Casa Italia a Berna, di scena “Fadia”, Santo Gioffrè e la guerra in Siria

di PINO NANONel pomeriggio di domani, sabato 26 agosto, a Berna città capitale della Svizzera, in Buhlstrasse 57, sarà di scena la Calabria del medico-scrittore calabrese Santo Gioffrè, che è la Costa Viola, i dorsali Aspromontani, lo Stretto di Messina e la magia delle isole Eolie che si toccano con mano dal Monte Sant’Elia, ma è anche il racconto appassionato dei suoi viaggi in Oriente e delle mille storie incontrate in Paesi lontanissimi dalla nostra tradizione.

L’occasione ufficiale è la presentazione alla stampa svizzera del suo ultimo romanzo, Fadia (Castelevecchi Editore), che in Italia è andato benissimo e che ha riscosso consensi di critica importanti e un successo editoriale del tutto imprevisto.

La manifestazione si svolge sotto l’alto patrocinio dell’Ambasciata Italiana di Berna e della stessa Società Dante Alighieri, con un parterre di altissimo profilo istituzionale. Ad aprire la serata saranno l’Ambasciatore italiano a Berna Silvio Mignano, il Presidente di Casa Italia Franco Sorini, il Presidente dell’Unione dell’Unitre di Ilia Bestetti, Il Presidente del Comitato di Berna della Società Dante Alighieri Anna Rudebergh. Poi, l’intervento centrale dello scrittore Carlo Simonelli, ma ci saranno anche degli intermezzi musicali del Maestro Fernando Damico

«La Siria – dice Santo Gioffrè è stato il più bel luogo che io abbia visitato. Lì, si veniva catapultati in un mondo antico dove il profumo emanato dalle pietre, portava ogni problematico viaggiatore a ritrovare il suo perduto Spirito. Penso a Maalula, dove il primo cristianesimo pulsava, ancora persino nella lingua parlata. La guerra ha distrutto anche il senso dell’esistenza».

È da qui che è nata Fadia. «Il nostro è stato un grande amore. Tra non molto, io me ne andrò, da sola, come sola sono sempre stata. Sento le cicale cantare sugli alberi d’ulivo, nelle terre di mio padre tra le dolcissime braccia di mia madre».

Fadia che è l’ultima fatica letteraria del medico scrittore di Seminara Santo Gioffrè ti strattona l’anima, ti affascina, ti incuriosisce, ti prende il cuore, un affresco di tenerezza e di sentimento, un tazebao di emozioni e di ricordi forti, legati ad una storia d’amore impossibile e fuori da ogni schema. Un lungo viaggio tra il mistero della vita, l’incanto dell’amore e le tragedie del nostro tempo, una apoteosi dell’amore per la vita, ma anche il racconto disperato del dolore che ogni esistenza umana si porta dietro, e che per la prima volta ci restituisce più che uno scrittore alla vecchia maniera un poeta moderno e di grande efficacia emozionale.

Lo scrittore di Seminara è attentissimo a evitare lungo il terreno del racconto le facili mine della retorica, ma la danza tra l’incanto dell’amore e l’orrore della guerra dimenticata arriva comunque a noi con la forza struggente delle immagini che non avremmo voluto vedere e che, invece, sono lì, implacabili a interrogarci e a interrogare.

Ma chi conosce bene il medico-scrittore di Seminara sa bene anche che Fadia sarà solo la scusa per raccontare agli italiani di Berna le mille bellezze calabresi e i mille retaggi che avvinghiano ancora questa regione. Del resto lui, nell’immaginario collettivo di mezzo mondo, più volte intervistato dalla BBC e da France 2, è conosciuto anche come l’uomo che un giorno trova il coraggio di denunciare il sistema marcio della sanità calabrese mettendo a rischio la sua vita e quella della sua famiglia. Ma questa è un’altra storia. (pn)

Sanità e Mafia in Calabria, “Le Point” racconta la storia di Santo Gioffrè

di PINO NANO – Anche la stampa francese scopre la “Sanità Calabra”. E’ il caso del settimanale “Le Point” (Il punto) che domenica 1 agosto ha dedicato la sua inchiesta di primo piano all’arrivo dei “medici cubani in Calabria” e ai mille risvolti oscuri della sanità calabrese. Vi ricordo che, nato nel 1972, fondato a Parigi da Olivier Chevrillon, Claude Imbert, Jacques Duquesne, Pierre Billard, Georges Suffert, Henri Trinchet e Philippe Ramond,”Le Point” è oggi il settimanale francese per eccellenza, tra i principali periodici generalisti di area di centro, giornale di grande diffusione in tutta la Francia e di grande peso politico.

Questa che “Le Point” dedica alla Calabria è un’inchiesta dura, documentata, che getta sulla Calabria e sul sistema sanitario calabrese tutto ombre e sospetti di vario genere,ma il tema è abbastanza complesso da presupporre anche letture critiche come questa. In compenso però, alla fine del suo lungo racconto, la giornalista francesce Hèloise Rambert; racconta in maniera puntigliosa la vicenda personale del medico scrittore di Seminara, Santo Gioffrè, e che per i francesi è un simbolo da imitare e soprattutto da conoscere e da raccontare.Una sorta di eroe moderno, che una mattina si sveglia e decide di combattare il malaffare da solo e in prima persona rischiando la vita.

Questa la trascrizione integrale delle cose scritte dalla testata parigina. «Nel febbraio 2015, Santo Gioffrè, medico e scrittore, è stato nominato Commissario Straordinario dell’Agenzia di Reggio Calabria. L’obiettivo era quello di mettere i conti in ordine e di fermare l’emorragia. In seguito ha visto da vicino le malversazioni che stavano minando il sistema sanitario calabrese e il sistema sanitario calabrese e lo sperpero di risorse pubbliche destinate alla cura di 2 milioni di italiani. “Mi sono reso conto che enormi fatture venivano pagate in doppio, in triplo, enormi fatture ai fornitori di servizi”, racconta Santo Gioffrè, che tuttora esercita la professione di ginecologo all’ospedale di Palmi, in Calabria. In particolare, ho bloccato un pagamento di 6 milioni di euro a una casa di riposo, che era già stato effettuato sei anni prima. Il comIl commissario lo vede con i suoi occhi: “la criminalità dei colletti bianchi che si nasconde dietro i grandi gruppi privati dei laboratori di analisi e aziende farmaceutiche”. Produce relazioni che sono state utilizzate, in particolare, per sciogliere l’Azienda sanitaria per associazione mafiosa quattro anni dopo».

Fatture dunque pagate due volte, e forse non solo questo. Una storia che è diventata quasi una leggenda metropolitana e che non fa che continuare a gettare fango e discredito sulla storia dei calabresi. Per fortuna però c’è ancora qualcuno, come il medico contadino e scrittore di Seminara che onora le migliori tradizioni calabresi. (pn)

A Roma Santo Gioffrè presenta il suo libro “Fadia”

di PINO NANOFadia (Castelvecchi Editore), l’ultima fatica letteraria di Santo Gioffrè, sarà presentata domani giovedì 2 febbraio a Roma alla Biblioteca Goffredo Mameli in Via del Pigneto 22 dal giornalista e scrittore Michele Santoro. Un evento nell’evento, a cui hanno già assicurato la propria presenza centinai di fans del medico scrittore calabrese di Seminara.

