Manovra, Occhiuto: È inutile cancellare Rdc senza risolvere problema ricollocazione al lavoro

Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, nel suo intervento a Coffee Break su La7, ha evidenziato come «cancellare il Reddito di Cittadinanza senza risolvere il problema della ricollocazione al lavoro è un fatto inutile».

«Personalmente ho invitato il governo a un supplemento di riflessione sul tema del reddito di cittadinanza. Lo considero un errore dei 5 Stelle, ma penso anche che a un errore bisogna riparare con una soluzione», ha aggiunto Occhiuto, spiegando che «nella mia regione ci sono 240mila percettori di reddito di cittadinanza, considero giusto che possa essere revocato tale beneficio a chi rifiuta un’offerta di lavoro, ma prima di revocarlo entro 8 mesi, dobbiamo essere in grado di far funzionare i Centri per l’impiego e rendere possibile l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, altrimenti rischiamo di riparare, ripeto, ad un errore senza una vera soluzione».

Parlando poi del presidente del Consiglio dei ministri, Occhiuto ha detto credo che «Giorgia Meloni stia governando nel miglior modo possibile, considerata la crisi attuale dovuta soprattutto al caro energia».

«Crisi – ha aggiunto – che rende davvero difficile affrontare i temi prioritari di governo. Lo sta facendo con un piglio straordinario, dimostrando anche quanto le donne sappiano essere forti e determinate».

«Noi dovremmo avere la capacità – ha spiegato – di superare talvolta steccati ideologici che ci fanno vedere le cose con gli occhi pieni di pregiudizio, senza considerare le cose buone che a volte ci sono. Io faccio i complimenti a Giorgia Meloni, perché credo che si stia dimostrando una piacevole sorpresa persino per i suoi oppositori che la ritenevano un pericolo, perché – secondo loro – avrebbe isolato l’Italia, inducendo anche l’Europa a considerarla tale».

«Invece il presidente Meloni è andata in Europa – ha concluso – fugando qualsiasi timore sul governo della nazione da parte del centrodestra». (rrm)

LAVORO AL SUD: LA SOLUZIONE NON STA
NEL REDDITO DI CITTADINANZA COSÌ COM’È

di FRANCESCO AIELLO – Il reddito di cittadinanza rischia di diventare in modo strutturale un mero strumento di sostegno dei consumi. È una strategia fallimentare per lo sviluppo del Mezzogiorno già sperimentata nel corso degli ultimi 60 anni, perché non crea sviluppo, ma alimenta dipendenza.

Alla fine del processo di revisione dell’aiuto al reddito di cui si parla molto in questi giorni, molti degli attuali percettori del reddito di cittadinanza potranno rimanere senza lavoro. Dipenderà sia dall’efficacia delle politiche attive che saranno adottate, ma questo richiede sforzi immani in un paese in cui i Centri per l’Impiego hanno vincoli organizzativi non banali e le agenzie private hanno poco spazio di azione, sia dalle prospettive economiche dell’Italia.

Uno scenario verosimile che potrà manifestarsi nei prossimi due-tre anni è che per garantire “pace sociale”, si dovrà pensare a forme di sostegno del reddito alle persone che rimarranno senza sostegno e senza lavoro. La soluzione più immediata, ma molto rischiosa, è di perpetuare meri trasferimenti di reddito. Ecco perché la riforma del reddito di cittadinanza diventa una nuova sfida del paese, perché oltre ad azioni finalizzate ad aumentare l’occupabilità dei beneficiari dell’income support, è necessario che aumenti la domanda di lavoro delle imprese, ossia che l’Italia inizi a crescere dopo quasi tre decenni di stagnazione. È complicato immaginare la creazione di nuova occupazione se il paese non riprende a crescere.

È importante anche capire cosa succederà nella fase di transizione. Se l’attuale aiuto diventa temporaneo – le ipotesi al vaglio sono 6 mesi, o un anno – ed è pensato solo per chi cerca lavoro, la platea di beneficiari non cambia rispetto allo scenario attuale, perché tutti cercheranno lavoro e aderiranno al Patto per il Lavoro o similari (che diventa condizione di accesso al sostegno). Alcuni troveranno lavoro e, al fine di rendere capillare questa circostanza, è cruciale aumentare il differenziale tra il sussidio e la retribuzione. Tanto maggiore è questa differenza tanto più attrattivo sarà il lavoro.

La questione della congruità dei salari da parte del settore privato è di difficile risoluzione, ma la differenza deve essere sostanziale, di almeno il 30%, affinché chi rinuncia all’aiuto possa essere sanzionato con la revoca del sostegno. È complicato applicare sanzioni se il mercato del lavoro non remunera con salari congrui. L’effetto sarà anche di ridurre il lavoro in nero, se parallelamente si riduce l’onere contributivo a carico delle imprese.

In alternativa, in questa fase di modifiche, gli attuali percettori non lavoratori riceveranno un sussidio per la formazione: l’ammontare della spesa per gli occupabili non cambierà, ma cambierà la fonte del finanziamento. Per esempio, la proposta del presidente del consiglio, Giorgia Meloni, è di utilizzare per la formazione dei percettori del reddito di cittadinanza il canale dei fondi europei. Alla fine del periodo di formazione, si può trovare occupazione o no. Per coloro che rimarranno non occupati – molti a Sud – l’alternativa può essere di irrobustire il terzo settore o l’impiego obbligatorio in servizi di pubblica utilità gestiti dai comuni.

È un percorso tortuoso, con rischi ed opportunità sia per i lavoratori che per il Paese. La natura «tortuosa» di questo percorso dipende non solo dalle caratteristiche individuali dei percettori del sostegno, ma anche dal funzionamento dei Centri per l’Impiego, dalla diffusione della cultura del lavoro e soprattutto dal fatto che il sistema Italia riesca ad uscire dalla bassa crescita che si osserva da almeno 25 anni.

