Differenziata, Calabria al 58,2%, ma la regione rimane sotto la media

DI VALENTINO DE PIETRO – La Calabria migliora sulla raccolta differenziata: raggiunge il 58,2%, e salgono a 55 i Comuni Rifiuti Free. Dati incoraggianti ma ancora distanti dalla media nazionale. La nostra regione rimane segnata da forti squilibri tra territori e aree interne. È la fotografia scattata dall’ottava edizione di Ecoforum Calabria di Legambiente, che attraverso il dossier “Comuni Ricicloni Calabria 2025” evidenzia eccellenze come Soveria Simeri, Gimigliano e Cleto, ma anche ritardi strutturali, criticità impiantistiche e un paradosso nei Parchi, dove solo 17 comuni su 114 risultano realmente virtuosi.​

Nel dossier di Legambiente, basato sui numeri Arpacal relativi al 2024: la raccolta differenziata regionale mostra un incremento del 3,4% rispetto all’anno precedente, ma resta quasi dieci punti sotto la media nazionale del 67,7% e al di sotto anche della media del Sud, attestata al 60,2%.​

Il report ricostruisce anche l’andamento dell’ultimo quinquennio, mostrando come tra il 2019 e il 2024 la Calabria abbia guadagnato oltre 15 punti percentuali di raccolta differenziata, ma partendo da livelli molto bassi e con una velocità di crescita inferiore a quella di altre regioni meridionali. Nello stesso periodo, ad esempio, la Campania è passata dal 52 al 64%, la Puglia dal 46 al 63% e la Sicilia, pur restando ultima, ha comunque accelerato dal 22 al 35%, mentre la Calabria ha faticato a superare la soglia del 55% entro il 2023, obiettivo fissato dalle politiche nazionali e regionali.

La provincia più virtuosa si conferma Cosenza, che nel 2024 raggiunge il 66,5% di raccolta differenziata e riduce l’indifferenziato a 139 kg per abitante all’anno, contro una media regionale di oltre 190 kg. Seguono Catanzaro, che sale al 65,5%, e Vibo Valentia, al 61,8%, mentre restano molto più indietro le province di Crotone, ferma al 46,5%, e Reggio Calabria, bloccata al 44%, con livelli di secco residuo ancora troppo alti e una distanza evidente dagli obiettivi del Piano regionale dei rifiuti che fissava il 65% di differenziata entro il 2023 e il 75% entro il 2025.​

Anche qui la serie storica conferma una dinamica a due velocità: tra 2019 e 2024 Cosenza è cresciuta di quasi 20 punti, Catanzaro di 16 e Vibo di 14, mentre il Crotonese e il Reggino hanno accumulato ritardi, con incrementi inferiori ai 10 punti e fasi di sostanziale stallo in alcuni anni. Un andamento che, sottolinea Legambiente, pesa sulla capacità complessiva della regione di allinearsi agli standard nazionali e meridionali, perché proprio nelle aree più popolose e urbanizzate si concentra ancora gran parte del secco residuo prodotto in Calabria.

Nella classifica dei Comuni Rifiuti Free – quelli che superano il 65% di differenziata e producono non più di 75 kg annui di secco residuo per abitante – la Calabria passa dai 43 dello scorso anno agli attuali 55 centri virtuosi, per un totale di oltre 128 mila residenti coinvolti. In testa c’è Soveria Simeri (Catanzaro), 1.441 abitanti, 88,5% di raccolta differenziata e appena 33,2 kg di secco pro capite, seguita da Gimigliano, anch’essa nel Catanzarese, con l’88,7% di differenziata e 35,4 kg di secco, e da Cleto, nel Cosentino, che raggiunge l’85,3% con 40 kg annui per abitante.​

La distribuzione territoriale dei comuni premiati mette però a nudo le disuguaglianze interne: 32 dei 55 Comuni Rifiuti Free si concentrano nella provincia di Cosenza, 13 in quella di Catanzaro, 7 nel Vibonese e solo 3 nel Reggino, mentre la provincia di Crotone non riesce a portare in classifica neppure un comune. Uno squilibrio che conferma, secondo Legambiente, come la crescita della differenziata non sia ancora un fenomeno omogeneo e come la qualità dei sistemi di raccolta, del porta a porta e degli impianti resti molto variabile da zona a zona.​

Se si guarda ai capoluoghi, la fotografia cambia ancora: Catanzaro e Vibo Valentia condividono il primo posto con il 70,4% di raccolta differenziata, Cosenza si attesta al 61,5%, mentre Reggio Calabria resta ferma al 36,7% e Crotone al 30,7%, con oltre 365 kg di secco all’anno per abitante. Sono numeri che raccontano una Calabria urbana ancora in forte ritardo rispetto alle esperienze più avanzate del Mezzogiorno – dove città come Salerno, Avellino o Trani superano da anni il 65–70% – e lontana dal traguardo del 75% di differenziata previsto dal Piano regionale per il 2025.​

Particolarmente critico è il quadro delle aree naturali protette, dove la pressione dei rifiuti pesa su ecosistemi già fragili. Nei tre Parchi nazionali e nel Parco regionale delle Serre ricadono 114 comuni, ma solo 17 risultano Rifiuti Free: nell’Aspromonte il risultato migliore è quello di Scido, nel Pollino si distinguono tra gli altri Frascineto, Morano Calabro, Cerchiara di Calabria e San Donato di Ninea, mentre nella Sila e nelle Serre spiccano Casali del Manco, Aprigliano, Albi, Cardinale, Bivongi, Mongiana, Acquaro e Simbario.​

Il dossier dedica un capitolo specifico ai Comuni costieri virtuosi, strategici per l’attrattività turistica della regione e per la qualità del mare. Tra i centri affacciati sul mare che superano il 75% di raccolta differenziata compaiono Curinga, Montegiordano, Rocca Imperiale, Palmi, Paola, Albidona e Siderno, insieme a realtà come Amendolara, San Lucido, Pietrapaola, Cassano allo Ionio, Squillace, Melissa, Crucoli, San Sostene, Soverato, Tortora, Villapiana, Satriano, Calopezzati, Roseto Capo Spulico, Bova Marina, Roccella Ionica, Vibo Valentia, Falerna e Cetraro che oscillano tra il 65 e il 75%.

Accanto ai dati incoraggianti, il report elenca in ordine alfabetico oltre 200 “Comuni non ricicloni”, che non raggiungono il 65% di raccolta differenziata e in molti casi restano ben al di sotto anche del 45% fissato come obiettivo intermedio dalla normativa nazionale. In questo elenco compaiono realtà costiere e interne, piccoli centri e città medie, a conferma – sottolinea Legambiente – che la mancanza di un sistema impiantistico moderno, di politiche continuative di prevenzione e riuso e di controlli efficaci sulla gestione del ciclo continua a frenare la transizione calabrese verso l’economia circolare.

Nel corso dell’Ecoforum, la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta, ha richiamato la necessità di “uscire definitivamente dalla logica delle discariche”, accelerare le bonifiche dei siti inquinati e investire negli impianti di trattamento delle diverse frazioni, dall’umido al tessile, per trasformare i rifiuti in materie prime seconde e occupazione green. Un passaggio che, nelle parole del responsabile scientifico nazionale di Legambiente, Andrea Minutolo, sarà decisivo nei prossimi mesi, quando nel 2026 si chiuderà la stagione del PNRR e la Calabria rischierà di perdere un’occasione storica se non utilizzerà fino in fondo le risorse destinate alla riqualificazione degli impianti e al potenziamento della raccolta di qualità.​

A chiudere i lavori è stata la presentazione dei dati del dossier da parte del coordinatore degli Ecoforum regionali di Legambiente, Emilio Bianco, e la premiazione dei 55 Comuni Rifiuti Free, con la consegna degli attestati da parte della presidente regionale Parretta e della direttrice Silvia De Santis. Un riconoscimento che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuole essere non un punto di arrivo ma uno stimolo a fare rete tra amministrazioni, gestori e cittadini, per allargare negli anni la mappa dei territori calabresi capaci di coniugare alte percentuali di raccolta differenziata, riduzione del secco residuo, tutela concreta dell’ambiente e resilienza ai cambiamenti climatici.​ (vdp)

