4 ottobre – Settimana all’insegna della solidarietà per il Maestro orafo Michele Affidato, autore del premio “Women for Women” e vincitore del “Premio Beatrice”.
Si tratta di due eventi straordinari, svoltosi nella scorsa settimana. Il primo, “Women for Women Against Violence – Premio Camomilla”, svoltosi al Church Village di Roma, è stato promosso dall’Associazione Consorzio Umanitas Onlus, è stata ideata da Donatella Gimigliano, presidente dell’Associazione Consorzio Onlus, in collaborazione con Avs e Madema. La serata, ha visto la consegna dei premi realizzati dal Maestro orafo per quelle personalità che si sono distinte nel sociale e nelle campagne di sensibilizzazione sui temi del contrasti alla violenza domestica e le donne che lottano contro il tumore al seno.
La serata è stata condotta da Milena Miconi con la partecipazione straordinaria di Barbara De Rossi, e ha visto tra i premiati Martina Colombari, Adriana Asti, Matilde D’Errico, Claudio Brachino, Andrea Febo, Francesco Montanari, Valentina Pitzalis, Caterina Villirillo e Leonardo Bocci. Premiato, anche, Leonardo Schittulli, presidente della Lilt (Lega Italiana Lotta contro i Tumori) premiato dal Maestro Michele Affidato insieme a Claudio Brachino, direttore di Videonews.
Toccante, il momento in cui il Maestro Affidato ha incontrato Valentina Pitzalis, la ragazza aggredita con l’acido e diventata il simbolo della lotta alla violenza sulle donne in genere.
Volato a Verona, poche ore dopo, il Maestro Michele Affidato è stato premiato, presso il prestigioso Teatro Ristori, il “Premio Beatrice”. L’iniziativa, voluta fortemente da Rino Davoli, è nata per ricordare Beatrice Bevilacqua Davoli, scomparsa nel 2009 a causa di una malattia oncologica. L’obiettivo è quello di svolgere un’opera di sensibilizzazione nei confronti del mondo dei giovani, segnalando singole persone, gruppi ed Associazioni che offrono parte del loro tempo a persone che soffrono.
Michele Affidato è stato premiato per il suo impegno nel campo del sociale e come Ambasciatore Unicef, che lo ha visto protagonista già di diverse iniziative. Il Premio gli è stato consegnato al fianco di Valeria Favorito, la ragazza a cui il compianto Fabrizio Frizzi donò il suo midollo in anonimo.
Nella serata finale, in un evento nazionale di Musica e Solidarietà, si sono alternati sul palco Bianca Atzei, Matia Bazar, Moreno, Einar, Carmen Ferreri, Amara, Claudio Lauretta, Tricarico, Francesco Bertoli, Luca Condello ed Elisa Cipriani, Gruppo Palciscenicodanza Varazze, Michele Affidato, Lorella Claudia Ridenti, Cuore Chievo onlus, Ugo Minuti e tanti altri artisti. La serata è stata condotta da Charlie Gnocchi di Rtl 102.5 e Manola Moslehi da Radio Italia con la direzione artistica di Francesco e Tommaso Davoli che ne hanno curato la direzione artistica.
«Eventi come questi – ha commentato il Maestro orafo Michele Affidato – hanno la capacità di farti fermare, riflettere. Sono occasioni in cui, quello che si riceve, è molto di più rispetto a quello che si è dato, che non non è mai abbastanza».
