Premio Strega: incanta la Calabria narrata da Giusy Staropoli Calafati

di PINO NANO –  Proposto dall’illustre poeta, scrittore e giurista calabrese Corrado Calabrò, Terra Santissima, il romanzo della scrittrice calabrese Giusy Staropoli Calafati, Laruffa editore, è oggi il libro “calabrese” candidato alla LXXVI edizione del premio Strega 2022. È bastato che la notizia facesse il giro dei social per scatenare un infermo di reazioni a catena, positive, piene di amore per la gente di Calabria, e soprattutto di grande curiosità per un romanzo che racconta la bellezza superlativa dell’Aspromonte.

Gli Amici della domenica, il gruppo storico della giuria del premio, martedì hanno proposto i 74 libri di narrativa italiana pubblicati tra il 1° marzo 2021 e il 28 febbraio 2022 “degni di partecipare” al Premio Letterario Italiano forse più famoso nel mondo. Spetterà ora al Comitato direttivo del premio scegliere i 12 titoli finalisti che si disputeranno la cinquina da cui verrà il vincitore dell’ambito riconoscimento. Tra i 74 titoli candidati allo Strega c’è dunque anche Terra Santissima, il nuovo romanzo della scrittrice calabrese Giusy Staropoli Calafati edito da Laruffa editore, un libro che sin dalla sua prima uscita pubblica ha riscosso ampi consensi generali soprattutto dalla critica più accreditata. Una rivelazione in senso assoluto per questa giovane intellettuale calabrese che oggi ha privilegio di raccontare la sua terra di origine ai grandi giurati del Premio Strega, e questo grazie alla segnalazione autorevole e solenne che gli è stata fatta da un poeta elitario e così amato come lo è Corrado Calabrò, calabrese anche lui come Giusy Staropoli Calafati.

– Giusy, come sta vivendo la notizia della sua presenza allo Strega?

«Lo Strega è uno dei premi italiani più prestigiosi e importanti per uno scrittore. Ci sono passati i più grandi. Da Flaiano a Pavese, a Moravia, a Elsa Morante fino a Corrado Alvaro. Con Quasi una vita vinse lo Strega nel 1951. Ed io, comunque andrà a finire questa avventura, che se anche si fermasse qui realizzerei un grande sogno, è a lui Corrado Alvaro che voglio dedicare la candidatura al premio Strega di Terra Santissima. A Lui e a Francesco Perri. A lui, a Francesco Perri e a Mario La Cava. Al trittico delle lettere: a Saverio Strati-Carmelo Filocamo-Walter Pedullà. Sono loro i padri della scuola alla quale mi sono formata. Alla Calabria che con passione e orgoglio mi onorerò di rappresentare».

– Giusy, deve essere  una bella soddisfazione comunque essere già arrivati a questo punto, non crede?

«Essere proposta allo Strega è un risultato importante. Ma è soprattutto la ricompensa a non avere mollato mai, ad averci sempre creduto, e crederci ancora. E perché forse la letteratura davvero potrà salvare la Calabria. Allo Strega, con Terra Santissima, viene proposta la Calabria. San Luca, Polsi, Pietra Cappa, tutto l’Aspromonte. Il coraggio dei calabresi, la dignità descritta da Alvaro. Mia madre e mio padre. I miei nonni, i miei figli, ma soprattutto gli uomini e donne in grado di resistere quotidianamente “al dubbio che vivere rettamente sia una cosa inutile”.  Ora non mi resta che incrociare le dita. E che più persone possibili lo possano leggere. In Calabria, in Italia. Ovunque.

– Terra Santissima, ricordiamo arriva allo Strega su proposta di Corrado Calabrò, famosissimo grand commis di stato, giurista di altissimo profilo istituzionale, ma anche scrittore e tra i più importanti poeti italiani contemporanei. Ma leggiamo insieme quello che Corrado Calabrò ha scritto per lo Strega:

«Andata via – scappata – con la famiglia a nove anni, la giornalista Simona Giunta torna in Aspromonte per quello che avrebbe dovuto essere un breve servizio giornalistico sulla ‘ndrangheta, ma ne viene attratta irresistibilmente con un richiamo profondo e un’immanenza pervasiva. Solo chi vi è nato conosce veramente l’Aspromonte: una montagna verde come la Svizzera ma dalla quale si vede il mare che abbraccia su entrambi i lati la Calabria, terra bella e incontaminata dai paesaggi incantati sotto un cielo azzurrissimo, abitata da persone vere, estremamente ospitali ma capaci di determinazioni estreme, persone che sono nel mondo e fuori del mondo, sospese tra la realtà mutante e regole di vita non scritte eppure rispettate religiosamente».

Ma l’ex Consigliere di Stato va ancora oltre e aggiunge: «Alla religiosità (che è altra cosa della religione) è legata sacrilegamente la “Santa”, la ‘ndrangheta, che pur avendo esteso i suoi tentacoli alle città dell’intera penisola mantiene in Calabria radici tenaci con l’intimidazione generata dalla sua ferocia. Con un linguaggio incalzante, insaporito da espressioni dialettali, talvolta decantate poeticamente, Giusy Staropoli ci rivela un mondo vero, non omologato con gli stereotipi dei resoconti di chi non lo sente dentro come parte inscindibile di sé.

«Parliamo di “Un amore appassionato per la sua terra, che si metastatizza nell’amore della giornalista per un pastore, anima la descrizione di luoghi e di consuetudini di vita, restituendoci in modo palpitante l’attrazione fatale nella bellezza e nella perdizione di una Terra Santissima, nella quale – conclude Corrado Calabrò – tanti uomini e donne sanno resistere quotidianamente “al dubbio che vivere rettamente sia una cosa inutile”.

«Una scrittura potente e una trama romantica e feroce», dice di Terra Santissima il giornalista-scrittore Mimmo Nunnari.  «Un libro controcorrente ma anche un libro di protesta» aggiunge lo scrittore Santo Gioffrè. Senza dubbio, un romanzo di grandissimo impatto mediatico, scritto da una scrittrice di cui sicuramente sentiremo parlare nei mesi e negli anni che verranno. E questo, ne siamo certi, a prescindere da come andrà a finire il Premio Strega 2022. (pn)

LA CALABRIA HA UN CUORE E QUESTO BATTE
A SAN LUCA NEL NOME DI CORRADO ALVARO

«San Luca torna finalmente a essere la patria di Corrado Alvaro e null’altro. Un punto di riferimento fermo, da dove originano importanti stagioni di pensiero». Così la scrittrice calabrese, Giusy Staropoli Calafati, sulla sua pagina Facebook, riferendosi alla piccola cittadina aspromontana che diede i natali a uno de più grandi scrittori italiani ed europei del ‘900. 

Giusy Staropoli, racconta, come fosse una pagina di diario, il suo primo viaggio a San Luca. Una narrazione intensa in cui viene sviscerato l’amore per la Calabria che, nel paese di Alvaro, secondo la scrittrice vibonese, trova il suo completamento. Il sindaco Bruno Bartolo e la sua amministrazione, rimangono rapiti dalle parole usate dalla scrittrice nei confronti della città alvariana. 

Se la Calabria ha un cuore questo batte a San Luca. Qui nacque Corrado Alvaro.

L’amministrazione, guidata da Bruno Bartolo,  infatti, già a lavoro per ridare un volto nuovo alla città, spesso sfregiata da stereotipi e pregiudizi, fa propria la frase di Giusy Staropoli Calafati, inserendola nella cartellonistica che da qualche giorno campeggia all’ingresso del paese. Scommettere su Alvaro, significa credere in una rinascita collettiva, culturale e di pensiero, possibile. San Luca vuole giocarsi tutto. E scommette su sé stessa.

Giusy Staropoli Calafati, pioniera della letteratura calabrese, impegnata da anni nella diffusione del pensiero e delle opere dei più grandi autori del ‘900, promotrice del Manifesto per lo studio nella scuola italiana degli autori calabresi, da Corrado Alvaro a Saverio Strati, rappresenta per la Calabria un punto di riferimento importante, centrale, per la ricoperta identitaria attraverso il pensiero, la poetica e le opere dei più importanti geni letterari calabresi. 

Attraverso la frase della Staropoli, Corrado Alvaro torna, dunque, a San Luca, con la consapevolezza della sua gente, come pensiero, idea, progetto, identità. E se serviva un punto preciso da cui ripartire, finalmente, crediamo sia stato trovato. 

«Alvaro deve tornare sui banchi di scuola – dice Giusy Staropoli Calafati –. Ne hanno bisogno la Calabria e l’Italia. Vinceremo insieme questa battaglia. Per il bene di tutti. Partendo da San Luca verso il resto del mondo. Dove, se servirà, pianteremo altri cartelli come fossero bandiere»

“Nella mia infanzia, fino a nove anni, al mio paese sono stato felice. Il paese mi pareva grande, mi pareva tutto il mondo”. (Corrado Alvaro). (aer)

La storia: Covid, il male dell’anima. Quando in famiglia scopri un positivo

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Era inevitabile non accadesse. Dalla Cina al resto del mondo, fin dentro casa nostra. Di molti e anche la mia. E non è stato, lo assicuro, come quando come Elliott incontrò ET, e neppure come quando Maria andò in visita nella casa di sua cugina Elisabetta. Che mentre allora, nel grembo di Elisabetta, all’arrivo di Maria, sussultò il bambino, mio figlio, 11 anni, anziché sussultare, è rimasto praticamente immobile. Il Covid lo coglie in pieno. Non gli risparmia nulla. E lo racconto solo ora, ora che tutto è passato, perché certe esperienze, prima di essere condivise, hanno bisogno di essere metabolizzate. Farti fare un bel sospiro di sollievo. 

