Il disastro di Reggio nella gestione dei Pinqua: tra revoche e risorse irrimediabilmente perdute

di PINO FALDUTO – Il fallimento dei PINQuA a Reggio Calabria non è un episodio isolato né un incidente amministrativo: è la prova materiale di un impianto nazionale profondamente sbagliato, costruito dai Governi Conte II e Draghi che, invece di approvare una Legge Obiettivo capace di centralizzare la progettazione e l’esecuzione delle opere strategiche, hanno scelto di scaricare sui Comuni italiani miliardi di euro del Pnrr, sapendo perfettamente che molte amministrazioni – soprattutto nel Sud – non avevano personale, competenze, strumenti e stabilità per gestire un piano così complesso e così vincolato nei tempi.

Questa impostazione ha prodotto ciò che chiunque conosce la macchina pubblica poteva prevedere: fallimenti, ritardi, revoche, perdita di risorse, con un danno enorme per territori che avrebbero avuto più bisogno degli investimenti previsti.

Reggio Calabria è diventata il simbolo di questo disastro annunciato.

I decreti di revoca dei PINQuA sono chiarissimi: assenza di obbligazioni giuridicamente vincolanti, nessun avanzamento, ritardi ormai irreversibili.

E soprattutto dimostrano quali quartieri e quali cifre sono state realmente perse.

Il primo progetto revocato è la Proposta PINQuA ID 399, che riguardava interventi di rigenerazione nelle aree urbane degradate (in particolare Arghillà). Finanziamento totale: 14.998.599,50 €.

Revocati i Lotti A e C: 4.999.533,17 €. Restituzione anticipazioni: 1.499.859,95 €. Il secondo progetto revocato è la Proposta PINQuA ID 496, che interessava Modena – San Sperato – Ciccarello – Gebbione – Ravagnese.

Finanziamento totale 10.000.000 €. Revocati i Lotti A e C: 6.666.666,66 €. Restituzione anticipata: 3.000.000 €. In totale, tra i due decreti, Reggio Calabria perde 11.666.199,83 € di finanziamenti, 4.499.859,95 € da restituire subito, più gli interessi passivi previsti dalla normativa.

È una perdita certificata, pesantissima e senza precedenti. Ma la responsabilità non è solo dei Governi che hanno costruito un modello destinato a fallire: è anche – e soprattutto – di un’amministrazione comunale che non ha mai avuto il coraggio di dire la verità.

Invece di ammettere che non esistevano le condizioni minime per rispettare i tempi del Pnrr, si è preferito andare avanti con una narrazione autoreferenziale fatta di annunci, rendering, conferenze stampa e post celebrativi, mentre da Roma arrivavano le prime segnalazioni di criticità.

La verità è che gli uffici non avevano personale, non avevano competenze specialistiche, non avevano una struttura stabile, e non avevano alcuna possibilità di reggere il ritmo imposto dall’Unione Europea.

Eppure è stato fatto credere ai cittadini che “andava tutto bene”, che Reggio Calabria stava correndo insieme al resto d’Italia.

Non era così. Non lo è mai stato.

Nel frattempo, in città si assisteva a un teatrino imbarazzante: Vice Sindaci sostituiti più volte, Assessori che entravano e uscivano a cadenza regolare, Dirigenti ruotati senza continuità, come se una macchina amministrativa potesse funzionare senza stabilità.

Gli unici dirigenti che non cambiano mai sono quelli del Contenzioso.

Un Comune che cambia continuamente la sua catena di comando non può gestire neppure l’ordinario: figuriamoci il Pnrr.

Era matematico arrivare a questo punto.

E mentre si perdevano fondi, mentre i decreti di revoca diventavano pubblici, mentre il Ministero chiedeva indietro milioni, la città si ritrovava un albero di Natale da 18 metri acquistato per 180.000 euro, trasformato nell’ennesimo grande evento mediatico, accompagnato da dichiarazioni trionfali, spettacoli, neve artificiale, mascotte e musica.

Lo scorso anno, gli atti ufficiali parlano chiaro: il Comune ha speso oltre 700.000 euro per “Reggio Città Natale”.

E anche quest’anno, per il Natale 2025, l’Amministrazione ha già programmato una spesa certa di 550.000 euro tra luminarie, eventi nei quartieri, attività nel centro storico e accensione dell’albero.

Tutto questo mentre Reggio Calabria viene collocata all’ultimo posto in Italia per qualità della vita, e mentre la città perde fondi strutturali, è costretta a restituire milioni, paga interessi e fallisce i progetti strategici del Pnrr.

In più, il Comune sta utilizzando somme consistenti di fondi comunitari e nazionali per finanziare feste, festini, luminarie e animazioni natalizie, iniziative effimere che non producono alcun risultato duraturo di crescita economica e turistica, come certificato dalla collocazione di Reggio Calabria all’ultimo posto nelle graduatorie nazionali sulla qualità della vita.

È un paradosso intollerabile: perdiamo fondi strutturali, restituiamo milioni, paghiamo interessi,

falliamo progetti chiave, mentre si celebrano “successi” perché viene acceso un albero di Natale.

Ma la scena più grave deve ancora arrivare.

Mentre l’amministrazione procede con enorme lentezza nell’utilizzo dei fondi europei e del Pnrr, quando si tratta di richiedere pagamenti ai cittadini diventa improvvisamente rapidissima ed efficientissima.

La Tari, tra le più elevate d’Italia, continua a crescere senza alcun miglioramento del servizio, e qualsiasi contestazione del contribuente si inserisce in un meccanismo regolato da norme che – per come sono strutturate – finiscono per creare uno squilibrio evidente a favore dell’Ente, rendendo molto complesso per il cittadino far valere le proprie ragioni.

Il risultato è chiaro:

lentezza totale quando si tratta di realizzare opere pubbliche, massima tempestività quando si tratta di applicare tariffe, notificare atti o attivare procedure di recupero.

È una dinamica che pesa sulle famiglie e sulle imprese, aggiungendo difficoltà a una città già schiacciata da inefficienze e fallimenti amministrativi.

E come se non bastasse, il Sole24Ore ha collocato Reggio Calabria all’ultimo posto in Italia per qualità della vita, confermando ciò che i cittadini sperimentano ogni giorno: inefficienza, immobilismo, incapacità di gestire il presente e progettare il futuro.

Il Consiglio Comunale è rimasto in silenzio, incapace di un’assunzione di responsabilità collettiva,

e la Prefettura non ha ritenuto necessario intervenire, nonostante un disastro amministrativo certificato da atti formali del Ministero.

Nessuna indignazione. Nessuna reazione. Nessun sussulto istituzionale.

E il problema, purtroppo, è che questo è solo l’inizio.

Se non si cambia immediatamente rotta, tutti gli altri interventi del Pnrr – scuole, rigenerazione urbana, mobilità, impiantistica sportiva, digitalizzazione – sono destinati a seguire lo stesso identico percorso, perché presentano gli stessi sintomi: ritardi, fragilità procedurali, assenza di progettazioni esecutive, mancanza di personale, uffici allo stremo.

L’Europa non valuta i post su Facebook. L’Europa valuta le opere eseguite.

E qui, di opere eseguite, non c’è praticamente nulla.