«Stare al fianco, poi, di due ragazze coraggiose come Valeria e Valentina – ha proseguito il Maestro Affidato – è qualcosa da difficile da descrivere: entrambe sono un inno alla vita, un modello per le donne di oggi che vivono situazioni di difficoltà. Ringrazio gli organizzatori del Woman for Woman e del Premio Beatrice per avermi reso partecipe di queste nobili iniziative». (ams)
Carmelo Basile, il calabrese che insegna ai giapponesi a produrre energia dagli scarti
di SANTO STRATI
1° ottobre – Dalla terra alla terra, un meraviglioso esempio di economia circolare che affascina i giapponesi. In Calabria, nelle campagne di Candidoni, nel cuore della Piana. Carmelo Basile è l’amministratore della Fattoria della Piana, anzi ne è l’anima e la guida, ed è, soprattutto, il calabrese che insegna agli imprenditori giapponesi a produrre energia dagli scarti alimentari. Sembra uno scherzo, la Calabria che dà “lezioni” al Giappone di tecnologia e metodologia imprenditoriale in campo agricolo, ma è, invece, una magnifica realtà che riempie d’orgoglio e dimostra, ancora una volta, quante e quali risorse nasconda questa meravigliosa terra. È una storia di successi, quella che sta alla base di questo “scambio” economico-culturale Calabria-Giappone, e ha per protagonista il biogas che gli scarti alimentari sono in grado di produrre, grazie all’intuito e alla determinazione di Basile.
Siciliana la famiglia di origine, reggino di nascita Carmelo Basile, dopo una laurea con 110 e lode in Economia e Commercio all’Università di Messina, lo spirito imprenditoriale lo deve aver avuto dalla nascita. Dopo una breve esperienza da commercialista, capì che i numeri degli altri non lo avrebbero interessato a lungo. Il salto di qualità dopo l’incontro con una realtà agricolo-industriale della Piana che arrancava, pur essendoci molte opportunità di sviluppo. L’azienda era quella che sarebbe diventata la Fattoria della Piana, una cooperativa da lui fondata e che oggi è un’eccellenza che fattura 16milioni di euro l’anno, con circa 100 dipendenti e un centinaio di aziende coinvolte a conferire i loro prodotti agricoli per la lavorazione. Una realtà che, in circa 250 ettari, sviluppa un’ economia circolare che permette di far tornare alla terra i prodotti che la terra stessa produce. In buona sostanza, tutti gli scarti di lavorazione agro-alimentare e persino il letame delle 900 vacche finiscono per produrre energia, attraverso un complesso ma geniale sistema in parte “copiato” dai tedeschi, ma ottimizzato e finalizzato alle esigenze della Fattoria, e ritornano sotto forma di concime. La terra dà i frutti e si riprende quello che avanza, senza soluzione di continuità, in un processo straordinariamente virtuoso, dove non si butta via niente.
I campi producono foraggio, olive, frutta, agrumi, c’è un allevamento da cui derivano tonnellate di letame: gli scarti, incluso il letame, vengono “lavorati” e diventano biomassa e concime. Non più soltanto gli scarti della Fattoria, ma anche quelli delle aziende vicine che conferiscono insieme con i prodotti agricoli che saranno trasformati (vengono lavorati 5mila litri di latte al giorno, dopo un attentissimo controllo di qualità sia sulla produzione interna che su quella conferita alla cooperativa), anche gli scarti, gli avanzi, che i due impianti di biomasse della Fattoria trasformeranno in energia.
Gli uliveti producono olio di altissima qualità, la sansa d’olive (la polpa) di scarto viene conferita ai giganteschi silos di fermentazione. Così gli scarti degli agrumi, i foraggi, gli avanzi del caseificio, il siero non utilizzabile, nonché il letame che le stalle producono in grandissima quantità. Tutto viene lavorato in grandi vasche di fermentazione, con miliardi di batteri che fanno la loro parte nel processo di trasformazione: il risultato è energia elettrica pulita (che viene ceduta) ed energia termica (400 KW), e ciò che rimane dopo la trasformazione in biogas diventa concime per i terreni coltivati, da cui si produrrà di nuovo foraggio per gli animali, olive, frutti.
Un ciclo che non si chiude mai, garantendo peraltro l’autosufficienza energetica di un’azienda che riutilizza completamente i suoi scarti (e quelli delle aziende vicine).
Detto così, sembra una passeggiata, ma rivela una grande capacità imprenditoriale e uno spirito di innovazione da invidiare. Basile, quando ha preso le redini della Fattoria, ha capito che occorreva fare una piccola ma significativa “rivoluzione”, non solo nella qualità della produzione, ma in tutto il sistema produttivo. Ha studiato da vicino la tecnologia in Germania e in Nord Europa a proposito della produzione di biogas e, con un intuito impareggiabile, è riuscito a trovare, quasi per caso, una soluzione pressoché originale da adattare alla realtà calabrese della Fattoria. E quello della Fattoria della Piana è stato uno dei primi, rivoluzionari, impianti di trasformazione di scarti alimentari in biogas.
