Il Manifesto degli scrittori calabresi: sottoscrivere per farli studiare a scuola

A seguito della proposta della scrittrice Giusy Staropoli Calafati, lanciata da Calabria Live, ormai da diverse settimane, e che ha in oggetto lo studio nelle scuole dell’obbligo degli autori calabresi del ‘900, nasce il manifesto, siglato da più parti, dalla classe intellettuale a quella istituzionale, che ufficializza la richiesta al Ministero dell’Istruzione nella persona del Ministro Patrizio Bianchi, e per conoscenza al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Draghi, al Ministro per il Sud Mara Carfagna, alla Regione Calabria nella persona del Presidente Spirlì e dell’Assessore all’Istruzione Sandra Savaglio, all’ufficio scolastico regionale. 

In Calabria fomenta ormai da tempo, e in maniera esigente e ripetuta, un cambiamento culturale importante che mira alla crescita dell’intero Paese.

La letteratura assume un ruolo principe nello sviluppo sociale, civile economico e culturale dell’individuo all’interno della società. E la Calabria, con più voci, varie ma soprattutto potenti, le si affida, scommettendo sulla vera narrazione della sua storia, il suo futuro.

E Giusy Staropoli Calafati, donna come la terra, questa volta si fa capofila di una storia importante, che potrebbe garantire alla Calabria, il riscatto che merita.

In attesa di ufficiali risposte a quanto fatto pervenire sui più importanti tavoli italiani, Calabria.Live pubblica il manifesto curato dalla scrittrice vibonese.

SOTTOSCRIVI ANCHE TU, INVIANDO UNA MAIL A:

giusystaropoli@libero.it

UN VERO PATTO PER IL SUD?

“Gli scrittori calabresi nei programmi ministeriali scolastici”

«Io l’amo profondamente la mia Calabria, ho dentro di me il suo silenzio, la sua solitudine tragica e solenne. Sento che pure qualcosa dovrà venire fuori di lì: un giorno o l’altro dovrà ritrovare dentro di sé ancora quelle tracce che conserva della antica civiltà della Magna Grecia». (Saverio Strati)

«…ho speso una vita per scrivere, per analizzare la Calabria, non so se bene o male; questo non tocca a me dirlo. Posso dire che ho fatto grandi sacrifici, sperando che questa terra potesse avere una sorte migliore, come credo che avrà». (Mario La Cava)

«Inventate gemellaggi con tutte le scuole del Sud. […] Dopo tutto il lavoro fatto, scrivete una storia nuova. Vi do un mandato straordinario, quello di ricucire l’Italia. Se in questo momento, dopo tutto il lavoro fatto, non siamo capaci di proiettarci sul Paese, vuol dire che non siamo capaci di costruire una scuola nuova».(Patrizio Bianchi, Ministro Pubblica Istruzione)

La Calabria accetta il mandato!

Se la bellezza salverà il mondo, la cultura salverà l’Italia, e letteratura, la Calabria. È sul sapere che si giocano il presente e il futuro delle generazioni. E la letteratura è la chiave di volta essenziale che permette a una società miope di ritornare a vedere.

Non capisce l’Italia, chi non capisce l’Italia Meridionale, scriveva Corrado Alvaro. Ed è per questo che il Sud non può più rimanere indietro. E senza la sua storia feconda, l’Italia, da sola, non si può più salvare. 

È nei Sud del mondo che si imparano le migliori strategie di sopravvivenza. E si formano i pensieri, le menti, così come nella terra si forgiano le braccia ed il lavoro. 

È nella precarietà dei luoghi che si acquisiscono il valore della vita, la durezza e la nobiltà della fatica. Si insaporisce il pianto, e sul dolore e sullo sconcerto delle comunità, si poggiano i basamenti del rinnovamento culturale e dello sviluppo civile, che mai prescindono dal valore dall’identità, per quanto composita, plurale e mutevole nel tempo questa possa essere. Che diventa arte, sublimazione, formazione ed elevata sapienza.

L’Italia deve la sua formazione culturale ai suoi più grandi artisti. Dalla letteratura all’arte. Una miscelazione di pensieri, forme, idee e vicissitudini, che nonostante l’approssimarsi delle varie epoche, da Nord a Sud, ha lasciato tracce potenti e senza scadenza. Una scuola che trova radici nella storia più antica e che si trascina fino all’epoca contemporanea, tracciando linee identitarie in perenne trasformazioni ma pur sempre originali e riconoscibili e percorsi culturali essenziali, a cui da sempre, l’uomo ha necessità di attingere.

Il passato non è semplicemente un tempo trascorso rispetto a quello attuale, ma una scuola che non può essere superata. Esso è la prima istituzione immateriale, destinata alla formazione “futurandi”. E conserva verità che mai potranno essere cambiate o anche solo modificate. E non ammette che si tralasci o si trascuri qualcosa. E combatte finanche la temporanea e fortuita mancanza di memoria. 