Fadia e Santo Gioffrè, un tourbillon di emozioni e di sentimenti, uno stile narrativo avvolgente e freschissimo, un misto di storia, di sociologia, di teologia, di umanesimo, un linguaggio moderno che, in alcuni punti, raggiunge un alto livello poetico. Santo Gioffrè questa volta va oltre la sua capacità letteraria di sempre e domani a Roma, con l’aiuto di un  grande giornalista dei nostri tempi, come lo è Michele Santoro, racconta gli ultimi, indaga le miserie e le contraddizioni degli uomini; riflette sul tempo che scorre veloce, a volte nemico, altre volte inesorabile, pienamente consapevole delle scelte che avremmo voluto fare e che prepotenti ci lasciano negli occhi e nell’anima la malinconia del non vissuto.

Fadia, l’ultima fatica letteraria del medico scrittore di Seminara Santo Gioffrè, ti strattona l’anima, ti affascina, ti incuriosisce, ti prende il cuore, un affresco di tenerezza e di sentimento, un tazebao di emozioni e di ricordi forti, legati ad una storia d’amore impossibile e fuori da ogni schema. Un lungo viaggio tra il mistero della vita, l’incanto dell’amore e le tragedie del nostro tempo, una apoteosi dell’amore per la vita, ma anche il racconto disperato del dolore che ogni esistenza umana si porta dietro, e che per la prima volta ci restituisce più che uno scrittore alla vecchia maniera un poeta moderno e di grande efficacia emozionale. In ogni pagina – forse anche per il privilegio di esserne amico da sempre – ne avverti la presenza, quasi a rassicurarti davanti all’abisso delle tragedie che improvvise compaiono agli occhi del lettore con forza quasi cinematografica. Ma in realtà potrebbe già essere non solo il titolo di un film di grande impatto mediatico, ma anche la sceneggiatura ideale di una storia tutta hollywoodiana.

Lo scrittore di Seminara è attentissimo a evitare lungo il terreno del racconto le facili mine della retorica, ma la danza tra l’incanto dell’amore e l’orrore della guerra dimenticata arriva comunque a noi con la forza struggente delle immagini che non avremmo voluto vedere e che, invece, sono lì, implacabili a interrogarci e a interrogare.

Fadia mi ha catturato, Fadia è, nei “rimpianti” taciuti di ciascuno di noi. Forse Fadia è anche un pezzo importante della sua vita privata, ma questo è un dettaglio di cui lo scrittore non ama parlare. In copertina la foto bellissima di una donna siriana di cui probabilmente lo scrittore calabrese conosce i segreti più reconditi della sua vita.

Mettiamola così, il romanzo Fadia è il desiderio di un cuore che vuol sciogliersi nei ricordi, alla ricerca di un mondo che, ormai, non c’è più e che porta struggenti dolori con sé.

Dottore, quanto c’è di autobiografico nel romanzo?

Io sono testimone di un mondo che viveva dentro le idealità e le critiche storture che hanno condizionato la vita di ognuno di noi nella seconda metà del XX secolo e nel primo decennio del XXI secolo. Ho voluto raccontare quel mondo perché nessuno potesse pensare che ciò che ora siamo sia dovuto al naturale svolgersi del tempo. Infatti, anche, l’ascesa di Andrea Bisi, ha dovuto fare i conti con quel mondo.

Ho trovato forte la descrizione della Siria, prima della guerra…

Vede, la Siria è stato il più bel luogo che io abbia visitato. Lì, si veniva catapultati in un mondo antico dove il profumo emanato dalle pietre, portava ogni problematico viaggiatore a ritrovare il suo perduto Spirito. Penso a Maalula, dove il primo cristianesimo pulsava, ancora persino nella lingua parlata. La guerra ha distrutto anche il senso dell’esistenza.

-È vero che in quella guerra, lei ha perso due cari amici?

È difficile, per me, parlare di Paolo, Boulos Yazigi, Arcivescovo Ortodosso di Aleppo, e di Kaled Al Asaad, il famosissimo Archeologo di Palmira. Tutti e due, assassinati dai terroristi dell’Isis. Mi furono, non solo amici, ma Padri Spirituali e la cui presenza aleggia, ancora in me.

Ma chi è, veramente, Fadia?

Fadia è una bellissima monaca che io ho conosciuto personalmente, che ha vissuto la tragedia della guerra così come io la racconto e anche, la sua bellissima storia d’amore.

Fadia, dunque, Un libro che si legge tutto d’un fiato, e che farà molto parlare di sé nei mesi che verranno. (pn)

A Santo Gioffrè il Premio per la Legalità

di PINO NANO –  San Vincenzo la Costa, vivace Comunità in provincia di Cosenza, festeggia la Seconda Edizione del Premio Letterario di Poesia “Giuseppe Mirandola”, organizzato dalla Pro-Loco e dalla Biblioteca comunale. Allo scrittore Santo Gioffrè è andato il Premio Speciale per la Legalità.

«Ci sono premi e premi, ma questo per la Legalità è un Premio speciale e di cui non finirò mai di ringraziarvi». Lo grida forte il medico-scrittore nel corso della cerimonia che a San Vincenzo La Costa lo premia come protagonista dell’antimafia.

Chiamato sul palco dalla giornalista Marisa Fallico a ritirare il suo Premio, Santo Gioffrè appare visibilmente emozionato, ma «L’emozione – precisa lui – è sentimento umano, persino il pianto è manifestazione dei forti, come ci tramandò Omero». 

Santo Gioffrè è prima di tutto un medico, diventato famoso in Italia e all’estero come scrittore di romanzi storici, ma soprattutto per aver scoperto e denunciato, «a rischio della propria vita e unico a farlo», le ventennali rapine nella sanità reggina.

«Tra gli infiniti e prestigiosissimi premi, nazionali e internazionali ricevuti, questo – sottolinea lo scrittore – questo che mi date questa sera è il più bello perché la scelta di premiarmi per “Aver esercitato la legalità al di là e al di sopra di tutto…” nasce dall’osservazione attenta delle mie azioni. Un Premio che avverto viene dal cuore e dalla testa di quei settori della Società Civile non ancora sopraffatti dal logorio di una fatuità destruente».

Ma è la motivazione del Premio, letta davanti al folto pubblico intervenuto, che completa il quadro di questa manifestazione così importante: «Santo Gioffrè merita il premio speciale per l’alto impegno profuso, per il forte senso di appartenenza alla Terra di Calabria, per la sua professionalità, per l’onestà intellettuale, per i valori in cui crede e per i quali si è sempre battuto, per l’impatto emotivo che le sue opere suscitano. La forza straordinaria di un uomo, un professionista che non ha subito gli inganni istituzionali, ma che si è sempre schierato dalla parte dei deboli, sostenendone i valori e la dignità».