Si pensi che l’energia prodotta dagli impianti di biogas della Fattoria potrebbe soddisfare il fabbisogno di quasi tremila famiglie e l’energia termica risolve le esigenze energetiche del caseificio (circa 1000 mq di stabilimento), senza bisogno di utilizzare combustibili fossili che sono fonte di inquinamento. E non finisce qui: c’è anche un impianto di fito-depurazione (uno dei più grandi del Mezzogiorno) che è davvero all’avanguardia: un sistema che si basa sul recupero dell’acqua depurata e sul principio del recupero delle sostanze organiche nutrienti contenute nelle acque reflue, così che c’è un riciclo continuo anche dell’acqua che serve a irrigare le coltivazioni.
È evidente che i giapponesi si siano interessati subito a questa metodologia e alla tecnologia utilizzata da Basile e dalla sua squadra. Un modello vincente, esportabile e da imitare. Se ne sono accorti in Giappone, ma c’è disinteresse in Italia, come per gran parte delle buone cose che la Calabria riesce a realizzare. La tecnologia fornisce le soluzioni, ma sono gli uomini a trovare le applicazioni corrette che trasformeranno l’idea in produzione vincente. Per questo, i giapponesi parlano con Basile e non copiano, furbescamente, le sue soluzioni: chiedono l’assistenza e i consigli per usare la tecnologia nel modo migliore: a scuola nella Piana, un miracolo e una soddisfazione di cui tutti i calabresi devono andare largamente fieri.
Alla Fattoria della Piana – dove peraltro tutti i prodotti sono eccellenti e straordinari – si è realizzata, insomma, una realtà che significa lavoro vero per i giovani, innovazione, e rigore assoluto per la qualità (altissima: l’export in tutto il mondo la certifica da solo). Basile ha conquistato i giapponesi, gli imprenditori agricoli del sol levante lo adorano e lo invitano continuamente a spiegare presso università, aziende, gruppi di ricerca, come si può realizzare questo sistema di economia circolare, dove la regola principe si basa su un principio semplice e, insieme, rivoluzionario: dalla terra alla terra. (s)
Al lametino Davide Mastroianni il Premio Zeus 2018
27 settembre – «Un riconoscimento internazionale a chi dedica la propria vita e il proprio lavoro alla ricerca del passato, distinguendosi nel campo della conservazione e della valorizzazione dei beni archeologici». Questo l’obiettivo del “Premio Zeus”, che è stato consegnato all’archeologo lametino Davide Mastroianni ad Ugento, in provincia di Lecce.
Il giovane archeologo, che ha ricevuto il Premio per la sezione “Giovani laureati in Archeologia in Italia e all’Estero”, si è dichiarato soddisfatto, in quanto «la ricerca mi ha costretto a viaggiare e, spesso, a cambiare luogo di destinazione. Tutto ciò mi ha portato a compiere molti sacrifici, e il premio che ho in mano è il chiaro riconoscimento di questi».

Con numerosi scavi e ricognizioni in diverse zone d’Italia alle spalle, Mastroianni si è laureato in “Storia e Archeologia dell’Arte Greca” con una tesi su “Il Teatro di Scolacium”, mentre per la specialistica, in “Archeologia Classica”, la sua tesi si è incentrata sull’ Aerofotointerpretazione archeologica e sistemi informativi territoriali.