Nessuno di noi, noi magnifici sei intendo, tanti siamo nella mia famiglia, aveva dato agio al Covid di entrare nelle nostre vite. Sconvolgerle. Almeno era quello che credevamo. Protocolli, regole, precauzioni. Ma non era bastato nulla a tenere lontano questo virus bastardo e irregolare.

La sorpresa è per tutti. Nazareno è positivo. Andiamo nel panico. Che cosa dobbiamo fare? 

Se l’amore unisce, il covid disgrega. Obbliga alla separazione. Subito. Divide. Immediatamente. E non presenta alibi e non concede attenuanti. Neppure ai bambini. Il covid decide, impartisce regole, stabilisce obblighi. Stravolge il senso naturale delle cose. Mette in discussione la meccanica della vita. Inverte il tempo, rallenta le velocità, non declina nulla al futuro, discute esclusivamente al presente.

Un sovrano contro i servitori della gleba. Dove la zolla di terra è la sola speranza di farcela. 

Da madre, non ti capaciti dell’obbligo che ti si impone improvvisamente, di osservare tuo figlio da lontano. Nei momenti più forti, addirittura dal buco della serratura. Bisognava stessi molto attenta, proteggere anche gli altri, ma confesso che è stato duro il confronto con questo nuovo stato di cose. Senza toccarsi, semplicemente pensandosi. 

Non avevo mai profondamente riflettuto su quanto potesse costare un contagio da Covid 19. E quanto il covid è in grado di portare via. I figli sono carne della tua stessa carne, sangue dello stesso sangue, come si può non abbracciarli, o non baciarli di notte? Come è possibile stargli lontano, non toccargli le mani, non accarezzargli la fronte o pettinargli i capelli? Come si può curargli le paure senza potergli porgere una carezza, senza massaggiargli le mani fredde? Il covid oltre che per il corpo è un male dell’anima. Ti distrugge dentro, induce a una sorta di sofferenza spirituale che è peggiore di quella corporale. E ti invita a riflettere, ragionare sulla straordinarietà della vita. Sul suo valore. E concentra il pensiero sul mistero della maternità e della paternità. Sulla necessità dell’essere umano a sentirsi l’altro, facendoti provare i brividi del vuoto, la sensazione del nulla, il niente tutto intorno. Da caso clinico, diventa caso umano, e mettendo ni discussione i rapporti, le relazioni, i legami. 

Sono stati giorni duri. Riflessioni intense e costanti sulla vita e sulla morte. Sul mondo e sull’uomo che nel mondo non sa più come stare, in che modo continuare a vivere bene. Meditazioni mirate sulla forza delle fede, la riconciliazione tra l’uomo e Dio. Giorni di psicanalisi necessaria, viaggi a introspezioni dentro lo spazio di casa, in mezzo l’area occupata dalla famiglia. Affondi e risalite. Immersioni e ritorni in superficie.

Riabbracciando mio figlio, ho rinnovato alla vita il suo valore. La sua preziosa essenza. La sua straordinarietà. Non era scontato che riaccadesse. Non a tutte le madri riaccade. Riabbracciare non è un’ovvietà. Ed è per questo che alla scienza e alla ricerca, ho confermato la grandezza e l’essenzialità. 

Se la bellezza salverà il mondo, esse salveranno l’uomo. E al genio che Dio gli concede, deve andare tutto il nostro compiacimento. 

Mio figlio è negativo. Noi siamo tutti salvi. Forti e maturi per ritornare là fuori e affrontare la vita con tutto ciò che riserva.  (gsc)

SULLA RAI UNA CALABRIA CHE NON ESISTE
LA FICTION ‘LA SPOSA’ INSULTA I CALABRESI

di SANTO STRATI – Passi per le belle spiagge della Puglia contrabbandate per le incantevoli coste calabresi, passi per un dialetto che con calabrese c’azzecca poco, ma il mercato delle “vacche” no, non è tollerabile. La fiction Rai La sposa con la regia di Giacomo Campiotti e la sceneggiatura di Valia Santella (Nastro d’argento 2019 e premio David di Donatello nel 2020) ha fatto invelenire i calabresi e scatenare un’ondata di sdegno come non capitava da tempo. La vicenda è molto semplice. La Rai propone in tre puntate (doppie) la storia di una giovane calabrese (splendidamente interpretata da Serena Rossi) che sposa per procura un settentrionale vicentino per garantire sostegno finanziario alla propria famiglia, in disgrazia dopo la morte del padre.

Ora, la storia in sé potrebbe anche essere carina e avvincente per una trasposizione televisiva (ricorda vagamente un racconto del collettivo Lou Palanca del 2015, che non viene minimamente citato) ma appare evidente che la storyteller si sia fatta prendere la mano attingendo non si sa da quali fonti circa un mercato di vergini (peggio della schiavitù) offerte ad aspiranti possidenti matrimoniabili del Nord. È una vergognosa invenzione che, oltretutto, non trova neanche una collocazione temporale giustificabile: che in Calabria (come in tutt’Italia) ci fossero i famosi “sensali” di nozze che combinavano matrimoni misti nord-sud è cosa risaputa, si davano da fare fino a tutti gli anni Sessanta, ma la storia televisiva dice che siamo nel 1967 (quando già c’erano i germogli della emancipazione femminile che da lì a poco sarebbe esplosa) e traccia un’immagine della povera e disperata Calabria che nemmeno il buon Muccino, tra coppole e asinelli, avrebbe potuto immaginare. 

Il disprezzo verso i meridionali è fin troppo evidente ma risulta gratuito e sgarbatamente odioso (Calabria, vuoi sempre sghei!)  e questo non è tollerabile in una televisione che è Servizio pubblico. Si offre un’immagine contorta e distorta di inciviltà come non è mai esistita: si propone un mercato di vergini al miglior offerente che nemmeno negli emirati arabi d’inizio secolo o negli States di miss Rossella e Mamie della guerra americana di Via col vento, tra razzismo, schiavitù e ribellione. No, hanno ragione i calabresi a indignarsi, soprattutto pensando alle lotte contadine, al sacrificio di Giuditta Levato e di tantissime altre anonime donne che hanno pagato con la vita il rifiuto della sottomissione e della violenza di genere.

È un falso storico e in una fiction, in un film, in un romanzo, si può raccontare di tutto, senza tener conto della realtà, ma un conto è l’invenzione creativa, un altro il viscido filo di razzismo che viene trasmesso dalla tv di Stato e sbattuto in faccia alle cattive coscienze dei sostenitori dell’autonomia differenziata (del Nord ai danni del Mezzogiorno).

Le costiere che appaiono in video non sono della Calabria (gli esterni al mare sono stati girati a Vieste, nel Gargano, per evidenti opportunità di produzione – Film Commission Apulia è stata più brava della nostra?), ma neanche la storia, i volti, i personaggi sono della Calabria. 

Un Paese come l’Italia che conta circa 4 milioni di calabresi fuori dalla regione sparsi per la penisola (alcuni illustri, famosi e meritoriamente apprezzati in tutti i campi) non può accettare un’immagine così retriva della storia del Sud, della Calabria, che offende non solo tutti i calabresi, ma anche gli italiani. 

Non è una “storia di Calabria” quella de La sposa che per tale è stata contrabbandata e grazie al cielo non è stata finanziata dalla Calabria Film Commission, ma ha trovao grande pubblico televisivo nella prima serata di RaiUno.  

Una brutta pagina di televisione che coltiva il seme dell’odio razzistico (Nord contro Sud – non s’affitta ai meridionali) sulla quale riteniamo opportuno proporre e riportare i commenti di due scrittori “autenticamente” calabresi: Santo Gioffrè e Giusy Staropoli Calafati. Due riflessioni che, personalmente, condividiamo in pieno e che, siamo convinti, troveranno il giusto apprezzamento. Ma qualcuno, alla fine, risponderà mai di tanta infamia a buon mercato? (s)

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LO SDEGNO DELLO SCRITTORE DI SEMINARA

di SANTO GIOFFRÈ – Mancava, solo, l’anello al naso. Poi, mel reale immaginario dell’Italia da bere, la Calabria torna terra del Grand tour… Micuzzu… Micuzzu ,vota i crapi, ca cattai na capretta  Calabrisi in Puglia e a facimu cumbojjari du muntuni Veneto, in Piamonte… 

Certo che solo la fantasia e la testa malata, infetta da 40 anni di qualunquismo razzista e clerical- reazionario, con evidenti e subitanee complicità Calabresi,  poteva partorire una ipotesi pseudo filmica in cui, negli anni ‘60, le ragazze calabresi venivano fatte sfilare nelle piazze dei paesi, in un mercato delle vacche, come facevano, nel ‘700, gli schiavisti anglo-olandesi- americani, e sottoposte ad aste in base allo stato di verginità, alla dentiera e alla prestanza fisica per usarle come troie da traino nelle terre del nord. 

