Sanità in Calabria: dopo 17 anni ancora il Commissariamento rimane in piedi

di  GIACINTO NANCI  – È cominciato il 2026, ma per la sanità calabrese siamo sempre all’anno zero (2009) dell’ingiusta imposizione da parte del Governo del piano di rientro sanitario alla Calabria che ha voluto dire: chiusura di 18 ospedali, aumento delle accise e delle tasse per i calabresi per oltre cento milioni l’anno, il blocco del turnover, l’imposizione di un prestito lacrime e sangue trentennale, diminuzione dell’aspettativa di vita alla nascita per i calabresi (la prima volta nella nostra storia), l’aumento della spesa per le cure fuori regione (oltre 300 milioni l’anno), l’aumento del numero dei calabresi che evita di curarsi per motivi economici e della mancata applicazione dell’art. 32 della Costituzione che dovrebbe garantire le stesse cure a tutti gli italiani, etc. etc.

Oltre al piano di rientro la Calabria è sottoposta al commissariamento della sua sanità dal 2011 e dal 2019 ha commissariate tutte e cinque le sue Asp e i tre ospedali regionali. Il fatto che noi calabresi siamo trattati da sudditi e non da cittadini è dato dal fatto che il piano di rientro e omnicommissariamento durano ormai da 17 anni quando è cosa che, anche un bambino può capire, il commissariamento dovrebbe essere un fatto eccezionale e di breve durata come ad esempio il ponte caduto di Genova che il commissario  ha ricostruito in un solo anno. Perché allora dopo 17 anni con tanto di commissari, anche con poteri eccezionali, in tutti i posti dove si gestisce la sanità calabrese, il nostro presunto deficit non è stato risanato?  Per il semplice motivo che il vero problema della sanità calabrese è che da quasi trent’anni è sotto finanziata, ed è questo il motivo per cui i pochi soldi ripartiti alla Calabria dalla Conferenza Stato Regioni non potevano bastare per curare i molti malati cronici in più della Calabria rispetto al resto d’Italia. Il paradosso è che la Calabria pur essendo una delle regioni che ha speso di meno pro capite in sanità (tra gli altri cito il dato dei Centri Pubblici Territoriali del Sistan) ha “dovuto” sforare la stessa spesa sanitaria proprio perché aveva ed ha molti malati cronici in più che non nel resto d’Italia. Tutti sapevano e sanno che in Calabria c’erano e ci sono molti più malati cronici, citiamo solo il Dca n. 103 del 30 settembre 2015 dell’allora commissario al piano di rientro ing. Scura che, alla pag. 33 dell’allegato n. 1 del DCA, recitava “si segnala la presenza di almeno il dieci per cento di malati cronici in più nella Calabria rispetto al resto d’Italia”. In effetti non era il 10% ma ben il 14% per come si può calcolare dalle annesse specifiche tabelle annesse al Dca. E per venire ai giorni nostri basta citare il Piano Nazionale Cronicità del Ministero della Salute che dà ai calabresi la “vetta” del numero dei malati con almeno tre patologie croniche, di cui almeno una grave, con il 46% negli ultrasessantacinquenni. A questo documento “cronicità” hanno partecipato oltre al Ministero della Salute la stragrande parte delle istituzioni pubbliche: Inps, Istat, Agenas, Conferenza Stato-Regioni etc.. etc… Della serie: tutti sapevano e tutti sanno. Allora cosa fare per chiudere il piano di rientro, gli omnicommissariamenti e trattare i calabresi da cittadini e non da sudditi? Basterebbe solo applicare una “vecchia” legge dello Stato: comma 34 dell’art. 1 della legge 662 del 1996. Sì, è una legge del lontano 1996 della quale è stato sempre applicato solo il primo dei cinque criteri elencati per il riparto da parte della Conferenza Stato-Regioni dei fondi sanitari alle regioni. Ed eccoli i cinque criteri del comma 34 “popolazione residente, frequenza dei consumi sanitari per età e per sesso, tassi di mortalità della popolazione, indicatori relativi a particolari situazioni territoriali ritenuti utili al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni ed indicatori epidemiologici territoriali”. Ebbene, di questi cinque criteri è stato applicato (al 98%) sempre e solo il primo, pur essendo evidente che se applicati tutti si sarebbero davvero dati i fondi sanitari in base ai reali bisogni delle popolazioni. Dobbiamo citare il quinto “indicatori epidemiologici” di cui per come abbiamo detto prima tutti sapevano e sanno che si dovevano e si devono inviare più fondi dove ci sono più malati (Calabria) e non meno fondi per come è sempre stato.

I numerosissimi commissari che governano da tantissimi anni la sanità calabrese dovrebbero, per onestà intellettuale, dimettersi perché tra l’altro sono una ulteriore spesa, e non da poco, che pesa da moltissimi anni sulla sanità calabrese. I signori sindaci calabresi, ormai riuniti in Comitati sanitari provinciali, essendo la prima autorità sanitaria locale negli stati di emergenza (e questa è ormai una vera e propria emergenza) dovrebbero, oltre a protestare davanti agli ospedali e nelle tende, dimettersi in blocco. Le regioni, “quelle che vogliono l’autonomia differenziata e che dominano” la Conferenza Stato Regioni, e che in pratica decidono il riparto dei fondi sanitari annuali, dovrebbero accettare tutti i criteri del comma 34, ma sappiamo che non lo faranno. Ed è anche per questo che il governatore Occhiuto, nonché commissario al piano di rientro, alla costruzione ospedaliera e al Pnrr Sanità, dovrebbe andare alla Conferenza Stato Regioni e “occuparla” fino a quando questa non applica tutti e cinque i punti del comma 34. Si dovrebbe fare tutto ciò, visto che la Corte dei Conti nel 2019 ha mosso forti rilievi sulla gestione da parte del governo del debito sanitario calabrese, la Corte Costituzionale nel 2021 ha dichiarato “parzialmente incostituzionale” il commissariamento e il Tar della Campania, al quale si era rivolto il governatore De Luca ha chiuso d’ufficio il piano di rientro sanitario in Campania (la Campania è la regione più vicina alla Calabria per quanto riguarda i problemi sanitari).

(Medico di famiglia
in pensione ed ex medico ricercatore
Health Search Lpd)

Sanità a Vibo Valentia e Tropea: è quasi una lotteria

di MASSIMO MASTRUZZO – In Calabria, e in particolare nel Vibonese, la sanità pubblica non è più un diritto garantito: è diventata una lotteria territoriale. Gli ospedali di Vibo Valentia e Tropea non sono casi isolati, ma il simbolo di un sistema sanitario regionale deliberatamente impoverito, commissariato da anni e incapace di assicurare cure dignitose ai cittadini. Un sistema che, nei fatti, spinge le persone ad andare via, a curarsi altrove, se possono permetterselo.

Il 27 dicembre 2025, davanti all’ospedale “G. Jazzolino” di Vibo Valentia, i comitati civici hanno messo in scena l’ennesimo atto di una protesta che dura da anni. Tra le voci più attive della protesta c’è quella di Daniela Primerano, da sempre impegnata nella difesa dei diritti costituzionali dei cittadini del Vibonese e, più in generale, di tutti i calabresi, con particolare attenzione alla sanità pubblica.

Non una passerella, ma un atto politico forte: esposti ai Carabinieri e denunce alla Procura per segnalare la sistematica negazione del diritto alla salute. Lo stato di agitazione, proclamato già a novembre, è la risposta civile a una gestione regionale e aziendale che continua a ignorare il grido di allarme dei territori.

Ospedali svuotati, reparti chiusi, personale insufficiente: non è emergenza, è scelta politica

L’ospedale di Tropea è oggi un presidio sanitario svuotato: carenza cronica di personale, assenza di anestesisti, reparti chiusi o ridotti all’osso. Esistono posti letto solo sulla carta, utili a rispettare formalmente i Lea ma inesistenti nella realtà. Una finzione amministrativa che serve a coprire il fallimento del sistema.

Allo Jazzolino di Vibo Valentia la situazione non è diversa. La gestione dei fabbisogni di personale è errata, approssimativa e pericolosa. I sindacati lo denunciano da tempo: la sicurezza dei pazienti è a rischio, così come quella degli operatori sanitari, lasciati soli a fronteggiare turni massacranti e reparti sotto organico.

Nel frattempo, si continua a parlare di abbattimento delle liste d’attesa, mentre i cittadini fanno i conti con laboratori di analisi bloccati per problemi informatici e servizi essenziali che funzionano a intermittenza. Questa non è inefficienza occasionale: è disorganizzazione strutturale.

Migrazione sanitaria: una tassa occulta sui cittadini calabresi

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel 2024, e con dati confermati anche per il 2025, l’Asp di Vibo Valentia ha speso circa 47 milioni di euro per la mobilità sanitaria: 30 milioni verso altre province calabresi e 17 milioni verso strutture fuori regione. Soldi pubblici che seguono i pazienti costretti ad andare via perché qui non possono curarsi.

La Calabria resta al penultimo posto in Italia per qualità della salute, con un punteggio di 3,2 su 10 e un indice di soddisfazione della domanda interna fermo a 0,81. Numeri che certificano un fallimento politico prima ancora che sanitario.

