Svimez, è emergenza: giovani e anziani in fuga dal Sud

di ANTONIETTA MARIA STRATI – È una continua fuga, quella dei giovani dal Sud. Secondo la Svimez, infatti, dal 2002 al 2024 sono quasi un milione di giovani under 35 ha trasferito la propria residenza dal Mezzogiorno in una regione del Centro-Nord dal 2002 al 2024: una mobilità fortemente selettiva dal punto di vista del capitale umano (oltre un terzo di questi giovani aveva

almeno una laurea). Considerando i rientri dal Centro-Nord, la perdita secca di popolazione nella fascia 25-34 anni del Mezzogiorno supera le 500mila unità, di cui circa 270mila laureati. Dati preoccupanti, che sono emersi nel corso della presentazione del Report della Svimez ‘Un Paese, due emigrazioni’, presentato in collaborazione con Save the Children, in cui viene rilevato come «il fenomeno appare inoltre in progressivo rafforzamento sul piano qualitativo: nel 2002 la quota di laureati tra i giovani meridionali diretti verso il Centro-Nord non superava il 20%, nel 2024 ha raggiunto quasi il 60%.

Nel solo 2024 le partenze di giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord sono state circa 23mila, determinando un saldo netto negativo superiore a 17mila unità.

Sebbene i flussi migratori dei giovani che lasciano il Mezzogiorno per stabilirsi in una regione del Centro-Nord risultino nel complesso equilibrati dal punto di vista di genere – con una quota femminile stabile intorno al 47/48% – emerge una crescente selettività delle migrazioni delle giovani donne. Tra il 2002 e il 2024, sono oltre 195mila le giovani laureate ad aver lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord, quasi 42mila in più rispetto agli uomini under35 laureati (153mila).

Non è un caso, infatti, che l’Associazione parli di “nuove emigrazioni” includendo giovani, laureati e soprattutto donne: la quota di migrazioni qualificate tra migranti meridionali al Centro-Nord è cresciuta in modo particolarmente marcato tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024 (circa 13mila unità), contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini (circa 10mila).

Nel complesso, questi dati indicano che la mobilità femminile dal Mezzogiorno è sempre più concentrata sui profili a elevata istruzione, rafforzando il carattere qualitativamente selettivo della fuoriuscita di capitale umano.

Nel rapporto, viene indicato come, spesso, si scelga di emigrare dal Sud all’estero. Una scelta fatta da oltre 210mila giovani under 35  tra il 2002 e il 2024. Di questi, un terzo sono laureati. Questo significa che il Mezzogiorno ha perso – al netto dei rientri – 142mila giovani, di cui 45mila in possesso di titolo di studio di terzo livello. Il picco di emigrazione all’estero – evidenzia la Svimez – si è registrato nel 2019, con la partenza di 19mila giovani e, dopo un rallentamento provocato dal covid, questo fenomeno è tornato a rafforzarsi, raggiungendo il picco massimo nel 2024, con oltre 20mila trasferimenti all’estero di under35 meridionali.

Ma perché si verifica sempre più questo fenomeno? Lo spiega la Svimez nell’introduzione del Report: «le migrazioni dei giovani laureati dal Mezzogiorno rappresentano troppo spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. Sono necessarie nuove “politiche pubbliche per il diritto a

restare” orientate a creare condizioni favorevoli alla valorizzazione del capitale

umano formato nel Mezzogiorno, contrastando la fuga dei talenti e migliorando le opportunità di realizzazione professionale e di vita».

Una condizione, tuttavia, che non colpisce solo il Sud: Anche il Nord registra una crescente emigrazione internazionale: tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato una regione del Centro-Nord. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024: 21mila giovani laureati under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, valore doppio di quello del 2019 (circa 10 mila).

Il Centro‑Nord compensa ampiamente le proprie perdite estere grazie ai flussi dal Mezzogiorno: +270mila saldo netto positivo nei confronti del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024.

Il risultato, rimane comunque lo stesso, che sia del Nord o del Sud: la perdita di competenze. L’emigrazione dei laureati dai territori in cui si sono formati si traduce in una dispersione dell’investimento pubblico sostenuto per la loro istruzione a beneficio delle regioni e dei Paesi di destinazione. La SVIMEZ quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese.

A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in 1,1 miliardi di euro annui, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati.

La mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio degli studi universitari. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del CentroNord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da EmiliaRomagna e Lazio.

L’emigrazione “anticipata” è motivata dalla scelta di avvicinarsi ai mercati del lavoro caratterizzati da maggiori opportunità occupazionali. Tra i laureati occupati che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. La situazione appare significativamente diversa per chi si è laureato in un ateneo del Mezzogiorno: meno del 70% dei laureati trova occupazione nei territori di origine.

La SVIMEZ evidenzia un segnale importante in controtendenza. Negli ultimi anni è migliorata la capacità attrattiva degli Atenei meridionali: a parità di immatricolazioni negli atenei meridionali (108mila), per i corsi di laurea triennali e a ciclo unico, gli immatricolati meridionali negli Atenei nel Centro-Nord si sono ridotti dai 24mila studenti nell’a.a. 2021/2022 a 17mila nell’a.a 2024/2025.

Per i ragazzi che vivono in aree marginali e periferiche, come attestano i dati di Save the Children, già in età adolescenziale oltre un terzo dei giovanissimi che vivono nelle regioni del Sud e nelle Isole ritiene particolarmente importante spostarsi in futuro in un altro comune o città: 37,5% contro il 26,9% di chi vive al Centro o Nord Italia. I ragazzi e le ragazze che vivono nelle regioni meridionali sono anche i più propensi a valutare positivamente l’idea di andare a vivere all’estero (38,2% rispetto al 35,6% di chi vive al Centro o al Nord). Tra gli adolescenti figli di famiglie immigrate, il 58,7% dichiara di volersi trasferire in futuro in un altro paese, possibile testimonianza delle difficoltà incontrate nel percorso di crescita anche a causa di uno status giuridico incerto. L’aspirazione di trasferirsi all’estero è condivisa da un numero rilevante anche di 15-16enni di origine italiana, uno su tre (34,9%). A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del NordOvest. Il differenziale retributivo tra una laureata del Mezzogiorno e un laureato del Nord-Ovest ammonta a circa 375 euro mensili a favore di quest’ultimo (1.862 contro 1.487 euro).

Ma non sono solo più i giovani a emigrare: adesso anche i nonni hanno la valigia in mano che, conservando la residenza al Sud, raggiungono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord.

La SVIMEZ ha stimato il numero di over 75 meridionali che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, vivono stabilmente nel Centro-Nord. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana.

Secondo le stime Svimez, tra il 2002 e il 2024 gli anziani formalmente residenti al Sud  che vivono stabilmente al Centro-Nord (“nonni con la valigia”) sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184 mila unità. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto die carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali.

«Sono necessarie nuove politiche pubbliche per il diritto a restare, orientate a valorizzare le competenze formate nel Mezzogiorno, mutuando gli strumenti di incentivo al rientro dei cervelli», ha detto Luca Bianchi, nel corso della presentazione a Roma.

«Le migrazioni dei giovani laureati dal Mezzogiorno rappresentano sempre più spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. In questa prospettiva – ha aggiunto – la SVIMEZ propone l’introduzione, a livello europeo, di un Graduate Staying Premium, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi cinque anni di attività nelle regioni europee collocate nella trappola dei talenti».

«Il Graduate Staying Premium – ha detto Bianchi – potrebbe configurarsi come uno degli strumenti innovativi delle politiche per l’occupabilità nella programmazione europea 2028-2034, intervenendo su uno dei principali fattori che alimentano la mobilità dei giovani qualificati. La misura consentirebbe infatti di aumentare il salario netto di ingresso, riducendo il divario rispetto alle aree più forti e rendendo concretamente più praticabile il diritto a restare».

Per la responsabile analisi e ricerche di Save the Children, Antonella Inverno, «sono proprio le ragazze e i ragazzi cresciuti nelle aree marginali e periferiche del Paese che faticano a immaginare un futuro in Italia e le loro aspirazioni trasformate in progetti di vita concreti. È invece in questi luoghi che dovrebbero concentrarsi politiche pubbliche, adeguatamente finanziate, affinché i più giovani possano pensare di rimanere nei territori di origine, diventando così a loro volta fautori dello sviluppo di quegli stessi territori».

Alla presentazione sono intervenuti anche il presidente della Consulta Anci Giovani, Domenico Carbone, il presidente dei Giovani imprenditori Confindustria Salerno Vincenzo Iennaco, la segretaria nazionale dei Giovani Democratici, Virginia Libero, il giornalista di Will Media, Carlo Notarpietro.

Per la Svimez e Save the children, dunque, «le migrazioni giovanili dal Mezzogiorno non possono essere interpretate come l’espressione piena di una libera scelta individuale, ma vanno lette prevalentemente come una risposta obbligata alla persistente carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. Come evidenziato nel Rapporto SVIMEZ 2025, questa dinamica emerge con particolare chiarezza dalla profonda contraddizione che ha accompagnato la recente ripresa occupazionale: per ogni giovane laureato occupato in più nel Mezzogiorno, quasi due hanno lasciato l’area».

«Il Rapporto segnala – si legge – che nel Mezzogiorno non risultano ancora pienamente garantite le condizioni economiche e sociali necessarie a rendere effettivo il diritto a restare. La definizione di nuove politiche nazionali ed europee volte a costruire op-portunità per giovani laureati nei luoghi dove sono nati e si sono formati è il presupposto indispensabile affinché la mobilità possa configurarsi come una scelta e non come una necessità». (ams)

Svimez contro l’autonomia differenziata: i lep non ne siano lo strumento “tecnico”

di VALENTINO DE PIETRO – I livelli essenziali delle prestazioni (LEP) non possono diventare un passaggio “tecnico” per spostare competenze dallo Stato alle Regioni: devono servire prima di tutto a rendere effettivi e uniformi i diritti di cittadinanza, a prescindere dalla regione di residenza.​

Questa impostazione, nella lettura della SVIMEZ (l’associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), discende dalla funzione costituzionale dei LEP: non uno strumento “a servizio” del regionalismo differenziato, ma il presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale.
Per l’associazione, proprio per questo i LEP dovrebbero essere definiti e finanziati come adempimento ordinario dello Stato, prima e a prescindere da qualsiasi processo di trasferimento di funzioni.​

In questa chiave, la SVIMEZ colloca le proprie valutazioni nel quadro più ampio dell’attuazione del federalismo fiscale regionale “simmetrico e cooperativo” delineato dalla legge 42/2009, in cui i LEP rappresentano un pilastro essenziale.​
Secondo la memoria del 19/01/2026, un federalismo davvero cooperativo implica il bilanciamento tra autonomia regionale e rafforzamento delle funzioni statali su tre fronti: definizione e finanziamento dei LEP, un meccanismo di perequazione finanziaria efficace e investimenti aggiuntivi nelle aree più deboli per ridurre i divari di sviluppo.​

Questo è il messaggio che la SVIMEZ ha portato in Senato, presentando una memoria sul disegno di legge A.S. 1623, che delega il Governo alla determinazione dei LEP.

Nell’impostazione del provvedimento, ricostruisce la SVIMEZ, la delega viene collegata all’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione (la cosiddetta autonomia differenziata), con l’obiettivo di apportare correttivi alla legge 86/2024 alla luce delle indicazioni della Corte costituzionale.​
È qui che, secondo la memoria, si annida la criticità di fondo: assumere l’articolo 116 come “parametro primario” rischia di piegare i LEP a una funzione strumentale (presupposto tecnico per la devoluzione), invece di riconoscerli come fondamento unitario dei diritti di cittadinanza.​

Nell’audizione davanti alla I Commissione Affari costituzionali, l’associazione ha messo al centro una critica di impostazione: ancorare la definizione dei LEP alla logica dell’autonomia differenziata rischia di ridurne la portata costituzionale e di trasformarli in uno strumento funzionale al regionalismo “rafforzato”, invece che in un presidio ordinario di uguaglianza sostanziale.