La giornalista Marisa Fallico (con lui in alto nella foto) dice ancora di più di lui: «Autore di pubblicazioni storiche e narrative che hanno riscosso grande successo, la sua vita è da sempre legata alla memoria e all’impegno politico e sociale nella piena libertà di pensiero per giungere alla ricerca della bellezza. E alla rappresentazione della realtà sempre agganciata al magistero irrinunciabile della storia».

Questo è Santo Gioffrè, il medico-scrittore che appare molto poco nei circuiti in cui l’ostentazione è regola, ma che è stato capace, in solitudine, di smuovere millenarie montagne dove, in bella vista, albergava il malaffare.

Dottore a chi dedica questo Premio?

«È troppo importante per me per non dedicarlo alla mia famiglia, prima di tutto, e poi alla mia terra natale, al mio paese, Seminara, dove da bambino ho imparato a sognare e a credere che la vita può anche essere diversa da quella che ci raccontavano i nostri nonni in Aspromonte». (pn)

LA RIFLESSIONE / Santo Gioffrè: a proposito di Sanità Cuba e moralità

di SANTO GIOFFRÈ – Non è che bisogna possedere le facoltà di Tiresia per comprendere le gravose parole, pronunciate con il sorriso e, a volte, sfottendo gli avversari, del Presidente Occhiuto.  Nel suo messaggio mediatico, volto, ovviamente, a raggiungere direttamente il pubblico plaudente e confuso (perché, che serve interessarsi a sapere?)… ha parlato della drammaticità in cui versa la sanità calabrese e ha parlato a mamma perchè nuora intenda. 

Non potete imbrattarmi di codardia. Io, appena saputo del decreto emanato per il reperimento dei Medici Cubani, ho spifferato a mezzo mondo i veri motivi per cui Occhiuto è stato costretto a ricorrere a questo strumento, senza alcun timore di smentita. Due i motivi: una parte, la paura per l’imminente catastrofe e, dall’altra, mettere al riparo, sotto il profilo legale e politico, il suo status. 

La conferma di quanto testè affermato, è venuta a galla dalla sua stessa bocca, quando, tradito da un lapsus tipicamente freudiano, ha citato il drammatico caso di Cirò Marina. Il Governatore sa benissimo che tra un mese la sanità, in Calabria, sarà al collasso. Lui cita, a sua difesa, l’eredità ricevuta: il disastro causato da 12 anni di Piano di Rientro. La stessa cosa che io vado gridando, da 7 anni, e l’addossa, questa responsabilità, al centro-sinistra. Dice, così, una mezza verità, ma, anche, una grandissima, infamante falsità. 

I piani di attuazione previsti dal Piano di Rientro, la carne viva insomma,  li fece la destra quando, nel 2010, Scopelliti  e tal Gianluigi Scaffidi, personaggio multiforme, che, col decreto 18 e 106, (illuminante l’intervista rilasciata nell’ ottobre o novembre 2015), chiusero 18 ospedali e basta! Da lì  doveva partire tutto un processo di riorganizzazione, programmazione e, soprattutto, di lotta ai ladri al fine di ricostruire tutti  i bilanci delle Asp, dove si verificavano rapine continue, fin dal 2005. Invece, non successe niente. 

Nessun risanamento, tanto che la Calabria è l’unica Regione che rimarrà, per sempre, dentro i rigori del Piano di Rientro. Situazione aggravata dal Governo di Matteo Renzi, un vero e proprio Attila per la Calabria, personaggio ignavo, sprezzante. Disinteressato a tutto ciò che accadeva, di disastroso, nella Regione. 

Ma, torniamo ad Occhiuto e al suo video, sorridente. Occhiuto s’insedia e, vedendo la succosa carne, chiede e ottiene non solo la fine della diarchia tra Commissario di Governo e Presidente della Giunta, ma, concentrando nelle sue mani tutto il potere in capo alla Sanità, fa una serie di roboanti annunci dove perfonde, a piene mani, la fine dell’emergenza sanitaria e una nuova era di felicità sanitaria. 

Fa, anche, altro: Istituisce l’azienda Zero, attraverso la quale, in sostanza, concentra nelle proprie mani, tutto quello che di redditizio rimane della Sanità Pubblica: Concorsi, Contenziosi, Accreditamenti, alta Programmazione, Acquisti nel settore… Cose lodevoli, in Francia, Germania, a Cuba, dove la sanità è bene prezioso e pubblico, però…non in Calabria. Ma… c’è un ma! Quando va a vedere cosa c’è dentro la pignata, si accorge che la cucchiaia miscita  solo brodo. Carne non ce n’è più. 

Allora, vedendo che tutti i bandi emessi, vuoi perchè fatti male, vuoi perchè nessun medico vuol spostarsi da postazioni pubbliche protette, vuoi perchè il grande amor per la terra natia calabra dura solo il tempo del consumo di un tartufo di Pizzo, Occhiuto si accorge del collasso sanitario imminente, e che tale catastrofico evento, oltre al suo completo fallimento politico, potrebbe portare, anche, alla chiamata di responsabilità sotto tanti profili, visto che lui è uno, due e trino. 

Ecco perché l’ accordo col Governo Socialista Cubano, sapendo, anche, che il prossimo Governo amico gli metterà a disposizione gli strumenti legali necessari, con la giusta motivazione che la Calabria è terra di disastro sanitario. Certo, dal suo video, però, scopriamo altro. Qualcosa di terribile: la fine dell cultura politica e sociake del XX sec. Uno stravolgimento dei diritti Costituzionali; la fine dello Stato di Diritto. La sanità è solo un grande mercato! Una merce che si compra e si vende in base alla domanda e all’afferta. Apprendiamo, dalla candida voce del Presidente della Regione Calabria, Occhiuto, che in Italia ci sono delle Agenzie Interinali che offrono Medici a 1500 euro l’ora, per 50.000 mila euro al mese, come se si trattasse di contrattare vacche in un grande mercato. Il Malato, l’Uomo e i suoi bisogni, ridotti a merce. La fine di ogni Umanità. E, aggiunge, che i Medici Cubani, Socialisti e, altamente professionali, costano di meno. Per cui, lui, ha fatto, solo un affare, in fondo…

Io, fin dall’inizio, in difesa della povera gente che muore per mancanza di assistenza, mi sono, subito, espresso favorevolmente al provvedimento. Perchè prima viene la coscienza politica. Ma questo non vuol dire dare un colpo di spugna ai gravi reati penali e umani commessi, negli anni passati, da una banda di criminali.  A chi, tra le Istituzioni, li ha protetti e li protegge, a chi pensa che basti salvaguardare  il proprio culo e, poi, tornare a fare le porcheria che sempre hanno fatto. Rivoluzione permanente! 

