SMART E SOUTH WORKING, LA POSSIBILITÀ
PER IL SUD CONTRO LA DESERTIFICAZIONE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA –  Qualcuno pensava che sarebbe stato la soluzione dei problemi di occupazione del Mezzogiorno e a quelli di intasamento del Nord del Paese. 

In realtà sono stato sempre convinto che finita l’emergenza si sarebbe ritornati alla gestione ordinaria e che tale metodo di lavoro sarebbe stato adottato soltanto dalle aziende più innovative. Anche la normativa si è adattata a tale visione e dal primo di aprile lo smart working è tornato alla gestione ordinaria.       

Eppure ormai è un piccolo esercito il numero dei lavoratori in smart working. Passati dai 570 mila del 2019 ai tre milioni e mezzo del 2023, si avvia a raggiungere i tre milioni seicentocinquantamila  entro la fine del 2024, numero che rappresenta oltre il 10% degli occupati complessivi. 

Ma la domanda che rimane in sospeso è quanto lo smart working, al di là dei numeri, possa cambiare invece veramente l’organizzazione del lavoro e influire sullo sviluppo del Sud. 

Anche se bisogna precisare che la base seria di uno sviluppo di tale area rimangono i tre pilastri di cui si è sempre parlato. E cioè il manifatturiero, il pilastro più grande di ogni progetto, sopratutto con l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area, che dovrebbe essere favorita dalla Zes, adesso unica; dalla logistica che con i massicci investimenti nell’infrastrutturazione dovrebbe portare i due porti di Gioia Tauro e di Augusta a diventare i primi porti del Paese, magari permettendo che possa avvenire anche lo sdoganamento dei containers e la lavorazione dei semilavorati nei retroporti.

Ed infine un’attività turistica, trasformata nell’industria del turismo, che raggiunga numeri doppi, in termini di presenze, rispetto a quelli che si ottengono adesso, continuando ed implementando quel processo che sta attraversando la branca sopratutto nei grandi centri del Sud. 

Ma lo Smart working può essere uno strumento interessante. Perché, soprattutto molti giovani, sarebbero propensi a optare per un’organizzazione flessibile, per obiettivi. 

La possibilità di gestire al meglio gli orari, di vivere in un posto salubre che magari si ama, in villaggi interni senza dover per forza spendere la metà dello stipendio in affitto in una città, opportunamente vicini ai propri genitori, rimane un desiderio fondamentale di molti. 

Ma conclusa la fase di emergenza, determinata dal Covid, che ha permesso di lavorare da remoto anche tutti i giorni, senza alcun bisogno di ottenere il consenso del datore di lavoro, ora si torna alla “normalità”, e quindi, dal punto di vista delle procedure, all’accordo individuale con il datore di lavoro.

Ma nel frattempo la realtà del mondo del lavoro è cambiata profondamente, la possibilità di fare tutto in remoto, l’apprendimento veloce a cui ci ha obbligati la pandemia, l’implementazione degli strumenti hardware e software, ci ha fatto capire che lo spostamento, peraltro estremamente costoso ed inquinante, non è sempre necessario. 

Tanto che l’abitudine a fare riunioni in web, anche se si è nello stesso edificio, o di lasciare che i collaboratori rimangano nelle proprie case, anche se abitano nella stessa città, si è diffusa notevolmente. Con risparmi per le aziende di spazi e ed energia per illuminare e riscaldare.

Vi sono alcuni esempi virtuosi, che non possono evidentemente rappresentare modelli replicabili, ma che ci fanno capire che si è aperta una frontiera nuova, che porterà nel tempo a una diversa organizzazione del lavoro e alla globalizzazione di esso. 

Con tutti i vantaggi ma anche i pericoli che una nuova organizzazione pone. Tra i vantaggi, come detto, quello di evitare di doversi concentrare tutti nelle megalopoli, con tutti i problemi conseguenti, in termini di mancanza di controllo sociale che porta anche a maggiore forme di criminalità. 

Tra gli svantaggi una diversa distribuzione della ricchezza che porta però interessi consolidati a pressare per il ritorno in ufficio, magari per favorire chi aveva investito in immobili, o in attività commerciali o di ristorazione nei centri storici delle grandi città. Ma anche una competizione al ribasso nel costo del lavoro.

Nel 2019 è tornato in Italia da New York e si è stabilito a Milano, per lavorare in una multinazionale delle telecomunicazioni, Roberto Ceravolo, giovane ingegnere calabrese, ha deciso poi di tornare a casa, a Pizzo Calabro,  in provincia di Vibo Valentia, continuando a lavorare da là. 