In altri termini, sottolinea la SVIMEZ, il regionalismo differenziato ha natura eccezionale rispetto all’assetto ordinario delle competenze, mentre i LEP sono chiamati a operare come garanzia “generale” e preventiva dell’unità dei diritti, anche nell’ordinaria distribuzione delle funzioni tra Stato e Regioni.​
L’ordine logico, secondo la memoria, dovrebbe quindi essere rovesciato: prima i livelli essenziali (con risorse e meccanismi coerenti), poi l’eventuale discussione su funzioni ulteriori, caso per caso.​

Secondo la SVIMEZ, il punto di riferimento dovrebbe restare l’articolo 117, secondo comma, lettera m della Costituzione – che collega i LEP alla garanzia uniforme dei diritti civili e sociali – e, più in generale, la cornice degli articoli 117, 118 e 119, cioè l’architettura che regola competenze, sussidiarietà e perequazione nel Titolo V.

Nel quadro tracciato dalla memoria, questa cornice va letta insieme al percorso del federalismo fiscale regionale “simmetrico e cooperativo” delineato dalla legge 42/2009, di cui i LEP sono pilastro fondamentale.​

La memoria ricostruisce il contesto in cui nasce il nuovo intervento legislativo: il Ddl 1623 interviene dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 192/2024, che ha censurato la precedente delega sui LEP contenuta nella legge 86/2024, evidenziando criticità legate alla genericità dei criteri direttivi e alla difficoltà di dettare regole valide “in blocco” per materie molto diverse tra loro.​

L’obiettivo dichiarato, nella lettura SVIMEZ, dovrebbe essere il superamento dei divari territoriali nell’accesso alle prestazioni, ma perché questo avvenga occorre evitare che l’articolo 116, comma 3 – di natura eccezionale rispetto all’assetto ordinario delle competenze – diventi il parametro primario per la definizione dei LEP.​

Un altro snodo riguarda la dimensione operativa: la SVIMEZ segnala che la delega finisce per investire un perimetro molto ampio di funzioni pubbliche, mentre è plausibile che le richieste regionali, anche alla luce dei richiami della Corte, si concentrino su un numero più limitato di ambiti.​
Nello stesso documento si ricorda che nel novembre 2025 sono state sottoscritte preintese con alcune Regioni (Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto) con l’obiettivo di arrivare a un’intesa su un perimetro circoscritto di materie, segnale – secondo la SVIMEZ – di come la domanda effettiva possa concentrarsi su ambiti limitati.​

Nella stessa memoria vengono richiamati i criteri di rigore indicati dalla Consulta: una maggiore autonomia su singole funzioni deve essere motivata e sostenuta da un’istruttoria robusta e trasparente, capace di dimostrare i benefici in termini di efficienza, equità e responsabilità, e compatibile con il principio di sussidiarietà.​

Sul versante delle risorse, nel testo SVIMEZ viene riconosciuto come elemento positivo il principio di contestualità: definire i LEP insieme a costi e fabbisogni standard – per ciascun livello o per gruppi quantificabili – viene considerato un passaggio essenziale per evitare che i LEP restino affermazioni programmatiche prive di efficacia.

Ma proprio sul finanziamento si concentra un allarme: la presenza di un vincolo di invarianza finanziaria, affiancato alla possibilità che emergano maggiori oneri da coprire con successivi provvedimenti, rischia di riproporre un modello in cui l’uniformità dei diritti è subordinata ai limiti delle risorse già disponibili, con effetti potenzialmente distorsivi sui territori più deboli.
La memoria osserva che, senza stanziamenti idonei, l’obiettivo di attenuare i divari territoriali nei livelli di servizio difficilmente può essere perseguito e che il richiamo alle risorse “a legislazione vigente” rischia di rendere i LEP un obiettivo formale più che sostanziale.​
Anche a parità di risorse, aggiunge SVIMEZ, i divari si riducono solo se i criteri di riparto sono chiaramente improntati a finalità perequative, altrimenti si finisce per riprodurre la logica della spesa storica.​

Infine, la SVIMEZ chiede un chiarimento di metodo e una regia unica: oggi, si evidenzia, la determinazione dei LEP procede lungo due binari che rischiano di non incontrarsi.

Da un lato, i LEP vengono richiamati come condizione per il trasferimento di funzioni nell’autonomia differenziata; dall’altro, dovrebbero rappresentare l’architrave del federalismo fiscale “simmetrico e cooperativo” previsto dalla legge 42/2009, fondato su perequazione e riduzione dei divari.​
Secondo la memoria, questa sovrapposizione genera ambiguità di metodo e di finalità, incidendo direttamente sulla funzione attribuita ai LEP.​

Senza un quadro unitario di definizione e finanziamento, l’effetto – avverte la SVIMEZ – è quello di indebolire la funzione costituzionale dei LEP e di lasciare irrisolto il problema centrale: garantire servizi essenziali in modo realmente uniforme in tutta Italia, non per enunciazioni, ma con standard e risorse coerenti.
Per questo la SVIMEZ sollecita una definizione più chiara delle priorità, concentrando inizialmente l’intervento su ambiti essenziali sotto il profilo dell’equità e della riduzione delle disuguaglianze territoriali, così da rafforzare l’effettività dei LEP ed evitare che la delega si traduca in un mero riordino formale.​

Svimez, il Sud cresce ma perde i suoi giovani

di ANTONIETTA MARIA STRATI – È una stagione ricca di contrasti, quella che sta vivendo il Sud. Se da una parte cresce come non mai l’occupazione, dall’altra è inesorabile l’esodo dei giovani che svuota il Mezzogiorno di competenze e futuro. È questo il quadro emerso dal Rapporto Svimez, presentato a Roma dal direttore Luca Bianchi.

Tra il 2021 e il 2024, quasi mezzo milione di posti di lavoro è stato creato nel Mezzogiorno, spinto da PNRR e investimenti pubblici. Ma negli stessi anni 175 mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. La “trappola del capitale umano” si rinnova: la metà di chi parte è laureato; le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita secca di quasi 8 miliardi di euro l’anno. I giovani che restano, troppo spesso, trovano lavori poco qualificati e mal retribuiti. Con i salari reali che calano aumentano i lavoratori poveri: un milione e duecentomila lavoratori meridionali, la metà dei lavoratori poveri italiani, è sotto la soglia della dignità. Si evidenzia, inoltre, una emergenza sociale nel diritto alla casa.

Il PNRR sostiene la crescita e spinge fino al 2026 il Pil del Sud oltre quello del Nord. Il percorso di sviluppo avviato dal PNRR non può interrompersi nel 2026. Il Mezzogiorno sta dimostrando di poter essere protagonista della transizione industriale ed energetica del Paese, ma servono scelte politiche forti per consolidare i risultati raggiunti e dare continuità agli investimenti. Tra i segnali positivi nel Mezzogiorno sui quali costruire il futuro post PNRR: la crescita dei servizi ICT, la crescita dell’industria, il miglioramento dell’attrattività delle università meridionali. Ma la legacy del PNRR riguarda anche cambiamenti sociali e istituzionali che devono orientare il complesso delle politiche pubbliche: il miglioramento della capacità amministrativa dei Comuni; i primi segnali di convergenza Sud-Nord nell’offerta pubblica di asili nido e del servizio mensa nelle scuole; la standardizzazione e semplificazione degli iter amministrativi. 

Per la Svimez, dunque, la vera sfida «è consolidare questi segnali positivi in un percorso di sviluppo duraturo, che renda il diritto a restare pienamente esercitabile e la decisione di partire una scelta, non una necessità. Occorre agire su quattro leve: potenziare le infrastrutture sociali e garantire i servizi oltre il Pnrr; rafforzare i settori a domanda di lavoro qualificata; puntare sulla partecipazione femminile nel mercato del lavoro, nel sistema della ricerca e nella sfera politica e decisionale, dove rivestono un peso ancora marginale; investire sul sistema universitario come infrastruttura di innovazione».

È lo stesso Bianchi a ribadire come «il Mezzogiorno sta crescendo in questi ultimi anni grazie al PNRR. Ora la sfida è dare continuità a questo ciclo d’investimenti».

A fargli eco il presidente Adriano Giannola, evidenziando come «grazie al Pnrr persistenti segnali di ripresa dell’economia e del lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno che, tuttavia, non riescono a incidere e prevalere sulle dinamiche migratorie e sulle prospettive di vita delle giovani generazioni. Si conferma infatti che tanti giovani scelgono le Università del Nord soprattutto perché offrono qualificate prospettive di opportunità di lavoro anche, e sempre più, fuori Italia».

I dati del Rapporto, infatti, ci dicono come tra 2021 e 2024 il Pil del Mezzogiorno aumenta dell’8,5%, contro +5,8% del Centro-Nord. A determinare questo scarto contribuiscono diversi fattori: la minore esposizione dell’industria meridionale agli shock globali; un ciclo dell’edilizia particolarmente favorevole legato prima al maggiore impatto espansivo degli incentivi edilizi, poi allo stimolo fornito dal Pnrr la chiusura del ciclo 2014-2020 della politica di coesione. A ciò si è aggiunta la ripresa del turismo e dei servizi, che ha rafforzato la domanda interna. E ancora: le costruzioni sono il motore principale: +32% nel Sud contro +24% nel Centro-Nord. Per il peso che riveste nella formazione del valore aggiunto dell’area, il contributo più rilevante alla crescita del Pil 2021-2024 del Mezzogiorno è venuto dal terziario: +7,4% l’aumento medio in Italia dei servizi, che raggiunge il +7,8% nel Mezzogiorno (+7,3% nel Centro-Nord). La crescita non si è limitata ai servizi tradizionali. Crescono le attività finanziarie, immobiliari, professionali e scientifiche che hanno goduto degli effetti di domanda di nuova progettualità pubblica e privata attivata dal Pnrr.

Nel biennio 2023-2024 l’effetto espansivo del Pnrr che è valutabile in circa 0,9 punti di Pil nel Centro-Nord e 1,1 punti nel Mezzogiorno. Gli investimenti attivati dal Piano hanno di fatto scongiurato il rischio di una stagnazione della crescita italiana.

Secondo le stime Svimez, l’Italia crescerà poco ma in miglioramento: +0,5% nel 2025, +0,7% nel 2026, +0,8% nel 2027. Grazie al completamento dei cantieri PNRR, il Sud dovrebbe continuare a superare il Centro-Nord nel biennio 2025-2026: +0,7% e +0,9%, contro +0,5% e +0,6% del Centro-Nord. Complessivamente, sulla crescita cumulata del biennio 2025-2026, la domanda di investimenti pubblici dovrebbe valere 1,7 punti di Pil nel Mezzogiorno e  0,7 punti nel Centro-Nord. Nel 2027 rallenta ciclo investimenti pubblici, riparte la domanda internazionale e il Centro-Nord torna a crescere più del Sud (+0,9% contro +0,6%).

