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Il docufilm "Nyumba" racconta lo sbarco dei migranti a Cutro del 26 febbraio 2023

Il pescatore che piange, a Cutro

di GREGORIO CORIGLIANONon conosco Vincenzo Luciano, il pescatore di Steccato di Cutro. Uno dei pescatori, quello che quella tragica notte, di un anno fa, si è tuffato in mare convinto di poter salvare alcuni bambini naufraghi.

A giudicare da quello che ha fatto e da come piange ancora per non essere riuscito nel suo intendimento dev’essere un uomo tutto di un pezzo, un uomo rotondo soleva dire il mio amico Renato quando parlava di una persona in gamba. Senza spigolature, senza angoli. Dev’essere proprio così, se quel giorno di quell’annus horribilis piangeva e anche oggi piange. Piange perché due bambini sono morti tra le sue braccia, era convinto di averli tratti in salvo tirandoli da quel maledetto caicco.

Uno aveva gli occhi aperti, ma è morto tra le braccia di Vincenzo, il mio uomo, l’uomo di tutti noi, l’uomo che piange solo al pensiero di non essere riuscito a trarre in salvo quel bambino, l’uomo che tutte le sere, anziché recitare le preghiere della notte, si reca sulla spiaggia, da quel giorno, a salutare quel mare. Ed è il suo un modo di pregare evidentemente. Forse più concreto, perchè anche il gesto di scendere a mare è una preghiera. Guardare le onde, immaginare di essere in acqua è una preghiera per le anime di quei morti senza alcuna colpa se non quella di aver tentato di vivere.

Ed invece sono morti a causa di chi poco o nulla ha fatto per salvarli. Ed è comunque destino, un triste destino che non era scritto da nessuna parte. E Vincenzo, il pescatore di anime, piange, piange da quella notte e non riesce a cancellare il ricordo che è vivo e palpitante dentro di lui. Un bambino tra le sue braccia che aveva gli occhi aperti quando lo ha tirato fuori dall’acqua e poi li ha chiusi per sempre. E lui non dimentica,al punto che non riesce più ad andare a pescare. Hanno tentato in tutti i modi i suoi amici e colleghi di barca, ma niente. Appena si bagna i piedi inizia a tremare ed “un pescatore che trema” non può, non deve scendere a mare. Lo ha spiegato bene a Mariateresa e ad Alessia che hanno avuto la possibilità e la fortuna di avvicinarlo.

E sentire le sue ansie, le sue preoccupazioni. Alle due mie amiche e colleghe ha confidato il suo cambiamento. Era come la gran parte dei calabresi che non hanno un feeling particolare con gli uomini dalla pelle nera o grigia, forse diffidenti, certo poco propensi ad aprirsi con loro. Non si sa perché, pur essendo la nostra, la calabritudine (chiamata così da Pino Nano tanti anni fa) che fa aprire il cuore a a tutti ed è restia con i migrantes. Vincenzo Luciano, però, da quella notte ha capito che, invece, sono proprio come noi, gli uomini dalla pelle diversa e dal sangue uguale, rosso come quello di tutti. Dice addirittura o finanche che forse sono migliori di noi per tutto quello che passano, per i drammi che vivono quotidianamente. Dei quali, forse, non ci rendiamo conto a sufficienza.

Alle quattro del mattino, però, c’è stato il riscatto della gente di Calabria. Nonostante la furia degli elementi, come quando la Summer Love andò a schiantarsi, inghiottendo novantaquattro persone, la gente che una volta la Chiesa chiamava uomini di buona volontà, in circolo, con fiaccole e silenzio urlante, ha voluto misurarsi con un dolore composto, con preghiere e salmi, alcuni in ginocchio, quasi a chiedere scusa, con una barriera di peluche, ben 34, tanti quanti i bambini che non sono sopravvissuti.

Lacrime e riscatto insieme a nome di tutti noi, visto che di migranti e di sbarchi non si parla più, presi come siamo a seguire Gaza e Kiev. Altri drammi, che non si può attribuire alla violenza del mare ma alla violenza degli uomini, di alcuni uomini. (gc)