PNRR: SE IL NORD PREPARA IL SUO FUTURO
IL SUD E LA CALABRIA STANNO A GUARDARE

di  PINO APRILE – Ma parli sempre di Pnrr, il Piano nazionale per la ripresa (nel senso che prima prendevano i soldi del Sud e li giravano al Nord: 870 miliardi in 17 anni, fonte Eurispes; mentre ora se li “riprendono”) e la resilienza? E mentre la casa brucia (ci stanno portando via il futuro), di cosa dovremmo parlare: del colore della tappezzeria? E forse poteva venirmi in mente un esempio meno pericoloso. Chi ama gli aforismi di Oscar Wilde (e poi dicono che i terroni sono ignoranti…) sa che le sue ultime parole, dedicate alla tappezzeria dell’alberghetto parigino in cui finì i suoi giorni, furono: «O se ne va quella carta da parati, o me ne vado io» e rese l’anima a Dio o a qualche altro (per la cronaca, dopo la sua morte, cambiarono la carta da parati).

A Sud (e solo a Sud) con sgomento e appelli a vuoto alle istituzioni nazionali, si parla della difficoltà degli enti meridionali di partorire, a tambur battente, progetti di grandi opere capaci di assorbire le risorse europee del Recovery Fund, perché mancano le strutture, gli uffici tecnici, le competenze per amministrare tutti quei miliardi (troppi Comuni del Mezzogiorno non possono permettersele, hanno organici ridotti, con età media più alta, più contratti precari e compensi più bassi); da Nord, ogni tanto si parla pure di questa difficoltà dei nostri Comuni, ma per preparare l’atto di accusa: i soldi per voi c’erano, ma non siete capaci di usarli (colpa vostra) e, con l’accusa, si giustifica la conseguenza: per non perderli, il governo è costretto a spostare quei soldi su progetti che sono al Nord; o preferireste che li rimandassimo indietro?

Peccato che i governi italiani, di qualsiasi colore e da sempre (alcuni tanto di più, altri poco di meno) abbiano sempre investito al Nord quasi tutte le risorse pubbliche (ovvero i soldi di tutti gli italiani) e al Sud ancora aspettano il treno per Matera e in tutte le regioni meridionali messe insieme circolano meno treni che nella sola Lombardia. Le Ferrovie sono di Stato e Trenitalia è una finta società privata che ha come socio unico il popolo italiano, ma opera solo a beneficio di una parte, agli ordini di governi succubi del Pun, il Partito unico del Nord.

Una parte rilevantissima dei soldi del Recovery Fund dovrà essere spesa dai Comuni. E quelli del Sud, nonostante le loro difficoltà, hanno dato prova di iniziativa e coesione che, se fosse stata altrove, la vedremmo lodata su ogni foglio nazionale un giorno sì e l’altro pure: si sono associati, in più di cinquecento, indifferenti agli schieramenti politici delle giunte, per difendere insieme il loro diritto alla “ripresa e resilienza”, come da titolo del Pnrr. E, accortisi delle orecchie da mercante dei governi, prima il Conte2, poi Draghi, hanno raccolto in un corposo e dettagliato “Libro Bianco” progetti, suggerimenti, Comune per Comune, o per aree che interessano il territorio di più Comuni. Una base preziosissima per un governo davvero intenzionato a investire nel Mezzogiorno, per ridurre il divario (dallo Stato stesso costruito) fra Nord e Sud. Invece, come fosse carta straccia.

Scusate se sono costretto a ripetermi, avendolo scritto tante volte: “Sud è mettere qualcuno in condizione di non poter fare e non poter essere, e poi rimproverarlo per non fare e non essere”.

Non c’entra la difficoltà di progettare e spendere dei meridionali se l’ente che deve fare le ferrovie le fa solo per alcuni e altri no. Se le regioni del Nord hanno 65 chilometri di strada ferrata ogni mille chilometri quadrati di superficie, come l’Austria, il Regno Unito, la Danimarca, eccetera e quelle del Sud sono solo 45, a livello di Romania, Serbia (ma sopra il Kenia, consoliamoci). Se disonesti e razzisti al governo non avessero imposto di progettare grandi opere solo a Nord, a spese di tutti (e quello che si dice per le ferrovie vale in ogni altro campo, dagli asili ai porti), oggi il Sud non avrebbe il problema di “dove poggiare i miliardi per fare cosa”. Orrenda, ma azzeccatissima la previsione di Ercole Incalza, già massimo dirigente di ministeri tecnici (Lavori pubblici, Trasporti): quando l’Italia avrà speso i soldi del Recovery Fund (sempre che da Bruxelles non arrivi uno stop per lo schifo che si sta combinando), fra dieci anni, il Nord si troverà tante altre infrastrutture che lo porranno a livello delle più attrezzate regioni europee (e già adesso…): con la Torino-Lione, il terzo valico Genova-Milano-Rotterdam, il tunnel del Brennero, il “corridoio“ Baltico-Adriatico via Tarvisio e l’asse Torino-Milano-Venezia ad alta velocità. Insomma, la parte del Paese che già ha tanto, avrà tantissimo, a spese di quella che ha già pochissimo e fra dieci anni vedrà accresciuta, non accorciata, la distanza con il resto del Paese e d’Europa (e magari, anche il Kenia, avendo la fortuna di non dipendere da Trenitalia, avrà superato il Mezzogiorno per qualità e quantità di rete ferroviaria).