Il rischio da annullare, a Sud, è che l’income support diventi un nuovo canale di finanziamento dei consumi interni dei meridionali. È un’ipotesi che bisogna evitare perché, in modo analogo all’occupazione non necessaria nella pubblica amministrazione degli anni ‘70 e ‘80 o a tutte le forme di trasferimento e di sussidi incondizionati di cui hanno goduto le regioni del Sud, non aiuta lo sviluppo, ma alimenta la dipendenza. (fa)

Francesco Aiello è ordinario di Politica Economica dell’Unical e presidente del think tank OpenCalabria]

RAPPORTO INPS: LA FOTOGRAFIA DI UN SUD
CHE VEDE ANCORA PARTIRE I SUOI GIOVANI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «Abbiamo speso circa 60 miliardi di euro per prestazioni Covid  (cassa integrazione, bonus per gli autonomi). Noi continuiamo a dire che il 65% del reddito ,di cittadinanza va al Sud, ma dimentichiamo di dire che il 70% delle prestazioni Covid sono andate al Nord». Così il presidente dell’Istituto Pasquale Tridico, alla presentazione del 21º rapporto annuale Inps

E l’assegnazione delle risorse per il Covid è un indicatore utile a capire quello che avviene per qualunque altra  forma di strumenti di welfare nel nostro Paese. Una voce di verità nella confusione di dichiarazioni, ma le  denunce di assegnazione di reddito di cittadinanza a criminalità organizzata o in generale a gente che non avrebbe diritto fanno sì che la levata di scudi verso questo strumento stia divenendo generalizzata.  Ma a chi dice che in un anno e mezzo hanno truffato allo Stato quasi 15 milioni di euro, ricordo che gli evasori ne sottraggono 150 miliardi nello stesso tempo.

A maggior ragione è stato criminalizzata da quando si è ritenuto abbia influito pesantemente nell’indirizzare consenso verso l’unica forza politica che lo ha difeso in modo assoluto, quel Movimento Cinque Stelle che evidentemente da esso ha ricavato un consenso generalizzato, soprattutto nel Sud.  Ma il tema è che in tal modo si butta a mare il bambino con l’acqua sporca. Infatti sono tutti a puntare il dito verso uno strumento, che si ritiene nell’immaginario collettivo dia l’opportunità a chi non vuol lavorare di farsi mantenere e che fondamentalmente porta ad indicare il Mezzogiorno come un’area di nullafacenti o perlomeno aspiranti a tale condizione.

 Si dimentica che negli ultimi 10 anni si sono trasferiti al Nord oltre 1 milione di lavoratori, per avere un progetto di futuro, che evidentemente al Sud mancava e che  quindi accusare gli abitanti di una realtà di poca voglia di lavorare, visto che sono disponibili a sradicarsi, mi pare poco generoso.

E ci vuole poco a passare dall’accusa ai percettori del reddito di cittadinanza alla generalizzazione nei confronti di un Sud che si accusa chieda soltanto di essere assistito e che non vuole assolutamente lavorare.  Le prime modifiche sul reddito cittadinanza, che portano all’esclusione da tale strumento non appena si rifiuta una seconda offerta di lavoro anche a distanza di 2000 km, fanno capire bene verso che quale direzione   si indirizzerà una possibile nuova modifica.

Sarà, se non quella di eliminarlo nei confronti di chi va dai 18 ai 59 anni, quella di sottrarre  il sussidio non appena si rifiuta la prima offerta di un posto di lavoro in qualunque parte d’Italia esso si trovi. Dimenticando che quando ci si sposta da una propria realtà ad un’altra distante, a parte il costo individuale e sociale del taglio delle radici nei confronti delle proprie origini, al depauperamento della realtà di provenienza, che peraltro ha speso risorse importanti spesso per formare gli individui, comporta la creazione di nuovi poveri, soprattutto nella prima fase, quella nella quale la remunerazione ottenuta non consente nemmeno il soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’individuo. 

Tale riflessione è confortata dal fatto che da quando esiste lo strumento moltissimi rinunciano ad un posto di lavoro, anche a tempo indeterminato, quando questo si presenta ad una distanza tale per cui tutta una serie di costi, che magari nel luogo di residenza sono inesistenti, come quello per esempio della casa, sono invece  da affrontare.  Per cui quello che poi rimane, dopo che si è proceduto a soddisfare i bisogni essenziali, è il nulla  se non si è nella condizione addirittura di chiedere l’aiuto delle famiglie di origine. 

Ma l’altro aspetto sul quale si ha difficoltà a riflettere è quello messo in evidenza proprio dal presidente Tridico. Dimentichiamo spesso che, facendo tutti i conti e mettendo insieme tutte le risorse che vengono destinate alle diverse parti del Paese,  la spesa pro capite destinata al Sud è sempre di gran lunga inferiore di quella destinata al Nord. 

D’altra parte è ovvio che ciò accada.Tutti i sistemi di welfare, che si tratti di cassa integrazione ma anche delle pensioni quando queste non vengono calcolate, come è stato fino a poco tempo fa,  col sistema retributivo, non possono che portare a delle contribuzioni da parte dello Stato, maggiori per il Nord. Infatti, essendo per esempio il numero di pensionati di gran lunga più elevato nelle aree del Nord è evidente che portano ad una spesa  maggiore, in una discrasia tra aree territoriali, oltre che tra generazioni. 

Sia le une e le altre vengono penalizzate ovviamente da sistemi che favoriscono coloro che sono all’interno del sistema. E coloro che non lo sono, si chiamino giovani ancora non entrati nel mercato del lavoro del Nord e del Sud, ovviamente maggiormente del Sud, considerato che il lavoro è più difficilmente a disposizione in tali aree, e soggetti che nel mercato del lavoro non sono mai entrati.

Se si considera che sono circa 3 milioni nel Mezzogiorno si capisce come la distribuzione del welfare sia assolutamente favorevole alle realtà del Nord. Dimenticare poi che molti dei servizi sociali  sono  distribuiti in modo difforme nelle varie parti del Paese ci fa vedere la realtà con una lente distorta. Non avere la mensa scolastica per esempio per le famiglie è un costo ulteriore che esse affrontano, così come non avere un servizio pubblico di mobilità, come avviene in molte parti del Sud, comporta un costo aggiuntivo che spesso non viene evidenziato. 