La sanità pubblica non si commissaria all’infinito: si rifonda o si condanna un popolo

Come Movimento Equità Territoriale, denunciamo con forza questo modello che penalizza il Sud e la Calabria in particolare. Il diritto alla salute non può dipendere dal codice di avviamento postale. Serve una revisione radicale dei criteri di ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale, una ridefinizione dei Lea basata sui bisogni reali dei territori, non su parametri astratti che favoriscono chi è già forte.

Diciamo no alla progressiva privatizzazione strisciante della sanità, anche quando avviene sotto forma di convenzionamento. Il privato può affiancare il pubblico solo se eccellente, mai sostituirlo. Abbandonare la sanità pubblica significa abbandonare i cittadini più fragili.

Ci opponiamo alle nomine politiche dei dirigenti sanitari, chiediamo selezioni basate sul merito, investimenti veri, fine delle politiche di austerità e un piano serio per fermare la fuga dei professionisti sanitari verso il privato o l’estero.

Curarsi nel proprio territorio non è un privilegio, è un diritto

Vibo Valentia e Tropea non chiedono favori. Chiedono il rispetto di un diritto costituzionale. Continuare a ignorare questa emergenza significa accettare che in Calabria la salute sia un lusso e che la migrazione sanitaria diventi l’unica risposta istituzionale.

Noi non lo accettiamo. E continueremo a sostenere chi denuncia, nelle piazze e nelle sedi opportune, finché il diritto a curarsi a casa propria non sarà finalmente garantito.  (mma)

(Direttivo Nazionale Met – Movimento Equità Territoriale)

La scommessa sul 2026: la Calabria ci crede

di SANTO STRATI – «Credete che sarà felice quest’anno nuovo?» Nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere di Giacomo Leopardi (1827) si coglie l’ottimismo del domani: il venditore lo disegna, ovviamente, bellissimo, deve vendere i suoi almanacchi! Ma il passeggere regala una perla che i nostri politici calabresi dovrebbero fare propria: la vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.

Ovvero, far tesoro degli errori del passato e non ripeterli. È un proposito che si rinnova ogni ultimo dell’anno, con i risultati più che scontati: quante incompiute, quante promesse svanite, quanti sogni nel cassetto dei calabresi?

Forse è venuto il momento di dire basta alle intemerarie promesse del Governo sul Mezzogiorno e cominciare a battere i pugni sugli scranni del Parlamento: non si tratta di rispolverare la Questione meridionale che il tentativo dell’autonomia differenziata voleva mettere sotto il tappeto come la polvere della casalinga fannullona, ma di inquadrare una volta per tutte il problema del Sud in un ambito più ampio. Sarebbe il caso di parlare di questione mediterranea, visto il ruolo dominante che il vecchio Mare Nostrum (oggi diventato monstrum per le migliaia di migranti inghiottiti nelle sue acque) giocherà nei prossimi anni.

E analoga presa di coscienza dovranno, auspicabilmente, fare i nostri politici regionali, provinciali, comunali, a cominciare dal Presidente Roberto Occhiuto.

Il 2026 è davvero l’anno della svolta? Potrebbe esserlo se soltanto, escludendo le chiacchiere e le vane e risibili promesse, si comincia a fare un’agenda reale e concreta dei bisogni della popolazione. Basta andare sul territorio e toccare con mano esigenze e bisogni, osservare le incompiute, capire cosa serve davvero per migliorare la qualità della vita, non per risalire la china di discutibili classifiche di alcuni quotidiani, ma per sanare mancanze e distrazioni che complicano il vivere quotidiano di tantissima gente, a cominciare dal problema salute.

Se davvero finisce a breve il commissariamento, servirà un Assessore alla Sanità: Presidente Occhiuto applichi quella trasversalità che potrebbe cambiare la politica calabrese. Non scelga un tecnico per il quale i malati sono un numero e ha come unico obiettivo quello di tagliare i costi, ma prenda un medico che conosce i problemi della salute (perché li vive tutti i giorni) che abbia anche competenze di amministrazione, perché, alla fine, i soldi vanno spesi bene e gestiti adeguatamente secondo reali necessità ed esigenze. Questa figura di medico e manager in Calabria c’è, ma ha il “difetto” di essere “uno di sinistra”: Rubens Curia sarebbe un ottimo assessore alla Sanità e si farebbe notare non per la fede politica, bensì per la capacità di capire cosa va fatto e cosa va eliminato nella gestione della sanità, sia pubblica che privata. La sua associazione, Comunità Competente, ha prodotto diversi documenti che possono costituire una base straordinaria per il riordino della sanità in Calabria. Presidente non scelga la compiacenza, scelga la competenza.

Certo ci vuole coraggio a proporre “uno di sinistra” in Giunta, con i tanti sodali che scalpitano e pretendono il rispetto di qualche cambialetta elettorale, ma una scelta trasversale aggiungerebbe punti pesanti alla sfida che Occhiuto ha lanciato: cambiare la Calabria si può, ma non seguendo regole gattopardesche (cambiare tutto perché tutto resti come prima) ma con il coraggio di osare soluzioni che possono non piacere a qualcuno, ma diventano risorsa essenziale per tanti.

Occhiuto ha mostrato di essere un combattente che crede seriamente di poter cambiare questa terra. Intanto, è riuscito a imporre una narrazione diversa: si parla di Calabria dovunque, nei media, tra la gente del centro e del Nord, senza più pensare a una terra “maledetta” dove regnano ‘ndrangheta e  malaffare. C’è un tentativo di recupero della reputazione perduta,  che sta dando risultati insperati. Lo “sdoganamento” di un territorio si fa lavorando sull’immagine e questo Occhiuto lo ha capito da tempo. Riempire (anche se a pagamento) spazi televisivi non è uno sciocco esercizio di spreco di denaro, ma un’intelligente trovata per mostrare quell’ “altra” Calabria che la gente non conosce.

Prendiamo il caso della serie televisiva Sandokan: tutti ne hanno parlato male (senza aver visto nemmeno un minuti dell’ottimo film realizzato) e contestato che di Calabria si vede “poco”. Ma è una fiction ambientata nel Borneo che ci azzecca la Calabria nel contesto narrativo? Invece ci sta tutta nella macchina della produzione: già solo il fatto che si dica che gran parte della serie tv è stata girata in Calabria vale tutti i soldi spesi in sponsorizzazioni (a parte la ricaduta occupazionale e l’indotto generato dalla produzione, che non sono bricioline…). In questo modo si fa incuriosire sulla Calabria, si fa scoprire che è tutta quanta un set naturale per girarci film e fiction, ma soprattutto che è una terra infinitamente meravigliosa, che merita di essere valorizzata e apprezzata.

Sanità e marketing territoriale, due nodi importanti: il primo riguarda il benessere dei cittadini e la necessità di limitare il “turismo ospedaliero” al Nord che impoverisce soprattutto le famiglie e dissangua le casse regionali. Il secondo fa parte del piano di crescita e sviluppo dell’intero territorio.

Turismo, nelle sue varie accezioni (vacanziero, religioso, congressuale, etc) significa soprattutto lavoro e occupazione, altra spina di una terra che vede ogni giorno partire i suoi giovani con un biglietto di sola andata. Il lavoro che non c’è e va inventato proprio nel terziario, dove le competenze vanno utilizzate 365 giorni l’anno e non soltanto nei mesi estivi.Quanti laureati sarebbero felici di poter mettere a frutto idee e capacità nella propria terra? Non basta mobilità e logistica per attrarre visitatori, servono servizi e guide culturali che permettano di apprezzare luoghi e territori: un bando per offrire occupazione stabile e seria ai nostri ragazzi che hanno studiato e conoscono il territorio sarebbe un buon inizio per il 2026.

Un anno che – sia chiaro – deve contare anche e soprattutto sull’impegno del territorio: ci sono imprenditori illuminati che già fanno tanto, ma bisogna pensare non soltanto a donne e giovani in cerca di prima occupazione, ma anche a ricollocare chi ha perso il lavoro ed è troppo vecchio per ricominciare e troppo giovane per andare in pensione.

Il lavoro è la sfida di tutto il Mezzogiorno, i nostri governanti centrali se lo mettano bene in testa: lo sviluppo del Paese dipende dalla crescita del Sud. Se cresce il Sud (che peraltro consuma) riparte tutta la filiera produttiva  che il Covid ha contribuito a ridurre ai minimi termini.

L’anno che verrà è l’anno del Ponte: checché ne dicano gli oppositori, ci sono tutte le condizioni perché l’Opera finalmente possa vedere la luce. Val la pena di ricordare che quando si pensò di realizzare l’Autostrada del Sole non mancarono i no-ponte d’antan: se avesse prevalso la loro logica staremmo ancora a sognare. La mobilità è un segno di progresso e il Ponte rappresenta la sfida tecnologica dell’Italia al mondo: dovremmo finirla con le fake-news e le terrificanti profezie di geologi della domenica, lasciando parlare solo gli esperti. Se chi ha la competenza per dirlo afferma che il Ponte si può fare bisogna credergli e tenere alla larga i venditori di fumo.

