23 ottobre – È un crotonese a firmare la colonna sonora del film sulla guerra in Ucraina “Pozyvnyi Banderas”.
Il suo nome è Franco Eco, classe 1984, compositore, direttore artistico, regista teatrale e produttore discografico.
Ha composto musiche e film documentari pubblicando per Warner Chappell Music Italiana, Sony Music e Ala Bianca, collaborando con i produttori cinematografici come Luciano Martino, Agostino Saccà, Pietro Innocenzi, e Franco Scaglia.
Dal 2015, è il direttore artistico della rassegna musicale crotonese “Festival dell’Aurora”, mentre dal 2017 è consigliere “attacchè culturel” nel corpo diplomatico dell’Ambasciata del Benin, curando i rapporti culturali tra il Governo Benin, lo Stato Italiano e la Comunità Europea.
Il film, la cui colonna sonora porta la sua firma, si basa su avvenimenti accaduti nel 2014, durante l’attuale guerra del “Donbass” conflitto civile che vede schierata l’Ucraina contro la Repubblica Popolare di Doneck, che è appoggiata dalla Russia.
Dall’inizio del conflitto, secondo le stime ufficiali, sono morte circa 8.000 persone.
Solo con l’attentato del 17 ottobre, avvenuto in Crimea nell’Istituto Tecnico di Kerch, l’opinione pubblica e i quotidiani hanno ricominciato a dare attenzione a un conflitto quasi dimenticato.
«Ho sempre difficoltà nel rapportarmi con una storia vera – ha dichiarato il compositore Franco Eco – sopratutto quando parliamo di un conflitto così complesso e delicato come la guerra del Donbass, in cui pochissimi di noi hanno effettivamente gli strumenti per saperlo leggere ed interpretare».
«Il cinema – ha proseguito Eco – è il luogo della finzione per eccellenza: qualsiasi particolare è curato, studiato e pensato in virtù della finzione e dell’intrattenimento. Ma, spesso, il cinema è anche il luogo che restituisce una crudele verità, ed è proprio quella crudeltà che ho cercato di indagare con la musica. È stato un lavoro molto complesso e, a lungo, abbiamo dibattuto con il regista Zaza Buadze su quale strada musicale percorrere».
La locandina del film
«Alla fine, pur essendo un film d’azione, – ha concluso il compositore – la colonna sonora risente della psicologia del protagonista il quale combatte un doppio conflitto; interno ed esterno. Ebbene, se cinematograficamente il film restituisce azioni spettacolari con inseguimenti, combattimenti corpo a corpo ed esplosioni, musicalmente siamo su un piano totalmente diverso; la musica infatti si muove tra le emozioni interne dei personaggi del film in relazione al protagonista; in contrapposizione alla guerra troviamo spesso un pianoforte, una voce angelica, o un adagio di un’orchestra sinfonica. Nel film la musica è quasi come un lento fluire di emozioni musicali, più probabilmente il mio modo personale per dire in musica quello che penso sulla guerra, così abbiamo voluto mettere al centro i drammi umani che da essa derivano».
Il film, in Ucraina, è uscito l’11 ottobre. «Uno dei film più belli per cui abbia lavorato – ha commentato Franco Eco -. La musica è delicata, entra nel film piano, piano, in punta di piedi; non è aggressiva come la guerra, ma è dolce… una dolcezza che, al nostro mondo, serve tanto». (rkr)
17 ottobre – Il promoter e scrittore lametino Ruggero Pegna, cui si devono i più importanti eventi musicali in Calabria, è diventato cittadino onorario di Oppido Mamertina. Lo ha deciso l’Amministrazione comunale di Oppido, con deliberazione del Consiglio su proposta del sindaco dottor Domenico Giannetta. Stamattina la cerimonia. Dopo la lettura di un lungo elenco di dati biografici da parte del presidente del Consiglio comunale, Vincenzo Frisina, relativi alle varie attività del promoter, molte delle quali rivolte alla promozione della Calabria, dalla Cultura e di temi socio-umanitari, il Sindaco ha letto la motivazione impressa sulla pergamena del conferimento: “A Ruggero Pegna che, orgoglioso delle sue origini oppidesi, attraverso la sua poliedrica attività nel mondo dello spettacolo, della musica e della cultura, dà lustro alla nostra terra”.
Pegna, nella sua attività ultratrentennale di promoter e produttore, ha spaziato dalla produzione di grandi eventi, anche televisivi e internazionali come “la Sera dei Miracoli” per Rai1 al Porto di Gioia Tauro, “La Notte degli Angeli” dedicata a Natuzza Evolo per Rai International a Paravati, il “Tributo a Gianni Versace” con Elton John per Rai2 e Rai International a Reggio Calabria, l’ “Omaggio a Mia Martini” per Rai2 a Lamezia Terme, il “Ponte fra le stelle” per Rai1 a Cosenza, dedicato ai bambini vittime delle violenza, della criminalità e del terrorismo, a centinaia di altri eventi e spettacoli di ogni genere, molti dei quali inseriti nel suo festival storicizzato “Fatti di Musica”.