Il fallimento dei PINQuA non è un episodio tecnico: è la fotografia crudele di un modello istituzionale sbagliato e di un’amministrazione comunale impreparata, inefficiente e incapace, da anni impegnata a negare la realtà anziché affrontarla.

Lo Stato ha sbagliato nel metodo. Il Comune ha fallito nell’attuazione. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città ferma, ultima in Italia, priva di investimenti, obbligata a restituire risorse e a pagare gli interessi degli errori altrui.

Una città che non pretende competenza, verità e responsabilità continuerà a essere trattata come se non le meritasse.

Ma una città che apre gli occhi e inizia a dire le cose come stanno può ancora tornare a costruire il proprio futuro, senza inseguire illusioni e senza nascondere i fallimenti dietro un albero di Natale o un post celebrativo. (pf)

(Imprenditore, exassessore della prima Giunta di Italo Falcomatà)

Illegalità ambientali: il triste record della Calabria

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria rimane, purtroppo, al vertice delle classifiche dell’illegalità: in tre anni, dal 2022 al 2024, nella nostra regione i reati ambientali sono cresciuti del 45%. È quanto emerso nel Rapporto Ecomafia 2025 di Legambiente, nel corso dell’iniziativa svoltasi a Ricadi in cui è stato ricordato il capitano di Fregata, Natale De Grazia, di cui ricorre quest’anno il trentesimo anniversario della morte e alla cui memoria è dedicato il Rapporto dell’Associazione.

La regione resta stabile al quarto posto nella classifica complessiva dei reati ambientali (7,9% del totale nazionale), dopo Campania, Puglia e Sicilia, con 3. 215, reati, cresciuti in tre anni, dal 2022 al 2024 di circa il 45%. Particolarmente preoccupante, tra le filiere illegali è il ciclo illegale dei rifiuti, nella cui classifica la Calabria sale dal terzo al secondo posto, con ben 1. 137 reati, segnando un incremento record sempre nel triennio 2022-2023-2024 del 230%.

L’incontro, moderato da Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente ed introdotto da Anna Parretta, presidente Legambiente Calabria, si è svolto con gli appassionati interventi di Franco Saragò, presidente del circolo Legambiente Ricadi; Antonino Morabito, dell’Ufficio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente; Andrea Carnì, dell’Università degli Studi di Milano, il colonnello Giovanni Misceo, Comandante del Comando regionale Carabinieri Forestale Calabria e Sicilia, Sebastiano Venneri, Responsabile Territorio di Legambiente Nazionale; Silvio Greco, biologo marino, ex Assessore all’Ambiente della Regione Calabria  e Camillo Falvo, Procuratore Capo della Repubblica di Vibo Valentia. Presenti in sala numerosi rappresentanti delle forze dell’Ordine e delle istituzioni e una numerosa cittadinanza.

Hanno portato il loro saluto, il comandante della Capitaneria di porto-Guardia costiera di Vibo Valentia, Guido Avallone, il maggiore Matteo Raggio, della Stazione navale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia e Nicola Coturi, dirigente scolastico dell’Istituto superiore di Tropea. Ricadi ha costituito la prima tappa della carovana della giustizia e della memoria, in omaggio al Capitano Natale De Grazia, morto tra il 12 e il 13 dicembre del 1995 mentre indagava sugli affondamenti sospetti nel Mediterraneo di navi con il loro carico di rifiuti, che proseguirà nelle tappe di Massa Carrara, Policoro e La Spezia per poi concludersi il 12 e 13 dicembre a Reggio Calabria. Un’iniziativa che ha avuto l’obiettivo di ricordare, ma anche di gettare luce, attraverso la voce di alcuni dei protagonisti, su un periodo buio della storia italiana nel quale cominciavano i traffici di rifiuti anche tossici tra Nord e Sud e, in Calabria la ‘‘ndrangheta iniziava ad accumulare immense fortune inquinando i nostri territori anche grazie all’impunità assicurata dall’assenza di adeguate sanzioni. Soltanto con l’approvazione della legge n. 68 del 19 maggio 2015 sono stati inseriti nel Codice penale i delitti contro l’ambiente. 

Anche grazie a questa riforma di civiltà, l’attività di contrasto è cresciuta, come dimostrano i dati del Rapporto Ecomafia 2025, superando a livello nazionale il muro dei 40mila illeciti penali.

Ai fenomeni criminali nella gestione dei rifiuti è stata dedicata l’ampia riflessione che ha accompagnato il ricordo delle inchieste costate la vita al Capitano De Grazia, avviate dalla Procura presso la Pretura di Reggio Calabria dopo la denuncia presentata nel 1994 da Enrico Fontana e Nuccio Barillà, all’epoca referente regionale di Legambiente, sull’incrocio di traffici illeciti di rifiuti radioattivi via terra e via mare verso zone non controllate in Calabria. Si sviluppò allora un’inchiesta sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi e sulle navi affondate nel Mar Mediterraneo, anche al largo delle coste calabresi. Un fenomeno purtroppo diffuso: in un documento del 2001, della Direzione investigativa antimafia, si parla della scomparsa tra il 1995 al 2000 nei mari del mondo di ben 637 navi, di cui 52 nel Mediterraneo. Legambiente, comparando varie fonti, ha contato dal 1979 al 2001 almeno 88 navi che giacciono nei fondali del Mare Nostrum. L’inchiesta aveva nel Capitano di fregata Natale De Grazia un punto di riferimento essenziale. La sua morte, avvenuta mentre era in missione di lavoro verso La Spezia, è stata attribuita nel 2013 a unaprobabile “causa tossica”, come ha accertato una perizia disposta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’illegalità nel ciclo dei rifiuti e rimane ancora oggi avvolta nel mistero, insieme ai tanti interrogativi senza risposta sull’oggetto delle sue indagini.

«Con la carovana per la verità e la giustizia partita da Ricadi –ha dichiarato Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e Legalità – avanziamo come Legambiente tre proposte precise: la ricostruzione e l’analisi dell’ampia documentazione esistente sulle navi affondate nel Mediterraneo e sulle connessioni con i traffici illegali di rifiuti pericolosi e radioattivi, desecretando ciò che non è realmente funzionale alla sicurezza dello Stato, da parte dell’attuale Commissione d’inchiesta sull’illegalità nel ciclo dei rifiuti e gli altri illeciti ambientali e agroalimentari; la definizione di un programma di ricerca sui relitti affondati al largo delle coste del nostro Paese dal parte del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, in collaborazione con l’Ispra, utilizzando le migliori tecnologie oggi disponibili; l’impegno della Commissione europea, in collaborazione con l’Unep, per estendere la ricerca a tutto il bacino del Mediterraneo».

«Alla figura importantissima di Natale De Grazia, Legambiente è legata con tutta la forza dei propri valori associativi di tutela dell’ambiente, della salute, degli ecosistemi marini e di difesa della legalità – ha detto Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria –. Al Capitano Natale De Grazia, al suo voler aggiustare le cose storte, quelle insopportabili, che non piacciono a nessuno di noi, la Calabria deve moltissimo».

