Il pescatore che piange, a Cutro

di GREGORIO CORIGLIANO – Non conosco Vincenzo Luciano, il pescatore di Steccato di Cutro. Uno dei pescatori, quello che quella tragica notte, di un anno fa, si è tuffato in mare convinto di poter salvare alcuni bambini naufraghi.

A giudicare da quello che ha fatto e da come piange ancora per non essere riuscito nel suo intendimento dev’essere un uomo tutto di un pezzo, un uomo rotondo soleva dire il mio amico Renato quando parlava di una persona in gamba. Senza spigolature, senza angoli. Dev’essere proprio così, se quel giorno di quell’annus horribilis piangeva e anche oggi piange. Piange perché due bambini sono morti tra le sue braccia, era convinto di averli tratti in salvo tirandoli da quel maledetto caicco.

Uno aveva gli occhi aperti, ma è morto tra le braccia di Vincenzo, il mio uomo, l’uomo di tutti noi, l’uomo che piange solo al pensiero di non essere riuscito a trarre in salvo quel bambino, l’uomo che tutte le sere, anziché recitare le preghiere della notte, si reca sulla spiaggia, da quel giorno, a salutare quel mare. Ed è il suo un modo di pregare evidentemente. Forse più concreto, perchè anche il gesto di scendere a mare è una preghiera. Guardare le onde, immaginare di essere in acqua è una preghiera per le anime di quei morti senza alcuna colpa se non quella di aver tentato di vivere.

Ed invece sono morti a causa di chi poco o nulla ha fatto per salvarli. Ed è comunque destino, un triste destino che non era scritto da nessuna parte. E Vincenzo, il pescatore di anime, piange, piange da quella notte e non riesce a cancellare il ricordo che è vivo e palpitante dentro di lui. Un bambino tra le sue braccia che aveva gli occhi aperti quando lo ha tirato fuori dall’acqua e poi li ha chiusi per sempre. E lui non dimentica,al punto che non riesce più ad andare a pescare. Hanno tentato in tutti i modi i suoi amici e colleghi di barca, ma niente. Appena si bagna i piedi inizia a tremare ed “un pescatore che trema” non può, non deve scendere a mare. Lo ha spiegato bene a Mariateresa e ad Alessia che hanno avuto la possibilità e la fortuna di avvicinarlo.

E sentire le sue ansie, le sue preoccupazioni. Alle due mie amiche e colleghe ha confidato il suo cambiamento. Era come la gran parte dei calabresi che non hanno un feeling particolare con gli uomini dalla pelle nera o grigia, forse diffidenti, certo poco propensi ad aprirsi con loro. Non si sa perché, pur essendo la nostra, la calabritudine (chiamata così da Pino Nano tanti anni fa) che fa aprire il cuore a a tutti ed è restia con i migrantes. Vincenzo Luciano, però, da quella notte ha capito che, invece, sono proprio come noi, gli uomini dalla pelle diversa e dal sangue uguale, rosso come quello di tutti. Dice addirittura o finanche che forse sono migliori di noi per tutto quello che passano, per i drammi che vivono quotidianamente. Dei quali, forse, non ci rendiamo conto a sufficienza.

Alle quattro del mattino, però, c’è stato il riscatto della gente di Calabria. Nonostante la furia degli elementi, come quando la Summer Love andò a schiantarsi, inghiottendo novantaquattro persone, la gente che una volta la Chiesa chiamava uomini di buona volontà, in circolo, con fiaccole e silenzio urlante, ha voluto misurarsi con un dolore composto, con preghiere e salmi, alcuni in ginocchio, quasi a chiedere scusa, con una barriera di peluche, ben 34, tanti quanti i bambini che non sono sopravvissuti.

Lacrime e riscatto insieme a nome di tutti noi, visto che di migranti e di sbarchi non si parla più, presi come siamo a seguire Gaza e Kiev. Altri drammi, che non si può attribuire alla violenza del mare ma alla violenza degli uomini, di alcuni uomini. (gc)

Il presidente Occhiuto: Mediterraneo non può essere cimitero

«Quando si parla di immigrazione si parla di vite, di vite spezzate. E io come presidente della Regione Calabria vorrei davvero che tutta la comunità politica, al di là delle sensibilità e delle appartenenze, prendesse coscienza che il Mediterraneo non può essere il cimitero dei migranti». È quanto ha dichiarato il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, intervistato da TgCom24.

