviluppo, con più giustizia sociale e ambientale, con più equità. E oggi tutto questo significa, finalmente, Sud».

https://www.facebook.com/peppeprovenzano82/videos/303335014296853

CALABRIA, LA FISCALITÀ DI VANTAGGIO
RILANCIA INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE

Le risorse che arrivano dall’Europa, dopo la pandemia, possono servire a sostenere misure straordinarie per tutto il Mezzogiorno e la Calabria. Per esempio, come propone il ministro per il Sud Peppe Provenzano, a mettere in pratica una cosiddetta fiscalità di vantaggio per il Sud, finalizzata al lavoro, con un – dice il ministro – «abbattimento del 30% dei contributi previdenziali a carico delle imprese e un incentivo specifico per le donne, perché la questione meridionale è femminile». Per creare lavoro la priorità – afferma Provenzano –è il rilancio degli investimenti pubblici e privati. La via è il Piano Sud 2030 che oggi è parte del Piano Nazionale di Riforme, ma la situazione è straordinaria e non possiamo rassegnarci al rischio di una ripresa senza occupazione, per questo servono misure straordinarie».

In una intervista al Corriere della Sera il ministro Provenzano aveva espresso la sua preoccupazione per la situazione economica del Mezzogiorno. «La crisi è senza precedenti – ha dichiarato a Federico Fubini  del Corriere –, l’impatto economico è maggiore al Nord ma quello sociale è peggiore al Sud: la Svimez stima 380 mila posti di lavoro in meno. Rischiamo una voragine occupazionale e poi una ripresa senza creazione di posti». Il giornalista ha fatto presente che una misura del genere costa cinque miliardi l’anno: come si finanzia? «Sulle coperture – ha replicato Provenzano – si può discutere, vanno valutati anche gli effetti fiscali positivi. Per il 2020 si potrebbe coprire con le risorse europee del fondo di React EU destinate alla coesione».

Fubini ha fatto notare che Carlo Bonomi di Confindustria propone di legare i salari alla produttività in azienda, senza scaricare i costi del lavoro sul bilancio pubblico:
«Bisogna guardare alla produttività di tutti i fattori, e per questo il rilancio degli investimenti pubblici e privati è fondamentale. Quel che serve anche alle imprese è recuperare un clima di fiducia, che si fonda anche nell’investire sulle infrastrutture. Incluse quelle sociali, come un ospedale o una scuola, priorità del Piano Sud».

Il progetto di Provenzano – che conta di portarlo a compimento entro agosto, ha trovato largo consenso tra i sindacati. Per il segretario generale di Cisl Calabria, Tonino Russo, le proposte su cui sta lavorando il ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Peppe Provenzano, vanno nella giusta direzione: «non un generico taglio delle tasse», ma «una riduzione del costo del lavoro al Sud con un taglio del 30% dei contributi previdenziali a carico delle imprese” perché “la priorità resta il rilancio degli investimenti pubblici e privati».

«La proposta – ha dichiarato il segretario Russo – va nella direzione che la Cisl da tempo auspica: non servono, infatti, forme di assistenzialismo vecchie e nuove che non risolvono i problemi, ma anzi li aggravano. Garantire più incentivi e più agevolazioni fiscali alle imprese che si impegneranno a non licenziare, a quelle che investiranno nel Mezzogiorno e che creeranno nuova occupazione, è una risposta all’altezza di una crisi che rischia di deflagrare come una vera e propria bomba sociale».

«Lanciamo un appello al Governo – ha sottolineato il segretario generale della Cisl calabrese – perché si consideri il Mezzogiorno come grande priorità per tutto il Paese e perché sugli investimenti programmati e da programmare il Governo ascolti i territori, a partire dalle scelte sull’alta velocità che, a parità di investimenti, chiediamo siano riconsiderate nella direzione dell’Alta Velocità Larg, di ultima generazione».