«Dalla storia e dalla memoria – ha proseguito la presidente Parretta – dobbiamo trarre preziosi insegnamenti: serve un cambiamento che coinvolge tutti, per realizzare un’economia sana e circolare, avere una regione libera dai rifiuti e liberarci dalle illegalità e dalle logiche criminali». 

«Chiediamo alla Regione Calabria ed al presidente Roberto Occhiuto di agire con determinazione effettuando, oltre alla mappatura delle discariche abusive, anche l’imprescindibile passaggio di procedere alla caratterizzazione delle centinaia di discariche comunali esistenti in Calabria, ai fini della bonifica, proseguendo il percorso avviato nel 2009, interrotto e mai inesplicabilmente ripreso», questo l’appello della presidente di Legambiente Calabria.

Soddisfazione per l’esito dell’incontro, che dà il via ad una serie di altri appuntamenti in memoria di Natale De Grazia, è stata espressa da Franco Saragò, presidente del Circolo Legambiente Ricadi: «abbiamo voluto riaccendere i riflettori, senza fare allarmismi, sia sulla ricerca di verità per le navi dei veleni sia sulle tante discariche comunali mai bonificate».

«Vi è la necessità – ha evidenziato – di comprendere, in modo inequivocabile, se le tante navi, di cui si è molto parlato nel recente passato, siano indenni o meno da fenomeni di malaffare o siano pericolosi fonti di inquinamento».

«Al contempo – ha concluso Saragò – è necessario procedere con la messa in sicurezza e bonifica delle oltre 400 discariche comunali, in molti casi non custodite e accessibili a tutti. In ultimo chiediamo l’aggiornamento delle mappe catastali demaniali, con riferimento alle aree marine, oggetto di rapida e continua trasformazione a causa dell’erosione costiera, per limitare il fenomeno del cosiddetto abuso edilizio “legalizzato”». (ams)

Il valore ambientale ed economico del bello naturale e del paesaggio culturale in Calabria

di EMILIO ERRIGO  – La bellezza nel mondo antico valeva veramente molto. Il valore della bellezza lo ha sintetizzato molto bene, (Kahlil Gibran), il quale scrisse: «vorrei costruire una città presso un porto, su un’isola, e in quel porto erigere una statua non alla Libertà, ma alla Bellezza. Poiché la Libertà è quella ai cui i piedi gli uomini hanno sempre combattuto le loro battaglie, mentre la Bellezza è quella al cui cospetto tutti gli uomini alzano le mani verso tutti gli uomini, come fratelli».

La sete di bellezza e cultura sono bisogni interiori condivise da ogni popolo, in ragione di verità universali, riconosciute in ogni luogo e in ogni tempo, quali  inalienabili diritti dell’Uomo. 

Quanto vale il bello naturale e il paesaggio culturale della Regione Calabria?

Oggi come ieri, il naturale risulta sempre bello, agli occhi e ai sensi percepibili dall’essere umano. 

Il bello che madre natura ha donato alla Calabria, espresso in tutte le sue variabili forme ambientali, umane, urbanistiche, estetiche, storiche, archeologiche, artistiche e culturali, ha un immenso valore economico crescente.

Il bene del bello naturale ambientale si identifica in tutto ciò che può soddisfare un bisogno, per dirla secondo la dottrina economica più aggiornata dello Jering. 

Mentre il bene culturale vivendo e interagendo nell’ambiente è strettamente connesso con il contesto ambientale in cui è inserito sotto il duplice aspetto paesaggistico e panoramico. Quindi possiamo senz’altro affermare che il bene ambientale e il bene culturale si integrano e si rafforzano della bellezza rappresentativa del paesaggio culturale che è l’insieme di paesaggio fisico e di paesaggio umano.

Quantificare il valore economico complessivo del bello naturale e del paesaggio culturale, il vero Prodotto Interno Economico Vero (PIEV) della Calabria, consente di redigere e presentare un Bilancio di Previsione Pluriennale e, successivamente, il Rendiconto annuale dell’attività svolta a ogni livello amministrativo regionale, provinciale e comunale, attraverso i redigendi atti di pianificazione e gestione dei beni esistenti: il “bello naturale” e “paesaggio ambientale”.

Il bello naturale affonda le radici nel mondo antico, in tutte le civiltà che in tutte le epoche ci hanno precedute, mentre la sua evoluzione e valorizzazione si è manifestata più intensamente attraverso il paesaggio culturale, espressione più evidente dell’essere umana e modellatore della naturale bellezza e l’antropizzazione del bello naturale ambientale. La perfezione delle forme geometriche rendono il valore estetico ed artistico delle opere ingegneristiche e architettoniche  delle urbanizzazioni millenarie,  realizzate dall’uomo e modellate dalla natura antropizzata con i necessari interventi di completamento geologico ambientale.

Il bello naturale, in generale, e il paesaggio culturale in particolare, sono stati riconosciuti nella loro importanza, esaltati e valorizzati giuridicamente, già a partire da fine ‘800 e inizio ‘900, le leggi del  1939, la numero 1089 e 1497. L’articolo 734 del codice penale del 1930, già proteggeva in linea generale le bellezze naturali, il bene ambientale e culturale. Attraverso la costruzione dell’impianto normativo dedicato dalla legge c.d. Galasso, n. 431/1985, alla protezione, tutela, valorizzazione e salvaguardia del beni paesaggistici-ambientali pregiati, fasce costiere marittime, lacuali e fluviali, furono rese inedificabili molti ambiti territoriali vulnerabili alla cementificazione selvaggia. 

Con successivi decreti ministeriali venivano protetti e salvaguardati, il panorama quale quadro naturale dell’esistente ambientale, il paesaggio culturale, inteso quale elemento più espressivo dell’azione umana, valorizzante degli spazi della naturale bellezza riservati agli esseri viventi umani e animali. Inoltre, il verde naturale dell’ambiente forestale e boschivo, agricolo, le risorse idriche sorgive e sotterranee, le acque del mare, i fiumi e i laghi, in una espressione comprensibile per il lettore, “il creato divino”, attraverso il quale si rende visibile al mondo l’ambiente naturale.  

Gli esseri umani e gli altri esseri animali, comprese le risorse ittiche e biologiche marine,  hanno trovato vita e riparo dagli eventi dannosi e pericolosi  per la loro esistenza, hanno ricevuto dall”essere umano prima, la naturale e consuetudinaria protezione, poi dal legislatore la adeguata protezione e valorizzazione giuridica, attraverso regimi vincolistici di inedificabilità assoluta o relativa, di usi agricoli, forestali e boschivi regolamentati da piani di riserva integrali, l’istituzione di parchi nazionali e regionali, giardini storici, ville storiche, paesaggi urbani, aree marine protette, riserve naturali e tanto altro ancora che dir si voglia. Il bello naturale e il paesaggio culturale della Regione Calabria, ha un valore economico immenso, quantificabile in valore economico e finanziario, in ragione degli innumerevoli  usi consentiti dalla legge e regolamenti in vigore.

Leggete gli articoli 3, 9, 32, 41, 116 e 117 della Costituzione della Repubblica Italiana, se volete conoscere e comprendere quanto siano importanti  i valori ambiente, biodiversità, e gli ecostistemi a difesa delle generazioni presenti e future. Agli animali in Calabria viene riservata una forma di protezione speciale e cura particolare, che riflette culture millenarie.