SULLA RAI UNA CALABRIA CHE NON ESISTE
LA FICTION ‘LA SPOSA’ INSULTA I CALABRESI

di SANTO STRATIPassi per le belle spiagge della Puglia contrabbandate per le incantevoli coste calabresi, passi per un dialetto che con calabrese c’azzecca poco, ma il mercato delle “vacche” no, non è tollerabile. La fiction Rai La sposa con la regia di Giacomo Campiotti e la sceneggiatura di Valia Santella (Nastro d’argento 2019 e premio David di Donatello nel 2020) ha fatto invelenire i calabresi e scatenare un’ondata di sdegno come non capitava da tempo. La vicenda è molto semplice. La Rai propone in tre puntate (doppie) la storia di una giovane calabrese (splendidamente interpretata da Serena Rossi) che sposa per procura un settentrionale vicentino per garantire sostegno finanziario alla propria famiglia, in disgrazia dopo la morte del padre.

Ora, la storia in sé potrebbe anche essere carina e avvincente per una trasposizione televisiva (ricorda vagamente un racconto del collettivo Lou Palanca del 2015, che non viene minimamente citato) ma appare evidente che la storyteller si sia fatta prendere la mano attingendo non si sa da quali fonti circa un mercato di vergini (peggio della schiavitù) offerte ad aspiranti possidenti matrimoniabili del Nord. È una vergognosa invenzione che, oltretutto, non trova neanche una collocazione temporale giustificabile: che in Calabria (come in tutt’Italia) ci fossero i famosi “sensali” di nozze che combinavano matrimoni misti nord-sud è cosa risaputa, si davano da fare fino a tutti gli anni Sessanta, ma la storia televisiva dice che siamo nel 1967 (quando già c’erano i germogli della emancipazione femminile che da lì a poco sarebbe esplosa) e traccia un’immagine della povera e disperata Calabria che nemmeno il buon Muccino, tra coppole e asinelli, avrebbe potuto immaginare. 

Il disprezzo verso i meridionali è fin troppo evidente ma risulta gratuito e sgarbatamente odioso (Calabria, vuoi sempre sghei!)  e questo non è tollerabile in una televisione che è Servizio pubblico. Si offre un’immagine contorta e distorta di inciviltà come non è mai esistita: si propone un mercato di vergini al miglior offerente che nemmeno negli emirati arabi d’inizio secolo o negli States di miss Rossella e Mamie della guerra americana di Via col vento, tra razzismo, schiavitù e ribellione. No, hanno ragione i calabresi a indignarsi, soprattutto pensando alle lotte contadine, al sacrificio di Giuditta Levato e di tantissime altre anonime donne che hanno pagato con la vita il rifiuto della sottomissione e della violenza di genere.

È un falso storico e in una fiction, in un film, in un romanzo, si può raccontare di tutto, senza tener conto della realtà, ma un conto è l’invenzione creativa, un altro il viscido filo di razzismo che viene trasmesso dalla tv di Stato e sbattuto in faccia alle cattive coscienze dei sostenitori dell’autonomia differenziata (del Nord ai danni del Mezzogiorno).

Le costiere che appaiono in video non sono della Calabria (gli esterni al mare sono stati girati a Vieste, nel Gargano, per evidenti opportunità di produzione – Film Commission Apulia è stata più brava della nostra?), ma neanche la storia, i volti, i personaggi sono della Calabria. 

Un Paese come l’Italia che conta circa 4 milioni di calabresi fuori dalla regione sparsi per la penisola (alcuni illustri, famosi e meritoriamente apprezzati in tutti i campi) non può accettare un’immagine così retriva della storia del Sud, della Calabria, che offende non solo tutti i calabresi, ma anche gli italiani. 

Non è una “storia di Calabria” quella de La sposa che per tale è stata contrabbandata e grazie al cielo non è stata finanziata dalla Calabria Film Commission, ma ha trovao grande pubblico televisivo nella prima serata di RaiUno.  

Una brutta pagina di televisione che coltiva il seme dell’odio razzistico (Nord contro Sud – non s’affitta ai meridionali) sulla quale riteniamo opportuno proporre e riportare i commenti di due scrittori “autenticamente” calabresi: Santo Gioffrè e Giusy Staropoli Calafati. Due riflessioni che, personalmente, condividiamo in pieno e che, siamo convinti, troveranno il giusto apprezzamento. Ma qualcuno, alla fine, risponderà mai di tanta infamia a buon mercato? (s)

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LO SDEGNO DELLO SCRITTORE DI SEMINARA

di SANTO GIOFFRÈ – Mancava, solo, l’anello al naso. Poi, mel reale immaginario dell’Italia da bere, la Calabria torna terra del Grand tour… Micuzzu… Micuzzu ,vota i crapi, ca cattai na capretta  Calabrisi in Puglia e a facimu cumbojjari du muntuni Veneto, in Piamonte… 

Certo che solo la fantasia e la testa malata, infetta da 40 anni di qualunquismo razzista e clerical- reazionario, con evidenti e subitanee complicità Calabresi,  poteva partorire una ipotesi pseudo filmica in cui, negli anni ‘60, le ragazze calabresi venivano fatte sfilare nelle piazze dei paesi, in un mercato delle vacche, come facevano, nel ‘700, gli schiavisti anglo-olandesi- americani, e sottoposte ad aste in base allo stato di verginità, alla dentiera e alla prestanza fisica per usarle come troie da traino nelle terre del nord. 

Qualsiasi proseguo avrà, questa fiction è di una violenza xenofoba…(prendi i sghei, Calabria…) mai fin’ora apparsa in una fiction su una Rete di Stato. Falsa dal punto di vista storico (negli anni 60 non vi furono, mai, fenomeni  di vendite evidenti e pubbliche di donne… anzi in quel periodo, in Calabria, iniziarono lotte politiche feroci per l’emancipazione, il riscatto culturale e sociale e contro il potere politico dominante… e se drammi sociali e familiari vi furono, questi vanno raccontati sotto il profilo storico, antropologico e sociale…). 

La letteratura calabrese, in quel periodo, mostrava, Resistenza, se pur minima, anche se incapace di farsi avanguardia d’impulsi  d’emancipazione …Cialtroni, miserabili e venduti alla vulgata razzista del nord. Ma ve lo meritate… I pacchi i pasta, anche questo sono, visto che accettate di tutto pur di aver qualcuno da chiamare padre!  (s.g)

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NON È LA CALABRIA, È UNA QUESTIONE DI IDENTITÀ

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Permalosi e orgogliosi. I calabresi siamo così. Suscettibili quando ci toccano la storia e ci reinventano i luoghi. Alterano tutto ciò che attorno ad essi si compie. E che completa la nostra esistenza. Dà acqua alle nostre radici. Fortemente emotivi quando ci scombinano la narrazione, ci strapazzano l’ideologia, ci adattano ai tempi, e ci modificano i decorsi. E non è campanilismo questo risentimento che si palesa sui volti di un popolo intero, è questione di identità.

