PIÙ FATTURATO PER LE IMPRESE, RALLENTA
PERÒ LA CRESCITA E GIÙ GLI INVESTIMENTI

La crescita della Calabria ha rallentato nel corso dell’anno. È quanto emerso dal Rapporto di Bankitalia per l’economia calabrese, spiegando che questo calo sia dovuto alle conseguenze economiche del conflitto russo-ucraino e dell’incertezza che ne deriva.

Un dato che non si deve trascurare, considerando che «nella prima parte del 2022 l’economia calabrese ha ancora beneficiato della fase di ripresa avviatasi dopo la crisi pandemica. Secondo le stime della Banca d’Italia, basate sull’indicatore Iter, nel primo semestre l’attività economica ha registrato un incremento del 4,5 per cento, dopo il netto recupero già osservato nel 2021».

«Le nostre indagini segnalano un incremento del fatturato delle imprese nei primi nove mesi dell’anno – si legge nel Rapporto – in parte riconducibile all’aumento dei prezzi di vendita conseguente al rialzo dei costi di materie prime, energia e gas. Nel complesso, molte aziende hanno subito una riduzione dei margini di profitto; in pochi casi si è attuata una sospensione parziale dell’attività. Gli investimenti sono rimasti su livelli modesti».

«L’andamento congiunturale è risultato sostanzialmente simile tra i diversi settori – si legge ancora –. La produzione industriale ha continuato a crescere grazie alla ripresa della domanda interna ed estera. Le costruzioni sono state sostenute soprattutto dalle misure di agevolazione fiscale relative al comparto dell’edilizia residenziale, seppur in parte frenate dall’incertezza normativa e dalle difficoltà di cessione del credito d’imposta. Il terziario ha tratto vantaggio dell’andamento favorevole del comparto turistico e dalla ripresa dei trasporti. Il mercato del lavoro calabrese ha mantenuto una tendenza positiva, soprattutto nella prima metà dell’anno».

«Rispetto al 2021 – rileva Bakitalia – è tuttavia calata l’occupazione autonoma e si è indebolita la creazione di nuove posizioni a tempo determinato, che potrebbe aver risentito più rapidamente delle esigenze di contenimento dei costi di produzione e del rallentamento della congiuntura economica».

Guardando più da vicino il Rapporto, si evince come sia proseguita la ripresa del settore industriale: «in un sondaggio congiunturale della Banca d’Italia (Sondtel), condotto in autunno su un campione di imprese industriali con almeno 20 addetti, circa metà delle aziende ha registrato un aumento del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, contro il 14 per cento che ha subito un calo» scrive Bankitalia, sottolineando come, tuttavia, la crescita del fatturato sia stata influenzata anche dal rialzo dei prezzi di vendita innescato dall’incremento dei costi.

Un altro problema a cui hanno dovuto far fronte le imprese è stato l’aumento della spesa per gli acquisti di materie prime e beni intermedi, oltre che i ritardi nei tempi di lavorazione e di trasporto. Per non parlare poi dell’aumento dei costi dell’energia e del gas che hanno provocato «una diffusa riduzione dei margini di profitto, solo parzialmente compensata dall’incremento dei prezzi di vendita».

Per far fronte a questo problema, «circa un quarto delle aziende – si legge nel Rapporto – ha indicato di aver investito in macchinari a minore consumo oppure di aver adeguato gli impianti a fonti energetiche alternative, mentre circa il 20 per cento ha segnalato di aver fatto un maggior ricorso all’autoproduzione di energia elettrica; poco più del 10 per cento ha invece ridotto le ore di funzionamento degli impianti».

Infine, nel rapporto viene evidenziato come «la maggioranza delle imprese calabresi ha confermato o rivisto al ribasso i piani di investimento per il 2022, formulati nei primi mesi dell’anno, che prefiguravano una spesa sostanzialmente in linea con quella del 2021 e ancora inferiore ai livelli pre-pandemici».

Un problema non indifferente, a cui si aggiunge quello rilevato dai dati di InfoCamere-Telemaco:  «le iscrizioni presso il registro delle imprese sono diminuite del 5,1 per cento rispetto allo scorso anno. Contestualmente si è assistito a una risalita delle cessazioni (in aumento di circa il 20 per cento rispetto a un anno fa), che rimangono comunque su livelli inferiori a quelli pre-pandemia. Nell’insieme, il numero di imprese attive in Calabria è diminuito nel semestre dello 0,3 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2021».