Appare evidente che esistono in natura beni ambientali denominati pubblici, demaniali e patrimoniali, in ragione delle caratteristiche  e della loro prevista destinazione d’uso, estesa in generale alla fruibilità a titolo gratuito e libero a tutti i cittadini residenti e a titolo oneroso, a richiesta di quei consociati che intendono valorizzare e rendere riservata la presenza di persone  nelle aree e spazi dei beni pubblici. Basti pensare la fruibilità gratuita delle spiagge e altri beni appartenenti al pubblico demanio marittimo, mentre l’uso eccezionale in regime di Concessione demaniale marittima (stabilimenti balneari, strutture ricettive, esercizi commerciali aperti al pubblico, impianti sportivi, piscine e altri usi consentì) sono assoggettati a un pagamento di un previsto canone, c.d. demaniale marittimo, variabile negli importi a seconda della loro estensione in metri quadrati che si intende occupare, delle diverse utilizzazioni e destinazioni d’uso autorizzate attraverso gli atti amministrativi necessari.

Una svolta decisiva è arrivata con la legge 8 luglio 1986, n. 349, istituzione del Ministero dell’Ambiente e norme in materia di danno ambientale, l’art. 18 prevede e disciplina della risarcibilità del danno ambientale quale danno all’erario, inteso come danno pubblico. Danneggiare l’ambiente e le bellezze naturali in uno con il valore intrinseco del paesaggio culturale, equivale a danneggiare un bene dello Stato. Quindi, qualunque fatto dannoso che arrechi un affievolimento del valore economico del bene ambiente, obbliga l’autore del fatto al risarcimento economico-finanziario del danno causato.

Il territorio, i fiumi, i laghi, le fiumare, il mare, le coste, le spiagge, le foreste, i boschi, i parchi e giardini storici, i borghi, i monumenti i musei, le migliaia e migliaia di chiese cattoliche ed altri edifici religiosi e di culto, il patrimonio agricolo unico al mondo rappresentato dalla coltura del Bergamotto di Reggio Calabria, vero oro e profumo millenario della Calabria, insieme al cedro, mandarini e arance  e delle uve pregiate della nostra amata terra di Calabria, sono riserve auree, equiparabili alle miniere di oro, argento e diamanti. Quanto pensate possa valere il bello, la gioia e la felicità, nel camminare liberi tra le bellezze naturali incontaminate e respirare aria purissima delle foreste e boschi presenti nei tre Parchi Nazionali del Pollino, della Sila e dell’Aspromonte, e Regionale delle Serre ammirando le acque a cascata che dalle alture precipitano a valle  in continui strapiombi creando armonie incantevoli?  

Chi non conosce il bello naturale e il paesaggio culturale della nostra amatissima e bellissima  terra e mare di Calabria, non riesce a immaginare quanta sia grande il valore economico e ambientale di una Regione unica al mondo chiamata Calabria e ancora prima nell’antichità  “Italia”. Lo sapevate? (ee)

(Emilio Errigo è nato a Reggio di Calabria, studioso di diritto internazionale dell’ambiente e docente universitario di Diritto Internazionale e del Mare, e di Management delle Attività Portuali presso l’Università  degli Studi della Tuscia (VT) 

GUARIRE LA FERITA DEL TERRITORIO DI KR
ATTRAVERSO LA FORZA DELLA LEGALITÀ

di EMILIO ERRIGO –  Torno dopo qualche settimana a Crotone per continuare a fare ciò che sto facendo da tempo in tutte le sedi, lavorare incessantemente nel rispetto del mandato che mi è stato affidato. Solo il diritto, applicato con fermezza, può guarire questa ferita che dura da quasi un secolo. La bonifica non è un concetto teorico: è terra, scavi, rimozione, conferimento, norme sulla sicurezza. Ed abbiamo capito purtroppo, che può essere anche contrasto quando prevalgono interessi e punti di osservazione divergenti. Tuttavia, resta fermo un principio: la legge e la tutela della salute dei cittadini devono essere i pilastri su cui si fondano tutte le nostre azioni.

Il 18 giugno, il Tar Calabria, si è riservato la decisione sull’impugnativa dell’Ordinanza 1/2025, con cui lo scorso aprile il Commissario aveva imposto a Eni Rewind S.p.A. l’utilizzo dell’unica discarica nazionale pienamente autorizzata, quella di Columbra, per il trattamento dei rifiuti pericolosi del Sin.

Aspettiamo con enorme rispetto e grande fiducia il pronunciamento di giudici esperti che sapranno certamente distinguere tra responsabilità amministrative, scelte politiche e disinformazione. Il mio compito è quello di rimuovere ostacoli, nel pieno rispetto della normativa nazionale e unionale.

Sullo sfondo, resta la questione dell’autorizzazione al trasferimento in Svezia di 40.000 tonnellate di rifiuti: È un passo molto utile, ma parliamo di meno del 5% del problema, tra meno di un anno l’Europa, probabilmente, vieterà questo tipo di esportazioni.

Lo sostengo dal primo giorno: l’alternativa estera può affiancare, non sostituire, la soluzione interna. Questo è il senso profondo dell’Ordinanza.

Ho recentemente incontrato nuovamente il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, al quale ho fornito un puntuale aggiornamento sull’attività svolta e sulle prossime iniziative previste.

L’incontro ha rappresentato un momento di confronto importante, durante il quale sono state condivise le azioni già intraprese e quelle in programma, in stretta sinergia con le articolazioni amministrative competenti del Mase.

Il costante supporto delle donne e degli uomini del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica è stato ed è determinante per proseguire con determinazione lungo il percorso tracciato dal Governo, che ha dimostrato e continua a dimostrare una forte attenzione per la salute dei cittadini calabresi.

Ma non è solo in sede ministeriale che mi sto muovendo. 

Nei giorni scorsi  ho avuto un proficuo incontro presso l’Istituto Superiore di Sanità con il Direttore del Dipartimento Ambiente e Salute, Dott. Giuseppe Bortone, nel corso del quale ho rappresentato l’urgenza di avviare azioni concrete a tutela della salute pubblica sottoponendo dettagli riferiti alla complessa realtà ambientale del Sin di Crotone all’attenzione dell’ISS, diretto dal Prof. Rocco Bellantone.

Ho, poi, richiamato l’importanza di ricostruire un clima di fiducia istituzionale: “Auspico davvero che si possa ripristinare un dialogo cooperante con tutti gli attori coinvolti, a partire dagli enti territoriali fino alla comunità civile tutta. Solo tutti insieme possiamo restituire dignità a questa terra”.

Rivolgo, infine, un pensiero alle recenti vicende che hanno interessato il Presidente della Regione Calabria: Ho espresso subito al Governatore la mia solidarietà e sono pienamente fiducioso che il Presidente Roberto Occhiuto saprà superare questa fase, dimostrando con trasparenza che il suo instancabile impegno e la sua nota dedizione, sono sempre stati rivolti al bene dei cittadini calabresi. (ee)

[Emilio Errigo è commissario straordinario per la bonifica Sin Crotone]

LA CALABRIA, UNA TERRA DALLE PROFONDE
CONTRADDIZIONI CHE VUOLE RIPARTIRE

di BRUNO GUALTIERII numeri parlano chiaro: 59 reati di disastro ambientale dal 2015 al 2024 (primo posto in Italia), 221 siti contaminati senza nemmeno un iter di bonifica completato, solo 13,9 milioni di euro ottenuti dal PNRR su 500 milioni disponibili per i “siti orfani”. Un danno ambientale e sociale che supera i 2 miliardi di euro. Un’emergenza silenziosa ma devastante.