Il Ponte piaceva a Prodi, piaceva alla sinistra. Poi, poiché era nei programmi di Berlusconi è diventato il “mostro” da contrastare e combattere con ogni mezzo. E la stessa sorte sta seguendo il progetto più straordinario del mondo perché è voluto dalla destra, quindi l’ideologia prevale sulle opportunità per il territorio e le sue genti. Non è il Ponte di Salvini, né della Meloni, è il Ponte del Mediterraneo, anzi dell’Europa che il mondo ci invidierà. Il guaio è che, come al solito, gli altri ci guardano e ci copiano e le buone idee, in Italia, restano al guado. Un esempio per tutti il ponte sui Dardanelli: costruito sul modello che ormai i tecnici chiamano Messina-type, ovvero quello del Ponte sullo Stretto. Lo hanno realizzato i turchi a tempo di record: se nel 2011 la sciagurata scelta di Monti non avesse bloccato il progetto, da diversi anni avremmo già avuto operativo il Ponte. Che non inquina (al contrario delle navi traghetto sullo Stretto) e, per la sua realizzazione, porterà occupazione e indotto da record. Qualcuno parla di 100mila addetti, ma anche se fossero solo 20mila, in terre affamate di lavoro come Sicilia e Calabria, li vogliamo buttare via?

E, soprattutto, ci sono le opere complementari senza le quali il Ponte non avrebbe senso: l’Alta Velocità (alta capacità), la SS 106 e le strade dei territori coinvolti. Il 2026 ci dovrà portare non suggestioni, ma progetti pronti per essere realizzati: sarà l’anno in cui si conclude il PNRR e molte risorse, in Calabria, con buona probabilità resteranno inutilizzate: mancano sei mesi, chi crede nei miracoli, non demorda…

Infine, nell’agenda 2026 per la Calabria un ruolo principe va al Porto di Gioia Tauro. Cresce a doppia cifra ogni anno, ha un potenziale incredibile e un retroporto pressoché inutilizzato dove si potrebbero allestire i semilavorati che giungono da ogni parte del mondo. Ma restano capannoni vuoti e le tante perplessità di chi vuole investire. La Zes unica è un formidabile attrattore di investimenti ma richiede un’attenzione aggiuntiva e accorta da parte degli enti locali.

La Regione – abbiamo questa sensazione – al di là del progetto del rigassificatore, non mostra grande entusiasmo per la costante crescita di quello che sta diventando il primo porto del Mediterraneo per traffico di containers. Il Porto non significa traffico di cocaina: chissà perché ogni volta che sequestrano droga in Calabria c’è un’enfasi mediatica spaventosa, quando poi si scopre che il traffico di stupefacenti in altri porti è addirittura superiore. Il Porto significa lavoro, occupazione e sviluppo e il Presidente Occhiuto dovrebbe occuparsene di più, mettendo risorse e maggiore impegno. La crescita di Gioia Tauro e del suo Porto è un piccolo-grande tassello di una visione di sviluppo che farà vincere alla Calabria la scommessa sul 2026.

Ultima annotazione: si vota a Reggio in primavera per scegliere il nuovo sindaco. A quattro/cinque mesi dalle elezioni non ci sono ancora candidature ufficiali. Il gioco della politica pensa di poter continuare a prendere in giro i cittadini che, in tutta risposta, non vanno a votare. Invece, l’aria sta cambiando e anche per Reggio potrebbe esserci un 2026 di rinascita e rilancio. Auguri. (s)

Disegno di Legge per la riforma della salute, ma intanto si allontana la fine del commissariamento in Calabria

di ERNESTO MANCINI – Il Governo, su proposta del Ministro alla Salute Schillaci, ha presentato in Parlamento un disegno di legge recante nuove disposizioni in materia sanitaria. In tale disegno di legge assume particolare rilievo la nuova disciplina della responsabilità civile e penale dei professionisti sanitari (medici, infermieri, farmacisti ed altri operatori del settore) in caso di malpractice.

In particolare, viene introdotto il principio per cui il medico – ci riferiamo per brevità a questo professionista ma le regole sono comuni anche agli altri professionisti sanitari –risponde della sua condotta limitatamente ai casi in cui ha agito con colpa grave e cioè non per qualsiasi livello di colpa (es.: colpa lieve) ma solo quando la negligenza, l’imprudenza, l’imperizia, o l’inosservanza di normative (leggi, regolamenti, ordini e discipline)  sono inescusabili e perciò qualificano la colpa come colpa grave.

È probabile che il disegno di legge governativo venga approvato stante la corrispondente maggioranza parlamentare.

Responsabilità penale: la disciplina vigente e quella prossima

In effetti nella vigente disciplina penale della colpa medica di cui all’art. 590 sexies del codice penale introdotto dalla legge Gelli Bianco del 2017, non si distingue esplicitamente tra colpa lieve e colpa grave. Tuttavia, il medico risponde per lesioni od omicidio colposo nei casi di negligenza ed imprudenza mentre per l’imperizia non è responsabile se ha comunque applicato le pertinenti linee guida per il caso concreto ovvero, in mancanza di linee guida, abbia attuato le buone pratiche cliniche assistenziali. 

Con il nuovo disegno di legge, non si distinguono più i diversi tipi di colpa: se il medico rispetta le linee guida, sarà responsabile solo per colpa grave mentre andrà assolto per quella non grave (art. 590 sexies).

Al riguardo il nuovo legislatore introduce anche l’articolo 590 septies stabilendo che per l’accertamento della colpa e la sua graduazione il Giudice penale dovrà tenere conto «anche della complessità della patologia, della scarsità delle risorse umane e materiali disponibili, delle eventuali carenze organizzative (quando la scarsità e le carenze non sono evitabili da parte dell’esercente l’attività sanitaria) della mancanza, limitatezza o contraddittorietà delle conoscenze scientifiche sulla patologia o sulla terapia, della concreta disponibilità di terapie adeguate,  dello specifico ruolo svolto in caso di cooperazione multidisciplinare,  della presenza di situazioni di urgenza o emergenza».

Occorre precisare che l’elenco in questione ha natura meramente esemplificativa e non esaustiva, come desumibile dall’impiego dell’avverbio “anche”. Pertanto, il giudice, nell’accertare la sussistenza della colpa e la relativa gravità, potrà prendere in considerazione ulteriori circostanze specifiche riferite al caso concreto.

Responsabilità Civile: la disciplina vigente e quella prossima

Anche nella disciplina vigente della responsabilità civile prevista dalla legge Gelli Bianco del 2017 non viene fatto riferimento alla colpa grave ai fini della sussistenza o meno della responsabilità medica. Lo fa invece, sia pure implicitamente, il nuovo legislatore quando stabilisce che ai fini dell’accertamento e della graduazione della colpa il giudice civile deve tener conto di tutte le situazioni in cui si è svolta l’attività medica (nuovo comma 3 bis dell’art, 7 della legge Gelli Bianco).

Al riguardo, dopo avere richiamato l’art. 2236 del codice civile (di cui si dirà subito) il legislatore riproduce esattamente le stesse circostanze indicate nella norma penale sopra ricordate: complessità della patologia, mancanza o contraddittorietà delle conoscenze scientifiche, ecc. ecc.). Anche il Giudice civile dovrà perciò tenere conto di tali circostanze ai fini dell’accertamento e della graduazione della colpa.

Osservazioni sulla nuova disciplina

Il fondamento della colpa grave nell’ordinamento giuridico

È opportuno evidenziare che tutte le indicazioni introdotte dal nuovo legislatore risultano già racchiuse nel citato art. 2236 del codice civile del 1942, applicabile a qualsiasi prestatore d’opera professionale. Tale norma, con straordinaria ed efficace sintesi, stabilisce infatti che «se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni se non in caso di dolo o colpa grave».

L’istituto in parola, peraltro, affonda le proprie radici già nel diritto romano (in particolare medici, architetti, costruttori e altri artifices) ove la limitazione della responsabilità alla culpa lata del prestatore d’opera nel caso di prestazioni particolarmente complesse era già positivamente affermata.

La colpa grave, intesa come specifico livello di colpevolezza, è dunque richiamata espressamente sia dalla nuova disciplina penale sia da quella civile col riferimento all’art. 2236 c.c..

Per completezza, va precisato che il nuovo legislatore non interviene sulla responsabilità amministrativa – che, beninteso, riguarda anche i medici nei confronti dell’ente datore di lavoro – poiché la limitazione alla colpa grave è già da tempo prevista dall’art. 1 della legge n. 20/1994 (c.d. legge Prodi).

L’applicazione della legge più favorevole

L’art 2 comma 4 del codice penale prevede che se vi è successione di leggi nel tempo si applica quella più favorevole al reo. Ne discende, con tutta evidenza, che la norma di maggiore favore prevista dall’attuale disegno di legge inciderà sui procedimenti in corso non appena entrerà in vigore (favor rei). Non inciderà invece sui procedimenti già definiti.

La responsabilità della struttura sanitaria

Non può ritenersi condivisibile la previsione – inizialmente contemplata nel disegno di legge – secondo cui, nell’ipotesi in cui il medico non sia chiamato a rispondere né in sede penale né in sede civile per colpa lieve, neppure la struttura sanitaria di appartenenza sarebbe considerata responsabile (proposta alternativa di integrazione dell’art. 7, comma 3-bis, della legge Gelli-Bianco).