«Così come chiediamo alla Regione – ha proseguito Russo – che il tavolo del partenariato per la programmazione 2021-2027 della spesa dei fondi comunitari insediato nei giorni scorsi sia davvero occasione di ascolto, confronto e condivisione al fine di individuare le priorità per la Calabria. È il momento, infatti, di programmare perché le risorse europee – quelle ordinarie, quelle provenienti del Recovery fund e, lo ribadiamo, anche dal Mes per rimettere in ordine la Sanità calabrese – siano valorizzate al meglio puntando su innovazione, reti digitali, istruzione e formazione, infrastrutture, mobilità sostenibile e alta velocità, tutela dell’ambiente, messa in sicurezza del territorio e difesa del suolo, tutela del mare e depurazione (abbiamo proposto un “Cis mare pulito”), efficienza della pubblica amministrazione, nuova politica industriale, agroalimentare, rilancio dell’artigianato, del turismo e delle politiche sociali, individuando le forme più efficaci per contrastare le infiltrazioni della criminalità».

«Questi temi e, in generale, il piano di sostegno e di rilancio dell’economia – ha concluso Tonino Russo – saranno venerdì 7 agosto, a Lamezia, al centro dei lavori del Comitato esecutivo di Cisl Calabria, al quale parteciperà il Segretario generale aggiunto della Cisl, Gigi Sbarra, per una riflessione comune che sarà senza dubbio di grande interesse». (rrm)

 

ITALIANI ALL’ESTERO: UNA COMMISSIONE
«C’È UNA GRANDE ITALIA OLTRE L’ITALIA»

di SANTO STRATI – Si sta discutendo in questi giorni alla Commissione Esteri della Camera sulla necessità di istituire un’apposita Commissione parlamentare dedicata agli italiani all’estero. È un’esigenza più volte sottolineata dai nostri deputati eletti nelle circoscrizioni estere, come per esempio l’on. Nicola Carè, Eugenio Sangregorio e Mario Borghese o i senatori Adriano Cario e Ricardo Merlo (sono 18 in tutto i parlamentari eletti fuori dall’Italia), perché gli italiani all’estero (e moltissimi sono i calabresi, non dimentichiamolo) costituiscono una grande risorsa per il Paese.

Convocato in audizione alla Camera il ministro per il Sud e la Coesione territoriale Peppe Provenzano non ha avuto esitazioni per confermare la sua convinzione sulla magnifica opportunità che la Commissione può rappresentare: «punto di raccordo stabile tra Parlamento e Governo – ha detto il ministro – per lavorare sulla coesione territoriale, che da punto di debolezza deve diventare punto di forza».

Il ministro Provenzano alla Commissione Esteri della Camera, ha messo in evidenza che «la pandemia ha dimostrato che le istituzioni da sole non ce la fanno e hanno bisogno di costruire alleanze. In questo senso, tutte le associazioni degli italiani all’estero possono offrire un quadro prezioso al nostro Paese. L’istituzione di una Commissione parlamentare per le questioni degli italiani all’estero, secondo il ministro significa offrire «un luogo stabile in cui far convergere analisi e iniziative» e può essere essenziale, anche come «straordinaria occasione per ricollocare l’Italia nel posto che merita sullo scenario globale. C’è una grande Italia oltre l’Italia – ha aggiunto Provenzano –. Non possiamo rinunciare soprattutto all’enorme patrimonio dei giovani: l’idea della Rete dei talenti è stata pensata proprio per contribuire a percorsi di nuova internazionalizzazione del nostro Paese». Il ministro Provenzano ha sottolineato che in Italia il problema «non è che i giovani se ne vanno ma che questa dinamica si inserisce nell’incapacità di attrarre capitale umano. I giovani devono potersene andare ma avere anche la possibilità di poter tornare».