La Calabria è una parte del Sud, troppo intima, da rendicontare il tempo di una briscola o un tressette. Troppe, infinite le sue declinazioni. Impossibili di essere colte nella totalità.  E interpretarla si sbaglia il concetto, a imitarla si erra per presunzione. E nessuno riesce mai, e per precise ragioni di appartenenza, a fidelizzare con lei completamente. La sua lingua è un ossimoro. Il suo è un idioma potente, impossibile da rendere mediatico. Ha un accento che non esiste.

La Calabria è una gentile colomba. Così ritrae le spose d’Aspromonte, Corrado Alvaro. Anche quelle maritate per procura. Con una sola foto oltre l’oceano. Preservate dal male e dall’affascino.

Nella prima puntata de La sposa, la Calabria torna sul grande schermo ammantata di arretratezza e inciviltà. Riproponendo una questione meridionale praticamente irrisolta.  Ma La sposa non è la Calabria.

La donna calabrese non è una regalia. Non sfila nelle piazze dei paesi, come accade nel film, al mercato delle vacche, per essere messa all’incanto a seconda della sua verginità. Sulla base delle sue possibili prestazioni. Né ieri né mai. La donna calabrese è fimmina! È forza, coraggio, dignità, lavoro, ostinazione e senso, altissimo, dell’onore. 

La sposa in Calabria è valore, anche per procura. È rispetto, è considerazione. La storia cerca verità, non compiacimento. E allora non si esagera, neppure nei fil. È questione di identità.  

La Calabria non è un bicchiere sempre mezzo vuoto, con cui il Nord cerca di placarsi l’arsura quando cazzo gli pare. La mia terra, è un calice di vino rosso pieno che anche il cinema deve imparare a rispettare. Onorando la sua storia, in nome di donne come Giuditta Levato, con tutto il dolore e la resistenza, le lotte e non la ciotìa. Donne come Caterina Pisani Tufarelli, prima donna sindaco d’Italia. Tra le “ragazze del ‘46”, quando già la Calabria aveva avviato la sua emancipazione.

Se non fosse per la capacità del regista, d’aver attributo alla protagonista Maria, interpretata magistralmente da Serena Rossi, la forza inequivocabile che la Calabria ha, che a quanto pare sarà proprio lei a salvare il Veneto, avrei ammonito con fermezza e rigore questa storia. Strumentalizzare una terra come la Calabria, come a volerle ogni volta piegare il capo per la benedizione, è un delitto che non si può perdonare. La Calabria è una terra speciale, e come tutte le cose speciali, va prima provata, assaporata. E solo poi, eventualmente, raccontata nei libri o in televisione.  (gsc)

 

Leonzio Pilato, da Seminara al mondo i miti immortali

di SANTO GIOFFRÈ – Il 1° dicembre 1365, nella  baia di Venezia, muore Leonzio Pilato, il più grande studioso, intellettuale e letterato, mitografo meridionale  del Medioevo.  Nato a Seminara, verso il 1313.  Leonzio Pilato è il padre dell’Umanesimo occidentale. Mai, amor mi fu tanto caro!

Sigero, ambasciatore di Bisanzio a Venezia, comunica a Francesco Petrarca: “Leonzio Pilato, dopo aver tradotto la Fisica di Aristotele, decise di lasciare Costantinopoli.  Mentre si trovava vicino all’albero di trinchetto della nave, in vista del porto di Venezia, un fulmine lo uccideva. Fu allora, nel momento in cui la vita stava per abbandonarlo, che Leonzio raccolse le sue ultime forze e lanciò per aria i suoi preziosi codici per donarli agli Dei, perchè li custodissero e al vento tempestoso perchè li spargesse per il mondo. Io lo abbracciai, forte, ma Leonzio, ormai, apparteneva al mondo dei suoi amati Dei e, quando tentai di strigere la sua mano, udii il sospiro del vento sussurrare Irene, Irene…”

Fino a 40 anni fa, di Leonzio Pilato nulla si sapeva. Soffice piuma confusa, dal vento, tra le polveri di scarto. Francesco Petrarca, dicendo di Lui e del suo pessimo carattere di arcigno  greco meridionale, lo condannò alla damnatio memoriae, pur avendo visto, attraverso Lui, la luce della sapienza del mondo classico.

Allevato da Barlaam, secondo  Scuola e disciplina bizantina che regolava l’addestramento dei bimbi allo studio e alla traduzione dei codici antichi, si presume che Leonzio Pilato all’età di 7 anni, fosse stato addestrato da Barlaam a tradurre i codici classici dal greco in latino, come in uso nelle Scuole dentro i Monasteri Ortodossi. La prima notizia certa, su Leonzio adulto, ci viene riferita da Boccaccio quando apprende il significato del Mito di Proteo dalle parole di Paolo da Perugia, rettore della più fornita Biblioteca in Europa; quella  Napoletana di Roberto d’Angiò. Spiegazione che Paolo da Perugia aveva avuto da Leonzio Pilato, che a lui si era presentato come Auditor (allievo) del grande Barlaam. Ricordiamo, a chi mi legge, che Paolo da Perugia scrisse una grande opera sugli genealogia degli Dei le Collectiones.Ma pare, che, in effetti, gran parte della stessa opera fu scritta o dettata  da Barlaam. 

Come Leonzio Pilato scrisse gran parte dela Genealogia degli Dei Gentili che Boccaccio s’intestò. Dopo 10 anni che Leonzio era rimasto a Creta per perfezionarsi nella lingua greca, lo ritroviamo a Padova, il 5 dicembre 1358, straccione, senzatetto e mentre cercava l’elemosina in Piazza della Ragione, per mantenersi ai corsi di laurea presso lo Studium Padovano. Qui incontrò, perchè a Lui indirizzato, Francesco Petrarca, che era un Dio in terra e uno degli uomini più ricchi, egoisti, superbi e potenti di quel tempo. Petrarca, sapendo di questo straccione calabrese, (sporco, ostico, puzzolente, con i capelli in disordine, ma la più grande mente esistente nella conoscenza delle favole greche, come lo descrive, dettagliatamente, Giovanni Boccaccio nelle Genealogie,  libro XV) che recitava l’Iliade, in latino, dando consigli ad un avvocato per affrontare cause difficili, andò a trovarlo e gli propose di fare una cosa, mai tentata al mondo: la traduzione, dal greco in latino, dell’Iliade e dell’Odissea. Leonzio, pur riluttante, perche aveva in odio gli uomini col piglio padronale, accettò per fame e  con modesta mercede. Ma, poco durò il suo tempo col Petrarca! 

Per contrasti circa la sua tecnica antica di affrontare la Translatio, verbum de verbo, Katà podà, mentre Petrarca pretendeva la traduzione a senso,  arrivato alla traduzione del verso 3401 del V libro dell’Iliade, Leonzio, dopo l’ennesimo richiamo del Petrarca “fac citius, fac citius – fai presto, fai presto”, mandò, letteralmente affanculo, il Poeta Laureato. 