Sono indegni i trucchi con cui vengono sottratti i soldi destinati al Sud, da quelli per gli asili ai trasporti, all’economia verde, al punto che gli investimenti per l’idrogenizzazione (il passaggio della produzione di energia al gas meno inquinante), nel Pnrr varato dal governo Conte 2, erano in buona parte nel Mezzogiorno e giustamente: la sub-regione a minor emissione di anidride carbonica è in Puglia, la Capitanata (grosso modo il Foggiano), tanto che è oggi a “CO2 negativa”, nel senso che ne elimina più di quanta ne produce. Nel Pnrr di Draghi, quegli investimenti previsti dal Pnrr Conte2 sono scomparsi e sono stati spostati al Nord, tanto che nemmeno un euro sarà speso al di sotto della Val Padana.

Ma, a chiacchiere, il governo e la ministra al (contro il?) Mezzogiorno, Mara Carfagna, dicono che al Sud sarà speso il 40 per cento dell’intera somma del Pnrr, 82 miliardi (capirai che favore, di fronte al 70 per cento che avrebbe dovuto essere). Un sito specializzato, Will-media, ha fatto un conticino da terza media: il Pnrr vale 222,1 miliardi; il 40 per centro di 222,1 è 89, non 82. Mancano 7 miliardi, ovvero: quanto costerebbe il Ponte sullo Stretto di Messina. Quindi, il 40 chiacchierato è, di fatto, 36.

Ora, di ufficiale non c’è nulla (ci mancherebbe: il male ama il buio!), ma già cominciano a circolare le previsioni pessimistiche, secondo cui sino al 95 per cento dei soldi del Pnrr finirebbe al Nord, altro che 70 al Sud, no, 40, no, 36, no…

Esagerano? Qualcuno ricorderà che il professor Gianfranco Viesti, docente di Economia applicata all’università di Bari ripercorse le pagine del Pnrr e dei progetti ministeriali, trovando per il Sud, dichiarati, solo 22 miliardi, non 82. Quindi, il 10 per cento, non il 40 (in realtà 36). Ma per l’interconnessione economica Nord-Sud, il 41 per cento di quanto si spende a Sud va al Nord per l’acquisto di materiali e competenze, quindi quel 10 per cento diventa, effettivo, appena 6 (70, 40, 36… bla, bla, bla).

Dobbiamo preoccuparci? Sì, e tanto. Ma sembra che la cosa non ci riguardi, a giudicare dal “non allarme” dei maggiori dirigenti meridionali, dai presidenti di Regione ai parlamentari agli stessi imprenditori. Qualcosa sembra smuoversi, lodevoli tentativi si registrano, il numero di esperti e politici sempre più impegnati nel grido di allarme, cresce. Ma si rischia sia troppo poco, troppo tardi. Quei soldi, il Recovery Fund, con cui l’Europa mira a far rinascere il Sud, potrebbero essere il prezzo del biglietto del definitivo funerale, se non obbligheremo il governo, la comunità nazionale a rispettare le ragioni e gli scopi di questa grande impresa europea.

Se no, per tornare a Oscar Wilde…: prossimo alla fine, senza più mezzi, ordinò una bottiglia del più costoso champagne per accomiatarsi dal mondo: “Presumo che mi toccherà morire al di sopra delle mie possibilità”.
Wilde (irlandese) aveva qualcosa di meridionale. (pap)

EMIGRAZIONE E GIOVANI, SERVE IL LAVORO
PER FAR RESTARE I NOSTRI RAGAZZI AL SUD

di FRANCESCO RAO – Hanno lavorato senza sosta, dividendo la giornata in mille rivoli per mantenere unita la famiglia e, talvolta, il loro apporto è stato il cuscinetto per superare la disperazione della fame e le umiliazioni patite a causa di una mancata considerazione della loro dignità.

