Cordoglio in Calabria per Gianni Morgante, il galantuomo editore di Gazzetta del Sud

Vasto cordoglio in Calabria per la scomparsa di Gianni Morgante, presidente della società editrice della Gazzetta del Sud, il più diffuso quotidiano della regione. Morgante, 89 anni, giornalista e manager è stato uno dei protagonisti del giornale, fin dalla nascita, assunto, il primo giorno del giornale il 12 aprile 1952, dapprima come dimafonista e poi diventato, pian piano, giornalista nel 1960, caposervizio, segretario di redazione e quindi caporedattore, artefice insieme con il direttore Nino Calarco del grande successo diffusionale della Gazzetta in Calabria e in Sicilia. Nel 1988, alla scomparsa dell’on. Uberto Bonino fondatore e proprietario della Gazzetta, divenne amministratore delegato, per poi assumere il ruolo di presidente nel 1991. Sulle sue orme il figlio Lino Morgante, direttore editoriale e amministratore delegato della Gazzetta.

Morgante era un galantuomo d’altri tempi, ma allo stesso tempo un giornalista di razza, cronista meticoloso, attento segretario di redazione e ottimo organizzatore, quindi uomo-macchina, con ruoli di capo della redazione centrale e poi preciso manager, come pochi. Si devono a lui i successi della Gazzetta del Sud che aveva raggiunto punte diffusionali di estrema rilevanza in Calabria (tanto che venne costruito a Rende uno stabilimento tipografico in grado di coprire le esigenze di tutta la regione). (s)

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Messaggi di vicinanza e cordoglio sono stati espressi dal mondo politico calabrese. Il sen. Marco Siclari ha detto che «La scomparsa di Giovanni Morgante lascia un vuoto non solo nella sua famiglia, alla quale va la mia sincera vicinanza, ma in tutto il mondo dell’informazione perché allo stesso tempo è scomparso un grande uomo e l’anima della Gazzetta del Sud. A tutta la redazione che oggi piange la morte del suo editore, va il mio abbraccio e il mio cordoglio».

L’on. Wanda Ferro ha ricordato che «Morgante ha dedicato una vita alla “Gazzetta”. Assunto come giovane stenografo 67 anni fa, è stato cronista di giudiziaria, diventando negli anni caporedattore, fino ad essere nominato amministratore delegato e poi presidente. In questa lunga carriera è stato l’esempio di un giornalismo equilibrato e obiettivo, capace di raccontare con i fatti la storia e i cambiamenti della società siciliana e di quella calabrese. La mia vicinanza è rivolta a tutta la famiglia della “Gazzetta del Sud”, e in particolare ai tanti giornalisti che nel solco tracciato da Gianni Morgante lavorano ogni giorno per assicurare ai cittadini il diritto ad una informazione libera e autorevole».

Il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto ha tracciato un perfetto profilo dello scomparso: «Ci sono personalità – ha dichiarato – che con il loro coraggio visionario riescono a  segnare un’epoca. Il ricordo di Giovanni Morgante rimarrà  indelebile tra quegli uomini che attraverso la sfida dell’informazione hanno  contribuito a far crescere la Calabria. Un merito raro. Il periodo che su impulso del cavalier Uberto Bonino – prosegue  Occhiuto –  ha visto nascere il grande quotidiano che fa tutt’oggi da  ponte tra Sicilia e Calabria e che detiene uno spazio nazionale di  rispetto, rappresenta nella storia della nostra terra un riferimento di speranza laboriosa di contro a quell’immaginario che ci dipinge atavicamente succubi e lagnosi. Un esempio dunque a cui guardare quello del presidente Giovanni Morgante, pensando a tempi migliori con lo stesso spirito di arguta lungimiranza. Alla moglie Maria, al figlio Lino, amministratore delegato e direttore editoriale della Ses, ai figli Katya e Maurizio, e all’intera famiglia della Gazzetta del Sud, giungano – conclude Mario Occhiuto – le mie più sentite condoglianze». (rrm)

  • Domani dalle 10,30 alle 19 la camera ardente nello stabilimento SES di via Uberto Bonino a Messina. I funerali si terranno lunedì alle 16 nella Cattedrale di Messina.

La direzione e la redazione di Calabria Live sono vicini ai familiari del Presidente Morgante e a tutta la famiglia della Gazzetta del Sud.

Saverio Strati, il grande scrittore meridionale che la Calabria non si meriterebbe

Era – è – uno dei maggiori scrittori calabresi, anzi meridionali: Saverio Strati è stato a lungo dimenticato, trascurato, a volte persino ignorato dalla sua terra, complice anche una politica culturale della Regione che non valorizzava i propri figli, quasi si vergognasse delle loro origini. Ed è stato un altro grande calabrese, il prof. Nuccio Ordine, a intervenire a suo favore spingendo perché gli venisse concesso il beneficio della legge Bacchelli. La Calabria dimentica i suoi miti letterari: Corrado Alvaro, Mario La Cava, Leonida Repaci, Fortunato Seminara, Lorenzo Calogero e tanti altri che meriterebbero una decisa azione di recupero e di rilancio, soprattutto tra i giovani, perché la loro memoria non vada dispersa, perché la qualità letterari del loro lavoro abbia il giusto riconoscimento e trovi adeguata evidenza nelle scuole, in un processo di valorizzazione culturale che non si fermi al Sud, ma sia universale, anche al di fuori dell’Italia.

Di Saverio Strati ricorreva ieri l’anniversario della nascita. In una sua lettera ha detto di avere cinquemila manoscritti inediti, ma la Regione non ha ancora preso – a cinque anni dalla sua scomparsa – alcuna iniziativa. C’è solo che indignarsi e invitare chi ci governa a vergognarsi di questa incredibile indifferenza. Ma Saverio Strati, per fortuna, grazie ad alcuni intellettuali del Sud, sta rivivendo una nuova stagione, che non cancellerà il passato ma potrà indicare il percorso per la giusta valorizzazione di un uomo, di uno scrittore non “meridionale” ma che, come leggerete più avanti nel bellissimo testo della scrittice calabrese, Giusy Staropoli Calafati è il “Meridione”.

La scrittrice ha tracciato su FB un magnifico ricordo, una memoria vivida ed appassionata che Calabria.Live è onorata e orgogliosa di condividere con i suoi lettori. (s)

Saverio Strati

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Il 16 agosto 1924, a Sant’Agata del Bianco, nasceva Saverio Strati. Oggi avrebbe compiuto 95 anni.
Strati è stato un grande uomo e un immenso scrittore. Ha raccontato Calabria e calabresi. Scritto capolavori, vinto il Campiello, e anche pianto. Contadino e muratore. Calabrese affetto dal demone della narrazione, emigrante.
Di lui ho scritto e raccontato. Su di lui ho riacceso i riflettori rinnegando l’oblio a cui gratuitamente l’Italia e la Calabria l’ avevano condannato, riportandolo nella sua terra, dedicandogli premi e soprattutto libri. L’ho presentato ai giovani della sua (nostra) Calabria, con i suoi libri, nelle scuole, e forse l’ho reso anche felice.
Buon compleanno maestro mio.