L’abbandonò, buttandolo nello sconforto totale perché, il Cantore di Laura, capì che, perdendo Leonzio, gli sarebbe venuta meno l’unica persona, in tutt’Europa, tra i traduttori, persino Bizantini di altissima cultura, capace di  maneggiare e tradurre i Poemi Immortali. 

Petrarca aveva e soffriva la pecca di non conoscere il greco e, da grande Intellettuale qual era, oltre ad essere sospettato  di finanziare  ladri e trafficanti di manoscritti, sapeva l’importanza, per lui, dell’entrare in possesso, prima di tutti gli altri al mondo, del fiume di notizie contenute nell’Iliade e nell’OdisseŒ. 

Fu Giovanni Boccaccio il quale, implorato da Petrarca, intercettò Leonzio Pilato sulla strada verso Avignone. Lo portò con sè a Firenze, facendolo mettere a stipendio dalla Repubblica Fiorentina come fondatore e insegnante presso la prima cattedra di Greco in Italia. 

Leonzio Pilato, tra il 1358 e il 1360, tradusse tutta l’Iliade e l’Odissea e l’Ecuba di Euripide. A Pisa, tradusse il Digesto, parte greca delle Pandette. 

Nel 1363, dopo un’ulteriore scontro con  Francesco Prtrarca, a Venezia, s’imbarcò per Costantinopoli dove, per campare, dava lezioni di greco ai giovani rampolli veneziani e tradusse la Fisica di Aristotele. 

Da un frammento ritrovato, risulta che Leonzio era un laureato. Cioè, a Padova, Leonzio Pilato raggiunse la massima onorificenza di studi, la Laurea. In Italia, allora, i laureati erano sì e no cinque.

Il libro “Terra Rossa” di Santo Gioffrè il Premio Letterario Nazionale “Tulliola”

di REDAZIONE ROMANAEnnesimo, prestigiosissimo riconoscimento al medico-scrittore Calabrese Santo Gioffrè. Venerdì scorso in Senato, presso la storica “Sala Zuccari” di Palazzo Giustiniani, nell’ambito della XXVII Edizione del Premio Tulliola-Renato Filippelli, ha ricevuto la targa al merito come Primo Vincitore Nazionale assoluto della sezione Per la Legalità e contro tutte le Mafie.

Nella motivazione letta a Palazzo Madama si legge testualmente: «La Terra Rossa, in questo libro c’è tanto Sud. Terra rossa di sangue e arsa di sole, viva dell’onore e delle sue contraddizioni; madre e matrigna, sostrato di civiltà ancestrale, primitiva quanto i bisogni, istintiva quanto la violenza e la vendetta. Il romanzo aggruma storia, mito e tradizione, casta di padroni/nobili di ogni ricchezza e pretesa e classe degli ultimi, segnati da ogni povertà ed emarginazione – talvolta “muli”, razza bastarda senza diritti e senza nome. L’autore, aduso a brillante prosa giornalistica e narrativa con uno stile efficace e personale, rammemora la grande letteratura neorealista, in uno spaccato di cultura meridionale, che aspira a trovare nella libertà ogni legittimazione e affrancamento».

La Giuria, presieduta dal grande poeta calabrese Dante Maffia, candidato al Premio Nobel per la letteratura, ha voluto aggiungere alla motivazione ufficiale del Premio un altro concetto fondamentale: «Allo scrittore Santo Gioffrè, per l’impegno profuso contro ogni forma di malaffare e in difesa della salute pubblica».

Ricordiamo che Santo Gioffrè è ormai conosciuto in Italia e all’Estero, oltre per i suoi romanzi, alcuni di questi divenuti film di grande impatto mediatico e successo di pubblico, anche per aver svolto il ruolo di Commissario Straordinario del’Asp di Reggio Cal, nel 2015, e in soli 5 mesi, per aver scoperto e denunciato, per la prima volta e con grande coraggio, le decennali truffe e rapine, per milioni di euro, consumate in quell’Asp ai danni del cittadino.

Il medico scrittore Santo Gioffrè ha preso quindi la parola per sottolineare la sua grande soddisfazione per il premio ottenuto, «ma inaspettato», e soprattutto per essere stato premiato nello stesso luogo dove il 27 dicembre 1947, il Presidente della Repubblica, Enrico de Nicola e il Presidente del Comitato, Umberto Terracini, firmarono la Costituzione. Ma anche – ha sottolineato in pubblico il medico scrittore – per aver avuto il piacere di essere premiato assieme al magistrato Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro, insignito lui con medaglia d’oro concessa dal Presidente della Camera Roberto Fico, per il Suo altissimo impegno contro la ‘Ndrangheta”. (rrm)

Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese
di Santo Gioffrè

di FILIPPO VELTRI – Un libro di nemmeno 70 pagine ma dentro c’e’ tutto, cioè l’inferno visto da vicino, un viaggio al termine davvero della notte piu’ buia. Santo Gioffre’ ci ha consegnato sul finire dell’anno appena chiuso, nel suo ‘Ho Visto – La grande truffa nella sanità calabrese (Castelvecchi), un manuale per le attuali e future generazioni, che andrebbe distribuito non solo nelle librerie e nelle edicole dove adesso lo trovate ma gratuitamente  nelle  scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle chiese, alla Regione, ai Comuni, alle Prefetture. Dovunque.

Mi auguro che il neocommissario Guido Longo lo abbia già letto. Perché serve per capire il motivo per cui la sanità calabrese è in questa situazione e perché è difficile e complicato ora metterci mano.

Gioffrè ci fa toccare da vicino – da uno che ha visto cose e uomini e poi inopinatamente è stato revocato dall’Anac dopo nemmeno sei mesi per un articolo della Legge Severino – come sia una sciocchezza quello che si sente e si dice e si scrive e si blatera in questi lunghi mesi di polemiche varie sulla sanità calabrese: lì è un inferno in cui stanno assieme quelli che dovrebbero controllare e sono per questo lautamente pagati e invece non lo fanno, titolari di aziende e strutture private, banche, commercialisti, faccendieri, imbroglioni vari. Tutti assieme appassionatamente per creare una voragine inimmaginabile.

Gioffrè – medico, scrittore, militante politico senza maschere – narra da par suo, come solo un grande scrittore di romanzi storici sa fare, la sua esperienza di commissario all’ASP di Reggio Calabria, una incredibile storia di ruberie consumata sotto gli occhi di tutti da anni, con fatture pagate due volte, tre volte, perché non c’era alcuna contabilità. Anzi una c’era: era quella orale per cui non si veniva mai a capo di niente e non se ne viene anche oggi a capirci qualcosa.

E poi ancora: pignoramenti eseguiti in più fori sulla base dello stesso titolo, la sistematica assenza del Governo nei procedimenti esecutivi di estensione. Con nomi e cognomi, date e luoghi.