Questa disposizione, inserita in una precedente versione del disegno di legge del Governo ma poi rimossa, va comunque esaminata perché gravemente errata e potrebbe essere reintrodotta durante l’esame parlamentare.

Va detto al riguardo che il danno per lesioni o morte, pur non potendo essere rimproverato penalmente o civilmente al medico alla luce delle nuove norme, può comunque sussistere. Di conseguenza, si deve ritenere che permanga la responsabilità civile della struttura ai fini dell’eventuale risarcimento del danno.

Infatti, l’esonero dalla responsabilità civile della struttura si porrebbe in evidente contrasto con l’art. 28 della Costituzione, che sancisce la responsabilità solidale dello Stato e degli enti pubblici per i danni cagionati dai propri dipendenti. Sarebbe anche in contrasto con l’art. 32 della medesima carta costituzionale, che tutela come diritto fondamentale dell’individuo la salute, il cui ristoro patrimoniale in caso di lesione costituisce forma indiretta di protezione. Insomma, verrebbe minata la stessa fiducia dei cittadini nel servizio sanitario pubblico.

Inoltre, ci sarebbe un contrasto con l’art. 2049 del codice civile secondo il quale «il datore di lavoro risponde delle condotte dannose dei propri dipendenti». La struttura sanitaria, pertanto, sia pubblica che privata deve comunque essere tenuta a risarcire il danno subìto dal paziente. Non va sottaciuta, al riguardo, la disparità di trattamento che si avrebbe con altri datori di lavoro non sanitari che continuerebbero a rispondere della responsabilità dei propri dipendenti qualunque sia il grado di colpa.

Quanto precede consente di affermare che l’esigenza di limitare gli oneri risarcitori, diretti o assicurativi, gravanti sulle strutture sanitarie pubbliche o private ai soli casi di colpa grave non può essere equiparata né posta in bilanciamento con il superiore diritto al risarcimento del danno, a prescindere dal grado della colpa.

Va, infine, notato, per concludere sul punto, che nello stesso comunicato n. 37 del Governo in data 4 settembre u.s. si legge «Viene confermata la responsabilità penale per colpa grave per chi esercita la professione sanitaria, ma non si lede in alcun modo il diritto dei cittadini al giusto risarcimento di danni subiti». E ciò chiarisce in modo definitivo e positivo qual è la volontà del legislatore.

Il rischio professionale e la medicina difensiva

Occorre valutare altri due aspetti tra di loro connessi.

Il primo riguarda la particolare esposizione dei medici e degli altri professionisti sanitari al rischio professionale. Essi «hanno in mano» la salute e, sovente, la vita stessa dei pazienti sicché la disciplina delle loro condotte deve essere rigorosa, come del resto vogliono i loro codici deontologici. È pur vero, d’altra parte, che sono frequenti denunce e contenziosi pur in mancanza di una reale fondatezza delle pretese punitive o risarcitorie. In taluni casi, si tratta di iniziative giudiziarie palesemente temerarie e speculative, che tuttavia provocano al medico – costretto a subirle ingiustamente – rilevanti disagi psicologici ed esistenziali.

Il secondo aspetto, non meno rilevante, concerne il fenomeno della cosiddetta medicina difensiva. Tale prassi, fortemente deleteria, può indurre il professionista a privilegiare scelte diagnostiche o terapeutiche dettate più dal timore di conseguenze legali che dall’evidenza scientifica. Ciò comporta che il paziente possa ricevere cure subottimali, che l’innovazione ed il progresso della medicina vengano rallentati, che si generino costi per esami e procedure non necessarie, che si incida in modo ingiustificato sia sulla finanza pubblica sia sulla capacità economica del singolo paziente quando il servizio pubblico non è tempestivo.

In tale contesto, il nuovo disegno di legge si colloca nel solco già tracciato dalla legge Gelli-Bianco del 2017, rafforzando ulteriormente la tutela dei professionisti sanitari mediante l’introduzione del parametro della cosiddetta colpa grave, quale soglia limite oltre la quale soltanto può ritenersi giustificata ogni pretesa punitiva.

Non si tratta, peraltro, di uno “scudo penale” – come impropriamente definito da alcuni organi di stampa – poiché l’affermazione della responsabilità penale, così come di quella civile e amministrativa, resta comunque dovuta per condotte oggettivamente inaccettabili e gravemente colpose. Non potrebbe essere diversamente.

L’imperizia rispetto alla negligenza ed all’imprudenza.

Suscita qualche perplessità la scelta operata dal nuovo legislatore di eliminare la norma della legge Gelli-Bianco che differenzia il trattamento dell’imperizia rispetto alla negligenza e all’imprudenza. In particolare, la legge Gelli-Bianco considera in astratto meno riprovevole l’imperizia (ad esempio l’errore tecnico) qualora siano state comunque osservate le linee guida o le buone pratiche clinico-assistenziali pertinenti al caso specifico, senza estendere analogo favore ai profili di negligenza e imprudenza. Si tratta di un aspetto che merita un approfondimento. È vero tuttavia  che il codice penale non prevede alcuna gerarchia tra queste forme di colpa generica, rimettendo opportunamente al giudice la valutazione, caso per caso, di quali elementi soggettivi assumano rilievo ai fini della decisione.

Conclusioni (provvisorie)

In attesa del testo definitivo che sarà approvato dal Parlamento – non prevedendosi, salvo eventuali integrazioni, modifiche sostanziali – si può esprimere un giudizio complessivamente positivo sul disegno di legge, a condizione che resti intatto il diritto del cittadino al risarcimento che la struttura sanitaria è comunque tenuta a garantire in caso di accertata “malpractice”, anche se derivante da colpa lieve. Peraltro, i danni, pur se conseguenti a colpa lieve, possono risultare di entità rilevante.

Il promesso legislatore ha sostanzialmente ed opportunamente codificato in un testo specifico per i professionisti sanitari princìpi già esistenti ab immemore nell’ordinamento come “le speciali difficoltà” cui l’attività sanitaria può andare incontro.

Ha, inoltre, scoraggiato la pretesa punitiva penale quando si tratti di colpa lieve in una professione particolarmente esposta a rischio senza con ciò intaccare l’azione civile del cittadino contro la struttura per il dovuto risarcimento del danno subìto anche se da colpa lieve.

Ha comunque salvaguardato la pretesa punitiva penale e risarcitoria civile quando si tratta di condotte assolutamente imperdonabili ed ingiustificate.

Probabilmente analoghe codificazioni andrebbero fatte anche per altre professioni esposte a rilevanti rischi di responsabilità. Meglio ancora sarebbe una disciplina quadro per tutte le professioni con successive norme di dettaglio per le specificità di ognuna ferme restando le tutele del cittadino danneggiato. Ma questo è un problema non semplice poiché inevitabilmente le priorità vengono dettate dalla forza contrattuale e dalla pressione di ciascuna categoria professionale. Nell’attesa ci si deve affidare alla iuris prudentia.  Il legislatore, i sindacati ed i competenti ordini professionali dovrebbero comunque cominciare a pensarci. (em)

E PER MOTIVI “TECNICI”SLITTA  LA FINE DEL COMMISSARIAMENTO

La motivazione ufficiale parla di “motivi tecnici” addotti dal ministra della Salute Orazio Schillaci a proposito della fine del commissariamento della Sanità in Calabria, data per imminente dal Presidente Occhiuto.

È ingiustificabile qualsiasi proposta di rinvio, la Calabria ha bisogno di poter avere una sanità in regola, con un suo assessore e procedure certe sia per  le prestazioni che per le assunzioni e l’organizzazione generale degli intervesti destinati a cura e prevenzione dei calabresi.

La misura è colma: che farà adesso Occhiuto?

