CRISI CLIMATICA, LA CALABRIA È A RISCHIO
SERVONO AZIONI PER TUTELARE LE COSTE

di MARIO PILEGGIL’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, (Unesco) e la World Meteorological Organization (WMO)  hanno dichiarato il 2025 “Anno Internazionale della protezione dei ghiacciai” con l’obiettivo di evidenziare il ruolo vitale dei ghiacciai e sensibilizzare il mondo sulla drammatica fusione delle calotte glaciali e sui rischi per questi ecosistemi essenziali.

Il 70% dell’acqua dolce globale è immagazzinata nei ghiacciai e nelle calotte glaciali. I ghiacciai sono fonti primarie di acqua dolce per due miliardi di persone, regolano il clima terrestre e sono anche i custodi della storia climatica del nostro pianeta.  

La loro riduzione sta avendo impatti globali come l’innalzamento del livello del mare e i cambiamenti nei pattern meteorologici. 

I dati più recenti evidenziano che i ghiacciai di tutto il mondo si stanno riducendo sempre più rapidamente: dal 2000 la perdita di ghiaccio globale è aumentata di quasi il 50% rispetto ai decenni precedenti. 

Le Alpi hanno perso circa il 60% del volume glaciale rispetto al 1850 e potrebbero perdere l’80% entro il 2100.  

Secondo il Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani, curato dal Comitato Glaciologico Italiano e dal Gruppo di Ricerca Glaciologia dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il Cnr, negli ultimi 60 anni si è registrata una diminuzione del 30% della superficie glaciale, con una perdita di circa 200 km², equivalente all’area del Lago Maggiore.  

Gli studi del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC) riportano che il livello del mare si è alzato di circa 20 centimetri dal 1900, con un’accelerazione significativa negli ultimi decenni. 

Una recente proiezione riguardo lo scioglimento dei ghiacci “Fusion of Probabilistic Projections of Sea-Level Rise” pubblicata a Dicembre 2024 su “Earth’s Future-AGU” delinea scenari con innalzamento medio globale del livello del mare compreso tra 0,5 e 1,9 metri entro il 2100. 

Lungo le coste delle regioni italiane l’innalzamento del livello del mare entro la fine del secolo è stimato dall’Enea tra 0,94 e 1,035 metri (modello cautelativo) e tra 1,31 metri e 1,45 metri (su base meno prudenziale). A questi valori bisogna aggiungere il cosiddetto storm surge, ossia la coesistenza di bassa pressione, onde e vento, variabile da zona a zona, che in particolari condizioni determina un aumento del livello del mare rispetto al litorale di circa 1 metro.

Secondo le proiezioni dell’Enea, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento, 40 aree costiere e molte migliaia di chilometri quadrati di pianure costiere italiane potrebbero essere sommerse entro la fine del secolo.

Lungo 246 chilometri di costa della Pianura Padano-Veneta, nelle regioni Emilia-Romagna, Veneto e Friuli, si estende l’area a rischio più estesa già mappata di 5.451 chilometri quadrati. Altre aree a rischio inondazione: le foci del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l’area di Lesina e di Taranto in Puglia; l’area di La Spezia in Liguria; tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull’Isola d’Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana; la piana Pontina, di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania; l’area di Cagliari, Oristano, Fertilia, Orosei, Colostrai-Muravera, Nodigheddu, Pilo, Platamona, Valledoria, Porto Pollo e di Lido del Sole in Sardegna; Metaponto in Basilicata; spiagge di Granelli, Noto, Pantano Logarini e le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; tratti della Pianura di Gioia Tauro e di Santa Eufemia in Calabria. 

Altre aree costiere esposte a rischio inondazione e/o erosione in Calabria sono localizzate nella Piana di Sibari, nel Crotonese e in vari comuni del Tirreno. Ecosistemi unici e luoghi di rilevanza storico-archeologica come Sibari, Crotone, Squillace, Locri rischiano di subire danni irreparabili a causa di inondazioni e dell’erosione. 

In proposito è da ricordare che nel Rapporto Ambientale Por Calabria 2021–2027 si legge: «…i rischi naturali presenti sul territorio regionale, caratterizzati da livelli molto elevati, (sono) in alcuni casi marcatamente più alti rispetto al resto del territorio nazionale. Per alcuni di questi (rischio frane, rischio alluvione, rischio erosione costiera, rischio incendi, desertificazione) è prevedibile un aumento del livello di rischio a causa dell’aumento delle temperature, dell’innalzamento del livello del mare conseguente allo scioglimento dei ghiacciai e dell’aumentata frequenza degli eventi estremi».

Studi recenti sulla vulnerabilità delle province costiere italiane delineano i rischi ai quali sono esposti anche i preziosi ecosistemi naturali e i numerosi siti archeologici situati nelle nostre pianure costiere.

Le estese fasce costiere, caratterizzate da assetti idrogeomorfologici e climatici favorevoli allo sviluppo di ogni forma di vita, sono ricchissime di biodiversità e testimonianze antropiche e pre-protostoriche. Un patrimonio di testimonianze antropiche sedimentato da millenni di interazioni tra l’Uomo e il mare, diffuso su tutte le coste. 

Dettagliate e più recenti proiezioni sull’impatto previsto dall’innalzamento del livello del mare in corrispondenza dei tratti di costa del BelPaese soggetti a movimenti verticali di abbassamento del suolo sono contenuti nello studio “Sea level rise projections up to 2150 in the northern Mediterranean coasts di A. Vecchio et al. pubblicato nel 2024 sulla rivista ambientale Environmental Research Letters. Lo studio, tra l’altro, riporta i dati delle misure dello sprofondamento in atto in corrispondenza di alcune coste italiane rilevati utilizzando GNSS (Global Navigation Satellite System). I dati più significativi sono stati rilevati in corrispondenza delle coste della Pianura Padano-Veneta e delle regioni meridionali. 

Nelle stesse pianure costiere la combinazione dell’innalzamento del mare e degli eventi meteorologici estremi, come forti mareggiate e inondazioni, aumenta il rischio di perdita di territorio con danni alle infrastrutture e alle attività economiche locali, in particolare turismo, pesca e agricoltura. 

Secondo dati Ispra un’ampia percentuale delle coste italiane, valutata tra il 30-46%, è già soggetta a fenomeni di erosione accelerata; e più di 100 dei 644 comuni costieri italiani hanno visto arretrare il loro tratto di costa di ben oltre il 50%. dell’intero tratto di competenza.