Dopo numerose attività di ricerca, dal 2010 Mastroianni svolge l’attività di archeologo professionista, con diversi incarichi in Italia. Il suo ambito di ricerca si inserisce all’interno del settore legato alla Topografia dell’Italia Antica e Medievale, all’archeologia dei paesaggi e al telerilevamento aereo, con particolare riguardo agli approcci metodologici, tecnologici e multidisciplinari connessi alla materia. (rcz)
Il Premio Brancati Giovani al calabrese Nicola H. Cosentino
24 settembre – Soddisfazione in Calabria per il riconoscimento al giovane scrittore di Praia a Mare, Nicola H. Cosentino, che ha vinto il prestigioso Premio Brancati, sezione Giovani, col suo libro “Vita e morte delle aragoste” (Voland),
Il Premio intitolato a Vitaliano Brancati è giunto alla sua 49.ma edizione. La cerimonia di premiazione si è svolta a Zafferana Etnea (Catania),
Cosentino, 27 anni, ha ricevuto le congratulazioni del Presidente della Regione Mario Oliverio.
“Vita e morte delle aragoste” si muove tra la provincia calabrese e Roma. Il romanzo, ironico e raffinato, ha ottenuto questo prestigioso riconoscimento che viene attribuito da Gruppi di lettura presenti in tutto il territorio nazionale. Hanno partecipato a questa selezione Biblioteche pubbliche e associazioni culturali da Nord a Sud Italia.
Il premio Brancati è stato istituito per iniziativa, tra gli altri, di Pasolini, Moravia, Pound e Sciascia. Tra i suoi vincitori, nel tempo, Elsa Morante, Dacia Maraini, Nico Orengo, Andrea Bajani, Concita De Gregorio. (rrm)
IL RICORDO / TRENT’ANNI FA L’ADDIO AL CRONISTA GIGI MALAFARINA
11 settembre – Sono già passati trent’anni, oggi, dall’addio a Gigi Malafarina, giornalista di punta della redazione reggina della Gazzetta del Sud, nonché cronista di razza. Un “mafiologo” ante-litteram, il primo che avesse percepito e capito quanto fosse radicata nel territorio la piovra ‘ndranghetista. E ne aveva scritto migliaia di colonne di giornale. Malafarina è stato il precursore dei giornalisti d’inchiesta sul campo mafioso, aveva acume, fiuto nello stanare le notizie, sempre presente in qualunque avvenimento di mafia a raccontare, con onestà, obiettività e grande mestiere cosa c’era dietro una strage, un delitto, un sequestro di persona. Giornalista vecchia maniera, cronista di nera che consumava le scarpe tra questura, tribunale e qualsiasi altra fonte utile per essere il “primo” a raccontare.
Malafarina scriveva spesso i suoi pezzi direttamente sulla telescrivente (trent’anni fa le nuove tecnologie erano ancora lontane), la sera tardi, quando – immancabilmente – Reggio scopriva un nuovo delitto della guerra di mafia: la sigaretta Nazionale senza filtro in bocca, perennemente accesa, e un occhio al taccuino (spesso un semplice foglio piegato in quattro), e venivano giù colonne di articolo. Perfetto, senza tentennamenti o indugi Malafarina raccontava ai reggini – in realtà ai calabresi, era sempre in prima pagina – i fatti, col piglio del cronista scrupoloso e attento. Individuando i “segnali” che un fatto delittuoso nascondeva nel linguaggio dell’omertà e dell’intimidazione. La telescrivente (collegata col giornale a Messina) rappresentava allora quello che è oggi la rete per i giovani giornalisti: era lo strumento che permetteva di andare direttamente alla linotype (i giornali usavano il piombo per comporre le pagine). Malafarina era una benedizione per il caporedattore: il suo pezzo, trasmesso a orari impossibili, sarebbe sempre comparso sull’edizione del mattino.

Malafarina, però, non si occupava solo di mafia. Col compianto Franco Bruno (giornalista RAI scomparso nel 2011) e il direttore di questo giornale, Santo Strati, aveva firmato nel 1971 “Buio a Reggio”, il ponderoso reportage sulla rivolta (900 pagine) che raccontava i drammatici giorni della città nella lotta per il capoluogo. Durante i sanguinosi giorni della rivolta Gigi era stato il faro per centinaia di inviati di quotidiani nazionali, della Rai, poi da tutto il mondo, calati a Reggio per raccontare (o stravolgere) i fatti: Malafarina era l’ancora di sicurezza per tutti, sempre disponibile con tutti, senza partigianerie, pronto a condividere o a spiegare episodi di difficile interpretazione. “Buio a Reggio” nacque da quell’esperienza.