IL CALABRESE SCRITTORE
“Gli scrittori calabresi, non sono scrittori periferici, ma solo scrittori nati in Calabria nelle cui opere c’è qualcosa difficile da spiegare, che fa parte del mondo degli uomini.” Con questo concetto, completa la sua visione di “periferia” Saverio Strati, in un’intervista del 1984.
Ma chi era (è) Saverio Strati?
«Voi lo avete visto un giovane muratore, che si mette a studiare e infine diventa un grande scrittore? Ve lo presento io. Si chiama Saverio Strati.[…] Narratori di questa pasta speciale sono rari, come il sole d’inverno. Dovrebbero essere custoditi in una nicchia, come i Santi». (Pasquino Crupi)
Saverio Strati nasce a Sant’Agata del Bianco, in Calabria, il 16 agosto 1924. Muore invece a Scandicci, in Toscana, il 9 aprile 2014. Oggi sono cinque anni di assenza e di mancanza.
Poeta contadino, scrittore della gente. Due cuori nel petto: uno che dice va. E l’altro: che vai a fare?
Pubblica, nel ’54, il racconto La Regalia. Storia di uomini e di zappe. Zappe e pane. Racconto forte, immediato, in cui pare essere egli stesso il protagonista, tanto che in una lettera all’amico Carmelo Filocamo, il 25 marzo 1954, Saverio Strati, scrive: «Carmelo, vent’anni passati con la zappa nelle mani, la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si can­cellano così. E non sarà Firenze a cancellarle, né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri contadini, i no­stri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni grado, di ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi per del­le ore, per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso… E quanti massari e massaie e pastori e pastore, e muratori e calzolai e ra­gazzi e ragazze scalzi e nudi sono dentro di me. E non li vado scovando con la zappetta, ma vengono essi e si offrono e mi dicono: – ed ora tocca a me. A me –. A momenti temo che finisca prima che possa dire tutto. Ma se vivrò ancora vent’anni, vedrai che cosa saprà fare lo zappatore della Regalìa».
Nel 1956, edita da Mondadori, la sua prima raccolta di racconti con il titolo La Marchesina. A seguire: Premio Veillon con il romanzo Tibi e Tascia nel 1960; premio Sila con Il Nodo e Gente in viaggio, nel 1966; Premio Napoli con Noi Lazzaroni, nel 1972; Premio Campiello nel ’77 con Il Selvaggio di Santa Venere.
Un’opera letteraria crescente e vasta, fino al 1991, quando a Strati viene gratuitamente dato il diritto all’oblio. L’editore di sempre (Mondadori), si rifiuta di pubblicare Melina. Raccolta di racconti che pubblicherà poi con Piero Manni nel 2015.
La carriera di Saverio Strati incomincia una terribile discesa, fino a quando lasciato solo, senza neppure i libri, è costretto a chiedere il vitalizio riservato agli artisti per poter trascorrere dignitosamente gli ulti anni della sua vita, insieme alla oglie Hildegard Fleig.
Anagrammando il nome SAVERIO STRATI, che già in sé sembra avere tanto di romantico e suggestivo, il risultato che si ottiene è qualcosa di più romantico e trascendentale. “STAI RISERVATO”. Questo l’anagramma che Fra Diavolo (Carmelo Filocamo), compagno di studi e amico dello scrittore, coniò dall’analisi del suo nome. Ciò che Strati è sempre stato e consigliava di essere.
All’interno del saggio SAVERIO STRATI non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla, invece, uscito per i tipi Disoblio edizioni nel mese di agosto 2015, rimetto, con specifico intento, come risultato dell’anagramma, un più semplice e ridotto “STAI SERIO”.
Una forzatura voluta l’eliminazione di alcune lettere, per poter così ricalcare l’importanza del trattare SERIAMENTE la questione Strati. La SERIETA’ dei suoi scritti, riconducendoli alle(nelle) scuole, tra i più giovani. Il SERIO concetto espresso finanche dal professore Pasquino Crupi, secondo il quale, «Narratori di questa pasta speciale […].Dovrebbero essere custoditi in una nicchia, come i Santi».
Ho avuto la fortuna di conoscere Saverio Strati da ragazza. Venne a tenere una lezione nella mia scuola quando frequentavo ancora le elementari. Era la volta di Fiabe Calabresi e Lucane, scritte a quattro mani con il nostro comune amico, il prof. Luigi M. Lombardi satriani. Un incontro veloce. Uno appunto. Ché non si è mai più ripetuto. Un incontro tale a una passata di stagione, avrebbe detto mia madre. Abbondantemente madre, all’età di circa 30 anni, cercando tra gli scaffali di una libreria un buon libro da regalare a mio padre, ritrovo lo scrittore calabrese con il titolo di Tibi e Tascia. Un sussulto. Un lampo che mi coglie d’improvviso. Un ritrovamento spettacolare. Non avevo mai rimosso il nostro incontro, e in quel momento, più che mai, mi ritornava alla mente. Chiaro, nitido, come fosse la prima volta. Lessi poi, di Saverio Strati, in alcuni articoli di giornale, causa la condizione di indigenza in cui, quel grande scrittore, era costretto a vivere l’editore per il quale Strati scriveva, si era rifiutato di pubblicare i suoi scritti.
«Io, Saverio Strati sono nato a Sant’Agata del Bianco il 16 agosto 1924. Finite le scuole elementari, avrei voluto continuare gli studi ma era impossibile, perché la famiglia era povera. Mio padre, muratore, non aveva un lavoro fisso e per sopravvivere coltivava la quota presa in affitto. Io mi dovetti piegare a lavorare da contadino e a seguire mio padre tutte le volte che aveva lavoro del suo mestiere. Piano piano imparai a la­vorare da muratore. A 18 anni lavoravo da mastro mu­ratore e percepivo quanto mio padre ma la passione di leggere e di sapere era forte. Nel 1945, a 21 anni, mi ri­volsi a mio zio d’America, fratello di mia madre, per un aiuto. Mi mandò subito dei soldi e la promessa di un aiuto mensile. Potei così andare a Catanzaro a preparar­mi da esterno, prendendo lezioni da bravi professori, alla maturità classica. Fui promosso nel 1949, dopo quattro anni di studio massacrante. Mi iscrissi all’uni­versità di Messina alla facoltà di Lettere e Filosofia. Leggere e scrivere era per me vivere. Nel ’50-’51 co­minciai a scrivere come un impazzito. Ho avuto la for­tuna di seguire le lezioni su Verga del grande critico let­terario Giacomo Debenedetti. Dopo due anni circa di conoscenza, gli diedi da leggere, con poca speranza di un giudizio positivo, i racconti de La Marchesina. Con mia sorpresa e gioia il professore ne fu affascinato. Tanto che egli stesso portò il dattiloscritto ad Alberto Mondadori della cui Casa Editrice curava Il Saggiatore. Il libro La Marchesina ebbe il premio opera prima Villa San Giovanni. Alla Marchesina seguì il primo romanzo La Teda, 1957; alla Teda seguì il romanzo Tibi e Tascia che ricevette a Losanna il premio internazionale Vail­lon, 1960. Ho sposato una ragazza svizzera e ho vissuto in quel paese per sei anni. Da questa esperienza è nato il romanzo Noi lazzaroni che affronta il grave tema del­l’emigrazione. Il romanzo vinse il Premio Napoli. Nel 1972 tornato in Italia la voglia di scrivere è aumentata. Ho scritto Il nodo, ho messo in ordine racconti, apparsi col titolo Gente in viaggio con i quali vinsi il premio Sila. Negli anni 1975-76 scrissi Il Selvaggio di Santa Venere per il quale vinsi il Supercampiello, nel 1977. A questo libro assai complesso seguirono altri romanzi e altri premi. Il romanzo I cari parenti ricevette il premio Città di Enna; La conca degli aranci vinse il premio Cirò; L’uomo in fondo al pozzo ebbe il premio città di Catanzaro e il premio città di Caserta. Nel 1991 la Mondadori rifiutò, non so perché, di pubblicare Melina già in bozza e respinse l’ultimo mio romanzo Tutta una vita che è rimasto inedito. Con i premi di cui ho detto e la vendita dei libri avevo risparmiato del denaro che ho usato in questi anni di silenzio e di isolamento. Ora quel denaro è finito e io, insieme a mia moglie mi trovo in una grave situazione economica. Perciò chiedo che mi sia dato un aiuto tramite il Bacchelli, come è stato dato a tanti altri. Sono vecchio e stanco per il tanto la­voro. Sono sotto cura, per via della pressione alta. Esco raramente per via che le gambe a momenti mi danno se­gni di cedere. Nonostante questi guai porto avanti il mio diario cominciato nel 1956. Ho inediti, fra racconti e diario, per circa 5000 pagine. La mia residenza è a Scandicci.
Saverio Strati
Post Scriptum: Devo aggiungere che avendo editore alle spalle e libri da pubblicare e da ristampare, non mi sono preoccupato a organizzarmi per avere una pensio­ne, un’assistenza nella vecchiaia. Non ho, da anni, una collaborazione a giornali o a riviste. Perciò non ho nes­sun reddito e quindi è da tre anni che non faccio la di­chiarazione dei redditi. Faccio inoltre presente che alcu­ni dei miei romanzi sono tradotti in francese, in inglese, in tedesco, in bulgaro, e in slovacco e in spagnolo (Ar­gentina). Miei racconti sono apparsi in riviste cinesi e in antologie dedicate alla narrativa contemporanea italiana: in Germania, in Olanda, in Cecoslovacchia e in Cina».
Scrissi a Saverio Strati più volte. Mai nessuna risposta. Ero arrivata tardi. La solitudine in cui l’avevano costretto i salotti letterari italiani e la sua stessa Calabria, l’aveva annullato dal resto del mondo. Reso diversamente uomo. Stranamente scrittore. Neppure più Saverio.
Lo considerai come un martire tra gli scrittori. Troppi abbandoni che non meritava. Troppa umiliazione subita. Fino a che lessi, con profonda commozione, la disperazione di un uomo diventato scrittore di nome Saverio Strati, in quell’accorata lettera perché gli concedessero la Bacchelli, affinché gli fossero lievi gli ultimi anni della sua vita.
Ma uno scrittore non lo si può far morire così. Non d’abbandono.
Da autodidatta incominciai un’approfondita ricerca su Strati. L’identità. L’appartenenza. Le opere. I luoghi, le persone, le cose, il paese… Lessi i suoi libri con la stessa attenzione che da bambina riservavo alle favole. Intraprendendo un profondo studio sulla sua narrativa.