In Calabria si confrontano due realtà molto diverse: da una parte c’è chi guarda al futuro con competenza e visione chiara, dall’altra chi rallenta il progresso tra inerzie amministrative, interessi poco trasparenti e lungaggini burocratiche. È come avere due rematori sulla stessa barca che vanno in direzioni opposte: uno spinge verso il futuro, l’altro frena. Questa contraddizione la viviamo ogni giorno, soprattutto quando si parla di ambiente e delle speranze dei cittadini nel cambiamento.

Un triste primato che grida vendetta

I dati presentati dal forum “La verità è nella terra” di Legambiente e Libera sono allarmanti: dal 2015 al 2024 la Calabria si è classificata prima in Italia per reati di disastro ambientale, con 59 casi accertati. Una classifica che nessuno vorrebbe guidare, fatta di discariche abusive, scarichi industriali non autorizzati e traffico illegale di rifiuti pericolosi che danneggiano il territorio e mettono a rischio la salute.

Ma c’è un dato ancora più preoccupante: dei 221 siti contaminati che la Regione ha in carico per le bonifiche, nessuno ha ancora completato l’intero iter di risanamento. Decine di ettari rimangono così inutilizzabili, spesso in aree che potrebbero tornare produttive.

«Il collegamento tra siti contaminati e rischi sanitari è scientificamente documentato», afferma il prof. Alessandro Marinelli, esperto in medicina ambientale dell’Università Magna Græcia di Catanzaro. «Senza bonifiche efficaci, ogni giorno perso è un rischio in più per la salute dei cittadini».

Una paralisi burocratica che, da anni, trasforma gli uffici da strumenti di tutela in ostacoli al risanamento del territorio.

Il paradosso dell’agricoltura sostenibile

Mentre si promuovono l’agricoltura biologica e i prodotti a chilometro zero — grazie all’impegno dell’Assessore Gallo — si dimentica una scomoda verità: molti terreni calabresi sono ancora contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e POP (composti organici persistenti) che non dovrebbero mai finire nel suolo.

Il Piano regionale delle Bonifiche si basa ancora su un elenco di siti inquinati fermo al 1999 e su un decreto ministeriale ormai superato. È come cercare di navigare con una mappa vecchia di 25 anni, ignorando strumenti moderni come i Sistemi Informativi Geografici (GIS) e le analisi di rischio aggiornate.

Manca un censimento aggiornato dei terreni contaminati, una lista di priorità basata sui reali rischi sanitari, e una guida regionale solida e competente che coordini e controlli gli interventi.

Le conseguenze sono gravi. Come ha dimostrato uno studio congiunto tra Regione e Istituto Superiore di Sanità, i siti contaminati costituiscono “un importante fattore di rischio per la salute umana“. Emblematico il caso del SIN di Crotone: sono stati rilevati “significativi eccessi di mortalità e ricoveri ospedalieri per numerose patologie“, con costi sanitari diretti di oltre 50 milioni di euro negli ultimi dieci anni.

La grande occasione perduta: quando 500 milioni evaporano

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) aveva messo a disposizione 500 milioni di euro per bonificare i cosiddetti “siti orfani” — luoghi contaminati per i quali non si riesce più a identificare un responsabile, spesso perché le aziende coinvolte sono fallite o scomparse.

Una grande occasione per la Calabria. Eppure, la regione ha ottenuto solo 13,9 milioni di euro, distribuiti tra sei Comuni (Amantea, Crotone, Lamezia Terme, Montalto Uffugo, Reggio Calabria e Vibo Valentia) per bonificare vecchie discariche comunali.

Il confronto con la Campania (60 milioni) e la Sicilia (55 milioni) è impietoso. Manca un censimento aggiornato, manca una regia regionale capace di pianificare progetti competitivi per attrarre risorse nazionali ed europee.

Il caso Marrella: quando il silenzio costa più delle parole

Grave è l’esclusione dai finanziamenti della discarica “Marrella” a Gioia Tauro, eredità dell’ex Commissario per l’emergenza rifiuti e ora sotto la responsabilità regionale. L’inquinamento di suolo e falde continua da anni, ma il Dipartimento Ambiente resta immobile.

Il Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006) è chiaro: se il Comune non interviene, la Regione deve subentrare. Eppure, dopo oltre dieci anni dalla chiusura del sito, la gestione post-operativa non è nemmeno iniziata.

Un silenzio che pesa come un macigno. E la domanda è inevitabile: chi pagherà il conto di questa inazione? Le istituzioni coinvolte possono ancora permettersi questo immobilismo?

L’arte di scaricare i costi: quando l’inerzia finisce in bolletta

Il timore è concreto: che a pagare siano, come sempre, i cittadini. Magari in modo silenzioso ma costante, con aumenti nelle bollette dei servizi ambientali, e con ARRICAL costretta — suo malgrado — ad assorbire anche i costi delle negligenze altrui.

Alla fine, si rischia di finanziare l’inerzia, camuffando gravi omissioni con formule rassicuranti come “adeguamento tariffario” o “riequilibrio strutturale“. Il risultato, però, non cambia: si tratta pur sempre di costi ingiustificati, generati da decisioni non prese e responsabilità mai assunte, che finirebbero per gravare sulle spalle dei cittadini.

Se questo è il nuovo modello di governance ambientale, allora lo slogan potrebbe essere: “Il futuro è sostenibile… purché lo paghino gli altri”.

Una politica che prova a cambiare: quando la volontà incontra il muro

Negli ultimi anni, sotto la guida del Presidente Occhiuto, la Regione ha mostrato concrete capacità d’azione: dalla sanità commissariata che migliora, alla nascita di ARRICAL per il sistema idrico e quello dei rifiuti, dai trasporti al turismo, fino agli investimenti nella depurazione.

Dove la politica regionale ha potuto agire direttamente, senza essere ostacolata dalla burocrazia, i risultati sono arrivati. Tuttavia, persiste un divario significativo tra gli obiettivi politici e l’efficienza degli uffici, soprattutto nel settore ambientale, dove mancano figure tecniche specializzate.

Eppure, le azioni necessarie non sono complesse: basterebbe che il Dipartimento competente tornasse a occuparsi della sua vera missione — la Programmazione e Pianificazione Strategica secondo criteri di ingegneria ambientale — competenza esclusiva delle Regioni.

Già il D.Lgs. 112/1998 ha affidato alle Regioni queste funzioni. Ignorarle oggi non è solo una dimenticanza, ma una violazione normativa, che rischia di generare inefficienza amministrativa e possibili sanzioni europee.

La verità comincia dalla terra: quando le mafie giocano in casa

La Calabria è oggi uno dei principali fronti della lotta alle ecomafie. L’operazione “Mala Pigna” della DDA di Reggio Calabria ha svelato un vasto traffico illecito di rifiuti, con legami tra imprese corrotte, amministrazioni compiacenti e criminalità organizzata.