Questi dati mostrano le continue trasformazione delle coste e la rilevanza degli effetti connessi alla stessa dinamica dei litorali, spesso sottovalutati o ignorati dalle classi dirigenti locali e nazionali. Effetti che rappresentano una minaccia sia per numerosi siti archeologici sia per la grande varietà di ecosistemi delle fasce costiere italiane. Ecosistemi di grande valore ecologico, economico e culturale e da tutelare per favorire la biodiversità, la sicurezza ambientale e il benessere delle comunità locali. 

L’iniziativa Unesco-Wmo offre un’importante opportunità per amministrazioni pubbliche, istituzioni scientifiche, organizzazioni private e società civile di promuovere attività volte a proteggere le coste, garantendo al contempo la sicurezza delle popolazioni e la conservazione del prezioso patrimonio storico-ambientale delle aree marine per le generazioni future.

Inoltre, rappresenta un’occasione per riflettere sul legame tra i rischi attuali e la storia glaciale di regioni costiere, come la Calabria, dove sono ancora visibili tracce lasciate dai ghiacciai. Dallo studio di queste testimonianze del passato alle minacce derivanti dall’innalzamento del mare, emerge un filo conduttore che collega le trasformazioni geologiche di ieri alle sfide climatiche di oggi. (mp)

[Mario Pileggi è geologo]

SANITÀ, ALLA CALABRIA SERVE IL GIUSTO
RIPARTO DEI FONDI, NON PIANO DI RIENTRO

di GIACINTO NANCIIl Ministro della protezione Civile Nello Musumeci ha fatto deliberare al Consiglio dei Ministri la dichiarazione dello stato di emergenza, per la durata di dodici mesi, in relazione alla situazione di criticità in atto concernente il sistema ospedaliero della regione Calabria.

Ciò vuol dire che il piano di rientro sanitario cui è sottoposta la Calabria dal 2009, il commissariamento dal 2011 e i commissariamenti di tutte la Asp e i tre maggiori ospedali regionali da 6 anni non sono serviti a niente. Sembra che la Calabria ha bisogno adesso anche della Protezione Civile, ci manca solo la militarizzazione anche se come commissari abbiamo avuto colonnelli, generali e prefetti.

Come si può pensare che in un anno l’ulteriore “commissario” può risolvere ciò che tantissimi commissari in tantissimi anni non sono riusciti a risolvere visto che si tratta anche di ospedali deliberati nel 2004 (si 2004) e 2007 (si 2007)?

Il dubbio per questa delibera nasce dal fatto che stranamente la Medicina Ospedaliera è l’unica in Calabria che aveva una sufficienza per il punteggio Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) di 69 (la sufficienza per i punteggi Lea si ha con 60 punti e l’optimum a 100 punti). Sarebbe stato più giustificato un provvedimento per la Medicina del Territorio che ha punteggio Lea 40 e la Medicina Preventiva con punteggio 41, entrambi quindi nettamente insufficienti. Forse una attenzione maggiore sarebbe stata più giusta verso questi ultimi due settori della medicina calabrese anche per il fatto che dovrebbero essere migliorati dal Pnrr che però sembra essere applicato aldisotto del 10% con il rischio quasi certo di non fare le 57 case di Comunità, i 15 Ospedali di Comunità e i 19 Centrali Operative Territoriali.

Questi sì che interverrebbero sui reali bisogni dei malati calabresi, specialmente quelli nelle zone interne. L’altra cosa che non quadra è che la richiesta, per la emergenza Ospedaliera e non per quelle Territoriale e Preventiva, sembra sia stata fatta al governo dal Governatore-Commissario alla sanità Occhiuto che sarebbe, in qualità di commissario, responsabile, come i commissari precedenti, della mancata attuazione di quanto richiesto.

Il nostro Governatore-Commissario, nel mese di febbraio, ci ha anche informati che intende ricandidarsi al governo della Regione Calabria e che entro marzo sarebbe terminato il commissariamento della sanità calabrese (nota bene il commissariamento non il piano di rientro).

Il nostro Governatore-Commissario con la richiesta dell’intervento della Protezione Civile coglie due piccioni con una fava, perché si fa campagna elettorale con questa richiesta, può chiedere di non essere più commissario alla sanità calabrese e si può candidare di nuovo alla guida della Regione Calabria, visto che da commissario non avrebbe potuto fare la campagna elettorale in quanto se così fosse potrebbe essere ineleggibile per l’art. 2 legge 2/7/2004 n. 165.

Infine, questo ulteriore commissariamento della Protezione Civile non risolverà i problemi della sanità calabrese perché essi sono dovuti ad un ultraventennale suo sottofinanziamento dovuto ad una scorretta applicazione della legge 662 del 23/12/1996 da parte della Conferenza Stato Regioni.

Che un riparto dei fondi sanitari che va incontro ai reali bisogni delle popolazioni deve essere fatto in base alla presenza del numero delle malattie nelle varie regioni lo aveva detto nientemeno che un ministro della Sanità, Ferruccio Fazio, nel lontano 2011, quando pubblicamente in un comizio aveva annunciato che «entro due anni ripartiremo i fondi sanitari in base alle malattie perché questo attuale (leggi demografico) penalizza alcune regioni (leggi Calabria)….». 

E che in Calabria ci siano molti più malati cronici delle altre regioni è certificato da un decreto del commissario alla sanità Scura il n. 103 del 30/09/2015 e vidimato sia dal ministero dell’Economia che da quello della Salute, nel quale decreto, con tanto di specifiche tabelle, si calcolano in 287.000 i malati cronici in più nei circa due milioni di calabresi che non in altri due milioni di italiani, oggi sono sicuramente molti di più.

Quindi, il Governatore Commissario Occhiuto invece di “programmare” la sua campagna elettorale sulle spalle dei malati calabresi dovrebbe andare alla Conferenza Stato-Regioni, battere i pugni sul tavolo e far si che venga fatto un riparto dei fondi che soddisfa i reali bisogni delle popolazioni.

Se non riesce in questo il Governatore-Commissario dovrebbe chiedere al suo governo di centralizzare la sanità, visto che questo tipo di regionalizzazione crea forti disparità. Abbiamo una legge sanitaria tra le migliori al mondo e quando era centralizzata avevamo sempre una sanità migliore al mondo e per tutti gli italiani. (gn)

[Giacinto Nanci è medico ricercatore Healt Search e medico di famiglia in pensione Catanzaro]

LA “NON VITTORIA” DELUDE I CALABRESI
MA REGGIO È GIÀ LA “CAPITALE MORALE”

di SANTO STRATI – La mancata assegnazione del titolo di Capitale della Cultura 2027 se da un lato ha lasciato l’amaro in bocca a quanti – tantissimi – ci hanno creduto fino in fondo, dall’altro costituisce comunque una vittoria morale di Reggio nel panorama culturale italiano.