Sul lato turismo, Bankitalia ha riportato che «secondo le informazioni provvisorie sui primi otto mesi del 2022 fornite dall’Osservatorio sul turismo della Regione Calabria, le presenze nelle strutture ricettive in regione sono cresciute del 26 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2021 (tav. a2.2). Rispetto allo scorso biennio, sono ripresi i flussi di turisti stranieri, che però rimangono ancora inferiori di circa la metà rispetto al 2019».

Sui trasporti, invece, «il traffico aereo nei primi otto mesi dell’anno è cresciuto in maniera consistente (85 per cento rispetto al periodo corrispondente del 2021), anche in connessione con la ripresa degli spostamenti delle persone. Ciò nonostante, il numero di passeggeri transitati per gli aeroporti regionali rimane ancora inferiore rispetto allo stesso periodo del 2019 (-17 per cento)».

Bene invece per il Porto di Gioia Tauro: la movimentazione di container nei primi nove mesi dell’anno è cresciuta del 12 per cento rispetto al corrispondente periodo dell’anno scorso. Nei prossimi mesi un ulteriore impulso alla crescita dei volumi potrebbe arrivare dalla recente istituzione di un corridoio ferroviario veloce (fast corridor) con l’interporto di Bologna e dalla possibilità di espletare le procedure doganali di importazione direttamente presso quel nodo logistico di destinazione».

Per quanto riguarda l’export, nonostante nel primo semestre del 2022 «le esportazioni di merci sono cresciute in modo deciso, anche se il loro contributo al Pil rimane modesto – si legge nel Rapporto –. Le vendite a prezzi correnti sono aumentate di un terzo rispetto al corrispondente periodo del 2021. L’incremento ha interessato tutti i principali settori di specializzazione regionale, soprattutto i prodotti dell’industria alimentare e le sostanze e prodotti chimici, che insieme rappresentano oltre la metà delle esportazioni regionali. Con riguardo ai mercati di sbocco, l’aumento è stato particolarmente accentuato verso i paesi extra Ue».

Per quanto riguarda il mercato del Lavoro, Bankitalia ha rilevato come «anche nella prima parte del 2022 il mercato del lavoro calabrese ha mantenuto un andamento positivo; nel corso dell’estate si è però osservato un rallentamento nella dinamica della creazione di posti di lavoro, verosimilmente connesso all’incertezza del contesto internazionale e al diffuso rialzo dei costi di materie prime, energia e gas».

«Secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat – si legge – nel primo semestre dell’anno in corso l’occupazione è cresciuta dell’1,8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021; tale aumento è stato più contenuto di quello osservato in Italia e nel Mezzogiorno ma, anche grazie al recupero registrato l’anno prima, il numero di occupati in regione è tornato ai livelli pre-pandemia».

«Nella media dei primi sei mesi del 2022 – si legge ancora – il tasso di occupazione ha raggiunto il 43,0 per cento mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 14,6 per cento (nello stesso periodo del 2021 erano rispettivamente il 41,2 e il 19,4). Su tale ultimo dato ha però influito anche la fuoriuscita di persone dalle forze di lavoro: a differenza di quanto rilevato a livello nazionale, infatti, il tasso di attività nel periodo gennaio-giugno è diminuito, arrivando al 50,6 per cento (dal 51,5 del primo semestre 2021) e mantenendosi su livelli ancora distanti da quelli pre-pandemia».

Distinguendo per il genere, in linea con quanto già riscontrato nel corso del 2021, «l’incremento dell’occupazione ha riguardato quasi esclusivamente le donne», si legge nel Rapporto, spiegando poi che il divario di genere nel tasso di occupazione ha continuato a ridursi, arrivando a 22,8 punti percentuali rispetto al 23,8 del 2021) rimanendo, tuttavia, superiore a quello medio nazionale.

Una crescita, tuttavia, che è aumentata solo nel lavoro dipendente, mentre quello indipendente è diminuito. «In particolare – si legge – , si è indebolito il contributo della componente a tempo determinato, nella quale si è concentrata la diminuzione dei nuovi posti di lavoro rispetto all’anno precedente».

«Nonostante la ripresa delle cessazioni connessa allo sblocco dei licenziamenti, il numero delle nuove posizioni a tempo indeterminato è rimasto costante se confrontato con lo stesso periodo del 2021, grazie anche alle numerose trasformazioni di contratti già in essere; la quota del lavoro stabile sulle posizioni create è salita al 15 per cento (dal 13 del primo semestre 2021)».