Saverio Strati era l’ultimo autore vivente del 900 italiano. Mi innamorai di lui, tale e quale a una figlia che si innamora del padre; una nipote che si innamora del nonno. Le sue storie non erano fantasie. Le sue donne non erano solo storie. I suoi racconti non erano invenzioni. E le sue realtà erano racconti. La sua vita, le sue idee, i suoi libri mi hanno rapita. Si son presi il cuore. Di donna, di madre e pure di scrittrice. Smuovendo, con impeto e seduzione, la mia coscienza (di calabrese), facendo vivere e rivivere in me il senso vero dell’appartenenza che sempre mi aveva legata alla terra di mio padre. A Strati devo ridare una memoria. Me lo sono promessa. E nel cuore l’ho promesso anche a lui. Glielo deve la Calabria, della quale spesso e volentieri, con coraggio, mi faccio voce. Glielo deve la Toscana, dove ha vissuto oltre 50 anni di libri e di vita. L’Italia glielo deve, per averla raccontata in tante lingue del mondo. E l’editoria più di tanti altri, glielo deve. Se solo qualcuno mi avesse insegnato a conoscerlo nei modi e nei tempi adeguati come era giusto che fosse, Saverio Strati, il mio interesse per l’epopea stratiana, sono certa, sarebbe incominciato molto prima.
Saverio Strati non è stato un meridionalista. Strati non ha difeso a spada tratta il Meridione quale luogo di appartenenza e provenienza. Non lo ha mai fatto per prese di coscienza, o partito preso. Saverio Strati in tutta la sua opera, si fa Meridione e come tale racconta i luoghi, le persone le cose, raccontandosi. La voce narrante che predomina nei suoi libri non è quella di un uomo cresciuto in Calabria; non è quella dello scrittore con vissuti e spaccati meridionali. La voce narrante nei libri di Saverio Strati è la voce del Meridione in persona. È la voce della gente reale, vissuta a Meridione, che chiede di essere ascoltata e raccontata. Gente che con il lavoro delle braccia, i sacrifici, i pianti, le partenze, gli stenti ossessi e anche la morte, ha sempre dato vita a un Meridione fatto di popoli umani. Una terra che ogni qualvolta ha voglia di essere raccontata, chiama. E Saverio Strati ha risposto sempre a tutte le chiamate della terra, facendosi egli stesso Meridione. E non per definizione. Egli, Meridione lo era. La sua opera letteraria lo è. La sua poetica contadina, lo è. I suoi libri non narrano di favole ghettizzate a Sud, ma bensì divengono custodie di storie vere in continuo viaggio verso i Sud del mondo.
Un premio Campiello piovuto sul Sud come le stelle in una notte d’inverno.
«So bene che il mio successo ha dato fastidio a molti letterati di potere». – dice Strati in una sua intervista del settembre del 1977 concessa a Stefano Lanuzza – «Una vera beffa che, tramite il loro premio borghese, io abbia avuto il modo di farmi conoscere dal grande pubblico. I giudici del Campiello non avevano immaginato che il mio libro potesse vincere il premio: altrimenti non lo avrebbero ammesso nemmeno nella cinquina finalista. Ho visto il disappunto e la contrarietà dipingersi sul viso di tanti notabili del mondo letterario. Questo come puntuale conseguenza del paternalismo imbarazzato che può accompagnare il non poter fare a meno di met­tere nella rosa finale l’opera d’uno scrittore proletario del Sud, pubblicato da un grosso editore. Nessuno dei signori suddetti si è degnato, dopo l’assegnazione del premio, non dico di complimentarsi con me, ma anche solo di dichiarare la propria adesione al mio libro. Con divertimento, ho assistito al ridicolo mimetismo di gen­te che evitava di salutarmi per non compromettersi…»
Strati ha sempre amato senza mezze misure, la sua terra.
«La Calabria la porto dentro di me da sempre e fino a quando le forze me lo hanno consen­tito sono ritornato a vederla, a goderla. La Calabria dei suoi mari, del cielo che è sempre sopra di me, delle montagne. La Calabria degli emigranti come io sono stato, di tutti i lavoratori […]».
Un amore incondizionato. Viscerale. Troppo inquieto ed esigente. In Calabria Strati ci è nato, e presuntuosamente, seppure è deceduto a Scandicci, in Calabria dico che Strati ci è anche morto. Non serve un luogo fisico, geograficamente stabilito in un certo angolo del mondo, per dire che si muore dove si nasce. Saverio Strati è morto altrove è vero, ma con la Calabria dentro al cuore. Risulta essere lui, uno di quei calabresi che pur andando via, dalla Calabria non è mia partito. Il rapporto che la Calabria stringe con Strati però, è un’altra cosa. È un rapporto difficile quello che la terra ha vissuto con lo scrittore. Riservato, schivo. Taciturno. Vicino e lontano insieme, presente e assente. Un rapporto di odio e di amore. Quasi selvaggio, che descrive Saverio Strati nei suoi viaggi di ritorno in Calabria, come il figlio non riconosciuto. Colui che assume sulle sue carni il volto dell’emigrante dimenticato.
La Calabria infatti, non ha mai esultato per l’opera stratiana. Né mai gioito per i successi dello scrittore, non comprendendo che quelli vissuti da Strati erano invece i successi della Calabria stessa. Il riscatto di una terra che partiva dalla cultura, questo incarnava Saverio Strati. Ma l’oblio a cui è stato condannato, lo ha condotto a vivere la più alta soglia di solitudine che possa spettare a un uomo, di più a uno scrittore. Prima di morire, in piene facoltà mentali, Saverio Strati espresse fermamente la volontà di essere cremato e solo dopo diffondere la notizia della sua morte. Si condannava, Saverio Strati. Tanto da voler lasciare la terra in silenzio. Forse con lo stesso silenzio che aveva lasciato la Calabria, tanti anni addietro. Il silenzio della morte. L’eterno silenzio.
Questa terra, oggi, credo abbia un profondo debito nei confronti dello scrittore santagatese. Riconosciamo almeno le sue opere. Riaccendiamo i riflettori sulla sua produzione letteraria. Quei libri che narrano niente altro che la nostra storia. Quella reale. La stessa che Strati ha vissuto sulla sua pelle e ha scritto con coraggio e sapienza, perché non venisse mai dimenticata. Ricordando al mondo che c’è gente che vive al Sud. E noi viviamo.
C’è una Calabria ancora oggi, che è madre di tanti Tibi e di tante Tascia. Per ogni Tascia che resta c’è un Tibi che parte. Per ogni Tibi che parte, una Tascia resta. La dualità tra il restare a Sud pur avendo desiderio di partire e il partire dal Sud, pur avendo voglia di restare.
C’è un’Italia che ha bisogno di ricondursi alle origini. E i libri di Saverio Strati sono una buona opportunità di rinascita. L’opportunità giusta per ricominciare a riprendersi se stessi partendo dall’appartenenza.
A un giovanissimo italiano, che volesse iniziare a innamorarsi di Saverio Strati, e dell’abbondanza della sua opera, quale fonte di conoscenza e scrigno di memoria, consiglierei, prima, di soddisfare qualche piccola curiosità sullo scrittore, informandosi su quella che è stata la sua vita di uomo calabrese e calabrese emigrato.
Ad un ragazzo delle scuole elementari consiglierei di leggere Il Natale in Calabria. Breve, conciso, definito. Per quanta dolcezza e tenera affettuosità contiene il Natale nella vita delle famiglie del Sud, così come viene narrato da Saverio Strati. Consiglierei invece a quest’età di farsi leggere da un padre o una madre, Tibi e Tascia. Per le conclusione, che giunti all’ultima pagina, entrambi trarrebbero allo stesso modo.
Ad uno studente delle scuole medie, consiglierei I Cari Parenti. Un libro dove diviene protagonista nel bene, nel male e nella satira quotidiana, l’essenzialità della famiglia, quale luogo di vita e di memoria. Unica fonte di appartenenza alla quale attingere per continuare la vita che da questa stessa famiglia parte.
Ad un giovane delle scuole superiori invece, suggerirei II Selvaggio di Santa Venere. Un libro forte, un premio Campiello, un eccesso di verità che Strati racconta con una saggezza e una tempra uniche. Un’opera scritta nel ’77 ma che oggi, nel 2015, risulta essere ancora il prodotto di una realtà tangibile ed esistente. Attuale. Una terra che inibisce. Una società che vuole adeguarsi a un sistema che però rende fragili soprattutto i giovani, irriconoscibili di fronte a se stessi, i quali avvertono l’esigenza di un riscatto visto esclusivamente nella fuga da una terra che opprime. Una terra che però assieme ai padri, aspetta e spera. E ancora consiglierei La Teda, qualora si avesse desiderio di ascoltare, leggendo, i rumori dell’acqua, della fame e della miseria, che colpiscono un paese estremo come Terrarossa. Tutti libri che riportano con saggia semplicità alla quotidianità della vita vissuta. Una vita raccontata ieri che risulta essere pari e patti a quella di oggi.
A tutti i giovani calabresi invece, un consiglio di vita, come scrittrice e come madre: “pretendete di conoscere voi stessi. La vostra storia. Valorizzate il senso dell’appartenenza. Difendete Il Sud. Il Nord. Il paese, difendete. E che questo non sia solo luogo ma stato d’animo. Fatevi lasciare dagli altri un futuro migliore e non date mai in prestito il vostro perché questi se ne servano tragicamente. Pretendete che vi si insegni tutto di voi. Che vi si faccia conoscere le vostre origini. I fatti e i misfatti delle vostra terra. Gli uomini e le donne. I luoghi. I libri. Gli scrittori. Saverio Strati.
«La lettura – diceva il maestro Michele – è un atto di coraggio. – Ricordate che leggendo sarete sempre un passo avanti agli altri – diceva. – I miei genitori non sanno leggere. Nessuno gli ha insegnato a leggere. Mio padre dice che la sua scuola è stata la terra. Non servono parole nella terra. Braccia servono. E duro lavoro. La lettura – dice – ti farà pure scienziato figliolo. Ma solo la terra ti renderà forte. Impara a lavorarla e capirai -. E io la lavoro la terra, signor maestro. Ma non mi accorgo di nulla. Ogni giorno dato alla terra, è una pagina di libro in meno. Un giorno senza storie è un giorno morto. Morto, capisce!? – La terra custodisce tesori quanto i libri, Leo. Continua a leggere. Insegna a tuo padre, nella terra, ciò che impari dai libri. Faglieli conoscere, i libri. Un giorno, vedrai, anche lui si accorgerà che i libri nascono tutti dalla terra. La stessa che lui omaggia e lavora. E quel giorno sarà orgoglioso di te, Leo. Di te che la sua terra, hai imparato come custodirla». (gsc)