Per il direttore Bianchi  «ora la sfida è dare continuità a questo ciclo d’investimenti. Bisogna migliorare la spesa delle politiche di coesione e ricostruire un quadro di politica industriale che valorizzi la grande impresa del Mezzogiorno e i tanti settori che stanno vincendo la sfida della competitività», mentre il presidente Giannola punta l’attenzione sui giovani, evidenziando «come l’emorragia di giovani italiani altamente formati investe anche il Centro-Nord che, pur perdendo capitale umano a vantaggio di poli stranieri, lo recupera ancora grazie alle migrazioni interne dal Sud. Al Mezzogiorno, quest’emigrazione qualificata infligge una perdita secca e impone una drastica segregazione ai giovani meno “ricchi e formati” che rimangono e alimentano il boom dell’occupazione soprattutto nel terziario dei servizi a basso valore aggiunto e precario; al contempo l’industria manifatturiera ristagna o perde colpi. Per trattenere le competenze nelle regioni meridionali e uscire dalla trappola dei bassi salari e del lavoro povero la priorità è garantire la qualità dell’occupazione e delle retribuzioni. Se è vero che nel periodo 2021-2024 il Sud cresce più del Centro-Nord, è altrettanto vero che in quegli anni contiamo ben 100mila poveri in più nel Mezzogiorno».

Dal Rapporto Svimez, infatti, emerge come «tra il 2021 e il 2024 il Mezzogiorno ha registrato un incremento dell’occupazione pari all’8%, contribuendo per oltre un terzo al milione e quattrocentomila nuovi occupati a livello nazionale. Il Centro-Nord ha aggiunto circa 900mila posti, il Sud quasi 500mila. Le politiche pubbliche hanno svolto un ruolo determinante: prima l’espansione degli incentivi edilizi, poi l’avvio dei cantieri Pnrr e l’aumento degli organici nella pubblica amministrazione hanno sostenuto occupazione in edilizia, servizi professionali e filiere manifatturiere legate agli investimenti pubblici».

Cresce l’occupazione giovanile, soprattutto nel Mezzogiorno. Nel triennio 2021-2024 gli under 35 occupati sono aumentati di 461mila unità a livello nazionale, di cui 100mila nel Sud. Il tasso di occupazione giovanile cresce più al Sud (+6,4 punti), ma resta molto più basso rispetto al Centro-Nord (51,3% contro 77,7%).

Nonostante il boom occupazionale, il Mezzogiorno non trattiene i giovani. Tra i due trienni 2017-2019 e 2022-2024 le migrazioni dei 25-34enni italiani sono aumentate del 10%: nell’ultimo triennio 135mila giovani hanno lasciato l’Italia e 175mila hanno lasciato il Sud per il Nord e l’estero. Un paradosso evidente: più lavoro ma non migliori condizioni di vita, né opportunità professionali adeguate alle competenze.

La conseguenza è che il Sud forma competenze che alimentano la crescita e l’innovazione altrove. I dati dicono che sono oltre 40mila i giovani meridionali che si trasferiscono ogni anno al Centro-Nord, mentre 37mila laureati italiani emigrano all’estero. Con l’emigrazione di questi laureati, una parte del rendimento potenziale dell’investimento pubblico sostenuto per la loro formazione viene dispersa. Il bilancio economico di questo movimento è pesante: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno perde di investimenti 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord. Poli esteri che attraggono giovani italiani altamente formati, il Centro-Nord che perde verso l’estero ma recupera grazie alle migrazioni interne di laureati da Sud, il Mezzogiorno che li forma e continua a perderli.

Nel Mezzogiorno, nel 2021-2024, sei nuovi occupati under35 su dieci sono laureati, contro meno di cinque nel resto del Paese. Tuttavia, la prima porta d’ingresso al lavoro rimane il turismo: oltre un terzo dei nuovi addetti giovani si colloca nella ristorazione e nell’accoglienza, settori a bassa specializzazione e bassa remunerazione. Al tempo stesso, crescono i giovani laureati nei servizi ICT e nella pubblica amministrazione, grazie al PNRR e alla riforma degli organici pubblici. La qualità delle opportunità resta però insufficiente: il mercato del lavoro meridionale continua a offrire sbocchi concentrati nei comparti tradizionali, con scarsa domanda di competenze avanzate.

Per trattenere i giovani, il Sud deve attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza un salto di qualità nella domanda di competenze, la mobilità giovanile continuerà a essere una scelta obbligata.

Un altro dato rilevato dalla Svimez sono i salari, che sono in calo, soprattutto nel Mezzogiorno: Dal 2021 al 2025 i salari reali italiani hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2% contro -8,2% nel Centro-Nord. Inflazione più intensa e retribuzioni nominali più stagnanti accentuano il divario.

In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. Tra il 2023 e il 2024 aumenta il numero dei lavoratori poveri: +120mila in Italia, +60mila al Sud. Non basta avere un’occupazione per uscire dalla povertà: bassi salari, contratti temporanei, part-time involontario e famiglie con pochi percettori ampliano la vulnerabilità.

Nel 2024 le famiglie povere crescono nel Mezzogiorno dal 10,2% al 10,5%. Centomila persone in più scivolano nella povertà assoluta, per effetto di un aumento delle famiglie che risultano in povertà assoluta anche se con persona di riferimento occupata.

Sono i Comuni ad aver dato lo stimolo più forte agli investimenti pubblici: raddoppiati nel Mezzogiorno tra il 2022 e il 2025 da 4,2 a 8 miliardi di euro. Oltre che alla maggiore flessibilità introdotta con la modifica del Patto di stabilità, tale dinamica va ascritta principalmente alla soddisfacente capacità dei Comuni nell’attuare le misure del Pnrr.

Il Pnrr destina 27 miliardi di opere pubbliche al Sud. Tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva al Sud, in linea con il dato del Centro-Nord. Il 25% dei progetti al Centro-Nord è già alla fase del collaudo; il 16,2% al Mezzogiorno.

La Svimez, in collaborazione con l’Ance, ha realizzato un monitoraggio aggiornato a fine ottobre 2025 sullo stato di avanzamento dei cantieri delle infrastrutture sociali finanziate dal PNRR: interventi per un valore complessivo di circa 17 miliardi di euro affidati in larga parte a Comuni e Regioni per la realizzazione di opere nei servizi per la prima infanzia, nell’edilizia scolastica e nella sanità territoriale. Nel Mezzogiorno i cantieri PNRR per infrastrutture sociali dei Comuni sono in fase avanzata progetti per il 51,5% del valore complessivo delle risorse contro solo il 33% di quelli delle Regioni.

Le attività di assistenza tecnica offerta dai centri di competenza nazionale alle amministrazioni locali responsabili degli interventi ha consentito l’accelerazione e standardizzazione degli iter amministrativi. Con il Pnrr si sono ridotti i tempi medi di progettazione delle opere rispetto al pre Pnrr con una sostanziale convergenza Sud/Nord: nel Mezzogiorno da 20,4 a 7,1 mesi; nel Centro-Nord da 16,8 a 7,4.

«Grazie agli investimenti del Pnrr – scrive la Svimez – i Comuni del Mezzogiorno stanno realizzando un miglioramento nei servizi educativi per l’infanzia e per la scuola. I primi risultati sono già visibili: crescono i posti negli asili nido pubblici e aumenta la quota di alunni che frequentano scuole dotate di mensa, due indicatori fondamentali del diritto di cittadinanza all’istruzione».

Per Giannola «a conti fatti, il contributo decisivo alla crescita meridionale è venuto dall’edilizia, sostenuta in una prima fase dagli incentivi del vituperato – malgovernato Superbonus, poi dagli investimenti pubblici legati al PNRR, al quale hanno dato una spinta importante tra il 2022 e il 2025 gli investimenti dei Comuni, che sono raddoppiati. Come suggeriscono le nostre previsioni, il Sud continuerà a crescere più del Nord finché c’è il PNRR: alla fine di questo vero e proprio “intervento straordinario dell’Europa” che accadrà?».

S«e non è errato dire che le risorse del Pnrr – ha proseguito il presidente della Svimez – hanno prevalentemente mirato alla revisione e manutenzione di un sistema che non cresce da troppi anni, si conferma l’aspettativa che riprenda il deludente tratto delle Politiche di Coesione».

«Ma fare sviluppo – ha evidenziato – vuol dire cambiare, non limitarsi a “tenere assieme i pezzi”. Una valutazione che non riguarda solo il Sud, ma anche per molti versi il Centro-Nord, quindi l’intero Paese. Non a caso la Commissione Europea diagnostica l’Italia prigioniera nella “trappola dello sviluppo”. Eppure, avremmo potenzialità che non sfruttiamo adeguatamente, sintetizzabili in primis nella posizione privilegiata nel Mediterraneo, che offre vantaggi comparati per realizzare la “doppia transizione” programmata dalla UE».

«Mettere in campo sistematicamente e non per caso – ha concluso – tra le celebrate energie rinnovabili, la risorsa geotermica contribuirebbe e non poco alla nostra autonomia nella transizione energetica. Per le aree meridionali, che ne hanno in abbondanza, sarebbe un potenziale complemento alle mai avviate Autostrade del Mare, essenziali per realizzare la “Logistica a valore”, articolata in porti e retroporti attrezzati e favoriti dai privilegi fiscali delle Zone Doganali Intercluse».

Per la Svimez, poi, l’avvio delle pre-intese sull’autonomia differenziata può compromettere l’efficacia degli interventi del Pnrr: se da una parte c’è il Piano nato per ridurre i divari territoriali migliorare i servizi essenziali e rafforzare la capacità amministrativa delle aree più fragili, soprattutto nel Mezzogiorno, dall’altra c’è una riforma che rischia di aumentare le diseguaglianze, sottraendo risorse e competenze condivise e frammentando i diritti di cittadinanza.

Il risultato è una riforma nata per ricucire il Paese si sovrappone a un’altra che può accentuarne le fratture. Senza un quadro unitario, gli effetti positivi del PNRR rischiano di indebolirsi proprio ora che stanno emergendo. La contraddizione è ancora più evidente perché il Pnrr include tra le sue riforme la revisione organica del federalismo fiscale, pensata per garantire livelli essenziali delle prestazioni uniformi e ridurre i divari. L’autonomia differenziata va nella direzione opposta e rischia di compromettere l’efficacia stessa del Piano.

Il Mezzogiorno continua a presentare un marcato divario infrastrutturale rispetto al Centro-Nord. Ed anche gli indici di accessibilità alle infrastrutture esistenti mostrano come, a fronte di valori medi superiori nelle regioni settentrionali per strade e ferrovie, le regioni meridionali si fermano spesso intorno o al di sotto, con punte molto basse nelle città minori, con ritardi più profondi al Sud nel caso delle infrastrutture ferroviarie ad alta velocità, dei servizi sanitari e della rete impiantistica per la gestione dei rifiuti. Posto uguale a 100 l’indice medio di accessibilità Italia per le infrastrutture ospedaliere, il Mezzogiorno registra un valore pari ad appena 68 contro il 132 del Nord e il 118 del Centro.

La Svimez, poi, ha ribadito come il rilancio del Mezzogiorno passa dalle grande aziende. Nonostante il loro peso sia ancora limitato, è significativo: quasi 600mila addetti e 46 miliardi di valore aggiunto, concentrati in pochi poli industriali. Nei comparti a più elevata tecnologia l’incidenza occupazionale dei grandi impianti al Sud supera il 50% (30% nelle altre aree).