Qualsiasi proseguo avrà, questa fiction è di una violenza xenofoba…(prendi i sghei, Calabria…) mai fin’ora apparsa in una fiction su una Rete di Stato. Falsa dal punto di vista storico (negli anni 60 non vi furono, mai, fenomeni  di vendite evidenti e pubbliche di donne… anzi in quel periodo, in Calabria, iniziarono lotte politiche feroci per l’emancipazione, il riscatto culturale e sociale e contro il potere politico dominante… e se drammi sociali e familiari vi furono, questi vanno raccontati sotto il profilo storico, antropologico e sociale…). 

La letteratura calabrese, in quel periodo, mostrava, Resistenza, se pur minima, anche se incapace di farsi avanguardia d’impulsi  d’emancipazione …Cialtroni, miserabili e venduti alla vulgata razzista del nord. Ma ve lo meritate… I pacchi i pasta, anche questo sono, visto che accettate di tutto pur di aver qualcuno da chiamare padre!  (s.g)

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NON È LA CALABRIA, È UNA QUESTIONE DI IDENTITÀ

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Permalosi e orgogliosi. I calabresi siamo così. Suscettibili quando ci toccano la storia e ci reinventano i luoghi. Alterano tutto ciò che attorno ad essi si compie. E che completa la nostra esistenza. Dà acqua alle nostre radici. Fortemente emotivi quando ci scombinano la narrazione, ci strapazzano l’ideologia, ci adattano ai tempi, e ci modificano i decorsi. E non è campanilismo questo risentimento che si palesa sui volti di un popolo intero, è questione di identità.

La Calabria è una parte del Sud, troppo intima, da rendicontare il tempo di una briscola o un tressette. Troppe, infinite le sue declinazioni. Impossibili di essere colte nella totalità.  E interpretarla si sbaglia il concetto, a imitarla si erra per presunzione. E nessuno riesce mai, e per precise ragioni di appartenenza, a fidelizzare con lei completamente. La sua lingua è un ossimoro. Il suo è un idioma potente, impossibile da rendere mediatico. Ha un accento che non esiste.

La Calabria è una gentile colomba. Così ritrae le spose d’Aspromonte, Corrado Alvaro. Anche quelle maritate per procura. Con una sola foto oltre l’oceano. Preservate dal male e dall’affascino.

Nella prima puntata de La sposa, la Calabria torna sul grande schermo ammantata di arretratezza e inciviltà. Riproponendo una questione meridionale praticamente irrisolta.  Ma La sposa non è la Calabria.

La donna calabrese non è una regalia. Non sfila nelle piazze dei paesi, come accade nel film, al mercato delle vacche, per essere messa all’incanto a seconda della sua verginità. Sulla base delle sue possibili prestazioni. Né ieri né mai. La donna calabrese è fimmina! È forza, coraggio, dignità, lavoro, ostinazione e senso, altissimo, dell’onore. 

La sposa in Calabria è valore, anche per procura. È rispetto, è considerazione. La storia cerca verità, non compiacimento. E allora non si esagera, neppure nei fil. È questione di identità.  

La Calabria non è un bicchiere sempre mezzo vuoto, con cui il Nord cerca di placarsi l’arsura quando cazzo gli pare. La mia terra, è un calice di vino rosso pieno che anche il cinema deve imparare a rispettare. Onorando la sua storia, in nome di donne come Giuditta Levato, con tutto il dolore e la resistenza, le lotte e non la ciotìa. Donne come Caterina Pisani Tufarelli, prima donna sindaco d’Italia. Tra le “ragazze del ‘46”, quando già la Calabria aveva avviato la sua emancipazione.

Se non fosse per la capacità del regista, d’aver attributo alla protagonista Maria, interpretata magistralmente da Serena Rossi, la forza inequivocabile che la Calabria ha, che a quanto pare sarà proprio lei a salvare il Veneto, avrei ammonito con fermezza e rigore questa storia. Strumentalizzare una terra come la Calabria, come a volerle ogni volta piegare il capo per la benedizione, è un delitto che non si può perdonare. La Calabria è una terra speciale, e come tutte le cose speciali, va prima provata, assaporata. E solo poi, eventualmente, raccontata nei libri o in televisione.  (gsc)

 

Il Natale di Calabria non è la Calabria a Natale

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Il Natale di Calabria, non è la Calabria a Natale. È di più. È per esempio il sudore serafico delle donne, che scende giù dalle loro fronti durante l’impasto delle curujcchie, mentre l’olio caldo già bolle; è la fatica docile delle madri che preparano per i figli le nacatole attorcigliate alla canna; è l’autorevolezza mistica della famiglia. E non un’appiccicaticcia nuvola di zucchero filato nell’aria melanconica della città, ma una perfetta spolverata di zucchero a velo sopra i tetti timidi dei paesi. Quell’agglomerato di casettine con la propria anima viva. Con all’ingresso una porticina di legno che porta al grande presepe di Natale. 

Nel racconto del Natale, la Calabria, intenerisce la sua rude corazza, si immedesima in sé stessa, e si presenta, sfidando la sua secolare timidezza, nella più naturale e antica forma presepiale. La terra si trasforma magicamente in un presepe. Con tutta la sua santità. Le montagne cariche di neve, l’acqua fredda dei torrenti, le luci soffuse delle case, i fuochi caldi dei camini, il calore tipico delle famiglie, le focaggine in mezzo alle piazze dei paesi, il torrone di Bagnara sopra le tavole nude. 

A Natale la magia della Calabria è sorprendente. Coinvolge i passanti e i residenti. Con le radici della sua storia che sanno di oro, di incenso e di mirra. Perlustrando l’anima santa che la mantiene.

La storia della Calabria, è la storia tipica dell’umanità, con i rovesci e i contrari di madre natura, i fatti e i misfatti dei suoi uomini. Una narrazione mite, sostenuta da un forte incipit tradizionale, che nessuna generazione ha provato mai di cambiare, né altre lo faranno in avvenire. “Camina ca ti camina”. 

Tanto ha camminato la Madonna prima di partorire il suo bambino, e tanto cammina ancora la gente di Calabria prima di allocare in un posto fisso la sua quotidiana natività.

Camina ca ti camina…, così cominciano le fiabe a Natale, nella terra di Calabria, dove se solo i bambini si distraggono un pò, camina ca ti camina, e l’attenzione torna lì dov’era s’era perduta. Nella storia di un Bambino cullato al petto di sua madre. E di cui il nome lo conoscono tutti. I nonni, gli zii, gli amici, i compagni, i bambini, anche il torrone. “Bambineju”.

A Natale, mentre altrove è la meccanica che movimenta i pastori e le pastore, in Calabria è la fede che li accompagna nel viatico antico aperto da Giuseppe e da Maria. Nella scalata dell’Aspromonte e del Pollino. Lungo i sentieri delle Serre e della Sila. Nella notte coi lupi, lungo i greti delle fiumare tuonanti, sotto la chiaranza del un cielo trapunto di splendide stelle.

La Calabria è il tempo forte dell’avvento. La terra potente della perenne attesa, che non si scompiglia mai i capelli né si straccia le vsti, quando tarda verso di sè la vita, né si abbatte i suoi loricati, quando l’alba fa ancora un pizzico di buio. 

Il Natale in Calabria ha più forza che altrove. Essa è piantata nella terra, e qui vi cresce come i pini, i lecci, le vetuste. E protegge, mantiene i sogni, sostiene le speranze. Non sarebbe Natale, in Calabria, senza gli addobbi tradizionali del cuore. Un rito fedele che si svolge dentro le vecchie case dei nonni che, mentre altrove, il Bambino del presepe si presenta infiocchettato nel cellofan, alla luce del focolare delle piccole residenze pastorali calabresi, resiste ancora nudo e di cera. 

Il Natale non rende mai avaro il tepore dell’aria in mezzo al gelo di dicembre. Il bue e l’asino quaggiù vivono ancora, e resistono d’estate per arrivare all’inverno, a fiatare in mezzo alla paglia della natività.

Se Cristo si è fermato a Eboli, il Bambino no.

In Calabria ha la sua culla, il figlio di Maria. Nei cuori dei calabresi la sua dolce naca. Che mentre altrove prende casa Babbo Natale, quaggiù prende messa il Santo Bambino. 