È un discorso ricorrente quello della fuga dei nostri migliori cervelli al Nord o nei Paesi esteri che sanno vaorizzare competenze e capacità: la Calabria – lo ripeteremo fino alla noia – forma e specializza una classe di scienziati che sfiora l’eccellenza e, non a caso, trova immediata collocazione nei centri di ricerca più importanti di tutto il mondo. Sono risorse che vengono adeguatamente  individuate e valorizzate e così, il capitale umano della nostra terra va ad arricchire altri Paesi, altri territori, quando potrebbe (e vorrebbe) trovare vicino casa, vicino agli affetti, alla famiglia, agli amici, al compagno a alla compagna, lo spazio per costruire il proprio futuro. Occorre, dunque, invertire la tendenza, richiamare i nostri giovani scienziati, specializzati, laureati in Calabria, ma emigrati per mancanza di prospettive, offrendo però concrete opportunità di lavoro e di crescita. Immaginate il contributo che una massa di giovani scienziati (e ce ne sono) calabresi che tornano a offrire capacità e competenze al servizio della loro terra: quale migliore occasione di sviluppo per la Calabria che sta, finalmente, guardando al futuro con occhio attento e non più distratto, che sta pianificando e preparando progettualità che permettano di crescere e creare occupazione e lavoro. La ricerca scientifica è una delle carte vincenti nella proiezione di una Calabria destinata a diventare la California d’Europa. È già avvenuto con la Silicon Valley, in California, e guarda caso, è uno scienziato calabrese che tornerà proprio dalla California a sperimentare una sorta di Silicon Valley nell’area di Lamezia Terme con il Renato Dulbecco Institute. Roberto Crea, reggino di Gallico,, da 40 anni vive negli Stati Uniti dov’è diventato un biotecnologo di fama mondiale. Per il progetto ideato dal prof. Pino Nisticò con la Fondazione intitolata al premio Nobel catanzarese Renato Dulbecco, è pronto a tornare in Calabria a condividere competenza e conoscenza con i giovani ricercatori calabresi. Ci sono eccellenze tra i nostri giovani ricercatori che aspettano solo di potersi esprimere e mostrare le proprie capacità.

Il ministro Provenzano, un meridionale che conosce molto bene le criticità e i problemi del Mezzogiorno (ha lavorato per anni nella direzione della Svimez), sa bene di cosa parla. «La perdita del primato demografico – ha detto ai componenti della Commissione Esteri – è un elemento di preoccupazione anche rispetto alle dinamiche sociali ed economiche di medio e lungo periodo. Un fenomeno che non riguarda solo il Sud ma anche il Nordest e il Nordovest, dove si registrano flussi migratori verso l’estero. Il nesso con la dinamica demografica restituisce un Paese sempre meno giovane che incide sull’equilibrio del sistema di welfare e sulla tenuta sociale del Paese. Esiste un paradosso tutto italiano: siamo ancora tra i Paesi più industrializzati al mondo e allo stesso tempo siamo il Paese che ha raggiunto l’ottavo posto nell’incidenza del numero di emigrati verso altri Paesi industrializzati. Questa duplice posizione non dovrebbe esistere e rappresenta un elemento che vincola sviluppo del nostro Paese. È un dato su cui riflettere anche alla luce della dinamica demografica del nostro Paese, caratterizzata da un crollo della natalità, influenzata dai flussi migratori delle nuove generazioni».

Provenzano ha voluto  poi porre l’accento sul tema dell’internazionalizzazione «che nel Mezzogiorno ha delle linee di intervento importanti, a cominciare dalle Zes, rispetto alle quali noi abbiamo anche il dovere di avviare un canale informativo importante». E ha insistito sulle «forti opportunità» del turismo, «principale leva che il Mezzogiorno deve attivare per il suo sviluppo, che ha ampie potenzialità inespresse». Un settore che ha subito «un duro colpo» dalla pandemia di Covid e da dove adesso si può ripartire per la crescita. Da questo punto di vista per il ministro «gli italiani all’estero possono essere un utile alleato» perché «nel corso di questi anni il cosiddetto ‘turismo di ritorno delle origini’ è stato una leva molto importante».

C’è da notare che la proposta dell’istituzione di una Commissone ad hoc per gli italiani all’estero andrebbe a colmare la riduzione dei parlamentari italiani eletti all’estero (che passeranno se il referendum confermerà la legge costituzionale) da 18 a 12.

Secondo l’on. Carè «Tale decisione politica è in totale controtendenza con la massiccia ondata migratoria che sta coinvolgendo i nostri connazionali. La storia del voto si intreccia in maniera indissolubile con quella della nostra Repubblica e delle sue istituzioni democratiche di cui costituisce il più pieno esercizio: operare una più equa ripartizione del voto, consentendo anche ai connazionali all’estero di esprimere la loro opinione sull’orientamento politico del Paese, è stato e deve essere un imperativo categorico delle istituzioni.   (s)