Su Gigi si potrebbero scrivere pagine e pagine di episodi, aneddoti, e storie di vita vissute e non basterebbero mai. Il suo cuore grande e la sua amabilità verso tutti sono in tantissimi a Reggio, ma anche in tutta la Calabria, a non averli dimenticati. È un peccato che, in questi anni, il suo ricordo si sia però sempre più affievolito e che i giovani (giornalisti e non) calabresi nemmeno sappiano chi era, chi è stato Gigi Malafarina. Un impegno che la Città di Reggio dovrebbe assolvere, perché la memoria di ieri costruisce il futuro di domani. (s)
——————————
per gentile concessione dell’editore Media&Books pubblichiamo le pagine che il giornalista Franco Calabrò a dedicato a Malafarina nel suo libro “Il Mestieraccio”:
LUIGI MALAFARINA
Nella notte tra il 10 e l’11 settembre del 1988, nell’ospedale di Locri dove era stato ricoverato in condizioni disperate, dopo essere stato colto da un malore nella sua casa di Siderno, moriva Luigi Malafarina: non aveva ancora 50 anni, ed era uno dei più noti cronisti italiani.
Pur essendo di qualche anno più anziano di me, si può dire che le nostre carriere erano state parallele e, dal 1985, il destino aveva voluto che io lo raggiungessi alla Gazzetta, così come il destino ha voluto che i vertici del quotidiano messinese decidessero che sarei stato io, che in quel momento lavoravo alla redazione province calabresi a Messina, a prenderne il posto.
Ero in ferie, quel giorno, e me ne tornai a casa piuttosto scosso: in chiesa, nel suo paese natìo, erano venuti in tanti, era arrivato anche Vico Ligato. Ci ritrovammo sul sagrato, quel gruppo di giovani giornalisti che con Gigi avevano vissuto gli anni ruggenti del mestieraccio, inseguendo fino a notte fonda le notizie, Tribuna e Gazzetta, in feroce ma civile concorrenza, una palestra di professione e di vita irripetibile.
Neppure un anno dopo, Ligato lo avrei rivisto steso davanti alla porta della sua villetta di Bocale, straziato dai proiettili di due killer della ‘ndrangheta.
Luigi Malafarina arrivò a Reggio dopo una breve permanenza alla redazione centrale di Messina (il giornale aveva una tradizione: premiare i corrispondenti provinciali più capaci). A Bonino, il fondatore, non piacevano i raccomandati, i capelloni, i fumatori. Gigi era calvo da giovane, ma fumava una sigaretta dietro l’altra, alternandola a pasticche di liquirizia.
La sera stessa mi chiamò, aveva ancora la valigia da disfare, ma ci abbracciammo a metà strada, noi eravamo in via Giudecca, loro in via Osanna.
La nostra fu un’amicizia interrotta solo, di tanto in tanto, da qualche periodo di burrasca, quando (e ancora me ne pento) gli davo qualche “buco”, che in gergo giornalistico significa avere sul tuo giornale una notizia buona e la concorrenza neppure un rigo.
Dopo un mio scoop che fa parte della storia del giornalismo, ormai (intervista su Oggi e sul Giornale di Calabria al boss Saro Mammoliti, ricercato da tutta la polizia) per parecchio tempo mi tenne il broncio, quando m’incontrava ogni giorno in Questura o in Tribunale, quasi ringhiando accennava a un saluto, ma molto freddo.
Un giorno, eravamo a Milano, ospiti entrambi dell’ingegnere Giovanni Calì, il magnate dei Premi Villa, uomo straordinario. Fu lui a prendere l’iniziativa: “È troppo tempo che siamo nemici” e mi abbracciò. Entrambi avevamo i lucciconi, da allora il rapporto si consolidò e d’estate, anche quell’ultima estate, nel breve intervallo fra il “giro” di nera e la pausa pranzo, veniva nella mia casetta al mare dove mia moglie era ben felice di preparargli qualche manicaretto che – l’ho scoperto dopo – era lui stesso ad “ordinare” telefonandole a mia insaputa.