Non è casuale infatti che vi sia grande difficoltà ad attuare perfino i livelli essenziali di prestazione in tutte le parti del Paese, che sono rimasti inattuati per parecchi anni fino ad oggi. Quindi che lo strumento vada in qualche modo corretto, laddove ha manifestato evidenti storture, è evidente. Dimenticando peraltro che il problema non è quello di fare incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, considerato che esiste un’offerta ma non vi è la domanda.

Lo strumento, certamente di civiltà,  va aiutato  da controlli adeguati che evitino che lo abbiano  coloro che non ne hanno diritto. Ma evidenziare continuamente le risorse che vengono destinate ad esso, dimenticando che vi è un welfare complessivo a favore prevalentemente del Nord, è un modo  distorto di raccontare la realtà. (pmb)

REDDITO DI CITTADINANZA, TRA POLEMICA
ELETTORALE E SOSTEGNO PER I PIÙ DEBOLI

di PIETRO MASSIMO BUSETTAVoto di scambio o grido di dolore? Il reddito di cittadinanza continua ad essere un tema centrale rispetto all’andamento della competizione elettorale.

In molti lo ritengono uno strumento che è stato utilizzato in modo perverso da un raggruppamento politico senza scrupoli. Il Movimento Cinque stelle lo difende a spada tratta sfidando chiunque voglia eliminare una misura che, sostengono, ha salvato molti dalla povertà in un periodo particolarmente difficile, prima caratterizzato dalla pandemia ed ora da un aumento dell’inflazione che sta erodendo molti dei redditi degli italiani e delle pensioni, soprattutto quelle più basse. 

La cosa più facile é dire che incoraggia molti a scegliere di non lavorare, perché è molto più comodo avere un sussidio, che ti arriva mensilmente, piuttosto che faticare per avere un salario decente. E poiché tale strumento è utilizzato prevalentemente nelle regioni del Mezzogiorno il pensiero conseguente é che i meridionali sono nullafacenti, scansafatiche, e per essere completi aggiungerei anche mandolinari e mangia spaghetti. Completando la serie di luoghi  comuni che individuano le popolazioni dello stivale. 

Peraltro lo strumento ha colpito  pesantemente una certa imprenditoria del Nord che era abituata, soprattutto per i lavori occasionali e stagionali, ad avere tutta la manodopera che serviva loro. Ed in molti casi avere manodopera bianca e che parla in italiano è molto più comodo che  averla nera e che balbetta la lingua. Ma ha disturbato anche molta imprenditoria del Sud, abituata ad avere una massa disponibile che pressava  sul mercato del lavoro e che invece con tale strumento è venuta meno. 

Il tema è diventato di quelli dirompenti soprattutto perché  le forze politiche, che ritengono che tale strumento vada abolito o perlomeno pesantemente modificato, si sono convinte che abbia indirizzato il voto di molti elettori verso il Movimento5S, adesso partito, che del suo mantenimento ne ha fatto un cavallo di battaglia della campagna elettorale. 

Mentre dall’altra parte il Movimento 5S sostiene che è un loro merito aver saputo interpretare le esigenze di una popolazione marginale, che versa in stato di grande bisogno. Certamente non si può nascondere che alcune volte lo strumento può incoraggiare alcuni, abituati a vivere di espedienti, mettendo insieme reddito  di cittadinanza e lavoretti in in nero, a rinunciare ad un vero lavoro strutturato.

La verità però è che di lavori che abbiano una dignità sufficiente per essere chiamati tali,  nel Mezzogiorno, ve ne sono pochi e che le esigenze di un mercato del lavoro asfittico, nel quale l’offerta dei lavoratori sopravanza pesantemente la domanda delle imprese, sono sempre estremamente limitate.

Il macigno dell’esigenza della creazione di un saldo occupazionale di oltre 3 milioni di posti di lavoro,  per arrivare al rapporto popolazione occupati dell’Emilia-Romagna,  sta sempre lì ad incombere per dare quella spiegazione del fenomeno che molti non vogliono comprendere. Se ogni anno vi sono 100.000 persone che abbandonano la realtà del Sud, con un costo per le varie casse regionali di oltre 20 miliardi, considerato che ogni individuo per essere portato alla scuola media superiore  costa 200 milioni, è evidente che la realtà meridionale è più complessa di quanti la vogliano semplificare con stereotipi che sarebbe l’ora di abbandonare. 

E che invece la capacità di affrontare le difficoltà che la vita presenta é forse molto più grande nei ragazzi del Sud di quanto non abbiano coloro che evitano pure di  andare all’università, perché tanto il lavoro lo trovano facilmente dopo le scuole medie superiori. Tra parentesi non bisogna dimenticare che moltissimi di coloro che emigrano ogni anno, per  il primo periodo, che spesso non si limita a pochi mesi,  vengono aiutati pesantemente dalla famiglia, con rimesse importanti perché la remunerazione che percepiscono non è sufficiente per mantenersi fuori casa, cosa che provoca il primo salasso. 

 Il secondo si verificherà quando i genitori compreranno loro la casa nella periferia milanese. La gente del Mezzogiorno é in cerca di una forza politica che lo rappresenti, che si prenda carico di una problematica che dal 1860 è diventata sempre più irrisolvibile.

Stanca di vedersi utilizzare come colonia dove si può catapultare la Brambilla animalista a Gela, come la Fascina semi moglie a Marsala,  cerca, delusa  da molti partiti che dichiarano di volersene occupare solo a parole, qualcuno che la rappresenti adeguatamente e che possa contrapporsi ad una Lega che porta 100 rappresentanti nel Parlamento italiano, e ad un partito unico del Nord, nel quale si inserisce anche Bonaccini del PD, che vuole quell’autonomia differenziata che in assenza dei Lep, dei quali non si parla più, possa consentire ai bambini di Reggio Emilia di avere quei servizi che quelli di Reggio Calabria non riescono nemmeno a sognare. 