Hanno pianto il loro silenzioso dolore, senza turbare i figli e, quando il pochissimo pane a disposizione non bastava, erano loro le prime a dire non ho fame. Hanno  governato la famiglia con zelo e determinazione quando i loro mariti, chiamati in Guerra, partivano al fronte e non era scontato il loro ritorno a casa. Quelle donne sono state straordinarie e uniche, e il loro silenzioso vivere ha fornito all’Italia i soldati per le due Guerre Mondiali, e nel dopoguerra la manodopera a costi bassissimi per le imprese e per le industrie Nord Italia e, a seguire, sono stati i figli di quelle generazioni a lavorare per lo Stato arruolandosi nelle Forze Armate, scegliendo la scuola per studiare e per poi raggiungere i più elevati riconoscimenti accademici e cattedratici.

Sono figli di quelle mamme i numerosissimi medici ed infermieri che hanno trovato occupazione nei più importanti e prestigiosi Ospedali del Centro-Nord. Lasciando la Calabria, oltre alla propria terra c’era il distacco dalla propria famiglia. Ieri come oggi, il Meridione è povero, arretrato e moltissimi non avranno futuro. Il dolore vissuto da quelle donne, ossia dalle mamme di quei figli che avevano imparato a sognare velocemente per disperazione, spesso viene sottaciuto mentre a mio avviso dovrebbe ricevere il più alto riconoscimento da parte delle Istituzioni. Quelle donne erano tristi, anche quando giovanissime si sposavano e poi diventavano mamme: sapevano benissimo che i loro figli, se maschi erano destinati all’emigrazione o alla povertà; se donne avrebbero vissuto con molta probabilità una vita di stenti e sacrifici. Il tempo ci ha consentito di gustare il benessere, e il sistema post-industriale a ridotto ogni distanza ma, tante donne di Calabria, ancora oggi come ieri, hanno il cuore a pezzi perché i loro figli non hanno un lavoro e di conseguenza non potranno avere un futuro.

Molti anni addietro ho avuto la fortuna di poter osservare il sorriso di una anziana signora, comprendendo sino in fondo l’eccezione dettata dalla circostanza. Dovevo ancora concludere gli studi universitari e, per qualche mese, ho lavorato presso l’Ufficio postale di Mammola, piccolo paese vicino casa mia, con la mansione di portalettere. Ogni giorno vedevo l’anziana signora seduta su una vecchia sedia posta davanti alla propria abitazione. Quando consegnavo bollette e posta ordinaria, quella signora, oltre a ringraziarmi, mi augurava buon lavoro.

Un giorno consegnai una lettera che aveva i bordi blu e rossi, arrivava dal Canada. Alla visione di quella lettera, guardandomi fisso negli occhi, l’anziana signora improvvisamente ha accennato un timido sorriso e ringraziandomi, con le sue piccole mani mi strinse la mano. A distanza di qualche giorno apprendevo che suo figlio rientrava in Italia dopo oltre 30 anni di permanenza in Canada. Quella donna, la sua umiltà e quel sorriso, disegnato su un viso nel quale le rughe avevano tracciato ogni sofferenza e le difficoltà di una vita, mi hanno fatto comprendere il peso del dispiacere vissuto in silenzio da una mamma che come tante altre mamme calabresi hanno visto partire i loro figli talune volte per necessità ed altre per disperazione.

In questi giorni si sta registrando l’avvio della campagna elettorale per l’elezione dei Consiglieri e del presidente chiamato a governare la Regione Calabria per i prossimi cinque anni. L’entusiasmo ci sta, come ci sta anche l’accelerazione della propaganda.

La mia domanda al mondo della politica è una: oltre alla propaganda ed messaggi mediatici, si riuscirà ad anteporre a sondaggi, selfie, dirette, foto e like un semplicissimo desiderio nutrito dalla gente di Calabria, sino ad ora mai intrapreso seriamente e compiuto sino in fondo? Mi riferisco alla possibilità di restituire alle donne di Calabria, ed a tutte le mamme italiane, quel piccolo sorriso di serenità che potrà esserci soltanto quando i nostri  giovani  potranno contare sulla grandezza di un’Italia che, oltre ad agire, pensa ai propri figli rendendo attuabile un futuro migliore.

Oggi il nostro futuro viene interamente poggiato sulle spalle dei nostri giovani, ma per loro non c’è una visione complessiva del futuro, e non si intravedono le opportunità per generare lavoro. Tutto ciò, mi dispiace doverlo pensare, ma potrà essere l’ennesima causa che alimenterà l’emigrazione dei nostri Giovani con numeri molto più elevati rispetto al passato.

Per onorare i debiti che l’Italia sta sottoscrivendo per superare la crisi pandemica, sarà indispensabile creare opportunità di lavoro. Il Meridione, anche in questa sfida si trova ai nastri di partenza in maniera nettamente svantaggiato: oltre alle competenze mancano i progetti, le strutture ed una nuova capacità di guardare al futuro con l’intento di non reiterare gli errori del passato. (fr)

CARO RECOVERY, HAI BISOGNO DEL SUD:
È IL POTENZIALE INESPRESSO DELL’ITALIA

di DALILA NESCI – Per guardare il mondo da una prospettiva nuova, può aiutare l’immagine dell’Appeso nelle carte dei Tarocchi. Di chi con sorriso quasi estatico sa che, appeso al soffitto e a testa in giù, il mondo rovesciato ha più senso di quello già “visto”, ma mai guardato prima da una prospettiva differente.