«I consumi delle famiglie calabresi – si legge – hanno beneficiato del miglioramento del mercato del lavoro e, più in generale, del graduale superamento dell’emergenza pandemica. L’incremento nel 2022 dovrebbe risultare tuttavia meno intenso rispetto all’anno precedente per effetto del rialzo dei prezzi. In confronto al resto del Paese, tale fattore potrebbe incidere maggiormente in regione a causa della presenza più diffusa di nuclei familiari meno abbienti, più colpiti dai rincari dei beni alimentari e dei prodotti energetici per via della composizione del loro paniere di spesa. Gli interventi governativi a favore delle famiglie hanno in parte limitato l’impatto dei rincari energetici sul potere d’acquisto, con particolare attenzione soprattutto ai nuclei familiari in condizioni di difficoltà economiche, interessati anche da un esteso ricorso al Reddito di cittadinanza».

«Nel primo semestre del 2022 – si legge ancora – la crescita dei prestiti bancari alla clientela privata si è leggermente rafforzata, soprattutto per il comparto delle famiglie. Il credito al consumo e i mutui abitativi sono aumentati, riflettendo rispettivamente l’incremento della spesa delle famiglie e l’andamento favorevole del mercato immobiliare. La rischiosità del credito è rimasta contenuta, mentre i tassi di interesse a medio-lungo termine hanno iniziato a risalire, a seguito della normalizzazione della politica monetaria. È proseguito il rallentamento dei depositi bancari delle famiglie e delle imprese; il valore di mercato dei titoli detenuti presso il sistema bancario si è ridotto, anche per effetto del calo dei prezzi delle attività finanziarie». (rcz)

Crisi economica in Calabria, Tavernise (M5S) chiede di aprire un tavolo di crisi

Il consigliere regionale e capogruppo del M5S, Davide Tavernise, ha ribadito la necessità di aprire immediatamente un tavolo di crisi regionale sulla gravissima difficoltà economica, che sta colpendo con effetto domino svariati settori dell’imprenditoria calabrese, tra cui il settore dei trasporti.

 Diversi, infatti, sono i settori dell’economia calabrese in crisi. Una crisi che si sta ripercuotendo drammaticamente su famiglie e lavoratori, tanto da far apparire la Calabria come un “focolaio” pronto a tramutarsi in mobilitazione sociale dagli effetti imprevedibili. Solo sabato scorso l’ultima richiesta di intervento: quella dei lavoratori della Simet. A questa si aggiunge la richiesta di intervento della Romano-Crotone, dei dipendenti del consorzio di bonifica, dei precari della sanità, degli imprenditori alle prese con un caro bollette non più sostenibile

«A fotografare subito la gravissima situazione di crisi – ha detto Tavernise –  è stata la banca d’Italia, nella sua relazione sull’economia calabrese. Già alla fine del 2021, e poi nei primi mesi del 2022, si è nuovamente registrato un rallentamento del ciclo economico, su cui ha inciso da una parte la nuova ondata epidemica legata alla variante Omicron e dall’altra l’incremento dei costi energetici, che si è poi particolarmente acuito da fine febbraio con lo scoppio della guerra in Ucraina». A pagarne le conseguenze anche il settore dei trasporti e aziende calabresi come la Simet e Romano-Crotone.

«Il 10 gennaio 2022 – ha spiegato il consigliere regionale – la Simet ha presentato formale procedura di licenziamento collettivo per la risoluzione del rapporto di 70 lavoratori su un totale di 97. Dopo le dimissioni di 30 dipendenti, il 10 settembre 2022 sono arrivate le lettere di licenziamento per 40 lavoratori. La Regione avrebbe potuto mettere in campo qualche iniziativa per affrontare la situazione. Penso ad esempio allo stanziamento di fondi regionali e l’introduzione di misure per il contenimento dei maggiori costi sopportati dalle imprese per effetto dell’incremento del prezzo industriale del gasolio. Per i lavoratori licenziati dalla Simet, in particolare, la ricollocazione dei dipendenti, coinvolgendo i lavoratori nello svolgimento di servizi integrativi nell’ambito del trasporto pubblico locale».

«Invece dalla Giunta Occhiuto non è arrivata alcuna iniziativa. La gravissima situazione economica e sociale che stiamo vivendo – ha concluso Tavernise – richiede ogni sforzo possibile anche da parte della Regione. Auspico quindi l’apertura di un tavolo di crisi in Regione per dare sostegno ai settori economici e produttivi in difficoltà a causa del caro energia, caro gasolio, dell’aumento dei prezzi, a difesa dell’occupazione e delle realtà imprenditoriali, perché si cerchino soluzioni atte ad aiutare i lavoratori che, come quelli licenziati della Simet, stanno pagando un prezzo troppo alto in termini economici e sociali». (rrc)

LA RIPARTENZA RISCHIA UN AMARO RINVIO LA CALABRIA IDEALE PER DELOCALIZZARE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Quella tanto agognata ripresa sembra essere a rischio, non solo per l’Italia, ma anche per la Calabria. Nel rapporto L’economia italiana alla prova del conflitto in Ucraina del Centro Studi di Confindustria, si parla, infatti, di una “recessione tecnica”, con un calo, nella migliore delle ipotesi, di -0,2% e di -0,5% nei primi due trimestri a causa degli effetti negativi della guerra, per poi immaginare una previsione (rivista ancora in calo) della crescita del 2022 pari al +1,9%.