Per questo quello che viene dal Mezzogiorno e che andrebbe adeguatamente interpretato é un grido di dolore, una richiesta di aiuto, ma anche un moto di rabbia, perché ormai in tanti si sono stancati di essere sudditi, non di un re, ma di una realtà nordica che indirizza risorse, investimenti, infrastrutture, servizi in generale solo verso una parte.

E che al momento opportuno fa carte false per non perdere l’investimento della Intel, che porterà tanti posti di lavoro in un Veneto che non ha nemmeno il capitale umano da impiegare nelle fabbriche. 

Quando Conte dice a Renzi di provare a scendere tra la gente, senza la sicurezza che lo protegga, in modo assolutamente sbagliato perché  è sembrata una minaccia, evidenzia che il Sud è diventato una polveriera e che il pericolo che il bisogno possa portare a delle reazioni scomposte  é immanente.  

D’altra parte anche il segnale di Cateno De Luca, che oltre ad avere poco meno del 30%, non essendo supportato da alcun partito alle elezioni regionali siciliane, riesce a portare due rappresentanti nel Parlamento nazionale dà la dimensione di un disagio che non può essere ridotto alla questua di un popolo mendicante. 

Ma non mi pare che tali chiavi di lettura siano comprese da una realtà nazionale che continua il suo percorso, minacciando con Zaia di far saltare la formazione del nuovo Governo se non si procede immediatamente con quell’autonomia differenziata che sarà un ulteriore passo verso la secessione di fatto di una parte del Paese, che apre un panorama che potrebbe portare a  scenari non prevedibili. (pmb)

SI VOTA CON L’INCOGNITA ASTENSIONISMO
CALABRESI AVVILITI MA NON CAMBIA NULLA

di SANTO STRATI – Tra populismo di ritorno, sovranismo mascherato, una sinistra senza identità e in caduta libera e un centro – da molti vagheggiato – in cerca di spazi, agli elettori oggi non si presenta un’offerta in alcun modo allettante. Anzi,  saranno in tanti a guardare con sollievo la fine di questa orrenda e volgarissima campagna elettorale dove è prevalso il dileggio dell’avversario, la sua demonizzazione (da una parte e dall’altra), piuttosto che un confronto leale tra programmi e idee. E quando la politica scende a livelli così bassi, con una disaffezione fin troppo evidente, è ovvio che il populismo, quello becero e più insidioso, riesce a trovare spazi insperati.

Cosa resterà ai quasi quattro milioni di ragazzi che oggi, per la prima volta, si avvicineranno (?) alle urne, con la facoltà di esprimere il voto anche per la Camera alta (in precedenza votavano per il Senato solo i maggiori di 25 anni)? Non sappiamo la percentuale di quanti rinunceranno per fattori oggettivi (il non voto di chi studia e lavora lontano dal luogo di residenza è un’infame situazione che il Parlamento si è rifiutato di sanare) o per scelta ideologica, o, peggio ancora, per disinteresse totale e rifiuto della politica. Ma sarebbe un grave errore immaginare che ai giovani la politica non interessi, è semmai il contrario: è la politica che si è disinteressata delle nuove generazioni, declinando in quest’occasione una serie di verbi al presente indicativo, dimenticando di usare il tempo futuro. Una scelta scellerata che avrà il suo peso nella formazione delle future classi dirigenti: i nostri ragazzi, quelli bravi, laureati a pieni voti e con lode, ma anche quelli con un voto di laurea risicato, hanno imparato a proprie spese che la Calabria non è un paese per giovani. C’è chi il trolley l’ha preparato già dal primo anno di università, rinunciando, ahimè, a tre atenei che nella loro terra sfiorano l’eccellenza ma pur preparando una classe formata e competente di laureati, soprattutto, in campo scientifico, non vedono offerta poi alcuna opportunità di lavoro, di crescita delle competenze, di utilizzo delle capacità dei loro laureati. È colpa della politica regionale, si potrebbe dire per assolvere i governanti che si sono succeduti in 50 anni di Regione pur con lampanti indizi di colpevolezza, ma in realtà è tutto il sistema nazionale che viaggia su binari paralleli a rafforzare l’odioso divario. Nord e Sud continuano a essere separati grazie a una politica miope e occupata a spremere il Sud (ricco serbatoio di competenze formate a spese dei meridionali) e a valorizzare le già ricche regioni del Nord.

Una delle prime scelleratezze che il probabile governo che ci toccherà subire (vista l’impossibilità per gli elettori di scegliere a piacimento i propri rappresentanti) riguarda l’ampliamento del divario, ovvero l’applicazione dell’autonomia differenziata, dove a far testo sarà l’incostituzionale criterio della “spesa storica”: più hai speso (avendo le risorse), più avrai; meno hai investito (per mancanza di fondi destinati al Sud, spesso inutilizzati per incapacità), meno ti tocca. Questo significherà disagi ulteriori per le popolazioni meridionali, ma ai politici che nelle ultime settimane hanno riscoperto il Sud per fare incetta di voti con marketing social-populista, poco importa. Stasera in molti prepareranno i fazzoletti per dire addio ai Palazzi e qualcuno festeggerà l’insperata rimonta.

È facile trascinare le folle, con spregiudicate tattiche subliminali di pseudo-convincimento, giocando la carta del reddito di cittadinanza. “Giuseppi” Conte – che qualcuno continua a ritenere ingenuamente  l'”avvocato del popolo” – ha giocato sporco – diciamo la verità – facendo balenare la possibile cancellazione del reddito di cittadinanza da parte degli avversari e terrorizzando una schiera di disgraziati che nella stragrande maggioranza dei casi sopravvive grazie a questo strumento di welfare sociale. In Calabria, per dire, sono circa 220mila i percettori del reddito di cittadinanza e probabilmente altrettanti sono coloro che aspirano a poterlo ottenere: una massa incredibile di elettori presi per la gola (ci si consenta questa crudezza) con la garanzia del mantenimento del reddito di cittadinanza, ma solo se premiati dal voto. In verità, Conte, da buon incantatore di serpenti, ops – scusate – di folle di disperati adoranti non ha fatto altro che cogliere al balzo l’opportunità che i suoi amici e avversari gli hanno offerto. Nessuno dei politici ha capito cosa significa per milioni di italiani poter contare su una risorsa mensile assicurata per consentire una qualche sopravvivenza: lo strumento è giusto, ma la sua modalità di applicazione sbagliata. Va mantenuto, ma dev’esser un sostegno a chi il lavoro l’ha perduto o non riesce a trovarlo, non a chi preferisce poltrire (o lavorare in nero) e aspettare i quattrini sulla Postepay sociale. Non è un mistero che centinaia di operatori del turismo, quest’estate, si sono visti rifiutare offerte di lavoro da tantissimi giovani percettori del RdC: chi gliela faceva fare di andare a lavorare?