Non è un’eccezione. Altre inchieste hanno scoperto discariche abusive e traffici tossici tra le regioni del Sud. Una realtà radicata, che si combatte solo con una Pubblica Amministrazione forte, trasparente e capace di agire rapidamente.

Una scelta di civiltà, non solo tecnica: o si bonifica davvero, o si smetta di vendere illusioni.

La Calabria ha risorse straordinarie: paesaggi, competenze, passione civile. Serve solo il coraggio di crederci e agire, investendo in formazione tecnica e tecnologie innovative per le bonifiche.

È una scelta: vogliamo una Calabria pulita e abitabile secondo i canoni della Green Economy europea, o vogliamo continuare a perdere tempo tra carte e ritardi, mentre il territorio muore?

L’ambiente è vita. Il resto sono solo chiacchiere da convegno.

La verità comincia dalla terra. E la terra, prima di tornare a generare bellezza e opportunità, va liberata dai veleni con metodi scientificamente provati ed economicamente sostenibili. (bg)

[Bruno Gualtieri è già Commissario Straordinario dell’Autorità Rifiuti e Risorse Idriche della Calabria (ARRICAL)]

LA CALABRIA E IL PROBLEMA DEPURAZIONE:
UNA BATTAGLIA CHE SI DEVE VINCERE OGGI

di BRUNO GUALTIERIIn Calabria, terra bellissima e fragile, l’ambiente ha bisogno di essere difeso con determinazione e competenza.

Lo ha fatto recentemente il giornalista Alfonso Naso con un articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud, nel quale ha raccontato con chiarezza che il mancato funzionamento della depurazione produce effetti negativi sul mare, che ne paga le conseguenze. È un esempio di giornalismo che non si limita a descrivere i problemi, ma cerca di smuovere coscienze e responsabilità. E proprio da quel tipo di narrazione parte questa riflessione.

Da anni la Calabria è maglia nera per il trattamento delle acque reflue; con 188 agglomerati urbani fuori norma, situazione questa che ci rende la seconda regione peggiore in Italia. Una condizione che ha portato l’Unione Europea ad aprire diverse procedure d’infrazione, tra cui la 2017/2181, ancora oggi non definita. Le richieste dell’Ue sono precise: monitoraggi continui, sistemi di controllo, validazione dei dati e verifiche indipendenti. Eppure, a distanza di anni, queste azioni restano inattuate.

Se l’inerzia è preoccupante, lo è ancora di più la scelta, reiterata, di non agire. La Regione Calabria, attraverso il Dipartimento Ambiente e Territorio, ha promesso, ma non ha realizzato: il catasto unico degli impianti non è stato completato, i misuratori di portata non sono stati installati, i controlli automatizzati mai attivati. Ancora più grave è che i dati inviati a Ispra/Sintai ogni sei mesi sono incompleti o inutilizzabili ai fini della procedura europea, impedendo di fatto qualsiasi verifica. Nessuna richiesta di audit di conformità è mai stata formalizzata, perché la Regione non ha nemmeno avviato l’iter necessario. Non si può uscire da un’infrazione se prima non si dimostra, per almeno due anni, di rispettare i requisiti, ma se neanche si comincia, è evidente che si è deciso di restare fermi.

E purtroppo non finisce qui: non solo quegli interventi strategici previsti sin dal 2012 – e già finanziati con la Delibera Cipe n. 60 – sono stati ignorati, ma in alcuni casi addirittura osteggiati. Nel 2021, con la Delibera Cipes n. 79, sono stati proposti nuovi finanziamenti per interventi, in sovrapposizione con quelli già previsti anni prima, creando un cortocircuito amministrativo che ha prodotto uno stallo totale: nessun progetto nuovo, nessun completamento del vecchio. Solo spreco di risorse e di tempo.

Lo stesso Piano d’Ambito redatto dall’Arrical, che rappresenta lo strumento operativo per pianificare gli interventi in modo razionale e secondo le direttive europee – dando priorità ai territori con maggiore carico inquinante – è bloccato. Non per mancanza di fondi o di progettualità, ma perché il Dipartimento regionale ne ostacola l’attuazione, impedendo l’avvio delle procedure. È un fatto molto grave, che rischia di vanificare ogni sforzo tecnico e programmatico. A peggiorare il quadro, c’è l’inerzia dell’Assemblea dell’Arrical, che non ha ancora assunto alcuna decisione concreta, paralizzando il sistema proprio nel momento in cui servirebbe il massimo della reattività.

Eppure, sul piano politico, i segnali non sono mancati. Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha mostrato sin da subito un atteggiamento deciso, commissariando dove necessario e mettendo la tutela del mare tra le priorità del suo mandato. L’assessore all’Ambiente, Giovanni Calabrese, ha lavorato in stretto contatto con Comuni e Consorzi per sbloccare cantieri e sostenere interventi. Ma quando la burocrazia è lenta o, peggio, ostile, anche la migliore volontà politica rischia di naufragare.

Ogni estate si ripete lo stesso copione: acque inquinate, divieti di balneazione, turisti delusi, cittadini esasperati. E intanto la Regione diffonde dati poco utili, promette controlli che non arrivano mai, rinvia decisioni attese da anni. Il rischio non è solo ambientale o economico, ma anche culturale: si consolida l’idea che la Calabria non sia capace di governare se stessa, che l’emergenza sia la norma. Un’inerzia burocratica che costringe la Giunta Regionale a correre ai ripari all’ultimo minuto, stanziando risorse straordinarie per provare a salvare, almeno in parte, la stagione estiva. Quando invece, con interventi strutturali e tempestivi, l’emergenza non esisterebbe affatto.

Ma non può essere così. I calabresi hanno diritto a un mare pulito, a istituzioni trasparenti e funzionanti. È tempo che la società civile si faccia sentire: comitati, associazioni, tecnici, cittadini. Chi ha responsabilità deve rispondere. E chi vuole cambiare, deve essere messo in condizione di farlo.

Non è un problema tecnico, è una sfida di civiltà. Lo sviluppo turistico, la qualità della vita, la credibilità della Calabria si giocano anche – e soprattutto – nella capacità di risolvere un problema come la depurazione. Un problema che dura da troppo tempo e che può essere superato solo se la volontà politica e il coraggio amministrativo si incontrano davvero.

Il mare calabrese non può più aspettare. E neppure noi. (bg)

[Bruno Gualtieri è già Commissario Straordinario dell’Autorità Rifiuti e Risorse Idriche della Calabria (ARRICal)]

JONIO, SI NUOTA NELLA PLASTICA E RIFIUTI
LE SPIAGGE SONO DIVENTATE DISCARICHE

di LUIGI STANIZZI – Siamo tutti serviti, ecco cosa ci restituisce il mare in queste giornate di scirocco: bottiglie di plastica, polistirolo, rifiuti speciali che abbiamo smaltito male. E le rive del Mar Jonio vengono così inquinate, incessantemente, con buona pace del tanto decantato sviluppo turistico, vocazione mare-monti, bandiere più o meno blu, e altre parole ormai incredibili.