Smog Calabria: oggi ancora nei limiti ma la vera sfida è il 2030

di VALENTINO DE PIETRO – Nel quadro nazionale tracciato da «Mal’Aria di città 2026», la Calabria si presenta oggi come una delle regioni italiane con livelli medi di inquinanti entro gli attuali limiti di legge, ma con margini di sicurezza più sottili se si guarda ai nuovi standard europei fissati al 2030. Nel 2025, secondo l’elaborazione di Legambiente su dati Arpa, le concentrazioni medie annuali di PM10 oscillano fra i 17 microgrammi per metro cubo di Catanzaro e i 22 di Crotone e Vibo Valentia, mentre il PM2.5 si mantiene fra i 4 ug/mc di Catanzaro e i 10 di Reggio Calabria, con valori di biossido di azoto (NO2) compresi tra 12 e 20 ug/mc. Numeri che fotografano una qualità dell’aria complessivamente favorevole rispetto a molte altre aree del Paese, ma che – con l’abbassamento delle soglie a 20 ug/mc per PM10 e NO2 e a 10 ug/mc per il PM2.5 – potrebbero tradursi, in particolare per alcuni centri come Crotone e Vibo Valentia, nella necessità di ulteriori riduzioni per restare entro i nuovi limiti europei.​

«Il nuovo rapporto Mal’aria ci consegna due notizie positive – commenta Anna Parretta, presidente regionale dell’associazione –. Da un lato sono tornati disponibili, in Calabria, i dati ufficiali Arpacal che erano fermi a giugno 2022, sanando una circostanza che avevamo definito molto preoccupante non essendo garantita la trasparenza sull’effettivo funzionamento delle centraline di monitoraggio; dall’altro lato, soprattutto, la qualità dell’aria nei capoluoghi di provincia calabresi, non presenta criticità importanti a differenza di altre città d’Italia in cui le concentrazioni di sostanze inquinanti mettono a rischio il benessere e la salute dei cittadini».

Parretta ha continuato dichiarando che, al momento, «ci sono buone notizie ma se consideriamo la nuova normativa europea sulla qualità dell’aria (Direttiva 2024/2881) che fissa limiti più severi per il 2030, si profilano sforamenti anche in alcune città calabresi con conseguente necessità di riduzione delle concentrazioni in riferimento alle polveri sottili (PM10) senza considerare che le raccomandazioni dell’OMS al 2050 sono ancora più stringenti. Non si deve quindi abbassare la guardia: la qualità dell’aria è un grande valore da salvaguardare, con l’obiettivo di proteggere la salute umana e gli ecosistemi».

Il 2025 consegna un dato che, sulla carta, fa tirare il fiato: i capoluoghi che hanno sforato il limite giornaliero del PM10 scendono a 13, uno dei bilanci più favorevoli degli ultimi anni. Ma la fotografia cambia appena si sposta lo sguardo al traguardo del 2030, quando entreranno in vigore limiti europei più severi: se fossero già applicati oggi, risulterebbe fuori norma il 53% delle città per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per il biossido di azoto. È il cuore del rapporto «Mal’Aria di città 2026» di Legambiente, che segnala progressi reali ma ancora fragili, e soprattutto un ritmo di riduzione troppo lento per molte realtà urbane.​

Per capire il «doppio volto» del 2025 basta partire dai numeri. Il limite giornaliero attuale per il PM10 è 50 microgrammi per metro cubo, superabile per un massimo di 35 giorni l’anno: nel 2025 gli sforamenti oltre soglia si concentrano in 13 città, in calo rispetto ai 25 del 2024, ai 18 del 2023 e ai 29 del 2022. In cima alla classifica negativa c’è Palermo: la centralina di Belgio registra 89 giorni oltre il limite; seguono Milano (centralina Marche) con 66, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Poi Frosinone (55), Lodi e Monza (48), Cremona e Verona (44), Modena (40), Torino (39), Rovigo (37) e Venezia (36). Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano superamenti oltre il limite di legge e, come già accaduto negli ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa vigente per PM10, PM2.5 e NO2.​

Questi segnali positivi, però, non raccontano la direzione di marcia necessaria per i prossimi cinque anni. Dal 1° gennaio 2030, con la revisione della direttiva europea sulla qualità dell’aria, i valori obiettivo diventano più stringenti: 20 µg/m³ per il PM10, 20 µg/m³ per l’NO2 e 10 µg/m³ per il PM2.5. Applicando oggi quei parametri, 55 città su 103 (il 53%) non rispettano già il valore per il PM10; sul PM2.5 la criticità è ancora più ampia: 68 città su 93 (73%) sono oltre la soglia, mentre sull’NO2 sarebbero 40 città su 105 (38%).​

Legambiente individua scarti importanti: per il PM10 servirebbero riduzioni significative, tra le più elevate a Cremona (35%), Lodi (32%), Cagliari e Verona (31%), Torino e Napoli (30%). Per il PM2.5 i casi più difficili includono Monza (media annua 25 µg/m³ e necessità di riduzione del 60%), Cremona (55%), Rovigo (53%), Milano e Pavia (50%), Vicenza (50%). Sul biossido di azoto i distacchi più pesanti sono a Napoli (47%), Torino e Palermo (39%), Milano (38%), Como e Catania (33%).​

Al tema dei limiti si aggiunge quello, politico e amministrativo, delle procedure europee. Il documento richiama una nuova procedura di infrazione avviata a gennaio 2026 dalla Commissione europea per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva NEC 2016, indicata come la quarta che si somma alle tre già aperte negli anni precedenti per il superamento dei valori limite fissati dalla Direttiva Quadro Aria. Il messaggio è chiaro: anche quando i numeri sembrano migliorare, l’Italia resta esposta al rischio di nuove contestazioni se non consolida i risultati con scelte strutturali.​

Un capitolo a parte riguarda la velocità del cambiamento. L’analisi sui trend del PM10 negli ultimi quindici anni (2011–2025), basata su media mobile quinquennale, mostra che molte città stanno scendendo, ma troppo lentamente per arrivare alla soglia 2030 mantenendo il ritmo attuale. Su 89 città analizzate, 49 nel 2025 hanno valori di PM10 superiori al nuovo limite di 20 µg/m³; tra queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l’obiettivo: l’esempio più netto è Cremona, che potrebbe fermarsi a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa, che secondo la stima potrebbero restare tra 23 e 27 µg/mc. Altre città, invece, pur essendo oggi sopra i 20 µg/mc, sarebbero sulla traiettoria giusta: tra queste Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli.​

Legambiente invita quindi a leggere il 2025 con equilibrio: un buon dato, ma non la prova che la partita sia vinta. Giorgio Zampetti, direttore generale dell’associazione, parla di miglioramenti «tra i più positivi» ma «fragili» e non sostenuti da scelte coerenti, criticando i tagli alle risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano a partire dal 2026 e per il triennio successivo. Il ragionamento è che proprio nelle aree più esposte — con il bacino padano citato come caso emblematico — ridurre gli strumenti economici può compromettere i risultati e allontanare ulteriormente il target 2030. Anche Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, collega l’urgenza dei nuovi parametri agli impatti sanitari e richiama un dato sulle vittime attribuite al PM2.5: nel 2023 in Europa sarebbero state circa 238.000, di cui 43.000 in Italia, concentrate in pianura padana.​

Sul bacino padano, il focus del rapporto segnala un’evoluzione della geografia dello smog. Non sono più solo le grandi città a concentrare le criticità: anche piccoli e medi centri, e aree rurali, risultano sempre più esposte, con un peso attribuito — nel documento — anche agli eccessi dell’allevamento intensivo. È un punto che sposta il tema dalla sola dimensione urbana a quella territoriale: servono politiche mirate, investimenti e coordinamento, non interventi episodici. Da qui le proposte operative articolate in sei ambiti. Sul fronte della mobilità, Legambiente chiede di accelerare sugli investimenti nel trasporto pubblico locale e regionale, ampliare Ztl e aree a basse emissioni, estendere reti ciclopedonali e diffondere la «Città 30» come misura che può agire insieme su sicurezza e riduzione delle emissioni. Per riscaldamento ed edifici, si propone di istituire Low Emission Zone specifiche, superare gradualmente l’uso della biomassa nei territori più critici, vietare caldaie più inquinanti nelle zone esposte e spingere la riqualificazione energetica. Sulle emissioni industriali, il rapporto richiama piani di bonifica dei siti inquinati e restrizioni severe per impianti in aree urbane, fino al diniego di autorizzazioni per l’upgrading di impianti obsoleti. In agricoltura e allevamenti, l’associazione chiede di ridurre l’intensità di allevamento dove eccessiva, rafforzare buone pratiche sullo spandimento, incentivare investimenti per l’abbattimento delle emissioni di ammoniaca e vietare le combustioni agricole all’aperto. Infine risorse e governance: ripristino dei fondi previsti dal decreto Mase del luglio 2024, risorse certe e continuative, qualità dell’aria trattata come priorità nazionale e coordinamento efficace tra Stato, Regioni e Comuni. Sul monitoraggio, l’indicazione è potenziare la rete di centraline e introdurre un sistema sensoristico anche per inquinanti come metano e ammoniaca, descritti come precursori nella formazione di polveri sottili e ozono.​

Non è maltempo: è crisi climatica. Legambiente: la Calabria vinca la sfida contro l’emergenza

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Non è maltempo, è crisi climatica!» tuona Legambiente, denunciando come gli effetti della crisi climatica stanno diventando sempre più accentuati e frequenti, destando forte preoccupazione per la rapidità della loro evoluzione. Dal 2010 al 2025, infatti, Legambiente – attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito in Calabria 115 eventi meteo estremi, di cui 97 verificatisi nel decennio 2015–2025, con un evidente incremento esponenziale di questo tipo di fenomeni.