È per questo motivo che immagino, vividamente, e credo che sia il nuovo piano di investimenti del Recovery Plan ad avere bisogno del Sud, e non viceversa.

Il Mezzogiorno infatti non è un’astrazione geografica, un racconto storico da relegare a ricordo, né un principio ispiratore per rivendicazioni vittimistiche. No. Il Mezzogiorno d’Italia rappresenta il potenziale inespresso del nostro Paese che, a causa di scelte politiche ed economiche miopi, ha finito per essere condannato a cabina di regia delle mafie e serbatoio di stereotipi cui attinge il main stream populista per rafforzare la cultura della rassegnazione e del fatalismo da animare ogni qual volta si tratti di immaginare nuove prospettive economico-produttive, sociali e culturali in grado di imprimere cambiamenti di rotta sostanziali.

Se il Pnrr non riuscirà ad emancipare – attivando la leva dello sviluppo economico – le regioni del Sud come Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna, allora non avrà assolto alla sua funzione di ricostruzione e riequilibrio dalla crisi economica ultra decennale, drammaticamente acuita dalla pandemia. In caso di fallimento, il Paese intero, dimentico troppe volte del Mezzogiorno, avrebbe perso l’ennesima occasione. Ma come fare quindi per vincere la scommessa del Recovery Plan in Italia? Nessun azzardo. Sono due le direttrici su cui puntare: capacità di programmazione della spesa e rafforzamento della pubblica amministrazione nei territori.

La capacità di programmazione e quindi di spesa sarà fondamentale per il regolamento dei bandi di gara. Le cui linee discenderanno dalle componenti strutturali che definiscono le missioni del Pnrr, e dovranno tenere conto di vincoli territoriali. Nel rafforzamento tecnico della PA delle Regioni ed enti locali, ci giocheremo tutto sull’immissione di nuove professionalità e nella capacità dell’Agenzia della coesione territoriale del Ministero del Sud di coordinare sapientemente in maniera operativa le nuove assunzioni destinate al Mezzogiorno d’Italia. Il Dipartimento delle Politiche di Coesione da troppo tempo registra dati che rilevano scarsa capacità di programmazione e spesa, anche per il coordinamento scarsamente efficace con le Regioni.

Credo molto nella tenacia della ministra Mara Carfagna che, grazie alla sua esperienza, potrà imprimere grossi risultati, come già ottenuto per le risorse destinate al Sud nel Pnrr. Da Sottosegretaria non farò mai mancare il mio sostegno, credendo nella capacità di mediazione che il femminile riesce ad imprimere. Ecco perché chi parla di Sud non può dimenticare l’impegno concreto delle forze politiche nelle prossime tornate elettorali amministrative e regionali. La capacità di investire a Sud parte dalla serietà del progetti politico-amministrativi messi in campo nelle competizioni elettorali.

Eviti di parlare di Sud chi non vuole impegnarsi nel Governo di città, regioni e aree locali che si trovano con la loro specificità al centro del Mediterraneo, e che saranno cruciali per la transizione ecologica e culturale cui ormai puntiamo all’unisono come tutta l’Unione Europea. Le opere nel Pnrr, da concludere entro il 2026, dipenderanno dalla capacità delle governance di Regioni ed enti locali di integrare gli investimenti del Recovery Plan con quelli ordinari nazionali ed europei. Solo con riguardo alla Calabria ben l’80% dei comuni si trova nelle zone periferiche dove vive la metà dei cittadini. Già adesso è a rischio la sopravvivenza stesse dei territori locali e delle piccole comunità: il rilancio avrebbe infatti impatti sostanziali non solo per l’economia regionale calabrese, ma come fattore generale di riequilibrio e laboratorio di innovazione dei nuovi assetti sociali che parte dal Sud e che si irradia per la prima volta verso il resto del Paese.

Penso a l’impellenza di individuare progetti innovativi di rigenerazione urbana e di risanamento ambientale, di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico-culturale, ad azioni in grado di ripensare le strutture civili e amministrative insieme agli spazi di aggregazione e vivibilità delle nostre comunità (come le unioni dei comuni, che vanno favorite). Penso al rafforzamento della sanità territoriale, che torni ad essere capillare nella vicinanza alle comunità, anche quelle ritenute più marginali, grazie alla riconversione di vecchi presidi ospedalieri, prima strumentalizzati dal rigonfiamento parassitario della sanità “ospedal-centrica” e poi abbandonati per favorire speculazioni.