Oltre all’impegno serio degli organismi preposti, senza una vera collaborazione ci ciascun cittadino l’emergenza rifiuti resterà in eterno. Se riusciremo a sopravvivere, nuoteremo fra plastica e polistirolo! Le istituzioni preposte fanno molta teoria, che difficilmente si concretizza in azioni. Occorrono civiltà, educazione, leggi restrittive, scelte planetarie ma intanto cerchiamo di prenderci cura delle nostre mitiche spiagge ridotte in pattumiere, che abbiamo sotto il naso.

Talvolta è rischioso anche denunciarne lo scempio, perché si rischia di “ledere” l’immagine di questo o quel Comune, soprattutto nel periodo estivo. Grande l’attenzione all’immagine e nessuna attenzione alla sostanza, chiudere gli occhi davanti a tanta sporcizia. Addio Magna Graecia. Noi calabresi diciamo sempre di amare visceralmente la nostra terra, non è sempre vero. La sporcizia è qui a dimostrarcelo. (ls)

[Luigi Stanizzi è presidente del Premio Mar Jonio]

Tutela ambientale, “Calabria al centro del Mediterraneo” arriva a Corigliano Rossano

«La grande partecipazione di oggi dimostra quanto sia forte la volontà di costruire una Calabria più sostenibile e attenta al proprio patrimonio ambientale». È quanto ha Evelina Viola, presidente del Circolo Legambiente Corigliano-Rossano, nel corso dell’incontro svoltosi a Corigliano Rossano, nell’ambito del progetto “Calabria al centro del Mediterraneo”, promosso da Legambiente Calabria e cofinanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Regione Calabria (CUP J58D22000410001).

L’iniziativa, organizzata con il supporto del Circolo Legambiente Corigliano-Rossano, ha coinvolto istituzioni, docenti, studenti, rappresentanti del mondo accademico e della società civile, con l’obiettivo di approfondire le sfide ambientali del territorio e individuare soluzioni concrete per il futuro.

«Il lavoro da fare è ancora tanto, ma iniziative come questa sono fondamentali per gettare basi solide per il futuro», ha detto la presidente Viola all’evento in cui è stata evidenziata la necessità di una collaborazione sempre più stretta tra scuola, istituzioni e mondo scientifico per affrontare con efficacia le sfide ambientali. Tra le proposte emerse, si è parlato dell’importanza di avviare studi mirati sulle dinamiche costiere, incentivare il turismo sostenibile e potenziare i percorsi educativi rivolti ai giovani.

Dopo i saluti istituzionali, i partecipanti hanno discusso temi fondamentali come l’erosione costiera, la gestione delle risorse naturali e l’educazione ambientale. Momento centrale della giornata è stata l’inaugurazione, nella città di Corigliano-Rossano, della mostra fotografica curata da Federico Grazzini, che offre uno sguardo approfondito sulle criticità e sulle potenzialità ambientali della Calabria.

Al tavolo di confronto era presente Cinzia D’Amico, dirigente scolastica dell’I.I.S. L. Palma ITI ITG Green Falcone Borsellino di Corigliano-Rossano, che nei mesi scorsi ha aderito ai percorsi didattici e di citizen science promossi da Legambiente. La dirigente ha sottolineato l’importanza della sinergia tra scuola, amministrazione, comunità scientifica, associazioni e cittadini per promuovere azioni efficaci a tutela dell’ambiente. Ha inoltre evidenziato come iniziative di questo tipo non solo stimolino il protagonismo giovanile nel cambiamento, ma arricchiscano anche il concetto di cittadinanza attiva, rafforzando la consapevolezza che ogni azione, anche la più piccola, ha un impatto sulla collettività e sul pianeta.

Il vicesindaco Giovanni Pistoia, portando i saluti del sindaco di Corigliano-Rossano, ha ribadito la necessità di affrontare i temi ambientali senza retorica, sottolineando il valore di un dibattito aperto e partecipato come quello promosso da Legambiente. Ha inoltre evidenziato l’importanza del coinvolgimento dei giovani, già molto sensibili alle tematiche ambientali e alla pace.

La consigliera Lorena Vulcano, presidente della Commissione Ambiente, ha sottolineato l’importanza del confronto con le associazioni nel lavoro della commissione, ponendo l’accento sulla responsabilità individuale nel contesto globale.

L’assessore alla Città Sostenibile ed Equa, Francesco Madeo, ha rivolto un appello ai giovani presenti, ricordando che saranno loro a subire le maggiori conseguenze della crisi climatica. Ha quindi invitato le nuove generazioni a formarsi e a impegnarsi attivamente, in quanto futura classe dirigente chiamata ad affrontare le sfide ambientali. Ha infine ribadito il ruolo cruciale dei giovani come sentinelle della comunità, in un dialogo costante con un’amministrazione aperta all’ascolto.

Di grande rilievo anche il contributo del prof. Giuseppe Mendicino, direttore del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente dell’Unical, che ha sottolineato la necessità di diffondere una solida cultura ambientale. In un contesto in cui manca ancora una piena consapevolezza del vero significato della sostenibilità, ha evidenziato come la conoscenza sia alla base di scelte responsabili e non più rimandabili.

L’incontro ha visto anche la partecipazione attiva di una rappresentanza di studenti dell’Istituto L. Palma, che ha contribuito al dibattito con riflessioni e proposte interessanti.

La mostra fotografica inaugurata l’11 marzo è stata ospitata nei plessi Green e Falcone e Borsellino dell’I.I.S. L. Palma ITI ITG Green Falcone Borsellino di Corigliano-Rossano. Sarà visitabile fino a martedì 18 marzo presso la Biblioteca Ingenio nell’area urbana di Rossano. Il calendario delle visite è disponibile sui canali social del Circolo Legambiente Corigliano-Rossano.

Il progetto “Calabria al Centro del Mediterraneo” proseguirà nei prossimi mesi con nuove iniziative in tutta la regione, coinvolgendo sempre più studenti e cittadini in percorsi di consapevolezza e azione concreta. Domani, sabato 15 marzo, alle 17.30, si terrà un momento di confronto aperto a tutti. (rcs)

ALLARME A REGGIO: LA TERRA DEI FUOCHI
TANTE DENUNCE, MA NESSUN INTERVENTO

di PASQUALE ANDIDEROLa Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha decretato che lo Stato italiano ha violato il diritto alla vita degli abitanti della “Terra dei fuochi” per non essersi occupato del problema in modo tempestivo ed efficace.

La Corte ha definito il rischio alla vita per gli abitanti della Terra dei fuochi come «sufficientemente serio, reale e accertabile» e qualificabile come «imminente», e ha decretato che lo Stato italiano «fosse a conoscenza del problema da molti anni». Nonostante questo, lo Stato non ha affrontato «una situazione così grave con la diligenza e la tempestività necessarie», anche nell’ambito della prevenzione e della comunicazione dei rischi alla popolazione. 

La terra dei fuochi è anche Reggio Calabria, Mosorrofa, Sala di Mosorrofa, Mortara, Arghillà, Rione Marconi e non solo da anni denunciano l’esistenza di enormi discariche che periodicamente prendono fuoco. Nel corso della presentazione del libro Portami al Mare di Domenico Latino a Mosorrofa, in una sala gremita di persone presenti più che per la presentazione del libro per l’argomento che si trattava “Discariche, roghi e incidenza di Tumori”, ancora una volta è venuta fuori la fatidica domanda se c’è relazione tra essi.

