L’OPINIONE / Patrizia Oliverio: Perché dobbiamo ricordato Lea Garofalo

di PATRIZIA OLIVERIO – Torturata, uccisa e poi sciolta nell’acido. È questa la fine che merita una donna che si ribella alla ‘ndrangheta. Perché dobbiamo ricordare sempre Lea Garofalo? Perché ha alzato la testa e ha parlato rompendo schemi di omertà e anni di silenzio e sottomissione.

La vita di Lea Garofalo, uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco il 24 novembre del 2009, è stata legata a doppio filo alla criminalità organizzata calabrese. A quella realtà di corruzione, omicidi e regolamenti di conti, con cui ancora bambina impara suo malgrado a familiarizzare. Lea diventa testimone di giustizia nel 2002 per evitare che anche sua figlia segua lo stesso destino di morte.

Nasce nel 1974 a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, viene cresciuta da una nonna che le insegna che “il sangue si lava con il sangue”, perché quello è il diktat che la famiglia Garofalo segue da generazioni. Così, quando il padre di Lea viene ammazzato in una delle faide ‘ndranghetiste in cui sono coinvolti i Garofalo, a pareggiare i conti e vendicare l’omicidio sono il fratello di Lea e lo zio, i quali uccidono i fratelli Mirabelli. Lea intanto cresce, respirando l’odore di sangue e morte a cui molti anni dopo, ormai donna e madre, decide di ribellarsi. Anche a costo di non vedere crescere sua figlia. Anche a costo di farsi ammazzare.
A soli tredici anni, Lea si innamora di un giovane che ha quattro anni più di lei e decide di seguirlo a Milano. Lea cerca un riscatto, una redenzione forse. Ma non la trova. L’uomo al quale si è legata si chiama Carlo Cosco e a Milano gestisce insieme ai fratelli – e per conto della famiglia Garofalo – un traffico di droga. Durante questa relazione Lea rimane incinta di una bambina, Denise. Nel 1996 il fratello e il compagno di Lea vengono arrestati e lei, stanca di questa vita all’ombra della legge, decide di cambiare strada. La scelta fatta non viene accettata dal compagno che comincia ad assalirla con intimidazioni, così Lea decide di tornare nel paese di origine e diventare collaboratrice di giustizia.
È il 2002, e per Lea e Denise ha inizio un periodo molto duro. Inserite in un programma di protezione testimoni, vivono anni di anonimato spostandosi dalle Marche al Friuli, dalla Toscana al Molise. Finché, nel 2005, il fratello di Lea viene ucciso mentre Carlo Cosco torna in libertà e tenta in tutti i modi di scoprire dove vivono l’ex compagna e la figlia. A Lea viene tolta la scorta, poiché ritenuta testimone non attendibile. Impaurita, consapevole di essere bersaglio dei Cosco, la donna si rivolge a don Luigi Ciotti, che la mette in contatto con Enza Rando, avvocata che assisterà Lea fino agli ultimi giorni di vita.
Le due donne riescono a rientrare nel programma di protezione, ma Lea è ormai provata e versa in serie difficoltà economiche. Dopo un po’ di tempo la donna ricontatta Carlo Cosco: vuole infatti che contribuisca al mantenimento della figlia. L’uomo invita allora l’ex compagna ad andare a Milano, così che i due possano parlarne di persona. Sebbene l’avvocata Rando le sconsigli di partire, Lea parte per Milano insieme alla figlia. I primi giorni trascorrono sereni, le tensioni tra Lea e il suo ex sembrano essersi appianate, la donna inizia ad avere meno paura.
Ma il 24 novembre del 2009 Carlo Cosco riesce ad attuare quanto premeditato da anni. Accompagna Denise a far visita ad alcuni parenti che vivono a Milano, dicendo alla ragazza che lui deve parlare da solo con Lea. Poi fa salire la sua ex in un appartamento che Carlo Cosco si è fatto prestare ad hoc per ucciderla. Ad attendere Lea e Carlo in quella casa c’è Vito Cosco, fratello di Carlo. La donna viene brutalmente picchiata, torturata e infine uccisa.
Il suo cadavere è trasportato a bordo di un furgone dove vi è dell’acido, che servirà a cancellare ogni traccia di questa donna colpevole di troppo coraggio. Colpevole, soprattutto, di aver amato sua figlia al punto da volerla sottrarre all’ambiente, marcio e criminale, in cui lei stessa era vissuta e cresciuta. Sarà proprio la figlia Denise a imprimere un’importante svolta alle indagini in seguito alla scomparsa della madre. Quel 24 novembre infatti, quando Carlo Cosco va a prendere Denise, la ragazza gli chiede dove sia finita la madre. Cosco inventa una scusa: la donna gli avrebbe chiesto denaro, e per questa ragione lui avrebbe deciso di lasciarla sola e andarsene. Ma Denise non crede alla versione del padre e va a denunciare la scomparsa di Lea ai carabinieri.
Il corpo di Lea Garofalo non viene ritrovato per alcuni anni. Intanto le indagini proseguono portando, nel 2010, all’arresto di Carlo Cosco e dei suoi fratelli. A luglio 2011 inizia il processo, durante il quale Denise testimonia contro il padre. Il processo porta alla condanna alla pena dell’ergastolo, in primo grado, di Cosco Carlo e altri esponenti della famiglia. Sono proprio le rivelazioni dell’ex compagno che conducono al ritrovamento di migliaia di frammenti ossei e della collana della donna. La Corte d’assise di appello e la Cassazione confermano la condanna.
Dopo tre anni dalla scomparsa è possibile celebrare i funerali di Lea. Quel giorno Denise fa il suo personale ringraziamento alla madre, di fronte a una folla di persone accorsa per rendere omaggio a una donna uccisa per troppa dignità. Queste le parole di Denise: «Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. La vostra presenza è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a rischiare. Per me è un giorno molto difficile, ma la forza me l’hai data tu. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti».
Oggi Denise è inserita in un programma di protezione e vive nel più completo anonimato, mentre Lea Garofalo, per lo Stato, continua a non essere una vittima di mafia; durante il processo infatti non è stata applicata l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso. Ma il sangue di Lea non è stato versato invano. Oggi è giusto ricordare una donna andata incontro alla morte senza traccia di paura o di ripensamento, riuscita con il suo sacrificio a lasciare a sua figlia, come ultimo dono, un futuro lontano dalla mafia. La vita di Lea Garofalo è stata segnata da molta sofferenza e solitudine, prima e dopo il suo gesto di ribellione.
Poco tempo prima di morire, infatti, la donna aveva inviato una lettera al Presidente della Repubblica in cui denunciava le carenze del suo programma di protezione, rivelando di sentirsi abbandonata a se stessa e privata di un’esistenza vicina alla normalità. Il 24 novembre è una data simbolo che l’Associazione Libere Donne, sempre attenta e vicina alle donne vittime di violenza, ricorda.
La storia di Lea Garofalo è importante perché rappresenta anche le tante donne che si rivolgono ai tribunali dei minori per trovare, con l’aiuto delle istituzioni, percorsi di recupero per i figli. Queste donne sono dei veri e propri simboli della lotta antimafia e i loro gesti hanno assunto una testimonianza etica straordinaria nella società civile. (po)
[Patrizia Oliverio è criminologa dell’Associazione Libere Donne di Crotone]

