Biondo (Uil): La Calabria non vuole morire di ‘ndrangheta

«La Uil Calabria sarà al fianco di don Luigi Ciotti e di tutti coloro che scenderanno in piazza a Cassano allo Ionio perché questa terra non vuole morire di ‘ndrangheta e vuole dire basta al giogo mafioso». È quanto ha dichiarato Santo Biondo, segretario generale di Uil Calabria, annunciando l’adesione alla mobilitazione contro la ‘ndrangheta organizzata da Libera per il 17 febbraio.

«Riteniamo quella della partecipazione un’arma importante nel contrasto alla criminalità organizzata – ha aggiunto – determinante per isolare tutti coloro che fanno della violenza lo strumento per esercitare la supremazia sul territorio, per distorcere le regole del vivere democratico, per metterne sotto scacco l’economia».

«Contro il malaffare – ha ribadito – è necessario alzare il muro della legalità e ogni componente della società, in Calabria soprattutto, deve operarsi per cementare il proprio mattone, rendere questo argine invalicabile».

«L’escalation criminale che si sta registrando sul territorio di Sibari e del suo comprensorio non ci lascia tranquilli – ha concluso –gli appetiti delle cosche sono diventati famelici anche alla luce degli importanti finanziamenti che vi sono stati indirizzati e per questo, nel chiedere allo Stato una rinnovata attenzione sulla Sibaritide in particolare ma su tutta la Calabria in generale,  intendiamo unirci a tutti coloro che non vogliono più tacere». (rcs)

TG1-SAN LUCA: SCANDALOSA NARRAZIONE
DI UNA CALABRIA CHE SI VUOLE AFFOSSARE

di MIMMO NUNNARI – Da vecchio cronista Rai e da telespettatore calabrese mi sono molto indignato la sera che il Tg1 delle 20 ha mandato in onda a freddo senza alcun aggancio con una notizia qualsiasi un “servizio di propaganda” sull’attività dei “cacciatori” dei carabinieri, nel cuore dell’Aspromonte, a San Luca.

Ho provato a immaginare cosa poteva essere accaduto, senza tuttavia giustificare lo scivolone di stampo colonialista del primo telegiornale del servizio pubblico radiotelevisivo. Contatti tra uffici stampa dell’Arma e della testata giornalistica principale della Rai: normali scambi di cortesie, che non sono rare nel rapporto tra giornali e istituzioni. Cose che si sono sempre fatte, tra media e forze dell’ordine, e si fanno ancora, non solo alla Rai. A volte questo tipo di servizi si costruiscono con buone intenzioni, alfine di aumentare la fiducia dei cittadini verso le forze dell’ordine, che in questo caso erano i benemeriti carabinieri.

Ma da qui a fare uno spot – così s’e’ capito – senza senso, senza soggetto predicato e complemento, ce ne passa. Il risultato non sarà piaciuto per primi ai carabinieri, che sicuramente avrebbero preferito essere presentati – come meritano – come il volto rassicurante dello Stato presente sul territorio; a volte l’unico volto, dove lo Stato storicamente non c’è, come in alcune località della Calabria, per esempio San Luca. Quel San Luca, presentato come simbolo negativo di una Calabria immaginata come persa e irredimibile, come una comunità da cui stare alla larga, e che i carabinieri tengono a bada.

Ma non è così. Anche Polsi, uno dei santuari mariani più conosciuti del Mezzogiorno, luogo storico di pellegrinaggi e devozione popolare, ricadente nel territorio di San Luca, è stato citato nel servizio semplicemente come località famosa per le riunioni dei mafiosi. Ma non è così. Che a Polsi si siano riuniti in passato i mafiosi, e forse si riuniscono ancora adesso, è risaputo, ma non basta questo storico  “insulto” dei criminali a un tempio sacro, per cancellare la storia di un luogo di culto che “nacque in modo del tutto favoloso”, come scrisse Corrado Alvaro, scrittore di dignità e dimensione europea, che era proprio di San Luca, paese che ha dato i natali pure a padre Stefano de Fiores, uno dei mariologi più famosi della storia della Chiesa.

Chi ha realizzato il servizio televisivo, non aveva certo l’obbligo di sapere tutto ciò, e di fare eventualmente dotte citazioni, o elogiare l’umanità della stragrande maggioranza dei Sanluchesi, ma sarebbe servito per alleggerire il modo preconcetto di narrare che cos’è San Luca, secondo gli stereotipati modelli mediatici nazionali. E neppure di essere informato che qualche settimana prima il ministro della pubblica istruzione Giuseppe Valditara fosse stato nel vecchio centro aspromontano – da secoli abbandonato dai Governi di tutti i colori politici – per promettere: «Investiremo nell’istruzione e nella scuola per dare un futuro ai giovani», aggiungendo: «Ciò significa credere nello sviluppo, ma soprattutto significa riunire l’Italia, un’Italia che oggi è spaccata, che non ha le stesse opportunità formative».