Presente tra i relatori il dr. Giovanni Tripepi, dirigente di Ricerca CNR, che ha avviato lo studio epidemiologico promosso dalla garante regionale della salute prof.ssa Anna Maria Stanganelli, appunto su rifiuti, roghi e danni alla salute.

Il dr. Tripepi ha dichiarato che lo studio non ha ancora potuto, per motivi di privacy, indagare nello specifico l’incidenza nei vari quartieri mentre si sa, da consultazioni più ampie, che la città di RC nella sua totalità è nella media nazionale. Lo stesso è stato però chiarissimo nell’asserire che «non dobbiamo chiederci se c’è correlazione tra discariche roghi e salute perché è accertato che tutti i roghi sono dannosi alla salute e che la combustione dei rifiuti e altamente pericolosa per cui la vera domanda è quando si manifesterà il danno su chi è stato esposto agli inquinanti liberati».

Il ricercatore Tripepi stimava, nel corso dei 15 anni, il tempo di latenza dall’esposizione per la manifestazione dei danni alla salute. Nelle nostre discariche insistono materiali di ogni tipo, finanche l’amianto. I continui roghi liberano nell’aria diossina, fibre di amianto, e tante altre sostanze tossiche che noi, malcapitati, ingeriamo con la respirazione. 

A Mosorrofa, zona che conosco meglio, e da più di un ventennio che si va avanti con accumulo di rifiuti e combustione degli stessi e spesso d’estate arriva fin dentro casa quell’odore insopportabile di bruciato, di plastiche combuste, che ci costringe a chiudere porte e finestre che allontanano l’odore ma non sicuramente il rischio di aver respirato sostanze nocive. Negli ultimi 5 anni più volte abbiamo richiesto la bonifica e la messa sotto sorveglianza dei siti in questione, nulla si è mosso.

A niente sono serviti i sopralluoghi degli amministratori comunali, dei carabinieri forestali, delle comunicazioni fatte a prefetti e procure, delle attenzioni dei media. I cittadini hanno paura e ora, dopo la relazione del dr. Tripepi ma ancor di più dopo la sentenza della Corte Europea, si chiedono perché chi può e deve intervenire non lo fa? Si chiedono se possono denunciare chi di competenza deve occuparsi di questo problema e facendo orecchie da mercante lo accantona?

Di fronte alle tante morti per tumore che si stanno verificando le autorità preposte, si possono imputare di omicidio colposo? Non sappiamo se dal punto di vista legale questa imputazione può reggere ma sicuramente dal punto di vista morale è omicidio. Quanto decretato dalla Corte Europea per l’Italia può essere applicato ai nostri amministratori che sapendo da tanto tempo di un rischio reale, serio e imminente continuano a posporre all’infinito un vero intervento per proteggere la vita dei cittadini? (pa)

ISOLA CAPO RIZZUTO (KR) – Al via il progetto ambientale “Compostiamoci bene”

Ha preso il via, a Isola Capo Rizzuto, il progetto ambientale dal titolo Compostiamoci bene, promosso dal Comune in collaborazione con Calabra Maceri e Servizi SpA e l’Istituto Comprensivo “Karol Wojtyla – Gioacchino da Fiore”.

Attraverso il progetto “Compostiamoci” e le altre attività già avviate, Isola Capo Rizzuto si conferma una comunità che guarda al futuro con attenzione verso la tutela del pianeta e delle sue risorse.

Nel corso dell’evento inaugurale è stato illustrato il piano che vedrà la consegna di una compostiera per ogni plesso scolastico, con l’obiettivo di avviare la gestione dei rifiuti organici direttamente all’interno delle scuole. Già da domani inizieranno i corsi di compostaggio, che saranno rivolti sia agli studenti che al personale scolastico, per promuovere buone pratiche di sostenibilità.

Il sindaco Maria Grazia Vittimberga, in apertura dei lavori, ha sottolineato i significativi passi avanti compiuti da Isola Capo Rizzuto nella raccolta differenziata, con un raggiungimento del 70%: «Questo è un risultato importante, soprattutto per un territorio a vocazione turistica come il nostro. Dimostra che il lavoro congiunto tra Amministrazione, scuole e cittadini sta dando i suoi frutti, ma possiamo e dobbiamo fare di più».

La d.ssa Maria Teresa Celebre, responsabile Comunicazione di Calabra Maceri, ha rimarcato il valore dell’impegno della comunità isolitana: «Isola Capo Rizzuto si distingue positivamente in un contesto provinciale dove, purtroppo, le percentuali di raccolta differenziata sono ancora basse. I risultati ottenuti sono il frutto di un grande lavoro, soprattutto nelle scuole, ma resta fondamentale continuare a sensibilizzare. Complimenti all’Amministrazione e ai cittadini per questo traguardo».

Il vice sindaco Raffaele Gareri, con delega all’Ambiente, è intervenuto nel dibattito sottolineando l’importanza di coinvolgere le nuove generazioni: «Educare i più piccoli significa costruire un futuro più consapevole per il nostro territorio».

«Loro sono il motore del cambiamento – ha proseguito – e iniziative come questa rappresentano un tassello fondamentale per promuovere un rapporto più rispettoso con l’ambiente».

 Il responsabile comunale Franco Scerbo ha presentato nel dettaglio il progetto “Compostiamoci”, spiegando che «non solo spieghiamo ai bambini cosa significa riciclare e riutilizzare gli scarti alimentari, ma glielo facciamo toccare con mano passo dopo passo.  La nostra collaborazione con Calabra Maceri mira a proseguire con altre iniziative che coinvolgano sempre di più la cittadinanza, a partire proprio dai più piccoli».

Tra gli interventi finali, la d.ssa Annamaria Buono, esperta di comunicazione ambientale di Calabra Maceri, ha spiegato come si svolgerà la formazione all’interno delle scuole: «La formazione sarà mirata e coinvolgente, con laboratori pratici e attività che aiuteranno i ragazzi a comprendere l’importanza del compostaggio e delle buone pratiche di sostenibilità».

Le insegnanti Laura Nicotera e Valentina Carvelli, referenti del progetto “Eco Schools”, hanno evidenziato il ruolo fondamentale della scuola nell’educazione ambientale: «La scuola ha il compito di formare non solo i bambini, ma anche di sensibilizzare le famiglie, educando i cittadini di oggi e di domani al rispetto per l’ambiente. Difendere la Bandiera Verde, che le nostre scuole hanno conquistato con il progetto Eco Schools, è un impegno importante, e iniziative come ‘Compostiamoci’ rafforzano questa direzione».

Eco Schools, un progetto promosso dalla FEE (Foundation for Environmental Education) e seguito dall’Assessore Andrea Liò, ha portato per due anni consecutivi le scuole di Isola Capo Rizzuto a ricevere la prestigiosa Bandiera Verde. Questo riconoscimento conferma l’impegno della comunità scolastica verso una maggiore sostenibilità e dimostra che, con un lavoro condiviso, è possibile ottenere risultati significativi per il territorio. (rkr)