«Sono molto orgoglioso di governare una Regione – ha ricordato – che l’anno scorso dimostrò all’Italia e all’Europa quanto sia solidale, una terra che è sempre solidale con i migranti. Ogni giorno ne sbarcano tantissimi in Calabria, e i sindaci e le comunità locali li accolgono sempre con spirito di solidarietà e umanità straordinari».  (rrm)

Il presidente Mancuso: Affrontare insieme il fenomeno migranti

«Dinanzi a sciagure umanitarie come quella di Cutro, è auspicabile che la politica e le Istituzioni di ogni livello trovino il modo di allontanare divisioni e polemiche, per affrontare insieme e unitariamente il complesso ed epocale fenomeno dei migranti con  tutte le sue implicazioni». È quanto ha dichiarato il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, a un anno dal naufragio di Cutro.

«Il naufragio di Cutro, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio dello scorso anno – ha ricordato – resta impresso per sempre e indelebilmente nella memoria collettiva. Una pagina tra le più drammatiche dei migranti morti nel Mediterraneo, la cui doverosa commemorazione deve spingere l’Europa e gli Stati aderenti a un impegno di solidarietà internazionale non astratto e saltuario, ma determinato, incessante e concreto».

«È stata una tragedia immane, con 94 morti tra cui 35 minori, a cui la Calabria si è accostata con un forte slancio umanitario – ha ricordato ancora – e lo straordinario apporto di centinaia di volontari e gente comune, associazioni, organizzazioni e vari corpi di polizia, dimostrando al mondo intero una solidarietà incondizionata, fattiva e generosa.  Ammirevoli, per esempio, tra i vari ‘eroi silenziosi’,  la signora Nicolina Parisi, la quale, per avere offerto la propria disponibilità ad accogliere nella tomba di famiglia le vittime del naufragio, è stata premiata dal presidente Sergio Mattarella con l’onorificenza al Merito della Repubblica. E  il brigadiere Gianrocco Tievoli  e il carabiniere Gioacchino Fazio, entrambi premiati con l’encomio solenne dal generale di Corpo d’armata Giovanni Truglio, essendo stati tra i primi soccorritori che non hanno  esitato a tuffarsi nel mare in tempesta».

«Simboli di una Calabria dal cuore grande e fraterno, inoltre – ha concluso –il pescatore Vincenzo Luciano, uno dei primi ad arrivare sulla spiaggia di Steccato di Cutro per trarre in salvo i sopravvissuti, e l’autista soccorritore del ‘118’ Francesco Greco che ha vissuto con un accorato senso di coinvolgimento i primi momenti dello sbarco». (rrc)

Naufragio di Cutro, Succurro (Anci): Davanti a queste tragedie non può esserci contrapposizione politica

«iamo profondamente addolorati per quello che accadde a Cutro l’anno scorso. Ancora oggi siamo scossi. Davanti a codeste tragedie, non ci può essere alcuna contrapposizione politica». È quanto ha dichiarato la presidente di Anci Calabria, Rosaria Succurro, recatasi sulla spiaggia di Steccato di Cutro  per deporre una rosa bianca come simbolo di umanità e di speranza.

«Ricordiamo anche l’accoglienza, il calore che allora ebbero tanti calabresi. La memoria – ha aggiunto la stessa presidente – è necessaria, ma sono indispensabili una sensibilizzazione, una testimonianza e un impegno costanti per salvaguardare i diritti, la dignità e la vita di tutti gli esseri umani».

Con il sindaco di Cutro, Antonio Ceraso, e con tutte le autorità civili e militari presenti, Succurro si è poi fermata in raccoglimento davanti alla lapide che ricorda i morti e i sopravvissuti di quel naufragio. (rkr)

Di vita, non solo di morti, è Cutro

di FRANCO CIMINO – È arrivato, puntuale sul nostro calendario civile, il primo anniversario di quella tragica notte ormai passata alla storia come la “strage di Cutro”. Da subito, istituzioni e mass media se ne sono appropriati per renderla occasione di commemorazione. Ovvero, di iscriverla in una delle tante giornate dedicate.