Tra i tanti dati, emerge, infine, come la partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Italia resta tra le più basse d’Europa, nonostante i segnali positivi registrati tra il 2021 e il 2024. Il tasso di occupazione femminile, pur in crescita, è ancora lontano dagli standard europei e presenta forti divari tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Persistono inoltre fenomeni strutturali di segregazione e precarietà: nel Sud le donne lavorano soprattutto in settori a bassa remunerazione e produttività, con contratti spesso temporanei o part-time involontari. A pesare sono anche le limitate opportunità di carriera, frenate da barriere culturali e dalla mancanza di adeguate politiche di conciliazione. Ne derivano ampi divari retributivi e una partecipazione femminile molto diseguale, soprattutto nelle aree più deboli per struttura produttiva e servizi di welfare. (ams)

IL PIL DELLA CALABRIA NON CRESCE
NEL 2024 REGISTRATO A MENO 0,2%

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Nel 2024 in Calabria il Pil non cresce. Anzi, diminuisce dello 0,2%, mentre quello del Mezzogiorno, per il terzo anno consecutivo, cresce più del Nord. È quanto emerso dal rapporto Svimez sul Pil delle regioni nel 2024.

Nel 2024, come nel biennio precedente, il Pil delle regioni meridionali è aumentato più del Centro-Nord: +1% contro +0,6%. Quel punto in più è stato possibile grazie al PNRR. La crescita è stata più sostenuta nelle regioni centrali (+1,2%), meno nel Nord-Ovest (+0,9%). Per il Nord-Est si stima una sostanziale stagnazione dell’attività economica (-0,2%).

La migliore performance di crescita del Sud è determinata dallo stimolo maggiore offerto dalle costruzioni (+3% contro il +0,6% del Centro-Nord), in continuità con il biennio precedente (Tab. 2). Leggermente superiore al dato del Centro-Nord anche la dinamica dei servizi (+0,7% contro +0,6%). Nella media d’area, il comparto industriale meridionale presenta una sostanziale tenuta (+0,1%), a fronte di una leggera contrazione nel resto del Paese (-0,2%). L’agricoltura cresce solo dello 0,5% al Sud rispetto al +2,9% del Centro-Nord. La crescita italiana, in un contesto di forte incertezza internazionale e di crisi di ampi comparti dell’industria europea, è stata sostenuta dalla spinta propulsiva degli investimenti in opere pubbliche, trainati dal Pnrr e da una migliorata capacità realizzativa delle amministrazioni. La Svimez ha stimato che il Pnrr ha offerto un contributo alla crescita del Pil nel 2024 pari a 0,6 punti percentuali nel Mezzogiorno e a 0,4 punti nel Centro-Nord.

Il Pil nelle regioni: forte eterogeneità interna alle macro-aree

Anche nel 2024 si conferma l’ampia differenziazione interna alle diverse ripartizioni territoriali nei tassi di crescita regionali osservata nel triennio precedente (Informazioni Svimez 4/2024). Al Sud, spiccano le performance di Sicilia (+1,5%) e Campania (+1,3%), accomunate dalle migliori dinamiche d’area del valore aggiunto delle costruzioni, rispettivamente pari a +6,3% e +5,9%.

In Sicilia anche l’espansione del settore industriale (+2,7%) contribuisce al risultato (Tab. 2). Basilicata (+0,8%), Sardegna (+0,8%) e Abruzzo (+1%) mostrano tassi di crescita simili, frutto però di diverse dinamiche settoriali: nell’economia sarda l’espansione riguarda i diversi settori ad eccezione dei servizi; in Abruzzo la crescita è trainata dai servizi che compensano la perdita di valore aggiunto delle costruzioni e dell’industria; nell’economia lucana pesa il calo del valore aggiunto industriale e il minor stimolo offerto dalle costruzioni, ma l’aumento dei servizi sostiene la crescita. Più distante dalla media meridionale la Puglia (+0,6%), frenata dalla stagnazione del terziario e da una crescita meno vivace del valore aggiunto delle costruzioni rispetto al resto del Mezzogiorno.

Infine, Molise (-0,9%) e Calabria (-0,2%) dovrebbero segnare un calo del Pil nel 2024. Nel primo caso, il dato risente della contrazione significativa delle costruzioni (-12,7%) – la più ampia a livello nazionale – e del ristagno di servizi e industria. Sullo stallo dell’economia calabrese incidono andamenti negativi diffusi tra settori, che sterilizzano la crescita dell’industria. Nel Centro, alla stagnazione delle Marche e alla crescita moderata della Toscana (+0,4%) si contrappongono le buone performance dell’Umbria (+1,2%) e, soprattutto, del Lazio, prima regione italiana per crescita del Pil nel 2024 (+1,8%). Nel Nord-Ovest, solo il Piemonte (+1,5%) registra una crescita significativa, seguito dalla Lombardia (+0,9%), mentre Liguria (-0,5%) e Valle d’Aosta (-0,1%) registrano il segno meno. La contrazione del prodotto in Veneto (-0,4%) ed Emilia-Romagna (-0,2%), principali economie dell’area, dovrebbero portare in territorio negativo il dato del Nord-Est (-0,2%).

A consuntivo di una inedita fase di ripresa, il Pil è cresciuto complessivamente dell’8,6% tra il 2022-2024 al Sud, contro il 5,6% del Centro-Nord, con uno scarto cumulato di 3 punti percentuali. Nel triennio 2022-2024, in termini di crescita cumulata del Pil, Sicilia (+11,2%), Campania (+9,5%) e Abruzzo (+9,2%) hanno registrato risultati superiori alla media del Mezzogiorno. Sardegna (+7,7%) e Puglia (+7%), pur collocandosi al di sotto della media dell’area, hanno comunque superato il tasso di crescita medio del Centro-Nord. Restano invece al di sotto della media meridionale Molise (+5,2%), Calabria (+4,2%) e Basilicata (+2,7%).

Un altro dato importante è la continua crescita degli investimenti pubblici: nel 2024 il progressivo indebolimento degli investimenti privati in edilizia, legati al Superbonus, ha ridotto il contributo alla crescita della componente privata delle costruzioni. Al contrario, è aumentato il contributo delle opere pubbliche, soprattutto grazie all’avvio della fase esecutiva del Pnrr. Nel 2024, per il complesso degli enti attuatori, gli investimenti pubblici hanno raggiunto circa 45 miliardi di euro. Poco meno della metà delle risorse è stata mobilitata dalle amministrazioni comunali, che si confermano primi investitori pubblici con una spesa pari a 21,7 miliardi. Nel complesso, gli investimenti pubblici sono cresciuti di circa 6 miliardi rispetto al 2023 (+3 miliardi per i Comuni).

Per la Svimez «si tratta di un risultato di notevole rilievo, considerato che il 2023 aveva beneficiato anche dell’effetto una tantum della chiusura del ciclo di programmazione 2014-2020 dei fondi europei della coesione, quantificabile, per le opere pubbliche, in circa 4 miliardi».

Tra il 2022 e il 2024, gli investimenti comunali sono aumentati del 75,3% nel Mezzogiorno, passando da 4,2 a 7,4 miliardi. A livello italiano, i Comuni hanno realizzato investimenti per 21,7 miliardi, +64% rispetto al 2022.

Ma non sono gli investimenti pubblici ad aver aiutato il Sud a crescere: una fetta di merito lo ha anche il settore dei servizi. Il valore aggiunto del comparto registra un aumento medio dello 0,7% nelle regioni meridionali, a fronte di un +0,6% nel resto del Paese (Tab. 2), con Abruzzo (+1,5%), Sicilia (+1,3%) e Campania (+1,1%) che si attestano su valori superiori all’1%. In calo il settore in Sardegna (-0,1%), Molise (-0,3%) e, soprattutto, in Calabria (-0,6%). Tra le attività del terziario, il comparto delle attività finanziarie e immobiliari, professionali e scientifiche ha mostrato la dinamica di crescita più pronunciata a livello nazionale, con una lieve prevalenza al Mezzogiorno (+2,3% contro il +2,1% Centro-Nord) per effetto da un lato dell’espansione delle attività immobiliari legate alla crescita del settore delle costruzioni e, dall’altro per il dato, rilevante soprattutto al Sud, della crescita dei servizi a più elevato valore aggiunto e contenuto di conoscenza.

La forbice della crescita del valore aggiunto a favore del Mezzogiorno è più ampia per i comparti – che risentono positivamente anche della spesa turistica – relativi a commercio, trasporti, servizi di alloggio e ristorazione, cresciuti nel Mezzogiorno dello 0,8% a fronte di una flessione del -0,2% nel Centro-Nord. In questo ambito, Basilicata, Sardegna e Molise registrano le migliori performance al Sud.

L’industria segna una sostanziale stagnazione livello nazionale (-0,1%), con andamenti simili tra macro-aree: (-0,2% nel Centro-Nord e +0,1% nel Mezzogiorno), ma con impatti molto più significativi al Nord per effetto del maggior peso sull’economia locale. Mentre in Lombardia e in Emilia Romagna si registra una contrazione, in Calabria l’industria cresce (5,8%), seguita da Sardegna (4,7%) e Sicilia (+2,7%).

Lo stallo dell’industria italiana si riflette nella contrazione dell’export (-1,1% sul 2023), che penalizza principalmente le economie esportartici del Nord, dove il contributo della domanda estera, espresso in percentuale al Pil regionale, supera il 30%.

Nel Mezzogiorno, la riduzione delle esportazioni è più pronunciata che nelle altre aree, ma il suo impatto sulla dinamica del Pil meridionale è contenuto in ragione di un contributo meno rilevante apportato dalla domanda estera alla crescita dell’area. Il risultato del Sud è in buona parte da attribuire al crollo dell’export di autoveicoli, in riduzione del 39,7% sul 2023, ai prodotti della raffinazione (-13%) e alla riduzione delle esportazioni dell’aerospazio che scendono del 9,9%. In negativo le esportazioni del settore dell’elettronica che si contraggono del 22%. Supera gli 11,5 mld l’export agroalimentare meridionale, con un aumento medio superiore al 10%.

Nel 2024 la crescita dell’occupazione si è confermata sostenuta, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il numero di occupati è aumentato del 2,2% su base annua – oltre 142 mila unità in più – contribuendo per il 40% all’incremento nazionale (+1,5%). Il Sud ha risentito meno della crisi occupazionale dell’agricoltura (-0,5% contro -4,9% del Nord-Est e -12% del Centro), mentre rimane buona la dinamica occupazionale anche dei servizi legati al turismo (come alloggio e ristorazione), che fanno segnare +5,4% al Mezzogiorno a fronte di un +2,1% nazionale. In crescita in tutto il Paese anche l’occupazione nel commercio (+1,9% al Nord-Est; +3,9% nel Nord-Ovest; + 4% al Centro; +5,6% nel Mezzogiorno).

Al contrario, la variazione occupazionale degli addetti manifatturieri nelle regioni del Mezzogiorno risulta allineata al dato nazionale (+0,6%) e inferiore nelle circoscrizioni del Nord-est (+1,2%) e del Centro (+1,8%).

A livello nazionale, i servizi alle imprese hanno mostrato variazioni positive al Nord (+0,6% al Nord-est e +2,4% al Nord-ovest) e negative al Centro (-0,6%) e al Sud (-0,5%). Per i servizi Ict emerge un dato di interesse: con una crescita del +0,9%, il Mezzogiorno appare in positiva controtendenza rispetto alle altre aree che registrano dei cali di addetti.

Le retribuzioni reali nazionali mostrano un doppio divario: italiano rispetto agli altri paesi europei, e del Sud rispetto al resto del Paese, nell’intero periodo osservato.

La questione salariale italiana si riflette nella presenza di un’ampia platea di lavoratori poveri, soprattutto al Sud. La Svimez ha stimato i lavoratori in questa condizione a partire dai dati relativi alle retribuzioni disponibili per gli anni 2023 e 2024 mutuando la metodologia adottata a livello europeo. La soglia di reddito annuo al di sotto della quale un lavoratore dipendente o autonomo viene definito povero è pari a circa 7.300 euro annui (circa 600 euro mensili).