La scuola italiana però, caro ministro Bianchi, nella stesura dei programmi scolastici, da decenni, ha vuoti che vanno necessariamente riempiti. Assenze che devono indiscutibilmente essere recuperate. Negli anni passati purtroppo, è bastata una commissione, a far sì che gli autori meridionali del ‘900, venissero eliminati dai banchi di scuola, senza neppure il benché minimo pensiero riguardo le gravi ripercussioni che il paese avrebbe avuto sul piano culturale. Un danno senza precedenti, che riporta l’Italia sulla solita questione della disparità tra i suoi due poli, con annessa frantumazione della vera unità culturale e intellettuale. 

Agli studenti, viene proposta, una visione viziosa, viziata ed incompleta della letteratura italiana. Dopo Verga e Pirandello, secondo le indicazioni ministeriali, quasi nessun altro autore meridionale, benché meno calabrese, nello specifico di questo documento, viene trattato con una presenza ufficiale nei libri di testo. Un oscuramento storico, geografico e civile che non può più continuare. Un danno culturale e sociale che non può più essere perpetrato. Un errore di prospettiva forse, che fomenta a tutt’oggi però, seppur inconsapevolmente, l’annoso divario Nord/Sud. 

La Calabria subisce, anche nelle lettere, le peggiori discriminazioni. Eppure, confermano critici e studiosi, con i suoi autori novecenteschi, ha implementato di valore la letteratura italiana e mondiale. 

Gli scrittori calabresi del ‘900 (e non solo quelli) non possono più attendere che arrivi il loro turno sol quando qualche valoroso docente appassionato, in maniera quasi ”abusiva”,  seppure responsabile, deicide di impartire ai propri allievi lezioni sulle loro opere . Serve ufficializzare il pensiero, la poetica, la scrittura, e con protocolli ministeriali. Una nuova scuola, per ricucire l’Italia.

Esiste un’esigenza fisiologica oltre che storica dei popoli e delle civiltà, che non consente di fare cancellazioni o anche solo esclusioni, in letteratura. Il De Sanctis definiva la letteratura l’insieme delle opere variamente fondate sui valori della parola e affidate alla scrittura, pertinenti a una cultura o civiltà, a un’epoca o a un genere. Ad essa viene infatti affidato il compito di ricostruzione e/o  d’indagine storico-critica di un popolo. E la Calabria rischia di andare perduta, se il resto del paese non si ritorna ad innamorare e al più presto della sua storia, della sua arte, ma soprattutto della sua letteratura. Che non è presente più nei libri di formazione, ma sta tutta racchiusa nelle opere dei suoi scrittori. Che è stata del mondo finché il mondo si è accorto di lei. È divenuta solo di se stessa, nel momento in cui il mondo, e soprattutto il Paese, se ne sono dimenticati. 

Il processo con cui da anni viene indebitamente ignorato il  pensiero dei grandi autori meridionali/calabresi, e con il quale vengono altresì tenuti a margine, geni delle lettere come Corrado Alvaro e Saverio Strati, priva l’Italia e le nuove generazioni di studenti, di una formazione completa, che non penalizza esclusivamente il capitale umano della scuola del Sud, ma quello di tutta la nazione.

La storia siamo noi e  noi siamo l’Italia. 

Con Verga e Saverio Strati, Pirandello e Corrado Alvaro. Francesco Perri, Mario La Cava, Raoul Maria De Angelis, Fortunato Seminara, Leonida Repaci, Lorenzo Calogero, Franco Costabile. Geni delle lettere che fortemente hanno influenzato i salotti letterari italiani ed europei, dando voce al Sud, da sempre terra di attese e di partenze. Di memorie luttuose e speranze. Che ora è brigante, ora si fa emigrante. Nomi d’ingegno, le cui opere e il cui pensiero diventano strumento necessario e indispensabile per affrontare i problemi dell’intera società italiana. 

Ragion per cui, si chiede al Ministero dell’Istruzione, una valutazione approfondita volta alla possibile revisione dei programmi ministeriali, con l’inserimento all’interno dell’offerta formativa, degli autori calabresi più illustri e più influenti, affinché diventino oggetto di studio nelle scuole dell’obbligo. E la letteratura italiana si confermi la vera ricchezza culturale dell’intera Nazione.

Un popolo per capirsi veramente deve conoscere i suoi artisti, altrimenti rimane indietro, diceva Saverio Strati. 

Ci sono narratori come Corrado Alvaro, Saverio Strati, Mario La Cava, Raoul Maria De Angelis, Fortunato Seminara, Francesco Perri, Leonida Repaci, Franco Costabile, Lorenzo Calogero, che hanno almeno un libro necessario per intendere all’italiano cosa è il Sud e cosa l’Italia, sostiene Walter Pedullà.

È pur vero che la realtà della scuola, è spesso legata alla tirannia del tempo. Ci si trova quasi ogni anno, difronte a docenti in difficoltà nel terminare i programmi scolastici, ma ci sono nomi da cui non si può prescindere. A Partire da Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, fin giù giù, fin dove Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte .

Diventano urgenti, di estremo bisogno culturale e sociale, almeno Corrado Alvaro e Saverio Strati, tra gli scrittori; Franco Costabile tra i poeti. Una richiesta che non è un appello, ma la domanda per un viaggio d’istruzione obbligatorio.

I libri dei narratori calabresi del ‘900 (e perfino quelli di epoche precedenti), quali autori mondiali, letti e tradotti nel mondo, risultano essere tutti una buona opportunità di crescita. Sono libri e sono “villaggi viventi nella memoria”, come sosteneva Ernesto De Martino. Una memoria che ha buone probabilità di diventare collettiva quando leggendo, una comunità ha voglia e coraggio di sommare un certo numero di memorie individuali.

La Calabria, forse più di altre terre, affonda la sua storia in malloppi di fogli rilegati tra loro, che si chiamano libri. Ed è certamente per questo che ha sempre resistito. Attingendo, al bisogno, a ognuna di quelle pagine. Un esercizio che non ha mai abbandonato e che oggi la vede raggiungere risultati straordinari, con Vibo Valentia, sua più piccola provincia, “Capitale italiana del libro” .

La Cultura è in Calabria. 

La speranza di una nuova scuola, anche. 

15000 km quadrati di argilla con cui Dio fece il suo più grande capolavoro, così come ricorda Leonida Repaci, ne Il Giorno della Calabria. Un’eredità che mai potrà andare perduta. Mai, finché a fare la storia di questa terra, terranno alta la testa i libri. 

Leggere, imparare, acquisire, formare…, sono queste le uniche formule che, se applicate nella loro completezza, dimostreranno che non è un ipotesi e neppure una teoria, che il più bel paese siamo noi. L’Italia tutta intera delle lettere.

Siamo certi che questo manifesto troverà ufficialità sopra i banchi responsabili dell’istruzione dei nostri giovani, e altrettanto sicuri che il ministro Bianchi, sempre attento e sensibile alla nostra scuola, vorrà insieme a noi, dare “mandato” ufficiale agli autori calabresi del ‘900, a cui sopra abbiamo fatto esplicito riferimento.

HANNO GIÀ FIRMATO:

Giusy Staropoli Calafati (scrittrice, promotrice del manifesto)

Santo Strati, direttore Calabria.Live

Francesco Bevilacqua, Scrittore 

Gioacchino Criaco, Scrittore

Giuseppe Lupo, Scrittore e docente universitario

Santo Gioffré, Medico e Scrittore

Leonardo Alario, Antropologo

Mimmo Nunnari,  Giornalista e Scrittore

Gilberto Floriani,  Sistema Bibliotecario Vibonese

Domenico Stranieri,  Sindaco di Sant’Agata del Bianco

Domenico Calabria,  Caffè Letterario Mario La Cava

Francesco Mazza, Fotografo

Vincenzo Stranieri, Saggista

Francesca Prestia, Cantastorie

Amministrazione comunale di San Luca

Virginia Marasco,  Assessore Cultura e Pubblica Istruzione comune di Cirò Marina

Vincenzo Maesano sindaco di Bovalino

DA 150 ANNI LA “QUESTIONE MERIDIONALE”
PRESENTE E FUTURO DI CHI NON PARTE PIÚ

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – “Se questa è terra”, parafrasando Primo Levi, lontani da ogni coinvolgimento e dai falsi millantatori, la Calabria ha bisogno, e finalmente, di una sincera e profonda analisi. Un’indagine accurata della sua vita, le manchevolezze e le virtù; un’esposizione precisa dei fatti che liberamente ha vissuto e dei misfatti a cui è stata nottetempo costretta. E a seguire, il tracciamento di una linea di sviluppo su un futuro prossimo ancora possibile per i calabresi. Dunque un reale e profondo esame, affidato alla genialità e genuinità del suo stesso popolo. Procedendo passo passo, dall’individuazione allo studio dei particolari, fino alla scomposizione di tutte le sue parti. Inclusa la grandezza di cui ne è pregna, ma anch’essa spesso variabile nelle sue componenti.Idee, ideali, visioni, lavoro, sviluppo, territorio, sanità politica… Passato e presente. Presente e futuro. Futuro e basta.

“Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”, diceva San Francesco da Paola, la cui visione della Calabria amplia ogni qual si voglia prospettiva.

Era il 1861, e nasceva come nascono i figli, la questione meridionale. La Calabria si trovava improvvisamente a doversi curare da sola le ferite delle razzie subite. E perdeva in un batter d’occhio, l’indipendenza e la libertà. Il Mzzogiorno in cui è tutt’ora incastonata, veniva, e nella forma più terribile e vile, svuotato delle sue fabbriche, le flotte navi, le poste. E poi i valori, i sogni, la dignità, ma soprattutto i figli.

Una strage silenziosa di addii e di partenze obbligate che colpiva direttamente lo stomaco delle famiglie. Ed è lì, in quella parte del corpo degli uomini del Sud, che va ricercata oggi la prima causa del male, per cui, tra le altre terre, soprattutto la Calabria, rinnegata e derisa, piange ciclicamente se stessa.