La fatale sera del 10 settembre 1988 Gigi, prima di lasciare la redazione, che nel frattempo si era trasferita in via De Nava, per andarsene a trascorrere a Siderno la giornata di “corta”, chiamò a casa mia per chiedere a mia moglie il risultato degli esami che suo figlio, Antonio, da esterno aveva fatto al liceo di Bagnara. “Tutto bene, Gigi – rispose la mia consorte, che lo sentì veramente felice: “Giovedì torno, andiamo a festeggiare”.
La mattina successiva, fui svegliato da Lello Spinelli, storico fotoreporter del giornale: “Gigi sta male, vado a Locri, vieni con me?”
Una corsa inutile, quando arrivammo, usciva un famoso neurologo chiamato per un consulto, scuoteva il capo. Gigi era clinicamente morto, nel pomeriggio vedemmo il corpo prima che lo infilassero nella cella frigorifera.
Per anni è stato il punto di riferimento degli inviati che venivano a “raccontare” la Calabria; al giornale dava tutto se stesso, senza orari, senza risparmiarsi, pagando il prezzo più alto. Ci restano i suoi articoli, i libri sulla ‘ndrangheta, il ricordo struggente del rivale-amico che ogni giorno che passa s’accorge di quanto questa professione sia degradata. Di Gigi Malafarina non ne nasceranno più.
L’INTERVISTA A LUCANO SU REPUBBLICA: “CON RIACE VINCE L’ITALIA CHE RESISTE”
31 agosto – Quasi una pagina dedica oggi il quotidiano la Repubblica sui fondi per l’accoglienza per Riace prima tagliati e poi ripristinati dopo una grande mobilitazione popolare, con l’adesione di intellettuali, artisti, magistrati, associazioni, partiti, sindacati e sacerdoti. Una bella intervista al sindaco di Riace Mimmo Lucano, di Alessia Candito, mette in luce come il “modello Riace” risulti, alla fine, vincente sotto tutti i punti di vista.

«Veniamo – ha dichiarato Lucano alla giornalista – da una battaglia che dura da quasi due anni. SUl piano politico, burocratico, procedurale, mediatico. Probabilmente c’è qualcuno che ha interesse a sabotare Riace e il progetto politico che rappresenta. Qui non facciamo né attività alberghiera, né assistenzialismo, qui creiamo comunità e ne beneficiano tutti. Riace, come altre aree interne della Calabria era destinata allo spopolamento, ma qui solo quest’anno sono nati 20 bambini. Nell’asilo multietnico che abbiamo creato lavorano 14 giovani del posto. È la dimostrazione che l’accoglienza funziona e fa crescere».
Il sindaco Lucano constata che non c’è più margine per essere neutrali. «Ovunque vada, incontro solo persone che considerano il nostro borgo una speranza. Nel mondo, la nostra comunità è vista come un modello. Anche registi come Wim Wenders hanno voluto raccontarla». (rrm)
L’ORCHESTRA DELLO STRETTO IN VATICANO: PARLA IL DIRETTORE ALESSANDRO MONORCHIO
24 agosto – L’esibizione, questa sera, al Cortile della Pigna presso i Musei Vaticani è l’ulteriore conferma della validità del progetto che c’è dietro l’Orchestra Giovanile dello Stretto “Vincenzo Leotta” diretta dal M°Alessandro Monorchio. Un orgoglio calabrese che mostra la valenza culturale di una regione che esporta talenti.
Calabria Live ha parlato col M° Monorchio.
(Intervista di Antonietta Maria Strati)
LE CREAZIONI ‘MAGNO-GRECHE’ DELLA STILISTA PATRIZIA PAPANDREA
24 agosto – Riscoprire e riportare in luce antichi mestieri e antichi saperi del suo territorio, questa la mission della stilista calabrese Patrizia Papandrea. Nata a Caulonia e formatasi presso l’Accademia di Moda IMED di Catanzaro, Patrizia Papandrea è una designer di moda e gioielli in seta, e presidente del sodalizio no profit “Laboratorio degli Artisti” che collabora con il Lions Club di Roccella.