Di fronte alla via Marina di Reggio, un tesoro archeologico da portare a galla

Che lo Stretto di Messina fosse un gigantesco deposito di reperti archeologici di grande valore lo si era sempre sospettato (si pensi alle due teste di bronzo rinvenute a Cannitello), ma adesso è una certezza. Nei giorni scorsi, infatti, nel mare prospiciente la Via Marina, tra il monumento a Vittorio Emanuele e il Lido Comunale, sono state svolte attività di ricerca e documentazione di un giacimento di anfore antiche situate ad una profondità compresa tra i 40 e i 50 metri.

Il giacimento era stato segnalato già nel 2017 alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, da due sub, Demetrio Serranò e Francesco Sesso. Pochi mesi dopo la segnalazione la stessa Soprintendenza aveva richiesto la collaborazione della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia per una prima valutazione. Durante il primo sopralluogo, avvenuto il 25 maggio 2017, è stata rinvenuta una varietà di reperti, con un’ampia forbice temporale tra il IV sec. a.C. e il V/VI sec. d.C., riferibili a probabili naufragi di più navi che trasportavano anfore e altri manufatti e materiali.

Il giacimento archeologico, allo stato attuale contiene anfore integre, parzialmente integre o frammentate, con reperti non individuati al primo sopralluogo subacqueo. Individuati anche frammenti lignei, porzioni di fasciame, pertinenti ad almeno un relitto. Solo dopo il recupero dei reperti sarà possibile attribuire l’epoca di appartenenza.

L’area è stata “transennata” ed è stata richiesta alla Capitaneria di Porto l’emanazione di Ordinanza Interdittiva dello specchio di acqua interessato alla pesca, ancoraggio attività subacquea e, più in generale, a tutte le attività che possano arrecare danno al sito archeologico sommerso.