Questa “non vittoria” non decreta la scarsità di idee o di programmi, bensì ratifica l’intelligenza e la validità di un progetto che deve essere portato a termine, indipendentemente dal titolo non conquistato o dal mancato arrivo del finanziamento previsto di 1 milione.

L’ottimo progetto che l’Amministrazione Comunale e la Città Metropolitana di Reggio hanno presentato e che ha permesso di arrivare tra le dieci città finaliste, in realtà, non aveva e non ha bisogno del “milione” di Bonaventura memoria (allora, però erano lire e rappresentavano un sogno) per mettere in pratica le idee – suggestive, va detto – che dovranno trasformare Reggio in una Città Capitale del Mediterraneo, dove la Cultura (con la C maiuscola) rappresenta il volano principale di crescita e sviluppo del territorio.

Cosa cambia, senza il titolo? Non cambia nulla, né tantomeno viene a mancare l’ossigeno a questa sana ambizione di successo, in nome di tutto il Mezzogiorno, che ha permesso di coinvolgere l’intero territorio regionale. Chi avrebbe scommesso l’appoggio delle altre province e del Capoluogo Catanzaro che hanno messo da parte campanilismi e veti localismi per sostenere un’idea di sviluppo culturale che dà lustro alla Calabria e ai calabresi.

È stata una bellissima prova di fare rete, il primo vero tentativo di parlare una voce sola per tutta la Calabria, senza ambiti e limitazioni territoriali. La Calabria unita vince, le Calabrie di lontana memoria non devono esistere più né devono costituire alibi per inutili e meschine rivendicazioni: il “potere” culturale di questa terra ha una storia millenaria alle spalle che non ha bisogno di riassunti o semplificazioni.

La culla della civiltà mediterranea è stata la Magna Grecia ed è diventata il modello di riferimento della cultura occidentale che si è formata sui grandissimi eroi e personaggi che hanno fatto grande questo territorio.

Tremila anni di storia, per parlare di Reggio, fanno da sponda a una storia che affonda le radici in ere preistoriche, di cui ci sono forti testimonianze in tutto il territorio. C’è una voglia di riscossa sociale (contro pregiudizi e preconcetti che, grazie al cielo, appartengono al passato) e il bisogno di ricostruire una reputazione perduta non certo per colpa della bella gente di Calabria. E quest’opera di “ricostruzione” ha solo uno strumento valido per poter essere condotta a compimento: la cultura.

La narrazione della Calabria è cambiata e sta continuamente cambiando. Ci sono testimonial straordinari in grado di garantire l’autenticità del mood culturale proposto al mondo. Pitagora, Zaleuco, Gioacchino da Fiore, Tommaso Campanella, Barlaam da Seminara, Corrado Alvaro, Leonida Repaci, solo per citarne alcuni: un elenco che avrebbe bisogno di troppe pagine ma dovrà essere coniugato con la massima attenzione nel coinvolgimento delle nuove generazioni.

I nostri ragazzi devono crescere a pane e cultura (che certamente non manca in Calabria) e vanno attivate iniziative di divulgazione e conoscenza a 360 gradi, per offrire un panorama quanto mai ampio del patrimonio che appartiene a questo territorio. Un patrimonio di bellezze naturalistiche, di tradizioni e ambiente sano, permeato interamente dalla Cultura.

I progetti proposti per il titolo di Capitale della Cultura (per decine di milioni di euro) vanno sostenuti e realizzati e il sostegno di Enti, Associazioni, singoli professionisti e privati cittadini che hanno creduto fermamente in questo sogno deve crescere, con un’assidua e sostanziale adesione della Regione, che non ha messo – ahimè – il giusto entusiasmo in questa sfida, vinta comunque.

Come ha sottolineato il presidente della Commissione giudicatrice Davide Maria Desario, è stato quello della scelta della città “vincitrice” un impegno reso difficoltoso dalla qualità dei progetti presentati e dall’ottima offerta complessiva di idee e programmi che evidenziano, chiaramente, la vocazione culturale di questo nostro Paese.

Un titolo, in qualsiasi concorso, è sempre un traguardo ambito e la delusione è più che comprensibile. Però, proprio questa volta, il progetto della candidatura di Città Capitale per Reggio ha rappresentato una sfida in ogni caso vincente.

Reggio, ma in realtà tutta la Calabria, hanno mostrato agli italiani non solo una invidiabile compattezza territoriale, ma anche una ricchezza e una vivacità di proposte che hanno affascinato la giuria e quanti hanno ascoltato la presentazione del dossier lo scorso 26 febbraio al Ministero della Cultura.

Adesso viene la parte migliore del progetto: la sua realizzazione. Con un titolo mancato, ma la certezza che il traguardo si può tranquillamente raggiungere e il “Cuore del Mediterraneo” potrà attrarre quel turismo non “mordi e fuggi” che la Calabria si merita.

Della sua ricchezza, la Calabria ha finora utilizzato qualche punto in percentuale, ridicolo: gli altri Paese, le altre regioni, le altre Città se avessero solo un decimo di questa ricchezza farebbero i fuochi d’artificio tutti i giorni.

C’è un capitale umano che chiede solo di essere messo alla prova per valorizzare e far scoprire le risorse del territorio. Questa “non vittoria” è la molla per procedere lungo questo percorso di rigenerazione che i calabresi, soprattutto i giovani, si meritano. (s)

 

FONDI UE PER LE ARMI, IL RISCHIO PER LA
CALABRIA DI PERDERE RISORSE PREZIOSE

di FRANCESCO RENDE – Aldilà delle dichiarazioni di facciata, chi si aspettava rassicurazioni dalle parole del commissario agli affari regionali e vice presidente della Commissione Raffaele Fitto è rimasto deluso: la sostanza non cambia, quella dei fondi delle politiche di coesione per finanziare il piano di riarmo dell’Unione Europea proposto dalla presidente von der Leyen è “una possibilità dei singoli Stati” e saranno quindi i governi centrali a decidere se utilizzare i fondi di coesione, in che modo e quali programmi eventualmente tagliare per sostenere la nuova corsa agli armamenti europea.