In questo libro si spiega tutto e tutto diventa più semplice per capire lo stato dell’arte nel quale viviamo: cioè la condanna della Calabria all’eterno piano di rientro, l’emigrazione sanitaria, i tagli dei posti letto, la distruzione della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata, come si è visto e si vede oggi con la tragedia del Covid. (fv)

Ho visto. La grande truffa della sanità calabrese
di Santo Gioffrè
Castelvecchi Editore, ISBN -13 : 9788832903201

LA SFIDA DI GIOFFRÈ AL MALAFFARE SANITÀ
SCOMODE VERITÀ DEL MEDICO-SCRITTORE

di PINO NANO – Le tante scomode verità del medico-scrittore Santo Gioffrè: una testimonianza in prima persona, che equivale a una grande sfida al malaffare che ha pervaso la sanità calabrese. Arriva in libreria il nuovo libro di Gioffrè, ma non è un romanzo storico, come quelli ai quali ci ha piacevolmente abituato: è il racconto amaro di una sconfitta, quella dello Stato, che forse si poteva evitare. Una coraggiosa, pesantissima, denuncia che farà scalpore. Susciterà amarezza e indignazione tra le persone perbene, tra i tantissimi calabresi onesti che hanno diritto e voglia di essere informati su uno scandalo infinito su cui la giustizia dovrà mettere la parola fine. Non caso s’intitola Ho visto. La grande truffa della sanità calabrese.

Il saggio esce grazie alla Castelvecchi Editore che ha fortemente creduto nel progetto del medico scrittore di Seminara, decidendo di farlo arrivare non solo nei luoghi più sperduti del Paese, ma anche all’estero dove spesso la Calabria che viene raccontata dai media è meno crudele di quella che Santo Gioffrè descrive invece in questo suo racconto, dai toni anche drammatici e fortemente sofferti.

Questo suo nuovo libro è in realtà il diario di bordo di una esperienza di governo e di gestione ai vertici della sanità calabrese, «dove può capitarti di imbatterti in un mafioso senza rendertene conto», tanto simile spesso egli è agli uomini di Stato e ai rappresentanti istituzionali di questa moderna Repubblica del caos.

Un pugno nello stomaco, una confessione a cielo aperto, una sfida al Paese, coraggiosissima e plateale, un dossier analitico e documentatissimo sul malaffare della sanità calabrese davvero senza precedenti, ma anche un racconto diretto immediato senza perifrasi o mediazioni di comodo che ti entra nel cuore e nel corpo con una violenza brutale e inimmaginabile. E di fronte al quale, ogni qualvolta vedi in televisione l’immagine stereotipata dell’arresto di un uomo di ‘ndrangheta, il più delle volte di un boss, ripreso in qualche capanno o vestito da contadino, ti viene solo da sorridere, perché oggi i veri boss della ‘ndrangheta sono forse molto di più quelli che Santo Gioffrè descrive nei minimi dettagli lungo il percorso che affronta in “Ho visto”, e che vestono blazer scuri e scarpe firmate da 2 mila euro al paio.

La domanda a cui nessuno forse potrà, o saprà mai dare una risposta credibile, e che noi ci facciamo da giorni è questa: ma dove avrà mai trovato Santo Gioffrè il coraggio di tanta lucidità nella scrittura e nella forza delle accuse che muove al mondo istituzionale calabrese, e non solo calabrese?

Abbiamo allora provato a conoscerlo meglio questo medico scrittore. Anche perché la sua vita di intellettuale è costellata di altre opere di grande pregio letterario.

Nel 1999 pubblica il primo romanzo storico Gli Spinelli e le Nobili Famiglie di Seminara, nel periodo del terremoto del 1783. Seguiranno Leonzio Pilato, La terra rossa, Il Gran Capitán e il mistero della Madonna nera. Ultimo romanzo prima di Ho visto, Gioffrè scrive L’opera degli ulivi, che segna di fatto il suo grande esordio per la Castelvecchi di Roma.

La copertina del libro "Ho visto" di Santo Gioffrè

Uno scrittore dunque di straordinario coinvolgimento emotivo, che usa un racconto per nulla forbito ma lineare, semplicissimo, e lo stratagemma del romanzo per raccontare gioie dolori ed emozioni della sua terra natale, che è la Piana di Gioia Tauro, «infestata dalla violenza e dal pregiudizio storico che tutto ciò che si muove è solo ndrangheta», lui figlio di un paese come Seminara dove la faida di tanti anni fa ha profondamente segnato la vita di ogni ragazzo di allora, quando durante un funerale arrivarono dei killer e spararono contro il corteo, e i ragazzi videro la bara del defunto rotolare per le scale del sagrato della Chiesa, abbandonata da chi la portava in spalla.

Scene di una violenza inaudita, ma che Santo Gioffrè nei suoi romanzi ha cristallizzato in ricordi e immagini di una suggestione senza pari, dove l’Aspromonte – per lui che ne è figlio più autentico di questa montagna – è meno cupo e meno minaccioso di quanto invece da lontano non si possa immaginare.

Fin qui la vita del romanziere, Santo Gioffrè. Ma c’è anche un rovescio della medaglia che è invece quello di un medico che tra Seminara Palmi e Gioia Tauro fa anche tantissima attività politica, impegno che lo vede eletto più volte consigliere al Comune di Seminara, e dal 1994, per due volte consecutive Consigliere provinciale nel collegio Seminara – Delianuova, ma anche assessore alla cultura della provincia di Reggio Calabria.

Vecchio idealista, uomo esteriormente rude, protagonista indiscusso della sinistra storica in Calabria, Santo Gioffrè – che per mestiere fa il medico ginecologo a Palmi ma che è soprattutto conosciuto in Italia come scrittore e romanziere della grande scuola meridionale – nel 2015 viene nominato dalla giunta regionale in carica Commissario Straordinario dell’ASP di Reggio Calabria, e qui incominciano i suoi «guai terreni».

Subito dopo il suo insediamento, incomincia a mettere mano alle poche carte che trova sul suo tavolo di gestore unico della sanità nella provincia più “discussa” d’Italia, e scopre – quasi per caso – che da quel giorno in poi la sua vita avrà a che fare soprattutto con un deficit di bilancio unico in Italia e con un disastro finanziario impossibile da risanare.

Ma l’uomo ha il carattere forte e la tempra giusta per credere di potercela fare da solo, a rimettere ordine in questo caos di totale confusione. Per giorni e notti lavora sulle cifre che ha davanti, ma intuisce immediatamente che molte cose non vanno. E man mano che va avanti nella conoscenza dei dati contabili dell’Azienda Sanitaria si rende conto che ha di fronte un quadro a dir poco scandaloso e allarmante.

Convoca allora i suoi funzionari più diretti, legge tutti i rapporti redatti dai suoi predecessori, cerca insomma di capire perché l’Asp di Reggio Cal fin dal 2013 è senza bilancio consolidato in quanto, quell’anno, fu bocciato e mai più redatto.  Molte delle spese sostenute dalla sanità reggina sono state fatte infatti sulla “parola”.