La pandemia ci insegna che occorre ripristinare una sanità pubblica forte, diffusa e distribuita territorialmente, con l’applicazione rigorosa dei parametri relativi ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni). Penso all’indifferibile potenziamento delle reti e dei servizi: infrastrutture, reti idriche, digitalizzazione, nuovo lavoro, servizi per donne, minori e fasce di disagio sociale, vivibilità delle aree interne, mobilità verde, filiere produttive di qualità e produzioni bio. Occorre puntare in modo strategico alla riqualificazione del patrimonio edilizio e all’inversione della tendenza al consumo di suolo, per raggiungere l’obiettivo della salvaguardia delle risorsi irripetibili di ambiente, natura e paesaggio e finalmente giungere all’obiettivo di impedire il consumo di suolo.

Un definitivo rovesciamento di prospettiva, come dichiaravo in premessa, nell’ottica di garantire integrazione-rigenerazione-riequilibrio, partendo proprio dal tessuto socio produttivo delle aree più significative e più critiche della Calabria. Esaltandone i fattori di vantaggio, sia in termini di identità culturale, ma soprattutto per quantità e qualità delle risorse primarie ancora sottoutilizzate a disposizione della regione (aria, acqua, paesaggio, boschi, agricoltura, filiere bio nell’agroalimentare e beni storici e culturali).

Chi parla di Sud, non può dimenticare l’impegno concreto delle forze politiche nelle prossime tornate elettorali amministrative e regionali. Le notizie di questi giorni sull’accordo tra le forze di Governo per il Comune di Napoli suscita entusiasmo. Auspico, con tutto il mio impegno, che anche sulla Calabria si possa seguire analogo percorso. Il cuore pulsante della Calabria ha bisogno di ripartire con nuovo scatto.

Per rifondare una durevole prospettiva di sviluppo e di riequilibrio del Sud occorre poi collegarsi con le correnti calde di un nuovo meridionalismo, che parta da conoscenze locali e da competenze accertate di livello europeo e internazionale, dal rafforzamento dei diritti di cittadinanza, che sono argine civile alla prepotenza delle mafie. La rinascita del mercato in aree di crisi, in tutte le regioni del Mezzogiorno, deve coincidere con il potenziamento delle strutture culturali e civili, con investimenti nell’istruzione, nella ricerca, nella formazione permanente, nella digitalizzazione, offrendo opportunità nuove al patrimonio di creatività e all’immaginazione che da sempre sono la forza della cultura e della tradizione di civiltà e di bellezza che il Sud custodisce da secoli. Solo così fermeremo l’emorragia di energie giovani che impoverisce la vita delle regioni e i centri minori del Sud.

La visione deve essere centrata sul paradigma produttivo della green economy dalle politiche europee che negli ultimi anni sono state rafforzate dal piano Next generation Eu, a cui anche l’Italia con l’invio a Bruxelles del Recovery plan darà seguito. La priorità del Recovery Plan al Sud non è il trionfo di una società espropriata del futuro, burocratizzata e riconfermata nei ritardi e nell’immobilismo, ma è invece la ripresa di un circuito virtuoso di sviluppo e di progresso civile. Solo così potremo avviare, mobilitando le forze migliori della società, la perequazione necessaria e ridurre le disuguaglianze e promuovere la coesione all’interno del nostro paese.

L’obiettivo fondamentale stavolta è garantire al Sud l’effettivo godimento dei fondamentali diritti costitutivi della cittadinanza: lavoro, salute, istruzione, mobilità. (dn)

Auddino (M5S): Nel Pnrr ingenti risorse per le Zes calabresi

Il senatore del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Auddino, ha espresso grande soddisfazione « le cospicue risorse destinate alle ZES della Calabria dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Alla base del Pnrr è stato svolto un grande lavoro di programmazione con lo scopo di destinare le risorse nel modo più equo e proficuo possibile».

«In quest’ottica – ha aggiunto – siamo riusciti ad inserire importanti investimenti per le Zone Economiche Speciali della Calabria, in particolare 43,5 milioni per il Porto di Gioia Tauro, 4 milioni per il Porto di Villa San Giovanni e 6,5 milioni per il Porto di Reggio Calabria».

«Da anni – ha concluso – mi occupo del Porto di Gioia Tauro e da anni sostengo l’importanza dello sviluppo dell’area industriale retroportuale e della Zes. I fondi previsti nel Piano serviranno a creare le condizioni infrastrutturali favorevoli all’insediamento di nuove imprese e favoriranno la crescita economica e lo sviluppo imprenditoriale di tutto il territorio». (rp)

 

La sottosegretaria Dalila Nesci: Dal Recovery 111, 7 milioni di euro per le Zes calabresi

La sottosegretaria per il Sud, Dalila Nesci, ha reso noto che, dal Recovery Plan, sono 111,7 milioni di euro la somma destinata alle Zes calabresi, con cui «saranno finanziati l’adeguamento dei moduli ferroviari agli standard europei degli impianti di Sibari (CS), San Pietro a Maida (CZ), Nocera Terinese (CZ) e Rosarno (RC), i raccordi stradali per l’accesso al porto di Gioia Tauro e numerose opere di urbanizzazione primaria all’interno dell’area portuale del più esteso terminal europeo».