La Conferenza delle Regioni di mercoledì sera, alla quale ha partecipato il commissario agli affari regionali Fitto, è l’ennesima dimostrazione di quanto le politiche di coesione (ed in particolar modo i programmi che hanno forti difficoltà di spesa) siano a rischio in questa fase. L’incontro, convocato settimane fa per verificare l’andamento della spesa dei singoli programmi e organizzato per verificare la necessità di eventuali riprogrammazioni in vista della finestra temporale di marzo 2025, a porte chiuse ha preso poi una piega diversa. Il piano ReArm Europe e l’impellente Consiglio Europeo hanno imposto un’accelerata che le regioni non si aspettavano e che ha messo sul chi va la diversi governatori, in particolare quelli del Sud Italia. Alcuni, come De Luca, si sono esposti platealmente contro questo piano: «Le cose che sto sentendo rischiano di essere mortali per il Sud – spiega De Luca – questi soldi servono per le politiche di riequilibrio dei divari territoriali e se a Bruxelles decidono di finanziare il riarmo con questi soldi il Sud è morto».

Fondi di coesione spesi per le armi, timore per la Calabria e le altre regioni del sud: deciderà il governo

I governatori di centrodestra, invece, sono più guardinghi ma la paura è tanta: a fine riunione, è stato proprio il leghista Fedriga, a capo della conferenza delle Regioni, a tirare le somme provando a buttare acqua sul fuoco ringraziando Fitto e spostando l’asse sulle proposte di modifiche ai fondi che arriveranno dalle regioni italiane e che saranno discusse a Bruxelles.

Le parole di Fitto, però, non hanno lasciato nessun margine all’interpretazione: «Il piano europeo di riarmo ha diverse fonti: quella delle politiche di coesione è una scelta volontaria dello stato membro e riguarda diversi stati membri che hanno diverse esigenze tra loro».

Parole che, nell’interpretazione del burocratese, non hanno molte interpretazione: decide Roma, in soldoni, e i fondi italiani sono ancora più a rischio rispetto a quelli di altri paesi. Il motivo, in realtà, è semplice: lo Stato italiano al momento non ha la capacità di cassa e la possibilità di investire risorse per aumentare gli investimenti in armamenti. Le difficoltà recenti nel trovare spazi economici per gli aiuti energetici alle famiglie e le discussioni intorno all’ultima finanziaria lo dimostrano: la coperta è corta, cortissima e le sirene che arrivano da Bruxelles non fanno che addensare nubi su regioni come la Calabria in difficoltà.

«I programmi più indietro con la spesa sono quelli attenzionati» si sussurra negli uffici ed è questo il timore principale per le regioni del Sud ed in particolar modo per la Calabria: dopo lo spostamento delle risorse dell’Fsc sul Ponte sullo Stretto (1,6 miliardi tolti dalle disponibilità di Calabria e Sicilia), quest’altra mannaia sarebbe davvero un colpo durissimo per il futuro di questa regione. (fr)

[Courtesy LaCNews24]

QUELLE SCELTE SBAGLIATE PER LA SANITÀ
CALABRESE CHE DANNEGGIANO I CITTADINI

Di DOMENICO MAZZA – Navigando in rete mi è apparso un vecchio articolo in cui si riproduce un’intervista al già assessore alla sanità calabrese e futuro candidato sindaco della città di Lamezia, Doris Lo Moro. Vi chiederete perché un’intervista di quasi un lustro fa abbia destato in me particolare interesse.

Le motivazioni potrebbero essere molteplici. Tuttavia, ciò che mi ha attratto, invogliando la mia curiosità verso l’articolo in questione, sono state le recenti richieste del Presidente della Regione Calabria, di dichiarare lo stato di emergenza del settore ospedaliero calabrese.

Ritornando all’articolo richiamato in premessa, mi hanno lasciato basito le dichiarazioni della Lo Moro che, a un certo punto dell’intervista, parla di una riforma che avrebbe dovuto prevedere 8 e non già 5 Aziende sanitarie.

Giusto per richiamare alla memoria, prima che l’allora Giunta regionale decretasse la nascita delle attuali 5 Asp, in Calabria operavano ben 11 Asl. La caratteristica di quest’ultime era appunto la base locale e non già provinciale del distretto di competenza.

I più attenti ricorderanno che già alla fine degli anni ‘90 le allora nuove Asl avevano accorpato le ex USSL (unità socio-sanitarie locali). Tali strutture, nelle linee essenziali, si caratterizzavano per l’autonomia gestionale di ogni ospedale al tempo operante in Regione.

Il sostanziale aziendalismo, poi, operato a livello centrale dai vari Governi della Seconda Repubblica, invitò le Amministrazioni periferiche dello Stato a una riorganizzazione su basi territoriali e demografiche dei vari settori. Anche la Sanità fu costretta ad adeguarsi e, per quanto lo Stato non avesse ordinato alcuna revisione su base provinciale, ma solo su criteri territoriali, la nostra Regione optò per un riforma che ricalcasse lo scriteriato disegno degli Enti intermedi calabresi.

Ebbene, stabilire nottetempo la chiusura, sic et simpliciter, di ben 6 ex Asl (Palmi, Locri, Lamezia, Paola, Castrovillari e Rossano), senza porsi minimamente il problema della orogenesi territoriale calabrese, fu un errore di non poco conto. Vieppiù, quando nell’intervista si sostiene che la nuova geografia sanitaria avrebbe dovuto prevedere 8 e non 5 aziende, la trama si infittisce e dimostra plasticamante quanto la materia sanitaria sia stata mercificata sull’altare del volere centralista a danno esclusivo della popolazione calabrese: soprattutto quella residente nelle lande più periferiche e dimenticate.

D’altronde, se la Locride, il Lametino e la Sibaritide fossero rimaste in essere, magari utilizzando l’acronimo di AST (aziende sanitarie territoriali) piuttosto che Asp (aziende sanitarie provinciali), probabilmente, in un clima di spendig review, sarebbe stato complicato giustificare la nascita delle AO. Tali Enti, infatti, hanno elevato gli ospedali dei Capoluoghi storici a presidi Hub, estromettendoli dalla gestione delle Asp e consegnandoli ai nuovi organismi appositamente creati e nominati Aziende Ospedaliere.

Ecco, conclamare a quasi un ventennio dalla dissennata riforma sanitaria, la necessità di maggiori poteri per la velocizzazione del percorso che dovrà portare alla nascita dei nuovi ospedali (Sibaritide, Vibo e Piana di Gioia) ai quali, nel frattempo, si è aggiunto anche il nuovo ospedale di Cosenza, comprova quanto una riorganizzazione di un deviato regionalismo amministrativo sia necessaria. E non solo in capo al settore sanitario. Invero, diversi servizi (giustizia, sicurezza, conservatoria, ecc.) dovrebbero rispettare i principi di omogeneità territoriale nella perimetrazione delle circoscrizioni di competenza locale.

