Auguri a tutti i lettori per un felice 2026
Mons. Mimmo Battaglia: Buon Natale: che possiate lasciarvi sorprendere dalla vita»
di don MIMMO BATTAGLIA – Fratelli e sorelle miei, ci sono notti in cui il silenzio parla più di mille discorsi, notti in cui Dio sceglie la via più umile e sorprendente per farsi capire: quella di un Bambino che nasce senza rumore, nell’angolo più dimenticato del mondo. E mentre ci avviciniamo a questo Natale che chiude anche il Giubileo della Speranza, sento nel cuore il bisogno di condividere con voi una storia. Come quelle che i nostri nonni ci raccontavano quando eravamo piccoli, quelle storie frutto di fantasia e sogno, che però contenevano messaggi carichi di verità senza tempo.
Si racconta che, nella notte di Natale, mentre tutti nel presepe dormivano – i pastori stretti alle loro coperte, Giuseppe seduto con la testa tra le mani stanche, Maria finalmente assopita – il Bambino aprì gli occhi. Non come chi si sveglia, ma come chi sente una chiamata a cui non può sottrarsi. Una luce, più viva di quella della lampada a olio, pareva sussurrargli qualcosa. Era la luce interiore del Padre che lo aveva inviato per salvare il mondo.
Il Bambino conosceva bene quella voce. E non si tirò indietro. Così, accanto alla grotta, appeso alla cintura di un pastore, c’era un mazzo di chiavi: alcune lucide, altre storte, certe pesanti come un destino, altre piccole come un fiore. Il Bambino, senza che nessuno se ne accorgesse, allungò la mano e le prese. Le chiavi tintinnarono piano, come se lo riconoscessero. Poi si alzò. E con passi leggeri come un respiro abbandonò il presepe e si mise in cammino con quel mazzo di chiavi, con l’unico desiderio di aprire le porte che l’egoismo, il peccato, l’indifferenza avevano chiuso. La prima porta che incontrò non era visibile a tutti, ma il Cielo la vedeva benissimo: era la porta delle relazioni ferite, quelle fatte di parole non dette, di orgogli che non si piegano, di abbracci negati. Il Bambino scelse una chiave curva, fatta apposta per aprire ciò che è storto. La porta si sciolse come neve al primo sole, e dietro si affacciarono mani che tornavano a cercarsi, volti che si riconoscevano, cuori che ricevevano un’altra possibilità.
Più avanti trovò le porte chiuse delle fabbriche dismesse, quelle spente dalla fretta dell’economia che scarta. Le porte erano alte, arrugginite, mute. Lui prese una chiave pesante, di ferro vivo, e la girò nella serratura. La ruggine cadde a terra come pioggia, e da dentro uscì un vento tiepido: dignità che rinasce, lavoro che torna ad avere un volto umano, futuro che si riapre.
Proseguendo, il Bambino si fermò davanti ai cancelli sigillati dei porti chiusi, quelli serrati dalla paura di accogliere. Le loro porte erano fatte di timori, non di legno. Le aprì con una chiave di luce quasi trasparente. E il mare sembrò tirare un sospiro. Le onde tornarono ad accompagnare chi cerca una riva, una casa, un respiro nuovo.
Infine arrivò alle porte più difficili: quelle dei cuori senza speranza. Erano serrature fragili, custodite da buio e stanchezza. Il Bambino trovò nel mazzo una chiave minuscola, quasi invisibile, ma calda come una mano amica. Bastò sfiorare le serrature, e ogni porta iniziò a cedere. Non a spalancarsi: cedere. Come fa la speranza quando inizia a tornare. Una scintilla, una fessura, un inizio. E la vita fiorisce.
E poi, come se niente fosse, tornò alla grotta. Nessuno si era accorto della sua assenza. Depose le chiavi accanto al pastore, si sdraiò nella mangiatoia, guardo gli occhi teneri di sua madre, e chiuse gli occhi tornando a dormire.
E da quella notte, dicono, ogni volta che una porta si apre contro ogni logica – una riconciliazione insperata, un lavoro che riparte, un approdo che salva, un cuore che ricomincia a respirare – è perché quel Bambino continua a camminare nel mondo con il suo mazzo di chiavi. Perché è l’Emmanuele, ed è sempre con noi. Anche quando non lo vediamo. Anche quando non ci crediamo più. Perché Lui vuole che nessuna porta resti chiusa.