Quando le mancava la farina, e i figli si stropicciavano gli occhi, e le madri si battevano il petto per il fianco del pane. Quando le rubavano le olive, e certe volte le boicottavano le terre, e su quello stesso suolo, le stupravano le mogli. Con violenza, senza pietà.

Allorquando, con il corpo, obbligata e oberata dal bisogno, risaliva verso la grande Italia, mentre l’anima le rimaneva lì piegata dov’era nata. Nella miseria acuta e ancora oggi incompresa, in cui i piemontesi l’avevano amaramente condannata. Così al dolore delle doglie delle madri, si aggiungeva quello forte delle partenze dei figli e dei mariti. Come soldati in fila alle stazioni, accalcati sopra i lunghi treni.

Erano giovani e forti. Non sono morti, ma son partiti in tanti. Che mentre con la forza delle braccia, ben forgiate nella durezza della terra nera, con i sacrifici e il pianto amaro delle spartenze, industrializzavano Milano e Torino, Milano e Torino, con la pratica del convincimento, al limite dell’assuefazione, li annoverava tra gli ultimi, gli sporchi, gli oziosi e i lenti. I fetusi e i tinti. I terroni infami. Gli stolti della terra inquieta.

Una terra da dove tutti partono, la Calabria. E verso dove, il ritorno è una scelta che solo pochi mettono in programma. Un terra dannata e sola. E nelle terre sole (diceva Saverio Strati) prolifica la mafia. Nelle terre sole, si incarognisce la mafia. Ed esse stesse, diventano improvvisamente asprimondi, e nel disagio sociale che imperversa, l’uomo disperatamente si concede (totus tuus). Se è adulto, e se è bambino. Perché nei campi fragili, negli orti incolti, e nei cuori ripetutamente tristi, attecchisce la più malvagia e maledetta di tutte le piante. Andragatia, o più comunemente ‘ndrangheta.

Malaffare, criminalità, ostentazione del rispetto, potere, vendetta, resa dei conti. Reclutamento di uomini, e giuramenti di obbedienza. Davanti ai santi e non ai fanti. Nella solitudine della Calabria, il bisogno diventa mafia. E si radica ovunque trova morbido e scava profondo. Nella debolezza delle istituzioni, nel tentennamento più che accessibile della politica, nella fragilità assoluta del tessuto sociale. Attecchisce e velocemente cresce. Perché quaggiù, alla Calabria appunto, nessuno viene per porgere aiuto. Né restituisce quello avuto.

Ma a infilzare le ferite ancora aperte e sempre vive di questa ineguagliabile magna Grecia, ecco che arrivano ripetutamente, con il passo dei dominatori,  il giudizio e il pregiudizio del mondo. Dal 1861 a Corrado Augias, il tempo è tanto e pure lungo. La storie e le offese, altrettanto.

La Calabria, ahimè, ahivoi, ahinoi, a oltre 150 anni di storia italiana, non rinviene. E la sua questione rimane eternamente irrisolta.  Ma se è vero che alla base dei mali vi son sempre i rimedi, le cure e le soluzioni, la Calabria deve avere convintamente ancora un futuro nuovo davanti a sé. Così da finirsi Augias e tutti gli sfidanti come lui.

La morte, solo la morte che rende le cose, i luoghi e gli uomini definitivamente perduti e irrecuperabili. E la Calabria, dentro di sé ha ancora una razza viva. Che è il rimedio, la cura e la soluzione.

Una rivoluzione? No. Una conversione definitiva alla calabresità, affinché oltre al forestiero, il calabrese non sia più nemico del calabrese stesso. Che fomentato contro la sua stessa pena poi viene deriso. E si recuperi nel più breve tempo possibile l’amore dei calabresi verso la Calabria e quello della Calabria verso i suoi calabresi. Perché per tracciare la linea di sostenibilità del futuro ancora possibile per questa terra, urge uno scatto d’orgoglio che converta alla vera razza. Alla primordiale. Che è madre e figlia della lotta, del sacrificio, della ribellione, lontana dalla rassegnazione e dell’assopimento. Che è resistente, ma soprattutto resiliente.

Il calabrese non deve più attendere altri 150 anni ancora. Ma già da ieri, deve riuscire a ritrovare, la peccaminosa intimità con la sua terra, rinnamorandosi di lei e di se stesso. Rinunciando definitivamente a uomini come Augias, – che ve ne saranno sempre e saranno molti di più – che mai hanno contribuito, né col pensiero né con la parola, alla risoluzione della storica “questione meridionale”, riadattandola invece in una ben più rena “questione calabrese”.

Dunque, meno chiacchiere  e tabbaccheri i lignu. Il banco di Napoli non ne impegna più. Risorse, investimenti, infrastrutture, impegni, ma soprattutto opportunità di scelta. Occasione che, ahinoi, non c’è mai stata data.