Il ministro della Salute Schillaci a Catanzaro
Memorandum delle cose che servono alla Calabria

di GIACINTO NANCI – Le diamo il benvenuto a Catanzaro sig. Ministro della Salute on. Schillaci, la ringraziamo della visita e cogliamo l’occasione di porgerle alcune domande sulla sanità calabrese. Il governatore Occhiuto è stato riconfermato Commissario ad Acta per il piano di rientro sanitario cui è sottoposta la Calabria dal dicembre 2009. Un incarico (che già detiene da oltre tre anni) per riportare la sanità calabrese alla “normalita”. Ricordiamo a tutti noi che la Calabria è sottoposta al piano di rientro sanitario dal dicembre 2009 e, per questo, ha la sua sanità commissariata dal 2011. Inoltre, dal 2019 la Calabria ha commissariate tutte e 5 le sue Asp e i tre ospedali regionali. Ed è per questo che sorge spontanea una domanda: «perché questa ulteriore rinomina a commissario del governatore Occhiuto che governa la Calabria dal 2022, sia come governatore che come commissario alla sanità, dovrebbe portare la sanità calabrese alla “normalita”, se né Lui negli ultimi tre anni né gli altri otto commissari che lo hanno preceduto dal 2011 ci sono riusciti? La prova del fallimento, non solo di Occhiuto, ma di tutti gli altri commissari (e questo deve far pensare perché ad esempio il ponte caduto a Genova è stato ricostruito dal commissario in un anno) è data dal fatto che l’ultimo dato che misura le spese dei calabresi costretti alle cure mediche fuori regione è arrivato alla stratosferica cifra di 308 milioni di euro, e che il numero dei calabresi che evita di curarsi per motivi economici è di quasi il doppio della media italiana. Non le sembra, sig. Ministro Schillaci, che è normale che i calabresi si sentono ancora una volta presi in giro? Come lo si sentono anche per la norma che il suo Governo ha messo nella legge finanziaria 2025 sulla riduzione dell’Irpef, che porterà nelle tasche degli italiani circa 300 euro in più. Ma lo sa, sig. Ministro, che i lavoratori calabresi, con un imponibile lordo di circa 20.000 euro, pagano in più di Irpef ben 428 euro in più rispetto agli altri lavoratori italiani già dal lontano dicembre 2009, a causa dell’imposizione del piano di rientro sanitario, e che un imprenditore calabrese, con un imponibile lordo di un milione di euro, sempre per lo stesso motivo, paga in più ben 10.700 euro? E, poi, noi calabresi paghiamo in più le accise sulla benzina (il tutto per oltre cento milioni all’anno), abbiamo il blocco del turn over in sanità e abbiamo avuti chiusi ben 18 ospedali. Credo che ci sia, quindi, un giusto motivo per sentirsi ancora una volta presi in giro. Noi, quindi, ci permettiamo di suggerire cosa sarebbe giusto fare per i malati calabresi. Prima di tutto, segnalarle il fatto che il piano di rientro sanitario è stata una ingiustizia in quanto, dati dei Centri Pubblici Territoriali (facenti parte del Sistan – Sistema Statistico Nazionale) dicono che la Calabria ha speso dal 2000 al 2018 in media 1612 euro/anno pro capite contro i 2217 della Lombardia, quindi se la Calabria avesse speso pro capite quanto la Lombardia (mai andata in piano di rientro) avrebbe potuto spendere, in quegli anni, oltre 20 miliardi in più per i suoi malati. Sorge, allora, spontanea una domanda come mai alla Calabria, che è stata la terzultima regione per spesa sanitaria pro capite fin dall’anno 2000, è stato imposto il piano di rientro sanitario?

Sig. Ministro, alla Calabria è stato imposto il piano di rientro perché ha da sempre ricevuto, rispetto alle altre regioni, meno fondi pro capite per la sua sanità. Avrebbe, invece, dovuto riceverne molto di più rispetto alle altre regioni perché, tra i suoi abitanti, ha molti malati cronici in più rispetto alle altre regioni. Di questo, sig. Ministro, dovrebbe esserne a conoscenza perché nel suo Ministero c’è il Dca n. 103 del 30 settembre 2015, firmato dall’allora commissario ad acta ing. Scura che, alla pagina 33 dell’allegato n. 1 dello stesso, il commissario scriveva «si segnala la presenza in Calabria di almeno il 10% di malati cronici in più del resto d’Italia». Essendo il decreto fornito di dettagliate tabelle, è stato facile calcolare allora in 287.000 i malati cronici presenti in più in Calabria rispetto al resto d’Italia. Da notare che l’ing. Scura non ha potuto mandare direttamente il Cda al Suo Ministero, ma lo ha dovuto mandare prima al Ministero dell’Economia, che deve valutare “preventivamente” i decreti della Calabria in piano di rientro perché devono essere “votati” più all’economia e al risparmio che non alla salute dei calabresi (della serie tutti non possono non sapere). Quindi, la Calabria è stata ingiustamente sottoposta al piano di rientro perché i pochissimi fondi che ha da sempre ricevuto non potevano bastare per curare i molti malati cronici in più ed ha sforato la spesa sanitaria, nonostante, lo ripetiamo, che la sua è la spesa sanitaria pro capite più bassa delle altre regioni. Ma, per salvare i malati calabresi dai viaggi della speranza e dal fatto che sono in numero altissimo, quelli che evitano di curarsi per motivi economici una cosa si potrebbe fare sig. Ministro Schillaci: applicare in toto il comma 34 dell’art.1 della legge 662 del 1996. Sì, sig. Ministro, applicare semplicemente una “vecchia” legge dello Stato Italiano che prevede il riparto dei fondi sanitari alle regioni in base alla “Epidemiologia”, che vuol dire maggiori fondi dove ci sono più malati cronici come in Calabria. Purtroppo è sempre avvenuto il contrario: pochissimi fondi alla Calabria dove ci sono stati e ci sono, maggiormente adesso, più malati cronici che non nelle altre regioni italiane. Grazie sig. Ministro della sua venuta a Catanzaro, adesso aspettiamo, come malati calabresi, l’applicazione della legge dello Stato che ci potrebbe salvare oltre ovviamente alla immediata chiusura del piano di rientro che tanti danni ha fatto ai malati calabresi e anche a tutta la sua economia. 

(Medico di Famiglia

in pensione ed ex ricercatore Health Search)

OCCHIUTO, SANITÀ IRRISOLTA IN REGIONE
OPPOSIZIONE FIACCA E NUOVI GATTOPARDI

di SANTO GIOFFRÈ  – Al punto nefasto in cui è stata buttata la Calabria, dove il tragicomico è il tratto dominante dell’andazzo, è da pidocchiosi tacere. Partiamo da Occhiuto e dalla sua maggioranza che da 6 anni governa la Calabria. L’ultimo trionfo attraverso cui il Governatore è giunto in quel posto, più che merito suo, è stato per l’inconsistenza di chi diceva di essere, sempre, altro diviso in tre: un coacervo di niente, allegrotti partenopei in weekend nel blu mare calabro, dispersi nel deserto. Una passeggiata per Occhiuto che, da subito, individua nella sanità il facile strumento del buon e redditizio governo del consenso. Chiede e ottiene poteri assoluti, in quel campo, da Draghi, il peggiore governante di tutti perché cinico e bancario. Solo che Occhiuto, quando va a mescere dentro il ritenuto ricco carniere della Sanità calabra, non solo perde il cucchiaio ma ci rimette, pure, il braccio. In Calabria, l’assistenza sanitaria, come servizio da fornire alla gran parte dei Calabresi, non esiste più (Rapporto Gimbe, The Lancet, tele Meloni…).

Nella fornitura dei servizi ai cittadini, però! In altri compartimenti dello stesso settore, il grasso cola ancora. Eccome se cola! Tanto che viene istituita l’Azienda Zero, per regimentare e governate questo grasso, mentre l’osso rimane alle Asp e, contemporaneamente, per accompagnare al meglio le azioni del governo, l’idea e la messa in orbita di un apparato mediatico di diffusione della notizia tale da far apparire i tramonti come radiose Aurore, così care a Eos dalle mani colorate. Tenendo conto che non ci sono più medici, in Calabria, e che non ce ne saranno mai più, a causa dei disastri causati dal Piano di Rientro, mai voluto risolvere, unico caso in Italia, perché risolverlo avrebbe comportato la fine dei ventennali, tranquilli saccheggi di danaro pubblico, stimo io, di ben 3 miliari dal 2000 fin ora, da parte di un protetto sistema criminale che delle dinamiche di quel Piano ne gestisce e controlla le fasi ed ne esercita il dominio assoluto, qualche conto incomincia a non tornare.

D’altronde, fin dal 2009, il Governo, con complicità in loco, ci tratta non come persone, ma alla stregua di numeri. Occhiuto, allora, inizia una serie di manovre di contenimento. La prima, intuendo l’imminente collasso del sistema, che lo esporrebbe a gravi rischi, visto il ruolo preteso e ottenuto, fa arrivare ben 343 medici dalla Repubblica Comunista di Cuba, validissimi Professionisti, lui anti-comunista da sempre, da usare come tampone nelle postazioni più sensibili: PS, emergenza/urgenza a tempo determinato e, cioè, fino alla fine del suo mandato, calmierando, così e momentaneamente, le cose. La seconda cosa, dicevo, è l’Azienda Zero; la terza, la messa in opera di una poderosa campagna, da parte delle Asp, di transazioni, principalmente con BFF, con finalità di pagare i debiti della sanità, senza, però, fare una ricostruzione rigorosa della storia delle fatture, col rischio che il debito, attraverso titoli di riconoscimento del credito, conservati in casseforti o in tasche sicure, possa ripresentarsi negli anni che verranno.

In questa operazione, è stato aiutato dal Governo con una strana legge di contabilità unica in Europa. Dire che su queste cose c’è un’inchiesta della Procura di Milano, in atto, non m’interessa proprio, perché io parlo di politica. Forse, visto il suo prestigio, al suo governo, invece delle favole, avrebbe potuto suggerire, conoscendo lo stato dell’arte e dell’abisso in cui sono precipitati i parametri vitali della Regione, di fare 2+2. Dopo aver dato ben 15 miliardi per un’opera devastante e inutile, il Ponte sullo Stretto, di ritornarci altrettanti miliardi, a noi sottratti tra ruberie e trasferimenti di risorse al Nord per curarci, al fine di poter reperire medici, invogliandoli a venire in Calabria. Parlo, per capirci, delle materie non LEP, quelle che il Nord userà per abbuffarsi di servizi e oltre, con i nostri soldi e che Occhiuto, da vice-presidente di FI, gli ha concesso, mentre ai calabri vendeva la storiella dell’essere il tosto, feroce oppositore di ciò che lui stesso ha concesso al Nord, votando, con cognizione e volontà, la legge sull’Autonomia Differenziata.