Previsioni che, tuttavia, non costituiscono buone notizie per la nostra regione, soprattutto se, tra la serie di rischi non nuovi indicati dal Centro Studi, c’è «uno slittamento dei tempi di attuazione del Pnrr o una sua minore efficacia nell’alzare la crescita potenziale». Un rischio che deve essere impedito, in virtù del fatto che il rilancio e lo sviluppo della Calabria – e del Mezzogiorno – dipende da quei preziosi fondi con cui si possono ammodernare e realizzare nuove infrastrutture, migliorare il welfare, il lavoro e tutto ciò che potrebbe migliorare la vita dei calabresi.

Eppure, il Centro Studi ha evidenziato come «anche gli effetti positivi derivanti dall’implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono a rischio, perché alcuni degli investimenti previsti potrebbero essere di difficile realizzazione ai prezzi attuali. Inoltre, la scarsità di vari materiali potrebbe rendere difficoltoso realizzare alcuni investimenti nei tempi previsti. È, quindi, probabile che alcuni progetti debbano essere rivisti alla luce del contesto attuale, affinché il Piano possa essere effettivamente implementato».

Ma non è solo il Pnrr a rischio. Come evidenziato dal Centro Studi,  la guerra in Ucraina ha avuto un impatto di non poco conto sull’attività economica, e «agisce come uno shock di offerta profondo, al momento difficilmente quantificabile, perché il quadro è in continua evoluzione».

«In Italia – si legge nel rapporto – i rincari di petrolio, gas, carbone, stanno facendo crescere i costi delle imprese. Da un’analisi svolta con l’utilizzo delle tavole input-output, l’incidenza dei costi dell’energia sul totale dei costi di produzione (a parità delle voci di costo non energetiche) aumenterebbe del 77% per il totale dell’economia italiana, passando dal 4,6% nel periodo pre-pandemico (media 2018-19) all’8,2% nel 2022. In euro, questo impatto si tradurrebbe in una crescita della bolletta energetica italiana di 5,7 miliardi su base mensile, ovvero in un maggior onere di 68 miliardi su base annua. Il settore maggiormente colpito è di gran lunga la metallurgia, dove l’incidenza potrebbe sfiorare il 23% alla fine del 2022, seguito dalle produzioni legate ai minerali non metalliferi (prodotti refrattari, cemento, calcestruzzo, gesso, vetro, ceramiche), dove l’incidenza dei costi energetici potrebbe arrivare al 16%, dalle lavorazioni del legno (10%), dalla gomma-plastica (9%) e dalla produzione di carta (8%)».

«Le imprese – secondo il rapporto – hanno finora in gran parte assorbito nei propri margini, fino ad annullarli in alcuni casi, questi aumenti dei costi, invece di scaricarli sulle fasi successive della produzione. I margini erosi spiegano perché l’inflazione core in Italia è bassa, molto più che altrove. L’unico aspetto positivo è che questo andamento di prezzi e margini ha salvaguardato la competitività delle imprese italiane rispetto a quelle di altri paesi, ma non è sostenibile. Per questo diverse imprese stanno riducendo o fermando la produzione, o prevedono di farlo nei prossimi mesi».

«D’altra parte, i rincari dei prezzi energetici (+52,9% annuo a marzo) comprimono il potere d’acquisto delle famiglie e ciò influirà sull’ampiezza e il ritmo di crescita dei consumi, il cui recupero è stato prima ostacolato dall’aumento dei contagi e ora anche dalla maggiore incertezza che influenza la fiducia, che a marzo è crollata. La normalizzazione della propensione al risparmio delle famiglie, ancora elevata nel 2021 (13,5% in media fino al terzo trimestre) appare quindi rinviata. Famiglie e imprese, infatti, saranno indotte a rivedere cautamente le proprie decisioni di consumo e di investimento. L’indice di incertezza della politica economica per l’Italia è salito del 21,1% nella media dei primi due mesi del 2022 rispetto al quarto trimestre del 2021 ed è destinato ad aumentare ulteriormente da marzo».