Grande apprezzamento è stato espresso dal Salvatore Patamia, Segretario Regionale Mibac per la Calabria, per l’impegno dei sommozzatori dei Carabinieri coordinati dell’archeologa subacquea Alessandra Ghelli e dal maresciallo Domenico De Giorgio del Nucleo CC Subacquei di Messina, coadiuvato da Raffaele Di Pietro,  Cosimo Barnaba,  Biagio Ferrante,  Attilio Milana,  Bruno Messineo, Raffaele Ortu. (rrc)

Lo straordinario video realizzato dai Carabinieri Subacquei (courtesy ReggioTv)

ecco cosa c'è nel fondale antistante il lungomare di Reggio Calabria

E' qualcosa di #sensazionale ciò che si trova nello specchio di #mare antistante il lungomare di Reggio Calabria. Dopo le nostre indiscrezioni dei giorni scorsi, arriva la conferma del Segretariato Regionale MiBAC per la Calabria

Posted by ReggioTV on Tuesday, 13 August 2019

L’intervista del direttore di ReggioTv Francesco Chindemi a Salvatore Patamia:

Un parco archeologico marino, nel fondale antistante il lungomare di Reggio Calabria

Reggio Calabria. Un vero e proprio parco archeologico marino. E' ciò che si cela nel fondale antistante il #lungomare di #ReggioCalabria e proprio a ridosso del centro cittadino. Ne abbiamo parlato con il Segretario del Ministero per i Beni Culturali per la Calabria il Dottor Salvatore Patamia

Posted by ReggioTV on Wednesday, 14 August 2019

47 anni fa la scoperta dei Bronzi di Riace. Il racconto del “tesoro del MArRC”

Sono passati 47 anni dal quel memorabile 16 agosto, giorno in cui il sub romano Stefano Mariottini avvistò i due capolavori a poche centinaia di metri dalla spiaggia ionica. Venerdì 16 al MArRC il racconto di quella magnifica giornata.

«I Bronzi di Riace – ha dichiarato Carmelo Malacrino, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria – rappresentano i meravigliosi capolavori del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria e attraggono ogni giorno centinaia di visitatori da ogni parte del mondo». 

«Tutti i maggiori studiosi dell’arte antica – ha proseguito il direttore Malacrino – si sono cimentati alla scoperta dei loro vari aspetti, dall’artista che li ha prodotti e alle figure che rappresentano. Ma loro ancora conservano e riservano i tanti misteri della loro bellezza. Il MArRC non è solo Bronzi di Riace. I nostri ospiti giungono al museo immaginando di trovarvi solo le due magnifiche statue e invece, attraverso migliaia di reperti esposti, scoprono una storia straordinaria, che è quella della Calabria antica».

La giornata di venerdì 16 sarà, appunto, dedicata interamente ai Bronzi di Riace, per celebrare il momento della loro scoperta. Si inizierà al mattino, quando il direttore Malacrino accoglierà lo scopritore Stefano Mariottini nella suggestiva cornice della Sala Bronzi per un collegamento in diretta con Rai Uno

Nel pomeriggio, gli appuntamenti proseguiranno alle 18.00, in Piazza Paolo Orsi, con l’incontro I Bronzi di Riace. Capolavori dell’arte greca, insieme al direttore Malacrino e a Daniele Castrizio, membro del Comitato Scientifico del Museo ed grande studioso dei Bronzi di Riace.

I Bronzi di Riace sono due statue di bronzo di provenienza greca o magnogreca o siceliota, databili al V secolo a.C., pervenute in eccezionale stato di conservazione. Considerate tra i capolavori scultorei più significativi dell’arte greca, le statue sono diventate uno dei simboli della città di Reggio Calabria.

Le due statue, indicate come Statua A (che raffigura un oplita) e Statua B (che rappresenta un re guerriero), furono portate in superficie in 21 e il 22 agosto, furono sottoposte a interventi di restauro – prima a Reggio e poi in Toscana, al Centro di Restauro della Soprintendenza della Toscana – che durarono per ben cinque anni.

In foto i Bronzi di Riace, il cui nome scientifico è Polinice (Statua A) ed Eteocle (Statua B)

Le ipotesi sulla provenienza, sulla datazione e sugli autori delle statue sono diverse. Risalenti probabilmente alla metà del V sec. a.C., si è supposto che i Bronzi fossero stati gettati in mare durante una burrasca per alleggerire la nave che li trasportava o che l’imbarcazione stessa fosse affondata con le statue.

Nonostante le ipotesi e le incognite, è certo che la somiglianza tra loro è talmente evidente da rendere sicura la loro ideazione e realizzazione da parte di un medesimo Maestro, e che il loro stile rimanda a stilemi dorici, propri del Peloponneso e dell’Occidente greco.

Come si legge sul sito del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, infatti, «le due statue sono state certamente eseguite ad Argo, nel Peloponneso, come ha dimostrato l’esame delle terre di fusione eseguito dall’Istituto Centrale del Restauro di Roma» e, «trattandosi di un gruppo statuario posto ad Argo, come testimoniano le terre di fusione, esso abbia a che fare con il mito dei Sette a Tebe, narrato da molti poeti e tragediografi antichi, che si pone come il “mito nazionale” argivo, mentre altrove i sette condottieri non ricevettero mai un culto pubblico come eroi». (rrc)

 

 

 

Scilla Jazz Festival, la musica, il mito e la suggestione di un successo annunciato

Stasera chiude Scilla Jazz festival, un’edizione che rimarca la validità della formula ideata dall’Associazione Be Art di Francesco Barillà per un evento che, meritoriamente, ha avuto il giusto sostegno del Comune. Un magnifico evento che merita di entrare nel novero delle più importanti manifestazioni jazzistiche italiane. Complici anche la suggestione di Scilla, il mito e l’ottima musica offerta da grandi esecutori, tra cui Nicola Sergio, originario di Galatro, francese di adozione.

Sicuramente, le note appassionate del pianoforte di Nicola Sergio e del sax di Michel Rosen evocano il mito. E Scilla sembra affacciarsi dalle onde e accostare l’orecchio per sentire la canzone che il pianista  le ha dedicato. È il racconto, ancora una volta, della sua leggenda: quello della ninfa innamorata trasformata in terribile mostro che imperturbabile uccide chi si avvicina alla costa calabrese. È successo al concerto del duo Sergio/Rosen, artisti già compagni di tante avventure in musica che si sono esibiti nello scenario unico per bellezza ed atmosfere nel cortile del Castello Ruffo. Un ritorno non casuale quello di Nicola Sergio.

Per introdurre il concerto, il direttore artistico Barillà ha condiviso con gli spettatori un aneddoto che chiarisce il senso magico e speciale della serata. «Nicola Sergio è stato ospite della prima edizione del festival, mi ha lasciato un disco del quale continuavo ad ascoltare la traccia numero cinque. Lo facevo in macchina, la ascoltavo e riascoltavo a ripetizione. Senza neanche avere letto la copertina. Quando ho rincontrato il maestro mi sono complimentato per quella canzone e lui mi ha confessato il titolo del brano “Scilla”».

Il pubblico comprende immediatamente che ci sono le premesse per una serata di musica indimenticabile. Sergio è un pianista e compositore che ha lasciato la sua terra nel 2008 per vivere nell’oasi francese del jazz, Parigi, ma il cuore e l’anima sono saldamente ancorati alla sua terra d’origine e lo confermano le sue composizioni.

«La lontananza – confessa Sergio agli spettatori ha rafforzato il sentimento di amore per la mia terra». Accanto lui Michael Rosen, gigante dal punto di vista fisico e musicale, originario dello stato di New York, ha studiato alla Berklee School of Music, dove ha vinto una borsa di studio. Dopo un tour nel nostro Paese con pianista Delmar Brown nel 1987, decide di stabilirsi in Italia.  Ha inciso dischi con Enrico Rava, Franco D’Andrea, Roberto Gatto, è stato chiamato per alcuni concerti dell’Orchestra della Scala. Ed ha collaborato con Mina, Celentano, Concato, Rossana Casale, Renato Zero, Giorgia. Rosen e Sergio hanno suonato nel disco “Cilea mon amour”, rivisitazione in stile jazz delle principali arie del compositore Francesco Cilea, registrato nel 2009 con la NauRecords.