Stupidamente le destre, ma anche la sinistra, hanno gestito male la questione del reddito di cittadinanza e hanno offerto su un piatto d’oro una valanga di voti al partito di Conte (che col Movimento 5 sStelle crediamo abbia poco a che fare) che da dato per disperso ha riconquistato facilmente le piazze dei percettori dell’aiuto di Stato, molti disperati, troppi furbastri. Conte non ha fatto altro che cogliere il sentiment di una piazza avvilita, stufa e scontenta e trasformarlo in consenso. Un po’ quello che Grillo e i suoi hanno fatto nel 2018: allora si sono schierati contro la casta (ma poi lo sono diventati molti di loro) e hanno raccolto la rabbia e la voglia, ovvero lanciato la scommessa, di cambiamento. E qui, non tanto la destra con i suo proclami anti-profughi e il sovranismo mascherato da aspirazione al presidenzialismo (leggi potere assoluto), ha sbagliato, ma soprattutto la sinistra ha perso il treno della rinascita, trascurando la larghissima voglia di riformismo che l’avrebbe portata alla vittoria. Si è toccato con mano quanto sia distante il Paese della politica da quello reale. Ma non sperateci: nessuno farà un mea culpa e tutto resterà come prima, secondo la logica gattopardiana “cambiare tutto perché nulla cambi“.

Stasera conosceremo il nuovo volto del Paese e quali scenari si andranno a prefigurare. Se la Meloni non supera il 40% con la coalizione avrà poco da pretendere dal Paese che non ha mostrato di andare in delirio per leghisti nordisti-pentiti o fratellanze di dubbia affettuosità. Ma se Atene piange, Sparta non ride: a sinistra si raccoglieranno i cocci di una politica inesistente e il risultato sarà di una ingovernabilità assicurata. Cosa che il Paese, in questo momento, non si può permettere. Una sola proiezione possiamo permetterci, in attesa del voto: passato il 25 settembre, tutti quelli che hanno riscoperto il Sud (per ovvie necessità elettorali) se ne dimenticheranno in fretta. I nostri giovani continueranno a vedersi rubare il futuro, la Calabria sconterà più degli altri gli effetti perversi e nefasti del caro-bollette, il Ponte sullo Stretto tornerà dentro l’immutabile wish-list che il carosello della politica propina da anni a calabresi e siciliani, e la crescita e lo sviluppo del Sud resterà un sogno. Malgrado il Pnrr e le buone intenzioni del governatore Occhiuto. Buon voto a tutti. (s)

IL PROGETTO INPS DEDICATO AGLI ULTIMI
SALARIO MINIMO E L’AIUTO AI PIÙ DEBOLI

di SANTO STRATI – È un progetto partito nel 2019, prima che scoppiasse la pandemia: l’INPS, guidata dal calabrese Pasquale Tridico si è data l’obiettivo di occuparsi di chi ha più bisogno, i cosiddetti “ultimi”, generalmente dimenticati, ma soprattutto trascurati. Ovvero, quelli che, per tante ragioni, non sanno nemmeno di poter contare sulle prestazioni e i servizi che l’Istituto di Previdenza è in grado di offrire loro. È un bellissimo progetto, diciamolo subito, perché se nell’immaginario collettivo l’INPS è quello che paga le pensioni e trattiene i contributi dallo stipendio, in realtà pochi sanno delle finalità sociali dell’Istituto. Che, ovviamente, si regge dalla raccolta dei contributi previsti dalla legge dovuti dal datore di lavoro (a fini di previdenza e assistenza) e in piccola parte dal lavoratore, ma eroga servizi che sono essenziali per il welfare dei cittadini. Dalle pensioni di qualunque genere (lavoro, vecchiaia, invalidità, etc) fino al reddito di cittadinanza e al sostegno al reddito a chi ne ha bisogno.

Paradossalmente, sono proprio gli “ultimi”, quelli che hanno più bisogno, che, in passato, non solo non accedevano ai servizi INPS, ma soprattutto non erano nemmeno a conoscenza delle opportunità di sostegno ad essi riservate.

Il progetto, che si chiama “INPS per tutti” è stato avviato tre anni fa, coinvolgendo le molte realtà del Terzo settore che già operano con grande impegno e dedizione a favore delle persone più svantaggiate e, naturalmente, le diocesi. La Chiesa, da sempre, svolge un’intensa opera di carità e assistenza e diventa uno strumento essenziale di collegamento con i servizi che possono essere offerti ai bisognosi dall’Istituto di Previdenza.

L’iniziativa è partita dalle grandi città, dove maggiore è la presenza di senzatetto e di persone bisognose di aiuto e assistenza (Roma, Milano, Torino, Bologna e al Sud a Napoli, Bari e Palermo), ma il progetto prevede di estendere a tutto il Paese questo servizio di assistenza. Per fare un esempio, a Roma, alcuni funzionari Inps sono andati con i computer portatili a incontrare nelle comunità persone bisognose, controllando in tempo reale se avessero diritto a qualche prestazione. In buona sostanza, non è il cittadino (fragile e bisognoso) che va a cercare aiuto all’Inps, ma è l’Istituto che cerca di individuare chi è in una condizione di disagio per offrirgli assistenza e servizi: ci sono pensionati con cifre mensili ridicole che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena e molti che hanno perso il lavoro e non sanno come mandare avanti la famiglia. In questo campo, utile si è rivelata la collaborazione con i Patronati e anche i CAF che hanno un quadro abbastanza preciso di situazioni di indigenza dovute a disoccupazione, perdita di lavoro, pensione sociale troppo bassa.