Ad analisi completa, i panni sporchi si lavano in famiglia. I calabresi che concordano con la perdizione della propria terra, è l’ora che vadano. Quelli che invece intendono ancora concorrere per un nuovo futuro restando, è ora che decidano. Il futuro della Calabria e dei calabresi, è nelle nostre mani sporche di impegno e di lavoro. (gsc)

***

In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé. (Pier Paolo Pasolini)

 

[La fotografia di copertina è del gen. Emilio Errigo]

 

 

La lettera della scrittrice Giusy Staropoli Calafati: «Caro Augias sono io la Calabria»

Una vigorosa lettera aperta della scrittrice calabrese Giusy Staropoli Calafati in risposta agli insulti di Corrado Augias:

Caro Corrado Augias,
sono la Calabria, quella tanto discussa terra all’insud che non ha pace.
Dopo il suo ultimo squallido e vile delirio, ho deciso di voler replicare. Perché, mi creda signore, ho ancora una dignità anch’io.
I giudizi a iosa, che da tempo ormai vengono gratuitamente dati sulla mia pelle matura, da chi meramente mi conosce appena, e si concede (aggratis o dietro compenso poco importa), senza un minimo di ritegno, alle orge televisive e inconcludenti (di questa o quella emittente chi se ne frega), senza un minimo di precisa analisi, soffermandosi esclusivamente sulla conformità esteriore del mio corpo, non conoscendo neppure l’ode che per me scrisse il mio amato Leonida Repaci, in cui rammenta a quelli che non sanno, il giorno in cui io nacqui, indicando come soggetto imputabile esclusivamente il corpo frastagliato che ho, senza procedere ad un vero e serio screening che rimembri in primis l’anima mia, incominciano a scartavetrare ogni genere di materna pazienza, che sempre tenni dalla Magna Grecia fino a oggi.
Ho sopportato invasioni, furti, insulti, bestemmie, e anche maledizioni, ma la mia educazione, il mio credo e la mia grandezza, non vengano giammai scambiata per cazzoneria.
A parlar di me di certo non ci guadagno io, e lei lo sa bene. Chi lo fa, più male lo fa, meglio gli torna il conto. Credo che si guadagni davvero bene a mettere alla gogna l’unica terra che ancora porta gli strascichi dell’Unità d’Italia. Così si va giù duro, infilzandomi il muscolo del cuore, che è l’unico di tutto il corpo, e lei sa bene, che rischia di spappolarsi per primo.
IRRECUPERABILE e PERDUTA.
A chi, Augias? A chi?
Dice a me, lo so. Lo so bene che dice a me.
E scommetto che anche lei, assieme a tutta la compagnia dei NoCalabria, si è sempre domandato quale cazza di capa storta ha avuto la genialata di mettermi al mondo così puttana e perversa, perduta e irrecuperabile, ma troppo bella e coraggiosa per non esistere.
Augias, Augias, la sua esternazione non è la prima e non sarà l’ultima, ma a parte il fegato che ho che mi aiuta a resistere nei secoli, ai corpi e agli urti, il tempo è breve e le parole di taluni intellettuali, nella cui cerchia oggi lei stesso si classifica, sono più brevi ancora. Troppo per perderci il mio tempo.
È vero, sono una terra irrecuperabile. Maledettamente irrecuperabile. Ma sa cosa le dico? Ne vado fiera. Quaggiù, tra i boschi, in riva al mare, dall’Aspromonte al Pollino, chi fino a ieri si è permesso di farsi il fatto suo con la mia roba e sulla mia pelle, oggi non non va grasso più. E allora sì che sono IRRECUPERABILE. È per questo che lo sono. Con dignità e orgoglio, lo sono. E sono anche fortemente PERDUTA. Perduta dai reader di quell’Italia che mi ha sempre voluta serva del sistema, arricchendosi sulle mie spalle e privandomi delle mie cose. Dalle fabbriche a tutto ciò che qui, nella mia pancia, nacque. Pure alla gioia d’essere io la Prima Italia.