Dove ha trovato una dimensione umana diversa con la vicinanza al  mare, la possibilità di ritrovare le radici e la famiglia. La sua azienda è passata da uno schema 80%/20% del lavoro agile e in presenza a uno 60% – 40%, ma con molta flessibilità. 

È così accade che chi vuole distribuisce i giorni di smart working durante la settimana. Altri vanno nella sede dell’azienda una volta al mese, che si trovi a Milano, Londra o New York.  Spesso capita che i giornalisti di una testata di Los Angeles vivano in India con notevoli risparmi in termini di retribuzione delle testate. Un mondo a parte e quando le aziende sono flessibili e adottano il lavoro agile  i risultati arrivano. 

Senza contare che i Millennials e soprattutto la Gen Z sono disposti anche a guadagnare meno pur di lavorare da remoto. La dicitura “Generazione Z” rappresenta l’ultimo elemento di una sequenza alfabetica che identifica le generazioni precedenti con le lettere X e Y ed è nata  o cresciuta  subito dopo l’11 settembre.  

Il loro rapporto particolare con il mondo digitale e la loro familiarità con le nuove tecnologie sono alcuni degli aspetti che li definiscono. 

Pur avendo chiaro che  il lavoro agile non possa essere sostitutivo di uno sviluppo dei territori del Sud, è evidente che bisogna attrezzarsi adeguatamente per far sì che questa possibilità possa essere vissuta nelle città e nelle realtà periferiche meridionali. 

L’inserimento di piccole comunità di generazione Z può essere un lievito importante per far crescere il capitale umano esistente in tali aree, per compensare quello che si perde con le partenze continue che hanno desertificato il Mezzogiorno. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

Amalia Bruni presenta proposta di legge per borghi calabresi e smart working

La consigliera regionale e leader dell’opposizione, Amalia Bruni, ha depositato il disegno di legge sullo Smart working  per contrastare lo spopolamento nei piccoli comuni calabresi, redatto dal prof. Francesco Maria Spanò, presso l’Ufficio Legislativo del Consiglio Regionale.

«Uno dei problemi che maggiormente assillano il Sud e la Calabria – ha spiegato Amalia Bruni – secondo analisi e dati precisi, è quello dello spopolamento delle aree interne, una questione che rischia di compromettere per sempre la rinascita di questa terra. Già nella scorsa campagna elettorale avevo ben presente quanto fosse importante per queste zone trovare una soluzione che ponesse rimedio alla desertificazione dei nostri borghi. Ecco perché, lunedì 11 aprile, abbiamo fatto una lunga e proficua riunione operativa organizzata con Francesco Liotti, Presidente dell’Associazione Calabria Condivisa, e con  il professore Francesco Maria Spanò».

«Per maggiore informazione – ha aggiunto – nell’incontro a cui hanno preso parte anche Ernesto Mancini, Andrea Casile, Guerino Nisticò e i tecnici della mia struttura, si è discusso articolo per articolo la norma proposta dall’Associazione a tutti i consiglieri, valutando anche le opportune modifiche/integrazioni con l’intento di migliorare il testo in relazione al contesto ed alla normativa regionale, così da poter concretizzare la possibilità di realizzare le attività in essa contenute».

«Siamo stati tutti d’accordo – ha proseguito – nel considerare l’implementazione dello smart working come strumento utile per una valorizzazione delle aree interne e per un contrasto efficace dello spopolamento di queste aree che rappresentano una parte importante del territorio calabrese. La misura, potrebbe sicuramente rappresentare un’ulteriore occasione di stimolo per potenziare tutte le infrastrutture, in particolare quelle che riguardano la connessione digitale, inserendosi all’interno di una programmazione più ampia che prevede diversi canali di finanziamento già in corso quali il Pnrr, il Por, i fondi della Snai (Strategia Nazionale delle Aree Interne), oltre agli altri Fondi Europei Diretti».

«In questa prospettiva, come più volte sottolineato – ha concluso – è fondamentale il pieno coinvolgimento dei sindaci (tramite l’Anci), delle comunità locali e di tutti gli stakeholders che potrebbero essere interessati, a vario titolo, e per i quali potrebbero essere previste delle premialità o incentivi. Nei prossimi giorni abbiamo già previsto altri incontri con l’intento di promuovere una riflessione quanto più possibile condivisa». (rrc)

Lo Schiavo presenta proposta di legge sullo smart working per combattere lo spopolamento dei piccoli comuni

Il consigliere regionale di De Magistris PresidenteAntonio Lo Schiavo, ha annunciato una proposta di legge sullo smart working, per combattere lo spopolamento dei piccoli comuni calabresi.