«Ciò – ha aggiunto – è stato possibile partendo dalla ferma volontà della ministra per il Sud, Mara Carfagna, di destinare 630 milioni di euro del Pnrr all’infrastrutturazione delle Zes nel Mezzogiorno».

È quanto è emerso dalla riunione telematica richiesta dal presidente della Regione Calabria, Nino Spirlì, con Giacomo Aiello (Capo di Gabinetto del Ministero del Sud), il prof. Giuseppe Catalano (coordinatore Struttura Tecnica di Missione del Mims), il com. Andrea Agostinelli (Comm. Straord. dell’Autorità portuale di Gioia Tauro e della Calabria), la prof.ssa Rosanna Nisticò (Comm. Straord. della Zes Calabria), Domenica Catalfamo (assessore alle Infrastrutture della Regione Calabria), il dott. Tommaso Calabrò (D.G. della Presidenza della Regione Calabria), il dott. Maurizio Nicolai (D.G. del Dip. Programmazione Unitaria della Regione Calabria) e a cui ha preso parte anche la sottosegretaria.

«C’è, poi – ha detto ancora – il finanziamento per la nuova Stazione di San Ferdinando, che passa da 24 a 60 milioni e viene collocato nella Missione 3 (Infrastrutture per una mobilità sostenibile) del Pnrr. Missione che prevede, inoltre, un ingente investimento pari a 300 milioni per le opere strutturali e di elettrificazione della linea ferroviaria Jonica».

«Tutto questo è il segnale – ha concluso Nesci – che il cuore della ripresa economica batte a Sud». (rrm)

Fortunato Amarelli: Recovery Plan diventi uno strumento di trasformazione del Paese

«Con il presidente Bonomi abbiamo chiesto che il Recovery Plan diventi uno strumento di trasformazione del Paese, dell’economia e dell’organizzazione dello Stato e che coinvolga maggiormente le imprese che da tempo chiedono le riforme utili a far diventare l’Italia più efficiente, aperta, inclusiva» ha dichiarato Fortunato Amarelli, presidente di Confindustria Cosenza, nel corso del Caffè Corretto con idee ed analisi economiche, a cui ha preso parte il direttore generale di Confindustria, Francesca Mariotti.

Amarelli ha rimarcato il senso dell’iniziativa «tesa ad allargare la visione degli imprenditori, già normalmente proiettata sul futuro. In maniera veloce e diretta siamo stati aggiornati su dossier e progetti che hanno ricadute ed implicazioni sulle attività produttive, grazie alla fondamentale azione di lobby svolta da Confindustria. C’è necessità di rilanciare l’economia, e di costruire il futuro dei nostri territori. Questo significa far crescere le aziende e l’occupazione, molto dipenderà dall’efficacia dei provvedimenti su cui si sta concentrando l’azione del Governo a livello nazionale ed europeo».

Il Recovery, per Amarelli, «per il Sud e la Calabria si tratta di una occasione importante perché possiamo utilizzare fondi ingenti per realizzare interventi che aspettiamo da decenni».

Le misure in discussione in Parlamento hanno catalizzato l’attenzione dei partecipanti, Pnrr in primis, «il cui obiettivo – ha dichiarato il direttore Mariotti – è guardare al futuro con misure di sostegno per l’economia ed interventi riformatori di cui c’è grande bisogno, che richiederanno una coesione politico sociale di non poco conto e che auspichiamo vengano attuate a breve per dare esecuzione al piano». Il riferimento è alle riforme che interessano la pubblica amministrazione, la giustizia civile, la semplificazione e la concorrenza.

Le risorse fornite attraverso il Dispositivo di ripresa e resilienza della Ue sono pari a 191,5 miliardi. L’esecutivo ha deciso di stanziare ulteriori 30,6 miliardi per il finanziamento di un Piano nazionale complementare da affiancare al dispositivo europeo. Il Piano destina 82 miliardi al Mezzogiorno su 206 miliardi ripartibili secondo il criterio del territorio, per una quota dunque del 40 per cento, tesi a ridurre le disparità regionali tra il Mezzogiorno e il Centro Nord, le diseguaglianze di genere e i divari generazionali.