Ma non solo: La Calabria rientra tra le regioni, cosiddette “hotspot” dei cambiamenti climatici, che stanno già risentendo – e risentiranno ancora di più in futuro – delle conseguenze del clima che cambia, anche perché il bacino del Mediterraneo sta subendo un riscaldamento più rapido rispetto ad altre aree. Una situazione che comporta, tra gli altri effetti, l’alternanza di periodi di siccità e alluvioni intense e la formazione dei cosiddetti Medicane, gli uragani mediterranei.

E, proprio in queste ore, nella nostra regione – ma anche in Sicilia e Sardegna – sono previsti nubrifagi con piogge molto intense, con valori cumulati oltre i 200 mm, vento molto forte e soprattutto mareggiate di eccezionale intensità sulle coste esposte ai venti di sud-ovest. Una situazione ulteriormente estremizzata da temperature del mare incredibilmente alte, ormai senza soluzione di continuità dal 2022 (sopra il 90° percentile della distribuzione climatologica recente). Il Mar Mediterraneo si trova ancora in condizione di ondata di calore marina (Marine Heatwave – MHW)», ha riferito il meteorologo Federico Grazzini, già consulente per Legambiente Calabria.

«Il futuro sta arrivando e la crisi climatica rischia di dimostrare sempre più la sua intensità e la sua capacità di impatto distruttivo sui territori: è arrivato, inevitabilmente, il momento della serietà», ha commentato  Anna Parretta, presidente regionale di Legambiente.

«In Calabria ai timori e alle preoccupazioni si sta rispondendo con le consuete logiche emergenziali: stiamo assistendo a febbrili lavori sugli arenili di molti Comuni, di cosiddetta ‘messa in sicurezza’, la cui effettiva utilità sarà visibile solo a cose fatte», ha proseguito Parretta, ribadendo come «nella nostra regione, rispetto alla gravità della crisi climatica, servono azioni puntuali e sistematiche per adattare i territori calabresi, mitigare gli effetti della crisi, prevenire le problematiche e rispondere in modo efficace. Serve la consapevolezza che tutti dobbiamo cambiare: rispettare l’ambiente, ridurre i rifiuti e realizzare l’economia circolare, emanciparsi dalle inquinanti fonti fossili e puntare con determinazione sulle energie rinnovabili, incentivare la mobilità sostenibile, frenare il consumo di suolo, lottare contro l’abusivismo edilizio ( su oltre 11 mila ordinanze di demolizione in Calabria, oltre 3.800 di queste sono totalmente prive di titolo edilizio), fermare l’avanzata del cemento a partire dalle coste, tutelare il mare e la biodiversità, incrementare l’agroecologia».

I dati Arpacal mostrano che in Calabria è elevato il rischio di desertificazione, soprattutto sul versante ionico della regione, e che le riserve idriche ne hanno già risentito in maniera grave. Oltre alla crisi idrica, la Calabria è vulnerabile all’erosione costiera, con il 60% delle coste sabbiose a rischio, minacciando gli ecosistemi marini e le comunità costiere. Nel complesso, il territorio regionale risulta impreparato agli impatti crescenti sul clima e sugli ecosistemi, sui luoghi e sulle popolazioni che vi risiedono. Occorre agire con maggiore decisione nella prevenzione e non solo attraverso procedure di emergenza a valle di ogni singolo evento, se si vogliono evitare ulteriori danni e proteggere cittadini ed economia regionale.

Per affrontare gli effetti crescenti del cambiamento climatico in Calabria servono interventi urgenti e integrati in vari ambiti.

Come fare? Legambiente suggerisce quelle che sono le priorità su cui focalizzarsi: Città e contesti urbani. Le aree urbane risentono di temperature più elevate, peggioramento della qualità dell’aria, allagamenti e consumo di suolo, e richiedono con urgenza soluzioni per aumentare resilienza e qualità urbana. È fondamentale incrementare la presenza di infrastrutture e aree verdi (anche rendendo permeabili superfici già cementificate), parchi, alberature e tetti verdi per mitigare l’effetto “isola di calore” e migliorare la qualità dell’aria. Occorre inoltre potenziare le infrastrutture idrauliche e fognarie per gestire meglio le piogge intense, ridurre il rischio di allagamenti e favorire il recupero delle acque meteoriche. Per contrastare la crisi idrica è urgente sviluppare strategie di gestione integrata delle risorse idriche, migliorando l’efficienza nei settori agricolo, civile e industriale, favorendo il riuso e la creazione di aree forestali di infiltrazione.

Litorali e aree costiere. Le coste subiscono una pressione multipla: innalzamento del livello del mare, subsidenza ed erosione accelerata, con pesanti conseguenze sulla biodiversità, sull’agricoltura e sulla sicurezza territoriale. Le inondazioni costiere evidenziano la necessità di soluzioni rafforzate e di adattamenti innovativi, come il ripristino delle barriere naturali (dune e sistemi dunali) e l’adozione di nature-based solutions, insieme all’ampliamento della tutela delle zone umide.

Montagne. Le aree montane della Calabria sono colpite da un progressivo spopolamento che impoverisce il tessuto sociale e riduce la capacità di presidio e cura del territorio. Il venir meno di agricoltori, artigiani e giovani famiglie comporta maggiori costi per la manutenzione dei boschi, delle strade e delle infrastrutture rurali, oltre a una crescente esposizione al rischio idrogeologico. È necessario investire nella sicurezza dei versanti, nella prevenzione del dissesto idrogeologico, nella gestione attiva dei boschi e nel recupero del territorio, garantendo al contempo un sostegno concreto alle comunità di montagna. Servono politiche sociali per il ritorno e la permanenza in montagna.

Corsi d’acqua. I corsi d’acqua calabresi subiscono una doppia pressione climatica. I periodi di siccità prolungata, conseguenza della crisi climatica, comportano carenze idriche per agricoltura, industria e uso civile, con impatti su ecosistemi già fragili. È necessario un approccio integrato che comprenda gestione e manutenzione, contrasto all’inquinamento, adeguamento delle infrastrutture e conservazione ambientale, supportato da processi partecipativi concreti. In ambito agricolo occorre favorire pratiche resilienti e rigenerative, come l’agricoltura di precisione, la diversificazione colturale e l’efficienza idrica, riducendo la pressione sulle risorse naturali e contribuendo alla salute degli ecosistemi fluviali.

Gestione dei bacini idrici. La crisi climatica impone una gestione diversa e più oculata dei bacini idrici calabresi. A tal fine, in considerazione dell’imminente scadenza delle concessioni, sarebbe opportuna una gestione controllata dalla pubblica amministrazione, in grado di evitare l’eccessiva discrezionalità delle aziende private che determina continue modifiche del paesaggio e concreti danni agli ecosistemi, oltre che all’agricoltura.

«La sfida climatica – ha concluso Legambiente Calabria – richiede una capacità di visione a lungo termine e una governance multilivello, così come una transizione partecipata dei cittadini e dei territori, con i quali deve essere promosso un dialogo costruttivo. È essenziale che la Regione Calabria attivi un percorso di approfondimento della Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici, indicando anche le risorse necessarie al raggiungimento degli obiettivi».

Treni lumace e usurati da anni di attività: quando la svolta nel servizio ferroviario?

di ANTONIETTA MARIA STRATI Sono quasi “maggiorenni” i treni in Calabria: hanno 17,7 anni. È quanto emerso dalla 20esima edizione del Rapporto di Pendolaria di Legambiente, presentato lo scorso dicembre 2025, che documenta un sistema dei trasporti segnato da scelte politiche sbilanciate, sottofinanziamento cronico e ricadute sempre più pesanti su famiglie, lavoratori e studenti. Mentre le grandi opere stradali monopolizzano il dibattito pubblico, il servizio ferroviario quotidiano si deteriora: crescono gli impatti degli eventi meteo estremi sui trasporti (26 solo nel 2025) e aumenta il numero di persone che non può permettersi di muoversi.

Nella nostra regione, infatti, il 62,2% dei treni regionali ha più di 15 anni. Ma, nonostante questo, si iniziano a vedere i risultati del rinnovo del parco rotabile sia per la flotta Trenitalia che per quella gestita da Ferrovie della Calabria che vedrà anche nuovi treni operare sulla tratta Cosenza-Catanzaro, con l’entrata in servizio prevista all’inizio del 2027.

