Destinazione Chicago. Una storia d’emigrazione
di Giuseppe De Bartolo

di PIETRO RENDE* – In Destinazione Chicago (Rubbettino), Giuseppe De Bartolo, noto docente di Demografia all’Unical, ricostruisce la sua esperienza di bird of passage (uccello di passaggio) sotto il cielo dell’immenso lago Michigan dove “Ti aspetti la città di Al Capone e ti trovi viali sereni… ti si spara una città marina…come un mare Adriatico… alle porte del west degli Stati Uniti… (che) permetteva  ai sarti di poter emigrare fuori quota nelle fabbriche della manifattura tessile”!

Figlio, appunto, di un’eccellenza sartoriale Rendese, si trova a raggiungere la famiglia oltre Oceano, pur avendo già conseguito l’anno prima,nel 1966, una Laurea in Statistica col massimo dei voti che gli consente di trovare lavoro in un’Assicurazione e poi di ritorno a insegnare in Italia. A prescindere dalla millimetrica, preziosa, esposizione dei dati sull’emigrazione italiana e meridionale, di cui è sicura expertise e autorevole docenza, archivio storico e frutto di ricerche sulle ragioni delle politiche migratorie da Mussolini ai restrittivi Immigration Act, il testo nelle finali conclusioni “morali” riapre le grandi questioni aperte dalla rivoluzione universale del Sessantotto e vissuta in America da un giovane neolaureato, ben al di sotto dei Trenta, che si trova a un incrocio di inserimento nella vita sociale  che si intreccia con quella personale.

Non si fa torto alla preziosità dei ricordi comuni a tanti emigranti che adesso senza complessi d’inferiorità raccontano le loro iniziali disavventure comuni quando  tornano d’estate nei paesi d’origine, in occasione delle festività patronali, a ritrovare gli amici e i parenti sopravvissuti o a riaprire e riabitare proprio le loro stesse vecchie case e tornare a dormire negli stessi letti dove sono nati. Ma il testo di De Bartolo non si ferma qui e imposta con felice stile spigliato e particolareggiato un confronto tra le  rivoluzioni culturali che li hanno investiti e hanno dovuto sopportare temendo di cambiare senso e  missione impressi alle  loro vite individuali da sistemi alternativi e mentalità correnti più monetaristiche che umanistiche ancorché destinate  ad allearsi sotto le ben più gravi minacce mondiali della Guerra Fredda. Nel terribilis annus 1968, dopo le dimissioni di Johnson da presidente USA, l’assassinio di Bob Kennedy e quello di Martin Luther King, cosa doveva e poteva fare un giovane professionista non ancora trentenne, che pure aveva trovato un ottimo lavoro in un’Assicurazione che già  per i suoi  algoritmi utilizzava la carta magnetica e non più quella perforata? In quella società tecnologicamente più avanzata , però, l’eco dei conflitti sessisti e soprattutto razzisti giungeva più forte e malinconica dei più violenti ma silenziosi e dolciastri “Sindacati” mafiosi. Cosa scegliere se non tornare a casa dove uno stimato notabile della politica, in un incontro coi Rendesi di Chicago, gli aveva garantito che avrebbe trovato ad attenderlo quel lavoro che aveva spinto la famiglia e poi lui stesso a emigrare per guadagnare 15 volte di più. Ma la vera o unica ragione non poteva essere più o solo questa da quando  sentiva crescere intorno a lui un mood di inimicizia che avvertiva e non sopportava cominciando da una collaboratrice nera del suo ufficio o sulla Metro quando attraversava qualche quartiere con viaggiatori neri o quando la Guardia nazionale era costretta a intervenire nel tessuto locale, specie dopo la grande Marcia dei centomila ad Atlanta.

Il nostro autore, come tanti altri, ora non sopporta più l’odio irrevocabile e crescente tra bianchi e neri, uomini e donne, ricchi e poveri, che in Italia non s’intravvede nello stile dei partiti  e nei borghi tra imparentati o amici di vecchia data che si rispettano e aiutano, eccetto qualche dispetto tra avversari politici facilmente aggirabile al Consolato Usa per potere emigrare nella” Merica ricca”. Perciò mentre “nei lunghi viali alberati di Cicero (sobborgo di Chicago) le foglie d’albero di acero si tingevano di oro e bronzo” dell’Estate indiana, il giovane De Bartolo sceglie il più mesto giallo dei nostri ricci per tornare a casa, con una valigia pieni di libri e di idee radicaleggianti come quelle di McCarthy sulle quote di genere e di giovani che la Convention democratica avrebbe però respinto scegliendo la candidatura più moderata di Humphrey, sostenuta  da Johnson che così si liberava del Vietnam.  E così anche il grande e il piccolo si meticciavano in un unico destino dove non sempre “il passato insegue il futuro”. (pr)

*[Pietro Rende, è stato parlamentare per tre legislature dal 1972 al 1983, nonché consigliere regionale della Calabria]