Il Natale in Calabria non è un semplice racconto orale, di tramando dalla vecchia storia, ma la visione reale di una vita dalla quale nessuno ha intenzione di sottrarre la propria. E così tutti si accostano a lui. Tutti partecipano al presepe, la notte di Natale. (gsc)

Dal racconto di Natale di Saverio Strati

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI Per un ragazzo del nord il Natale corrisponde certamente a vetrine illuminate e zeppe di giocattoli e di robe di ogni genere, all’albero dove sono appesi dei regali; e forse non avverte la preoccupa¬zione dei genitori per la mancanza di soldi o di lavoro o addirittura del pane quotidiano. Per un ragazzo del sud, al contrario, il Natale prende un altro aspetto, gli si presenta con altra faccia. C’è il presepe, che ripete pari pari la storia della nascita del figlio di Dio. Ma il presepe in casa è segno di ricchezza: cioè vien fatto nelle case dei ricchi. Nelle case dei contadini o degli operai e artigiani non si fa il presepe. Lo si prepara in chiesa. Ed è opera popolare, costruito, messo su dall’abilità e spesso dalla genialità dei più bravi ragazzi; e concesso al godimento dei poveri attraverso la Chiesa, sempre mediatrice tra Dio e popolo. Certo anche Gesù Bambino sarà andato a piedi nudi per le vie del suo paese, e anche lui avrà avuto i calzoni a brandelli, visto che anche lui era figlio di gente povera. Suo padre era un povero falegname. Cosa poteva guadagnare? Ma certo Gesù era scalzo perché voleva”. (Saverio Strati)

Se i tempi cambiano inseguendo le mode, la letteratura, che conserva l’identità delle cose, potrebbe essere il giusto mezzo per rintracciare i tempi passati. Recuperarli e forse, perchè no, rimetterli in uso. Rivalorizzandone l’importanza, scoprendone la necessità. La letteratura di Saverio Strati fa un lavoro di ricognizione sulle tradizioni e di fermo immagine sul passato, dal valore inestimabile. Così accade nel Il Natale in Calabria, un racconto dedicato alla natività del Bambino, e con cui lo scrittore rappresentata la tradizione identitaria, e il vivere della civiltà contadina meridionale.

Il racconto sul Natale, diventa uno stato d’animo che vive nell’uomo. Nulla, infatti, egli esterna se non lo prova. 

Nell’illustrazione del Natale, Strati, conservandone la magia, esterna i vissuti non come ricordi, ma perfetta quotidianità. E lo fa tracciando una precisa mappa dei luoghi in cui celebra la festa. Saverio Strati, tra gli autori più importanti del ‘900 letterario italiano, pur dimorando in Toscana, vive il suo natale in Calabria. E proiettandosi nella realtà da cui proviene, non tralascia niente. Offre invece al lettore, i profumi, i sapori, i sentimenti e i valori. L’aria croccante della sera della vigilia, quella pungente del giorno di Natale. E poi la casa, la famiglia, la tavola, il torrone e il fuoco. 

Strati, ne Il Natale di Calabria, racconta con la genialità dello scrittore e il valore dell’uomo, un Natale che forse non c’è più, ma che basta cercare dentro ognuno di noi per ritornare a vivere. Un tempo che non è vero che passa, ma semplicemente, come uomini distratti, non riusciamo più a vivere appieno.

Il Natale in Calabria, pubblicato da Strati nel 2006, è un piccolo libro, con illustrazioni, di pochissime pagine. Un’opera letteraria dal valore inestimabile che, per ridare considerazione alla festa, bisognerebbe ritornare a leggere. In Calabria e in capo al mondo. Potrebbe tornare a essere ogni giorno Natale. 

[…] Natale era veramente la festa del focolare, dell’unione della famiglia, della rinascita, della speranza e della vita che è eterna nella successione delle generazioni. Era una festa amata, desiderata: pareva che la natura vi partecipasse per la luce e un senso di tepore e di pace che si manifestavano nel cielo in quei giorni generalmente luminosi e sereni.

Allora più che oggi le feste natalizie erano più autentiche nel Sud che nel Nord: erano più vicine al racconto evangelico. L’albero, per esempio, che è di origine nordica e che non ha nulla da vedere col racconto evangelico, ossia con la nascita di Gesù, era quasi totalmente ignorato. C’era il presepe che ripeteva pari pari la storia della nascita del figlio di Dio: Ma il presepe era un segno di ricchezza: veniva allestito nella casa dei pochi ricchi.

Nella casa dei contadini, degli artigiani, dei lavoratori non c’era il presepe. Lo si preparava in chiesa ed era popolare, costruito e messo su dall’abilità e spesso genialità dei più bravi ragazzi, e concesso al godimento di tutti attraverso la chiesa che è mediatrice fra Dio e popolo. […]

La chiesa per via della gente e delle lumiere in qualche modo si riscaldava e cominciava la celebrazione della messa e nel bel mezzo da fuori cominciavano ad arrivare grida festose. Erano le grida dei giovani che erano andati in cerca di fasci di rami e di legna e avevano acceso il fuoco, un gran fuoco che lingueggiava allegramente e illuminava la piazza e la facciata della chiesa.[…]

Le fiamme si alzavano vigorose e lingueggianti al cielo e destavano in tutti i presenti una gioia irrefrenabile, tanto che molti si mettevano a ballare come se fossero eccitati dalla forza del fuoco, che è simbolo di vita. […]

E rubare fasci di rami o ceppi non era vergognoso, non era reato, anche se la donna derubata qualche volta arrivava strillando e minacciando di denunciare i ladri ai carabinieri.

La messa finiva, il fuoco si spegneva e i contadini partivano per i campi lontani. Spuntava il giorno e con esso i ragazzi si riversavano per le strade e giocavano pazzamente alle noccioline, pensando alla mattina della veglia di Natale quando la mamma si alzava dopo la mezzanotte, per preparare «cose fritte»: zeppole e nacatole. […]

Generalmente ci si riuniva, anzi ci si riunisce ancora oggi, nella casa dei nonni che vogliono avere la «consolazione» di stare, forse per l’ultimo Natale, tra i loro figli: Vogliono averli lì in quella casa dove son nati e cresciuti, dove hanno avuto tante preoccupazioni in comune che ora rievocano ed è come se leggessero un libro scritto da tutti loro. Peccato che qualche figlio è assente: Vincenzo si trova in Australia, il marito di Maria in Brasile.

– Ma sono con noi in spirito –, dice con antica saggezza il nonno. – Beviamo alla loro salute. […]” (S.S.)  (gsc)

Chiamatemi Giusina

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Sono nata di settembre che ero di appena tre chili. Mia madre dice sempre che avevo gli occhi come due olive. Grandi e sgargiati

Sono cresciuta in fretta. Mia madre sostiene che ero in continua corsa contro il tempo. Un passo lui, dieci io.  E perbacco, lo battevo!

Sono diventata una bambina vispa e vivace in un battibaleno. E, abracadabra, mi sono ritrovata donna come, passata la sera, ci si ritrova già il mattino. Da vispa a testarda; da docile a ostinata. Resistente e resiliente contemporaneamente. 

Mi chiamo Giusy. Al paese, sono Giusina per tutti. Ho 43 anni, quattro figli e una montagna di sogni da realizzare. Ché attenzione, non è merda ma sogni.

Sono moglie, madre, zia, e da quando sono nata continuo a essere figlia e sorella. 

Sono una buona amica, almeno credo. Basta interrogare la mia amica del cuore Cetty Greco , ma non approfittate, vi potrebbe raccontare vita, morte e miracoli. 

Fino a diciassette anni ho amato molto le passerelle. Sono stata Miss Provincia Vibo Valentia nel 1998. 

Poi sono rinata. Nel senso che sono diventata grande. 

Ho intrapreso la strada verso quella vita che mi ha portata fino a qui. Alla maturità. 

Sono tante cose oggi, ma soprattutto, tra tutte, prima di tutte le altre, sono una donna. 

Una donna libera con troppe idee e forti ideali, progetti, lotte, pensieri, e anche abbastanza coraggio. A scrivere ce ne vuole tanto.

Sono una donna con le palle, dice mio padre, e quando lo contraddico: – con la testa (di cazzo) papà -,  lui sorride. 

Sono una scrittrice di provincia dico io, vivo a Briatico, in provincia di Vibo Valentia. – Ma mai provinciale –  aggiunge qualche altro. E vabbè, questa la passo. È vero. E dalle verità non si prescinde. 

Non bevo fino a ubriacarmi se non qualche buon bicchiere di vino fatto da vitigno autoctono calabrese. Non fumo, non gioco d’azzardo se non al centro scommesse della vita, dove Calabria è protagonista. Lo sono il mio, il suo, e il futuro dei calabresi. 

Ho tante passioni. Ho ballato sulle punte di gesso per tanti anni. Avvolta nei veli di un tutù, mia madre mi dice sempre, ancora adesso, che ero bellissima. Canto per non dimenticare quando me ne viene voglia, e amo con la sfrontatezza di un’adolescente il mare dentro cui mi immergo come Scilla e Cariddi. D’estate e di inverno. Quando è corrucciato e solo. Una passione e un vizio per cui potrei essere perseguibile e condannata. Come quando mi sento tremare le vene non appena mi giunge nitido il suono della tarantella. Da ovunque provenga. Dall’Aspromonte o dal Pollino.

Ho fatto tante cose, sicure 43. Una per ogni anno di vita. Alcune buone, altre pessime. Ho fatto una marea di cazzate, addirittura minchiate… Tante altre temo le farò nel corso della vita. Ma che ci volete fare, il gioco della vita stessa ha le sue regole irregolari da rispettare. O sei con lei o sei contro di lei. E, aperta e chiusa parentesi,  non sono stata né mai sarò un profeta in patria. Una strafiga certezza. 