L’Associazione, inoltre, indica la Salerno-Reggio Calabria ferroviaria «tra i progetti di gran lunga migliorabili: Si tratta di 30 miliardi di euro previsti  per  la  nuova  linea  ad  alta  velocità (in parte finanziata con il Fondo complementare  al  Pnrr),  che  nelle  prime ipotesi di progetto allungava il tracciato e abbandonava i piani, già previsti, di  potenziamento  della  linea  esistente.  La  linea  non  sarebbe  pronta  prima  del  2032  (secondo  gli  annunci  del  Ministro  Salvini)  e  va  sottolineato  come  tra   Roma e Villa San Giovanni fino al 2019 era in servizio un Frecciargento che impiegava 4 ore e mezza. Sorprende anche la  decisione  di  costruire  la  fermata  intermedia AV del Vallo di Diano a Padula (SA) in aperta campagna, fuori dalla tratta Sicignano-Lagonegro e in contrasto  con  il  Regolamento  UE  2024/1679, che richiede espressamente, per la realizzazione di nuove linee ad alta velocità, l’interscambio ferro su ferro».

«Seppure con ingiustificabile lentezza, in Calabria cominciano finalmente ad essere visibili i segni di un cambiamento nel trasporto ferroviario a partire dal rinnovo del parco rotabile la cui età media scende sia per i convogli Trenitalia sia, anche in prospettiva, per la flotta gestita da Ferrovie della Calabria», ha commentato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria.

«Serve una decisa accelerazione sulle infrastrutture della mobilità sostenibile con una rete ferroviaria moderna – ha detto – che garantisca collegamenti comodi, veloci ed efficienti all’interno della regione e verso il resto d’Italia, migliorando la vita dei calabresi, favorendo l’economia ed il turismo e contribuendo agli obiettivi di decarbonizzazione».

«La direzione giusta verso cui indirizzare le risorse – conclude Parretta – è questione di necessità e di buon senso: occorre abbandonare definitivamente progetti ambientalmentente insostenibili, costosissimi ed inutili come quello del Ponte sullo Stretto di Messina e concentrare competenze e stanziamenti economici su una reale transizione ecologica nel settore dei trasporti».

 «Investire nel ferro nelle città è una scelta necessaria sul piano ambientale, economico e sociale – ha sottolineato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente –. Metropolitane, tranvie e ferrovie urbane migliorano la qualità della vita, riducono traffico, inquinamento e costi sanitari e garantiscono un accesso più equo alla mobilità. Continuare a rinviare o definanziare questi interventi, come sta avvenendo con le scelte più recenti sulla legge di bilancio, significa scaricare i costi della mobilità sulle persone, non solo quelli economici ma anche ambientali e sanitari».

«È una questione di scelte, non di risorse disponibili – ha concluso – visto che si continua, intanto, a investire sul Ponte sullo Stretto di Messina, nonostante le criticità che abbiamo più volte evidenziato non solo noi associazioni ma anche la Corte dei Conti. Chiediamo al Governo di cambiare rotta: investire nel trasporto pubblico locale, a partire da quello su ferro e rafforzare il Fondo Nazionale Trasporti per una mobilità urbana pubblica più inclusiva e sostenibile, fatta di nuovi binari, interconnessioni tra le reti e integrazione con la mobilità dolce».

Le linee peggiori d’Italia individuate in collaborazione con i comitati pendolari raccontano un sistema intrappolato tra rinvii e promesse non mantenute. In Campania la ex Circumvesuviana conferma il primato negativo: 13 milioni di passeggeri persi in dieci anni, convogli senza climatizzazione, stazioni impresenziate e un orario ancora “provvisorio”. Sempre in Campania, sulla Salerno–Avellino–Benevento la riapertura della stazione di Avellino è rimandata a giugno 2027. Nel Lazio la Roma Nord–Viterbo ha registrato 8.038 corse soppresse nei primi dieci mesi del 2025, il dato peggiore degli ultimi tre anni, mentre la Roma–Lido continua a essere segnata da guasti frequenti. Al Nord la Milano–Mortara–Alessandria, utilizzata ogni giorno da circa 19mila viaggiatori, accumula ritardi per il mancato raddoppio della linea. A questa si aggiungono le criticità del sistema ferroviario regionale e metropolitano del Piemonte, della Vicenza–Schio nel Nord-Est e delle Ferrovie del Sud Est. New entry del 2025 è la Sassari–Alghero, con quattro coppie di treni soppresse e un servizio quotidiano ancora inadeguato. In Sicilia restano infine aperte ferite storiche come la Catania–Caltagirone–Gela, interrotta dal 2011, e la Palermo–Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali fermi da oltre un decennio.

Dal 2010 al 2025 Legambiente, attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito 229 eventi meteo estremi (26 di questi solo nel 2025) che hanno causato interruzioni del servizio ferroviario: allagamenti, frane, cedimenti dei rilevati e ondate di calore. Roma è la città più colpita, seguita da Milano e Napoli. Il Ministero stima che entro il 2050 i danni su infrastrutture e mobilità raggiungeranno 5 miliardi di euro l’anno, tra lo 0,33% e lo 0,55% del PIL italiano. Senza misure di adattamento, il conto continuerà a salire.

«I dati di Pendolaria mostrano che la carenza di trasporto pubblico sta diventando un drammatico fattore di esclusione sociale – spiega Roberto Scacchi, responsabile Nazionale Mobilità di Legambiente –. Quando il servizio ferroviario e urbano non è adeguatamente finanziato, con frequenze basse e infrastrutture incomplete, muoversi diventa più costoso o addirittura impossibile per una parte crescente della popolazione. È in questo contesto che si afferma la mobility poverty: famiglie che spendono una quota sempre più alta del reddito per spostarsi, lavoratori e studenti che rinunciano a opportunità di lavoro, studio o cura perché il servizio non è affidabile o accessibile. Rafforzare il trasporto pubblico su ferro è dunque una scelta di equità e coesione sociale da accompagnare necessariamente a politiche per la mobilità attiva e condivisa».

Un allarme che il Rapporto lancia con il focus sulla transport poverty, un fenomeno in forte crescita che trasforma la mobilità da diritto a fattore di esclusione sociale ed economica. La condizione viene misurata attraverso il peso della spesa per i trasporti sul bilancio familiare: secondo un report della Commissione europea, superare il 6% indica una situazione di vulnerabilità. In Italia la spesa media arriva al 10,8% del budget mensile delle famiglie, ben oltre la soglia europea.

Tra le proposte di Legambiente al Governo Meloni, c’è il rifinanziamento strutturale del trasporto pubblico su ferro e urbano, insieme a un rafforzamento del ruolo del Mit sulla qualità del servizio. Serve riportare il Fondo Nazionale Trasporti ai livelli reali del 2009 e investire su più treni e più corse nelle aree urbane e suburbane. Occorre potenziare le frequenze, passando da 30 minuti a 4–8 minuti nelle ore di punta, e raddoppiare i viaggi giornalieri da 6 a 12 milioni entro il 2035. A questo si affiancano politiche tariffarie integrate, con abbonamenti unici sul modello tedesco e spagnolo, incentivi all’uso del TPL, la riforma fiscale della shared mobility, il ripensamento degli spazi urbani con Low Emission Zones e città dei 15 minuti, lo sviluppo della mobilità elettrica, a prescindere dalla scadenza del 2035, e un piano per lo shift modale del trasporto merci, rafforzando Sea Modal Shift (il vecchio Marebonus) e Ferrobonus. (ams)

REATI AMBIENTALI, LA CALABRIA
SECONDA PER IL CICLO NELLA GESTIONE DEI RIFIUTI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Quarta nella classifica generale delle illegalità ambientali, seconda nel ciclo dei rifiuti e settima nel ciclo di cemento. È il quadro desolante della Calabria emerso dal Rapporto Ecomafia 2025, presentato nei giorni scorsi a Roma da Legambiente.

«La situazione più preoccupante è legata al ciclo di gestione dei rifiuti, nel quale, nella nostra regione, si è verificata una grave impennata di reati che portano la Calabria dal terzo ad un poco onorevole secondo posto e costituiscono una minaccia per l’ambiente, per la salute dei cittadini e per l’economia», ha detto Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria, snocciolando dei dati preoccupanti per la nostra regione.

I numeri calabresi, infatti, raccontano che la Calabria è stabile al quarto posto nella classifica complessiva (7,9% del totale nazionale). Ma, tuttavia, incrementa il numero di reati (3.215) e più che raddoppia il dato sugli arresti (41).