Pertanto, inviterei qualche novello sognatore della Sibaritide e del Comune di Corigliano-Rossano che immagina la creazione di nuovi orti dove potrebbero sorgere praterie, a ritornare con i piedi per terra, riflettendo sulla bontà e concretezza delle idee promosse.

Così come mi auguro che un distratto establishment pitagorico, inizi a pensare in grande abbandonando la condizione di limbo amministrativo del Crotonese per aprirsi a una visione accurata e puntuale di tutto l’Arco Jonico calabrese. Non fosse altro che per avviarsi a nuove prospettive territoriali, rispettose di quei numeri necessari a trasformare le idee in progetti politici e non già nei soliti carrozzoni che la Calabria conosce fin troppo bene. (dm)

[Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia]

LA GESTIONE DEI BENI CONFISCATI
LA CALABRIA È AL QUARTO POSTO

di ANTONIETTA MARIA STRATILa Calabria è la quarta regione, in Italia, per numero di beni confiscati sottratti alla mafia e alla criminalità organizzata dopo La Sicilia, la Campania e la Lombardia: sono 147, infatti, le diverse realtà impegnate nella gestione di beni sottotratti alla malavita in 44 comuni. È quanto emerso da “Raccontiamo il bene” 2025, il report di Libera sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, in occasione del 29esimo anniversario della legge 109/96 per il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie.

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia Beni confiscati in Calabria, sono 2.920 i beni immobili confiscati e destinati, 1.693 quelli ancora in gestione ed in attesa di essere destinati. Sul lato delle aziende,  sono 190 le aziende confiscate e destinate mentre sono 295 quelle ancora in gestione. 

Dal report di Libera emerge che il 65% delle  realtà sociali è costituita da associazioni di diversa tipologia (96), mentre sono 20  le Coop sociali. Tra gli altri soggetti gestori del terzo settore, ci sono 13 realtà del mondo religioso (Diocesi, parrocchie e Caritas), 6 Enti Pubblici, 5 fondazioni e 2 consorzi cooperative. Nel censimento non sono compresi i beni immobili riutilizzati direttamente per finalità istituzionali dalle amministrazioni statali e locali.

Nella ricerca Libera ha ricostruito la tipologia di immobili gestiti dai soggetti gestori; in molti casi la singola esperienza di riutilizzo comprende più beni confiscati, anche di tipologia catastale diversa.

Emerge, così, che i soggetti gestori censiti gestiscono 71 beni tra appartamenti, abitazioni indipendenti, immobili; 41 tra ville, fabbricati su più livelli e di varia tipologia catastale o singole palazzine; 38 terreni agricoli, edificabili e di altra tipologia (anche con pertinenze immobiliari); 17 complessi immobiliari; 12 locali commerciali o industriali. Sono 91 i soggetti gestori le cui attività sono direttamente legate a servizi di welfare e politiche sociali per la comunità; 59 si occupano di promozione del sapere, del turismo sostenibile; 13 in attività legate all’ agricoltura e ambiente,7  si occupano di sport e 6 produzione e lavoro.

«Sono 1132 le realtà sociali che in tutta Italia, ogni giorno, con coraggio e generosità, trasformano luoghi che erano il simbolo del dominio criminale e mafioso sul territorio in luoghi in grado di raccontare una storia altra, un modello diverso di società, di comunità, di economia e di sviluppo. Un numero così alto, nel 1995, non si poteva immaginare», ha commentato Tiziana Giannone, responsabile nazionale Beni Confiscati di Libera.

«Dietro questo numero – ha continuato – ci sono volti e storie di associazioni, di cooperative che hanno trasformato quei luoghi di malaffare in luoghi parlanti, dall’inestimabile valore educativo e pedagogico. Un grande impegno plurale che ha rafforzato il tessuto sociale e che tiene unite le relazioni di una comunità, facendo da modello anche sul piano europeo e internazionale. Negli ultimi anni sono stati fatti tanti passi in avanti nella cornice normativa e in quella amministrativa; l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati, fulcro del processo di destinazione di un bene, ha assunto un ruolo cruciale di raccordo tra gli enti nazionali e le amministrazioni locali».

I risultati ottenuti fino ad oggi sono straordinari, ma le sfide non sono finite, ribadisce Libera.

In particolare, «la nuova modalità di destinazione dei beni confiscati, attraverso la Piattaforma Unica delle Destinazioni, rende l’intera procedura più agevole, ma ci pone davanti a nuove responsabilità: i Comuni prima, e gli Enti del Terzo Settore poi, hanno ora il compito di inserire la gestione di beni confiscati nei loro piani di azione, progettando e chiedendo quanti più spazi possibile. Il riuso sociale è una prassi consolidata, è un’opportunità per i nostri territori e questo nuovo strumento deve poterla rafforzare», ha continuato Giannone.

«La privatizzazione, sotto ogni forma, dei beni confiscati alle mafie sarebbe un tradimento alla nostra storia e all’impegno di tutto il movimento antimafia», ha concluso la Giannone.

«Gli importanti risultati raggiunti – scrive Libera – in termini di aggressione ai patrimoni delle mafie, della criminalità economica e dei corrotti e le sempre più numerose esperienze positive di riutilizzo sociale, richiamano sempre più l’attenzione sulle criticità ancora da superare e sui nodi legislativi ancora da sciogliere che richiedono uno scatto in più da parte di tutti».

Per queste ragioni, con urgenza, l’Associazione ha chiesto «che si possa garantire trasparenza nell’intera filiera di confisca e riuso dei beni confiscati, non come pratica dei singoli enti pubblici impegnati nel percorso del bene. La partecipazione democratica dell* cittadin* e la possibilità di incidere sulle politiche pubbliche del territorio è un diritto e un dovere per chi si impegna quotidianamente; poter contare su banche dati che interagiscono tra loro e che condividono i diversi passaggi della vita di un bene confiscati permette a tutt* noi di poter progettare un riuso il più aderente possibile ai bisogni della comunità. La cultura del dato, come cultura di attivazione partecipata, deve essere alla base delle scelte amministrative dei tribunali, di ANBSC, degli enti locali di prossimità».

Alla politica, poi, che «ci sia una chiara presa di posizione: i beni confiscati non si possono privatizzare, attraverso l’affitto oneroso o con la vendita. Chi scrive che la confisca ha penalizzato i territori del Sud Italia, sta riscrivendo la storia del nostro Paese, calpestando chi ha dedicato la sua vita a sostenere la confisca dei patrimoni come strumento cardine della lotta alle mafie. Questo non lo possiamo permettere e il nostro impegno sarà quello di tutelare l’impianto normativo nella sua interezza».