Chissà, se le promesse saranno mantenute, ma il gesto del ministro è apprezzabile: significa, se le promesse saranno mantenute, far uscire San Luca da dietro la lavagna, dove da sempre sconta una punizione, senza sapere qual è la sua colpa. Un servizio giornalistico coi fiocchi, non confezionato come uno spot commerciale, di questo avrebbe dovuto tenere conto. Il fatto è che al Tg1, come in genere in tutti i media nazionali italiani, hanno la convinzione che la Calabria esista solo per la cronaca nera. Non è una novità e c’è poco da stupirsi. Ma questa volta siamo di fronte al massimo dell’improfessionalita’, alla realizzazione di un servizio che pure con l’abc del giornalismo, ha poco a che fare. Dopo la gratuita intemerata del Tg1 il sindaco di San Luca Bruno Bartolo ha preso carta e penna e ha scritto al direttore del telegiornale, invitandolo a San Luca, e per dirsi: «Attonito, deluso, disilluso, scorato» e chiedersi da quel galantuomo che è: «Ha senso ciò che faccio? E ancora, in che modo amministrare? Quando ci si vede, costantemente e volutamente, martoriati?».

Nessuna meraviglia caro Bartolo. Da sempre, il modo di descrivere la Calabria sradicato dall’analisi dei contesti specifici ha prodotto solamente frutti avvelenati, alimentato retaggi storici e rinchiuso sempre più alcuni territori – come San Luca –  all’interno di recinti di metaforico filo spinato, dentro cui si sviluppa il male, e il termometro dell’insufficienza civile segna rosso, mentre il bene non riesce a prevalere. Qualunque racconto, non solo quello del Tg1, come in questa occasione, che non sia accompagnato da un’analisi attenta dei fattori degenerativi che si sono innestati nel tessuto sociale della Calabria, rischia di diventare, se non proprio falso, quantomeno non credibile.

Quel che stupisce pure, è che a parte la solitaria avvilita rimostranza del sindaco di San Luca, nessuno, per quanto finora al momento di scrivere si sappia, dei parlamentari eletti in Calabria – tra i quali i “forestieri” ex magistrati Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho – abbia sentito il bisogno e il “dovere” di interessare la Commissione di vigilanza Rai, per chiedere chiarimenti su quel servizio “senza notizia” del Tg1, che ha messo in castigo San Luca. O, forse, sono d’accordo anche loro, i parlamentari, che San Luca è irrimediabilmente perso? (mnu)

La Commissione anti ‘ndrangheta approva il Piano speciale legalità

La Commissione consiliare con il fenomeno della ’ndrangheta, presieduta da Pietro Molinaro, ha approvato all’unanimità, nell’ultima seduta, il nuovo Piano speciale Legalità, antiracket e antiusura previsto dalla L. R. n. 9/2018.

Si tratta del piano con il quale la Regione Calabria definisce l’insieme delle azioni per prevenire i rischi di infiltrazione criminale e ’ndranghetista nel tessuto socio-economico regionale, nonché per contrastarne l’espansione nelle aree in cui il fenomeno mafioso-criminale è particolarmente radicato. Inoltre il piano individua le azioni di prevenzione e contrasto dei fenomeni dell’usura e dell’estorsione.

Tra le azioni indicate nel piano si prevede la costituzione della Consulta per la legalità, l’impegno a promuovere la costituzione della Regione come parte civile nei procedimenti penali, relativi a fatti commessi nel territorio regionale. Inoltre l’impegno ad attuare politiche di contrasto della corruzione e dell’illegalità all’interno dell’amministrazione regionale e delle altre amministrazioni pubbliche. A tal riguardo, per i Comuni che hanno completato il periodo di scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni criminali, è previsto un contributo straordinario finalizzato ad attuare politiche di riorganizzazione dell’ente comunale per prevenire i fenomeni di corruzione e di infiltrazioni ’ndranghetiste e mafiose.

Tra le azioni del piano vi sono la previsione di bandi finalizzati al sostengo delle imprese vittime di attentati, il sostegno alle attività delle associazioni antiracket ed antiusura, ed il sostegno ai soggetti sovraindebitati per il ricorso alle forme di risoluzione del sovraindebitamento previste dal Codice della Crisi e dell’insolvenza (D. Lgs n. 14/2019). Inoltre sono previste iniziative di assistenza e aiuto alle vittime innocenti di violenza, di dipendenza, di sfruttamento, di tratta connessi al crimine organizzato e mafioso, ed ai testimoni di giustizia.
Il piano comprende anche il sostegno al progetto “Liberi di scegliere” per attivare percorsi di rieducazione, sostegno e reinserimento sociale dei minori e dei giovani adulti provenienti dai contesti della criminalità organizzata.

La Commissione è giunta all’approvazione del Piano dopo una lunga serie di audizioni che hanno consentito di raccogliere i suggerimenti e le proposte delle organizzazioni direttamente impegnate nel promuovere la cultura della legalità e del contrasto di ogni forma di violenza e criminalità.