Tra le filiere illegali in particolare, la Calabria spicca nel ciclo dei rifiuti collocandosi al secondo posto con ben 1.137 reati, 1287 persone denunciate, 39 persone arrestate e 446 sequestri.

Nella classifica provinciale dei reati, che costituiscono le fattispecie più gravi, tra le prime venti posizioni si collocano ben 4 delle 5 province calabresi: con Catanzaro al secondo posto (319 reati), Reggio Calabria all’ottavo (239 reati), Crotone al tredicesimo e Cosenza al quindicesimo posto. Classifica a parte per quanto riguarda, invece, gli illeciti amministrativi nella stessa filiera dei rifiuti, che sono 400, mentre le sanzioni amministrative sono state 422.

Nel ciclo illegale del cemento la Calabria è invece settima nella classifica nazionale con 869 reati, 829 persone denunciate e 134 sequestri. A livello provinciale Cosenza segna il maggior numero di reati raggiungendo il quarto posto, Reggio Calabria è nona e Catanzaro sedicesima. Sono 1725 invece complessivamente gli illeciti amministrativi e 1759 le sanzioni amministrative.

Inoltre la Calabria è settima per reati contro gli animali (6,1% del totale): tra le prime venti posizioni si colloca Reggio Calabria al diciassettesimo posto con 143 reati.  Considerando anche gli illeciti amministrativi, Reggio Calabria raggiunge il nono posto mentre Cosenza è dodicesima.

Guardando i dati nazionali, invece, dal rapporto dedicato al trentennaledella scomparsa del Capitano di Fregata Natale De Grazia, morto tra il 12 e il 13 dicembre del 1995 mentre indagava sugli affondamenti sospetti nel Mediterraneo di navi con il loro carico di rifiutiè emerso come in Italia il 42,6% dei reati ambientali si concentra nelle 4 regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). Il maggior numero di reati si riscontra, a livello nazionale, nella filiera del cemento (dall’abusivismo edilizio alla cave illegali fino ai reati connessi agli appalti per opere pubbliche) con 13.621 illeciti accertati nel 2024, +4,7% rispetto al 2023, pari al 33,6% del totale. Seguiti dai reati nel ciclo dei rifiuti ben 11.166, +19,9%, e quelli contro gli animali con 7.222 illeciti penali (+9,7%).

Da segnalare l’impennata dei reati contro il patrimonio culturale (dalla ricettazione ai reati in danno del paesaggio, dagli scavi clandestini alle contraffazioni di opere): sono 2.956, + 23,4% rispetto al 2023. Per quanto riguarda le filiere illecite nel settore agroalimentare, a fronte di una leggera diminuzione dei controlli (-2,7%) si registra un aumento del numero di reati e illeciti amministrativi (+2,9%), nonché degli arresti (+11,3%).  A completare il quadro dell’illegalità ambientale del 2024 è la crescita degli illeciti amministrativi, 69.949 (+9,4%), equivalenti a circa 191,6 illeciti al giorno, 7,9 ogni ora. Per quanto riguarda i clan, dal 1995 al 2024 salgono a 389 quelli censiti da Legambiente.

Per quanto riguarda i delitti più gravi, previsti dal titolo VI-bis del Codice penale, nel 2024 al primo posto abbiamo l’inquinamento ambientale con 299 illeciti contestati, quelli complessivi sono stati 971, con un +61,3% rispetto al 2023 e 1.707 persone denunciate (+18,9%). Numeri che insieme all’aumento dei controlli su questa tipologia di reati (1.812 nel 2024, +28,7%) dimostrano l’efficacia della legge 68 del 2015, che a maggio 2025 ha celebrato il decennale. In particolare, da giugno 2015 a dicembre 2024 grazie a questa fondamentale riforma sono stati accertati 6.979 illeciti, con 12.510 persone denunciate, 556 arresti e 1.996 sequestri.

Per la presidente Parretta «la situazione più preoccupante è legata al ciclo di gestione dei rifiuti, nel quale, nella nostra regione, si è verificata una grave impennata di reati che portano la Calabria dal terzo ad un poco onorevole secondo posto e costituiscono una minaccia per l’ambiente, per la salute dei cittadini e per l’economia».

«La Calabria deve rendere concreto un cambiamento – ha evidenziato – che coinvolge tutti gli attori della società calabrese, cittadini, imprese ed istituzioni, per realizzare sul territorio sviluppo sostenibile ed un’economia sana e circolare. È necessario l’impegno di tutti per non dover più vedere la nostra bella regione ai vertici delle classifiche dell’illegalità. È un tributo etico ed un dovere morale che dobbiamo anche alla memoria di chi, come il capitano di Fregata Natale de Grazia, ha dato la propria vita per rivelare la verità e ristabilire la giustizia sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi e sulle navi a perdere nel Mediterraneo».

«Noi, come piaceva dire al Capitano Natale De Grazia, odiamo le cose storte e siamo convinti che serve una forte rottura culturale su tutto il territorio regionale», ha dichiarato Daniele Cartisano, presidente circolo Legambiente Reggio Calabria-Città dello Stretto che aggiunge: «Non possiamo più tollerare questa forma strisciante di accettazione sociale che rende questi reati meno scandalosi di quanto dovrebbero essere».

«La denuncia, la mobilitazione civica, l’educazione alla legalità – ha sottolineato – devono diventare strumenti quotidiani di resistenza. Ogni reato ambientale, ogni abuso edilizio, ogni atto di crudeltà verso gli animali rappresenta un’offesa non solo alla legge, ma alla dignità stessa del territorio e di chi lo abita. Restare indifferenti significa esserne complici».

«Nella lotta alla criminalità ambientale – ha commentato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – l’Italia deve accelerare il passo e può farlo con l’approvazione di una riforma fondamentale molto attesa, ossia il recepimento della direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente entro il 21 maggio 2026. In questa legislatura si parla tanto di semplificazioni, poco di contrappesi in grado di fermare i furbi o i criminali che fanno concorrenza sleale alle imprese serie».

«Per contrastare gli ecocriminali e la loro vera e propria arroganza, servono interventi decisi: ai risultati positivi prodotti fino ad ora dalla legge 68 n. 2015 sugli ecoreati, bisogna far seguire nuovi strumenti per contrastare anche le agromafie, a cominciare dal mercato in crescita dei pesticidi illegali, e l’abusivismo edilizio, altra piaga del paese, rafforzando il sistema dei controlli ambientali, in modo omogeno su tutto il territorio nazionale», ha commentato Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e legalità di Legambiente. (ams)

LA CALABRIA BRUCIA, È EMERGENZA
107 INCENDI BOSCHIVI IN UN GIORNO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria brucia, di nuovo. Con le prime ondate di caldo, infatti, l’emergenza incendi è tornata a colpire la nostra regione ma, come sottolinea Legambiente Calabria, «non è solo colpa del caldo. È spesso l’alibi degli ecocriminali che approfittano dei mesi estivi per mettere in atto i loro affari».

«Nella sola giornata del 29 giugno 2025, si sono registrati 107 incendi boschivi in tutta la regione. Colpita anche la Locride con un vasto rogo che ha interessato le colline fra Roccella Jonica e Caulonia», ha denunciato Legambiente, che pone, nuovamente, l’attenzione su  un’emergenza «che si ripete ogni estate e che trova la Calabria ancora impreparata sul fronte della prevenzione, nonostante gli sforzi messi in campo», ha detto l’Associazione, ricordando come la Regione ha recentemente avviato il nuovo Piano AIB 2025, annunciando una politica di “tolleranza zero” con l’utilizzo di droni e satelliti per il monitoraggio del territorio».

«Strumenti tecnologici che, negli anni passati – ha detto l’Associazione – hanno effettivamente portato all’identificazione di diversi piromani, ma che non hanno ancora determinato una riduzione significativa del fenomeno perché è ancora insufficiente la gestione forestale e la manutenzione ordinaria del territorio dedicata alla prevenzione del rischio incendi».

Un concetto ribadito dal Partito Democratico Calabria, che ha sottolineato come «non basta affidarsi a droni e satelliti se mancano manutenzione ordinaria, gestione forestale e risorse umane. La tecnologia non può sostituire un piano organico di prevenzione, come ripetiamo da tempo».

Servono, infatti, come anche ribadito da Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria e di Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree protette di Legambiente, un cambio di rotta per un fenomeno «aggravato dalla crisi climatica, con ondate di calore sempre più intense e periodi di siccità prolungata, ma anche da scelte politiche inadeguate, ritardi e assenza di prevenzione strutturata».

La Calabria – ha ricordato l’Associazione – «è al terzo posto in Italia per reati legati agli incendi boschivi e di vegetazione, con: 445 reati accertati, 369 incendi registrati, 13 persone denunciate, 4 sequestri, 335 illeciti amministrativi e 371 sanzioni. Fra le province, Cosenza svetta a livello nazionale con 257 reati e 108 illeciti amministrativi, seguita da Crotone (13° posto) e Catanzaro (17° posto)».