Il progetto “Inps per tutti” è stato avviato anche in Calabria già da due anni a Cosenza (ci fu un incontro con tutti i Vescovi del Cosentino a Lorica per coinvolgere le diocesi) e sta dando buoni risultati anche nella Città Metropolitana di Reggio e presto coinvolgerà anche le altre sedi provinciali. A dimostrazione che la sede calabrese dell’Istituto, diretta da Pino Greco, ha colto con grande entusiasmo e spirito di collaborazione il progetto per fornire assistenza a quanti si trovano in stato di assoluta povertà, senzatetto, senza dimora (quanti – separati – sono costretti a dormire in una macchina?), ma anche a quei cittadini che vivono in territori lontani dalle sedi Inps di competenza: l’obiettivo, come già detto, è quello di raggiungere gli utenti, non farsi raggiungere, contattare chi ha bisogno, non aspettare di ricevere richieste d’aiuto. Intervenire preliminarmente, quando è possibile, al fine di alleviare disagi e risolvere, compatibilmente con gli indirizzi che si è dato in questo campo l’Istituto, i problemi delle fasce più deboli della popolazione. È una scelta maturata con l’introduzione del reddito di cittadinanza che dal 2019 è risultato uno strumento efficace di contrasto alla povertà, anche se andrebbero completamente riviste le sue caratteristiche che hanno favorito soprusi e godimenti non dovuti, a sfavore di chi, invece, ha veramente bisogno di un sostegno contro il carovita.

Incontro a SOverato con Pasquale Tridico

Quando venne introdotto il reddito di cittadinanza, c’erano schedati tre milioni e mezzo di disoccupati e pensionati che hanno potuto usufruire del sostegno finanziario previsto, ma emerse l’altra realtà, quella dei cosiddetti “sconosciuti totali” di cui l’Istituto ignora l’esistenza. È stata una scelta meritoria, di grande coraggio, quella di occuparsi di questa fascia anonima di popolazione: centinaia, migliaia di disperati, ai quali non si può e deve negare il diritto a una vita decorosa.

Accanto a questa iniziativa di cui poco si è scritto e che pochi conoscono, c’è da mettere in evidenza l’obiettivo del salario minimo, utilizzando la direttiva europea che indica la soglia sotto la quale emerge una situazione di precarietà, anzi, chiamiamola col suo vero nome, povertà. E tra la pandemia, l’inflazione galoppante dovuta alla crisi Ucraina e all’inutile conflitto portato avanti dalla Russia, cresce continuamente il numero dei nuovi poveri, ovvero quelli che pur avendo un lavoro sono in difficoltà con le bollette, gli affitti, le spese generali e di sostentamento familiare. Una marea di persone alla quale occorrerà provvedere con iniziative che non possono esaurirsi con l’introduzione del salario minimo. Tra l’altro, la direttiva europea lascia agli Stati membri di decidere come applicare la norma: sarà frutto di contrattazioni collettive, o di una norma di legge?

Secondo una valutazione dell’INPS, se il salario minimo fosse individuato in 9 euro (lordi) ne trarrebbero vantaggio quattro milioni e mezzo di lavoratori, oggi sottopagati o, peggio, sfruttati da imprenditori non degni di questa qualifica. Sarà uno dei temi che affronteremo oggi nell’incontro pubblico di Soverato promosso dall’Associazione Calabrolombarda presieduta da Salvatore Tolomeo con la partecipazione del Comune. Il presidente Tridico, calabrese doc (è cosentino di Scala Coeli) risponderà alla “Calabria che domanda”. (s)

Saccomanno (Lega): Il Reddito di Cittadinanza deve essere riformato

Il commissario regionale della LegaGiacomo Saccomanno, ha ribadito la necessità di riformare il reddito di cittadinanza e di utilizzarlo solo per le persone e famiglie bisognose.

« A distanza di qualche anno – ha spiegato – dal riconoscimento del reddito di cittadinanza si possono tirare le file della efficienza e necessità di tale misura. Se, da una parte, è stata una determinazione che ha sostenuto le persone in difficoltà, dall’altra, per la sua cattiva costruzione legislativa, ha portato a truffe ed all’utilizzo diverso da quello per la quale era stata delibata. Infatti, hanno usufruito di tale sostegno anche persone che non avevano le condizioni per ottenerlo, persone che sono giunte in Italia per lavorare e non per avere sostegni di tal tipo, persone che non hanno mai pagato le tasse nella nostra Nazione, e, quel che è più grave, vi è stato un impoverimento del mercato del lavoro, in quanto i soggetti fruitori invece di cercare di inserirsi in tale settore, hanno preferito acquisirlo e poi e spesso lavorare in nero».

«Con la evidente conseguenza che, da una parte – ha proseguito – si è quasi sostenuta l’evasione e l’illecito e, dall’altra, si è creato un meccanismo in cui è venuto a mancare la mano d’opera o questa poteva utilizzarsi solo in nero. Situazione aberrante che ha indebolito il sistema occupazionale e che, allo stato, ha messo in forte difficoltà le imprese, gli artigiani, gli agricoltori, e tutte quelle attività, specialmente stagionali, che ora non hanno quella mano d’opera che è imprescindibile per la prosecuzione dell’attività. Un danno pesantissimo che deve essere, assolutamente e celermente, riparato, per evitare che si perdano quelle piccole imprese, a volte anche familiari, che sono la base della forza economica italiana».