Il Centro Studi, poi, ha evidenziato come «La guerra sta amplificando le difficoltà nel reperimento di materie prime e materiali, in particolare per quelli che provengono dai tre paesi coinvolti»e che ciò comporta «in primo luogo, uno shock concentrato in specifiche produzioni. In secondo luogo, poiché si tratta di input a monte delle catene globali del valore, utilizzati in numerose produzioni a valle, gli effetti di colli di bottiglia si amplificheranno lungo le filiere, fino ai beni di consumo e investimento».

«Ma l’export di beni – viene evidenziato – è penalizzato dal conflitto anche perché questo tenderà a rafforzare le strozzature nella rete di approvvigionamento globale, già manifestatesi nel 2021. La specializzazione geografica dell’export italiano, più rivolta ai paesi della UE, non aiuterà; come anche la specializzazione merceologica del nostro export, in cui ad esempio conta molto il settore dei prodotti in metallo».

«I numeri che escono dal rapporto del Centro Studi – ha dichiarato Fortunato Amarelli, presidente di Confindustria Cosenza – allarmano e rendono urgente una azione aggiuntiva rispetto a quanto fatto fino ad ora imponendo un tetto per il prezzo del gas. Perché le misure fin qui adottate dal Governo sul fronte del caro-energia non sono sufficienti ed appaiono di mero respiro temporale mentre i rincari di petrolio, gas e carbone, stanno facendo crescere, purtroppo, i costi per le imprese e ne stanno minando, in non pochi casi, la stessa sopravvivenza».

Per il numero uno degli industriali cosentini, questi rincari potrebbero avere un impatto negativo sull’implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza perché gli investimenti previsti potrebbero risultare di difficile realizzazione ai prezzi attuali e nei tempi previsti.

«Proprio di questo tema cruciale, cioè del Pnrr legato alle opportunità e progettualità che potrebbero interessare la Calabria e la provincia di Cosenza in particolare – ha sottolineato Amarelli – abbiamo parlato nei giorni scorsi in occasione del primo Consiglio Direttivo itinerante di Confindustria Cosenza tenuto presso Alfagomma, una delle principali aziende del territorio».

Gli imprenditori hanno rimarcato il ruolo sociale ed economico svolto dal sistema delle imprese, tanto in termini di sviluppo dei territori quanto in termini occupazionali ed hanno chiesto ai rappresentanti di governo delle istituzioni politiche maggiore attenzione per il superamento di alcuni gap che limitano lo svolgimento delle attività, in primis lo snellimento della burocrazia.

«Aziende come l’Alfagomma – ha spiegato Amarelli – ci dimostrano che è possibile fare impresa in Calabria a livelli eccellenti ed in molteplici campi. L’attenzione alle competenze ed al capitale umano, il rigore e la serietà con le quali viene portata avanti l’attività risultano premianti. Se supportati e messi nelle condizioni di poter bene operare, potrebbero svilupparsi tante nuove attività perché non ci difetta la volontà e la capacità di fare. Ciò che abbiamo registrato in questa attività di ascolto sul campo, evidenziata negli interventi degli imprenditori presenti in rappresentanza delle realtà di tutti i territori della provincia ci induce ad essere positivi, a provare a fare sempre di più e meglio in un territorio che abbia consapevolezza del valore strategico delle imprese tanto dal punto di vista economico che sociale».

«Lo sviluppo della Calabria – ha detto ancora Fortunato Amarelli – non potrà che passare anche attraverso l’attrazione di investimenti esterni, come nel caso di Alfagomma. La nostra regione, più di altre, può candidarsi ad essere il luogo ideale per delocalizzazioni domestiche, grazie ad incentivi mirati, minor costo della vita e risorse umane competenti, unite a semplicità di gestione, lingua, legislazione e raggiungibilità che costituiscono un’importante vantaggio competitivo. Bisogna però prestare immediata attenzione alle zone industriali, che da abbandonate e degradate devono diventare luoghi puliti, organizzati ed infrastrutturati».

«Come sempre – ha concluso il presidente di Confindustria Cosenza – è il fattore tempo a determinare il successo di ogni iniziativa, gli esiti della nuova emergenza, che ha cause soprattutto internazionali, limiteranno fortemente gli scambi con l’estero ma tenderanno a riportare in Italia la produzione manifatturiera, occorre essere pronti a cogliere questa opportunità». (ams)

 

L’AUMENTO DEI COSTI E CRISI DA PANDEMIA
IN CALABRIA L’URGENZA DI VERI SOSTEGNI

di ORLANDINO GRECO  – La pandemia ha avuto effetti assai nefasti, facendo emergere non solo le contraddizioni del nostro sistema sanitario ma accentuando le asimmetrie economiche e sociali, con conseguente aumento della disoccupazione e delle diseguaglianze.