Amiche, amici, questa storia ci raggiunge mentre il Giubileo della Speranza giunge alla sua conclusione. Tra poco la Porta Santa si chiuderà, come accade alla fine di ogni Anno Santo. Ma se la porta si chiude, la speranza no. Non si chiude perché non è fatta di pietra. Non si chiude perché non dipende dai nostri meriti. Non si chiude perché ha un nome: Gesù. Che nella sua mano tiene sempre una chiave pronta ad aprire anche ciò che noi ormai diamo per perduto. Si, Cristo è la Porta viva. È la chiave della misericordia. È l’unica soglia che resta aperta, sempre. È il Bambino che, nella notte, cerca ciò che è chiuso e lo apre per farvi entrare la luce.
Sorelle e fratelli miei, buon Natale: che possiate lasciarvi sorprendere dalla vita, anche se oggi vi sembra di non avere più spazio per la fiducia. La speranza non è un fuoco d’artificio che scoppia nelle grandi occasioni, non è una grazia che si accende solo nei tempi giubilari o nei momenti solenni. La speranza è una compagna discreta: cammina accanto a noi nella ferialità dei giorni, si siede alla nostra tavola, cresce con noi quando abbiamo il coraggio di ripartire.
È il Bambino di Betlemme a ricordarcelo: non viene tra i potenti, non sceglie le luci né i palcoscenici. Viene nella nostra quotidianità, nei nostri silenzi, nelle notti in cui facciamo fatica a credere ancora. E dona la pace non come un premio, ma come una strada possibile: perché anche la porta della pace può essere aperta se accogliamo il Signore nella nostra vita.
Allora coraggio, mettiamoci in cammino, lasciamo che sia Lui ad aprire le nostre porte chiuse e fidiamoci della Sua Parola: Dio Bambino, tu che non smetti di aprire le porte chiuse della storia, le serrature più indurite dall’egoismo e dall’indifferenza, i nostri cuori troppo spesso chiusi alla fiducia e alla pace.
Tu che sei la Chiave di Davide, vieni e apri alla speranza le nostre relazioni ferite, le nostre città stanche, le fabbriche e i luoghi di lavoro che vengono meno, i porti che temono di accogliere, le case che esitano a vivere in pace,
i cuori che si sono arresi dinanzi al futuro. Apri le prigioni interiori, ciò che noi non riusciamo più ad aprire.
Apri dove le nostre chiusure hanno sbattuto le porte in faccia alla vita.
E insegnaci che nessuna ruggine è per sempre, nessun blocco è definitivo, e che per ogni porta santa che si chiude ve n’è una che rimane spalancata in eterno: quella dell’amore.
Tu – Porta viva, chiave sempre pronta – continua ad aprire varchi proprio lì dove noi, ostinati e impauriti, continuiamo a costruire muri.
Spalanca ancora le porte della speranza a questo mondo che mendica luce, e fai passare con noi, uno ad uno, i fratelli e le sorelle che attendono un varco.
Resta accanto al nostro passo incerto, e soffia ancora, oggi e sempre, il coraggio di ricominciare. Amen.
(Cardinale e Arcivescovo di Napoli)
Il messaggio di Natale dell’arcivescovo di CZ Maniago: «Dio non resta lontano»
di CLAUDIO MANIAGO – Dio non abbandona mai l’uomo. Nemmeno quando l’uomo si distrae, si allontana o vive come se Dio non esistesse. Quel Bambino nato a Betlemme continua a dire una fedeltà che non viene meno, perché nasce dall’amore e non dal merito». Una parola che, in un luogo segnato da storie difficili, diventa promessa di compagnia e di presenza. Mons. Claudio Maniago, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, al Centro per la Giustizia Minorile per la Calabria, ha pronunciato l’omelia in preparazione al Natale 2025, scegliendo di annunciare il mistero dell’Incarnazione in un luogo dove la fragilità umana si mostra senza maschere e dove la speranza, spesso, ha bisogno di essere ricostruita giorno dopo giorno.
Al centro della riflessione dell’Arcivescovo, la distanza netta da ogni immagine di Dio lontano o indifferente. Il Natale cristiano, ha ricordato, non parla di un Dio che osserva dall’alto, ma di un Dio che entra nella storia, che “si sporca le mani” facendosi uomo in Gesù Cristo.
