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Mercoledì a Cosenza si celebrano i 25 anni da vescovo di Salvatore Nunnari

Mercoledì a Cosenza si celebrano i 25 anni da vescovo di mons. Salvatore Nunnari

di PINO NANOMercoledì in Duomo la città di Cosenza rende onore al suo vecchio Vescovo, don Salvatore Nunnari. Mons. Giovanni Checchinato, attuale Arcivescovo della diocesi ha organizzato in suo onore una “Festa di popolo e di Lode” per i suoi primi 25 anni da vescovo. Un gesto di grande amore per lui e di grande amicizia.

Era il 19 gennaio del 1999. Salvatore allora era Vicario della Pastorale a Reggio, il vescovo lo convoca, una volta entrato nella sua stanza lo invita a raggiungerlo dietro la sua scrivania, prima lo abbraccia, poi gli dice “Da questo momento sei Vescovo di Santa Romana Chiesa”. Salvatore non capisce, nessuno gli aveva mai parlato di una ipotesi di questo tipo, la notizia gli cade sulla testa come un fulmine a ciel sereno.

Prova a ritrarsi dalla stretta di Mons. Mondello, ma il suo Vescovo intuendo quale sarebbe stata la sua reazione gli sottolinea che è stato il Papa in persona a volerlo e a indicarlo come nuovo pastore della diocesi d’Irpinia. «Salvatore, fattene una ragione. Giovanni Paolo Secondo vuole così e tu devi obbedire». 

Il giorno successivo in città c’è la festa dei vigili urbani, la celebra lo stesso don Salvatore, il sindaco Italo Falcomatà è come sempre in prima fila, ed è il primo a rendersi conto che quel giorno Salvatore non sta bene. Falcomatà gli si avvicina, i due sono vecchi amici, lo afferra per la mano e gli chiede il perché di quello sguardo così assente quel giorno.

«Ti vedo male, Salvatore. Cosa ti è capitato di così grave?». 

È Salvatore che questa volta si confessa, e per farlo sceglie proprio lui, il sindaco comunista della città, l’uomo che prima di morire devastato dal cancro chiederà alla moglie e ai suoi figli di essere accompagnato sull’altare solo da Salvatore, il suo vecchio e indimenticabile amico d’infanzia. Poi capisci perché con chiunque lui parli della sua vita non faccia altro che raccontare della sua Reggio e del legame ombelicale con la città dello Stretto.

Solo l’idea di dover lasciare Reggio lo manda in crisi, «come farò a vivere lontano da Gebbione? Cosa dirò ai miei parrocchiani? Che dopo 35 anni di vita in comune ho scelto di fare carriera? Ma perché proprio me?». 

Passeranno tre interminabili giorni e tre lunghissime notti, prima di accettare ufficialmente il suo nuovo incarico episcopale. Da allora sono passati 25 anni di vita.

Non è cosa facile raccontare la storia di un sacerdote come Salvatore Nunnari. Più in generale, è sempre molto difficile poter ricostruire nei minimi dettagli la vita di un prete, per giunta di un prete in Calabria, per giunta di un prete diventato Vescovo, per giunta di un Vescovo che chiude la sua missione pastorale come Presidente della Conferenza Episcopale Calabra, il che significa come Capo di tutti le diocesi della regione.

Nel caso di don Salvatore Nunnari immagino però che l’operazione-racconto-della sua vita- sia ancora più complessa, se non altro perché – come scrive bene Attilio Sabato nel bellissimo saggio che alcuni anni fa ha scritto su di lui – siamo in presenza di un sacerdote che da giovane con il suo impegno pastorale ha profondamente segnato la storia di una grande città come Reggio Calabria e poi, avanti negli anni, di un vescovo che ha amministrato controllato influenzato e guidato, e sempre con grande carisma, la storia stessa della Chiesa meridionale tra la fine del 19 secolo e l’inizio del ventesimo. 

Non c’è momento della vita di Reggio, difficile o turbolento, o anche più semplicemente normale e ordinario, che non abbia avuto Salvatore Nunnari come diretto protagonista. Basterebbe un esempio per tutti, o meglio basterebbe andare a cercare negli archivi fotografici Alinari, o dello stesso Istituto Luce, e cliccare la voce Salvatore Nunnari. Ne restereste incantati, e soprattutto scioccati, perché sono tante le foto di questo giovane sacerdote calabrese ripreso tra i quartieri di Reggio Calabria nei giorni della rivolta, quando il Paese guardava alla città dello stretto col fiato sospeso per tutto quello che quella rivolta di popolo avrebbe potuto riflettere sulla storia politica nazionale. 

Di quei giorni, insieme alle immagini forti delle barricate per le strade, o dei cingolati arrivati da Roma per sedare la rivolta, insieme alle figure più carismatiche di quei giorni, penso a Ciccio Franco, o allo stesso sindaco del tempo Piero Battaglia, accanto a loro c’era sempre lui, Salvatore Nunnari. Nel suo libro Attilio Sabato lo subissa di domande e dalle risposte chiare e nette che ne riceve viene fuori la verità storica di quelle ore e di quei mesi.