Un vero disastro, certificato anche dall’ultimo rapporto Istat sull’occupazione, che dal 2004 non registrava un dato così allarmante. Il livello generale di tensione generato dalla condizione pandemica è talmente alto da superare perfino le preoccupazioni per il Covid stesso. Da qui l’irrazionalità dei tanti complottisti, negazionisti e detrattori della scienza e delle Istituzioni.

L’aumento del costo delle materie prime e delle imposte sono, in ordine di tempo, gli ultimi eventi di un’escalation di conseguenze negative della pandemia sul tessuto produttivo nazionale ed internazionale.
Nello specifico, al crollo della produzione e quindi dei fatturati, dovuto ai primi lockdown, ha fatto seguito l’allentamento delle stesse misure restrittive che ha incentivato nuovamente la grande domanda su scala globale che a sua volta ha portato con se’ l’aumento dei prezzi delle materie prime.

L’effetto è stato destabilizzante per tutti, perché il mercato era comprensibilmente impreparato, con l’aggravante che l’Europa, colpita dal crollo della produzione di beni, sia di base che tecnologici, è stata surclassata dai Paesi asiatici i quali, si sa, hanno un costo della manodopera più basso rispetto al nostro.

Il forte aumento del costo dell’energia nel 2021 è divenuto insostenibile per i più, comportando l’aumento delle bollette per energia elettrica e gas, dovuto prevalentemente all’aumento del costo del gas naturale, causato dalle distorsioni del mercato: la ripresa economica di alcuni Paesi, l’inverno particolarmente freddo nel Nord Europa e l’ingente domanda di gas proveniente dalla Cina che ha dirottato l’offerta russa verso l’Oriente.

Aggiungasi la lotta al cambiamento climatico, attraverso la quale si stanno disincentivando i consumi energetici con un funzionale rincaro dei costi. Un rincaro, a fronte dei numeri, avvenuto senza gradualità e dunque avvertito maggiormente dalle famiglie a basso reddito e per le piccole e medie imprese.

Vi è poi la questione dei bilanci pubblici che andrà affrontata una volta che questa fase eccezionale di espansione fiscale e di investimenti si esaurirà. Il combinato disposto tra recessione e aumento della spesa pubblica per fronteggiare la crisi ha incrementato il debito pubblico di tutto il globo, Ue compresa, e ciò dovrà essere il tema di oggi e di domani per far sì che la boccata di ossigeno data dalla sospensione del Patto di Stabilità, rappresenti un momento di riflessione seria su come reimpostare le politiche di bilancio dell’Unione Europea.

Per far fronte alle conseguenze sociali di questi squilibri l’Europa ed il G20 dovranno mettere in campo misure di sostegno ai meno abbienti perché il rischio è che la situazione diventi insostenibile per queste famiglie, minando la credibilità dei governi. La pandemia ha purtroppo acuito gli effetti di una crisi economica e strutturale già in atto, in particolare in Italia.

Per invertire la rotta e restituire fiducia agli italiani e agli investitori occorre da un lato accelerare la campagna vaccinale, affrontando il tema in modo sistemico e quindi globale e, dall’altro, agire con concretezza sull’emorragia del mercato del lavoro, calmierando le tasse e incentivando di conseguenza la domanda, perché il tempo a disposizione per restituire la speranza di un futuro migliore ad intere generazioni è poco.

Ed è proprio questa la più grande lezione da apprendere sul Recovery Fund: porre l’accento sulla crescita, sulle riforme e sugli investimenti. (og)

Aloisio (Confesercenti RC): I costi della crisi sono stati ribaltati sulle imprese

«Si sta, purtroppo, avverando ciò che avevo paventato ad inizio pandemia: i costi di questa crisi spaventosa alla fine sono stati, di fatto, ribaltati sulle imprese, soprattutto quelle piccole e piccolissime che si sono dimostrate l’anello debole della catena». È quanto ha dichiarato Claudio Aloisio, presidente di Confesercenti Reggio Calabria, commentando i dati «devastanti dello tsunami economico indotto dal Covid»: «123 miliardi di spesa in meno nel 2020 e, dato che quest’anno non è certo andato molto meglio, presumibilmente altri 70/80 miliardi nel 2021. Numeri che portano la perdita totale di consumi ad oltre 200 miliardi» ha spiegato Aloisio, spiegando che «l’economia reale sta perdendo 12 miliardi al mese».