Sono scesa in politica come una folle, senza guardami né avanti né indietro, con spirito di  servizio ed esagerato senso di responsabilità, esattamente dopo i 40, ma non ho sbarcato il lunario, anzi… Ma questo cazzo di vizio che ho a insistere e a crederci mi tormenta, e guardo ancora  comunque e costantemente alla Calabria come la super polis da salvaguardare. Il mio presepe di Natale è qui che è allestito tutto l’anno. Nel cuore di questa terra santissima.

Insomma sono io, una calabrese in un tempo sbagliato rispetto a quello consigliabile per quelli come me, che non corrisponde più  né a quello di quando ero bambina, né a quello di quando sono diventata donna. Ché io, scemunita come sono, alle soglie del 2022, rifiuto l’opportunismo e miro alle opportunità. Peccato non abbia un lanternino per cercare, in Calabria, quelle occasioni che, tutto sommato, presuntuosamente, penso mi spetterebbero. Ma va là, Giusina, sveglia!

Una lunga appendice questa, ma urgente per pregare certuni ad  astenersi dal fare apprezzamenti del cazzo sulla figura o sull’idea che hanno su di me, se non riescono a guardare oltre. Dentro.

C’è sempre qualcos’altro dietro una semplice fotografia. Una sognatrice per esempio.

Il Natale di Calabria. E la terra si trasforma in un grande presepe

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Il Natale di Calabria, non è la Calabria a Natale. È di più. È per esempio il sudore serafico delle donne, che scende giù dalle loro fronti durante l’impasto delle curujcchie, mentre l’olio caldo già bolle; è la fatica docile delle madri che preparano per i figli le nacatole attorcigliate alla canna; è l’autorevolezza mistica della famiglia. E non un’appiccicaticcia nuvola di zucchero filato nell’aria melanconica della città, ma una perfetta spolverata di zucchero a velo sopra i tetti timidi dei paesi. Quell’agglomerato di casettine con la propria anima viva. Con all’ingresso una porticina di legno che porta al grande presepe di Natale. 

Nel racconto del Natale, la Calabria, intenerisce la sua rude corazza, si immedesima in sé stessa, e si presenta, sfidando la sua secolare timidezza, nella più naturale e antica forma presepiale. La terra si trasforma magicamente in un presepe. Con tutta la sua santità. Le montagne cariche di neve, l’acqua fredda dei torrenti, le luci soffuse delle case, i fuochi caldi dei camini, il calore tipico delle famiglie, le focaggine in mezzo alle piazze dei paesi, il torrone di Bagnara sopra le tavole nude. 

A Natale la magia della Calabria è sorprendente. Coinvolge i passanti e i residenti. Con le radici della sua storia che sanno di oro, di incenso e di mirra. Perlustrando l’anima santa che la mantiene.

La storia della Calabria, è la storia tipica dell’umanità, con i rovesci e i contrari di madre natura, i fatti e i misfatti dei suoi uomini. Una narrazione mite, sostenuta da un forte incipit tradizionale, che nessuna generazione ha provato mai di cambiare, né altre lo faranno in avvenire. “Camina ca ti camina”. 

Tanto ha camminato la Madonna prima di partorire il suo bambino, e tanto cammina ancora la gente di Calabria prima di allocare in un posto fisso la sua quotidiana natività.

Camina ca ti camina…, così cominciano le fiabe a Natale, nella terra di Calabria, dove se solo i bambini si distraggono un po’, camina ca ti camina, e l’attenzione torna lì dov’era s’era perduta. Nella storia di un Bambino cullato al petto di sua madre. E di cui il nome lo conoscono tutti. I nonni, gli zii, gli amici, i compagni, i bambini, anche il torrone. Bambineju.

A Natale, mentre altrove è la meccanica che movimenta i pastori e le pastore, in Calabria è la fede che li accompagna nel viatico antico aperto da Giuseppe e da Maria. Nella scalata dell’Aspromonte e del Pollino. Lungo i sentieri delle Serre e della Sila. Nella notte coi lupi, lungo i greti delle fiumare tuonanti, sotto la chiaranza del un cielo trapunto di splendide stelle.

La Calabria è il tempo forte dell’Avvento. La terra potente della perenne attesa, che non si scompiglia mai i capelli né si straccia le vsti, quando tarda verso di sé la vita, né si abbatte i suoi loricati, quando l’alba fa ancora un pizzico di buio. 

Il Natale in Calabria ha più forza che altrove. Essa è piantata nella terra, e qui vi cresce come i pini, i lecci, le vetuste. E protegge, mantiene i sogni, sostiene le speranze. Non sarebbe Natale, in Calabria, senza gli addobbi tradizionali del cuore. Un rito fedele che si svolge dentro le vecchie case dei nonni che, mentre altrove, il Bambino del presepe si presenta infiocchettato nel cellofan, alla luce del focolare delle piccole residenze pastorali calabresi, resiste ancora nudo e di cera. 

Il Natale non rende mai avaro il tepore dell’aria in mezzo al gelo di dicembre. Il bue e l’asino quaggiù vivono ancora, e resistono d’estate per arrivare all’inverno, a fiatare in mezzo alla paglia della natività.

Se Cristo si è fermato a Eboli, il Bambino no.

In Calabria ha la sua culla, il figlio di Maria. Nei cuori dei calabresi la sua dolce naca. Che mentre altrove prende casa Babbo Natale, quaggiù prende messa il Santo Bambino. 

Il Natale in Calabria non è un semplice racconto orale, di tramando dalla vecchia storia, ma la visione reale di una vita dalla quale nessuno ha intenzione di sottrarre la propria. E così tutti si accostano a lui. Anche il mare che confonde il suono rumore al suono delle ciaramelle. Tutti partecipano al presepe. Anche Turuzzu, che in dono al Bambino, la notte di Natale, non porta niente. (gsc)


LA NOTTE DI NATALE (da Terra Santissima)

Una notte d’inverno, fredda e scura, tre bambini, tutti figli di pastori, s’incamminarono sotto la luce grande di una stella, che se ne stava a brillare sfavillante in mezzo al cielo, più di tutte le altre, sopra di un vecchio paese, tenuto di peso sopra la schiena della montagna come un nido di terracotta sopra una pietra. La cometa, portava verso il Bambino che gli angeli avevano annunciato quella notte di Natale. Chi portava una capra, chi una pecora e chi niente. Turuzzu non portava niente. Le sue mani, sporche di terra e di pianto, erano fredde e vuote. E si vergognava della sua miseria, l’orfanello della montagna. Era povero. Era nato al freddo e al gelo. Senza capre, né pecore né pane. Turuzzu non portava niente. Nemmeno il ricordo di una madre, il nome da pastore di suo padre.

Giunti alla capanna, i pastorelli si smarrirono la stella. Un Bambino, bianco e rosa, tutto ricciolino, se ne stava tra la paglia nudo, al seno di sua madre, con Giuseppe il falegname, un bue e un asinello,

al freddo e al gelo. Quanto era dolce, quanto era bella mamma sua!

Il pastorello ripensò a sua madre. Una madre che non ce n’era. I bambini, pastorelli uguali a lui, si chinarono a Gesù, e pure Turuzzu s’inginocchiò al cospetto del Bambino. Chi dava una capra, chi una pecora e chi niente. Turuzzu non dava niente. E quella madre, che cullava il Bambino tra le sue braccia belle, per accogliere i doni dei pastori, diede il figlio suo a Turuzzu che non portava niente. Turuzzu portava in braccio, caro mio, Gesù Bambino. 

Quella era la notte di Natale!”

 

(da Terra Santissima, di Giusy Staropoli Calafati, Laruffa editore, 2021)

Mario La Cava: una vita spesa per scrivere della Calabria

“…ho speso una vita per scrivere, per analizzare la Calabria, non so se bene o male; questo non tocca a me dirlo. Posso dire che ho fatto grandi sacrifici, sperando che questa terra potesse avere una sorte migliore, come credo che avrà“. (Mario La Cava)

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Era Novembre. Per fortuna il 16 e non il 17, ma probabilmente non avrebbe fatto differenza.  Sapeva bene che quando la morte arriva non guarda in faccia né i giorni né i mesi né gli anni. Niente e nessuno. Ma ugualmente novembre sembrava essere un mese un po’ più modesto rispetto agli altri per compiere la dipartita. E per Mario La Cava andò proprio così. 

Il 16 novembre 1988, lo scrittore si spegneva nella sua casa di Bovalino, dove aveva trascorso la sua vita. Tra l’odore dei libri e quello dello Ionio. All’età di 80 anni, moriva il padre dei Caratteri del Sud. Intellettuale stimato dalla gente a apprezzato dalla critica. Uomo dal pensiero libero, da sempre impegnato nella lotta ai diritti civili. 

Sacrificio e abnegazione, legati agli anni duri di una Calabria povera, da cui però La Cava non fugge, anzi, appunta ogni cosa. Il dolore, la fame, il valore della terra, l’inettitudine umana. Una vita da scoglio in una Bovalino amatissima, ma che si scopre anche da mare aperto, nel racconto delle sue storie, dove La Cava viene fascinosamente sorretto dall’ardore della conoscenza. Gli anni di formazione, i viaggi, il rapporto con il resto del mondo. Uno scrittore che non falsa mai la sua identità, e resta uomo anche nei libri, rifacendosi a un’esistenza che non è mai agiata né ricca, né troppo ricercata. 