Dopo le sue esperienze nella casa di Moda di Renato Balestra, la stilista è tornata nella sua città natale, e si occupa del recupero dei tessuti antichi, come la seta, che viene estratta direttamente dal baco allevato, appositamente, nella sua sartoria.

Le sue creazioni, in cui la seta è protagonista indiscussa, vengono impreziosite da gioielli che raffigurano reperti archeologici del territorio calabrese, come i beni archeologici di Locri Epizefiri, dell’antica Kaulon, dell’Area Grecanica, realizzando creazioni esclusive che promuovono le migliori espressioni culturali del territorio.
L’obiettivo di Patrizia Papandrea è chiaro: il recupero di stile e tradizione attraverso nuove creazioni. Un obiettivo che sta trovando il suo spazio con il progetto “Vestiamo la cultura”, ideato e realizzato dalla giovane stilista, in cui la moda sposa il territorio, la storia, l’architettura, l’arte e l’archeologia della Calabria, prestando particolare attenzione al versante Jonico.

Ultimo evento in cui hanno sfilato le creazioni culturali della stilista è stato sul lungomare di Caulonia, nel corso di un evento dal titolo “Vestizione della cultura”, un evento all’insegna della moda ma, anche, della cultura e del territorio, di cui sono simbolo le creazioni in seta di Patrizia Papandrea. (ams)
TEATRO, IL REGGINO MASSIMO BARILLA RAPPRESENTA L’ITALIA A MALTA
21 agosto – Soddisfazione in Calabria per la presenza del regista e autore reggino Massimo Barilla al Malta Mediterranean Literature Festival, in rappresentanza dell’Italia. Massimo Barilla, drammaturgo, poeta, scrittore e regista teatrale, direttore artistico della compagnia reggina Mana Chuma Teatro, nonché responsabile dell’area culturale della Fondazione Horcynus Orca, è infatti tra gli autori selezionati della XIII edizione del Malta Mediterranean Literature Festival e del Malta LAF Literary Translation Workshop, all’interno del quale scrittori e poeti di vari paesi europei si confronteranno sulla propria produzione letteraria. Questa sera, inoltre, Massimo Barilla parteciperà alla tavola rotonda Writing fragile: Literature and Mental Health, partendo dall’esperienza della scrittura della sceneggiatura di Primula Rossa, lungometraggio di prossima uscita.

Il sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, ha espresso l’orgoglio della città per questa importante opportunità per il regista originario di Reggio, chiamato a rappresentare l’Italia alla XIII edizione del Malta Mediterranean Literature Festival, prestigioso contest internazionale di letteratura.
«È davvero un orgoglio – ha detto Falcomatà – che la nostra città sia rappresentata in un contesto cosi prestigioso segno che i talenti reggini e le nostre straordinarie professionalità, nel campo artistico cosi come in quello letterario, hanno modo di farsi valere in ambito internazionale portando alto il nome di Reggio in Europa e nel Mondo. A Massimo Barilla, reggino doc, ex studente del Liceo Classico Campanella e straordinario animatore del circuito letterario reggino, le più vive felicitazioni ed un grande in bocca al lupo per la sua partecipazione al prestigioso evento che lo ospita». (rrc)
SANITÀ IN CALABRIA: L’INTERVENTO-DENUNCIA DI MANUELA IATÍ (SKY TG 24)
16 agosto – Un vibrante e accorato intervento della giornalista Manuela Iatì (Sky TG 24) accentua – ove ve ne fosse ancora bisogno – la gravissima situazione della Sanità in Calabria.
«Credo e temo che i reggini e i calabresi – ha detto Manuela Iatì – non abbiano ancora percepito, in tutta la sua enorme gravità, ciò che sta succedendo nella sanità regionale e le ripercussioni che questo avrà su tutti loro.