Ad aggravare un quadro già preoccupante, i dati riportati dal PD, basandosi sui dati Ispra: «nel 2025 il 70% delle foreste italiane bruciate è nella nostra regione».

«Non si può più puntare solo sulla gestione dell’emergenza – hanno detto Parretta e Nicoletti –. Servono politiche di buona gestione forestale, mappatura delle aree percorse dal fuoco e imposizione dei vincoli previsti dalla legge quadro sugli incendi boschivi, presidio del territorio e rafforzamento della sicurezza per le comunità nelle aree interne e montane».

«La tecnologia, da sola, non basta – hanno continuato Parretta e Nicoletti – se non è accompagnata da investimenti strutturali, responsabilizzazione dei cittadini, controlli efficaci, repressione severa dei reati e una regia politica forte. Troppo spesso, inoltre, gli incendi sono legati a interessi criminali, come ha evidenziato la magistratura, che ha documentato il coinvolgimento della ‘ndrangheta nel business illecito della gestione dei boschi e dei pascoli abusivi».

«Ormai, da mesi – continua Legambiente – è incessante il lavoro dei vigili del fuoco. Preoccupante l’episodio avvenuto a Cassano allo Ionio, dove le fiamme si sono propagate pericolosamente nei pressi di una RSA, costringendo all’evacuazione preventiva di 10 persone. Interventi anche lungo l’autostrada A2 del Mediterraneo, in particolare a Tarsia (CS), dove incendi di arbusti e macchia mediterranea hanno causato disagi alla viabilità. Ma il fenomeno in queste ultime ore sta interessando tutta la Calabria. Ad Amendolara, nello Ionio Cosentino, un vasto incendio ha circondato il paese per ore».

Come far fronte a questa emergenza? Legambiente Calabria ha rilanciato le 10 proposte operative già presentate lo scorso anno, che vanno dalla gestione integrata del rischio incendio alla pianificazione forestale e urbanistica, fino al rafforzamento delle pene, al pascolo controllato come misura preventiva e alla ricostituzione ecologica post-incendio.

«La Calabria – conclude Legambiente – non può e non deve farsi trovare impreparata. Occorre una visione lungimirante, risorse adeguate e volontà politica per scongiurare i disastri a cui stiamo assistendo e che rischiano di diventare strutturali con l’aggravarsi della crisi climatica».

A fare eco all’Associazione è il PD, che chiede affinché la «maggioranza accetti la realtà e ascolti le proposte formulate da Legambiente e quelle che il Pd ha più volte sottoposto all’attenzione del governo regionale, anche con il progetto “TerraFerma Montagna Solidale”».

«Il gruppo Pd — conclude la nota — continuerà a incalzare la giunta affinché abbandoni la propaganda e dia finalmente priorità a un piano serio, concreto e immediato, con risorse certe, personale adeguato e un controllo costante».

«Suscita sconcerto leggere le dichiarazioni del gruppo Pd, che offre un quadro distorto della situazione incendi in Calabria, citando numeri in modo fuorviante e operando paragoni privi di fondamento oggettivo», ha detto l’assessore regionale alla Forestazione, Gianluca Gallo, rispondendo ai dem. (ams)

DISASTRO AMBIENTALE, LA CALABRIA È
PRIMA PER I REATI COMMESSI: SONO 59

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è al primo posto per i reati per disastro ambientale. È quanto emerso dal bilancio realizzato da Legambiente e Libera in occasione del decimo anniversario della legge sugli ecoreati,  che posiziona la nostra regione settima nella classifica assoluta.

Andando più nello specifico, nella nostra regione si può notare come, tra il 2015 e il 2024, sono stati fatti 1.937 controlli, commessi 368 reati, 772 persone denunciate, 80 sono state arrestate. Sono 252 i sequestri, e il valore sequestrato si aggira sui 154.287.974 di euro.

L’analisi aggregata dei dati relativi ai due “assi” della legge 68 del 2015 (delitti contro l’ambiente nel Codice penale e riforma del sistema sanzionatorio previsto nel Testo unico ambientale) conferma, come numero di controlli effettuati (4.178), reati (1.440) e sequestri (382, per un valore di oltre 209 milioni di euro) il primato della Campania negli illeciti penali contro l’ambiente accertati nel nostro Paese grazie al lavoro delle forze dell’ordine e delle Capitanerie di porto.

Non mancano, relativamente all’applicazione della legge 68, le sorprese, rispetto alle tradizionali classifiche sull’illegalità ambientale pubblicate nel “Rapporto Ecomafia”: al secondo posto, con 726 reati, si colloca infatti la Sardegna, che occupa la prima posizione sia per le persone denunciate (1.627) che per i reati (179) relativi alla violazione del Codice di responsabilità degli enti, il D.lgs 231 del 2001, una regione già segnalata comunque in crescita anche nei dati complessivi del rapporto del 2024.

Al terzo posto figura la Puglia (540 reati) che è prima, però come persone arrestate (100) e per reati di inquinamento ambientale (260), seguita dalla Lombardia (498 reati) e dalla Sicilia, a quota 482, che è, però, la prima regione come valore economico dei sequestri effettuati, pari a 432,1 milioni di euro e la seconda come persone denunciate. Il dato relativo al Trentino-Alto Adige, sesto in questa classifica con 374 reati, è frutto, in particolare, di tre tipologie di illeciti penali: l’applicazione della parte Sesta-bis del Testo unico ambientale, con 255 reati (art. 318-bis), pari al 68,2% del totale; il Codice di responsabilità degli enti (art. 25 del D.lgs 231/2001), con 58 reati e l’attività organizzata di traffico illecito di rifiuti (40 illeciti).

 Il 40,5% dei reati accertati grazie all’applicazione della legge 68 dal 2015 al 2024 si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Sicilia e Calabria).

«In questi dieci anni grazie alla legge sugli ecoreati – commentano Legambiente e Libera – tante denunce fatte sono diventate processi e sono arrivate le prime sentenze definitive come, ad esempio, quella per la gestione criminale della discarica Resit, in provincia di Caserta. Tutto ciò è stato possibile grazie a quella riforma di civiltà che ha visto finalmente la luce il 19 maggio del 2015 con l’approvazione della legge sugli ecoreati».

«Dell’importanza di questa normativa parleremo a ControEcomafie a Roma il 16 e 17 maggio – spiegano – e la due giorni dei lavori si concluderà con l’approvazione di un “Manifesto” in cui verranno raccolte le proposte che faremo al governo e al Parlamento e gli impegni che ci assumiamo, per rafforzare quella rivoluzione iniziata dieci anni fa e contrastare con più efficacia le ecomafie in tutti i settori dove fanno affari d’oro a discapito dell’ambiente, della salute dei cittadini e dell’economia».

La riforma della disciplina sanzionatoria del Testo unico ambientale. Il secondo “asse” della legge 68 del 2015 è quello relativo alla nuova disciplina sanzionatoria prevista dalla parte Sesta-bis del Testo unico ambientale (D.Lgs 152/2006), che rappresenta poco più del 50% delle attività di controllo svolte dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto.

Da giugno 2015 a dicembre 2024, a fronte di 11.156 controlli effettuati sulla base dell’art. 318 bis, sono stati contestati 3.361 reati, con 4.245 persone denunciate, 3 ordinanze di custodia cautelare e 553 sequestri, per un valore di 159,7 milioni di euro. Il meccanismo previsto per l’eventuale estinzione dei reati ha visto 794 prescrizioni impartite (art. 318 ter) e 510 adempimenti (318 quater).

«Questa riforma, introdotta con la legge 68 – prosegue la nota delle due Associazioni – oltre a “decongestionare” il sistema giudiziario da procedimenti relativi a illeciti penali di minore gravità, ha consentito di incassare nel Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, dal 2018 al 2023, oltre 33 milioni di euro, da utilizzare interamente per il rafforzamento delle attività di controllo svolte dalle stesse Agenzie regionali e provinciali in materia di protezione ambientale, comprese quelle relative agli anni precedenti al decreto del ministero dell’Ambiente del 2022 sulla loro destinazione».