CASSANO ALLO IONIO (CS) – Il Comune intitolerà il Parco Gioco a Lea Garofalo

Il Comune di Cassano allo Ionio, guidato dal sindaco Gianni Papasso, ha discusso e deliberato per l’intitolazione del Parco Giochi di Via San Nicola a Lea Garofalo, classe 1974, nata a Petilia Policastro, testimone di giustizia, vittima innocente di n’drangheta, scomparsa il 24 novembre 2009 a Milano.

Donna di grande coraggio, sebbene appartenente a una famiglia mafiosa, pur subendo tutta una serie di aggressioni fisiche e psicologiche, ebbe la forza di privilegiare la strada della giustizia, raccontando alla Procura della Repubblica di Catanzaro la verità sulla strage di Pagliarelle, sulla morte del padre, sugli affari illeciti della sua famiglia e di quelli dei Cosco e dei tanti traffici illegali che avvenivano a Milano. Lea Garofalo pagò con la vita la sua scelta di vita. Venne uccisa la sera del 24 novembre 2009 nella capitale lombarda da Carlo Cosco, suo compagno e padre di sua figlia Denise.

Il suo corpo, trasportato a Monza, venne sciolto nell’acido. La scelta dell’amministrazione comunale di proporre per la relativa autorizzazione da parte della Prefettura di Cosenza dell’intitolazione del Parco Giochi di Via San Nicola, perché privo ancora di denominazione, nonché per conservare il ricordo di una donna calabrese, che ha avuto il coraggio di sfidare la n’drangheta, di battersi per la verità, per riappropriarsi della sua dignità, del suo nome e di un futuro per lei e, soprattutto, per la propria figlia. L’atto deliberativo, reso immediatamente esecutivo, è stato trasmesso alla Prefettura per la prescritta autorizzazione e agli uffici Lavori Pubblici e Demografici per quanto di competenza.

L’ufficio tecnico dell’ente, è stato incaricato di apporre all’ingresso del Parco in questione, la targa segnaletica della denominazione. L’iniziativa, ha sottolineato il sindaco Gianni Papasso, «perché il suo esempio possa essere da stimolo per altre donne ad intraprendere percorsi di vera libertà, contro ogni forma di violenza, soprusi e prevaricazioni, al fine di costruire un mondo basato sulla pacifica convivenza e la tranquillità dell’ordine sociale». (rcs)