Ma non solo… Ad ogni disastro sanitario che accade in Calabria, la potente macchina mediatica, con abilità che va riconosciuta, racconta altro: di aeroporti pieni (e ferrovie abbandonate), di strade favolose, di spettacoli strepitosi di fine anno, di fiere roboanti dove l’agricoltura calabrese, si e no, compete, quasi con i ranchero texani per, poi, ritrovarla in pieno medioevo, di rigassificatori e bombe ecologiche a iosa, di finanziamenti per ogni dove, soprattutto ai consoni, di una Film Commission che tutto fa, meno che promuovere la filmografia paesaggistica calabra, come da statuto.

Solo che, però, la narrazione, di colpo, si è rotta: la gente incomincia a morire per mancanza di medici, posti letto, divisioni ospedaliere, autoambulanze, strade. Certo, bisogna pur dire che gran parte delle responsabilità sono dell’altra parte, la cosiddetta opposizione consiliare, partitica, sociale, che tace sempre, oltre qualche folkloristico, raro sussurro e grida e che ha sempre accompagnato l’agire di Occhiuto, dentro un silenzio ecclesiale.

Addirittura, arrivando a proporre leggi da lui, o dalla sua maggioranza, suggerite. Certo, qualcuno, come l’ottimo Antonio Lo Schiavo, ha cercato, in solitudine, di non essere inutile, portando avanti battaglie che tutti dovevano ed avevano l’obbligo di fare. Ora, all’avvicinarsi del formaggio, rivedo movimenti delle solite facce e faccendieri, piccoli Gattopardi, che pensano che non importa, tanto, perdere è bello. L’importante è che ci siano sempre loro ad auto-garantirsi per continuare a tradire il proprio mandato. Io, a costo di rimanere solo, con mizzicu, non starò zitto e sapete cosa vuol dire il mio non silenzio, per la miseria. (sg)

MANCA LA GIUSTA SANITÀ NEL BASSO JONIO
COSENTINO: LE ISTITUZIONI INTERVENGANO

di ANTONIO LOIACONONell’entroterra del Basso Jonio cosentino, l’anima e il corpo dei cittadini sono affidati a due strutture fondamentali: da un lato, il personale “ecclesiastico” che si prende cura della comunità e che non manca mai nelle proprie “sedi”; dall’altro, “i medici di famiglia” (queste chimere!) che dovrebbe garantire la necessaria assistenza medica in caso di necessità: figure in via di estinzione nei piccoli centri jonici, con conseguenze drammatiche per i residenti.

A Terravecchia, Scala Coeli, Mandatoriccio, Campana, Bocchigliero ed in tante altre piccole realtà, la carenza di medici di famiglia non è soltanto un problema di accesso alle cure primarie, ma influisce pesantemente anche sul sistema di emergenza. I pronto soccorso delle strutture ospedaliere, già oberati dalla mancanza di personale e risorse, diventano la prima e spesso unica opzione per molti cittadini, costretti a rivolgersi a essi anche per problemi che potrebbero essere gestiti in modo più appropriato da un medico di famiglia. Questo sovraccarico contribuisce a congestionare ulteriormente le strutture ospedaliere, mettendo a repentaglio la qualità delle cure per tutti i pazienti.

Una delle sfide più pressanti per i cittadini di questa area è la difficoltà nel trovare un medico di famiglia. L’accesso a una figura medica di riferimento dovrebbe essere un diritto fondamentale, ma per molti abitanti dei comuni dell’entroterra diventa un’impresa ardua. Trovare un medico disponibile a visitare e prescrivere cure diventa un vero e proprio calvario, costringendo le persone a rivolgersi al proprio medico, attraverso le “chat sanitarie”: “Che farmaco devo prendere, dottò? Mi mandate la ricetta? “. Queste risorse digitali non possono e non devono sostituire l’attenzione e la competenza di un medico “in carne ed ossa”! Spesso, i pazienti, sono lasciati senza risposte adeguate alle loro necessità mediche che dovrebbero, invece, essere risolte “de visu”.

Anche le postazioni di guardia medica, seppur cruciali per garantire assistenza notturna, non sono esenti da problemi. La loro presenza non è uniforme tra i comuni dell’entroterra, lasciando molte aree prive di un punto di riferimento per le emergenze notturne. Anche quando sono presenti, queste postazioni possono essere sottodimensionate o mal equipaggiate, rendendo difficile garantire un servizio adeguato a chi ne ha bisogno.

In definitiva, la situazione sanitaria nell’entroterra del Basso Jonio cosentino è critica e richiede interventi urgenti da parte delle autorità competenti. È necessario investire nelle risorse umane e strutturali per garantire un accesso equo e adeguato alle cure mediche di base, così da evitare che i cittadini debbano continuare a lottare per ottenere assistenza sanitaria essenziale. 

Una possibile soluzione potrebbe essere l’implementazione di iniziative volte a incentivare i medici e gli operatori sanitari a stabilirsi in queste aree, magari offrendo incentivi o agevolazioni fiscali. È importante rendere queste zone più attrattive per i professionisti della salute, in modo che possano offrire cure adeguate e continuative alla popolazione locale.

Le istituzioni locali e regionali devono collaborare attivamente con le comunità e i professionisti della salute per identificare soluzioni su misura ed affrontare le sfide specifiche di queste aree. È necessario un approccio olistico che tenga conto delle esigenze specifiche della popolazione locale e che promuova la partecipazione attiva dei cittadini nella pianificazione e nell’implementazione di nuove strategie sanitarie: è importante sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere una maggiore consapevolezza riguardo alle sfide e alle necessità del sistema sanitario in queste aree. 

Questa situazione non solo è fonte di frustrazione per i residenti, ma rappresenta anche un rischio per la salute pubblica. La difficoltà nel ricevere cure mediche tempestive e adeguate potrebbe portare a gravi conseguenze per i pazienti, compromettendo la qualità della vita e l’efficacia del sistema sanitario locale.

È evidente che sia necessario un intervento urgente per migliorare l’accesso ai servizi sanitari in questi comuni dell’entroterra. La mancanza di medici di famiglia e di risorse nelle strutture sanitarie locali rappresenta una sfida che richiede l’attenzione delle autorità competenti e un impegno concreto per garantire a tutti i cittadini un accesso equo e tempestivo alle cure mediche di base.

Affrontare questa emergenza sanitaria, richiederà un impegno congiunto da parte delle autorità locali, regionali e nazionali, così come una stretta collaborazione tra istituzioni sanitarie, associazioni professionali e comunità locali. Un approccio integrato e cooperativo consentirà di superare queste sfide: è tempo di agire con determinazione per porre fine a questa storia annosa e dannosa e assicurare un futuro più sicuro e salutare per le nostre comunità. (al)

 

SANITÀ CALABRIA, IL CAMBIO DI ROTTA
PORTA LA FIRMA DELLA PETROPULACOS

di ETTORE JORIO  – Ricordo due eventi che mi fecero capire, ridendo a crepapelle, lo strumentale disinteresse verso l’avversario in senso lato, canzonandolo, ritenuto non degno di considerazione. Uno, ricorrendo ad accorgimenti dialettici ricchi di simpatia e, l’altro, della migliore satira politica.

Il primo fu in una commedia di Gilberto Govi ove il grande maestro della commedia ligure, dovendo dare pochissima importanza alle cose dette da uno dei suoi interlocutori, rivolgendosi agli altri, diceva (più o meno) “cusch’è una musca” (chiedo venia della certo errata scrittura della lingua genovese). Parificando così il contenuto dell’ascolto al ronzio di una mosca.

Il secondo era invece rintracciabile su L’Unità da Mauro Melloni, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Fortebraccio, lo stesso che descrisse Mario Tanassi come dotato di una «fronte inutilmente spaziosa». Il quale sotto intendendo anche in questo caso l’inutilità politica del personaggio scrisse, nell’approssimarsi di una importante riunione a Palazzo Chigi, «Si aprì la portiera dell’auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia», un segretario nazionale del partito socialdemocratico che in pochi invero ricordano.

Due mondi diversi, due modi altrettanto differenti per sminuire. Un vezzo che in politica è molto frequente, per sottrarre le capacità altrui: boys will be boys (so’ ragazzi!), dedicato sarcasticamente a chi non predilige cose intelligenti, prioritariamente i saperi che fanno la differenza tra le regole e la convenienza politica.

Ciò avviene solitamente per due motivi: 1) per non dare peso alle cose importanti ritenute impunemente “stupidaggini” perché impegnative, pur di acquisire un immediato e spesso immeritato guadagno politico; 2) per sminuire tutto ciò che è davvero utile a costruire “un mondo nuovo” ma con fatica e impegno. Tutto ciò allo scopo di rimanere in piedi senza sudore e spesso senza meriti, ma soprattutto con il lavoro degli altri. Vittima di questo è la Nazione, che paga l’assurdo che governa, nonostante i frequenti riferimenti ad essa con una errata sinonimia a Paese. Da qui, il PNRR che c’è ma non si vede!