Cosa significa? Che non ci sono carte contabili. Non ci sono ricevute di pagamenti effettuati. Non ci sono riscontri finanziari. Non ci sono registri contabili affidabili, ma solo «parole affidate al vento e alla memoria di qualcuno». Molte cose sono state acquistate e saldate sulla base di accordi o promesse verbali, «sulla parola», magari con una semplice stretta di mano. Roba da non crederci. Bastava una stretta di mano, e l’affare si chiudeva in quel modo. Ma così andavano le cose, nella più importante azienda sanitaria calabrese.

Verba volant, scripta manent. Santo Gioffrè la chiama “Contabilità orale”, nel senso di contabilità affidata alla memoria storica di qualcuno, di cui però non ci sarà mai traccia vivente. Parliamo di contabilità di milioni di euro mai regolarizzati, e mai trascritti su carte documenti o anche semplici memorandum. Per anni tutto è avvenuto “sulla parola”. Una stretta di mano, uno sguardo ammiccante, un accordo da chiudere, e soprattutto la certezza poi che qualcuno avrebbe alla fine pagato il conto.

E il primo “conto” che Santo Gioffrè, nella sua veste di neocommissario della sanità reggina deve saldare è una “piccola” fattura di 6 milioni di euro ad una struttura privata convenzionata di Reggio Cal.

Avete letto bene. 6 milioni di euro, mica bruscolini.

Dopo 20 giorni dall’insediamento, Santo Gioffrè riceve la visita di un signore, già curatore legale di quella struttura. Nel suo libro Gioffrè fa nomi e cognomi precisi. Il neo-commissario lo riceve ma viene raggelato dal suo racconto.

Questi riferisce che prima del suo insediamento, l’Asp aveva pubblicato una delibera, con tutti i pareri di rito favorevoli, in cui veniva riconosciuto ad una Casa di Cura privata convenzionata un debito da pagare di 6 milioni di euro.

“Dottore, noi avevamo già incassato, nel 2009, i sei milioni che ci dovevate. Poi, nel 2014, io stesso ho curato, a nome del Consiglio d’Amministrazione, la vendita ad altri della Casa di Cura. Ora, scopriamo che si stanno pagando le stesse fatture che, allora, ci furono pagate…”.

Fine della favola?

Niente affatto. Santo Gioffrè chiede ulteriori verifiche e scopre per bocca dei suoi amministrativi che quel saldo di 6 milioni di euro in realtà, per come riferito, era probabilmente avvenuto “sulla parola”. Nel senso che il debito era stato regolarmente saldato dalla Banca tesoriere dell’Azienda Sanitaria, ma nessuna ricevuta specifica, fattura per fattura pagata, era stata trasmessa all’Ufficio Economico-finanziario dell’Asp affinché la partita debitoria, da quel momento in poi, risultasse estinta.

Da qui, poi, la seconda richiesta di saldo, evidentemente vogliamo pensare per via di fatture precedenti già saldate ma assolutamente inesistenti.

Che fare?

Gioffrè, ricevuti i documenti che accertano il pagamento avvenuto, scrive allora di proprio pugno la delibera di annullamento della precedente delibera, e blocca il saldo di 6 milioni di euro disposto per la nuova società.

Il Medico-Scrittore, proseguendo nel suo lavoro di ricerca, scopre ulteriori fatture pagate due volte, soprattutto a multinazionali del farmaco e intuisce il sistema che ha trasformato l’Asp di Reggio Calabria in bancomat. È facile immaginare, a questo punto, cosa accadde nelle settimane successive.

Santo Gioffrè viene cacciato dal suo incarico.

Lo mandano a casa nel giro di qualche giorno, e lo fanno senza pietà, quasi fosse un appestato. Naturalmente, lo mandano via con una “scusa istituzionale” assolutamente “impeccabile”, e fra l’altro anche giuridicamente incontestabile.

L’Anac, l’Autorità Anticorruzione guidata allora da Raffaele Cantone scopre che la sua nomina di Commissario dell’ASP di Reggio Calabria è incompatibile perché Gioffrè, nel 2013, era stato candidato, sconfitto, alla carica di Sindaco di Seminara, un paesino di 1500 mila anime.

Bene, oggi – grazie a questo libro di grande coraggio ed efficacia mediatica vi assicuro – questa storia della “Contabilità orale” farà ormai il giro del mondo.

Mi permetto solo di darvi un consiglio. Davvero avete voglia di capire come, in storie come queste, di grandi affari milionari, si materializza la Ndrangheta?

Bene! Nelle prime quattro pagine di “Ho visto” troverete il racconto dettagliato, inquietante, drammatico e clamoroso di un incontro tra il medico-scrittore e un signore elegante e dall’atteggiamento sobrio che è un affresco attualissimo del rapporto tra la ‘ndrangheta e le Istituzioni di questo paese, e di fronte al quale lo scrittore confessa: «Quando tutto iniziò ebbi subito la sensazione di trovarmi di fronte all’amore e alla morte… Sentii il gelo di quando muore qualcuno… Quell’uomo aveva lavato e asciugato il mio coraggio. Mi sentivo nudo e avevo freddo, il cuore mi sembrava diventato vegetale, non aveva più un battito. In quei momenti è difficile rimanere lucidi. Rimasi muto. Lo accompagnai con lo sguardo, fin quando non si perse tra la folla».

Santo Gioffrè, dunque, non solo “Premio Letterario Nazionale Cronin 2020” in una terra dove se «alzi per un momento la testa, e lo fai fuori dal coro, rischi di beccare un cecchino pronto a farti fuori».

Oggi Santo Gioffrè è diventato, suo malgrado, icona della legalità in tutto il mondo, ma soprattutto testimonial di grande coraggio individuale, perché da oggi in poi – quando si parlerà della sanità calabrese e della “Contabilità orale” dei bilanci milionari delle Asl calabresi – si parlerà per forza di cose di lui, della sua cocciutaggine, e del suo estremo coraggio.

L’intervista che giorno fa gli ha dedicato BBC News, francamente gli rende merito di tutto quello che lui ha fatto in tutti questi anni al servizio della sua terra.

Ma chissà se la penserà allo stesso modo il ministro Roberto Speranza?

Sappiamo solo che in passato i due erano anche grandi amici, lo erano soprattutto un tempo, quando insieme facevamo politica nello stesso vecchio partito comunista. Ma poi, forse, andando Roberto Speranza al Governo come ministro della Salute – con tutti gli impegni istituzionali del suo dicastero – avrà certamente perso per strada pezzi importanti dei suoi ricordi passati, e quindi forse anche una parte importante dei suoi amici più cari.

«Ma ho imparato a mie spese – sorride il vecchio medico di Seminara – che la politica, da sempre per la verità, riserva amarezze di questo genere. Forse anche peggiori di queste. Importante è non serbare mai rancore per nessuno». (pn)