La mia è una lunga storia, Augias. Triste e bella, profonda e travagliata. Sono caduta innumerevoli volte, ma mi sono rialzata. Ho visto molti dei miei partire, altri li ho visti morire. Ho visto uomini farmi la guerra, e subito dopo trascinarmici dentro. Ho visto le mie famiglie fare sacrifici, chiedere aiuto e pane, proprio quando da quelli come lei, illusi di vivere nella vera Italia, gli veniva portato via.
Eppure, quando ho dato all’Italia il suo vero valore, l’UNITÀ su tutti, perdendo tutto ciò che avevo conquistato con il mio coraggio, il sacrificio e le forze, e i figli sono la cosa più cara che una madre ha, nessuno ha pianto con me, o è venuto a portarmi consolazione. Ma se lo ricordi, Augias, in questo mondo, nella nostra piccola Italia, nessuno si salva da solo.
Ma se proprio è certo di ciò che contro di me ha affermato, occhi negli occhi, lo dica anche al procuratore Nicola Gratteri che la Calabria è irrecuperabile e perduta. Ma mi raccomando, glielo dica dopo lo stremo di una delle sue sudate operazioni, per cui non gli è venuto giorno e neppure notte. E poi con la stessa facilità con cui mi giudica, gli tacci come inutile il suo lavoro, tanto per le cose perdute nessuno può far nulla, neppure lui. Infine, da buon Italiano meritevole, si faccia portavoce al mondo del mio lutto, e dica: la Calabria è morta. È Morta, lo urli. Perchè vede, è la morte, solo la morte che rende le cose e gli uomini definitivamente perduti e irrecuperabili.
Ma io, caro Augias, io sono viva e sono qui, alla punta dello stivale, a reggere una Patria intera con la forza delle mie gambe, e con quella delle braccia date da sempre al resto della Nazione.
Sono viva Augias, e sono qui perché non permetterò a nessuno, né oggi né mai, che quelli come lei vadano negando la speranza ai figli miei, a quelli nati ieri, a quelli venuti alla luce oggi, e a tutti quelli che nasceranno domani. Perché bambini che sognano, in Calabria, ne nascono ancora. E io sono la loro terra. Terra di malaffare? NO, Terra dei calabresi onesti, puntuali, lavoratori. E se cerca la terra di nessuno, non sono io. Nessuna terra lo è, Augias. Ogni terra ha la sua gente e ogni uomo la sua terra. Tutti lo stesso mondo. E lei è semplicemente vittima del suo ego.
Ma da buona terra accogliente quale sono, la invito, Augias, la invito a venire quaggiù a fare il suo prossimo viaggio. Si scoprirà sorpreso, vedrà. Dietro al grigiore con cui tutti fomentano la mia fine, e millantano di sapere come salvarmi, ci sono tanti colori che invece mi danno, anzi mi garantiscono la vita.
È vero, la ‘ndrangheta esiste, hai voglia se c’è. Conosco bene le mie debolezze, le mie grandi pene, ma la gente che lavora, che si sacrifica per sé e per me, e che lotta senza sosta per estirpare la malapianta dal mio grande giardino, esiste il doppio e anche di più.
Scoprirà, caro Corrado, che l’amaro in bocca che oggi ha e che forse anche la tormenta, con cui mi si scaglia contro ferocemente, potrebbe diventare dolce. Più dei fichi di fiore. Si ricordi che sui monti di pietra nascono i fiori, e anche dalla terra dura si può dissotterrare un tesoro.
Il mio invito è sincero, Augias, ma la prego, lasci ogni stereotipo fuori dai miei confini prima di arrivare, eviterà il giorno dopo di dire: scusate mi ero sbagliato.
Certa e sicura che il mio sarà per lei un gradito invito, la saluto affettuosamente dai due mari, ricordandole, per i suoi futuri interventi sulla mia pelle e sulle mie ossa che, “LA DIGNITÀ È IL LATO POSITIVO DEI CALABRESI. (Corrado Alvaro)

(rrm)

Il sugo delle polpettine, il profumo delle braciole – di Giusy Staropoli Calafati

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Ciao ciao 2020. Per l’anno che verrà vorrei che tutte le nostre giacche firmate avessero il tanfo delle braciole della nonna fritte all’olio d’oliva, che i nostri capelli sapessero del fritto delle nacatole fatte per la festa dalle nostre madri, che la pasta del pane o della pizza, lievitata nella bacinella di plastica, lavorandola si impigliasse nel solitario che portiamo a volte al posto della fede, riempendone le fessure.

Vorrei che dai comignoli delle nostre case giungesse a chiunque l’eco del chiacchiericcio felice delle nostre famiglie, e d’esse facesse parte anche la piccola fiammiferaia una volta per sempre.

Vorrei che la nostra ventiquattrore non avesse più un codice di accesso, ma pesasse meno e contenesse più fichi secchi a croce e noce e meno fogli.

Vorrei che sulle nostre scrivanie al posto del calendario vi fosse una foto di famiglia più grande della cornice, e che al posto del caviale, servito a chissà quanti euro, con vista Manatthan, ci sporcassimo, senza bestemmiare, la camicia bianca appena comprata con il sugo delle polpettine fatte col pane raffermo dalle nostre zie.

Vorrei infine che un viaggio a piedi, mettesse in garage le nostre auto, e che invece delle migliaia di rose rosse olandesi spedite con Interflora come fosse un trucco magico, raccogliessimo anche solo un fiore di acetosella portandolo a mano a chi amiamo.

Questo vorrei. Che sentendoci uomini e donne, allo scoccar dell’attimo, ci ricordassimo dei bambini in cui abbiamo abitato, invitandoli a far parte per sempre della nostra vita. (gsc)

[Scrittrice]

GLI INTELLETTUALI CONTRO IL GOVERNO:
CALABRIA È DI NUOVO TERRA DI CONQUISTA

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Egregio Presidente Conte, scrivo da una regione la cui tunica viene giocata a sorte per l’ennesima volta. E le folle insistono a voler scegliere Barabba, a conferma che Cristo davvero si è fermato a Eboli.