Le note di “Un quadro”, aprono il concerto, ispirate da un quadro infernale, unico arredo in una stanza a Parigi nella quale, spiega Sergio, c’erano solo un letto e un pianoforte a coda. E poi “Parfum” e “Il poeta romantico”, composizione dedicata a Enrico Pierannunzi che Nicola Sergio definisce “papà artistico”, segue la vivace “Seven six”. Commuovono per la bellezza e la semplicità gli arrangiamenti puliti di due omaggi alla melodia italiana “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco e la straordinaria “Almeno tu nell’Universo”, un «Piccolo omaggio ai più grandi cantautori della storia». Poi “Frank Zop” e l’omaggio al matto del villaggio, «un uomo piccolo e bassino che era convinto di essere un grande pugile e che si offriva per insegnarci a boxare». La chicca è “Nemesis”, nata dai frammenti di note recuperate da pergamene dall’università di Oxford, quasi come fossero tracce di dna. Da questi spunti parte la ricerca musicale per creare gli arrangiamenti e che, anticipa il pianista, porterà ad un disco, una produzione reggina per quintetto. E poi cala il silenzio e arriva “Scilla”, composizione del 2003, spiega Sergio, incisa solo nel 2010.

Nicola Sergio e Michael Rosen
Nicola Sergio e Michael Rosen al Castello Ruffo di Scilla

“Scilla” è presentata con encomio e lodi da Rosen che evidenzia «Negli anni ha accumulato produzione musicale ma questo brano lo propongo sempre perché trovo che sia una melodia perfettamente costruita e poi è ispirato da un posto magnifico, quello in cui ci troviamo adesso». Perché “Scilla” è estasi, è la musica che parla senza pronunciare sillabe, è il posto in cui l’anima riesce a toccare, seppur per qualche istante, la felicità. È un oasi che porta via dal materiale e trasporta in una dimensione in cui l’onirico riesce a prender per mano l’ascoltatore.

Una giornata intensa di musica dunque e impregnata di forti emozioni che era iniziata nel tardo pomeriggio con l’esibizione della “Mediterranean Latin Soul Band” con la voce di Carla Andaloro, con i cori di Noemi Rugolino, alla chitarra e tres: Chiara Rinciari, Davide Scopelliti alla tromba e Sebastiano Insana al trombone, Antonio Romeo al piano, al basso Roberto Aricò, Claudio Paci alle percussioni e Michele Misale alla batteria. “Chan chan” di Buena vista social club è il primo piccolo antipasto che apre la pista a salsa, rumba e baciata. «Siamo un’anima che vive e palpita dal Sud America – chiarisce la cantante/portavoce del gruppo affiatato – il nostro cuore batte di questi ritmi». E il pubblico intona prima “Stand by me” e la romantica “Historia de uno amor” e “Guantanamela”. (rs)

La Calabria che produce ed esporta cultura: successo dei Pagliacci a Benevento

La Calabria che produce ed esporta cultura è una magnifica realtà, grazie anche al Festival Armonie d’Arte, che ha realizzato la messa in scena di Pagliacci di Leoncavallo al Parco Scolacium riscuotendo un larghissimo successo e lo ha riproposto al prestigioso Festival di Benevento. Il grande tributo di pubblico che ha decretato il nuovo successo del concept di Chiara Giordano, direttrice e “motore” di Armonie d’Arte, è la conferma che questa terra, talentuosa, sa farsi valere in tutti i campi, incluso quello culturale. L’idea della Giordano – ormai già di qualche anno –  di produrre e non solo offrire comunque validissime proposte teatrali, musicali e culturali nell’ambito di Armonie d’Arte, risulta, dunque, oltremodo vincente anche nel cosiddetto “export di cultura” e il lusinghiero successo sottolinea come si debba ripensare – appunto sul modello vincente della Giordano – il modo di “fare” cultura in Calabria. Esistono risorse umane di grande pregio, artisti, intellettuali e giovani promesse che aspettano di avere l’opportunità di emergere, farsi notare, offrire il proprio – validissimo – contributo in termini di immagine, notorietà e lustro alla terra che li ha visti nascere. La Calabria deve – e può riuscirci – modificare gli stereotipi negativi che, troppo facilmente e ingiustamente, le sono spesso assegnati. C’è una civiltà millenaria alle spalle: qui è nato il Teatro, nella Magna Grecia si è sviluppata l’arte, la cultura, la conoscenza, ci sono tradizioni antiche che da sole danno splendore a questa terra, occorre potenziare questo volano di crescita che la cultura è in grado di assicurare. Quindi, applausi alla direttrice Giordano e al suo Festival che onora la Calabria e offre importanti chances ai suoi figli migliori. (s)

Chiara Giordano e Vittorio Sgarbi

La messa in scena di “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, con la firma di Armonie d’Arte Festival, ha conquistato anche il pubblico del prestigioso Festival di Benevento, promosso dalla Regione Campania, in collaborazione con il Mibact. Un successo strepitoso, con applausi a scena aperta, per la replica nell’area archeologica del Teatro Romano di Benevento, nell’ambito del festival, che gode della direzione artistica di Vittorio Sgarbi.

“I Pagliacci“ a BeneventoL’elegante e raffinata lettura dell’opera di Leoncavallo, che racconta di un tragico femminicidio nelle terre calabresi, ha incontrato il favore degli spettatori, confermando la bontà dell’intuizione della direttrice artistica di Armonie d’Arte Festival, nonché ideatrice dell’allestimento Chiara Giordano, nella costante attenzione a coniugare la cifra estetica a una riflessione etica sui temi del nostro tempo, su quelli di maggiore rilevanza e impatto sociale. Nato per abitare in modo naturale i luoghi della Cultura e del Patrimonio, con i suoi “Pagliacci”, Armonie d’Arte Festival ha ritrovato nel Teatro Romano di Benevento il luogo ideale per una rappresentazione dell’opera di Leoncavallo di grande impatto scenico ed emotivo, sia per l’elevata qualità del cast che ha interpretato i personaggi principali, Rossana Potenza, Alberto Mastromarino e Piero Giuliacci nei ruoli dei protagonisti, sia per l’impostazione che, rifuggendo da troppo specifiche contestualizzazioni storico-culturali, pur con rimandi essenziali alla dimensione temporale dell’epoca in cui è ambientata la vicenda, ha voluto, anche e soprattutto attraverso le magnifiche coreografie del geniale Filippo Stabile, mettere in scena l’essenzialità del dramma, strizzando l’occhio a Pirandello e alle tragedie greche e alla loro parlare ancora, sempre e in modo pregnante all’attualità.

Ottima prova l’esecuzione dell’orchestra diretta dal maestro Leonardo Quadrini, pieno l’impatto sonoro del Coro dell’Opera Puglia. Magnifico il trucco di scena di Marco Manfredini che ha aggiunto quel tocco di colore, sapientemente valorizzato dalle luci del light designer Sebastiano Romano. Lo stesso Vittorio Sgarbi, al termine dell’opera, ha espresso parole di elogio per il concept dell’allestimento di “Pagliacci” e per l’elevata qualità artistica del prodotto. Un successo tale da aver procurato all’opera made in Calabria ulteriori proposte di repliche dello spettacolo sia in altre regioni italiane che all’estero, in Olanda.