Libera, poi, ha chiesto che si possa creare una cabina di regia nazionale, inserita all’interno della strategia nazionale che ci viene richiesta dalla nuova direttiva europea, per sistematizzare le risorse e rendere i diversi fondi complementari tra loro. Questo perché «le risorse per la valorizzazione dei beni confiscati devono essere messe a sistema, facendo dialogare i fondi pubblici e gli investimenti di enti privati. 30 anni di esperienza, infatti, ci confermano che non si può solo sostenere la ristrutturazione di un immobile, senza pensare a come renderlo un luogo aperto e sostenibile».

«Il report “Raccontiamo il Bene” è una testimonianza di come, attraverso il riutilizzo dei beni confiscati – conclude l’Associazione – si possa costruire un futuro migliore. È il racconto di una resistenza viva, di progetti che restituiscono dignità e speranza a territori segnati dalla criminalità, ma che oggi stanno cambiando volto grazie all’impegno di tante realtà sociali. La strada da percorrere è ancora lunga, ma insieme possiamo continuare a Rac-contare sempre più storie di riscatto e di bene».  (ams)

LE TERRE RARE DI CALABRIA MINIERE DI
OPPORTUNITÀ DI RICERCA SCIENTIFICA

di EMILIO ERRIGO – Sono in tanti coloro che vedono nelle attività di bonifica e recupero ambientale dei sedimenti marini, acque di falda, portuali e suoli contaminati da metalli pregiati, miniere di opportunità di studio e ricerca scientifica applicata.

Che le terre della Calabria siano notoriamente ricche di metalli pregiati, forse anche con possibilità di presenza di terre cosiddette rare, non è una invenzione. Le miniere pluri metallifere delle fiumare calabresi, non disgiunte dagli ex giacimenti sotterranei, di ogni bene che madre natura ha donato alla Calabria, (Antiche Miniere Reali di Mongiana, Stilo, Pazzano, Serre e Bivongi) sono storicamente realtà e verità, che oggi sono ritornate ad essere oggetto di studi e ricerche, anche scientifiche, da parte di coloro che mirano a valorizzare gli elementi metallici presenti in buona quantità nelle terre del Marchesato di Crotone e sedimenti di molte aree terrestri, dei fondi e sottofondi marini di Crotone e dintorni.

Non si dimentichino le miniere argentifere un tempo coltivate e sfruttate da Austriaci e Tedeschi, già a partire dal fine ‘700, per i loro contenuti pregiati, presenti in numerosi siti delle quattro province della Calabria.

Giunge notizia che alcuni Istituti di Ricerca Scientifica e Ambientale, siano da tempo impegnati anche sul territorio minerario della Calabria, per censire e catalogare geologicamente, il consistente patrimonio storico minerario ed ex industriale mettallifero e chimico.

L’attenzione crescente parrebbe interessare soprattutto le aree contaminate dai residui dei processi di produzione industriali, presenti storicamente in grande quantità, che dovranno essere bonificate dai metalli pesanti, tenorm, miscele di amianto, solfuri argentiferi e altri residui interessanti per fini di impiego industriali.

Nei mesi e giorni trascorsi, si sono visti a Crotone, studiosi di diverse università e del mondo accademico, dialogare su come valorizzare quelle minime o molte parti residuali delle sostanze metallurgiche e chimiche che potrebbero essere presenti nei suoli contaminati da bonificare e sedimenti sottomarini da caratterizzare e dragare.

Certo, se la scienza applicata alle realtà complesse di Crotone potesse rivelarsi interessante da parte dell’industria ci sarebbe da prendere sul serio come delle vere e proprie miniere di opportunità scientifiche ed economiche, sia per il territorio di Crotone e della Calabria.

In buona sostanza si potrebbe pensare, volendo essere clementi con i ricercatori e la scienza applicata, che se i residui dei processi di produzioni industriali metallurgici e chimici, di Pertusola, Agricoltura, Sasol e Fosfotec, si sono dimostrati contaminanti pericolosi per la salute dei lavoratori delle industrie e gli abitanti, l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, marini e terrestre di Crotone e aree contermini, seguendo i ragionamenti degli studiosi e ricercatori scientifici del mondo universitario, gli stessi contaminanti industriali chimici e metallici, se estrapolati e valorizzati quali materie prime, sono loro stessi una vera opportunità economica e sociale per Crotone e la Calabria intera.

Interessi stranieri per le terre rare e pregiate della Calabria, volesse il buon Dio.
Se sarà così chi vivrà vedrà! (ee)

[Emilio Errigo è commissario straordinario per la Bonifica Sin Crotone-Cassano-Cerchiara]

LA CALABRIA, NON È UNA REGIONE PER LE
DONNE, TRA DIVARIO E DISOCCUPAZIONE

di MARIAELENA SENESE e  ANNA COMI Per fare uscire le donne dal limbo lavorativo nel quale si trovano è necessario promuovere la stabilità lavorativa e sostenere la conciliazione fra vita e lavoro. Le donne in Calabria sembrano condannate a svolgere lavori precari e discontinui. Quello che serve invece, è una regione più forte ed inclusiva e per raggiungere questo risultato tutto passa, inevitabilmente, dalla compiuta parità di genere.

Per favorire la crescita di quella giustizia sociale così difficile da raggiungere per le donne calabresi, siamo pronti a proporre un’agenda di interventi mirati per affrontare queste disparità e promuovere una Calabria più equa e competitiva.

In Calabria, meno di 1 donna su 3 in età lavorativa ha un’occupazione regolare. Il tasso di occupazione femminile è stabilmente inferiore al 35%, contro una media nazionale che si attesta intorno al 50%, e ben distante dai valori europei che superano il 60%. Questo dato colloca la Calabria tra le regioni peggiori in Europa in termini di inclusione femminile nel mercato del lavoro.

Per questo chiediamo misure concrete per abbattere le barriere di genere e creare un mercato del lavoro più in linea con quello europeo, quali: incentivi fiscali per l’assunzione di donne che si concretizzino in agevolazioni fiscali e sgravi contributivi per le imprese che assumono donne, specialmente nelle aree rurali e nei settori dove le disparità di genere sono più marcate.

In Calabria, la maggioranza dei contratti femminili è a termine o part-time involontario. Le donne calabresi, più degli uomini, sono costrette ad accettare occupazioni a tempo ridotto non per scelta, ma per mancanza di alternative a tempo pieno. Questo fenomeno accentua la fragilità economica femminile, riduce la possibilità di accumulare contributi per la pensione e amplia il divario di reddito tra uomini e donne. E quando le donne calabresi riescono a trovare un’occupazione, i loro salari sono mediamente inferiori di circa il 30% rispetto ai colleghi uomini.