Nell’applicazione di questa parte specifica della legge 68, infatti, un ruolo decisivo viene svolto proprio dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente, i cui risultati vengono pubblicati ogni anno, grazie al lavoro di analisi curato dall’Ispra, nel “Rapporto Ecomafia” di Legambiente. Dal 2018 al 2024 sono state emesse ben 8.092 prescrizioni (relative in particolare ad emissioni in atmosfera, rifiuti, scarichi e autorizzazioni integrate ambientali), delle quali 5.893 sono state ottemperate e ammesse al pagamento, a cui si aggiungono altre 2.690 ammissioni a pagamento per condotta esaurita o adempimento spontaneo. (ams)

 

Tutela ambientale, “Calabria al centro del Mediterraneo” arriva a Corigliano Rossano

«La grande partecipazione di oggi dimostra quanto sia forte la volontà di costruire una Calabria più sostenibile e attenta al proprio patrimonio ambientale». È quanto ha Evelina Viola, presidente del Circolo Legambiente Corigliano-Rossano, nel corso dell’incontro svoltosi a Corigliano Rossano, nell’ambito del progetto “Calabria al centro del Mediterraneo”, promosso da Legambiente Calabria e cofinanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Regione Calabria (CUP J58D22000410001).

L’iniziativa, organizzata con il supporto del Circolo Legambiente Corigliano-Rossano, ha coinvolto istituzioni, docenti, studenti, rappresentanti del mondo accademico e della società civile, con l’obiettivo di approfondire le sfide ambientali del territorio e individuare soluzioni concrete per il futuro.

«Il lavoro da fare è ancora tanto, ma iniziative come questa sono fondamentali per gettare basi solide per il futuro», ha detto la presidente Viola all’evento in cui è stata evidenziata la necessità di una collaborazione sempre più stretta tra scuola, istituzioni e mondo scientifico per affrontare con efficacia le sfide ambientali. Tra le proposte emerse, si è parlato dell’importanza di avviare studi mirati sulle dinamiche costiere, incentivare il turismo sostenibile e potenziare i percorsi educativi rivolti ai giovani.

Dopo i saluti istituzionali, i partecipanti hanno discusso temi fondamentali come l’erosione costiera, la gestione delle risorse naturali e l’educazione ambientale. Momento centrale della giornata è stata l’inaugurazione, nella città di Corigliano-Rossano, della mostra fotografica curata da Federico Grazzini, che offre uno sguardo approfondito sulle criticità e sulle potenzialità ambientali della Calabria.

Al tavolo di confronto era presente Cinzia D’Amico, dirigente scolastica dell’I.I.S. L. Palma ITI ITG Green Falcone Borsellino di Corigliano-Rossano, che nei mesi scorsi ha aderito ai percorsi didattici e di citizen science promossi da Legambiente. La dirigente ha sottolineato l’importanza della sinergia tra scuola, amministrazione, comunità scientifica, associazioni e cittadini per promuovere azioni efficaci a tutela dell’ambiente. Ha inoltre evidenziato come iniziative di questo tipo non solo stimolino il protagonismo giovanile nel cambiamento, ma arricchiscano anche il concetto di cittadinanza attiva, rafforzando la consapevolezza che ogni azione, anche la più piccola, ha un impatto sulla collettività e sul pianeta.

Il vicesindaco Giovanni Pistoia, portando i saluti del sindaco di Corigliano-Rossano, ha ribadito la necessità di affrontare i temi ambientali senza retorica, sottolineando il valore di un dibattito aperto e partecipato come quello promosso da Legambiente. Ha inoltre evidenziato l’importanza del coinvolgimento dei giovani, già molto sensibili alle tematiche ambientali e alla pace.

La consigliera Lorena Vulcano, presidente della Commissione Ambiente, ha sottolineato l’importanza del confronto con le associazioni nel lavoro della commissione, ponendo l’accento sulla responsabilità individuale nel contesto globale.

L’assessore alla Città Sostenibile ed Equa, Francesco Madeo, ha rivolto un appello ai giovani presenti, ricordando che saranno loro a subire le maggiori conseguenze della crisi climatica. Ha quindi invitato le nuove generazioni a formarsi e a impegnarsi attivamente, in quanto futura classe dirigente chiamata ad affrontare le sfide ambientali. Ha infine ribadito il ruolo cruciale dei giovani come sentinelle della comunità, in un dialogo costante con un’amministrazione aperta all’ascolto.

Di grande rilievo anche il contributo del prof. Giuseppe Mendicino, direttore del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente dell’Unical, che ha sottolineato la necessità di diffondere una solida cultura ambientale. In un contesto in cui manca ancora una piena consapevolezza del vero significato della sostenibilità, ha evidenziato come la conoscenza sia alla base di scelte responsabili e non più rimandabili.

L’incontro ha visto anche la partecipazione attiva di una rappresentanza di studenti dell’Istituto L. Palma, che ha contribuito al dibattito con riflessioni e proposte interessanti.

La mostra fotografica inaugurata l’11 marzo è stata ospitata nei plessi Green e Falcone e Borsellino dell’I.I.S. L. Palma ITI ITG Green Falcone Borsellino di Corigliano-Rossano. Sarà visitabile fino a martedì 18 marzo presso la Biblioteca Ingenio nell’area urbana di Rossano. Il calendario delle visite è disponibile sui canali social del Circolo Legambiente Corigliano-Rossano.

Il progetto “Calabria al Centro del Mediterraneo” proseguirà nei prossimi mesi con nuove iniziative in tutta la regione, coinvolgendo sempre più studenti e cittadini in percorsi di consapevolezza e azione concreta. Domani, sabato 15 marzo, alle 17.30, si terrà un momento di confronto aperto a tutti. (rcs)

Legambiente Calabria: A Crotone il ritardo nella raccolta differenziata non è più accettabile

Il territorio della provincia di Crotone e l’intera Calabria, per tutelare l’ambiente, la salute dei cittadini ed anche l’economia, non può permettersi di progredire nel ciclo di gestione dei rifiuti in maniera così lenta». È quanto ha detto Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria, nel corso dell’incontro, svoltosi alla Camera di Commercio di Crotone, sul tema “Il valore della differenziata”, organizzato con il Conai.

L’iniziativa, infatti, ha l’obiettivo di coinvolgere amministratori locali, esperti del settore e cittadini nella riflessione su strumenti e incentivi a disposizione dei Comuni per una gestione corretta ed efficiente del ciclo dei rifiuti, offrendo un supporto concreto per superare i gap e le criticità presenti sul territorio. E la scelta di Crotone non è stata casuale: la Provincia, infatti, è tra le ultime nelle classifiche nazionali per la raccolta differenziata e ben lontana dalle direttive europee.

«Occorre essere molto pragmatici e trovare una modalità per passare dalla teoria del piano regionale dei rifiuti, correttamente improntato alla normativa comunitaria, alla pratica effettiva dell’economia circolare che comporta ridurre, riusare, riciclare e recuperare i rifiuti», ha detto ancora la Parretta, sottolineando come «a Crotone – ha detto la presidente di Legambiente – è necessario opporsi con forza all’ipotesi di costruire nuove discariche o di ampliare quelle esistenti, dietro le quali esistono enormi interessi privati».

«È, invece – ha concluso – importantissimo trovare, nel confronto tra amministrazioni, imprese e cittadini, soluzioni per la corretta gestione del ciclo dei rifiuti a partire dalla raccolta differenziata».

Emilia Noce, Vicepresidente della Camera di commercio di Catanzaro, Vibo Valentia e Crotone, quale padrona di casa, si è detta soddisfatta della possibilità di ospitare l’evento di Legambiente e Conai nella sede dell’Ente camerale per contribuire al dialogo e alla promozione di politiche di raccolta differenziata e riciclo.

Sulle sfide locali nella gestione dei rifiuti ha preso la parola la presidente del circolo Legambiente di Crotone, Rosaria Vazzano affermando che «occorre superare il corto circuito tra la raccolta ed il conferimento degli impianti, che comporta spesso lo scempio che vediamo nelle strade e nei quartieri, cumuli di spazzatura lasciati a marcire nelle strada. Serve programmare azioni mirate ad aumentare la percentuale di differenziata, prevedendo da un lato la riduzione, il riuso, il recupero ed il riciclo dei rifiuti nell’ottica dell’economia circolare e, dall’altro, un sistema di premialità per i cittadini virtuosi: chi più differenzia, meno paga».

Proprio su questo punto è intervenuto il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce che, consapevole dei grandi ritardi, è già pronto con una nuova programmazione.

«Dobbiamo invertire la rotta abbastanza rapidamente – ha spiegato Voce – e lo faremo innanzitutto rimuovendo i cassonetti dalle strade della città perché vi è la brutta abitudine di non fare la raccolta e gettare il sacchetto al primo cassonetto utile dell’indifferenziato in città».

«Inoltre, nei prossimi sei mesi – ha aggiunto il sindaco – vogliamo portare la Raccolta differenziata anche nei quartieri più popolosi per servire 6,7mila residenti, per poi raddoppiare i numeri nei successivi sei mesi e a fine anno, per come previsto nel nuovo contratto con la Società in house, di raggiungere almeno il 45% in un anno e poi avvicinarci agli obiettivi europei».