Al 2024, ricadono in questa condizione circa 4,6 milioni di lavoratori, pari al 21% del totale. Tale condizione al Sud interessa il 31,2% dei lavoratori, pari in numero assoluto a oltre 1,8 milioni. Rispetto al 2023, il recupero occupazionale non sembra aver alleviato il fenomeno del lavoro povero che risulta: in leggero peggioramento al Sud; stabile nel Nord-Ovest (16,6%; al 2024 1,1 milioni di lavoratori poveri);  in deciso peggioramento nel Nord-Est (dal 14 al 15,6% del 2024; quasi 800 mila); in miglioramento significativo solo nel Centro (dal 20,5 al 19,4% del 2024; circa 900 mila).

«I dati che presentiamo – ha detto Adriano Giannola, presidente della Svimez – non sono pura statistica, dietro ai numeri c’è un’idea, fondata sui vantaggi comparativi dell’Italia e del Mezzogiorno, sui quali la Svimez suggerisce ai decisori alcune indicazioni programmatiche».

«Investire sulla logistica, sfruttando le opportunità delle aree doganali intercluse, e favorire le Autostrade del Mare – ha detto Giannola –; Implementare la transizione energetica, cogliendo le chance che ha il Sud sulle rinnovabili e sulla geotermia, piuttosto che puntare sul nuovo nucleare per il quale serviranno almeno 10 anni; Scommettere sulla rigenerazione urbana, che è anche parte del discorso sulla mitigazione del rischio, vista come strategia per evitare lo spopolamento delle zone interne, da collegare alle aree metropolitane attraverso un’adeguata rete infrastrutturale». (ams)

COESIONE, L’ITALIA È IN FORTE RITARDO
LA MID-TERM REVIEW SALVERÀ I FONDI?

«L’Italia è in forte ritardo sull’attuazione dei fondi Fesr 2021-2027». È quanto ha denunciato la Svimez nell’ultimo numero di Informazioni Svimez sullo stato di attuazione dei programmi italiani finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) nel periodo 2021-2027, e sulle opportunità e criticità connesse alla Proposta di revisione della Commissione europea.

Il 1° aprile 2025 la Commissione europea ha adottato la Comunicazione “Una politica di coesione modernizzata – Riesame intermedio”, accompagnata da una Proposta di modifica dei Regolamenti relativi al Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) e al Fondo per una transizione giusta (Jtf) per il periodo di programmazione 2021-2027.

«La Comunicazione – ha spiegato la Svimez – si concentra sulle considerazioni politiche e gli obiettivi di policy sottostanti le misure prospettate, mentre la Proposta contiene le puntuali modifiche emendative da apportare ai vigenti Regolamenti. In entrambi i documenti sono illustrate e regolamentate specifiche misure per favorire cambiamenti strategici negli indirizzi e nelle modalità di funzionamento dell’attuale ciclo di programmazione delle politiche di coesione, da implementare nel contesto della procedura di “Riesame intermedio” (Mid Term Review) prevista dall’articolo 18 del regolamento Ue 2021/1060. La Commissione non si limita a intervenire sugli aspetti legislativi, ma propone valutazioni, orientamenti e vere e proprie esortazioni agli Stati membri e alle regioni, con ricadute potenzialmente significative sulle prospettive future di queste politiche».

«Il punto di partenza della Proposta – si legge – è la necessità che l’Europa intervenga in maniera urgente e decisa per mobilitare nuove risorse e iniziative per affrontare efficacemente la serie di gravi eventi economici e geopolitici dell’ultimo triennio. Eventi che hanno vorticosamente portato a rivalutare le principali priorità politiche dell’Unione e a ripensare le sfide delle transizioni verde, sociale e tecnologica, secondo un approccio che riconosca il ruolo fondamentale dell’autonomia strategica e delle capacità di organizzazione e resilienza dell’Ue. Dall’urgenza di queste nuove sfide deriva la necessità di reperire risorse dalle rubriche del bilancio 2021-2027 e dai fondi europei esistenti. La Commissione evidenzia inoltre che il finanziamento delle nuove priorità ed emergenze sorte negli ultimi anni indirizzerà anche il prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp)».

La Commissione individua diverse ragioni per cui le politiche di coesione si prestano in modo particolarmente efficace a contribuire subito, con le loro risorse, al finanziamento di interventi allineati alle nuove priorità politiche dell’Unione e la proposta prevede di utilizzare il “Riesame intermedio” dei programmi 2021-2027 per operare, in maniera concomitante e coordinata per tutti gli Stati membri, la riprogrammazione delle risorse della coesione coerente con le nuove priorità individuate dalla Commissione.

Il Riesame intermedio è attualmente regolato dall’articolo 18 del regolamento Ue 2021/1060, secondo cui il 50% del contributo europeo per gli anni 2026 e 2027 (importo di flessibilità) relativo ai programmi di ciascun Stato membro possa essere definitivamente assegnato solo dopo l’adozione, in seguito al Riesame intermedio, di una apposita decisione da parte della Commissione europea. In particolare, entro il 31 marzo 2025, lo Stato membro presenta alla Commissione, per ciascun programma, una valutazione relativa ai risultati del riesame.

In altri termini, almeno da un punto di vista formale, le modifiche ai programmi saranno effettuate “su base volontaristica”, tenuto conto che la regolazione del Riesame intermedio non impone di proporre variazioni ai programmi, nei casi in cui lo Stato membro non le ritenga necessarie. Permangono, tuttavia, alcuni aspetti più “di sostanza” che verranno approfonditi nel proseguo che rendono tale volontarietà fortemente condizionata.

«La Proposta della Commissione – scrive la Svimez – contiene numerose opportunità per i programmi italiani finanziati dal Fesr ma, allo stesso tempo, impone la necessità di attente riflessioni e valutazioni. I programmi Fesr italiani presentano difatti non poche difficoltà attuative che ne hanno sinora rallentato l’individuazione e la realizzazione degli interventi. La situazione aggiornata al 29 maggio 2025 del monitoraggio della spesa delle politiche di coesione 2021-2027 evidenzia complessivamente bassi livelli di spesa dei programmi a livello europeo. Per l’Italia, tra le più lente in Europa, la percentuale di spesa delle risorse europee Fesr è pari al 7,5% (circa 3 miliardi di pagamenti su un valore complessivo di circa 42 miliardi). Da tali dati si evince che, anche a prescindere da qualsiasi Proposta di revisione dei regolamenti da parte della Commissione, l’Italia si sarebbe presentata in una situazione di oggettivo disagio e debolezza alla prova del Riesame intermedio. Riesame che difficilmente si sarebbe concluso con l’approvazione definitiva dei programmi da parte della Commissione in assenza di modifiche e riprogrammazioni che ne avessero rafforzato il contenuto. In quest’ottica, e tenuto conto delle analoghe difficoltà di implementazione affrontate nei precedenti cicli di programmazione, gli incentivi proposti dalla Commissione per reindirizzare le risorse dei programmi verso i nuovi ambiti strategici potrebbero rappresentare, da più punti di vista, una potenziale opportunità per il nostro Paese. Il tasso di cofinanziamento europeo al 100% sugli interventi realizzati all’interno dei nuovi obiettivi specifici consentirebbe di ridurre la dimensione finanziaria delle spese da realizzare e rendicontare, mentre la possibilità di avere un anno aggiuntivo per concludere la realizzazione degli interventi, riprogrammando almeno il 15% delle risorse a favore dei nuovi obiettivi, rappresenta un’occasione da non perdere per tutti i programmi nazionali e regionali.

«Per quel che concerne i potenziali ambiti di riprogrammazione – si legge – allo stato attuale, già circa tre miliardi di euro sono stati messi a disposizione delle tecnologie Step dai programmi nazionali e regionali del Fesr 2021-2027. Su questo punto andrebbe proposto un emendamento alla proposta che tenga conto di questa rimodulazione già effettuata dalle Regioni del Mezzogiorno nell’ambito del computo del 15% di riprogrammazione necessario per avere l’anno aggiuntivo di rendicontazione. Al di là delle tecnologie Step, sussiste un’ulteriore motivazione per la quale la riprogrammazione delle risorse potrebbe contribuire a migliorare l’avanzamento e l’efficacia degli attuali programmi Fesr: la possibilità di far confluire al loro interno interventi coerenti con i nuovi obiettivi strategici individuati dalla Commissione finanziati dalle risorse nazionali del Fsc e della programmazione operativa complementare (Poc) 2014-2020».

All’interno di questi due strumenti programmatori sono difatti già finanziati numerosi interventi riconducibili alle infrastrutture per la gestione dell’acqua (inclusa la prevenzione del dissesto idrogeologico), all’housing sociale e alle politiche abitative, alle infrastrutture per la transizione energetica. Potrebbe pertanto essere realizzata una coordinata azione di ricognizione, tesa a individuare quegli interventi che presentino tempi di realizzazione in linea con la scadenza del 2030 e coerenza con le regole e i requisiti europei per l’ammissibilità e la rendicontabilità delle spese (a partire dal principio del DNSH1). Le operazioni di trasferimento di interventi da fondi nazionali a fondi europei andrebbero in ogni caso realizzate con grande attenzione per evitare che facciano venire meno il carattere di addizionalità delle risorse per la coesione. A questo proposito, la Svimez ha segnalato l’opportunità di dare corretta attuazione all’articolo 51 bis del decreto-legge n. 13 del 2023, in base alla quale i rimborsi riconosciuti dalla Commissione europea a fronte di spese sostenute con risorse nazionali e rendicontate nell’ambito dei programmi cofinanziati dai fondi europei per la coesione devono essere trasferite sul conto corrente di tesoreria del Fondo di rotazione per l’attuazione delle politiche. Si tratta di un meccanismo che assicura che i rimborsi europei derivanti da progetti retrospettivi (cioè investimenti originariamente coperti con risorse nazionali, ma che successivamente sono inseriti all’interno un programma Fesr essere rendicontati e finanziati con le risorse europee) siano riutilizzati per finalità proprie della coesione. Ai fini di consentire un’effettiva addizionalità, andrebbe poi assolutamente risolto, come proposto dalla Svimez, il problema della “doppia copertura” degli interventi che si spostano dal Fsc ai programmi europei. In queste circostanze, difatti, le amministrazioni titolari dei programmi spesso non procedono, nel momento in cui l’intervento transita tra i progetti selezionati e rendicontati sul Fesr, a cancellare l’impegno contabile sul Fsc. In definitiva, il complesso processo di riprogrammazione che tutti i programmi dovranno affrontare nell’ambito della nuova procedura di Riesame intermedio rende opportuno rilanciare l’attività di coordinamento centralizzato a cui è chiamata la Cabina di regia del Fondo per lo sviluppo e la coesione istituita dal decreto-legge n. 60 del 2024. Per quanto incentrata sull’urgenza di reindirizzare maggiori risorse verso i nuovi obiettivi strategici dell’Europa, la Proposta contiene non poche indicazioni su quelle che potrebbero essere le tendenze e le prospettive delle politiche di coesione dopo il 2027. La prima indicazione riguarda la quota di risorse che verrà assegnata alla coesione nel futuro Qfp 2028-2034. Su questo punto la Comunicazione è categorica: “nel prossimo Qfp il mantenimento dello status quo non è un’opzione percorribile”. Maggiori risorse verranno riservate alle rubriche che coprono le nuove priorità strategiche dell’Europa e la coesione vedrà con ogni probabilità ridursi le proprie disponibilità. Vi sarà sicuramente un serrato confronto su questo punto, ma l’attuale contesto economico e geopolitico a livello mondiale non giocano a favore della coesione. La seconda indicazione deriva dalla sistematica centralizzazione che caratterizza i) l’individuazione delle priorità strategiche su cui concentrare le risorse; ii) gli strumenti, gli interventi e gli investimenti con cui perseguire queste priorità; iii) i beneficiari delle risorse. Questa tendenza alla centralizzazione sottende a un approccio per molti versi antitetico al modello place-based, che sino ad ora ha riconosciuto un ruolo strategico agli attori presenti sui territori, e in particolare alle regioni, nell’individuare i fabbisogni e le priorità nell’utilizzo delle risorse per la coesione. La sfida della nuova politica di coesione sarà quella di rafforzare la complementarità degli obiettivi di rafforzamento della competitività europea con le finalità di riequilibrio nelle opportunità di sviluppo dei territori meno avanzati. Non va infine trascurata l’indicazione della Comunicazione che invita gli Stati membri a facilitare l’uso di modalità di f inanziamento degli interventi basate sulla performance. Si tratta di una indicazione coerente con analoghe indicazioni contenute sia nel rapporto dell’High-level group on the future of cohesion del febbraio 2024 che nelle Conclusioni del Consiglio europeo sul futuro della politica di coesione del 30 novembre 2023. In questo quadro, l’esigenza di “rafforzare l’approccio territoriale degli investimenti”, prevedendo al contempo un “approccio maggiormente basato sui risultati”, richiederebbe un coinvolgimento diretto delle amministrazioni locali, a partire dai Comuni, nella governance della coesione, non disperdendo lo sforzo progettuale e attuativo determinato dall’esperienza del Pnrr. L’insieme di queste indicazioni, sulle quali la Svimez ha già espresso le proprie valutazioni, lasciano intendere come l’orientamento delle istituzioni europee sul futuro della coesione stia delineando una politica con meno dotazioni finanziarie, più agile nel funzionamento e nella governance, più mirata e dotata di priorità chiare strettamente legate a quelle strategiche dell’Unione e con un forte orientamento degli investimenti verso i risultati.