Oltre alle difficoltà di accesso e permanenza nel mercato del lavoro, sulle donne calabresi grava quasi esclusivamente il peso del lavoro di cura familiare, che continua a essere invisibile dal punto di vista economico e previdenziale. Oltre il 70% delle donne calabresi inattive dichiara di non poter cercare lavoro a causa di impegni familiari e di cura.

Per superare questo divario allarmante e insopportabile, poi, è opportuno il sostegno concreto alla conciliazione vita-lavoro che può essere ricercato solo attraverso l’ampliamento della rete di servizi di supporto per le famiglie e voucher per l’assistenza privata, con l’incentivazione del telelavoro e della flessibilità oraria per le dipendenti madri, offrendo vantaggi alle aziende che adottano queste misure, per rendere il lavoro femminile più compatibile con le esigenze familiari.

Come sarebbe importante sostenere la concretizzazione, lavorativa e previdenziale, della figura del caregiver. La Regione deve investire nell’espansione e nel potenziamento dei servizi di Assistenza domiciliare integrata, garantendo un maggiore accesso a professionisti sanitari a domicilio, in modo da supportare i caregiver nella gestione di malattie croniche e nella somministrazione di terapie; servizi di sollievo, che prevedano l’intervento di assistenti sociali o operatori sociosanitari per alcune ore al giorno o alla settimana, in modo da permettere ai caregiver di avere del tempo libero per sé. La riforma del welfare regionale deve passare anche da qui: dal riconoscimento e dal sostegno a chi si prende cura dei più fragili.

Senza dimenticare la necessità di accelerare la realizzazione di nuovi asili nido, al fine di allineare la Calabria alla disponibilità di posti della media nazionale. Dobbiamo ricordare che nella nostra regione meno di un comune su 5 offre il servizio, a fronte di una media nazionale del 59,3% molto al di sotto della media nazionale che è pari al 27,2% e dell’obiettivo del 33% stabilito in sede Ue, e che il Pnrr stanzia una enorme mole di investimenti per gli asili nido e le scuole per l’infanzia.

Sarebbe determinante potenziare il sistema di welfare regionale, attraverso contributi aggiuntivi per le famiglie e sostegno economico alle lavoratrici, in modo da ridurre il rischio di ritiro dal mercato del lavoro per ragioni economiche.

Così come, infine, sarebbe decisivo promuovere finanziamenti e microcredito per l’imprenditoria femminile, per sostenere le donne che desiderano avviare nuove attività, soprattutto in settori tradizionali e innovativi, come il turismo e l’artigianato, capaci di svincolare le donne da quegli ambiti, come la cura delle persone o la scuola, che ne hanno storicamente contraddistinto l’impegno lavorativo. La parità di genere non è solo una questione di giustizia, ma un motore per la crescita economica e sociale della Calabria. Offrire pari opportunità alle donne significa costruire una Calabria più forte, inclusiva e innovativa. (ac e ms)

[Mariaelena Senese e Anna Comi sono rispettivamente segretaria generale Uil Calabria e Responsabile Coordinamento pari opportunità
Uil Calabria]

LA LOCRIDE È TURISMO: MA SERVE UNITÀ E
SINERGIA PER PROMUOVERE IL TERRITORIO

di ARISTIDE BAVANei vari appuntamenti turistici in campo nazionale e internazionale vengono messe in risalto molto spesso le potenzialità della Calabria, e della Locride in particolare, che – ormai è un vecchio ritornello – necessità di maggiore attenzione da parte degli organismi istituzionali.

Non ci vuole molto per mettere a fuoco il grande patrimonio archeologico locrideo  ben degno di far parte di un apposito (e nuovo)  itinerario turistico che potrebbe portare alla scoperta di questa area ricca di storia e tesori archeologici.

L’obiettivo sarebbe scontato: promuovere e far meglio conoscere le bellezze della Magna Grecia in uno con le testimonianze romane, per stimolare i turisti a venire a vedere le preziose tracce storiche del territorio e ricordare che Locri e la Locride ospitano siti archeologici di grande rilievo.

Una proposta, che dovrebbe, però, essere suffragata da un qualcosa in più che nel passato è mancata e che, seppure scontata, potrebbe nell’immediato fare la differenza malgrado tante precarietà che il territorio si porta appresso e che quotidianamente vengono denunciate soprattutto dagli operatori turistici.

Ovvero la necessità che la promozione del grande patrimonio esistente nella Locride  deve avere più forza per la loro valorizzazione attraverso un discorso “unitario” che interessi tutto il territorio. Non è una novità, anche perché lo stesso Gal Terre Locridee, tempo addietro, ha presentato una proposta progettuale  includendo visite guidate ai principali siti archeologici della zona e percorsi tematici pensati per coinvolgere turisti e cittadini. Il tutto “abbracciando” l’intero territorio. 

I “tesori”, nella Locride, d’altra parte non mancano, dalla Villa Romana di Casignana al Naniglio di Gioiosa Jonica, agli scavi di Locri all’anfiteatro di Portigliola o allo stesso Museo di Monasterace, luoghi principali d’interesse più conosciuti ma non i soli presenti sul territorio. La Locride in effetti, può offrire un’offerta integrata di grande respiro che faccia vivere ai turisti un percorso generalizzato che non si limiti ad un singolo luogo ma offra una visione d’insieme del suo patrimonio storico.

Se si riesce a fare questo si può attirare un turismo sempre più ampio e diversificato, per fare della Locride una destinazione culturale di riferimento e nello stesso tempo – altro particolare da non sottovalutare – coinvolgere i cittadini, soprattutto i più giovani,  ad avere una maggiore consapevolezza del proprio patrimonio culturale,  stimolandoli a coltivare le radici di una crescita turistica che possa durare nel tempo.

D’altra parte Archeologia e turismo, da sempre costituiscono per molte zone del nostro Paese un importante binomio e un autentico toccasana per produrre economia in un settore  che rimane  trainante. Viene da chiedersi perché in confronto ad altre Regioni e in altre zone dove le due cose hanno portato economia, lavoro e ricchezza, nella Locride questo binomio ancora non funziona per come dovrebbe.

Il territorio, è innegabile, annovera al suo interno siti di straordinario interesse, due Musei, quello di Locri e di Monasterace che contengono reperti di indubbia importanza storica, resti antichi sparsi in molti angoli, il Musaba, struttura artistica all’avanguardia ed ancora una miriade di strutture di notevole pregio sparpagliate nei suoi tanti borghi antichi.