Non un’apparenza, non un superuomo, ma vera umanità: tanto che negarla significherebbe uscire dal cuore stesso della fede. L’Incarnazione dice che Dio ha voluto condividere il tempo, le fatiche e le relazioni dell’uomo per restargli vicino, sempre.
Il Natale, ha sottolineato l’Arcivescovo, parla anche della grandezza dell’uomo. Se Dio ha assunto la nostra natura, allora ogni vita umana è preziosa. Tutti, senza esclusioni, siamo figli agli occhi di Dio. Anche quando sbagliamo, anche quando deludiamo, anche quando ci perdiamo.
Chiamare Dio “Padre” significa riconoscere che la dignità non viene mai cancellata dall’errore. Resta, perché fondata sull’amore di Dio e non sulle prestazioni dell’uomo.
Da questa consapevolezza nasce un messaggio di speranza forte e concreto: esiste sempre una possibilità di rimettersi in cammino. Anche quando si paga il prezzo delle proprie scelte, la vita non è mai chiusa. Il Natale ricorda che nessuna storia è definitivamente spezzata.
È un appello che interpella la responsabilità personale, ma anche quella sociale: una comunità è davvero umana quando sa custodire la dignità di ciascuno, soprattutto nei momenti di caduta.
A rendere visibile questa parola è stata anche la visita dell’Arcivescovo al nuovo centro diurno polifunzionale per minori e giovani, annesso alla Comunità Ministeriale del Centro per la Giustizia Minorile per la Calabria. Uno spazio pensato per accompagnare, educare e offrire opportunità, chiamato a diventare un punto di riferimento per il territorio e per le fasce giovanili più fragili.
Un segno che racconta un Natale che non resta idea, ma si fa prossimità, ascolto e speranza possibile.
(Arcivescovo della Diocesi Catanzaro-Squillace)
Mons. Giuseppe Alberti (Vescovo di Oppido): «Non lasciamoci rubare il Natale»
di mons. GIUSEPPE ALBERTI – Non lasciamoci rubare il Natale! Ma cosa vuol dire questa frase ad effetto? C’è un Natale vero che va difeso, va protetto, va illuminato, va vissuto, va distinto da altri ‘natali’ che sono solo corollari. C’è il natale consumista che diventa occasione per fare spese e qualche regalo; c’è il natale godereccio che si riduce a qualche cenone in famiglia o tra amici; c’è il natale vacanziero, occasione buona per andare sulla neve e regalarsi qualche giorno di relax; c’è il natale buonista nel quale si compie qualche gesto di solidarietà per mettere apposto la coscienza; c’è il natale tradizionalista dove non possono mancare i riti classici di questo periodo, compreso qualche rito religioso.
Tutto questo è coreografia. Noi vorremmo arrivare al cuore del Natale. Qual è la sua verità? Perché nella storia si è celebrato come una strabiliante e inaudita novità che ha rapito il cuore di Francesco d’Assisi e che è diventato opera artistica di tanti poeti e pittori? Sotto sotto ci deve essere qualcosa di particolarmente importante che non possiamo disperdere nella superficialità di questi giorni. Noi lo chiamiamo ‘mistero’ (del Natale), cioè realtà più grande di noi e del nostro pensiero, dono gratuito eccedente che non avremmo mai congetturato si potesse realizzare: Dio si è fatto uomo, si è fatto bambino, ha assunto la nostra carne. Se ci pensiamo, è qualcosa di inaudito; per un filosofo è irrazionale; per un ateo, un assurdo; per una persona normale, incredibile. Fermiamoci un attimo per percepire la rivoluzionaria novità di questo evento, il più importante della storia umana. Ci permette di cogliere con nitidezza che Dio ha scelto di entrare nella nostra umanità perché imparassimo pure noi ad essere umani. Quanto bisogno di ‘umanità’ oggi, di fronte a tanta solitudine, a tanta povertà, a tanta guerra! Sentiamo la necessità di rivolgerci a quel bambino, che ha deciso di percorrere la nostra strada, nascere e crescere come noi, amare e soffrire come noi, donarsi e morire come noi. Un grande esempio di umanità raccontata in quattro libretti, chiamati ‘vangeli’, diventati ‘buona notizia’ per gli uomini e le donne di sempre (varrebbe la pena tornare a leggerli, da soli, in famiglia, in comunità). Torniamo al Natale vero, da cui è partito tutto: la gioia di un ‘Dio-con-noi’ che non ci abbandona a noi stessi; la speranza che i sogni di giustizia e di pace non sono vani; la possibilità concreta che l’amore vinca e il bene sia più forte del male. Non lasciamoci rubare ciò che di più prezioso ci è stato dato: “un bambino è nato per noi” (Is 9,5). La piccola grande storia di Gesù ha cambiato la storia e le sorti del mondo. Non lasciamoci rubare questa rivoluzionaria e consolante verità, affogandola nel nostro smemorato oblio o nelle nostre frettolose distrazioni. Lasciamoci rapire dalla scelta di quel Dio-bambino che può ancora illuminare e orientare la storia dell’umanità di oggi. Qualcuno ha detto: “solo nel Cristo fatto uomo, il divino si poteva fare così umano e l’umano così divino”. Che il Natale di quest’anno sia l’occasione di condividere con il Dio-bambino questa scelta di ‘umanità’, ne va della verità di ciò che celebriamo, del senso di questi giorni che viviamo, ne va della possibilità di un presente che possa aprirsi a un futuro umano.