La Calabria ancora una volta terra di conquista. Si continua a succhiarle il sangue da ogni parte del suo corpo nudo, mentre con occhi fragili e agonizzante, chiede aiuto. Si vuol rendere sazio solo chi ha sete (di potere, di quattrini e di vendetta). Si continua a violentarla con la pratica immorale della ripetizione, senza farle neppure prendere fiato, mentre con voce fioca, grida aiuto. Si vuol soddisfare la smania di chi ha il disio di provar piacere.

Così, nella minimizzazione di una terra voluta sempre serva, ogni atto di violenza carnale alla Magna Grecia, ha il suo complice. E verrà scritto sui libri di storia il suo nome. E saranno più d’uno quelli a cui verrà chiesto il conto. Più d’uno, saranno i banditi pronti a levarle via la purezza degli ulivi, il volo casto della rondine marina, il candore dei bianchi calanchi.

La scrittrice Giusy Staropoli Calafati
La scrittrice Giusy Staropoli Calafati

Dopo che con il nostro sangue abbiam fatto l’Italia, caro Presidente, insistete a volerci privare dei diritti essenziali, calpestandoci la dignità, ed eliminandoci dalla nostra stessa storia. Ma se cadiamo noi, cadrà l’Italia intera. Siamo gli arti inferiori su cui si regge la Nazione. Se si piegano le gambe, viene giù tutto il corpo. Nessuno si salva da solo. Proprio così, nessuno si salva da solo.

Noi, esistiamo, Presidente Conte. I calabresi, esistono. Nell’onestà, nel sacrificio, nel lavoro, dallo Jonio al Tirreno, Dall’Aspromonte al Pollino. Con le forze e le debolezze, i sogni e le speranze. E al contrario di come fece Antonello dell’Argirò, che bene e saggiamente seppe raccontare Corrado Alvaro in Gente in Aspromonte, noi non ce ne staremo più qui, in cima ai monti, o giù per la marina, ad attendere la giustizia, affinché, col tempo suo, decida di arrivare. Le andremo incontro. Oggi più che mai. Perché se la politica, ancora una volta, si arroga il diritto di scegliere tra Gesù e Barabba, e Cristo lo inchioda e Barabba lo libera, il Covid non ce la fa a far differenze. Dove prende, coglie. E se coglie quaggiù, ancor più di quanto già non stia facendo, di scrivere ai postumi non avremmo altro tempo.

Questa è terra nostra, signor Presidente, non di nessuno. Ci avete visti piangere, quando in fila come soldati, alle stazioni, con il fazzoletto in mano, salutavamo i padri, e i parenti, è vero. Ora invece ci vedrete disposti solo a lottare. Nessuno può morire perché qui, tra gli ulivi, non ci sono abbastanza ospedali. Il Re è stato lasciato nudo troppe volte.

Da calabrese vorrei poter dire che Cristo non si è fermato a Eboli. Eppure la bufera che si abbatte sulla mia terra, testimonia che qui forse non vive nessun Dio. Il Governo centrale ci premia con l’invio di commissari su commissari. Cotticelli, Zuccatelli. Ferite sopra le ferite, senza farne rimarginare mai neppure una. E allora bisogna interrompere una volta per tutta la continuità massacrante che da un decennio a questa parte ci ha logorati soprattutto come esseri umani. E proprio per questo, ho deciso di scriverle questa lettera aperta. Perché nessuno di noi può più stare a guardare. Un giorno accadrà che i nostri figli, i figli nostri, ( e con buona grazia del Cielo i miei son quattro) ci chiederanno il conto per ciò che abbiamo fatto. Con qualunque carica abbiamo ricoperto, anche la più banale, o magari la più scontata. E in quel tribunale che sarà il loro futuro, caro signor Presidente, dovremo saper rispondere tutti.

La Calabria va saputa prendere, messa nelle mani di chi ne sa del Sud. Abbiamo uomini e donne che neppure lei immagina. Abbiamo menti, eccellenze, capacità, uomini coraggiosi e incorruttibili. Perché bisogna attingere sempre a graduatorie forestiere riportando in essere, ancora una volta, un programma troppo delineato, già previsto, con cui si arriverà in via definitiva a privare un popolo della sua dignità, e anche della vita? Perché?

A esser servi non ci siamo mai stati, Presidente Conte. Siamo insorti a Melissa, a Reggio Calabria, a Catanzaro. Quando ci mancava la farina, quando ci rubavano le olive, e certe volte anche le terre. A ogni pietra d’inciampo, quando siamo caduti, ci siamo sempre rialzati.

Calabria. In punta allo stivale, ma non al cuore.