Un patrimonio immenso che, però, non riesce ad assolvere quello che dovrebbe essere il suo compito principale, ovvero richiamare flussi  reali e continui di turisti. Quelli veri, per intenderci.

Chissà se cambiando strategia e lavorando in maniera unitaria non si convincano anche gli organismi superiori a guardare con maggiore interesse alla necessità di risolvere i problemi che penalizzano il territorio? Giriamo la domanda anche ai sindaci che continuano ad essere ancora molto assenti. (ab)

CAMERA DI COMMERCIO REGGIO 2020-24
LA CITTÀ È ORGOGLIOSA DEI RISULTATI

di SANTO STRATI – È racchiuso nell’acronimo “Smart” lo straordinario percorso che la Camera di Commercio di Reggio ha marcato per giungere a un risultato lusinghiero del mandato 2020-2024. Smart nell’accezione inglese significa”intelligente”, ma nell’acronimo scelto dall’indiscutibilmente eccellente presidente Ninni Tramontana racchiude le parole chiave di questo successo camerale: Sinergia, Missione, Ascolto, Resilienza, Transizione. Là dove la sinergia esprime la capacità di fare rete e coinvolgere tutto il mondo produttivo per costruire un futuro di sviluppo e crescita.

Non sono state sempre scelte facili – ha detto il Presidente Tramontana, illustrando con la Segretaria generale Natina Crea, il soddisfacente bilancio del suo mandato. «Un mandato – ha detto Tramontana –  sicuramente iniziato in salita per la crisi pandemica che un po’ tutti ci ricordiamo però , ma che ha visto la Camera protagonista vicino al mondo delle imprese e quindi al territorio. Abbiamo cercato di sostenere le aziende in tutti i modi, puntando su delle linee strategiche che ci siamo dati. E specificamente guardando all’innovazione e alla digitalizzazione delle imprese, senza trascurare l’internazionalizzazione delle stesse: abbiamo spinto tanto sulle filiere produttive, sui nostri giovani e quindi sull’orientamento al lavoro. Questi sono stati diciamo i driver che hanno un po’ accompagnato tutto questo nostro mandato».

Un enorme lavoro con ««più di 7 milioni di euro investiti e tante attività e servizi che rivolgiamo alle imprese, ovviamente di accompagnamento con i Digital promoter e con il piano Export». E a questo proposito vale ricordare che dal 2019 a oggi l’export del territorio della Città metropolitana è cresciuto oltre l’83 per cento «e qui – ha sottolineato Tramontana – ci siamo inseriti esercitando un ruolo di leader e quindi di accompagnamento alla propensione dei nostri imprenditori verso la ricerca di nuovi mercati».

Il Presidente Tramontana ha ricordato la gestione di oltre 200mila pratiche nel corso di questi cinque anni «e quindi un lavoro enorme che sta a significare questo nostro impegno e questa nostra propensione a cercare di dare sempre più stimoli e stare sempre più vicini ai nostri imprenditori, rendere le nostre imprese più competitive affiancarle e proiettarle su altri mercati e quindi se stiamo a fianco alle nostre imprese ai nostri imprenditori vuol dire che crediamo a tutto quello che il nostro territorio può offrire che è veramente tanto».

È un ruolo determinante per lo sviluppo del territorio quello demandato alle Camere di Commercio che non sono più – da tanto tempo – polverosi uffici dover giacevano i “certificati di nascita” delle imprese e dove si presentavano i bilanci: oggi l’innovazione ha richiesto un diverso impulso alla motivazione dell’imprenditoria, per stimolare non solo la crescita di nuove aziende ma favorirne la vocazione innovativa e tecnologicamente avanzata. Gli strumenti ci sono e i risultati raggiunti dalla Camera di Commercio reggina fanno scuola in tema di digitalizzazione delle aziende e l’utilizzo di tecnologie in grado di migliorare i servizi offerti, incrementare le relazioni con la clientela (customer relationship) implementare il valore aggiunto che deriva dall’opportunità di fare rete e di guardare all’export senza più timori e preoccupazioni. Del resto se da solo il Bergamotto di Reggio Calabria traina con numeri straordinari le cifre dell’export agroalimentare della Regione, non vanno trascurate le grandi prospettive di crescita di tutto il comparto, includendo il vino e l’olio.

Su questo Tramontana ha potuto mostrare i galloni guadagnati sul campo: «Abbiamo cercato di creare sul territorio tutte quelle sinergie utili per affrontare poi determinate sfide. L’abbiamo fatto insieme a tutte le categorie professionali e a tutte le associazioni di categoria portando avanti progetti importanti di filiera, progetti iconici come per esempio Bergarè che parla di tutta la filiera bergamotticola, ma anche il progetto legato alla metalmeccanica. Stiamo costruendo insieme ad un leader mondiale come Hitachi tutto un sistema, un indotto. Tante aziende si sono avvicinate e da qui a breve mi auguro diventeranno fornitori anche di Hitachi».

Il mandato è finito, ma non è detto che non possa continuare: nelle prossime settimane il Consiglio della Camera di Commercio già rinnovato per almeno il 40% sarà insediato previo decreto del Presidente Occhiuto. Tramontana, il cui nome è stato indicato nei mesi passati quale probabile candidato per le elezioni comunali del prossimo anno, in realtà più che alla politica  (che continua a essere una sua segreta passione e non ha mai scartato l’idea di fare il sindaco)  adesso pensa all’Ente camerale che lo ha visto protagonista di un successo che fa scuola: «mi piacerebbe – ha detto – proseguire e continuare queste sfide in continuità con il solco tracciato, ma questa ovviamente è una decisione che spetta al Consiglio e ai consiglieri designati dalle categorie».

Intanto, si gode i meriti di un successo della scelta di innovazione della Camera di Commercio, ma non trascura di mettere in evidenza il suo ruolo nella promozione di Reggio Capitale della Cultura 2027: «È stata un’esperienza veramente entusiasmante far parte di quel nucleo di persone che hanno rappresentato al Ministero della Cultura qualche settimana fa la nostra città con tutte le sue positività. Sicuramente Reggio – ha detto sorridendo – è tra le favorite, rispetto alle altre città: noi abbiamo veramente tanto da raccontare, e anche una solidità degli investimenti che nel 2027 e oltre andranno a realizzarsi. Quindi secondo me abbiamo tutte le carte in regola per poter ambire a questo risultato. Su questo resto abbastanza fiducioso anche perché l’audizione secondo me è andata bene». (s)