«Una misura, quella del reddito di cittadinanza, – ha concluso – completamente errata per la sua costruzione normativa e che risulta, veramente, un vero e concreto danno, oltre che una pacifica beffa per i tanti italiani che soffrono una crisi esistente da tempo e che pagano regolarmente le tasse, rispetto a chi spesso è quasi sconosciuto al fisco». (rcz)

CASSA INTEGRAZIONE, 100MILA RICHIESTE
LA CALABRIA DEL 2020 NEI CONTI DELL’INPS

«La Calabria è una delle regioni che nel passato hanno fatto poco accesso a strumenti di cassa integrazione guadagni o al Fondo di integrazione salariale: invece nel 2020 ci siamo trovati anche in Calabria davanti a uno tsunami di domande di cassa integrazione e Fondo di integrazione salariale»: le parole del presidente dell’Inps Pasquale Tridico all’incontro telematico presso la sede regionale dell’Istituto danno il senso dell’impegno e della complessità degli interventi di questo terribile anno di pandemia. L’occasione è la presentazione del bilancio sociale 2019, ma in realtà serve a fare una fotografia quanto mai nitida di una situazione che è tutt’altro che risolta. Il cosentino Tridico (è originario di Scala Coeli) è comunque soddisfatto del lavoro svolto dal Comitato regionale dell’Inps Calabria presieduto da Gianfranco Trotta, anche se – come dice lo stesso Trotta – «Il quadro che emerge e chiaramente allarmante e molto preoccupante sulla tenuta socio-economica e sociale della Calabria».

All’incontro ha partecipato anche il direttore regionale dell’Inps Calabria Giuseppe Greco, che in quest’anno di pandemia ha gestito in maniera adeguata le circa 100mila richieste di cassa integrazione insieme con le erogazioni del Reddito di Cittadinanza che hanno in un certo qual modo aiutato molte famiglie a superare il disagio economico provocato dalla perdita dei posti di lavoro e dalla crisi economica conseguenza del Covid. Il lavoro della sede regionale – ha detto Greco introducendo l’incontro – ha ottenuto un punteggio di soddisfazione in linea con la media nazionale (3,76 contro il 3,74), così da poter collocare – visti i risultati in termini di performance – l’Inps Calabria al sesto posto  a livello nazionale pe ril 2019, per salire al terzo posto nel primo semestre. «Un risultato – ha detto il direttore Greco – che mi rende soddisfatto e che vuole dire che abbiamo cercato di dare corso al maggior numero di istanze che ci sono pervenute. Considerando che queste sono state di gran lunga superiori a quello che è il flusso normale. L’ufficio ha avuto il merito e la forza di dare risposte celeri alle istanze senza trascurare la qualità del servizio». Intervenuti anche l’assessore regionale al Welfare Gianluca Gallo e il presidente nazionale della Centrale Patronati (CePa) Michele Pagliaro.

Il presidente Trotta ha sottolineato che «L’Inps Calabria ha risposto tempestivamente organizzando specifiche task-force che hanno consentito una gestione ordinata e celere che ha consentito le varie liquidazioni in tempi brevissimi». Secondo quanto si legge nel bilancio sociale dell’Inps, «le domande di Cassa integrazione straordinaria, di Cassa integrazione ordinaria, di Fondo di integrazione salariale Covid-19 presentate nel periodo 1 aprile-30 novembre 2020 sono state oltre 100.000 per un totale di beneficiari di oltre 340.000, a cui si aggiungono i 149.211 beneficiari dei vari bonus covid-19 Calabria. Altro aspetto non di secondaria importanza e stata l’erogazione delle indennità emergenziali Rem Covid 19 le domande pervenute all’Inps Calabria sono state 34.281 definite 33.391 pari al 97%. I sussidi e gli interventi per politiche attive e tirocini durante il periodo 1 aprile-30 novembre 2020 sono stati 13.236 per un importo totale pari a euro 12.760.900». Un focus aggiuntivo ai dati 2019 con gli interventi attuati nel corso del 2020, per offrire un quadro quanto mai aderente alla realtà pre e post-covid.

La verità è che – ha detto Trotta – «diminuisce il lavoro stabile, aumenta il precariato, la popolazione invecchia, i flussi demografici sono negativi, le aree interne soffrono lo spopolamento che inizia ad interessare anche le aree urbane. È necessario avviare una sana e robusta azione di programmazione e di investimenti dotando la Calabria di un vero e proprio piano industriale e sociale che – ha aggiunto il presidente del Comitato regionale dell’Inps Trotta – crei lavoro di qualità, che dia sbocchi lavorativi ai tanti giovani che emigrano e che doti la Calabria di tutti quei servizi primari di cui la popolazione ha necessita».

Qual è la situazione dell’Inps in Calabria a bilancio 2019? «I lavoratori assicurati – si legge nel documento della Sede regionale –  sono 489.449 per il 2019, in diminuzione rispetto al 2018 di 4.350 unità, le pensioni erogate sono 731.084 precisamente 618.711 relative alla gestione privata con un importo medio mensile di euro 604,29, per la gestione pubblica invece le pensioni erogate sono 111.835 il cui importo medio e pari a euro 1.837,80». Per quel che riguarda gli interventi di sostegno al reddito, nel 2019 «le domande di Naspi presentate sono state 72.839 e quelle accolte 66.861, le domande di Cassa integrazione ordinaria sono state 10.313 di cui 10.010 definite, I percettori di Reddito di Cittadinanza Calabria sono 63.721 nuclei familiari per un totale di 166.774 persone coinvolte, mentre le Pensioni di Cittadinanza sono 6.116 e coinvolgono 7.203 persone: i nuclei familiari coinvolti in totale sono 69.837 le persone 173.977 per un importo mensile medio erogato pari a euro 494,93 in linea con la media nazionale».