Vorrei tanto che per un solo attimo Cesare Pavese, forestiero al confino nella desolata Brancaleone, le dicesse, come fece con sua sorella Maria, chi sono i calabresi e quanto vale la terra di Calabria. Amata e dannata, terra.
Vorrei che glielo dicessero Umberto Zanotti Bianco, Edward Lear, Paolo Orsi. Nessuno può operare, curare, dirigere e tanto meno commissariare una terra che non conosce. Un popolo che poco o niente rispetta. Che non gli è né conoscente, né affine.
Corrado Alvaro diceva il calabrese va parlato, ascoltato, voluto bene. Ma nessuno lo ha fatto. Eppure il maestro insegna e gli allievi imparano. Voi no. Ci avete sempre costretti, per fame, (e ora anche per salute) a essere briganti. A emigrare. E continuate a farlo. A volte con sdegno, altre solo per un piglio. Peggio dei signori (gnuri) che torturavano la vita dei coloni, schiavizzandoli per il pane o magari per la penicillina.
Ma son finiti quei tempi, caro Presidente. È finita l’ignoranza, l’analfabetismo… Ora anche qui ci sono i libri, quelli che li scrivono. Ci sono l’intelligenza, la scelta, le idee, i valori, il coraggio e anche il doppio della lotta di ieri. I Calabresi non ci stanno più alle barbarie di un’Italia che ha sempre approfittato del suo Sud. L’era del latifondo è ormai passata. L’abbiamo combattuta e anche vinta. E ora, questa in cui liberamente vorreste bivaccare, e con maggiore forza di prima lo ribadisco, è terra nostra, non di nessuno.

I Proci hanno finito le risa porche e maledette, e pure la pacchia antica dei calici e del vino. Ulisse torna a Itaca. Ulisse è il nostro orgoglio, caro signor Presidente, Itaca, la nostra terra.

Venite, venite a vedere, a capire, a sentirci parlare, a dirci che da domani non dovremo più soffrire.

Venite a dirlo agli anziani, ai bambini.
Venite a dire ai giovani che possono restare. E che la soluzione non è più partire.
Venite, se ce la fate.
“Sono calabrese, ma sono figlia d’Italia anch’io”.

(gsc)

VIBO – Incontro con Giusy Staropoli Calafati

26 ottobre 2018 – Oggi pomeriggio, a Vibo, alle 17.00, presso il Palazzo Santa Chiara, sarà presentato il libro “Il viaggio delle nuvole” di Giusy Staropoli Calafati.
L’evento è stato organizzato dal Sistema Bibliotecario Vibonese in collaborazione con Libera Vibo Valentia e l’Associazione Gam.
Si parte con i saluti di Gilberto Floriani, direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese, e di Giuseppe Borrello, referente Libera – Provincia di Vibo Valentia. Interviene Don Emmio Stamile, referente Libera – Regione Calabria.
A seguire, si svolgerà un workshop filosofico-letterario dal titolo “Alla ricerca del senso nel Modello di Riace”.
Conduce il dialogo tra il pubblico e l’autrice Francesca Nacci, presidente Associazione Gam.
Il libro, è edito da Laruffa. (rvv)

SIDERNO – “Il viaggio delle nuvole” di Giusy Staropoli Calafati

19 ottobre – Sarà presentato oggi, a Siderno, alle 18.00, presso il Mondadori Bookstore di Siderno, il libro “Il viaggio delle nuvole” di Giusy Staropoli Calafati.
Dialogano con l’autrice Rossella Scheri, Don Ennio Stamile, e Isidoro Napoli.
«Questo romanzo – si legge nella prefazione a cura di Don Ennio Stamile – è un caloroso invito rivolto davvero a tutti, nessuno escluso, a prendere un pezzo del nostro paese per dargli speranza con l’unica forza disarmata e disarmante che è l’amore.
L’amore vince sempre a volte anche perdendo.
Queste pagine sono il racconto di una storia d’amore. L’amore per la propria donna o il proprio marito, per il proprio paese. Quell’amore che non conosce la diversità della pelle, che non si ferma neanche di fronte a ciò che sembra un muro non sormontabile come il non poter avere figli.
Sì davvero “forte come la morte è l’amore”, come ci testimonia il Cantico dei Cantici». (rrc)

SARACENA: OGGI L’INCONTRO CON GIUSY STAROPOLI CALAFATI

2 agosto – Si svolge oggi, a Saracena, alle 19.00, presso Piazza Mazziotti, la presentazione del libro “La terra del ritorno” di Giusy Staropoli Calafati.
L’evento, organizzato dal Comune di Saracena in collaborazione con l’Accademia Pollineana di Castrovillari,  comincerà con i saluti istituzionali di Renzo Russo, sindaco del Comune di Saracena, e sono previsti gli interventi di Rosanna Propato, Assessore alla Cultura del Comune di Saracena, e di Gianluca Gallo, Consigliere Regionale Calabria.
Introduce e coordina Pasquale Pandolfi, vicepresidente Accademia Pollineana di Castrovillari.
Il libro, edito da Pellegrini e con la prefazione di Gioacchino Criaco, ha vinto la selezione regionale calabrese del Premio letterario “La giara”. (rcs)