Per il presidente, tuttavia, si tratta di «una perdita che non è omogenea, però. Alcuni settori, infatti, hanno addirittura aumentato il giro d’affari in questo ultimo anno e mezzo. L’alimentare, ad esempio, e l’online, hanno avuto crescite a due cifre. Ciò significa che il peso di tale decremento grava sulle spalle di una gran parte di aziende che operano soprattutto nell’ambito della somministrazione, degli eventi e della vendita al dettaglio, le quali hanno patito cali di fatturato nell’ordine del 50/60% e anche oltre».

«Imprenditori che, pur subendo queste rilevantissime perdite – ha spiegato – sono riusciti, in qualche modo, a rimanere a galla sino ad ora perché, oltre a poter usufruire della cig, hanno operato all’interno di una “bolla” in cui tutto (o per meglio dire quasi tutto) era congelato: tasse, cartelle esattoriali, tributi locali. Ma, anche in questo contesto, agevolato molti non sono riusciti a farcela. 350 mila partite iva hanno cessato l’attività nel corso di quest’anno e mezzo. Non hanno potuto far fronte agli affitti, alle bollette, al pagamento dei contributi e sono state costrette a chiudere le proprie aziende che, soprattutto alle nostre latitudini, già soffrivano per una crisi infinita subendo una tassazione altissima ben prima della pandemia».

«E, sicuramente – ha aggiunto – non sono stati gli spiccioli ricevuti con i ristori a risollevare una situazione drammatica né, tantomeno, i prestiti agevolati che, anzi, le hanno fatte indebitare ulteriormente. Il tessuto economico italiano e soprattutto meridionale, la cui spina dorsale sono le piccole e piccolissime imprese, si aspettava ben altro. Interventi di buon senso che però non sono arrivati».

«Tra tutti – ha spiegato ancora – una vera pace fiscale, che avrebbe permesso alle aziende di sgravarsi dal peso insostenibile dei tributi e delle cartelle esattoriali sospese. Non un condono, attenzione, prosegue Aloisio. Nessuno vuole premiare gli evasori. Parliamo di coloro che dichiarano ma poi non riescono a far fronte ai debiti contratti con l’Erario anche per colpa di una pressione fiscale insostenibile che da noi, la città più povera e più tassata d’Italia, arriva al 74%. Una percentuale così alta e fuori da ogni logica, da sembrare incredibile se non fosse drammaticamente reale».

«Un intervento serio ed efficace, tra gli altri – ha evidenziato – avrebbe potuto essere quello di attuare una rottamazione dei debiti con lo Stato, destinata alle imprese che hanno subito cali di fatturato, nella quale, fatte salve le tasse da pagare, si tagliassero tutte le sanzioni e si rateizzasse la cifra rimanente a 120 mesi. In questa maniera, si sarebbe data la possibilità alle aziende in difficoltà, per colpe certamente non loro, di poter far fronte ai debiti in modo sostenibile senza, peraltro, che l’amministrazione finanziaria perdesse un euro di quanto gli spettasse.
Invece ci ritroviamo a settembre, nel pieno di una pandemia che, lungi dall’essere finita sta peggiorando, con la ripartenza non dell’economia ma della macchina delle riscossioni».

«Chi aveva aderito alla rottamazione, ad esempio, deve pagare in cinque mesi – ha spiegato ancora – partendo da luglio scorso fino a novembre, ciò che avrebbe dovuto saldare in due anni: tutte le rate del 2020 e del 2021. Per tantissimi un compito impossibile. Ripartono, a meno di qualche improbabile intervento dell’ultimo momento, anche l’Agenzia delle Entrate con l’invio di milioni di cartelle esattoriali e le rateazioni con l’Agenzia delle Entrate Riscossione che dovranno essere saldate in una volta per la parte eccedente a dieci rate non pagate».

«Centinaia di migliaia di aziende non ce la faranno – ha proseguito –. Chiuderanno e si uniranno alle altre 350 mila che hanno già dovuto arrendersi mandando, così, a casa milioni di lavoratori che si aggiungeranno agli oltre 950 mila che hanno già perso l’occupazione dall’inizio della pandemia. La gran parte di queste, inoltre, sono società di persone, non di capitale, quindi i titolari vedranno pignorati tutti i loro beni personali».

«Intere famiglie finiranno sul lastrico – ha detto ancora – e lo Stato perderà centinaia di miliardi di mancate entrate e ne spenderà altrettanti per il sostegno ai nuovi disoccupati. Sarà un bagno di sangue che, se non cambierà qualcosa, si compirà nei prossimi mesi nel silenzio assordante di tutti: politica, istituzioni e società civile, ora troppo occupati a schierarsi pro o contro vaccini o green pass».