Tra Onu, istituzioni europee, Parlamento e governo italiano, non sai più dove metterle in quei 365 giorni già strapieni di celebrazioni, tanto che non sai dove collocare le altre che saranno considerate utili. Ma utili a chi? Non certo alla memoria “ da ricordare”. Non certo ai fatti e alle persone, da quella interessati. Non certo alla scrittura della storia, che si serve di ben altri strumenti, pur nel costante condizionamento della cultura operante nel tempo.

Serve, di certo, al potere. E ai poteri, piccoli e grandi. E alle persone, più piccole che grandi, che lo gestiscono o se ne servono. Il potere ha bisogno da sempre di simboli e di riti che lo celebrino per rafforzarsi. E conservarsi. Ovvero, per autocelebrarsi attraverso l’unica forza che ad esso serve. Il consenso del popolo. Si badi del popolo, e non genericamente della gente. La differenza non è di poco conto. Il consenso della gente è di natura elettorale. Occasionale, mobile, transeunte. Sottolinea sempre l’espressione di una parte. E non è sempre o tutta politica. Quello del popolo è solenne. Contiene un qualcosa di storico. Un senso di appartenenza identitario. Una speciale comunanza tra il popolo e i suoi governanti. Insomma, fa patria. Ed eleva il senso di nazione.

Pertanto, anche questa Cutro è chiamata a concorrere a questa ritualità nazionale. Artificiosa e retorica. Da grosso paese di periferia di una regione periferica e lontana, a città della bella Italia. Da imponente centro urbano dominato dalle diverse ‘Ndranghete, con la lunga scia di violenza criminale e di sangue versato, a suo esatto contrario. È questo, straordinario fatto (realizzato, involontariamente), se si vuole, mai, però, finora sottolineato), il dato che, tuttavia, emerge oltre il dramma incommensurabile della notte di un anno fa. Nel mare di Cutro.

A pochi metri dalla sua spiaggia. Da quel caicco che si è fatto in mille pezzi alla prima onda più forte, sono caduti in acqua tutti i centottanta poveri cristi che avevano attraversato quel breve-interminabile tratto di mare che separa le coste africane da quelle calabresi. Di quella piccola folla di disperati carichi di speranza ne sono morti 105. I sopravvissuti settantacinque. Cento i corpi recuperati. Degli altri nulla. Neppure un brandello di corpo, che ne testimoni non la fine, ma la loro presenza in vita. La loro presenza su questa terra. Anche se fatta di dolore acuto, di stanchezza infinita. Di umiliazioni e ferite indicibili. Come quelle della povertà estrema, che li porta a fuggire dalla propria terra. La terra senza pane e senza casa. Senza frutti e senz’acqua. Senza libri e senza penna.

La terra dove il sole non sorge mai e la luna si addolora troppo a uscire. E, perciò, non si fa vedere. E le ferite con le più pesanti umiliazioni, che questi poveri cristi subiscono quotidianamente nei lager in cui vengono imprigionati con la promessa, pagata a suon di dollari fumanti, di essere imbarcati, dopo mesi di traversata nel deserto, su una qualsiasi carretta che li porti chissà dove, purché fuori da quell’inferno. Violenze indicibili, in particolare su donne e bambini, delle quali non dico perché, sommerso da pianto e lacrime, smetterei di scrivere, immaginandole. Tutti morti, quei centocinque. E di una delle più morti più brutte. E beffarde. Morti annegati. A due passi dalla salvezza, la beffa. Con quel grido di gioia spezzato in gola. In mille pezzi, come la barcaccia che come scarti umani li trasportava. Quelle morti da strage quasi programmata da questa cattiva modernità, in cui egoismi e ipocrisia, fanno sì che siano considerate ineluttabili.

Al pari delle guerre, quasi necessarie per la pianificazione demografica. Otto miliardi siamo tanti in questo pianeta così piccolo. E siccome sono in eccesso, insopportabile, per le zone già di maggiore densità, il rischio che una parte, insopportabile, si riversi sulle zone progredite ma progressivamente spopolate, del mondo cosiddetto “ civile”, consente non solo che siano “ legalmente “respinti. Consente anche il rafforzamento di quella bassa cultura del giusto equilibrio tra ricchezza già posseduta da pochi e i bisogni delle popolazioni. Cioè di oltre sette miliardi di esseri umani sparsi in tutto il pianeta. E dalla povertà sempre crescente umiliati. Se ne muoiono in mare a migliaia è quindi fatto ineluttabile. Legge della natura. Quasi una necessità antropologica. La guerra, la sua filosofia becera, lo dice. E di tutte le guerre. La guerra per il pane e per la dignità, è una di queste guerre.