Al termine dei lavori è stata espressa da tutti i componenti della commissione viva soddisfazione per essere giunti all’approvazione unanime del documento di programmazione. Il presidente Pietro Molinaro ha ribadito l’importanza del Piano ed il buon lavoro che è stato svolto nel redigerlo, «in quanto si è tenuto conto dei temi affrontati in Commissione anche grazie alle audizioni, che continueranno anche in futuro».
Ora il piano predisposto dalla Commissione passerà all’esame della giunta regionale, per l’approvazione definitiva con la relativa assegnazione delle risorse finanziarie. (rrc)

Organizziamo a Rende una fiaccolata per dire no alla ‘ndrangheta

di CARLO PETRASSI – In risposta ai gravissimi fatti mafiosi che emergono dall’inchiesta della magistratura del 1 settembre, visto anche il silenzio assordante della “politica che conta”, sarebbe opportuno che tutti i cittadini di Rende e dell’intera area urbana cosentina si mobilitassero organizzando insieme una manifestazione simbolica e pacifica per dire, senza sé e senza ma, un grosso No alla ‘ndrangheta e a qualsiasi forma di criminalità organizzata e mafiosa.
Si potrebbe organizzare, per esempio, una marcia silenziosa con delle fiaccole simboliche che partendo dal piazzale davanti al Seminario Diocesano attraversi tutta la via Rossini per fermarsi in silenzio per qualche minuto davanti alla casa comunale. Una breve e simbolica manifestazione per dire semplicemente che la città di Rende è contro la mafia e che i loro cittadini vogliono difenderla a tutti i costi. È chiaro che la manifestazione non dovrà assumere significati giustizialisti e accusatori rispetto alle indagini in corso, in quanto è bene che le inchieste della magistratura facciano il loro corso.
La proposta trova la sua ratio nel fatto che dal 2011, anno delle dimissioni del sindaco Cavalcanti, la città del primo piano regolatore in Calabria, dello sviluppo urbanistico ordinato, del verde attrezzato, della cultura, della solidarietà, dello sviluppo economico, la città che fino a quel momento aveva rappresentato un modello per l’intera Calabria è salita alla ribalta nazionale non più per i suoi virtuosismi bensì per inchieste di mafia, purtroppo.
In questi stessi anni abbiamo assistito in città al crescere di episodi chiaramente intimidatori e mafiosi: automobili incendiate di professionisti e politici, vetrine di negozi spaccate, saracinesche di esercizi commerciali fatte saltare in aria mediante ordigni esplosivi. Questi episodi chiaramente mafiosi non sono mai stati stigmatizzati a sufficienza, soprattutto da parte della politica, lasciando immaginare purtroppo una certa permeabilità della stessa. Probabilmente non a caso, negli stessi anni, abbiamo assistito ad un oggettivo e inesorabile degrado della gestione amministrativa della città cui solo i cittadini di Rende possono porre un freno responsabilizzandosi.
Da qui l’appello rivolto a tutti i cittadini di Rende, alle associazioni cattoliche, alle parrocchie della città, all’associazionismo culturale e a tutte le persone di buona volontà ad organizzare insieme una marcia silenziosa con le fiaccole per dire no alla criminalità, ma anche per dare un segnale positivo di rinascita della città.
L’appello è rivolto anche alla politica di buona volontà, ai consiglieri comunali, alle associazioni politiche cittadine a cominciare da quelle che hanno dato prova di grande coraggio in questi giorni organizzando assemblee pubbliche o presenziando alle stesse.

A tutti questi dico svestiamoci dei nostri simboli, mettiamo da parte le appartenenze politiche e le primogeniture e lavoriamo insieme almeno per un solo giorno per la nostra Rende affinché la città tutta reagisca in massa e ci sia una speranza di rinascita.
Una marcia, una fiaccolata o qualsiasi cosa che abbia un significato purché la città dimostri di voler reagire, dando prova di voler uscire finalmente da anni di commissariamento politico ed economico. (cp)