L’augurio allora è quello di non lasciarci rubare il Natale, quello vero, quello che ci fa più umani tra noi e con tutti!
(Vescovo Diocesi Oppido Mamertina-Palmi)
A Bruxelles il Natale calabrese con l’evento Christojenna promosso da Giusi Princi
Giovedì, nella sala Yehudi Menuhin della sede del Parlamento Europeo di Bruxelles, si terrà “Christojenna: l’anima del Natale calabrese”, l’evento fortemente voluto dall’europarlamentare Giusi Princi e presentato nei giorni scorsi in Consiglio regionale.
La manifestazione vedrà la Calabria protagonista in Parlamento con la sua storia musicale, enogastronomica e dolciaria ma soprattutto con la sua cultura.
Oltre all’europarlamentare Giusi Princi, alla conferenza sono intervenuti: il Presidente del Consiglio regionale della Calabria Salvatore Cirillo; il Vice Capogruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati e Segretario regionale di Forza Italia Calabria, Francesco Cannizzaro; l’Assessore all’Istruzione della Regione Calabria Eulalia Micheli; Angelo Musolino, Presidente di Conpait; il Maestro Alessandro Calcaramo del gruppo “Corde Libere” e in videocollegamento Fulvia Caligiuri, Direttore generale di Arsac, che parteciperanno all’evento a Bruxelles.
«Per la prima volta il Sud e la Calabria – ha dichiarato Giusi Princi – diventano protagonisti in Parlamento con una narrazione nuova, autentica e orgogliosa delle proprie tradizioni. Finalmente la nostra regione si riappropria di una storia che per troppo e per lungo tempo è stata messa in ombra da pregiudizi e semplificazioni. Oggi, invece, la Calabria si presenta come una terra che crea, che innova, che custodisce tradizioni millenarie ed è capace di trasformarle in opportunità concrete per il presente e per il futuro».
Il concerto “Christojenna: l’anima del Natale calabrese” vedrà esibirsi il gruppo musicale calabrese “Corde Libere”, guidato dal Maestro Alessandro Calcaramo. Grazie al supporto di Arsac (Azienda Regionale per lo Sviluppo Agricolo della Calabria) e Conpait (Confederazione Pasticceri Italiani), inoltre, a conclusione dell’evento sarà allestita in Parlamento un’area che permetterà di degustare le eccellenze enogastronomiche e dolciarie calabresi. La degustazione prenderà vita tra aromi e sapori autentici, con la preparazione sul posto di specialità tipiche. L’Arsac proporrà una selezione di vini e salumi accuratamente scelti, mentre le tradizionali crespelle calabresi regaleranno un’immersione nei profumi della tradizione. Conpait allieterà il gusto in un percorso sensoriale alla scoperta delle eccellenze della pasticceria italiana e calabrese: dal gelato al bergamotto al panettone e al torrone.