Assente invece il presidente dell’Autorità Rifiuti e Risorse Idriche della Calabria, Sergio Ferrari, per altri impegni istituzionali.

«Il dialogo con i territori è essenziale per promuovere una gestione virtuosa dei rifiuti e sensibilizzare sull’importanza della raccolta differenziata e del riciclo»,  ha commentato il vicedirettore Conai, Fabio Costarella.

«Momenti come questo rappresentano un’occasione importante per confrontarci con gli amministratori locali – ha proseguito – e condividere strumenti e buone pratiche che possano tradursi in risultati concreti per i Comuni e per l’ambiente. Gli imballaggi a fine vita sono risorse. Per chiudere il cerchio, però, servono collaborazione, impegno e consapevolezza da parte di tutti: cittadini, istituzioni, imprese».

Sull’impegno da parte delle scuole di Crotone per formare ed informare i giovani sull’importanza della raccolta differenziata, è arrivata una testimonianza molto importante da parte del prof. Giancarlo Giaquinta, docente del Polo Tecnico Professionale Barlacchi e Lucifero di Crotone, sul progetto che si sta portando avanti nella scuola con gli studenti: «La tematica della tutela ambientale – ha spiegato Giaquinta – rappresenta uno degli asset formativi più importanti del Polo Tecnologico Barlacchi-Lucifero, che si concretizza grazie ad una filiera tecnologica rafforzata dalla presenza di aziende e infrastrutture di ricerca del territorio che operano nel campo del riciclo di plastiche post-consumo».

«Dal confronto con gli esperti del settore, nell’ambito di progetti finalizzati all’acquisizione di competenze specifiche poi spendibili sul mercato del lavoro, i nostri ragazzi acquisiscono un’identità green che comprende anche le abilità tecnologiche indispensabili per l’inserimento in azienda».

I lavori, moderati da Emilio Bianco, Coordinatore Ecoforum Regionali di Legambiente, si sono poi conclusi con la richiesta, da parte della responsabile dell’Ufficio Nazionale Comuni Ricicloni, Laura Brambilla, rivolta agli amministratori degli altri comuni della provincia di Crotone ed ai vertici degli Enti interessati, di cogliere le prossime occasioni di incontro per avviare un confronto concreto e tecnico per migliorare le performance della raccolta differenziata a Crotone e in molti altri comuni calabresi. (rkr)

All’Umg di Catanzaro Legambiente celebra i 30 di impegno nella lotta alla criminalità ambientale

La grande partecipazione di studenti, ma anche di docenti e studiosi della materia, all’incontro organizzato dal circolo di Legambiente Catanzaro e da Legambiente Calabria, all’Università Magna Graecia di Catanzaro, svoltasi nei giorni scorsi, è stata la dimostrazione di come sia sempre più forte l’interesse verso la lotta contro i crimini ambientali.

Nel 1994 inizia la storia di una lunga marcia contro l’ecomafia in nome del popolo inquinato. Quando Legambiente coniò il vocabolo “ecomafia” erano davvero in pochi a credere che le organizzazioni criminali potessero arricchirsi trafficando rifiuti e, soprattutto, quasi nessuno era preoccupato dello squilibrio, drammatico, che esisteva tra la gravità dei fenomeni di aggressione criminale all’ambiente e la risposta dello Stato. In collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, il 5 dicembre del 1994 veniva presentato a Roma il primo “Rapporto Ecomafia”, realizzato anche con il contributo dell’istituto di ricerca Eurispes. Da allora al Rapporto, di cui quest’anno si festeggiano i trent’anni da quella prima stampa, collaborano tutte le forze dell’ordine (oltre ai Carabinieri, la Guardia di finanza, la Polizia di stato, la Direzione investigativa antimafia), le Capitanerie di porto, l’Agenzia delle dogane, l’Ispra e, per l’edizione 2024, l’Ufficio europeo antifrode (Olaf).

Come ha evidenziato il responsabile dell’Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente, Enrico Fontana «in Calabria purtroppo i reati ambientali sono aumentati il doppio (+31,4%), rispetto alla media nazionale (+15,6%): “Sono stati commessi 2.912 reati in questa regione nel 2023, parliamo di 8 reati al giorno, uno ogni tre ore. Sono quasi tutti reati connessi ad attività economiche, che hanno come obiettivo l’accumulazione illecita di profitti».

«Questi numeri, frutto dell’intensa attività delle Forze dell’Ordine e della Magistratura – ha detto Fontana –possono essere un punto di partenza. La nuova direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, che il nostro Paese deve recepire quanto prima, prevede, all’art. 21, l’adozione di una strategia nazionale contro la criminalità ambientale. E la Calabria, proprio per il grande impegno per contrastare questi fenomeni, può dare l’esempio, definendo una sua strategia regionale di prevenzione e contrasto dell’ecocriminalità».

Il Rapporto Ecomafia, come annunciato dal professor Vittorio Daniele, Presidente del corso di laurea magistrale in Economia Aziendale e Management e Ordinario di Politica Economica, sarà oggetto di studio per gli studenti del Corso di laurea in economia dell’Ateneo che potranno dunque approfondire il sistema economico criminoso partendo proprio dai dati che Legambiente e le Forze dell’Ordine hanno raccolto.

Il presidente del circolo di Catanzaro, Andrea Dominijanni, nel moderare l’incontro, ha ricordato una delle figure più care a Legambiente, quella del Capitano di Fregata, Natale De Grazia, ucciso nel 1995 mentre indagava sull’intrigo delle navi dei veleni e Massimo Scalia, tra i fondatori di Legambiente, presidente delle prime due Commissioni parlamentari d’inchiesta sulle attività illecite nel ciclo di rifiuti e alla cui memoria è stato dedicato il Report di quest’anno.

È stata poi Anna Parretta, Presidente Legambiente Calabria, a fornire ai relatori un focus sulla situazione della regione anche e soprattutto alla luce degli ultimi dati emersi dal Rapporto Ecomafia presento a luglio a Roma: «La forza del rapporto Ecomafia, è quella di avere fatto prendere coscienza, attraverso nomi, storie e numeri, dell’importanza dei fenomeni illegali in materia ambientale evidenziando non solo le negatività, ma anche gli esempi e le pratiche positive di contrasto alla criminalità».

«È essenziale che in Calabria, con l’apporto di tutti, Amministrazioni, imprese, associazioni. Mondo della Scuola e dell’Università e cittadini, si rafforzino, anche attraverso momenti di confronto come questo, quei principi di legalità indispensabili per uno sviluppo socio economico sano della nostra regione. Le mafie distruggono l’ambiente e mettono a rischio la sicurezza e la salute dei cittadini. Lottare contro la criminalità ambientale significa costruire un futuro diverso in Calabria»

Il Magnifico Rettore dell’UMG, Giovanni Cuda, ha accolto con entusiasmo l’idea di ospitare l’iniziativa «perché l’analisi del fenomeno contro i crimini ambientali è significativa per la nostra regione».

«Dai dati del report – ha detto il Rettore – si evince che purtroppo in Calabria, nonostante il forte e costante presidio delle Forze dell’Ordine, questo cancro non accenna a diminuire la sua capacità di mordere il territorio. Ecco perché sono contento che se ne parli in un luogo di cultura e formazione come l’Umg, perché soltanto attraverso una formazione che parla ai più giovani, si riuscirà a fare cambiare tragitto a questa deriva».

Hanno preso parte all’incontro anche Pietro Molinaro, Presidente Commissione contro il fenomeno della ‘ndrangheta, della corruzione e dell’illegalità diffusa della Regione Calabria, che ha annunciato l’avvio, nel 2025, di attività relative proprio al ciclo dei rifiuti; la prof.ssa Angela Caridà, docente Associata di Economia e gestione delle imprese, delegata del Rettore alla sostenibilità; Giuseppe Borrello, referente Libera per la Regione Calabria; Don Giacomo Panizza, fondatore e presidente Comunità Progetto Sud; il Colonnello Giuseppe Mazzullo, Comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Catanzaro; il Capitano Paolo Domenico Guarrata, Comandante dei Carabinieri del Nipaaf di Catanzaro; il Tenente di Vascello Paolo Amato, Comandante dell’Ufficio Circondariale Marittimo di Soverato; Gioacchino Tavella, socio fondatore dell’Associazione Antiracket di Lamezia Terme e in rappresentanza di Trame. Tra i presenti anche il questore di Catanzaro, Giuseppe Linares, che nel 2009 ha ricevuto il premio Ambiente e Legalità di Legambiente e Libera quando, da capo della Squadra Mobile di Trapani, ha condotto inchieste che hanno portato alla confisca di imprese di cosa nostra attive nel ciclo del cemento e nelle nascenti energie rinnovabili. (rcz)