Si tratterebbe di cambiamenti rilevanti, con potenziali vantaggi in termini di efficienza, ma con anche rilevanti rischi di marginalizzazione delle politiche per la riduzione dei divari economici, sociali e territoriali nel quadro complessivo delle politiche europee. Di qui l’importanza, secondo la Svimez, di avviare da subito una riflessione anche a livello nazionale su quale posizione il nostro Paese dovrà sostenere nel momento in cui le proposte di regolazione e funzionamento del futuro ciclo di programmazione post 2027 diventeranno oggetto di negoziato a livello europeo.

AL SUD C’È UN “CAMBIO DI PARADIGMA”
COSA SIGNIFICA E LE SUE CONSEGUENZE

di ERCOLE INCALZA – Ricordo spesso la delusione di Pasquale Saraceno, consigliere di Amministrazione della Cassa del Mezzogiorno, fondatore dello Svimez e grande meridionalista, quando nel 1973, dopo praticamente 23 anni di attività della Cassa del Mezzogiorno, precisò che, purtroppo, non era cambiato praticamente nulla e ricordò gli indicatori che erano rimasti quasi identici a quelli del 1950 e cioè: Il reddito pro capite; Il tasso di occupazione; Il costo del denaro e l’accesso al prestito.

Ma, sempre Saraceno, ricordò che il Mezzogiorno possedeva tutte le condizioni per “cambiare paradigma”; si usò proprio la frase “cambiare paradigma” e portò come riferimento, in difesa di questo suo “ottimismo della ragione”, alcuni punti chiave come: La portualità campana ed il suo retroporto ricco di attività commerciali; La elevata produzione agricola della Regione Calabria e la rilevante potenzialità industriale di Gioia Tauro (allora si pensava di realizzare un secondo centro siderurgico); La elevata capacità produttiva della Regione Sicilia e degli hub portuali di Catania e di Palermo; L’avvio dei lavori di costruzione del porto canale di Cagliari, determinante piastra logistica all’interno del bacino del Mediterraneo; La rilevanza strategica del porto di Taranto e del nuovo centro siderurgico; La grande produzione agro alimentare presente nelle Regioni Basilicata, Molise ed Abruzzo.

Sono passati più di cinquanta anni, sì sono passati un numero enorme di anni, però oggi finalmente stiamo misurando davvero un cambiamento di paradigma sostanziale. Tre anni fa, al primo Festival Euromediterraneo svoltosi a Napoli, nelle conclusioni dei lavori fu prodotta la “Carta di Napoli” in cui venne chiaramente denunciato il cambiamento della narrazione del Mezzogiorno ed emersero subito le conferme ed i dati che confermavano un simile cambiamento, emersero i dati che davano ragione alle previsioni di Saraceno e cioè: Il Mezzogiorno stava diventando un riferimento determinante della ricerca, stava diventando un polmone di eccellenze tutte comparabili con analoghe realtà a scala comunitaria ed internazionale; Il Mezzogiorno, anno dopo anno, si confermava come elemento determinante del sistema agro alimentare, un sistema che incideva per oltre il 25% nella formazione del Pil nazionale e che in tale percentuale il Sud era presente con oltre il 50%; Gli Hub portuali ed in modo particolare Gioia Tauro diventava sempre più il porto transhipment più strategico dell’intero Mediterraneo; La Regione Campania aveva al suo interno un Hub logistico, formato dai porti di Napoli e di Salerno e dagli interporti di Nola, Marcianise e di Battipaglia, che lo rendevano, in termini di movimentazione, paragonabile ai grandi Hub comunitari; Crescevano sempre più, proprio nelle attività commerciali e produttive, le Regioni Basilicata, Puglia, Molise ed Abruzzo; Il Mezzogiorno diventava in modo inequivocabile un teatro di crescita del turismo, una crescita testimoniata dalla vera esplosione della domanda passeggeri negli aeroporti del Sud: oltre 50 milioni di passeggeri (un aumento del 30% in soli dieci anni).

Ebbene, questo cambio di paradigma si è ulteriormente consolidato sicuramente grazie anche alla istituzione della Zona Economica Speciale Unica e si potrà ulteriormente rafforzare se le 8 Regioni del Sud cercheranno, in modo sinergico, di: Utilizzare in modo organico ed in tempi certi le risorse già assegnate e disponibili dal Pnrr; Utilizzare le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021 – 2027. Più Istituti di ricerca hanno in più occasioni anticipato che se a questo cambiamento di paradigma facesse seguito anche una misurabile capacità della spesa allora la incidenza del Mezzogiorno nella formazione del Pil del Paese passerebbe dall’attuale soglia del 22% ad oltre il 30 – 32% ed una simile percentuale non rappresenterebbe un dato sporadico di una felice annualità ma diventerebbe un riferimento stabile. (ei)

SVIMEZ: SVILUPPO, L’ITALIA DELLE REGIONI
PERCHÉ IL MEZZOGIORNO CRESCE DI MENO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Dal 2025 il Sud torna a crescere meno del Nord. È quanto emerso dal Rapporto della Svimez in collaborazione con Ref Ricerche dal titolo “Dove vanno le regioni italiane. Le previsioni regionali 2024-2026”,  che ha rilevato come, di fronte a una crescita nazionale del Pil a +0,7% nel 2025 e dello 0,9% nel 2026, la Calabria – ma in generale il Sud – non cresce anzi, subisce una brusca frenata.

Un quadro sconcertante, considerando che, nel 2024, il Sud era un passo avanti rispetto al Nord ma, secondo le stime Svimez, il Pil del Mezzogiorno nel 2025 sarà + 5,4% e, nel 2026, + 0,68% contro il +1,04 del Nord-Est per il 2025 e 0,91% del Nord-Ovest. Ovviamente, anche la Calabria subirà questo brusco stop: se la differenza tra il 2024 e il 2025 è solo di qualche punto (nel 2024 era +0,62 e nel 2025 si stima sia allo 0,57), per il 2026 ci sarà un vero crollo: sarà al 0,54.

Per la Svimez «il rallentamento della crescita è la conseguenza di fattori comuni all’area euro, come il ripristino dal 2024 dei vincoli del Patto di Stabilità europeo, la recessione dell’industria dovuta a calo della domanda per beni durevoli, con la crisi di settori traino come l’automotive, la debolezza del commercio internazionale, l’aumento dei costi dell’energia».

Ma sono anche i fattori specifici del contesto italiano a incidere: un quadro di finanza pubblica nazionale che concentra la contrazione del deficit nel 2024-2025; un peso rilevante del settore automotive e un ruolo decisivo della domanda estera, con una forte interdipendenza con l’industria tedesca. Da sottolineare tuttavia, che le previsioni non tengono in considerazione la grande incertezza «Trump», provocata dalle ipotesi di inasprimento dei dazi sulle esportazioni verso gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda le singole regioni italiane nel 2025 si prevede per il Veneto una crescita dell’1,2%, dell’1,1%, per la Lombardia, dell’1% per l’Emilia Romagna, regioni più strutturate capaci di compensare la debolezza dell’export con la tenuta della domanda interna, mentre arrancano l’Umbria con lo 0,2%, la Liguria 0,4%, Puglia e il Molise con lo 0,5% regioni meno esposte al rallentamento del commercio estero ma con meno elementi capaci di far decollare la crescita.

Il 2024 si dovrebbe chiudere con una crescita maggiore nel Mezzogiorno: 0,8% vs. 0,6% nelle regioni centro-settentrionali. Per il secondo anno consecutivo il Sud si muoverebbe così più velocemente del resto del Paese, anche se con un differenziale notevolmente ridotto (da un punto percentuale a due decimi). Sono due i principali elementi che concorrono al risultato previsto.

Nel 2024 l’evoluzione congiunturale risulta fortemente influenzata, in parte come l’anno precedente, dalla dinamica degli investimenti in costruzioni che verrebbero a confermarsi come una delle componenti più dinamiche della domanda. Per capire cosa ha significato negli anni recenti il boom osservato nel comparto immobiliare, si tenga presente che tra il 2021 e il 2023 la crescita registrata negli investimenti in costruzioni è stata di entità più che doppia rispetto a quella avvenuta nei dodici anni che vanno dal 1995 al 2007.

Dal lato dell’offerta, le nostre previsioni indicano un contributo negativo dell’industria in senso stretto alla dinamica del prodotto in entrambe le macroaree nell’intero periodo di previsione (con la parziale eccezione del Sud nel 2026). In primo luogo, ciò è riconducibile alla inusuale debolezza della domanda estera, che oramai influisce per circa la metà dell’intero output industriale delle regioni centrosettentrionali (specie in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto), dove si concentra quasi il 70% del valore industriale nazionale. A ciò si aggiunge una congiuntura complessivamente debole unitamente alle molteplici “crisi” aziendali indotte dai cambiamenti strutturali in atto (transizione ecologica e digitale su tutte) in assenza, anche a livello sovranazionale, di un quadro strategico e normativo certo, condizione imprescindibile per introdurre i necessari adeguamenti.

Con riferimento al biennio 2025-2026, l’evoluzione del Pil italiano è prevista permanere al di sotto dell’uno per cento, con un profilo in lieve espansione: +0,7% nel 2025; +0,9% nel 2026. In questo biennio il Centro-Nord dovrebbe risultare l’area più dinamica, con un differenziale di circa tre decimi di punto rispetto al Sud in entrambi gli anni. Sul piano estero, il tasso di crescita del Prodotto italiano nel biennio 2025-2026 verrebbe di nuovo a collocarsi nella fascia inferiore rispetto ai principali avanzati. Per crescita del Pil l’Italia scivolerebbe in fondo alla classifica europea, insieme alla Germania.