L’evento è stato presentato nella sede del Consiglio regionale in una sala gremita, con una suggestiva atmosfera pre-natalizia, arricchita dall’entusiasmo degli studenti del Liceo Tommaso Gulli di Reggio Calabria, accompagnati oltre che dai docenti anche dal Dirigente scolastico Francesco Praticò, e dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Nostro – Repaci” di Villa San Giovanni. A fare da cornice un’anteprima della performance del gruppo “Corde Libere” e il coinvolgente video realizzato da Ylenia Musolino.
Al termine dell’incontro, è stata proposta una degustazione di dolci e gelato artigianale a cura di Conpait. (rrc)
La nuova bella sede a Roma dell’Associazione Italiana Coltivatori (AIC)
«Questa sede nasce per rendere più efficace la nostra azione a sostegno delle imprese agricole e delle comunità rurali, dando continuità a un percorso che unisce competenze, responsabilità pubblica e capacità di elaborazione». È quanto ha detto Giuseppino Santoianni, presidente di Aic – Associazione Italiana Coltivatori, nel corso dell’inaugurazione della sede della Direzione generale Aic, avvenuta a Roma nei giorni scorsi.
Presenti, al taglio del nastro, il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani; il vice segretario generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Marco Villani; il Sottosegretario all’Agricoltura Patrizio La Pietra; il Presidente della Commissione Industria e Agricoltura del Senato Luca De Carlo; il Presidente della Commissione Lavoro della Camera Walter Rizzetto; la Presidente della Commissione sulle Condizioni di lavoro in Italia e sugli infortuni della Camera Chiara Gribaudo; numerosi parlamentari e rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni del mondo produttivo tra i quali l’on. Alfonso Pecorario Scanio Pres. Fondazione Univerde, l’on. Alessandro Colucci, l’on. Raffaele Nevi, il Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, il Presidente del Consiglio della Regione Lazio Antonio Aurigemma, l’assessore all’Agricoltura della Regione Calabria Gianluca Gallo, il Presidente di Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) Livio Proietti, il direttore di AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) Fabio Vitale, il Presidente di Eurispes Gian Maria Fara.
Non ha voluto far mancare il suo augurio il Vice Presidente esecutivo per la Coesione e le riforme della Commissione europea Raffaele Fitto che ha inviato un videomessaggio con il quale, sottolineando il valore dell’Aic e il ruolo dell’agricoltura nell’agenda politica ha dichiarato: «L’Aic è un’organizzazione con una storia lunga e preziosa e l’agricoltura è e continuerà ad essere un settore strategico per questa Commissione».
«Abbiamo voluto cambiare approccio in modo netto – ha aggiunto – invertire la prospettiva e riportare gli agricoltori al centro dell’azione europea come alleati indispensabili delle sfide che abbiamo davanti. La Commissione ha approvato un pacchetto di semplificazione per rendere la Pac più flessibile e meno burocratica e ha avviato la strategia per le nuove generazioni, perché il futuro del settore dipende dalla capacità di attrarre giovani, competenze ed energie».
«Le organizzazioni come l’Aic, che rappresentano il mondo agricolo, le consideriamo un interlocutore privilegiato – ha detto il ministro Tajani – perché noi siamo responsabili, come Ministero degli Esteri, anche del commercio internazionale, quindi promuoviamo tutto ciò che riguarda l’export, ma anche il saper fare del nostro sistema imprenditoriale agricolo».
«Confrontarci con le organizzazioni agricole – ha proseguito – diventa per noi sempre più importante; infatti, anche nella riforma del Ministero degli Esteri appena presentata, ci sarà una Direzione Generale della Crescita, quale punto di riferimento di tutte le imprese che operano al di là dei confini nazionali».
«La vostra nuova sede – ha concluso – non è solo uno spazio fisico, è un segnale di vitalità e di impegno crescente verso il futuro del mondo agricolo e per voi la mia porta è sempre aperta per un dialogo costruttivo, continuo e concreto».
Il Sottosegretario Patrizio La Pietra, nel suo intervento, ha evidenziato il valore dell’associazionismo come infrastruttura sociale per le politiche pubbliche sottolineando che «le Associazioni sono interlocutori essenziali per la crescita del settore e il Governo è particolarmente attento alle realtà associative, perché tramite esse possiamo avere stimoli, contatti con la base e individuare strategie future».