La più crudele. La più vasta e invasiva. Guerra, come quella guerreggiata, dei forti contro i deboli. Dei ricchi, questa, contro i poveri. Che poi è la stessa cosa. L’assuefazione facile e rapida del cosiddetto mondo “civile”, più che dall’abitudine progressiva all’orrore, è data dalla cultura dominante che ci ha preso tutto. Cuore, anima, mente. E memoria. E storia delle nostre origini. Delle nostre vite. A Cutro è accaduta una cosa straordinaria. Che le solennità di queste celebrazioni non dice. È accaduta una cosa imprevedibile. Da cattolico la chiamo miracolosa. Da laico, meravigliosa. La memoria del “Sè”, la persona ricca di dignità umana, si è incontrata con la memoria del “Noi”, la gente del Sud, che ha camminato lungo la storia di violenze e dominazioni, rapine delle proprie ricchezze e devastazioni delle ricchezze dei territori. Storie di partenze senza ritorni e di emigrazioni luttuose e amare. Storie di abbandoni e di promesse, di inganni e di tradimenti. Ma, di contro, storie di lotte e di coraggio, di orgoglio e dignità. Di volontà ferrea e di idealità alte. Del sentire profondo e del guardare lontano. Storie di sogni mai cancellati e di speranze inaffondabili. Di fiducia nella propria terra e nel cuore degli uomini. Storie di riscatto e di vittorie.

Quelle conquistate già. E quelle che uomini e donne del Sud si sono promesse. I pescatori e gli uomini di Cutro e di Botricello, che si sono gettati in mare salvando ottanta persone e pianto disperatamente quando tra le braccia si sono ritrovati i corpi di donne e bambini senza vita, sono quella Calabria di quel Sud. La Calabria che va oltre i suoi confini e quel Sud che si estende a tutti i Sud del mondo. In questi riconoscendosi non come uomini vinti o condannati dalle loro origini, territoriali e culturali, ma come umanità vera, portatrice dei valori umani inalienabili. Dinanzi a queste persone del Sud, come al cospetto dell’isola di Lampedusa e dell’intero popolo siciliano e come le stesse di Locri, Bovalino, Caulonia, Riace, Monasterace, Guardavalle, Catanzaro, e giù a scendere e a salire lungo la costa ionica, la costa degli antichi greci, la costa della Civiltà generatrice, tutto il Paese e l’Europa intera, devono inchinarsi.

Per ringraziarli tutti di un grazie enorme e sostanzioso. Un grazie fatto di gesti, questi sì solenni, come il conferimento da parte del Presidente Mattarella di una preziosa onorificenza all’anziana donna di Cutro che ha aperto la cappella di famiglia ai morti che non trovavano posto neppure nei cimiteri. Penso a gesti analoghi. Per esempio, mantenere gli impegni che il nostro governo ha preso con i sopravvissuti alla strage e con le famiglie dei morti “ uccisi” dall’emigrazione e dalle politiche che la malgovernano. Penso a una legislazione del Parlamento europeo che si muova severamente sulla sua Costituzione e attui con coerenza la legge del Mare. E lo spirito di libertà e fratellanza, che ha nell’accoglienza di tutti i diseredati il suo aspetto peculiare.

Esattamente tutto ciò che con forza chiedo faccia lo Stato Italiano e i suoi governi, ricordando al mondo intero di che pasta noi siamo fatti. Ripetiamolo, in questi tempi bui di divisioni e di strane tendenze alla manifestazione di una forza muscolare, dietro la quale si nasconde un debole senso della democrazia e un equivoca concezione dell’autorità dello Stato e dell’uso della sua forza legittima. Siamo fatti del sangue e del cuore della Resistenza, che ha abbattuto la tirannia e il totalitarismo fascista e impedito il sorgere di altri autoritarismi. Siamo fatti degli ideali della fratellanza e della giustizia, intesi come elementi essenziali della Pace.