L’OPINIONE / Basta con la criminalizzazione generalizzata della Calabria

di EMILIO ERRIGO – Che in Calabria sia presente la malavita credo che sia evidente e che nessuno dei Calabresi vuole negare l’esistenza.
La mia ultraquarantennale attività professionale, svolta prevalentemente in Italia e per alcuni anni, anche in territorio estero, mi consentono di poter affermare con cognizione di causa, che la mala gente e la malavita, sono presenti e non da oggi, ma da millenni, sia al Sud, al Centro, al Nord dell’Italia e in molti degli Stati dei territori esteri.
Non voglio lasciare intendere al lettore, che il “mal comune è mezzo gaudio”, ma è mia intenzione di ricercarne, capirne e rappresentare in estrema sintesi, le possibili cause che hanno originato e fatto emergere questo recrudescente fenomeno oramai divenuta una triste realtà sociale, con la quale occorre purtroppo dover convivere, sino a quando il male sociale non sarà guarito definitivamente.
La genesi della malavita calabrese, affonda le possenti radici nel passato remoto, quando la prepotenza dei ricchi baroni, proprietari e assegnatari di terrieri demaniali , in uno e in accordo, con gli affaristi e violenti del tempo, dominavano e controllavano popoli e i territori con metodi e mezzi molto cruenti.
La cronistoria degli eventi è scritta e chi desidera leggerla o studiarla, per saperne molto più di quanto io vada scrivendo, lo può fare liberamente recandosi in una delle tante librerie italiane ed estere.
Non mancano monografie di buona fattura e grafica, ne in formato e composizione digitale, che forniscono una enorme quantità di informazioni.
Ora volendo limitare la mia ricerca delle cause e concause, che hanno favorito la nascita, la crescita e il propagarsi del mal di vivere in Calabria, negli ultimi 70 anni, occorre soffermare il pensiero e ragionare attentamente su quanto deve essere stata dura superare le conseguenze economiche negative, della II guerra mondiale e le reiterate alluvioni degli anni cinquanta, che hanno portato morti e distruzioni in Calabria.
Era molto dura la vita al Sud negli anni post bellici, post alluvioni e post terremoti.
Il tentativo di industrializzazione della Calabria, con enormi benefici economici per le grosse aziende e industrie del nord, iniziato nei primi anni settanta, dopo i noti Moti popolari di Reggio Calabria, ha portato solo sofferenze, lutti e opere inutili, vasti espropri di terreni agricoli, incompiute cattedrali nel deserto, fabbriche rimaste in vita produttiva solo per pochissimi anni, successiva crescente disoccupazione e inoccupazione, persone sbandate, confuse, arrabbiate, risentite e la tanta brava gente, (la maggioranza) , rassegnata in attesa di una vita migliore che non è arrivata mai.
Rimaneva solo da studiare e lavorare così come si poteva alla giornata, nei campi, al mare e nelle piccole imprese artigiane, per aiutare la propria numerosa famiglia a sopravvivere alle avversità economiche che hanno caratterizzato e sono ancora presenti in Calabria.
Le attività artigianali e le prestazioni di lavoro giornaliero, da sole non assicuravano una condizione di vita famigliare adeguata ai reali bisogni umani.
Dopo la prima ondata di migrazione di intere famiglie verso il nord o verso l’estero, in cerca di qualsiasi tipo di lavoro da svolgere pur di mantenere onestamente il proprio nucleo famigliare, seguita da una emigrazione culturale dei giovani diplomati e laureati, hanno segnato per sempre le sorti economiche depressive della già provata economia agricola e artigianale calabrese.
Coloro i quali sono stati indotti o costretti loro malgrado, a rimanere in Calabria, per l’età , per altre plausibili motivazioni famigliari e comprensibili ragioni, si sono dovuti accontentare di quel poco che gli veniva loro offerto, dai benestanti proprietari terrieri, i quali vivendo in maggior parte a Napoli o Roma, facevano amministrare i propri beni, attraverso fiduciari, arroganti, ben retribuiti e trattati, i quali continuavano a far coltivare le loro terre da braccianti agricoli sotto pagati e molto sfruttati.
Venne il periodo storico socialmente ed economicamente più negativo e socialmente malavitoso, per i Calabresi, i soggiorni obbligati per motivi di sicurezza pubblica, in varie regioni di confine, con la delocalizzazione degli irriducibili delinquenti nelle Isole.
Iniziarono i sequestri di persona a scopo estorsivo in Calabria, dei ricchi possidenti e benestanti e in altre regioni d’Italia, nei confronti di industriali.
L’Intervento umanitario della Chiesa Calabrese e del Papa, non sortirono alcuno degli effetti sperati.
Molti di queste persone sequestrate non fecero più ritorno nelle loro case.
La paura e in terrore, incalzavano i ricchi proprietari terrieri e i loro sodali politici protettori.
Arresti e omicidi di malavitosi e criminali, riempirono le pagine dei giornali, le carceri e i cimiteri.
Lo Stato si fece sentire con determinazione allora, affermando la forza del diritto e il valore della legalità ovunque.
Dove la Repubblica non riuscì a fare quanto occorreva fare con altrettanta e decisa determinazione, e ancora non si comprende il perché non riesce a fare molto, è nell’assicurare al “Popolo Calabrese”, un altro fondamentale diritto, solennemente affermato e previsto dalla nostra Costituzione , quello di prevedere e consentire per i Calabresi, un lavoro onesto e dignitoso.
La Scuola dell’obbligo, la frequenza sempre maggiore, degli Istituti di Istruzione Superiori e delle diverse Università, esistenti in Calabria, hanno migliorato sicuramente la cultura e la qualità della vita civile dei giovani.
Ora manca l’ultimo sforzo dello Stato, garantire lavoro, tutelare e salvaguardare dalla malavita, l’iniziativa privata e favorire la libertà d’impresa per coloro che vogliono investire o ritornare a investire i propri o altrui capitali in Calabria.
La legislazione d’urgenza e la costituzione delle Zone Economiche Speciali nelle Regioni del Sud Italia, sembrerebbe che allo stato, non hanno portato alcun concreto beneficio occupazionale ed economico alle Regioni interessate.
Se il Governo così come più volte ha promesso e manifestato per voce autorevole del Presidente del Consiglio in carica, creerà le giuste opportunità di lavoro nelle Regioni del Sud, ad iniziare dalla Calabria, la regione considerata la più fragile e depressa, socialmente ed economicamente, sono fermamente convinto che la malavita e la criminalità, dovranno necessariamente passare, prima che sia troppo tardi per i loro sporchi affari e traffici illeciti internazionali, alla manovra di ritirata e consentire di far risorgere il bene pubblico, favorendo concretamente la crescita del benessere economico, proteggere il lavoro onesto e dignitoso, elementi essenziali questi, dei quali c’è tanto, tanto bisogno in Calabria.
Di contro, se le promesse e le reiterate manifestazioni di buona volontà dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri e precedenti Governi, rimarranno solo esternazioni di buoni propositi e intendimenti politici, senza nulla o poco di fatto, la Calabria e i Calabresi, da soli non ce la faranno mai e la criminalità economica e organizzata, continueranno a imperare e condizionare fortemente e chissà per quanti decenni ancora, ogni iniziativa economica, bloccando la libertà d’impresa, la possibilità di una vita migliore dei giovani e quindi il definitivo riscatto sociale positivo del popolo onesto Calabrese.
In assenza di “interventi controllati” dal Governo Nazionale e Regionale, sono convinto che continuare a criminalizzare la Calabria e i Calabresi, generalizzando e non differenziando, tra buona e mala gente, a mia opinione, si arreca solo un gran danno alla già debole economia regionale.
Da parte Sua il Presidente della Regione Calabria, deve agire nella consapevolezza che sono maturi i tempi e presenti i presupposti sociali, giuridici e politici, per chiedere più cooperazione a somma positiva, a tutti gli Assessori e Consiglieri Regionali, Sindaci , Assessori e Consiglieri Comunali, nominati e eletti dal popolo, chiedendo il massimo loro impegno professionale, a tutti i Dirigenti, Funzionari, Impiegati e Operai. Uno sforzo generale di cooperazione attiva per la Calabria, facendo capire a ognuno di loro che non c’è alcuna volontà del Governatore di attuare inutili discriminazioni politiche di appartenenza alla maggioranza o all’opposizione, che poco o nulla importa, quando una Regione, affonda nella malavita economica e sociale.
(Emilio Errigo è nato in Calabria, Docente titolare di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle Attività Portuali, e Consigliere Giuridico nelle Forze Armate)