«Sono nato a Bovalino, un paese della Locride, sul mar Ionio, nel 1908. 

Sono uno scrittore ormai anziano, ma molto fortunato per aver vissuto così a lungo. Abbastanza fortunato se penso che i dispiaceri, i disturbi e le seccature che si hanno, non siano cose sempre perdute per l’animo umano. L’esperienza di dolore serve alla conoscenza. Ed io, alla mia età, non dico che mi rallegro di quello che è stata la mia vita, ma la posso accettare con notevole coraggio.

Scrivo. Ho cominciato a scrivere da giovane. La mia passione da principio è stata quella di fare qualcosa che fosse servita a farmi segnalare sugli altri, ma non sapevo che cosa.

Avevo da studente il complesso dell’inettitudine linguistica, dell’incapacità di esprimermi in un linguaggio corretto. Sono calabrese e non avevo dietro di me le glorie letterarie della Toscana. Il linguaggio che parlavo in famiglia era il dialetto, e credevo che il linguaggio delle lettere fosse fortemente lontano. Invece ho visto che il linguaggio letterario può fondarsi benissimo sulla lingua parlata, sul dialetto comune. 

Ho scritto varie opere. Molti sanno che sono uno scrittore, ma pochi mi hanno letto. In Calabria soprattutto, si legge poco, sono molti quelli che scrivono, poeti soprattutto. Tutti vogliono giudizi, chiedono di essere letti, ma nessuno è disposto a leggere gli altri. Noi che viviamo in Calabria, non possiamo dire di essere in luogo ideale per comunicare, avere chi ci voglia leggere e ascoltare, però è un luogo ideale per altri versi. È un luogo in cui la natura parla con la sua bellezza, in cui gli uomini sono, anche nel male, schietti, non falsati dall’estrema civiltà. Abbiamo stimoli culturali notevoli, pur vivendo qui, in questa regione, in un lembo della Calabria, come vivo io da tanti anni. 

Sono nato all’inizio del secolo, e sono stato fortunato, perché avrei potuto morire molto tempo prima. Ancora non sono morto, e spero di prolungare questa mia permanenza sulla terra più che sia possibile, purché abbia la capacità di una mente vigile, perché altrimenti non è vita. 

Questo volevo dirvi».

Mario La Cava, nella veste di romanziere e sopraffino meridionalista, dà un contributo unico ed inequivocabile alla letteratura italiana. Nelle sue opere viene raccontata, e con ricognizione reale, la tragicità della gente di Calabria. Il destino, quasi sempre avverso, di un popolo a volte incapace, altre  impossibilitato, a scegliere. Per questo, i libri dell’avvocato, come tutti riconoscevano Mario La Cava, laureato in Giurisprudenza a Siena, pur con una grande cultura umanistica, vengono considerati necessari alla vita. Pagine di trattati umani apprezzatissime persino da Leonardo Sciasca, il quale, su La Cava, ebbe sempre parole di grande merito. 

«Come quelli di Enrico Morovich, quelli di La Cava sono libri che stanno, che non si muovono, che non si rimuovono, che non conoscono ascese e cadute, cui né ombre né risalto danno il mutare dei gusti e delle mode».

Uno scrittore fortemente legato alla sua terra, Mario La Cava, quella Calabria che, scrive Repubblica, ricordandolo nel giorno della sua morte, ha fornito i prodotti più tipici del realismo meridionalista. Uno scrittore mite e incompreso, titola invece il Corriere della Sera, lo stesso giorno dello stesso anno, in un articolo firmato da Giuliano Gramigna.

«Piccolo, minuto, il cranio lucido, gli arguti e allarmati dietro gli occhiali, Mario La Cava appariva ciò che era, un uomo mite. Ma capitava che si animasse di colpo, per uno sdegno, un impegno civile o letterario: allora la sua voce un poco stridula si alzava per un momento a toni acuti, i gesti diventano fitti e frenetici».

Uno dei massimi autori calabresi, scrivono ancora Il Tempo e Il Giorno. Uno scrittore prolifico e raffinato, “Una voce scomoda del Sud”, Il Sole 24 Ore.

La Cava guarda il mondo attraverso i ritratti, gli scorci, i racconti autentici di una Calabria che è dentro di lui e dentro cui egli ha responsabilmente deciso di restare. Non avrebbe potuto, altrove, trovare ispirazione per i ritratti e i bozzetti dell’umanità che egli narra in Caratteri, la sua opera più celebre. 

Mario La Cava, resta uno dei pochi esclusi dalla categoria degli intellettuali meridionali delle partenze. Egli non lascia la Calabria, non parte per affermarsi altrove. Un calabrese intellettuale anomalo come Fortunato Seminara, i soli due rimasti in terra natia. La Cava deve alla sua restanza, l’autenticità della sua narrazione, sempre  geniale, sincera, mai falsata, e senza per nulla mai prendere in presto storie o situazioni altrui. 

Il professore Pasquino Crupi, uno dei più grandi meridionalisti e intenditori della letteratura calabrese, recandosi a casa di Mario La Cava, nel giorno dei suoi funerali, ai microfoni di una tv locale, fa un’analisi dello scrittore che è intima e altrettanto realista. «La Cava – dice Crupi – restando in Calabria, è consapevole di essere uno scrittore di provincia, lo ha scelto, ma mai, mai di La Cava nessuno potrebbe dire di uno scrittore provinciale. Uno scrittore progressivo, invece, di cui però molti si sono ricordati in morte. La Martin – aggiunge – diceva che la letteratura italiana è una letteratura dei morti, e aveva ragione. Dei nostri scrittori bisognerebbe ricordarsi quando sono in vita, per aiutare loro e al tempo stesso noi.

Ricordare La Cava, vuol dire ricordare gli ambienti e i personaggi della vita meridionale, che hanno dato senso e significato alle pagine dei suoi romanzi. I suoi libri infatti sono testamento di una Calabria spesso sconfitta, dentro la quale è lo stesso La Cava a essere trascurato e incompreso». 

«La scarsa fortuna commerciale dei suoi libri, – afferma Giuliano Gramigna – non aveva mai intaccato la sua dignità. Semmai si rammaricava appena di avere tanto lavorato e di trovarsi alla fine con quasi nulla in mano, soprattutto dal punto d vista pratico; e di avere i cassetti pieni di inediti, e ancora molto da raccontare».

La Cava fu maestro di un genere letterario, oltre che scrittore dal respiro europeo. La  sua letteratura ha avuto e a tutt’oggi ancora ha un compito importante nella società civile. Pur narrando una storia semplice, essa è una letteratura elevata, rivolta alla conoscenza piena dell’uomo. 

Oggi in pochi ricordano lo scrittore di Bovalino. A 33 anni dalla sua morte, molti hanno dimenticato il nome di Mario La Cava. Una disattenzione inaccettabile, che può essere riparata solo studiandolo e leggendolo (nelle scuole).

«…Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo». (Leonardo Sciascia).  (gsc)

Saverio Strati, la genialità postuma di uno scrittore straordinario

TUTTA UNA VITA: IL LIBRO INEDITO DELLO SCRITTORE CALABRESE, EDITO DA RUBBETTINO

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Il percorso che intrapresi parecchi anni fa sulla letteratura calabrese, porta un nome ben distinto e preciso: Saverio Strati.

Ero ragazza quando lo incontrai a scuola. Facevo più o meno la quinta elementare. Un nuovo maestro, ci disse la maestra. Statura bassa, capelli bianchi, scarpe di suola e un paltò del colore della sabbia del mare. E sotto braccio un borsello di pelle. Fu da lì che estrasse Fiabe Calabresi e Lucane, che io e i miei compagni avevamo già letto in classe, e di cui l’autore era lui, insieme al professore, nostro compaesano, Luigi Maria Lombardi Satriani.

Da allora non lo rividi mai più. Anzi ne persi completamente le tracce. Ma solo fino a quando il caso decide di trasformarsi in destino, e Saverio Strati lo ritrovo, e proprio quando non me lo aspetto più. In libreria, in uno scaffale carico di libri, in mezzo ad altri autori. Lo ritrovo con uno dei suoi più grandi capolavori, Tibi e Tascia. Un caso sì, proprio un caso aver posato gli occhi su quel libro, e sicuramente un destino averlo fatto in quel preciso momento. Non passò moltissimo tempo infatti, e di Strati, dopo anni di lungo e assordante silenzio, incominciai a sentir parlare i giornali locali. Lo scrittore calabrese, che da quasi cinquant’anni abitava a Scandicci, in Toscana, vicino Firenze, balzava agli onori della cronaca letteraria per lo stato di indigenza in cui si trovava costretto a vivere.

Ma come era possibile tutto questo?

Mi ero documentata. Saverio Strati era stato uno dei più grandi autori del neorealismo italiano; aveva scritto una quantità eccezionale di libri; era stato letto e tradotto in tutto il mondo; aveva vinto il Campiello nel 1977 con Il Selvaggio di Santa Venere; era stato lui, ancora prima di Sciascia, il primo autore dell’Italia novecentesca, a parlare apertamente di mafia. Ma nel 1991, Mondadori, la casa editrice con cui aveva esordito e si era affermato, rifiutava il suo racconto Melina, e il romanzo Tutta una vita.