E, questa, della Libertà, quale elemento costitutivo della Persona. Libertà che va riconosciuta in chi già la possiede e non concessa. Che va protetta e garantita negli spazi certi della Democrazia, che è il luogo in cui si realizza l’eguaglianza autentica. Tra le persone, le classi, le popolazioni. I territori. Le nazioni. Siamo fatti della Costituzione in cui alberga, nella sua forza laica, la cultura cristiana. Quella che, come dice Moro, che ci parla ancora, rinnova la società e libera l’uomo. (fc)

IL DOLORE PER CUTRO, UN ANNO DOPO
RIVEDERE LE POLITICHE D’IMMIGRAZIONE

di SANTO STRATI  –  È passato un anno da quella tragica alba di sangue e di dolore, a Steccato di Cutro, sulle costa crotonese. Un’alba che ha portato 94 vittime ufficiali e chissà quanti dispersi, vittime di un Mediterraneo inesorabile cimitero dei migranti. Ma non è il “Mare Nostrum” il responsabile di queste vittime, è la crudeltà dell’uomo, è la spietatezza di trafficanti di carne umana, che tratta i migranti come merce che se va a male si butta via.

È la follia del dio denaro che mette in moto vere e proprie organizzazioni criminali che vendono “passaggi” su carrette del mare a prezzi superiore di una prima classe in aereo. Un vergognoso traffico che va stroncato sulle coste di partenza, colpendo connivenze e criminali favoritismi che puzzano di corruzione e sarebberi facilmente individuabili. È una storia che si ripete continuamente in questo mare che rappresenta, in realtà, il volano di sviluppo di tutta la sua area costiera e, grazie alla centralità del Porto di Gioia Tauro, una formidabile opportunità di crescita per tutto il Paese.

Oggi, però, piangiamo quelle povere vittime, di cui rimangono a perenne ricordo le immagini di quelle croci improvvisate e realizzate con i legni dell’imbarcazione andata distrutta. Un simbolo e un monito a non dimenticare per tutto il Paese. Ma non per la Calabria che non dimentica: le lacrime di questa terra sono state e sono tutt’oggi autentiche. È come se si fosse perso un parente, un amico, un conoscente. Eppure restano senza volto molte di quelle 94 povere vittime e non si saprà mai quanti sono stati inghiottiti dalle acque.

La solidarietà, la fraternità, il fortissimo senso di accoglienza dei calabresi, qualora ce ne fosse mai stato bisogno, si è rivelato in quelle acque gelide, nella straordinaria opera di soccorso di forze dell’ordine e privati cittadini che si sono buttati, all’alba, nelle acque gelide per salvare quante più vite possibili. E, poi, a dare aiuto, assistenza, sincera solidarietà ai sopravvissuti, sostegni con ogni mezzo e iniziativa possibile. Piangiamo, a un anno di distanza quelle vittime e non riusciamo a tenere a bada una giustificata rabbia per quanto accaduto. Inutile utilizzare la retorica del “si potevano salvare”, oggi bisogna pensare a come fermare non gli sbarchi, ma le partenze. L’aiuto va dato nei luoghi di origine di chi scappa dalla fame o dalla guerra e appare crudelmente assurda la “deportazione” in Albania studiata dal Governo Meloni. Soldi buttati via, per deportare, secondo opinabili criteri selettivi, chi tenta di sbarcare nel nostro Paese.

Non è la soluzione e il Paese dovrebbe vergognarsi di questa scelta che punisce i migranti e lascia impuniti gli scafisti, ma soprattutto gli organizzatori di questo disperato quanto inaccettabile traffico di uomini, donne e bambini. È proprio errata la considerazione che viene data ai migranti: sono un problema per i più, ma in realtà sono risorse di cui il nostro Paese avrebbe estremo bisogno. Fuggono non solo disperati e affamati, ma anche tantissimi laureati, professionisti, medici che poi finiscono, nella migliore delle ipotesi, nei campi a raccogliere pomodori. È sbagliato non accorgersi del capitale umano che questi nostri fratelli, che tentano di fuggire da una vita impossibile, rappresentano.