«Una decisa inversione di tendenza rispetto agli anni post Covid – ha rilevato la Svimez – quando la ripresa è stata sostenuta da politiche di bilancio dall’intonazione straordinariamente espansiva. Sul fronte interno, lo scenario previsivo ipotizza che dal 2025 si arresti il biennio di crescita più intensa, 2023-2024, sperimentato dal Sud, di per sé una circostanza abbastanza inusuale. Il differenziale Nord/Sud dovrebbe comunque mantenersi su valori molto più contenuti rispetto al ventennio pre-Covid: Centro-Nord +0,8%, Mezzogiorno +0,5% nel 2025; Centro-Nord +1%, Mezzogiorno +0,7% nel 2026. Le due aree dovrebbero perciò continuare a crescere a velocità simile come nella ripartenza post pandemica».

A contenere il differenziale di crescita Nord/Sud contribuisce in maniera decisiva il Pnrr i cui investimenti valgono il sessanta per cento della crescita del Mezzogiorno nel biennio 2025-2026. Se, quindi, la completa implementazione del Pnrr è un obiettivo nazionale, la realizzazione degli investimenti finanziati dal Piano sono decisivi per tenere il Sud agganciato al resto del Paese.

La spesa delle famiglie dovrebbe crescere a un saggio di entità quasi doppia al Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno in virtù di una analoga evoluzione del potere d’acquisto. Oltre che un differenziale di inflazione sfavorevole al Mezzogiorno, incidono su questo risultato alcuni provvedimenti governativi: l’indebolimento delle politiche a sostegno delle famiglie che impattano più pesantemente al Sud; l’intervento sul cuneo fiscale e la riforma dell’Irpef che favoriscono consumi soprattutto al Centro-Nord dove si concentrano i redditi da lavoro dipendente.

La crescita del Pil verrebbe a essere prevalentemente sostenuta dai servizi di mercato (market services) e, in misura inferiore, da quelli della PA. Con riferimento ai market services, nel Report si portano evidenze relative al fatto che: a) la quota dei servizi con un elevato contenuto di conoscenza (KIS) è modesta in entrambe le macroaree (di poco superiore al 20 per cento); b) le restanti attività, prevalenti, presentano un gap di produttività significativo, più marcato al Sud.

Tale circostanza, in primo luogo, limita le potenzialità di sviluppo delle due macroaree, specie nell’attuale congiuntura quando sono proprio i market services nel loro insieme a crescere di più; vincolo maggiormente ostativo nel Sud. Inoltre, questo primo fattore si incrocia con una delle grandi “questioni” del nostro Paese, quella salariale, intesa come livello e dinamica più contenuta delle retribuzioni nazionali nel confronto europeo. Precisamente, i minori salari unitari che si riscontrano nel nostro Paese, in misura maggiore al Sud, svolgono, sempre nel confronto internazionale, un ruolo “equilibratore” al ribasso dell’equilibrio economico delle imprese.

A livello regionale, relativamente al biennio 2025-2026, dovrebbero mostrare una crescita più vivace le economie dalla base produttiva più ampia, strutturata e diversificata, più pronte a intercettare le opportunità derivanti da un rafforzamento della domanda interna. Prevarranno sentieri di crescita regionale più differenziati al Nord e al Centro, più omogenei nel Mezzogiorno.

Tra le diverse ripartizioni emerge nel Nord-Ovest il traino della Lombardia; nel Nord-Est, le regioni più dinamiche sono Veneto e Emilia dove, nonostante debolezza dell’export, la crescita è sostenuta dalla domanda interna; si conferma la divaricazione interna al Centro: da un lato, più dinamiche la Toscana, per la maggiore presenza di imprese strutturate, e il Lazio, trainata da Giubileo e service economy; dall’altro, Umbria e Marche, alle prese con crisi settoriali di lungo periodo e alla ricerca di un nuovo modello di specializzazione; il Mezzogiorno risulta un’area in rallentamento ma compatta, meno esposta al rallentamento del commercio estero ma dove mancano elementi che accelerano il cambiamento strutturale, nonostante il Pnrr che sostiene la dinamica del Pil nel 2025-2026.

Il ciclo dell’export si presenterebbe debole rispetto ad altre fasi di ripresa: pochissime regioni arriverebbero nel biennio 20252026 a cumulare incrementi dell’export di una certa consistenza. Fra i territori a maggiore vocazione all’export solo Emilia-Romagna e Toscana arriverebbero a superare una crescita del 3 per cento in termini cumulati nel biennio. Guardando alla dinamica della spesa delle famiglie nelle diverse regioni, il biennio 2025-2026 dovrebbe essere segnato da una relativa divergenza fra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno.

La differenza è riconducibile a due aspetti: gli effetti indotti dagli interventi fiscali in grado, almeno nel breve periodo, di salvaguardare maggiormente il potere d’acquisto delle regioni del Nord; la crescita dei consumi interni rifletterebbe anche l’evoluzione della spesa dei non residenti, con effetti positivi sul Lazio nel 2025 per effetto del Giubileo, e Lombardia, Veneto e Trentino Aldo-Adige per i giochi olimpici invernali. Infine, le regioni del Mezzogiorno, che negli anni scorsi avevano beneficiato del sostegno della politica fiscale, vedranno progressivamente inaridirsi il supporto del bilancio pubblico.

Questo cambiamento nelle politiche potrebbe ritardarne il recupero. Tuttavia, sempre le regioni del Sud risentirebbero maggiormente dell’effetto positivo degli investimenti del Pnrr. Grazie, soprattutto, al contributo delle opere pubbliche, il divario territoriale di crescita degli investimenti risulterebbe quindi contenuto.

Pnrr, Cassano All’Ionio tra i comuni più virtuosi in Calabria

Cassano All’Ionio, insieme a Lamezia Terme, Cotronei e Gerace sono i Comuni calabresi  che hanno saputo intercettare le risorse più significative per lo sviluppo del proprio territorio. È quanto emerso dall’ultima analisi condotta dalla Svimez sul Pnrr, in cui viene evidenziato come la città sibarita stia riuscendo a cogliere opportunità importanti, contribuendo a un processo di crescita che merita attenzione e riconoscimento.

Mentre alcuni detrattori politici tentano di costruire una realtà distorta e distante dalla verità, la fotografia offerta dai dati nazionali non lascia spazio a dubbi. La gestione delle risorse pubbliche e l’attuazione di politiche locali lungimiranti stanno dando risultati concreti e tangibili. Un riconoscimento che non si può ignorare.

«Lo stiamo dicendo da mesi – ha commentato il sindaco Giovanni Papasso, visibilmente soddisfatto – negli ultimi anni, Cassano ha saputo emergere in un contesto economico e sociale complesso, riuscendo ad attrarre finanziamenti e risorse per progetti cruciali per la modernizzazione della città e il miglioramento dei servizi».

«La capacità dell’amministrazione – ha spiegato – di intercettare fondi europei (e anche statali e regionali) ha permesso di avviare opere infrastrutturali fondamentali per il territorio, migliorando la qualità della vita dei cittadini e creando opportunità di lavoro per i giovani. Poi, purtroppo, tutto il Sud soffre, in primis, dei problemi di spopolamento per la mancanza del lavoro che non dipendono da noi. Anzi, noi stiamo facendo il massimo e non lo dicono i gruppetti di piazza che hanno trovato voce in vista della campagna elettorale, lo dice l’autorevole Svimez»

I dati Svimez e le evidenze concrete delle opere in corso e dei finanziamenti ottenuti smentiscono categoricamente queste narrazioni negative. Cassano è un esempio di resilienza, di capacità di rispondere alle sfide del momento e di interpretare le esigenze dei propri cittadini con progetti concreti. Le politiche di sviluppo adottate hanno portato a un utilizzo oculato delle risorse e a un miglioramento delle infrastrutture fondamentali per il rilancio del territorio.

La strada intrapresa da Cassano è quella giusta: i dati Svimez, infatti, non sono solo un riflesso di quanto è stato fatto, ma sono anche una promessa di crescita futura. I progetti in corso, e quelli in fase di progettazione, sono solo l’inizio di un percorso che, se proseguito con determinazione, renderà Cassano un modello di sviluppo per l’intera regione Calabria.

«Col Pnrr – ha concluso il primo cittadino – abbiamo messo in campo lavori per il potenziamento delle infrastrutture, la riqualificazione delle aree urbane e la valorizzazione del patrimonio naturale e storico. In particolare, l’impegno per la tutela e promozione delle risorse ambientali è stato un punto di forza, con progetti che mirano a preservare l’ambiente e a valorizzare una città più sostenibile e vivibile riqualificando interi quartieri e con un occhio di riguardo al turismo e alla messa in sicurezza dell’intero territorio. Siamo consapevole delle sfide che ancora ci attendono e continueremo a lavorare per garantire un futuro sempre più prospero per la nostra comunità». (rcs)

PNRR E OPERE PUBBLICHE, PER LA SVIMEZ
IL SUD IN RITARDO NELLA FASE ESECUTIVA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Il Sud è in ritardo nell’avvio della fase esecutiva dei lavori del Pnrr. È quanto emerso nel nuovo numero di InformazioniSvimez “Pnrr Execution: le opere pubbliche di Comuni e Regioni” della Svimez, a meno di un anno e mezzo dalla scadenza del 2026, evidenziando come nei Comuni sono avanzati i lavori per asili e infrastrutture scolastiche, mentre nelle Regioni si registra un rallentamento delle opere, soprattutto per la sanità territoriale.

La Svimez nel documento ha ricordato come le risorse che il Pnrr destina alla realizzazione di lavori pubblici sono pari a 65 miliardi. La quota di risorse Pnrr per interventi infrastrutturali è del 54,2% nel Mezzogiorno (26,2 miliardi), di circa 6 punti percentuali superiore al dato del Centro-Nord (48,5%; 38,8 miliardi).

«Per questa tipologia di interventi – si legge – almeno in termini di stanziamenti, si raggiunge appieno la “quota Sud” del 40%. Proprio gli investimenti in opere pubbliche rappresentano l’ambito di intervento del Pnrr funzionale al riequilibrio territoriale nella dotazione di infrastrutture economiche e sociali e nella quantità e qualità dei servizi».

La distribuzione delle risorse Pnrr che finanziano la realizzazione di opere pubbliche per soggetto attuatore rivela il coinvolgimento primario delle amministrazioni decentrate, soprattutto nel Mezzogiorno.

L’incidenza delle risorse a gestione dei Comuni per opere da realizzare nell’area è del 33,2% nel Mezzogiorno e del 30,5% al Centro-Nord. Anche dai valori pro capite risulta il maggior sforzo attuativo a carico dei Comuni del Mezzogiorno: 440 euro di investimenti Pnrr per cittadino (302 euro il dato del Centro-Nord). Il dato relativo alle amministrazioni regionali è del 15% nel Mezzogiorno e di circa il 12% al Centro-Nord in termini di incidenza di risorse complessive; valutate in pro capite le risorse a gestione delle regioni meridionali raggiungono 197 euro per cittadino (118 euro il dato del Centro-Nord).

A fine dicembre 2024, i Comuni meridionali hanno avviato lavori per 5,6 miliardi, il 64% del valore complessivo degli investimenti a loro titolarità; per i Comuni del Centro-Nord il dato è di 9,7 miliardi, l’82,3% delle risorse Pnrr. Alla stessa data, per le amministrazioni regionali meridionali risultano avviati lavori per 1,9 miliardi di euro, il 50% del valore complessivo degli investimenti Pnrr a loro titolarità. Il valore dei progetti avviati per quelle del Centro-Nord si attesta a 3,5 miliardi, quasi il 76% delle risorse Pnrr.