«Quanto al settore della pesca – ha aggiunto – che sta vivendo un momento di crisi strutturale, bisogna riconoscere che non è stato mai attenzionato adeguatamente e oggi vive una fase di forte criticità, quindi basta tagli indiscriminati delle giornate di pesca senza supporti scientifici certi perché i pescatori sono custodi del mare e rappresentano identità e comunità. Il lavoro che stiamo facendo in Europa è possibile anche grazie al supporto delle associazioni di categoria senza un preventivo e chiaro confronto per poter prevedere risposte adeguate».
Nel corso dell’iniziativa il Presidente Santoianni ha richiamato l’attenzione sulle prospettive della Pac e sulle difficoltà del comparto cerealicolo: «Se la revisione della Pac dovesse andare in una direzione penalizzante per le imprese, il rischio è quello della scomparsa di molte aziende».
«Già oggi – ha aggiunto – si registrano segnali preoccupanti, con produttori, in particolare in Molise, che valutano di non seminare perché producono a costi elevati e competono con grano importato a prezzi bassissimi».
«Dobbiamo decidere – ha evidenziato – se puntare sulla qualità e sulla sicurezza alimentare o accettare prodotti di provenienza incerta. Serve preservare la nostra produzione nazionale ed evitare che il mercato venga saturato da arrivi massicci senza adeguati controlli. Non tutelare le filiere significa non tutelare i cittadini».
In chiusura Santoianni ha ribadito l’impegno dell’Associazione: «Le imprese agricole e della piccola pesca affrontano sfide complesse tra volatilità dei prezzi, accesso al credito, burocrazia, concorrenza sleale, cambiamenti climatici».
«AIC vuole contribuire a costruire risposte tangibili – ha concluso – che mettano al centro le persone e i territori. La nostra ambizione è portare ai tavoli istituzionali una visione del settore che valorizzi lavoro dignitoso, qualità delle produzioni, sostenibilità ambientale e centralità delle filiere locali».
L’inaugurazione si è conclusa con un momento conviviale con speciali degustazioni curate dagli Chef Enzo e Laura Barbieri con prodotti che rappresentano alcune eccellenze agroalimentari degli associati AIC.
A Reggio l’incontro “I Cattolici e la Politica vista da Papa Leone XIV”
Si terrà domani, a Reggio, alle 16.30, nell’Aula Magna del Seminario Arcivescovile Pio XI, l’incontro “I Cattolici e la Politica vista da Papa Leone XIV” che il Serra Club di Reggio Calabria ha scelto per inaugurare l’Anno Sociale 2025/26.
Relaziona monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio, Vice Presidente della CEI per Italia Meridionale.
Seguiranno interventi del giornalista e scrittore Mimmo Nunnari, autore del saggio “Democristiani” (Pellegrini editore), del presidente dell’Hospice di Reggio Calabria Vincenzo Nociti e del presidente Fondazione Magna Grecia, Nino Foti, già deputato al Parlamento Italiano. L’incontro sarà introdotto dalla professoressa Anna Nucera, Presidente del Serra Club Reggio Calabria e dal dottor Roberto Tristano, Governatore del Serra Club – Distretto n° 77 Sicilia – Calabria. Sulla scia dell’esortazione apostolica “Dilexi Te”, di Papa Leone XIV, che sollecita i cattolici impegnati nel sociale e in politica a considerare la loro azione non come una professione ma come una missione di verità e servizio si discuterà su come rispondere alla sfide moderne dell’IA e al declino dell’etica e della morale ispirandosi a figure del passato simbolo di coerenza e libertà di coscienza come Papa Leone XIII, autore dell’enciclica Rerum Novarum, che pose le basi per affrontare i temi sociali nella loro interezza e complessità, don Luigi Sturzo, sacerdote di Caltagirone che organizzò i Cattolici nel PPI e Alcide De Gasperi, fondatore della Democrazia Cristiana, che ha guidato l’Italia nella ricostruzione post-seconda guerra mondiale. (rrc)
L’OPINIONE / Rosi Caligiuri: Contrastare la violenza maschile sulle donne: basta facciate, servono scelte di governo
I Calabresi di Roma ospitano l’Ambasciatrice di Palestina Mona Abuara
di PINO NANO – Venerdì sera, in Campidoglio a Roma, l’Associazione dei Calabresi Capitolini, guidata dall’avvocato Luigi Salvati e dal critico d’arte Rosario Sprovieri, ha ospitato insieme a “Inchiostro, Comitato Nazionale per la buona lettura”, una manifestazione sulla pace dedicata ad uno dei più famosi poeti di lingua araba della storia moderna, lo scrittore e giornalista palestinese Mahmoud Darwish , scrittore palestinese che ha raccontato l’orrore della guerra, dell’oppressione, e poi dell’esilio.