Per un Paese, come il nostro, dove la denatalità cresce a ritmi vertiginosi (ma quanti oggi possono permettersi un secondo o un terzo figlio?) e dove i borghi diventano sempre più aree desolate e abbandonate. Mimmo Lucano tutto questo lo aveva capito subito e dai primi curdi accolti a Riace, la città dei Bronzi ma soprattutto la città dell’inclusione e dell’accoglienza, era riuscito a ripopolare un borgo fatto di vecchi e quasi senza bambini. Andate a guardare le immagini di Riace di alcuni anni fa, con quell’arcobaleno di etnie, quei bambini di ogni provenienza, che danno luce e colore a un borgo che stava morendo. Ma il “modello Riace” di integrazione e accoglienza è stato, ingiustamente, criminalizzato e fatto fallire. La formula, in fondo, era semplice: lavoro e accoglienza per favorire l’integrazione, e funzionava.

Eppure la storia dovrebbe insegnarci a guardare al passato per costruire il futuro: le lacrime di Cutro devono servire a far ripensare alla politica di immigrazione, guardando ai borghi e allo spopolamento di medie e piccole cittadine: un piano serio di formazione e avviamento al lavoro per i migranti che hanno diritto di restare in Italia (arrivano anche delinquenti, sia chiaro) significherebbe davvero attuare una ammirevole politica di inclusione e di accoglienza. Non sono turisti i migranti disperati che affrontano i pericoli del mare: bisogna aiutarli a casa loro (dove non c’è guerra, ovviamente) e avremmo una politica mediterranea degna di questo nome. Non serve molto, ma soprattutto è necessario buonsenso. Quello che fino ad oggi è mancato nell’attuare politiche di immigrazione rivelatesi vessatorie e antiumanitarie.

Ricordiamolo ancora una volta: i migranti non sono un problema, ma risorse utili al nostro Paese. Non vogliono vivere di sussidi, ma chiedono di poter vivere una vita giusta, lavorando e osservando le leggi del Paese che li ospita. Tenerli in gabbia (come avviene nei cosiddetti Centri di Accoglienza temporanea) non solo è inumano, ma ha un costo superiore a quello di offrire loro formazione e lavoro. Per questo, l’anniversario di Cutro e il ricordo di quelle lacrime che si rinnovano, può essere l’occasione per ripensare – seriamente – a nuove politiche di inclusione e accoglienza, oltre che di soccorso a chi, nonostante gli allarmi e gli avvertimenti, continua ad affrontare ugualmente il mare su carrette che sfidano la sorte. (s)

L’OPINIONE / Nicola Irto: Governo resta latitante a un anno dalla tragedia di Cutro

di NICOLA IRTO – A un anno dalla tragedia di Cutro, il governo Meloni resta latitante sulle politiche dell’immigrazione. L’Esecutivo provò a salvare la faccia con il decreto Cutro, che non risolve i problemi e anzi li complica, e in seguito ha messo la polvere sotto il tappeto stipulando un accordo di comodo con l’Albania, che prevede il trasferimento nel territorio albanese dei migranti soccorsi dallo Stato italiano in acque internazionali, in attesa che ne siano esaminate le domande d’asilo.

L’anno scorso, la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, aveva rimproverato al governo di voltarsi dall’altra parte rispetto alla questione dei flussi migratori.

Oggi, il centrodestra continua a ignorare che ci troviamo davanti a una priorità ineludibile; che servono risposte condivise nell’ambito dell’Unione europea; che occorre un efficace sistema europeo per salvare le vite umane; che, guardando all’Africa, bisogna rafforzare le politiche di cooperazione internazionale e di sostegno dello sviluppo, ma non con la superficialità e la vuotezza politica che il governo ha mostrato nel cosiddetto “Piano Mattei”.

Inoltre, è fondamentale strutturare un’accoglienza diffusa nei Comuni italiani, contrastare il traffico di esseri umani con adeguate misure repressive di carattere internazionale e aprire nuovi canali d’ingresso legali in tutti i Paesi europei, sia per chi necessita di protezione internazionale, sia per chi migra in cerca di lavoro, senza dimenticare la protezione dei minori non accompagnati prevista dalla legge Zampa, purtroppo svilita da recenti modifiche del centrodestra. (ni)

[Nicola Irto è senatore del PD]

CROTONE – S’inaugura la mostra “I sogni attraversano il mare”

Domani pomeriggio, a Crotone, alle 16, al Museo di Pitagora, sarà inaugurata la mostra I sogni attraversano il mare realizzata da Il Crotonese in occasione dell’anniversario della strage di migranti avvenuta a Steccato di Cutro a causa del naufragio dell’imbarcazione Summer Love.