Indignazione e unanime condanna per l’atto intimidatorio ai CC di Cetraro

Unanime lo sdegno e la condanna da ogni parte della regione e da ogni parte politica per il vile atto intimidatorio contro il maresciallo dei Carabinieri Orlando D’Ambrosio a Cetraro.

Nicola Irto, vicepresidente del Consiglio regionale ha stigmatizzato la vile intimidazione: «Un fatto grave, che riporta la città di Cetraro indietro di 15 anni. L’intimidazione al maresciallo dell’Arma Orlando d’Ambrosio è l’indicatore di una situazione allarmante che non può e non deve passare inosservata. Si tratta  – ha detto Irto – di un  atto di violenza che ferisce la coscienza democratica della cittadina di Cetraro, dei calabresi e di tutti coloro che credono nei valori e nei principi della legalità, della convivenza civile e della verità. La risposta delle istituzioni, a tutti i livelli, deve essere forte e chiara, specie in questa area già tristemente nota per le sue infiltrazioni mafiose dove deve sentirsi di più la presenza dello Stato». Ritengo, da questo punto di vista, che l’apertura della nuova caserma dei carabinieri bloccata per ritardi amministrativi, che eleverà Cetraro a tenenza, non sia più rinviabile. Voglio testimoniare tutta la mia vicinanza e considerazione all’Arma dei Carabinieri ed a tutti i cittadini di Cetraro, che porto nel cuore. La criminalità organizzata prolifera dove attecchisce la paura. Noi non abbiamo paura».

Il presidente della Commissione regionale antimafia Antonio De Caprio ha detto che «L’atto intimidatorio perpetrato, a Cetraro, ai danni del maresciallo dei carabinieri, D’Ambrosio,  è di una gravità inaudita. Ho appena sentito il sindaco Cennamo, al quale ho espresso la vicinanza totale della Regione Calabria e la condanna al vile gesto. Sono al fianco dell’arma dei carabinieri e della magistratura inquirente che, sono sicuro, faranno luce al più presto su quanto accaduto».

L’assessore regionale al Lavoro Fausto Orsomarso (Fdi) e il consigliere regionale Giuseppe Aieta (Dp, già sindaco di Cetraro) hanno espresso solidarietà chiedendo «un segnale forte che si concretizzi nell’immediata apertura della nuova caserma dei carabinieri realizzata e già completata da anni, elevandola e Tenenza».

«L’intimidazione consumata ai danni del maresciallo dei carabinieri di Cetraro, Orlando D’Ambrosio – hanno detto Orsomarso e Aieta –, è un’offesa a tutta la comunità cetrarese che faticosamente stava affrancandosi dalla drammatica realtà di città mafiosa. Di fronte a questo attacco rivolto allo Stato, rivolgiamo un appello bipartisan a tutte le forze politiche nazionali, affinché si dia un segnale concreto a Cetraro e all’intero territorio del Tirreno Cosentino più volte mortificato dall’arrogante attività ‘ndranghetistica. «Servono – conclude nota – atti e fatti concreti: l’apertura della nuova caserma dei carabinieri sarebbe uno di questi, in un momento delicatissimo per la comunità di Cetraro e per l’intero Tirreno Cosentino, così come disvelato dalle numerose inchieste della Dda di Catanzaro».

«A questo servitore dello Stato, – ha detto il consigliere regionale Pietro Molinaro – alla sua famiglia, a tutta l’Arma dei Carabinieri  quotidianamente impegnata sul territorio e punto di riferimento costante in ogni occasione e alla comunità di Cetraro va tutta la mia solidarietà. Vigliacchi che operano nell’ombra e  forse anche i soliti (ig)noti hanno voluto dimostrare la  protervia criminale che li contraddistingue e ancora una volta hanno avvalorato di essere dannosi per questo territorio e la Calabria. Questo atto dimostra però la debolezza di queste persone che non riusciranno a fermare il sentimento e la voglia di riscatto da parte di chi vuole costruire un futuro diverso e migliore: Questi criminali stiano sicuri: non prevarranno!  Riusciremo a sconfiggere questa ignobile piaga insieme alla stragrande maggioranza di persone oneste e alla incisiva ed efficace opera della Magistratura e delle Forze dell’Ordine”.