Il commissario Scura ha tagliato il budget destinato agli istituti convenzionati, cioè quegli istituti privati che offrono in convenzione (facendosi rimborsare dalla Regione) tutta una serie di prestazioni fondamentali, come esami del sangue, radiografie, ecografie, risonanze, fisioterapie, ecc.., ai cittadini, che così hanno la possibilità di ricevere queste prestazioni SENZA PAGARLE (con le impegnative) o pagandole solo in parte.

Ebbene, il taglio del budget annuale comporta che questi istituti privati convenzionati, una volta raggiunta la soglia massima dei rimborsi possibili previsti da Scura, non potranno più erogare le prestazioni in convenzione, ma dovranno FARLE PAGARE al paziente (non potrebbero ovviamente regalarle, perché devono in qualche modo fare profitti per poter sopravvivere facendo fronte ai costi che sostengono e comunque dovendoci anche guadagnare).
Quale sarà la conseguenza di tutto ciò, ci avete pensato??
Arriverà un momento dell’anno in cui solo chi ha i soldi potrà accedere al servizio, mentre chi non li ha avrà, come unica via, il rivolgersi direttamente alle strutture pubbliche, cioè gli ospedali.
E voi pensate che vi sarà possibile ottenere quello di cui avete bisogno?? Chi ci è passato lo sa già: per potersi sottoporre a tutta una serie di indagini cliniche in ospedale ci sono già ora liste interminabili (chiamate qualche Cup per farvi un’idea), figuriamoci queste liste quanto si allungheranno ancora dopo che accorreranno agli ospedali anche tutti quei pazienti che non potranno più rivolgersi in convezione agli istituti privati….! E cosa succederà dunque ulteriormente?? Che si rischierà di dover EMIGRARE FUORI REGIONE anche solo per dei banalissimi esami del sangue…!! anche perché, nel frattempo, molti di questi istituti privati, se non tutti, FALLIRANNO e saranno costretti a CHIUDERE! Alcune strutture lo stanno già facendo, anche perché la Regione ha pensato bene di NON rimborsare nemmeno I MESI GIÀ LAVORATI!! Con le banche che chiedono di rientrare dalle anticipazioni su fattura, i dipendenti che giustamente chiedono gli stipendi, i proprietari degli immobili che chiedono gli affitti, i fornitori che chiedono il pagamento dei materiali, le bollette, ecc ecc….
Solo chi può permetterselo, dunque, POTRÀ CURARSI, andando via dalla Calabria o pagando le prestazioni in loco. Chi non ha i soldi non potrà farlo.
Capite dunque ora quanto dicevo inizialmente?
Io MI VERGOGNO DI QUESTO STATO E DI QUESTA REGIONE, mi vergogno e mi indigno per delle Istituzioni che NON PROTEGGONO i cittadini, che anzi considerano il loro diritto alla salute come un NULLA su cui sputare, senza nessun rispetto per la persona e soprattutto per le categorie deboli che, oltretutto, pagano ben salato, con le imposte, il prezzo di servizi pubblici non dati!!
Mi vergogno e vi chiedo di vergognarvi e indignarvi anche voi! Di non restare indifferenti di fronte a questa battaglia che ci riguarda TUTTI! Rendetevi conto che la morte di quelle strutture significherà la morte vostra, della sanità regionale… In fondo io, finché Dio mi concederà di avere un lavoro, potrò curarmi, se ne dovessi aver bisogno, anche fuori. Ma chi non può come farà??? Combattete contro la miopia di una politica mascalzona, criminale, stupida! Scendete in piazza, protestate, occupate le Istituzioni, andate a Roma, insomma fate tutto ciò che è in vostro potere per IMPEDIRE che si compia questo progetto criminale, che proprio voi pagherete caro, sulla vostra pelle! Ringrazio il dott Eduardo Lamberti Castronuovo, che fa sentire ancora una volta la propria voce e si batte per tutelare un diritto fondamentale! Schieratevi accanto a lui e a chi, come lui, sta vivendo in prima persona un dramma che presto sarà un dramma PER L’INTERA COLLETTIVITÀ! Non restate indifferenti, non questa volta, almeno. Fatemi sentire orgogliosa di essere calabrese… Ne va della vita di tutti! (Manuela Iatì, giornalista Sky Tg 24)