L’esposizione, inserita nelle manifestazioni organizzate dalla Rete 26 febbraio per ricordare la Strage di Steccato di Cutro, resterà aperta fino al 26 pomeriggio. Successivamente sarà trasferita, a cura del Consorzio Jobel, nella sala mostre del Museo archeologico di Capocolonna.

Saranno esposte 94 immagini, un numero che rievoca le vittime di quel drammatico evento, scattate dal direttore de il Crotonese, Giuseppe Pipita, che è stato il primo giornalista ad arrivare sulla spiaggia del naufragio. Sono fotografie che raccontano quanto accaduto dal 26 febbraio tra Cutro e Crotone.

Una mostra che parte dai momenti drammatici del naufragio e descrive quanto accaduto successivamente: dalla camera ardente del Palamilone, alla visita del presidente Mattarella, dal Consiglio dei ministri a Cutro, alla protesta dei peluche, alle iniziative dei cittadini per chiedere verità e giustizia. Ogni immagine è accompagnata da una breve citazione tratta da testimonianze dei sopravvissuti, da articoli pubblicati in quei giorni, da brani di scrittori, poeti e cantanti che servono a ampliare il significato delle immagini.

«Il titolo della mostra, ‘ I sogni attraversano il mare’ – ha spiegato Giuseppe Pipita – è provocatorio: vuole sottolineare che donne, bambini e uomini sono scappati dai regimi totalitari verso l’Europa per cercare di realizzare i propri sogni: sogni di una vita libera, dignitosa. Sulla spiaggia di Steccato di Cutro, sulla spiaggia di un Paese europeo, però, hanno attraversato il mare solo i loro sogni perché le politiche dei paesi europei continuano a sbarrare le strade a chi è in cerca di diritti. A chi sognava di correre con quelle scarpette rimaste tra i flutti del mare». (rkr)

Lunedì la Giornata commemorativa per rendere omaggio alle vittime del naufragio di Cutro

La Regione Calabria ha promosso, per lunedì 26 febbraio, una giornata commemorativa per rendere omaggio alle 94 persone, tra cui 50 minori, che morirono nell’immane tragedia del naufragio di Cutro avvenuto un anno fa.

Sono previste, infatti, una serie di iniziative per raccontare, testimoniare e per non dimenticare questo enorme dramma contemporaneo che ha toccato non solo la Calabria ma l’intero Paese e l’Europa, che prenderanno il via alle 12.30 a Cutro, nella piazza antistante la Chiesa SS. Annunziata, dove avverrà l’inaugurazione della Glass House contenente i resti del naufragio di Cutro, l’opera d’arte Per non dimenticare dello scultore Antonio La Gamba, il video Summer Love.

A seguire, alle 13, presso la Chiesa delle Monachelle, la giornata commemorativa proseguirà con Orazione, parte del Progetto Metamorfosi, a cura della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti che ha promosso la costruzione di strumenti musicali da parte di persone detenute nel carcere di Opera a Milano, con i legni delle barche dei migranti di Lampedusa.

Orazione unisce Il Canto del legno di Nicola Piovani, composto per il primo violino, costruito con i legni delle barche dei migranti e il testo Memoria del legno di Paolo Rumiz, per raccontare e testimoniare con la musica e la parola questa enorme tragedia dei nostri tempi che vede il Mediterraneo non più come il mare dell’incontro di culture ma cimitero di speranze negate.

A seguire, la consegna dell’opera Memorandum al Comune di Cutro. La Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti donerà una scultura dell’artista Luigi Camarilla. Alle 13.30, si terrà nella Sala consiliare del Comune di Cutro la proiezione del video “Summer Love”, dal nome del caicco, una barca da pesca turca, su cui oltre 180 migranti, provenienti da Afghanistan, Iran, Siria, Somalia e Palestina, viaggiavano la notte del 26 febbraio 2023 quando è avvenuto il naufragio sul litorale Steccato a Cutro.

Il video, promosso dall’Assessorato Economia e Finanze della Regione Calabria, contiene il racconto di Motjaba Rezapourmoghaddam, uno dei sopravvissuti al naufragio, oggi integrato nel tessuto sociale calabrese, oltre a una serie di fotografie degli effetti personali ritrovati dopo il naufragio.

Al termine seguirà una conferenza stampa con il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. (rcz)