Nella giornata di ieri si è svolto un sit in con la partecipazione di numerosi sindaci dell’area dell’Alto Tirreno. Il sen. Ernesto Magorno, sindaco di Diamante, ha detto «Ho partecipato al sit-in organizzato da Libera a Cetraro per sostenere il Maresciallo D’Ambrosio e l’Arma dei Carabinieri. La Calabria è una regione meravigliosa e la parte migliore sono le tante persone che operano per la legalità. I gravi fatti di ieri sera non fermeranno l’opera di chi costruisce un futuro migliore. (rrm)

Nella foto: il sit-in dei sindaci dell’Alto Jonio ieri a Cetraro

Sul Domani un ampio dossier su Stato e ‘ndrangheta e in copertina Gratteri

Due pagine del quotidiano Domani dedicate stamattina all’«eterna lotta tra Stato e ‘ndrangheta» a firma del giornalista Enrico Fierro e la copertina dedicata a Nicola Gratteri, procuratore Capo di Catanzaro nonché a capo della direzione distrettuale antimafia. L’occasione è data dal processo Rinascita-Scott in corso a Lamezia Terme in quell’aula bunker costruita in tempi record sotto l’attenta regia dello stesso Gratteri. Il lungo servizio fa parte di un longform (per gli abbonati) firmato da Attilio Bolzoni, Enzo Ciconte, Enrico Fierro e Giovanni Tizian, da leggere sul web (editorialedomani.it) e racconta la storia segreta della ‘ndrangheta tra inchieste, processi e misteri.

Fierro mette in evidenza che «I numeri dell’inchiesta, scattata all’alba del 19 dicembre 2019, sono impressionanti: 414 i soggetti coinvolti, 334 le ordinanze di custodia cautelare notificate in tutta Italia da 2.500 carabinieri, oltre 15 milioni di beni sequestrati. E polemiche nelle ore immediatamente successive al blitz e nei mesi successivi. on piacciono le parole che il procuratore Gratteri pronuncia subito dopo gli arresti: «Oggi è una giornata storica giunta a conclusione di un’indagine nata il giorno del mio insediamento che corona uno dei sogni che avevo, smontare la Calabria come un treno della Lego e rimontarlo piano piano». I 203 arresti annullati, da gip, tribunale della Libertà e Cassazione, hanno dato fiato alle trombe di chi accusa Gratteri di essere un magistrato dalle manette facili. Il processo, che è alle prime battute nell’aula bunker costruita appositamente nell’area industriale di Lamezia Terme, dirà se l’impianto accusatorio è valido. Quello che per il momento ci interessa e colpisce è il”contesto” che viene fuori dalle migliaia di pagine dell’inchiesta». (rrm)

Nicola Gratteri intervistato su ‘Le Monde’: l’Europa ha sottovalutato la mafia calabrese

Il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, è stato intervistato dal giornalista Thomas Saintourens per il prestigioso quotidiano Le Monde, dove ha lanciato un allarme: «la mafia calabrese è l’unica presente in tutti i continenti, l’Europa la sottovaluta da troppo tempo».

Il quotidiano francese, infatti, ha dedicato un’intera pagina – la 2 – al Procuratore Gratteri, che parla del processo Rinascita Scott, considerato come il Processo del Secolo, e lancia un appello, affinché l’Europa apra gli occhi, una volta per tutte.

«Purtroppo – si legge nell’intervista – l’Europa sottovaluta la ‘Ndrangheta da troppo tempo. L’Unione europea non è pronta al livello normativo. Non controlla il concetto stesso di sicurezza dinanzi al crimine organizzato né la cultura di controllo del territorio. Da europeista convinto, mi dispiace molto. Dobbiamo condividere gli stessi codici, essere più uniti, altrimenti non saremmo in grado di contrastare l’invasione delle mafie». E ancora: «Troppi Stati non capiscono questo pericolo o fanno finta di non capire».

Quanto alla Francia, ha precisato il magistrato, la ‘Ndrangheta è’ «principalmente radicata nel Sud-Est» del Paese, con una «predilezione per il settore alberghiero e della ristorazione. Del resto – ha spiegato il procuratore – numerosi ‘ndranghetisti di nuova generazione sono diplomati presso scuole alberghiere. Sanno gestire (alberghi e ristoranti, ndr.), alcuni sono anche in cucina, ma la tesoreria proviene dai soldi della cocaina, riciclata secondo un sistema di fatture false, barando sul registratore di cassa». (rrm)

Alle origini della nuova ‘Ndrangheta. il 1980
di Enzo Ciconte

Due sono soprattutto le novità nel bel libro di Enzo Ciconte “Alle origini della nuova ‘ndrangheta. Il 1980” (Rubbettino, pp. 204) dove ravvisiamo in primis la valorizzazione e conoscenza delle figure di Peppe Valarioti e Giannino Losardo, che attendono ancora giustizia, con contestuale riferimento agli ambiti politici di quegli anni lontani ma non troppo, comunque difficili… Sono passati quaranta anni esatti dalla loro uccisione. Ciconte è docente di Storia delle mafie italiane presso l’Università di Pavia…