Una politica dalla peggiore espressione

Eh già, perché la politica (tutta) ha assunto brutti vizi, tra uno sparo ad una gamba durante una festa tra “amici” e i domiciliari imposti ad un cognato di un ministro: privilegia la promessa sui risultati; predilige il rumore al prodotto; vende l’oggi vergognoso, esaltandolo cinicamente, piuttosto che realizzare il domani accettabile.

Una brutta cosa, questa, una volta di moda solo nei Paesi sudamericani, ove i leader senza ideologia ovvero distorta privilegiavano ostentare gradi militari a chilogrammi, auto conferiti, trascurando la cultura governativa solidaristica. Ciò avveniva nonostante la esemplare semplicità delle grandi istanze rivoluzionarie del Che, eroe non solo di quelle parti ma del mondo intero.

A ben vedere quello esposto oggi è un quadretto desolante, ove in primo piano c’è una politica dai toni spesso deliranti e autopromozionali, con sullo sfondo, di frequente neppure inquadrata dall’obiettivo, la burocrazia più servile. Quella di solito arrivata all’apice spesso in forza di maliziosi progetti ovvero di storie che sanno di ben oltre l’infecondo. Ebbene di questi mali (gravissimi) è contaminata la società politica nazionale, così come ben descritto nel libro di un anonimo Io sono il potere. Confessioni di un Capo gabinetto.

Tutto questo è funzionale alla concretizzazione di “matrimoni impropri” tra ceto politico e dirigenza, nonostante ben distinti legislativamente nell’esercizio dei rispettivi compiti: indirizzo, programmazione e controllo su gli atti, il primo; adozione degli atti, gestione ed esecuzione, la seconda.

La debolezza della cultura di governo del Mezzogiorno e la sanità in Calabria

Il peggio di tutto si è registrato nelle regioni più deboli, rimaste tali perché vittima di un siffatto orrendo compromesso, con ricadute pesanti sulla esigibilità dei diritti essenziali.

In Calabria tanto, ove tuttavia pare che qualcosa stia cambiando, con una sanità che impone opzioni sensate e scelte virtuose, dopo tante fatte malissimo. È cessata, ci si augura ultimamente, la stagione della esaltazione dei gringos dalle competenze inesistenti, peraltro già compromessi e facili da compromettere in senso lato.

Sembra che sia iniziata una correzione di quella rotta che impedì ai bravi di rimanere ivi a lottare per l’interesse collettivo. È capitato, pensando alla sanità che non c’è ma che sarebbe dovuta esserci, con Francesco Bevere, messo in condizione di scappare altrove per una infima guerra assunta contro di lui da un decisore che nemmeno in Uganda. Una decisione dissennata che buttò a mare una scelta oculata della compianta Iole Santelli, che fece di tutto per convincerlo a venire a lavorare nella Calabria impossibile.

Con la sanità non si gioca, fare scelte sbagliate nell’affidamento dei ruoli fondamentali significa portare le persone a vivere in un girone dell’inferno, così come avvenuto da sempre. Specie quando si suppone di copiare ivi persino gli errori organizzativi delle altre Regioni, del tipo l’istituzione di Azienda zero, non solo inutile ma dannosa per l’autonomia delle aziende della salute, delle quali tante lasciate in mani inadeguate.

La tutela dell’interesse pubblico attraverso la qualità e non l’appartenenza

I bravi manager vanno ricercati con il lanternino, diffidando dai “mi manda Picone” troppo frequenti nel sistema della salute, tormentato dal pressapochismo di Agenas e dai Tavoli romani che vivono di “disattenzioni” strumentali,  favorevoli a taluni, e di cronici dispetti destinati ad altri.

Allorquando capita di convincere i fuoriclasse a venire in Calabria occorre fare dedicare loro tutti i giorni la banda del consenso e non mettere i bastoni tra le ruote, così come avvenuto con il bravo Bevere. Soprattutto non svuotando il Dipartimento delle professionalità migliori, senza capirne un perché intelligente.

La paura, meglio il sospetto, è che la stessa cosa (se non peggio!) stia avvenendo nei riguardi di Licia Petropulacos, estranea la centrodestra, che tutti noi calabresi dovremmo ringraziare. Scelta da Roberto Occhiuto, esclusivamente per i grandi meriti dimostrati in Emilia-Romagna, ha accettato di combattere, di svolgere il ruolo della “resistenza partigiana” contro il cinico invasore stabilmente insediato da decenni nella sanità regionale.

Quella sanità, condotta da oltre vent’anni all’insegna del malaffare e delle connivenze, la cui contabilità è lasciata da sempre in mani persino di inconsapevoli delle differenze che ci siano tra il criterio di cassa e quello della competenza (così come di recente sottolineato, nel concreto, dalla Corte dei conti nella procedura aperta con l’AO Mater Domini), cui la dirigente greco-emiliana romagnola potrà dare tanto, anche in termini di acculturamento della burocrazia sulla disciplina sul bilancio.

A chi preferisce non pensare al male che produce da decenni ai calabresi, sarebbe da consigliare la lettura di un manuale di civiltà politico-dirigenziale, di recente citato in un articolo dal pensiero politico sempreverde di Agazio Loiero, il suo titolo è La conoscenza e i suoi nemici, l’autore è Tom Nichols, edito dalla Luiss nel 2017, nella traduzione arguta della brava cosentina Chiara Veltri. In particolare, per imparare una strada più giusta, la conclusione nella parte in cui si afferma che “Gli esperti sono terribili”, ovviamente perché sanno di cosa parlano!

Insomma, occorre un immediato rimedio a quanto avviene a discapito della povera gente che non sa neppure cosa siano i Lea, perché messi all’angolo del ring ove i diritti finiscono da decenni al tappeto con il peggiore dei kappaò. (ej)

SANITÀ, PROPOSTA ANCORA UNA PROROGA
PER IL COMMISSARIAMENTO DI OCCHIUTO

L’ipotesi di una ulteriore proroga del commissariamento della sanità in Calabria, affidato al Presidente Roberto Occhiuto proposta con un emendamento dal sen. Claudio Lotito potrebbe diventare un autogol, per restare in ambito di calcio (visto che Lotito è il patron della Lazio). Per una serie di ragioni: da un lato – apparentemente – si potrebbe interpretare come un consenso al lavoro fin qui svolto (e quindi è necessaria una proroga), dall’altro può significare che la politica si arrende all’ineluttabilità di una sanità “commissariata” sine die in Calabria. E se così fosse, non sarebbe una buona notizia per i calabresi che hanno diritto – dopo anni di illusioni e imperdonabili trascuranze – a una sanità degna di quasto nome. Pur avendo fior di professionisti nel campo medico-ospedaliero e di specialisti sparsi tra università e centri privati, la salute dei calabresi non gode di “buona salute” perché una volta mancano gli strumenti (o sono obsoleti e non sono mai entrati in funzione), un’altra volta mancano i farmaci, le attrezzature, i dispositivi, etc. Così non può continuare, anche se – per la verità – l’impegno del Presidente è lodevole quanto gravoso.

Nei giorni scorsi, la consigliera regionale Amalia Bruni (ricercatrice ed ex direttrice dell’Istituto di Neurogenetica di Lamezia Terme) ha ricordato le sue tante sollecitazioni (già durante la campagna elettorale di due anni fa) perché del debito sanitario calabrese se ne facesse carico l’Esecutivo («serve un patto forte con il Governo. Il commissariamento ha prodotto danni. Sul debito prodotto dai commissari non possono rispondere i calabresi, se ne deve occupare il Governo», e lo ha ribadito:  «Bisognava quantizzare il debito e d’accordo col governo nazionale stabilire la parte da pagare che spettava ai calabresi, mentre il resto accumulato in quetsi anni di gestione commissariale sarabbe stato a carico dello Stato».

Adesso, i consiglieri dem di Palazzo Campanella stigmatizzano ancor di più la situazione in una nota abbastanza “feroce”: « Mentre il ministro Schillaci osannava in Cittadella il nuovo corso della sanità calabrese capace di poter conquistare a breve l’uscita dal commissariamento, il presidente della Lazio e senatore di Forza Italia Claudio Lotito depositava un emendamento con l’approvazione del quale si arriverebbe alla proroga di un altro anno del decreto Calabria. E seppure anche Lotito ha sottolineato presunti progressi fatti nella gestione della sanità calabrese, di fatto si prosegue con una legge emergenziale ad hoc che significa esattamente il contrario dell’uscita dal commissariamento e la necessità per la Calabria di essere ancora sotto la supervisione del governo centrale. In buona sostanza Roberto Occhiuto, che pure ha ottenuto i poteri di Commissario ad acta per il piano di rientro dal debito sanitario, che erano mancati ai suoi predecessori, ha fin qui fallito. Per la maggioranza di centrodestra, evidentemente, permane ancora l’incapacità della Regione Calabria e del commissario Occhiuto di legiferare in materia».