Per Aloisio, dunque, «i costi di questa crisi spaventosa alla fine sono stati, di fatto, ribaltati sulle imprese, soprattutto quelle piccole e piccolissime che si sono dimostrate l’anello debole della catena. Lasciate sole, senza tutele e senza alcun paracadute, ad affrontare l’inaffrontabile. Vittime sacrificali di un sistema ottuso che sarà il solo responsabile delle devastanti rovine economiche e sociali che con le sue scelte produrrà». (rrc)

SVIMEZ, QUASI 20 MILA IMPRESE DEL SUD
RISCHIANO L’ESPULSIONE DAL MERCATO

Non c’è tregua per le imprese che, in mezzo alle gravissime difficoltà in cui si sono ritrovate a causa del covid, adesso si ritrovano ad affrontare un problema ancora più grande: l’espulsione dal mercato. Secondo una indagine condotta dalla Svimez insieme con il Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere, sono 73.200 le imprese italiane tra 5 e 499 addetti, il 15% del totale, di cui quasi 20mila nel Mezzogiorno (19.900) e 17.500 al Centro, sono a forte rischio di espulsione dal mercato.

Di queste, una quota quasi doppia riguarda le imprese dei servizi (17%), rispetto all’ambito manifatturiero (9%). Sono quelle che hanno forti difficoltà a “resistere” alla selezione operata dal Covid come risultato di una fragilità strutturale dovuta ad assenza di innovazione (di prodotto, processo, organizzativa, marketing), di digitalizzazione e di export, e di una previsione di performance economica negativa nel 2021.

«Dall’indagine emerge, oltre a una differenziazione marcata tra Nord Est e Nord Ovest, anche la fragilità di un Centro che si schiaccia sempre più sui valori delle regioni del Sud  – ha commentato il direttore della Svimez, Luca Bianchi –. I diversi impatti settoriali, con la particolare fragilità di alcuni comparti dei servizi, impongono, dopo la prima fase di ristori per tutti, una nuova fase di interventi di salvaguardia specifica dei settori in maggiore difficoltà, accompagnabili con specifiche iniziative per aumentare la digitalizzazione, l’innovazione e la capacità esportativa delle imprese del Centro-Sud».

Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne, ha avvertito che «è possibile che le imprese del Mezzogiorno possano conseguire quest’anno risultati ancora più negativi rispetto alle loro aspettative, perché meno consapevoli dei propri ritardi accumulati sui temi dell’innovazione e del digitale. Anche per questo c’è bisogno di un patto per un nuovo sviluppo, che tenga conto della gravità della situazione e del preoccupante aumento dei divari nel nostro Paese».

Imprese a rischio chiusura (imprese fragili e con performance economica negativa nel 2021)- valori percentuali-

Totale economia Manifattura Servizi
Nord Ovest 14 9 17
Nord Est 12 6 14
Centro 17 11 19
Mezzogiorno 17 11 19
Italia 15 9 17

Fonte: Indagine Centro Studi G. Tagliacarne – Unioncamere su un campione di imprese tra 5 e 499 addetti

Quasi la metà (48%) delle imprese italiane è fragile (non innovative, non digitalizzate e non esportatrici). Al Sud arrivano al 55%, per quasi il 50% al Centro, per il 46% e il 41% rispettivamente nel Nord-Ovest e nel Nord-Est. Questi divari confermano la tesi Svimez di “nuova questione del Centro”, che ha un’incidenza più vicina a quella del Mezzogiorno. L’incidenza è ancor più intensa nel settore dei servizi, dove i deficit di innovazione e digitalizzazione fanno sì che le imprese fragili superino il 50% a livello nazionale, sfiorando il 60% al Sud. Nel comparto manifatturiero sono fragili in Italia il 31% delle aziende, che salgono al 39% nel Mezzogiorno.

Il 30% delle imprese dei servizi e il 22% di quelle manifatturiere italiane dichiarano aspettative di fatturato in calo anche nel 2021, un chiaro segnale che la crisi non è affatto finita. Incrociando dinamiche settoriali e territoriali emergono due fatti principali: 1) nei servizi non si segnalano differenziali territoriali apprezzabili ed una persistenza della crisi soprattutto nel Nord-Ovest; 2) nel manifatturiero, invece, si confermano le difficoltà di ripresa del Mezzogiorno (27% delle imprese con previsioni di performance negative, contro il 19% del Nord-Est) e, sia pur meno accentuate, del Centro (25%). (rrm)

Le imprese con performance economica negativa nel 2021 (%)

Totale economia Manifattura Servizi
Nord-Ovest 29 21 32
Nord-Est 26 19 29
Centro 28 25 29
Mezzogiorno 29 27 29
Italia 28 22 30

Fonte: Indagine Centro Studi G. Tagliacarne – Unioncamere su un campione di imprese tra 5 e 499 addetti.