La proposta di legge in oggetto, denominata “Misure di sostegno alla creazione di nuove imprese e/o incentivi alle imprese che attivano e agevolano il lavoro agile o smart working ai fini del ripopolamento dei piccoli comuni della Regione Calabria”, redatta da Francesco Maria Spanò, Alberto Mattia Serafin, Claudio Mattia Serafin dell’Associazione “Calabria Condivisa”, si inserisce pienamente nel solco della proposta di legge nazionale “Delega al Governo per la promozione del lavoro agile nei piccoli comuni” presentata nel luglio 2021 alla Prima Commissione del Senato.

Ora il consigliere regionale Antonio Lo Schiavo punta all’adozione di uno strumento appositamente pensato per la realtà calabrese, proseguendo nella sua azione di proposta di strumenti di legge a contrasto della marginalità delle aree interne come nel caso della legge regionale sulle Cooperative di comunità.

«La pandemia causata dal Covid-19 – si legge nell’introduzione della legge – ha messo in luce un fenomeno che da oltre un decennio caratterizza i piccoli comuni della nostra regione e non solo: lo spopolamento. Fenomeno accompagnato all’invecchiamento della popolazione e alla rarefazione delle opportunità di lavoro, con il conseguente diradamento dell’offerta dei servizi essenziali. Il ripopolamento dei piccoli comuni rappresenta, quindi, la principale sfida che abbiamo davanti, proprio per non disperdere quelle straordinarie ricchezze di cui essi sono portatori».

La legge regionale sullo smart working rappresenta dunque «una misura, che non solo è in corso di studio in altre regioni, ma che presto potrebbe estendersi a livello nazionale, se si considera che le comunità con meno di 5mila abitanti, disseminate lungo la dorsale appenninica e l’arco prealpino, rappresentano oltre il 70 per cento dei quasi 9mila comuni italiani, con una popolazione di 11 milioni di cittadini».

«La strategia nazionale – e, quindi, regionale – per contrastare la marginalizzazione e il declino delle aree interne – ha spiegato – oggi può trovare nel lavoro agile (smart working) un ulteriore elemento di forza e propulsione. Vivere e lavorare nei piccoli borghi, rafforzando le reti digitali e sfruttando le potenzialità dello smart working, è una possibilità tutt’altro che remota e impraticabile. Il lungo periodo di pandemia ha favorito questo processo. Molti lavoratori in regime di smart working hanno scelto ed apprezzato il lavoro svolto nel proprio comune natale, contribuendo alla rivitalizzazione dei piccoli centri. Questa inversione di tendenza non solo va colta ma va resa strutturale: ed è proprio questa la finalità del presente disegno di legge». (rrc)

L’ATTACCO AL LAVORO IN REMOTO AL SUD
FINANCIAL TIMES, REPLICA LA CARFAGNA

di SANTO STRATI – La parola magica è Southworking è nata durante la prima fase della pandemia: molti lavoratori meridionali, in piena crisi coronavirus, hanno fatto ritorno al Sud e per molti di loro si sono aperte opportunità di proseguire il lavoro in remoto, da casa, attraverso il cosiddetto smart working, detto burocraticamente lavoro agile. Finita la prima fase della pandemia, in molti hanno rinunciato a tornare al Nord, dando la propria disponibilità a continuare a lavorare da casa propria e questo atteggiamento che è stato emulato in modo considerevole è diventato un vero e proprio fenomeno che, appunto, è stato battezzato southworking, (lavoro dal Sud). Mara Carfagna Dalla Bocconi viene una solenne bocciatura del fenomeno, salvo che il ricorso al southworking non sia di breve durata, ma la ministra per il Sud Mara Carfagna, a questo proposito, in un’intervista al prestigioso quotidiano britannico Financial Times ha spiegato che, invece, potrebbe diventare una solida e ampia opportunità se le aziende confermassero la propensione a utilizzare il lavoro da remoto. Certo per ridurre il divario il Sud dovrebbe intervenire sulle infrastrutture digitali che sono scarse e inadeguate. Per questo – ha annunciato al FT – il Sud assorbirà il 48% degli investimenti per destinarlo alla banda ultra larga, è uno dei punti essenziali del Recovery Plan.  Commentando su FB l’intervista, la ministra Carfagna ha detto: «Il Financial Times mi ha interpellato in un’inchiesta sul southworking italiano, con dati-shock sull’esodo dal Meridione nell’ultimo decennio: più di un milione di emigrati dalle regioni del Sud verso il Nord. Tornare al Sud e lavorare da remoto è un’opportunità che stanno scoprendo in tanti e va incoraggiata».