"I Pagliacci" a Benevento nell'edizione di Armonie d'Arte
“I Pagliacci” a Benevento nell’edizione firmata da Chiara Giordano per Armonie d’Arte Festival

«Il successo di “Pagliacci” a Benevento – ha commentato Chiara Giordano – mi inorgoglisce particolarmente, perché ci siamo misurati non solo sulla produzione originale che il nostro festival sperimenta da anni, ma anche sulla distribuzione. Il nostro allestimento di “Pagliacci” è stato accolto molto favorevolmente, il che significa che la Calabria è in grado non solo di ospitare la Cultura nelle sue varie forme, ma di esportarla, divenendo punto di riferimento e di confronto a livello nazionale e internazionale. Fondamentale la sinergia artistica con Vittorio Sgarbi, già avviata lo scorso anno e oggi cementata da questo nuovo successo. Un incontro fecondo per le possibilità che schiude. Ora, forti dei risultati ottenuti finora, le nostre forze sono concentrate sull’altra grande nostra produzione che è l’immortale “Tosca”, che andrà in scena il prossimo 23 agosto sempre a Scolacium». (rrm)

Penalizzato il porto turistico di Sibari. Gianluca Gallo: niente fondi dalla Regione

Sibari e il suo porto turistico dimenticati dalla Regione? Secondo il consigliere regionale Gianluca Gallo (CdL) «La giunta Oliverio finanzia tutti i porti, e pensa a costruirne di nuovi, ma non scuce un centesimo per i Laghi di Sibari».

Gallo anticipa le intenzioni future della Cittadella: utilizzare gran parte dei fondi nazionali della portualità per realizzare nuovi insediamenti portuali, senza attivarsi per l’unico – tra quelli esistenti – ai quali non ha mai destinato un centesimo: il porto turistico sibarita. «Già nel 2017 – ricorda il capogruppo della Cdl – l’attuale governo di centrosinistra escluse incredibilmente i Laghi di Sibari dalla ripartizione delle somme poste a bando per lo sviluppo delle reti di mobilità sostenibile. Nei mesi successivi, anche i progetti ammessi ma non finanziati ricevettero sostegno economico: soltanto Sibari rimase al palo, poiché ritenuto centro nautico di interesse non regionale. Ed il tutto nonostante le promesse e gli impegni del presidente Oliverio».

Una situazione, sostiene Gallo, «intollerabile e che sarebbe assurdo ed anche giuridicamente illogico replicare ora, per come purtroppo rischia di avvenire: nel 2018, grazie ad una legge da me promossa, la Regione ha finalmente riconosciuto la navigabilità del canale Stombi, che lega al mare aperto i Laghi, e grazie ai miei emendamenti attraverso la legge di stabilità ha deciso di finanziarne i lavori di manutenzione con somme attualmente ancora insufficienti, ma comunque maggiori rispetto alle previsioni iniziali. Eppure, neanche questo basta a convincere Oliverio della necessità di considerare nella programmazione regionale il porto sibarita».

Lo attesterebbe, continua l’esponente della Cdl, «l’intenzione di spendere i fondi nazionali per la portualità ovunque e per chiunque, tranne che per Sibari». Dal generale al particolare: «La Regione ha a disposizione una sessantina di milioni di euro: poco più di 21 sono destinati ai porti convenzionati. Altri 31, invece, saranno riservati sulla carta ad altre iniziative, mentre 7 non sono destinate a coprire alcun investimento. Stando alle previsioni già elaborate dagli uffici, però, anche in virtù del gioco delle economie, circa un terzo dei 60 milioni, se non di più, potrebbero rimanere senza destinazione. Da qui l’idea della giunta regionale di reinvestirle per creare nuovi insediamenti portuali. Una volontà legittima, non fosse che ancora una volta a tutto si pensa tranne che a Sibari».

Da qui la richiesta di Gallo: «Oliverio chiarisca: a dispetto delle sue passerelle e degli impegni presi e non mantenuti per i Laghi, gli unici soldi che la Regione garantisce al centro nautico sibarita, su spinta di un consigliere di opposizione, sono quelli per la manutenzione dello Stombi, peraltro anche insufficienti alla bisogna. Dopo il ripristino della navigabilità del canale, è l’ora di scoprire le carte e capire se per Sibari si abbiano idee di sviluppo concrete o se invece si provi a vendere, come al solito, aria fritta. Attendiamo chiarimenti. In mancanza, presenterò un’interpellanza perché della questione, prima della fine della legislatura, si discuta ufficialmente in Consiglio regionale. In ogni caso, a Sibari ed ai Laghi penserà nella maniera adeguata il futuro governo regionale, di cui Oliverio sarà all’opposizione». (rcz)

Il rock di nuovo grande protagonista nel Catanzarese a Martirano Lombardo

Il nome dell’evento già la dice tutto: si può organizzare un festival rock a Martirano Lombardo? La risposta che viene dalla magnifica riuscita della manifestazione è certamente positiva. Dunque, un’altra edizione da incorniciare per il RockOn Martirano Lombardo, la rassegna promossa dall’omonima associazione del piccolo centro catanzarese che quest’anno ha messo a segno l’ennesimo colpo aggiungendo a un curriculum già prestigiosissimo un nuovo importante tassello, una band rivelatasi un autentico spartiacque nella storia della musica rock. Fondati da due icone come Lee Brilleaux e Wilko Johnson nella grigia Canvey Island, famosa per un grande termale petrolifero e per le industrie petrolchimiche, i Dr. Feelgood, negli anni ’70, hanno riportato in auge il sound della british invasion grazie a un torrido mix di rhythm’n’blues, rock’n’roll  e beat, declinati secondo un’adrenalina e un’attitudine da punk ante litteram.

Dr.Feelgood
I dr.Feelgod in scena al RockOn di Martirano Lombardo

Padrini inconsapevoli della rivoluzione del ’77, furono i pionieri di quel glorioso genere definito pub-rock, che gettò le basi per la carriera di altri grandi protagonisti di quella new wave più vicina al blues revival (Graham Parker con i Rumours, Elvis Costello, Joe Jackson e Nine Below Zero). Le loro origini fieramente proletarie e le loro leggendarie esibizioni dal vivo, adrenaliniche, torrenziali e prive di fronzoli, li imposero come autentici working class heroes, osannati da chi, da lì a breve, avrebbe trovato una nuova valvola di sfogo nel punk. Un’attitudine rimasta inalterata nel corso del tempo, come testimoniato dall’esplosivo show, in esclusiva regionale, a Martirano Lombardo, probabilmente uno dei set più coinvolgenti che la rassegna martiranese abbia mai ospitato.
Non un semplice concerto ma un autentico greatest hits ad alto voltaggio, suonato con incredibile classe ed energia da una band che, nonostante gli anni e il viaggio estenuante, ha dimostrato di non aver perso un briciolo di quella furia iconoclasta in grado di aggiornare il rock’n’roll ai tempi del punk, recuperandone l’urgenza espressiva in un contesto musicale dominato dalle soluzioni cerebrali di prog e art-rock.
“Roxette”, “She Does It Right”, “Going Back Home”, “I Can Tell”, “Shotgun Blues”, “Drives Me Wild”, “Down At The Doctors”, “Mad Man Blues”, la super hit “Milk And Alcohol”: sono solo alcuni dei grandi classici targati Dr.Feelgood ad aver incendiato Piazza Matteotti, mai così viva e scatenata, trascinata dal sound dirompente di quattro pub rockers di razza come i veterani Kevin Morris e Phil Mitchell, sezione ritmica sempre quadrata e precisa, Steve Walwyn, gran protagonista della serata con la sua Telecaster di stampo texano, e Robert Kane, frontman carismatico e animalesco, dotato di una presenza scenica capace, tra un ululato e l’altro, di non far rimpiangere la fisicità e l’appeal del compianto Lee Brilleaux, scomparso prematuramente nel 1994. Una lezione da primi della classe su cosa significhi fare musica dal vivo. Questione di stile.