E a livello nazionale? Premesso che il Comitato regionale calabrese dell’Inps «ha risposto in modo eccellente» e che «gli indici di produttività della Calabria sono sopra la media delle Regioni italiane», il presidente Tridico ha voluto tracciare un breve profilo dell’impegno dell’Istituto:  «Nel contesto nazionale ad oggi abbiamo avuto 17 milioni di prestazioni direttamente pagate dall’istituto e 10 milioni anticipate dalle aziende e conguagliate successivamente dall’Inps. Anche in questo la Calabria ha fatto la sua parte, soprattutto con strumenti più tipici come la cassa integrazione per l’agricoltura». (ed)

I parlamentari del M5S: con Reddito di cittadinanza in Calabria 25.500 contratti di lavoro per i percettori occupabili

In Calabria, sono 25.500 (il 24%) i beneficiari del Reddito di Cittadinanza che hanno già firmato almeno un contratto di lavoro prima del 31 ottobre di quest’anno, un anno segnato dalla pandemia di Covid 19. Lo hanno reso noto i parlamentari del Movimento 5 Stelle, Alessandro Melicchio, Giuseppe Fabio Auddino, Riccardo Tucci, Anna Laura Orrico, Laura Ferrara, Elisa Scutellà e Massimo Misiti che hanno specificato che si parla di «percettori ‘occupabili’, cioè degli adulti tenuti a firmare un Patto per il Lavoro e che nei Comuni della nostra regione sono 105.626. Il numero dei rapporti di lavoro ancora in corso a fine ottobre è di 14.484».

«È il segno – hanno aggiunto – che il Reddito di Cittadinanza sta sostenendo e riattivando un numero crescente di persone in difficoltà anche nei nostri territori. Secondo i dati di Anpal, i contratti di lavoro firmati da percettori di Reddito di Cittadinanza prima del 31 ottobre superano quota 352mila su scala nazionale. A fine luglio erano 196mila. Nel giro di tre mesi sono quasi raddoppiati».

«In provincia di Catanzaro – hanno spiegato i parlamentari – in 4.000 hanno sottoscritto un contratto di lavoro, in quella di Cosenza sono 9.016, nella città metropolitana di Reggio Calabria 6.958, in provincia di Crotone in 3.440 hanno già firmato un contratto e in quella di Vibo Valentia 2.086. Come ha rivelato la Svimez nel suo rapporto, ‘il reddito di cittadinanza ha evitato incontrollabili tensioni sociali durante il lockdown’ e, proprio nella pandemia, questo strumento sociale di sostegno al reddito ha avuto un ruolo e un’importanza incredibili, offrendo un salvagente contro la povertà in ogni regione italiana, da Nord a Sud, anche stimolando decine di migliaia di persone nella ricerca di una nuova occupazione. Questo è successo anche in Calabria, nonostante la debolezza del nostro tessuto produttivo».

«Con il Reddito di cittadinanza – hanno detto ancora – e le prime azioni di potenziamento dei Centri per l’Impiego attraverso l’importante contributo dei Navigator abbiamo raggiunto risultati impensabili, e su questa strada dobbiamo andare avanti. Per il rifinanziamento del Reddito di Cittadinanza sono pronti 4 miliardi in Legge di Bilancio, ma occorre renderlo ancora più efficace e inclusivo. Allo stesso modo serve un’accelerazione sul fronte delle politiche attive, per le quali sono già previsti importanti investimenti per la formazione e la riqualificazione dei lavoratori, grazie a nuove risorse che si aggiungono al Fondo Nuove Competenze voluto dal Ministero del Lavoro».

«Prevenire la disoccupazione dei lavoratori a rischio – hanno concluso – agganciare la formazione alle politiche di sviluppo e puntare a un sistema di ammortizzatori sociali finalmente universale sono alcuni degli obiettivi strategici che intendiamo perseguire con decisione anche in Parlamento, anche e soprattutto in favore della Calabria e dei calabresi». (rrm)

REGGIO – Incontro con Bruno Benelli sul Reddito di Cittadinanza

Grande interesse ha una folta partecipazione di pubblico ha suscitato l’incontro col l’esperto fiscalista Bruno Benelli sul tema Quota cento e reddito di cittadinanza  promosso da Biesse associazione culturale bene sociale che si è svolto nella Sala Giuditta Levato del Consiglio regionale della Calabria  .
Benelli, volto noto del TG5 e giornalista specializzato nel campo di norme e tributi, ha messo in evidenza tutti gli aspetti tecnici  e burocratici della riforma che divide l’Italia,  un argomento che ha visto un dibattito molto partecipato con interventi anche da parte del pubblico presente di alta qualità.
Il principio è buono dice Benelli  ma diventa difficile metterlo in pratica visto che i centri per l impiego non sono ancora preparati al nuovo sistema. Ha moderato il dibattito il giornalista dell’Ansa Giorgio Neri che ha sollecitato Benelli nei vari aspetti della complessa tematica che tocca l’assistenza e l’inclusione sociale per le persone senza reddito.
Ad introdurre la Presidente Biesse Bruna Siviglia che ha ringraziato il dott Bruno Benelli per aver accolto l’invito, offrendo la grande opportunità di fare chiarezza con un esperto qualificato sui tanti aspetti della nuova riforma sociale.
Presente anche il Consigliere regionale Giuseppe Pedà che ha espresso parole di  elogio per le attività concrete che l’associazione Biesse porta avanti sul territorio. Secondo Pedà, serve il lavoro. È su questo che bisogna puntare – ha detto – soffermandosi anche sulla grave situazione in cui versa la sanità calabrese commissariata da diversi anni e illustrando il suo impegno di consigliere regionale su diversi fronti.
Ha concluso il Presidente del Consiglio regionale Nicola Irto, il quale ha messo in evidenza i suoi dubbi sul provvedimento. «Ho – ha detto – molte perplessità riguardo l’applicazione del reddito di cittadinanza, staremo a vedere il tempo darà tutte le risposte certo è che bisogna investire sulle politiche di sviluppo, di crescita occupazionale. Sono sempre più numerosi i calabresi che sono costretti a lasciare la nostra terra.  E questo non è accettabile. Puntare sul lavoro è dunque prioritario in una fase storica che vede la Calabria spopolarsi sempre di più».
Il Presidente Irto ha voluto altresì ringraziare la Presidente Bruna Siviglia per aver posto l’attenzione su un tema così importante e per tutto il lavoro che l’associazione con passione ed entusiasmo ammirevoli porta  avanti sul territorio. (rrc)