Ricordiamo intanto cosa accadde in quegli anni. A Palermo, il 6 gennaio 1980, viene ucciso dalla mafia il Presidente democristiano della Regione Siciliana Piersanti Mattarella; i costruttori romani Caltagirone sono coinvolti nello scandalo nazionale Italcasse; lo scandalo dei petroli che coinvolse alti ufficiali della Guardia di Finanza come il Comandante Generale Lo Giudice e il Ministro democristiano Bisaglia. Il finanziere Michele Sindona è arrestato negli USA per il fallimento della Franklin National Bank, e indiziato in Italia per l’omicidio Ambrosoli.Molti sono i morti per mafia e terrorismo: il 12 febbraio a Roma Vittorio Bachelet, Vicepresidente del CSM e docente universitario, è assassinato dalle B.R. all’interno dell’Università; il 19 marzo a Milano il Giudice Guido Galli viene ucciso da Prima Linea; il 28 maggio a Milano viene ucciso il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi. Il 27 giugno un aereo dell’Itavia con a bordo membri dell’equipaggio e settantasette passeggeri, che da Bologna deve raggiungere Palermo, viene abbattuto da missili “misteriosi” nei cieli sopra Ustica; il 2 agosto a Bologna una bomba esplode nella sala d’attesa della stazione causando ottantacinque morti e centinaia di feriti. In autunno, lo scontro sociale in atto nel paese vede sfilare a Torino, ferita dalla cassa integrazione per decine di migliaia di operai della Fiat e dell’indotto, la” Marcia dei quarantamila” che manifestano per il ritorno alla normalità della vita e della città… L’anno si chiude con il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre che provocò circa tremila morti, diecimila feriti e centinaia di migliaia di sfollati, dando inizio alla guerra di camorra per la spartizione degli utili (Cutoliani e Nuova Famiglia)…

Tornando alle vicende della Calabria, l’emergere della potenza ‘ndranghetista non si può capire senza soffermarsi sulla questione sociale calabrese di cui i moti di Reggio Calabria del 1970 sono il faro… Dietro la protesta per l’assegnazione a Catanzaro di divenire capoluogo regionale, esiste un grande malessere per la situazione complessiva della regione, per la mancanza di lavoro e per l’emigrazione… nonostante gli importanti progetti programmati dal Ministro Dc Emilio Colombo, quali il Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, la Sir di Lamezia Terme, la Liquichimica di Saline Joniche che non decolleranno mai.

Nel libro in esame si è trattato dell’inizio dell’azione politica e delle nuove strategie della ‘ndrangheta, che è penetrata nella politica, nei partiti, nelle istituzioni e nella massoneria; la mafia che s’impadronisce della Calabria e diventa la mafia più temibile d’Italia. Una storia non nuova che spiega quel che accade oggi. Mitica la figura di Valarioti che riteneva che la politica e in primis la cultura, fossero validi mezzi contro la ‘ndrangheta anche per assicurare importanti opportunità ai giovani della sua regione…
Il grande Giorgio Bocca, in un’intervista, disse “…in Italia se si fa un passo in avanti, qui (in Calabria) se ne fanno due indietro… forse per alcune cose è sempre peggio”. Racconta anche di Rosarno, della morte di Peppe Valarioti e della battaglia di Peppino Lavorato, che fu sempre vicino agli operai, ai disoccupati, ai giovani per difendere e garantire la tutela dei diritti Costituzionali… E aggiunse: “… per quale maledizione della storia, per quale fatalità geografica noi italiani del nord e del sud non riusciamo a fare di questo Paese un paese unito… nessuno si è occupato di capire la ragione vera di questo arretramento… La radice è storica. Ma non riesco a capire quale è, perché ci sia questa perseveranza nel male… C’è il sud peggiore del Mediterraneo… mi sono fatto la convinzione che le mafie sono parte costituente della politica italiana, perché credo che ci sia la necessità che esistano…”. (Raffaele Vacca)

Alle origini della nuova ‘Ndrangheta. il 1980
di Enzo Ciconte
Rubbettino Editore – ISBN 9788849862300

L’allarme del procuratore Gratteri sugli aiuti.
Impedire che i soldi vadano in mano ai mafiosi

È da fine marzo che il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri va ripetendo che le aziende hanno bisogno di liquidità, ma occorre vigilare sulla destinazione dei fondi: il rischio che i soldi finiscano in mano ai mafiosi è molto concreto e occorre prendere le opportune precauzioni per evitare questa ulteriore opportunità per la ‘ndrangheta. In altra parte del giornale riferiamo l’intervento di Gratteri, in teleconferenza, all’Università La Sapienza, ma sta avendo molta eco la lettera-intervento che il magistrato, insieme con il suo coautore di sempre Antonio Nicaso, ha inviato sul tema al Corriere della Sera, dopo le polemiche sorte con l’editoriale dell’autorevole quotidiano tedesco Die Welt. Il giornale aveva invitato l’Europa a limitare gli aiuti di liquidità all’Italia perché c’era il rischio concreto che finisse a finanziare la mafia.