Mat Pascale And The Walking Blues Band
Mat Pascale and The Walking Blues Band a Martirano Lombardo alla rassegna RockOn

L’entusiasmante live dei Dr.Feelgood è arrivato dopo un altro set di apertura a forti tinte blues, quello di Mat Pascale and The Walking Blues Band, giovanissimo trio calabro-siculo nato dalla collaborazione tra il cantante/chitarrista Mattia Pascale (appena 19 anni per lui), la bassista Maria Pia Favasuli e il batterista Simone Bombaci. Reduci dalla release del primo singolo di chiaro ascendente vaughaniano, “Give Me Your Body”, Mat Pascale And The Walking Blues Band hanno presentato in anteprima il loro debut album, “Fucking Trap”, prodotto dalla Cheap Thrills di Vincenzo Tropepe, special guest sul palco del RockOn per la stessa “Give Me Your Body” e per una trascinante cover di “Whipping Post”, classico della Allman Brothers Band. Ma l’omaggio alla storica band dei fratelli Allman è soltanto il primo dei tributi a una certa tradizione sudista (anche “Workin’ For MCA” dei Lynyrd Skynyrd e una notevole “Just Got Paid” dei ZZ Top) rintracciabile in composizioni originali come la ballad “Song For Her” e la conclusiva “Fat Cat”, inediti che strizzano un po’ l’occhio anche alla psichedelia e al robusto acid rock di altri formidabili power trio quali Blue Cheer e primi Gov’t Mule. Un approccio al rock “classico” (definizione quanto mai approssimativa se si abbraccia un immaginario in grado di espandere gli orizzonti della musica rock fino a sconfinare nel jazz) che rappresenta, soprattutto in un panorama musicale asfittico come quello italiano, un vero atto di coraggio. Il rock’n’ roll non è classico, ma immortale. Come la musica dei Dr.Feelgood: qualcosa che, come sosteneva Neil Young, non morirà mai. (rs)

A Carlo Cottarelli il Premio Caccuri con “I 7 peccati capitali dell’economia italiana”

È Carlo Cottarelli con il saggio I sette peccati capitali dell’economia italiana a vincere la Torre d’Argento del Premio Letterario Caccuri 2019.

La manifestazione, organizzata dall’Accademia Dei Caccuriani e giunta all’ottava edizione, ha visto la saggistica protagonista assoluta, accompagnata da spettacolo, musica, giornalismo, economia e sano umorismo.

Quest’edizione, inoltre, è stata arricchita dalla presenza di scrittori come Mimmo Gangemi, vincitore della sezione Narrativa, Nicola Gratteri, Paolo Pagliaro, Filippo Veltri, Rita Dalla Chiesa, Mario Caligiuri, Antonio Chieffallo e Luciano Basile e di artisti come Michele Zarrillo, Gianluca Guidi, Gigi Miseferi, Marcello Barillà, Valentina BalistrieriMassimo Garritano e gli Amedeo Ariano Triplets.

Insieme a Cottarelli, hanno “corso” per la finale anche Emma D’Aquino con il libro Ancora un giro di chiave. Nino Marano: una vita fra le sbarre (Baldini+Castoldi), Massimo Franco con C’era una volta Andreotti. Ritratto di un uomo, di un’epoca, di un Paese (Solferino) ed Enrico Letta, con il libro Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale (Il Mulino).

I quattro saggi, selezionati da un comitato scientifico presieduto dallo storico Giordano Bruno Guerri, sono stati votati da una giuria nazionale e da una popolare, composte in totale da 110 componenti (30 i nazionali e 80 gli accademici).

«Sono molto onorato – ha dichiarato Carlo Cottarelli – non soltanto per le persone con cui ho dovuto concorrere quest’anno, ma se guardo a chi ha vinto negli anni precedenti, sono onoratissimo».

«Sono commosso – ha proseguito Cottarelli – voglio ringraziare chi mi ha votato, gli organizzatori e tutti voi per l’onore che mi avete fatto».

Il libro, edito da Feltrinelli, «parte dall’evidenza che il reddito italiano medio è uguale a quello di vent’anni fa, al netto dell’inflazione, in termini di potere d’acquisto. Non era mai successo, dal 1861, che ci fosse un periodo di vent’anni senza che la nuova generazione stesse meglio della generazione precedente. Negli ultimi cinque trimestri questo reddito è rimasto fermo. Mi sono chiesto cosa è successo vent’anni fa e, soprattutto, cosa si può fare? Ho analizzato quelli che io ho chiamato i peccati capitali, i problemi più importanti dell’economia italiana. Sette ne ho individuati, anche se, chiaramente, ce ne sono di più: evasione fiscale, corruzione, burocrazia, lentezza della giustizia, crollo demografico, divario tra sud e resto del paese e, infine, difficoltà ad aggiustarci all’euro. Io parlo delle possibili soluzioni, che non sono soluzioni facili e che chiedono di rendersi conto che c’è un problema, di non dare la colpa agli altri e iniziare a fare qualcosa per risolverlo» ha spiegato Carlo Cottarelli, introducendo il suo libro. (rkr)

In copertina, i quattro finalisti del Premio Letterario Caccuri 2019.

Ad Armonie d’Arte l’omaggio ad Handke con “Canto, alla Durata”

Dopo il successo di “Pagliacci”, in scena domani sera, a Borgia, alle 21.30, al Parco Archeologico di Scolacium, Canto, alla Durata con Patrizia Laquidara.

Lo spettacolo, che rientra nell’ambito della sezione La Nostra Bellezza, è un omaggio di Armonie d’Arte Festival al poeta autriaco Peter Handke, ed è scritto e diretto da Alberto Micelotta.

«Sono molto fiero dell’adesione di Patrizia – ha detto il regista Alberto Micelotta – che ci incanta con ogni suo disco. Come non ricordare la sua Lividi e Fiori che le valse il premio della critica a Sanremo o Mielato o la più recente Acciaio nelle quali, oltre alla voce meravigliosa, domina vera e propria poesia».

In scena anche due musicisti, esperti improvvisatori, come Alessandra Rombolà al flauto e Ingar Zach alle percussioni, il giovane e fantasioso danzatore e coreografo Filippo Stabile con la collega Elena Mandolita, e Nicola Bremer.

L’idea-guida è il testo del poema di Handke Canto, alla Durata, da cui è mutuato il titolo e il senso dello spettacolo che, utilizzando i vari linguaggi artistici, dalla danza, alla musica, al canto, alla stessa poesia, percorre i luoghi del sentimento della durata, di ciò che permane, che aspira all’eternità e alla trascendenza, a dispetto del sentimento dell’emotività, transeunte e caduco. Uno spettacolo affascinante che invita alla riflessione sul valore della durata, di ciò che permane nel continuo e ineluttabile cambiamento della vita, in un luogo come Scolacium, in cui “il tempo passa e rimane”, in cui il passare del tempo ha lasciato tracce indelebili.

L’evento performativo è composto da quadri che gettano luce, anche quando oscurano un particolare, sui suoni, sui sapori, sulle immagini, sugli odori, sulle consistenze tattili e sulle idee che caratterizzano il mantenere, il perdurare del concetto sentimentale, del senso di umanità. Seduto sulla “poltrona” della Durata, un attore – con testi originali – guida gli spettatori, rappresentati da una coppia di danzatori, attraverso la percezione immobile dell’eternità dinamica, oltre il tempo, oltre una geografia definita. (rcz)