Un’uscita di scena ‘imposta’ che impatta bruscamente sullo scrittore, ma soprattutto annienta l’uomo. 

Entrambi provati moralmente, e col tempo anche economicamente. Strati, che vive con il mestiere di scrittore, attinge ai risparmi finché gli è possibile, ma quando anche questi saranno finiti, è ben altro quello a cui le necessità fisiologiche dell’uomo lo costringono. In una lunga e accorata lettera, il piccolo muratore calabrese, diventato grande scrittore nel mondo, si vede costretto, per poter vivere degnamente insieme alla moglie svizzera, Hildegard Fleig, gli ultimi anni della sua vita, a chiedere il sussidio previsto dallo Stato per gli artisti italiani, grazie alla legge Bacchelli.

Alle lettura di questa triste notizia, custode delle forti emozioni del giorno in cui Strati lo avevo visto e ascoltato, toccato con mano, ebbi al cuore uno stretta che ricordo ancora. E fu dolente.

Il mio interesse verso la letteratura calabrese era stato sempre forte, ma da quel momento ebbe, non una ragione in più, ma una precisa ragione. Saverio Strati aveva dovuto, schivo e introverso com’era, superare ogni genere di vergogna, per poter scrivere quelle righe. Sottomettere la sua dignità di uomo. Mettersi a nudo a quel modo non era stato certo facile. Non lo sarebbe stato per nessuno. In fondo, uno come lui, non avrebbe voluto altro se non che si leggessero i suoi libri. Questo infatti chiedeva. Non soldi, ma la pubblicazione delle sue opere. 

La Calabria, contrariamente a quanto aveva fatto prima, ignorando spesso la genialità di Strati, si mobilita a suo favore, e affinché almeno all’uomo fosse concesso di arrivare dignitosamente al tramonto della vita. E fu. Vi furono campagne di sensibilizzazione davvero importanti. E se anche alla fine i libri di Strati non vennero pubblicati, la Bacchelli gli fu praticamente concessa.

Non mi diedi comunque pace, e neppure per vinta, la struttura che era stata messa in piedi attorno a Saverio Strati, non era minimamente sufficiente se misurata sulla base della sua grandezza. Salvato l’uomo, ora bisognava salvare lo scrittore. 

Saverio Strati aveva dato alla letteratura italiana un grande impulso, e la mancata riconoscenza ch’essa le riservava, destinandolo all’oblio, la trovai davvero discutibile. Se Strati doveva pagare un prezzo, per non essere stato avvezzo ai salotti letterari dell’Italia del ‘900 come l’epoca richiedeva, ed essere stato comunque uno scrittore di successo, libero e indipendente, il conto che gli veniva presentato era decisamente troppo alto e ingiusto. 

Dovevo fare qualcosa, non potevo rimanere con le mani in mano. Dovevo almeno provarci. Provare a recuperare. Per il maestro, per la Calabria e per la letteratura italiana.

Scrissi a Saverio Strati – con la mano tremante e una miscellanea di emozioni che pur generandosi nello stomaco arrivavano fin dentro la gola per soffocarmi – almeno un paio di volte, ma non ebbi mai alcuna risposta.

È inutile insistere mi consigliò qualcheduno, datti pace. Il maestro non esiste più, non risponde più a nessuno. Né al citofono né al telefono. Tantomeno alle lettere. Il martirio a cui è stato condannato, non lo ha sopportato. E lo ha distrutto, ucciso prima ancora di morire davvero. Era il 2009.

Il 9 aprile 2014, quando mi giunse la nuova che il maestro era fisicamente morto, persi improvvisamente una parte importante di me. La voce, le parole. Impiegai diverso tempo a metabolizzare quel lutto. Strati moriva lontano, moriva da solo, ai margini della sua terra, e soprattutto, e io lo sapevo, moriva portando la gente di Calabria dentro di sé come il cuore nel petto dell’uomo. Con la sua morte, l’Italia perdeva uno dei suoi più grandi geni letterari, la Calabria uno dei suoi figli più illustri, io il mio grande maestro.

Avevo recuperato tutti i suoi libri, uno ad uno. Li avevo letti tutti, uno ad uno. Ero stata a Sant’Agata del Bianco, suo paese natale; nella sua casa, sulla collinetta di Cola, nella piazzetta di Tibi e Tascia; ad Africo, nella sua Terrarossa, dove da mastro muratore, Strati, aveva contribuito a edificare le scuole elementari volute da Umberto Zanotti Bianco, e lì avevo imparato cosa fosse una teda. E adesso toccava a me. Questo era il mio turno. La preparazione c’era, il coraggio e la grinta pure. Se la Calabria, che era la terra della quale con Strati condividevo il sangue e l’onore, aveva ancora una grande luce da accendere, o anche solo una piccola teda, era sul suo scrittore santagatese che andava puntata. 

Con i libri di Saverio Strati maturai l’esperienza che mi serviva, e mi formai profondamente come donna, come calabrese e come scrittrice. Tra il 2015 e il 2016, scrissi due saggi brevi (Saverio Strati – non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla / Saverio Strati – due racconti), entrambi  a lui dedicati. Lo scrittore dimenticato doveva riapprodare al più presto nella sua Itaca. E la Calabria lo era. Li destinai alle scuole. V’erano dentro la vita, il pensiero, le opere, e anche due racconti inediti. Di uno posseggo il manoscritto in originale, con le correzioni a penna fatte di suo pugno, le aggiunte, i tagli. 

La mia esperienza diventava quella di molti. Un viaggio a introspezione nella Calabria più vera e più autentica, nell’unica sua originale forma. Ma Strati era anche in un romanzo che doveva poter rivivere, in fondo era questa la forma di scrittura che più amava. 

Nel 2017 gli dedicai La Terra del ritorno, pagine intense e forti di cui altro non aggiungo, per quanto abbastanza possa già parlare il titolo.

Andai di scuola in scuola, di paese in paese. Attraversai la Calabria dall’Aspromonte al Pollino, dal Tirreno allo Ionio, e incontrai ragazzi di ogni età e di ogni estrazione sociale. Tra i banchi di scuola Strati ritornava come aveva desiderato, e ritornava con me, e io ne ero orgogliosa. Saverio Strati diventava il “nostro” scrittore. Affettuosamente nostro. Mio e di tutti i ragazzi, di tutti i maestri e le maestre, i professori e le professoresse che incontravo. Nei suoi libri non c’erano scritti i nostri nomi, no, ma la nostra storia sì. C’era tutta, ed era completa. C’eravamo noi, ognuno di noi. 

Partecipai a incontri, convegni, alcuni davvero emozionanti nel suo paese natìo. Era dalla genesi che bisognava partire. Perché in fondo la consapevolezza di ogni cosa, risiede lì dove la cosa nasce. Programmai finanche un viaggio verso la sua casa fiorentina. Scandicci, via Giotto, aria pregna di libri e di storie. Rapporti serrati con il figlio, i nipoti, e poi, poi come andò e come non andò, non è importante, le fatiche fatte, quando si avverano i sogni, non vanno proclamate, quel che conta è il risultato finale. E oggi, chiunque, recandosi in libreria, Saverio Strati potrà trovarlo, incontrarlo com’è accaduto a me. Gioire della sua ritrovata opera. Perché sì, i suoi libri sono stati ripubblicati. Tibi e Tascia, La Teda, il Selvaggio di Santa Venere. Ma la cosa straordinaria è che il suo romanzo inedito, è stato pubblicato anche quello. Tutta una vita, tanto ha dovuto attendere Strati, affinchè quest’opera vedesse la luce. Per i tipi di Rubbettino, la casa editrice calabrese di Soveria Mannelli, Strati torna sulla scena letteraria italiana e come il più moderno degli scrittori. 

Tutta una Vita è l’opera che forse da Strati non ci si saremmo mai aspettati, specie gli stratiani convinti. E se forse fosse stato pubblicato prima questo romanzo, neppure l’avremmo granché capito, né gradito. Ma se è vero che ogni autore ha una sua opera della maturità, allora ecco che Saverio Strati si presenta con una potenza narrativa davvero straordinaria. Uno scrittore maturo? Di più. La genialità dello scrittore.

Strati dà piena libertà al suo vero genio creativo. Se nei precedenti romanzi il focus dell’autore mira prepotentemente e unicamente a mettere in risalto la staticità della Calabria, dentro cui i calabresi si lasciano naturalmente trascinare, in Tutta Una Vita, l’attenzione assoluta è al movimento dei calabresi dentro cui, la Calabria, aprendosi all’Italia, si muove con loro. Una riforma che ci sono voluti anni affinché avvenisse, ma che era necessaria per l’autore e per il lettore. 