«Le mafie – scrivono Gratteri e Nicaso – sono un fenomeno con cui bisogna fare i conti. Ma non possono diventare un alibi, quando si tratta di intervenire per fronteggiare una crisi che sembra rievocare quella della Grande Depressione, come osserva il Fondo Monetario Internazionale. Oltre 170 Paesi registreranno quasi sicuramente una riduzione del reddito pro-capite e i settori più colpiti dalla sospesnsione dell’attività economica e sociale imposta dagli sforzi per contenere il contagio saranno principalmente il commercio al dettaglio, il settore turistico-alberghiero, i trasporti, ma soprattutto la piccola e media impresa.». Ed è qui che s”insinua la minaccia mafiosa. Il riferimento a precedenti storici è ben preciso: «In questo momento – scrivono Gratteri e Nicaso – servirebbe una riflessione sulla necessità di trattenere nel presente qualcosa di significativo del passato… Dopo il terremoto del 1908, le leggi sulla ricostruzione di Reggio Calabria e Messina hanno finito per incattivire gli scontri “intorno alla distribuzione e all’uso del denaro pubblico” vivacizzata da una nuova presenza: quella degli ‘ndranghetisti che avevano fatto i soldi negli Stati Uniti e che, approfittando dei ritardi e delle incertezze dei provvedimenti governativi, si erano messi a prestare soldi a usura. Il desiderio di scalare la piramide sociale, in quell’occasione, ha infoltito i ranghi di una organizzazione che, come nel caso della mafia in Sicilia e della camorra in Campania, non si è sviluppata nel vuoto delle istituzioni, ma al loro interno, grazie a collusioni, corruzione e sperpero di denaro pubblico».

Gratteri e Nicaso sul Corriere osservano che «c’è molta ipocrisia nell’atteggiamento di Paesi come la Germania o l’Olanda che temono il saccheggio delle risorse comunitarie da parte delle mafie ma non hanno mai fatto abbastanza per frenarne gli investimenti nei loro territori. Dalla caduta del muro di Berlino in poi, le mafie in moltiPaesi d’Europa non sono state viste come minaccia, ma come opportunità. Oggi, più che mai, i soldi del narcotraffico sono diventa ossigeno dell’economia legale. Come è successo al tempo della crisi del subprime in cui molte banche sono riuscite a far fronte ai problemi di liquidità finanziaria grazie ai soldi del narcotraffico, come ha denunciato coraggiosamente l’allora direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per la lotta contro droga e crimine, Antonio Costa».

«Ci sarà – mettono in guardia Grattesi e Nicaso – chi cercherà di “condizionare” gli elenchi dei cittadini bisognosi che i sindaci sono chiamati a compilare; cercheranno di sfruttare i ritardi della burocrazia che regola il settore bancario, ma anche quello della pubblica amministrazione».

In conclusione, riferiscono i due autori di famosi bestseller su mafia e ‘ndrangheta che «Secondo i vertici della Direzione centrale anticrimine, tale scenario [l’impatto strutturale che deriva dall’attuale emergenza sanitaria, ndr] potrà evidenziare ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata nella fase di riavvio di molteplici attività economiche, tenuto conto della circostanza che la crisi attuale si configurerà come portatrice di un deficit di liquidità, di una rimodulazione del mercato del lavoro, del conseguente afflusso di ingenti finanziamenti sia nazionali che comunitari».  Per queste ragioni «Il tempo della parole è finito. È tempo di agire, fare sistema, mettendo assieme tutte quelle forze che hanno a cuore il benessere del Paese. Se continueremo a cedere il passo a quella lunga e pericolosa convivenza tra faccendieri e mafiosi, faremo fatica a riprenderci.

A questo proposito è utile segnalare che il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha inviato ai prefetti una lettera in cui mette in evidenza i pericoli che nascono «nelle realtà caratterizzate da un minor sviluppo e da già elevati livelli di disoccupazione», in cui «un possibile aggravamento della situazione economica rischia di comportare il ricorso a forme di “sostegno” da parte delle organizzazioni criminali, che in tal modo mirano anche ad accrescere il consenso nei loro confronti». Diventa dunque «fondamentale l’azione di prevenzione e contrasto dei tentativi della criminalità organizzata di penetrare il tessuto produttivo… Un focus specifico – sottolinea il ministro – potrà essere dedicato alle dinamiche societarie della filiera agroalimentare, delle infrastrutture sanitarie, della gestione degli approvvigionamenti, specie di materiale medico, del comparto turistico-alberghiero e della ristorazione, nonché dei settori della distribuzione al dettaglio della piccola e media impresa». Non meno importante – secondo la Lamorgese – «l’attivazione di sportelli di ascolto e la promozione di iniziative di solidarietà a vantaggio delle fasce di cittadini con maggiori difficoltà. In tale ambito, una particolare premura dovrà essere prestata, tra gli altri, al tema del disagio abitativo».

Gratteri nella conversazione alla Sapienza (vedi il video) ha anticipato che gli incontri con l’Associazione dei Comuni italiani (Anci) hanno portato a focalizzare la necessità di un tempestivo controllo sul territorio utilizzando polizia e carabinieri cui i sindaci possono passare le richieste di solidarietà e aiuto. (rrm)