Sul tema del Pnrr, è intervenuto anche il vicepresidente di Confindustria Natale Mazzuca, che ha parlato di un progetto strategico complessivo su cui punta l’organizzazione degli industriali per valorizzare al meglio la “risorsa mare” in tutte le sue articolazioni economiche e tradurla in una leva di sviluppo per l’intero Paese, avviando un lavoro che coinvolge le rappresentanze settoriali e territoriali di tutto il Mezzogiorno, di cui ha parlato anche il presidente di Unindustria Calabria Aldo Ferrara.

«La logistica e i trasporti – ha sottolineato Natale Mazzuca – sono vitali per l’economia e determinanti nei processi produttivi. Serve un’idea integrata di sviluppo, una politica unitaria per essere più incisivi nell’interlocuzione con le Istituzioni».

Gli interventi sono stati moderati dal direttore di Confindustria Cosenza Rosario Branda. (rcs)

Mariateresa Fragomeni: È necessario ottenere giusta quantità di fondi per il Sud

La candidata a sindaco di Siderno, Mariateresa Fragomeni, ha ribadito la necessità di ottenere la giusta quantità di fondi per il Sud con il Recovery Plan.

«Sia dall’aula della Camera che da quella del Senato – ha spiegato – è arrivato il via libera alla risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del premier Mario Draghi riguardo il Recovery Plan da 248 miliardi, tra fondi europei e risorse nazionali. Quella del Recovery Fund doveva essere l’occasione, unica e imperdibile, per colmare le differenze tra Nord e Sud. Ora, invece, rischia di essere un’occasione storica persa, che potrebbe addirittura aumentare il distacco tra Nord e Sud. Secondo le indicazioni dell’Unione Europea, infatti, al Mezzogiorno doveva essere destinato almeno il 60% delle risorse, indispensabili per colmare le carenze croniche del nostro territorio tra infrastrutture, ferrovie, ospedali, scuole, università, e servizi sociali in genere».

«Il Governo – ha aggiunto – applicando metodi basati su criteri diversi da quelli indicati dall’Ue, ha invece destinato al Sud circa, e al massimo, il 40% delle risorse. E la situazione continua a essere quantomeno poco chiara perché non è ancora manifesto se questo 40% sia o meno comprensivo delle somme già stanziate, e quindi già destinate al nostro territorio, al di là del Recovery Fund. In questo caso si tratterebbe di un vero e proprio “scippo” ai danni del Mezzogiorno. Il problema non è salvaguardare solo e unicamente gli interessi di una parte, o di un singolo territorio, ma risolvere una questione storica, e permettere al Sud di risollevarsi, finalmente, da una situazione che dura ormai da troppo tempo. Non è una battaglia campanilistica quella che, da più parti, anche con azioni eclatanti, sta portando sindaci e amministratori del Mezzogiorno a manifestare in piazza o nei luoghi delle istituzioni, ma di azioni che hanno l’obiettivo di far capire che la rinascita del Sud serve a tutto il Paese, se cresce il Sud cresce anche l’Italia intera».

«Vorremmo sapere, innanzitutto – ha proseguito – qual è la ricaduta degli investimenti nazionali, Regione per Regione, territorio per territorio, e se i progetti fondamentali indicati dalle amministrazioni locali sono stati approvati. Palazzo Chigi ha parlato di “un intervento epocale per riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica”, per la ministra del Sud, Mara Carfagna, la cifra di 82 miliardi destinata ai Comuni del Mezzogiorno “renderà possibile, se investita bene e investita tutta, di far crescere nei prossimi cinque anni il Pil del Sud più di quello del resto d’Italia. Oltre il 22% per il Sud, contro una media nazionale del 15”, e le amministrazioni del Sud avranno a breve 2.800 nuovi assunti, altamente specializzati, per gestire la programmazione delle risorse».

«Ma dobbiamo esserne certi – ha concluso – abbiamo bisogno di fatti concreti, non è più il tempo solo di promesse. Il premier ha anche assicurato che da qui in poi il contributo che il Parlamento può dare è solo all’inizio, e che il Parlamento avrà quindi un ruolo determinante nei mesi a venire. Noi ce la metteremo tutta, ma serve la collaborazione e la solidarietà di tutti, perché questo dei fondi per il Sud è un problema che riguarda tutti i cittadini, gli amministratori, e non soltanto del Mezzogiorno. Un problema che va risolto ora, e in maniera limpida ed efficace». (rrc)

Pitaro (Gruppo Misto): Istituire cabina di regia o un Osservatorio sul Recovery Plan

Il consigliere regionale del Gruppo Misto, Francesco Pitaro, ha chiesto di istituire «una cabina di regia o un Osservatorio sul Recovery Plan da insediare in Cittadella regionale, come è stato chiesto sia dai banchi dell’opposizione che da quelli della maggioranza».

Per Pitaro, infatti, «di questo punto di sintesi dovrebbero far parte, oltre alla politica, tutti i soggetti dello sviluppo, le rappresentanze imprenditoriali e delle forze sociali, i Comuni, le Università, il Terzo settore nonché le professionalità necessarie per agire con metodo, regole e competenza».