Secondo i consiglieri del gruppo regionale dem, «Le notizie apprese a mezzo stampa evidenziano come il senatore Lotito, incaricato dalla Calabria e dal collega di partito Occhiuto, arriva in soccorso con un emendamento che per l’intero 2024 prevede la proroga delle leggi speciali ed emergenziali per la Calabria. E seppure potrebbe esserci anche qualche risvolto positivo da questa proroga, è chiaro che nessun progresso è stato fatto fin qui e che ci troviamo davanti alla situazione di sempre: bocciatura per la sanità calabrese, perché la proroga del decreto riconsegna ad Occhiuto poteri speciali allungando i tempi del commissariamento perché fin qui, è evidente, il governatore non è stato in grado di rispettare il cronoprogramma per fare uscire la Calabria dalla gestione commissariale«.

Detto in altri termini – spiegano ancora i consiglieri dem – «è Occhiuto che non ha fatto “i compiti a casa” e per tramite di Lotito fa chiedere al governo un altro anno di decreto Calabria.  Nell’emendamento si legge che la situazione dei Lea non è gestibile dalla Calabria, che l’erogazione dei servizi minimi è in alto mare e che, soprattutto, le Aziende sanitarie ed Aziende ospedaliere possono continuare ad essere governate da commissari senza dover attingere dalle graduatorie per direttori generali. Se non è una bocciatura politica e generale della gestione della sanità calabrese questa, davvero non sapremmo come altro interpretare l’emendamento Lotito. E vi è pure di più: l’ammissione di un gravissimo errore per quanto riguarda l’impignorabilità per Asp e Aziende ospedaliere sommerse dai debiti. Pesantemente ripresi anche dall’Unione europea – conclude la nota del gruppo del Pd – governo centrale e regionale altro non hanno potuto fare che correggere ed eliminare l’impignorabilità “fraudolenta” fin qui mantenuta in vita per le  Asp. A conti fatti l’emendamento Lotito, utilizzando termini calcistici a lui cari, è un “gol a porta vuota” per l’allungamento sine die del commissariamento della sanità calabrese».

Dal canto suo, il Presidente Occhiuto sbandiera come un grande successo il maxi bando di concorso per la selezione di 263 medici da destinare all’area dell’emergenza di urgenza intra ed extra ospedaliera in tutte le aziende sanitarie e ospedaliere della Calabria: per la prima volta in Calabria – a quanto pare – ci sono più domande che posti a disposizione (i concorsi prima andavano quasi deserti). In effetti, sono pervenute 443 domande, a dimostrazione della forte attrattività del bando e della capacità del territorio – dice Occhiuto – e della sanità calabrese di richiamare l’attenzione di tanti giovani medici, abituati oggi a percorsi lavorativi troppo incerti, e pertanto alla ricerca di contratti stabili.

Secondo il Presidnete Occhiuto, il successo del concorso – uno die più grandi del Paese – è anche merito della chiarezza del percorso del bando», le cui prove indizieranno tra una ventina di giorni.  Sono disponibili 53 posti per anestesisti (90 le domande pervenute), 1 posto in neuro radiologia (12 domande pervenute), 9 in cardiologia (77 domande pervenute), 39 in ortopedia (24 domande), 16 in neurologia pe ril trattamento degli ictus (41), 145 per medicina d’urgenza (189). (rrm)

LA SANITÀ MALATA: I TAGLI DEL GOVERNO
PENALIZZANO ANCORA DI PIÙ I CALABRESI

di MIMMO NUNNARISe nasci in provincia di Treviso la speranza di vita è 84,1 anni, se nasci in provincia di Crotone devi accontentarti di 80,8 anni, e poco cambia nelle altre province calabresi, o a Messina ed Enna, in Sicilia, dove la speranza è vivere qualche mese in più rispetto ai calabresi, per arrivare a 81 anni tondi. E’ chiaro che sono statistiche tanto poi, in ogni angolo del mondo, c’è chi arriva a cent’anni con tutti i denti sani e c’è chi muore giovane, pure negli Stati o nelle città metropoli dove ci sono presidi sanitari all’avanguardia e in grado di fare diagnosi precise, garantendo le migliori terapie possibili, per curarsi.

Questa è la vita e vivere, o morire, non dipende certo da noi. Ma dietro quei circa quattro anni di vita persi tra Treviso e Crotone, tra il Nord e il Sud, c’è la questione grave è intollerabile della disuguaglianza nella sanità, che non è come l’Alta velocità ferroviaria, o l’Autostrada, o l’economia, perché nella sanità la differenza è tra la vita o la morte, piuttosto che nell’arrivare prima o dopo viaggiando su una ferrovia moderna, che anche quello è comunque un divario intollerabile.

A incidere sull’aspettativa di vita, e non poco, è  il servizio sanitario nettamente più carente a Sud, dove, pure, l’alimentazione e il clima giocano a favore della longevità, che poi è invece minacciata dalla disuguaglianza. Il tema sanità in questi giorni è sotto la lente d’ingrandimento della politica, o almeno di quel che resta di questa lente, dato che ormai si guarda di più a cose futili, perdendo tempo prezioso in conflitti e litigi. Il Governo – chiaramente in affanno – taglia i fondi per la Sanità, quando invece ci sarebbe bisogno di maggiori risorse, quantomeno per poter raggiungere gli stessi livelli d’investimento dei maggiori paesi europei, e per aumentare gli stipendi di medici e infermieri, che ormai scappano verso il privato o all’estero.

Quel galantuomo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che le cose le percepisce come farebbe un buon padre di famiglia ha avvertito: «Il servizio sanitario del nostro Paese è un patrimonio prezioso da difendere e adeguare». Cioè, altro che tagli. C’è da difendere un servizio che è assolutamente insostituibile e prezioso, per la salute pubblica e quella di ognuno di noi. Fondato nel 1978, con ministro della Sanità Tina Anselmi (prima donna ad essere nominata ministro in Italia) è diventato in pochi anni uno dei migliori sistemi al mondo,  in grado di assicurare un eccellente livello di assistenza sanitaria per tutti, ricchi e poveri. Ma questo servizio, in questi ultimi anni, ha subito un lento ma continuo declino, a cui non è estraneo il passaggio di molte competenze dallo Stato alle Regioni, che in alcuni casi lo hanno massacrato. Ora i tempi sono quelli che sono e la situazione è quella che è.

Il Governo, che ancora ha molte competenze in materia di sanità e soprattutto il compito di vigilare, non sembra all’altezza della situazione, che è grave, soprattutto nella Regioni del Sud, Calabria in primo piano: regione dove spese inutili e corruzione hanno compiuto danni irreversibili. Ma quali che siano le responsabilità, sullo scempio della Sanità e sui colpevoli, che non è che è emerso molto in verità, neppure dalle poche, timide, inchieste giudiziarie che ci sono state, c’è poco da scherzare, o continuare a sottacere sulla qualità e sui livelli essenziali di assistenza che sono un diritto dei cittadini, e sono quelli che provocano la differenza insopportabile sull’aspettativa di vita differenziata tra Nord e Sud.

Qualcuno ha fatto una battuta, dicendo che percorrendo l’autostrada da Nord a Sud, tracciata dagli ultimi dati Istat sulla sanità pubblica, si vede che anche sul tema della salute ci sono ritardi e si viaggia a due o più velocità. E se il premio Nobel 2015 per l’economia Angus Deaton, dice da sempre che la disuguaglianza nella sanità è la più intollerabile e avverte: «La vita di molte persone messe ai margini sta cadendo a pezzi, dobbiamo agire», l’Oms (l’Organizzazione mondiale per la Sanità) fa sapere: «Le disuguaglianze uccidono, su larga scala» e sarebbe un crimine non agire, per eliminare le disuguaglianze.

Ergo, in regioni come la Calabria che si trova agli ultimi posti della graduatoria in quanto a qualità e offerta chi ha il dovere di fare e non fa, commette un crimine. L’impressione è che non ci sia consapevolezza sul grave possibile disastro che è alle porte, e mentre si lavora (in Calabria) sulle macerie del recente passato, si stenta a comprendere che serve un intervento rivoluzionario capace di sottrarre intanto la Sanità al sistema corruttivo e alle burocrazie parassitarie. Servono interventi agili e rapidi, serve attenzione e gratitudine a medici e personale sanitario, ma soprattutto serve controllo rigoroso nella regione delle doppie fatturazioni e dei bilanci scritti su pizzini di carta, come nelle vecchie botteghe di alimentari di un tempo.

Forse il presidente della Giunta regionale Roberto Occhiuto ce la sta mettendo tutta, forse l’opposizione in Consiglio regionale qualche idea ce l’ha, di sicuro associazione volontarie, come Comunità competente presieduta da Rubens  Curia, stanno offrendo contributi fondamentali, sarebbe il caso dunque che si facesse fronte comune perché il sogno di una sanità uguale, efficace, efficiente, possa diventare realtà. Sarebbe il primo passo verso il cambiamento, nella regione che sembra abbia un destino pessimo, irreversibile, al quale però non ci si può, e non ci si deve, rassegnare. (mnu)