Ci sono– è vero – pro e contro sul lavoro agile e sulle prestazioni per via telematica di dipendenti “meridionali” rimasti al Sud: per molte aziende del Nord il southworking ha significato una migliore produttività dei propri dipendenti collegati in remoto e l’abbattimento di alcuni costi (riduzione degli ambienti di lavoro, minori costi di energia, etc), per altre si sono create perplessità sull’effettiva convenienza del lavoro “agile”, più per una sorta di pregiudiziale infondata che per reali valutazioni sull’efficienza dei dipendenti “connessi” e non presenti in azienda: in genere si lavora di più stando a casa, senza rispettare orari rigidi, quello che importa è il prodotto finale che l’azienda si aspetta. E, naturalmente, si applica solo per determinate categorie di lavoratori: il settore manifatturiero, per esempio, può delegare e assegnare in remoto le mansioni di progettazione e amministrazione, ma la manodopera in fabbrica non è, di fatto, sostituibile.

Come in tutte le cose, c’è ovviamente, anche chi ha costruito opinabili teorie di efficienza ridotta e danni alle imprese. È una docente di Management e Tecnologia all’Università Bocconi di Milano, Rossella Cappetta, che si è lanciata a stroncare il southworking: «Danneggia imprese, lavoratori e società: il Sud non dev’essere il dormitorio del Nord», ha detto con intuibile animosità verso i meridionali. In un’intervista al giornale web Business Insider Italia, la Cappetta ha spiegato perché è, al contrario di quanto sostiene la Svimez che plaude al fenomeno, è contraria al lavoro in remoto (stando a casa propria, al Sud): «Le imprese moderne – ha detto – sono nate per affrontare situazioni di grande complessità. Questo vuol dire che danno il massimo e generano valore solo in questa condizione. Che non si verifica se i suoi dipendenti operano da remoto. Solo un pezzo del coordinamento può essere effettuato a distanza – ha specificato -. Inoltre non è pensabile abbandonare del tutto l’ufficio. L’ideale sarebbe creare un equilibrio che consenta di stare a casa due giorni e in azienda i restanti tre». Sarebbe un mix ideale se non ci fossero distanze incolmabili tra i lavoratori che scelgono di restare al Sud e la localizzazione delle aziende (in genere tutte al Centro-Nord).

Secondo la docente, «Questa forma di flessibilità può essere sostenibile adesso, in piena pandemia, ma non è ipotizzabile nel futuro. Non è possibile amministrare a distanza il cento per cento del lavoro». Vale, ovviamente, per i dipendenti ma non per i professionisti: «I lavoratori autonomi potrebbero trovare nel southworking un bilanciamento fra vita professionale e vita privata. Già molti grandi studi professionali hanno consulenti esterni che vivono dove preferiscono».

Nel caso delle aziende, la situazione – secondo la prof.ssa Cappetta – è diversa: «Le imprese sono comunità sociali, svolgono funzioni educative proprio come fa la scuola , ma questi meccanismi funzionano solo in presenza. Il southworking li distruggerebbe». Secondo la docente della Bocconi, «Le aziende risparmierebbero i costi di affitto, ma quelli necessari per organizzare il lavoro a distanza sarebbero molto maggiori. Inoltre verrebbe a mancare la formazione continua delle persone. Tutto questo si tradurrebbe in una flessione della produttività e quindi del fatturato. Ecco perché il southworking non può che essere una logica di breve periodo». E i lavoratori? «Si sentirebbero soli, isolati dai colleghi, avulsi dal contesto. Potrebbero perdere occasioni di avanzamento di carriera e perfino soldi».

Qualcuno obietta che i lavoratori del southworking scelgono piccoli borghi, località balneari, cittadine del Sud dove la qualità della vita è decisamente superiore a quella del Nord, ma è in fondo questa la motivazione che ha spinto a rimanere al Sud. Cosa importa da dove si lavora, visto che le tecnologie permettono questa agevole alternativa, se il risultato finale è ugualmente e qualitativamente ottimo? Se ci fossero opportunità d’impiego al Sud, in Calabria – per esser chiari – molti nostri giovani tornati perché costretti dalla pandemia avrebbero anche cambiato azienda, felici di produrre efficacemente per il territorio che li ha visti nascere e crescere. In attesa che il sogno si realizzi, ben venga, dunque, il southworking con grande soddisfazione dei lavoratori che respirano aria di casa e sono tornati a vivere in famiglia, tra amici e conoscenti, aspettando di poter costruire un futuro nella propria terra che già appare meno improbabile. (s)