Viene fuori il ruolo autentico che il vice parroco di Gebbione svolse al servizio della sua gente. Proverò una mediazione, ma l’immagine più aderente alla realtà mi è sembrata questa: nei mesi della rivolta dei “Boia chi molla” Salvatore Nunnari altro non era che un uomo di collegamento tra i rivoltosi e il mondo istituzionale, insomma una sorta di strumento di mediazione e di dialogo tra gli uni e gli altri, in clima a volte tragico. 

Da un lato c’era il sacerdote, prete a tutti i costi, che scendeva in piazza e viveva per le strade, giorno e notte, con la sua veste nera, eternamente sporca di calcinacci, lunga fino ai piedi, capace di dire messa e parlare di riconciliazione anche nei momenti più difficili della città. 

Dall’altro c’era l’uomo-comune, figlio della strada, il ragazzo di sempre, erede di una famiglia poverissima, educato al sacrificio e a mille rinunce, lui con il suo carattere forte, sprezzante, istintivo, battagliero, lui con la sua verve proverbiale, la sua carica umana, la sua folle passione per la gente comune, lui con dentro il cuore questo amore viscerale per la città di Reggio. 

Era difficile stabilire dove incominciasse, e dove finisse, la linea di confine tra l’uomo di fede e il rivoluzionario, e quale fosse la sua vera anima, se quella del prete o quella del rivoltoso. Dalle fotografie dell’epoca si coglie con estrema nitidezza la figura di un sacerdote che aveva però grande dimestichezza tanto con le barricate quanto con le cappelle e le chiese. 

Attilio Sabato riporta una frase di lui che dà il senso più autentico del personaggio.

«Sono infettato dalla mia città». 

Vice parroco a Gebbione per quasi 20 anni, uno dei quartieri storici e più popolari della città, Salvatore evita di far sapere in giro che il vescovo del tempo, Mons. Aurelio Sorrentino, lo aveva appena nominato parroco, al posto del vecchio don Bruno Pontari, per evitare che don Bruno “ci restasse male”, e prosegue la sua missione pastorale tra la gente del quartiere, come aveva sempre fatto nei vent’anni precedenti, andando in giro ogni giorno, casa per casa, visitando famiglia dopo famiglia, a portare la comunione ai più vecchi e ai più soli, a informarsi della loro salute, a chiedere notizie dei figli a scuola, a portare le medicine a chi non aveva i soldi per comprarle, a raccattare i ragazzi più discoli per strada e riportarli a scuola. 

Una vita interamente vissuta per gli altri e con gli altri, e quando provi a chiedergli se gli è mai mancata l’idea di una famiglia tutta sua risponde sorridendo «ma la mia vita è piena di famiglia, perché tutta la mia vita è trascorsa in famiglia». 

Era Gebbione, e la gente del quartiere, la sua vera famiglia. Era una famiglia allargata, fatta di 1700 nuclei familiari, di cui conosceva anime e cose, passioni e segreti, bisogni e speranze, li conosceva tutti uno per uno, li chiamava tutti per nome, di ognuno di loro si ricordava il giorno dell’onomastico o del compleanno. 

È la storia fantastica di un legame solido come l’acciaio, che solo il Signore – ripete sorridendo – potrà recidere per sempre. Nessun altro. Commovente il passaggio in cui il direttore di Teleuropa Network Attilio Sabato racconta il suo legame con la città di Reggio. Salvatore gli confessa di essere “contaminato” da Reggio, di considerare Reggio la “sua anima”, la parte più pulita del suo corpo, la parte più bella della sua vita, l’emozione più gratificante della sua esperienza di prete di campagna. 

Che meraviglia! Un prete che al mattino si sveglia e sogna di stare i ragazzi di strada del suo quartiere. Un Vescovo che, spedito in Irpinia a gestire il dopo-terremoto, torna a Roma corre in Vaticano, e la prima cosa che fa è quella di raccontare al Cardinale Re, suo vecchio amico di sempre, dei “suoi ragazzi” che a Reggio, nel frattempo, hanno fatto carriera politica, cresciuti a pane e catechismo nella sua parrocchia, Giuliano Quattrone un nome per tutti, e che oggi sono grandi abbastanza per costruire il futuro delle generazioni che verranno dopo di loro. 

L’ultima sua volta a Cosenza è stata appena qualche settimana fa, quando don Salvatore torna sull’altare della Chiesa di San Carlo Borromeo a Rende per celebrare i funerali di Rosa Maria Principe, la figlia più piccola di Sandro Principe, una tragedia familiare che non si è fermata un solo istante, e a cui don Salvatore dedica e regala una delle sue omelie più toccanti della sua esperienza di vescovo.

Seduto in carrozzella, Salvatore piange insieme a Sandro, piange insieme alla chiesa che li avvolge, piange anche per chi è lontano da lì, e con le lacrime agli occhi invita il suo popolo ad avere fede. Non è facile accettare, ma è anche questo forse il compito di un pastore illuminato come lui. (pn)