Nel corso della serata, davvero bellissima, sono state riproposte e lette alcune delle sue poesie più famose dedicate alla libertà del popolo palestinese e di denuncia aperta contro ogni forma di violenza e di oppressione.
Il momento clou della cerimonia è stato l’intervento ufficiale dell’Ambasciatrice della Palestina a Roma, Mona Abuara, che ha aperto il suo saluto con un grazie per niente formale agli amici calabresi e romani che l’hanno invitata, accomunando la solitudine dei Sud del mondo, e quindi anche della Calabria, alla solitudine del suo popolo.
«Non potevate scegliere tema più bello di questo – ha detto più volte l’ambasciatrice Abuara – perché la storia di Mahmoud Darwish è la storia di tutti noi che siamo nati in Palestina e che per tutta la vita abbiamo sognato di poter avere una terra tutta nostra dove vivere e dove crescere in pace i nostri figli, è la coscienza della Palestina, il narratore delle sue ferite, dei suoi sogni e della sua volontà indomabile».
Chi si aspettava dalla diplomatica palestinese un discorso di attacco, o peggio ancora un discorso politico, sarà anche rimasto profondamente deluso. Tanta dolcezza c’era nei ricordi della sua infanzia in Palestina, e tanta malinconia per le atrocità di una guerra senza fine e, che comunque, questa giovane e brillante diplomatica di professione ha raccontato con un garbo istituzionale fuori dal comune e con un rispetto verso se stessa e la sua storia personale, che fanno di lei oggi una delle osservatrici palestinesi più attente e più seguite dell’area europea. Una donna raffinatissima, poliglotta e, soprattutto, profondamente innamorata della sua terra «che il poeta Mahmoud Darwisch – ricorda a tutti noi Moma Abuara – paragonava alla sua donna amata, tanto grande era il suo amore per la patria».
«Nelle sue poesie Darwisch ricostruì al-Birwa, il suo paese natale pietra dopo pietra, ulivo dopo ulivo. Ridiede vita a un villaggio che il mondo voleva dimenticare. Trasformò il silenzio imposto ai palestinesi in una tempesta poetica impossibile da ignorare».
Forte e determinato l’appello finale dell’ambasciatrice agli amici calabresi presenti in sala, tanti, e agli ospiti di Roma Capitale, che è «un appello alla pace reale, e alla costruzione di confini entro i quali si possa finalmente costruire il futuro di un popolo che da 70 anni è alla ricerca di sé stesso».
È stato poi il giornalista Rosario Sprovieri a consegnarle, a nome dei Calabresi di Roma, un mazzo di fiori e un biglietto con su scritto “Ora l’aspettiamo in Calabria per farle vedere quanto è bella e suggestiva anche la nostra terra del cuore” e chiedendo ufficialmente ad Hatem Abed-Sabra, interprete della Comunità Palestinese in Italia, di recitare in onore della terra di Palestina una delle poesie più significative di Mahmoud Darwisch, «ma questa volta in lingua araba in onore della terra di Palestina». Così è andata.
“Oltre l’ultimo cielo-Omaggio e controcanto a Mahmoud Darwish”, questo il tema centrale della serata in Campidoglio, ha visto poi gli interventi di vari protagonisti della vita culturale romana e italiana: Dario Nanni, Presidente della Commissione Giubileo di Roma Capitale; Elisa Zumpano, del Direttivo Inchiostro; Rosario Sprovieri, storico direttore del Teatro dei Dioscuri al Quirinale; Paolo Canettieri, professore universitario e famoso Filologo alla Sapienza di Roma; lo scrittore Pier Paolo Di Mino, il poeta Marco Giovenale, e il giornalista Filippo Golia, testimone diretto e oculare di una delle stagioni forse più cruente della vita palestinese. Una serata intensa come poche altre- ripete Dario Nanni che è nei fatti il padrone di casa in Campidoglio «e che spero possa ripetersi in altre forme e in altre occasioni» Insomma, Calabria forever.