Se da un lato emergono ritardi dei Comuni del Sud per quota di avviamento dei lavori, i dati in termini di risorse pro capite ribaltano la lettura con livelli di spesa avviata significativamente superiori: 440 euro di investimenti Pnrr per cittadino (302 euro il dato del Centro-Nord).  Va inoltre rilevato che i ritardi nell’apertura dei cantieri riflettono le difficoltà incontrate dalle amministrazioni nella fase progettuale, in quella di accesso competitivo alle risorse, e nell’espletamento delle procedure ammnistrative preliminari all’apertura dei cantieri.

Per le linee di investimento per asili nido e infrastrutture scolastiche, le percentuali di mancato avviamento lavori a gestione dei Comuni del Sud sono significativamente più contenute e si riduce la forbice sui tempi di apertura dei cantieri rispetto al resto del Paese. L’investimento “Costruzione di nuove scuole mediante sostituzione di edifici”, ricompresa nella missione M2C3, registra un valore di progetti non avviati del 9% (2% il dato medio dei Comuni del Centro-Nord). In aggregato, per la componente M4C1 dedicata al potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione, il valore dei progetti avviati è di quasi l’87% (94% il dato del Centro-Nord), per effetto di quote di progetti non in fase esecutiva comprese tra l’8% (Piano estensione del tempo pieno) e il 14% (Potenziamento infrastrutture per lo sport a scuola) delle diverse linee di investimento.

Ma perché le Regioni sono in ritardo rispetto ai Comuni? Per la Svimez è, in parte, a causa della sovrapposizione con gli impegni legati all’implementazione dei programmi della politica di coesione europea.

Il Pnrr ha individuato nella sanità l’ambito di intervento prioritario delle amministrazioni regionali, soprattutto per le misure orientate al rafforzamento della sanità di prossimità, adottando criteri perequativi di allocazione territoriale delle risorse per orientare gli investimenti verso le regioni a maggior fabbisogno. È proprio negli investimenti in sanità territoriale che le Regioni del Sud registrano i ritardi più preoccupanti.

La Svimez, di fronte a questo quadro, pone l’attenzione alla prossima rimodulazione del fondi del Pnrr, ricordando come la «precedente riprogrammazione ha già sottratto investimenti destinati al riequilibrio territoriale infrastrutturale, indirizzando i fondi verso gli incentivi alle imprese di più rapida spendibilità. Una scelta finalizzata a semplificare e accelerare l’attuazione del Piano che però ne ha indebolito le finalità di perequazione infrastrutturale territoriale».

Per questo «replicare quella scelta per motivi di efficienza rischia di penalizzare ulteriormente le finalità di perequazione territoriale dele Pnrr, soprattutto in ambiti fondamentali per la riduzione dei divari di cittadinanza, a partire dalla sanità. Se i fondi per le infrastrutture pubbliche venissero ulteriormente ridotti, il Mezzogiorno vedrebbe diminuire le opportunità di sviluppo e la possibilità di colmare i divari storici nei servizi essenziali, dalla sanità ai trasporti».

«La messa in sicurezza degli interventi orientati a ridurre i gap territoriali nella dotazione di infrastrutture economiche e sociali a titolarità degli enti locali – si legge – dovrebbe, dunque, rappresentare una priorità in vista di nuove possibili nuove riprogrammazioni per: preservare le finalità di coesione territoriale del Pnrr; valorizzare l’inedito sforzo progettuale, attuativo e di spesa realizzato delle amministrazioni, soprattutto quelle comunali; non disperdere il patrimonio di capacità ammnistrativa maturato con l’occasione del Pnrr». (ams)

 

I DAZI AMERICANI DANNEGGIANO IL SUD
A RISCHIO L’EXPORT E L’OCCUPAZIONE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Quanto peseranno i dazi americani sull’export del Mezzogiorno? A questo interrogativo risponde la Svimez con uno studio in cui ipotizza due scenari su cosa potrebbe succedere qualora venissero estese le restrizioni doganali anche all’Europa.

Secondo le stime della Svimez, nell’ipotesi in cui venissero applicati dazi ai prodotti importati dall’Italia (e dagli altri Paesi) al 10%, il Pil italiano subirebbe una contrazione di 1,9 mld (0,1 % del Pil): -1,6 mld al Centro-Nord e -257 mln al Mezzogiorno.

In termini occupazionali, «l’effetto misurato in unità di lavoro a tempo pieno sarebbe di circa 27mila posti di lavoro in meno, principalmente concentrati nelle regioni del Centro e del Nord (-23mila)».

«Il Sud, dunque, subirebbe un impatto maggiore in termini di contrazione dell’export verso gli Usa, ma più contenuto sul Pil e occupazione, per effetto del minor contributo delle esportazioni al valore aggiunto dell’area».

«Per il Mezzogiorno – si legge – il mercato statunitense è particolarmente rilevante: complessivamente la quota Sud dell’export italiano destinato agli Usa si attesta al 12,4%, superiore di circa 2 punti percentuali alla quota verso il mondo. In alcuni settori specifici, come Automotive ed Elettronica&Informatica, il contributo del Mezzogiorno alle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti raggiunge percentuali del 28,4%».

«Nell’Agrifood, il dato si attesta al 22,6% e per le esportazioni della Farmaceutica il contributo del Sud è pari all’11,2%. Sugli Energetici, oltre il 64% delle esportazioni italiane verso il mercato statunitense registra come provenienza una regione del Mezzogiorno», ha rilevato la Svimez.

Gli scenari considerati dall’Associazione sono due: 1) dazi per tutti i Paesi al 10% e 2) dazi per tutti i Paesi al 20%. Il risultato è stato disaggregato sia per settore che per circoscrizione. A livello settoriale, l’intensità dell’impatto varia a seconda della minore o maggiore elasticità della domanda rispetto all’aumento del prezzo dei vari prodotti.

Per i beni indifferenziati, per i quali una piccola variazione di prezzo può determinare una significativa variazione nella domanda in ragione di una maggiore sostituibilità con altri prodotti, gli effetti sulla contrazione delle esportazioni sono più evidenti: è questo il caso dei beni agroalimentari, farmaceutici e chimici dove, nello scenario 2, la contrazione percentuale delle esportazioni è compresa tra -13,5% e -16,4%.

Per i beni meno sostituibili, nel cui commercio e produzione l’Italia si colloca su segmenti di mercato a maggiore valore aggiunto come nel caso del Made in Italy (Moda e Mobilio), si registra la minore variazione percentuale (-2,6% nello scenario 2).

Per questi casi, le preferenze dei consumatori risultano meno suscettibili alle variazioni di prezzo, con conseguenze meno evidenti anche sui flussi commerciali. In una posizione intermedia si collocano le variazioni percentuali di settori tipicamente manifatturieri – meccanica e mezzi di traporto – che potrebbero subire contrazioni in termini di export intorno al -10%.

In base alle stime Svimez, «l’export italiano verso gli Usa si ridurrebbe del 4,3% nel caso di dazi orizzontali al 10%, con una contrazione in valore di 2,9 mld di export, cifra che salirebbe a 5,8 mld di euro (-8,6%) nel caso di un dazio generalizzato al 20%. Gli effetti differenziati a livello settoriale – in ragione di una differente elasticità della domanda al prezzo dei beni – determinano impatti territoriali differenti in base alla specializzazione produttiva delle esportazioni».

«Come richiamato in precedenza – si legge nello studio – la composizione settoriale dell’export del Mezzogiorno verso gli Usa si concentra su Agroalimentare e Automotive, particolarmente esposti agli effetti dell’introduzione dei dazi.

Per questi motivi, il Mezzogiorno potrebbe essere l’area del Paese più esposta alla minaccia Trump: la contrazione complessiva dell’export verso gli Usa appare infatti più accentuata al Sud sia nello scenario 1 (-4,2% Centro-Nord; -4,7 Mezzogiorno) che nello scenario 2 (-8,5% Centro-Nord; -9,3% Mezzogiorno).

Questo potenziale shock negativo di domanda – la contrazione delle esportazioni verso gli Usa – determinerebbe a cascata effetti misurabili anche su Pil e occupazione, sottraendo produzione e lavoro all’economia nazionale.

Per la Svimez «l’impatto Trump sull’economia italiana si accentua nello scenario 2. In questo caso, la perdita di Pil raggiungerebbe i 3,8 mld: 3,2 mld al Centro-Nord e oltre -0,5 mld al Sud e i posti di lavori a rischio supererebbero i 54mila: -46mila nelle regioni centro-settentrionali e -7mila nel Mezzogiorno».

Nell’ipotesi in cui la strategia commerciale di Trump dovesse orientarsi verso misure protezionistiche estreme, introducendo dazi al 100% per l’Automotive importato, «le conseguenze per il Paese, e per il Mezzogiorno in particolare, sarebbero molto più gravi di quanto emerso negli scenari 1 e 2», ha evidenziato la Svimez, introducendo un terzo scenario, che considera un dazio al 100% per le auto, mantenendo al 20% i dazi per i restanti beni, la contrazione delle esportazioni passerebbe a livello nazionale a -8 mld (-12%), con un crollo dell’export di auto di -2,9 mld, riduzione concentrata per oltre un terzo nelle regioni meridionali».

«Sotto queste ipotesi – si legge – l’impatto negativo salirebbe a 0,3 punti di Pil (-5,4 mld): -4,4 mld al Centro-Nord e -1 mld al Sud. Il crollo dell’export metterebbe a rischio circa 76mila, di cui circa 14 mila occupati in una regione del Sud».

«In conclusione – si legge – se alle dichiarazioni di Trump dovessero seguire i fatti, questi metterebbero a rischio gli equilibri commerciali internazionali, con effetti non trascurabili anche sull’economia italiana e dei suoi territori».

«La partnership commerciale Italia-Usa è un nodo centrale nelle relazioni internazionali del nostro Paese e una deriva protezionistica oltreoceano può seriamente compromettere la tenuta dei settori più esposti, con potenziali ricadute occupazionali negative», scrive ancora la Svimez, evidenziando come «le stime presentate rilevano almeno tre criticità nella strategia di internazionalizzazione del Paese.

Da un lato, l’Italia presenta relazioni internazionali poco diversificate, commerciando con un numero di Paesi relativamente ristretto: situazione che non consente di diversificare il rischio derivante da misure protezionistiche nell’eventualità in cui uno di questi decida di introdurle o inasprirle. In secondo luogo, emerge un tema di specializzazione settoriale che inevitabilmente incrocia la dimensione territoriale del sistema produttivo italiano.

Concentrando il commercio estero su beni ad alta sostituibilità – alta elasticità alle variazioni di prezzo – si espone in misura maggiore la tenuta dell’export italiano, con effetti di spiazzamento più dirompenti su produzione e lavoro. Lo studio evidenzia, inoltre, come beni a maggior valore aggiunto (es. Made in Italy) siano meno esposti alle oscillazioni di domanda indotte dalle misure protezionistiche.

E che quindi investire per rafforzare questi settori rappresenta un’azione concreta per preservare la tenuta complessiva dell’economia. Infine, la concentrazione territoriale dei settori più vulnerabili all’introduzione e all’inasprimento dei dazi determina effetti particolarmente rilevanti per il tessuto industriale meridionale.

In uno scenario caratterizzato dal rischio di crescenti tensioni commerciali a livello globale appare, dunque, sempre più necessario definire strategie di politica industriale che sostengano la diversificazione della composizione settoriale del tessuto produttivo e il rafforzamento e la diffusione dei processi di internazionalizzazione delle imprese, soprattutto nelle aree a maggior potenzialità di crescita del Mezzogiorno. (rrm)