«Al di là della battaglia sulla percentuale di risorse da riservare al Mezzogiorno – ha aggiunto – è urgente che la Calabria si dia un’organizzazione che sovrintenda permanentemente all’evoluzione del Pnrr. La cabina di regia o l’Osservatorio dovrebbe servire a convogliare ogni progettualità già inserita nel Piano del Governo, o quelle a cui si annette particolare importanza per il rilancio dello sviluppo economico e sociale ma che non sono al momento contemplate, in un disegno complessivo della Calabria che vogliamo da qui a dieci anni. E anche a interloquire con il Governo e, in particolare con l’Europa, che, prevedendo esborsi, due volte all’anno fino al 2026, e condizionandoli al raggiungimento dei target e con una specifica tempistica, per noi meridionali costituiscono una solida garanzia al fine di evitare che le risorse si disperdano in mille rivoli o finiscano con l’essere fagocitate da lobby, interessi organizzati e speculatori e non conseguano gli obiettivi su cui punta l’Europa».

A parere del consigliere regionale, «bisognerebbe recuperare il tempo perduto, aprendo, su questo straordinario dossier che interessa il futuro, un dibattito ampio e un’interlocuzione sistematica fra i decisori politici e istituzionali e le istanze più rappresentative della società calabrese. Questo libro dei sogni (com’è stato definito) che ha in serbo mutamenti formidabili nella mobilità, come la linea ad Alta Velocità Salerno – Reggio Calabria con i treni a 300 km all’ora da completare entro il 2030 (parole del premier Draghi) e che costituisce una speranza per le nuove generazioni, non può restare chiuso nella Cittadella regionale o essere seguito come fosse un’ordinaria pratica amministrativa». (rrc)

Recovery, Siclari (FI): Il porto di Gioia Tauro diventa strategico

Il senatore di Forza Italia, Marco Siclari, ha dichiarato che «dopo anni di battaglie, il Porto di Gioia Tauro verrà finalmente collegato alla rete ferroviaria regionale, che verrà potenziata per permettere l’alta velocità e l’alta capacità ferroviaria come già affermato».

«Il collegamento – ha spiegato – permetterà maggiore utilizzo del porto e quindi maggiore occupazione. Per il progetto sono stati destinati, al Porto di GioiaTauro, 60 milioni di euro inseriti nel Recovery. Forza Italia ha sempre creduto nel sud e nella Calabria». (rp)

 

Abate (Alt. c’è): Non c’è adeguata ripartizione per collegamenti ferroviari alta velocità per il Sud

La senatrice di Alternativa c’è, Rosa Silvana Abate, ha dichiarato che il Recovery Plan, «che sarà inviato a Bruxelles per una valutazione complessiva da parte dell’Unione europea non prevede, in realtà, una corretta e adeguata ripartizione delle risorse riguardanti i collegamenti ferroviari ad alta velocità tale da favorire il Sud e, nello specifico, la Calabria».

«Il documento, ad esempio – ha spiegato – parla di una riduzione di circa 80 minuti sul tempo di percorrenza del tratto Salerno-Reggio Calabria, ma non viene indicato rispetto a quale tempo attuale si avrà la riduzione. Non c’è il temine iniziale di paragone, ecco perché non è chiaro quale sarà il tempo finale di percorrenza del tratto Salerno-Reggio Calabria. C’è chi dice che sarà un’Alta velocità a 300 km/h, ma non è scritto esplicitamente da nessuna parte».

«La stessa cosa – ha proseguito – si può dire anche in riferimento al fatto che il fatto che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, continui a dire che il Pnrr è rivolto al Sud e che più del 50% degli investimenti nelle infrastrutture sia al destinato a Sud. Non è così, leggendo bene le schede del Recovery Plan emerge come il Meridione rischi di diventare il grande tradito di questo Piano di cui tutti parlano ma che nessuno ha realmente approfondito».

«Per questo motivo – ha spiegato ancora Abate – nella risoluzione elaborata insieme agli altri colleghi del gruppo “L’Alternativa c’è” al Senato, abbiamo chiesto l’inserimento di un punto dove si dica chiaramente che è necessario modificare l’attuale distribuzione tra Nord e Sud delle risorse riguardanti i collegamenti ferroviari ad alta velocità perché, attualmente, Il Piano Nazione di Ripresa non favorisce un importante rafforzamento dei territori maggiormente sprovvisti di collegamenti ferroviari (come il Sud e le isole)».

«Se si vuole riequilibrare davvero la preoccupante sperequazione tra le regioni italiane al Sud – ha concluso – dovrebbe andare il 60% dei fondi, come previsto dai criteri indicati da Bruxelles in merito a Pil, popolazione e tassi di disoccupazione». (rp)