L’ordito viene intelaiato arrovescio; la storia comincia finendo, per finire cominciando. Pino Condello è un architetto che realizza i suoi sogni, tra sacrifici e fatiche, contrariamente ai personaggi narrati da Strati nelle sue precedenti opere. Egli infatti si discosta dalla mentalità meridionale “classica” secondo la quale i figli devono seguire i progetti dei padri. Pino, dalla facoltà di Ingegneria passa ad Architettura, il piglio del padre d’avere un figlio ingegnere da inserire nella ditta di famiglia, s’accorge d’essere un peso troppo grande per lui, davvero troppo da doverselo caricare addosso tutta la vita. 

E così, Strati, ricorda a sé e al lettore, attraverso le evoluzioni intime del protagonista, che i figli spesso hanno sogni che non corrispondono ai sogni dei padri, alle aspettative della famiglia. E il piacere di vivere liberamente la propria vita, è la forza nuova con cui costruisce il suo personaggio, permettendogli di fare esperienze diverse e consapevoli. A Pino è l’arte che lo attrae, la voglia di potersi esprimere che lo coinvolge, il desiderio di libertà che lo assale.

Tutta una vita, non è propriamente un romanzo e basta, esso appare sin dal principio la sintesi di qualcosa di più grande. Strati tratteggia la geografia umana dei personaggi e la storia delle loro condizioni sociali e morali, con un fare filosofico tale, da incominciare il romanzo come una sorta di trattato di filosofia. La storia è scissa precisamente in due parti; quella in cui Pino, martoriato dalla coscienza, al termine delle sue esperienze umane spesso sofferte, ripercorre i fatti e i misfatti, i corsi e i ricorsi di cui è stato protagonista, e dove Strati, oramai maestro di vita, inneggia un filosofare che lo magnifica: – […]A pensarci bene non si è mai del tutto soli. C’è qualcuno che ti controlla, che ti giudica, che ti rampogna: la coscienza. Essa è sempre desta, attenta, pronta e coraggiosa a rimproverarti le tue bassezze, le tue debolezze e falsità e vigliaccherie. […] È la tua Sibilla, la tua Madonna […]– ; e quella in cui, sempre Pino, vive direttamente il suo destino, e Strati torna a essere il narratore di sempre, ritorna insomma a fare il mestiere di tutta una vita.

La potenza della narrazione esplode ovunque, e si avverte soprattutto nei monologhi interiori, in cui Strati è il vero e unico protagonista. Egli non lo palesa, ma spesse volte mette da parte Pino e al suo posto presenta Saverio, il narratore e l’uomo, il calabrese e l’uomo del mondo. E lo fa alternando, con capacità espressiva unica, il discorso diretto a quello indiretto. 

La letteratura italiana, con Saverio Strati, ha avuto un grande maestro di architettura umana, eppure non se n’è mia completamente accorta. Strati si è sempre mostrato aperto alla vita, ma in questo romanzo lo fa in maniera inequivocabile. Si spoglia, o almeno cerca, pur rimanendo fermo sulla condizione umana del’individuo, dei limiti della condizione geografica che insistono invece nelle altre sue opere, e libera i personaggi nella dimensione che più gli è congeniale. A Nord e a Sud. Un percorso italiano in cui la contrapposizione dei due poli del paese non svanisce, ma non è neppure assoluta. L’Italia va cambiando e i personaggi si ambientano al cambiamento, seppur ognuno con una propria visione culturale ed economica. Pino si stacca dal paese, suo cugino Lino no. Pino resta a Milano, Lino no. Pino immagina di potersi esprimere altrove ed esprimersi meglio, Lino no. E non è questione di mentalità retrograda, ma è l’interior di entrambi che cambia. L’umano di cui è fatto Pino rispetto a quello con cui si è formato Lino. Strati presenta un Sud meno povero rispetto al suo solito, ancora non sufficientemente aperto, ma sicuramente più operoso (vedi la famiglia Condello), con ulteriori impulsi rispetto al passato, anche se con certamente ancora tanta strada da fare. Racconta di viaggi che si alternano, e non si sofferma mai particolarmente sulle partenze dal paese natio, quale forma assoluta di dolore e di nostalgia, ma racconta la vita nei suoi movimenti naturali. Traccia itinerari che si delineano sulla base delle prospettive e della ambizioni dei personaggi stessi. Cessa la lamentazione della Calabria, che invece racconta nella sua forma tipica, senza per forza dover mettere in competizione le periferie con la città. Concede a Pino possibilità di futuro e di lavoro tanto al Sud quanto al Nord, e non rimette nelle mani di alcuno i fallimenti o le vittorie dei personaggi, se non di essi stessi. Offre a chiunque la possibilità di scegliere, rendendo consapevoli tutti che una scelta fatta, equivale sempre e comunque a una rinuncia da fare. 

Saverio Strati non si pone mai come uno scrittore autobiografico nei suoi romanzi, più volte egli stesso intese precisare questo aspetto, ma racconta semplicemente storie vissute, che inevitabilmente rimandano il lettore alla vita dell’autore stesso.   

In Tutta una vita accade proprio così. È vivo il richiamo ai luoghi di formazione dello scrittore che in grande parte coincidono con quelli del protagonista: Messina, dove Saverio Strati proprio come Pino Condello approda come studente universitario dopo il diploma liceale a Catanzaro nel 1949, e si forma seguendo le lezioni del professore Giacomo Debenedetti; Firenze, i monumenti, l’arte, la geografia, la storia. Melo, questo nome curioso che appare una volta solo nella storia di Pino, e poi scompare, e che invece nella vita dello scrittore ha un’identità e un ruolo precisi: Carmelo Filocamo, suo compagno di studi, l’amico geniale che se non avesse fatto leggere al professore Debenedetti i racconti di Strati, forse oggi non saremmo qui a parlare di un grande scrittore. Poi, il professore Capaci, che in aula, durante una delle sue lezioni elogia il suo studente Condello, così come Debenedetti fece con Strati. Il passaggio da una facoltà universitaria all’altra, con cui Pino Condello (Ingegneria-Architettura) come Saverio Strati(Medicina-Lettere), si staccano dalle volontà familiari, per dare agio alle proprie. E infine l’amore viscerale per i libri che nasce e prende forma in Pino così come accadde a lui: Alle lezioni di fisica o calcolo, il mio pensiero assorbiva e basta; quando spinto dalla curiosità entravo a Lettere e mi accadeva di ascoltare una buona lezione, la mia fantasia si accendeva, la mia curiosità cresceva e la voglia di leggere libri di critica, di filosofia, romanzi importanti diventava veramente inquieta e avida. Avevo letto tanti libri di cui Lino ignorava autori e contenuti. Lino era come il treno che può camminare soltanto sulle rotaie, mentr’io divagavo e facevo tanti pensieri che erano pensieri sulla vita e sul mondo. Insomma c’è tanto di Saverio in Pino, ma l’uno non è sicuramente l’altro.

Tutta una vita, non lascia dubbi. Saverio Strati è uno scrittore nuovo, moderno, ma soprattutto giovane. Se di altri si leggono i romanzi saltando le pagine, i suoi non lo consentono. Tutta una vita meno che mai. Esso tiene incollato il lettore a lungo anche su una stessa pagina. E chiede di essere assaporato, interiorizzato lentamente. A me è accaduto. Non volevo che finisse mai, speravo che appunto, durasse tutta una vita.

Se Corrado Alvaro ebbe l’ingegno di regalarci Quasi una vita, con Strati, Tutta una vita doveva proprio arrivare. In fondo è lui l’autore che chiude quel ciclo letterario.

In Italia ci sono molti premi importanti in cui vengono premiati e riconosciuti romanzi altrettanto importanti, ma secondo quella certa logica che Strati non ha mai condiviso. Quando vinse il Campiello, nel 1977, notò finanche il pentimento di chi lo aveva votato. Non aveva vinto lo scrittore dei salotti letterari italiani, ma il calabrese; aveva vinto la purezza della letteratura e non il libro più venduto dell’anno. E quando ne ebbe coscienza, fu amara la constatazione. Ma nessuno poteva più tornare indietro.

Non credo vi siano attualmente in Italia premi con cui riconoscere il valore di Tutta una vita. Sulla scia del passato non basterebbe più neppure il Campiello. Strati è di più, molto di più. Ci vorrebbe un premio dei premi. E io che del maestro ho imparato a conoscere profondamente il pensiero, penso di sapere quale potrebbe essere, e credo di sapere bene anche quanto Saverio Strati lo renderebbe felice, ovunque esso sia. Felice assai, quasi quanto i giudizi positivi che riceveva dal suo maestro Giacomo Debenedetti quando leggeva i suoi racconti. Ecco, il premio dei premi a Saverio Strati, per Tutta una vita, sarebbe far studiare l’autore nelle scuole italiane. Un dovere verso di lui, un diritto per tutti gli studenti del paese. 

L’opera postuma di Saverio Strati, è un romanzo che va letto per necessità e con convinzione. E che si somma a quella sua sublime produzione libraria che tanto ha da offrire alla formazione dei giovani italiani. Un fondo di cultura preziosissimo a cui la scuola ha il dovere di attingere e con cui può fornire nuove indicazioni di vita ai propri studenti, placando altresì l’esigenza di conoscenza che questi anni hanno. L’occasione va colta, subito. Non si lasci passare ancora tutta una vita. (gsc)

[La fotografia è di Pino Colosimo]