Durante la cerimonia sono state ricordate anche le numerose pubblicazioni che Pegna ha voluto donare alla Biblioteca di Oppido, dalle prime raccolte di poesia (“Aspettando la Luna” e “Le Gocce e il paradiso” – Calabria Letteraria di Rubbettino”), al volume di satira “La Pecora è pazza” (Calabria Letteraria), fino ai noti romanzi “Miracolo d’Amore” e “La Penna di Donney” pubblicati da Rubbettino e l’ultimo “Il cacciatore di meduse” , pubblicato da Falco, storia di un piccolo migrante somalo e dei suoi amici miseri e immigrati di tutto il mondo, dedicato alla lotta contro ogni forma di razzismo, per il rispetto di tutte le diversità, vincitore di numerosi riconoscimenti e inserito dalla World Social Agenda tra i 13 libri di sempre consigliati alle scuole sul tema “Migranti e Diritto al futuro”.
Dopo la consegna della pergamena, Pegna ha ricordato commosso le origini paterne, legate proprio a Tresilico di Oppido, sottolineando le straordinarie qualità di questa comunità, basate sul culto dell’accoglienza, sull’affetto e sulla grande devozione alla Madonna SS. delle Grazie, apparsa tra il 1835 e il 1837 all’oppidese Rosa Vorluni e venerata nello storico Santuario.
Ruggero Pegna e Gennaro Repole al Museo del Traforo di Oppido Mamertina
Il promoter ha anche sottolineato le bellezze paesaggistiche in cui è immersa Oppido e l’enorme patrimonio storico monumentale e culturale, meritevole di maggiore attenzione e valorizzazione, a cominciare dalla splendida Cattedrale, sede della Diocesi, a numerosi palazzi Signorili, dal Museo Diocesano, ricco di reperti eccezionali, fino alla maestosa Piazza Umberto, tra le più grandi e suggestive della Calabria.
Dopo il ricevimento della Cittadinanza, Pegna ha visitato il nuovo “Museo del Traforo”, situato a pochi metri dalla Cattedrale, insieme all’artista Gennaro Repole, anch’egli insignito della Cittadinanza Onoraria, che ha voluto donare le sue straordinarie e uniche opere apprezzate in tutto il mondo proprio alla Città di Oppido Mamertina. (rrc)
17 ottobre 2018 = C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia, oggi? Il quesito è stato alla base dell’evento celebrativo in onore del poeta e giurista reggino Corrado Calabrò ieri ad Atene, promosso dal Comitato della capitale greca della Società Dante Alighieri. Una serata all’insegna della cultura, di cui Atene è capitale indiscussa, ma anche della poesia, nell’ambito della Settimana della lingua italiana nel mondo. Il prof. Calabrò, uno dei più insigni figli della Calabria che vale, ha risposto egregiamente alla domanda, con una conversazione che ha affascinato il numerosissimo pubblico presente all’Istituto Italiano di Cultura di Atene. La successiva recitazione di alcune liriche, in italiano da parte dello stesso poeta, e in greco, a cura della dottoressa Anthi Nikas, ha confermato l’emozione che i versi di Calabrò sono sempre in grado di suscitare a qualsiasi latitudine.
Corrado Calabrò, fine giurista, uomo delle istituzioni, figura eccelsa di magistrato, con l’orgoglio di una Calabria mai dimenticata e sempre presente nel cuore, ha un animo poetico inusuale per un contemporaneo: nello spirito del classico riesce a plasmare la parola-verso e rivestirla, di volta in volta, di mille significati, nel segno dell’amore e della passionalità, ma anche lungo percorsi evocativi straordinariamente attuali. Il mare, l’amore di donna, lo struggimento per la terra lontana, il senso di appartenenza che avvolge ogni lirica dedicata alla Calabria, sono stimoli di sentimento che non è facile scansare. Durante il suo intervento il prof. Calabrò ha saputo ripercorrere con gli occhi dell’uomo di oggi le tracce magno-greche delle comuni origini: Grecia e Italia hanno un legame indissolubile, puntualmente ribadito e rafforzato da iniziative culturali di interscambio come questa di Atene.
«Il bisogno della poesia – ha detto il prof. Calabrò – nasce dalla scontentezza della banalità dell’espressione, dell’inadeguatezza della comunicazione. In un’epoca contrassegnata dalla sovrabbondanza di parole, constatiamo l’insufficienza del linguaggio. La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere».
Non poteva, ovviamente, il prof. Calabrò non citare i Bronzi di Riace. «Ho costeggiato – ha detto – per anni a nuoto, da adolescente e nella prima giovinezza, estate dopo estate, le spiagge di Riace, in Calabria, senza sospettare minimamente che sotto pochi metri d’acqua – quell’acqua che portavo a me una bracciata dopo l’altra – ci fosse un’altra presenza, sdraiata su un letto di sabbia. Dopo averli cullati per millenni nel suo liquido oblio, il mare ci ha offerto – ha offerto a noi – i guerrieri di bronzo, alzatisi in piedi ai nostri giorni come se soltanto adesso, soltanto per noi, prendessero forma dall’inconscio dell’artista. Corpi perfetti, di contemporanei, ma con gli occhi di chi non ha più fretta. Di chi sono i guerrieri di Riace? Di Fidia, di Lisippo, di un Pitagora reggino, d’ignoto scultore? Come il mare, così l’arte, la poesia non sono nostre o di un altro. Una poesia, una composizione musicale, una statua, un quadro non appartengono all’autore più di quanto non appartengano al lettore, all’ascoltatore, al contemplatore che, entrando in sintonia, li faccia rivivere dentro di sé».
La serata è stata introdotta dalla nuova Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene, Signora Anna Mondavio, quindi sono intervenuti l’Ambasciatore d’Italia in Grecia, Efisio Luigi Marras e il Presidente del Comitato greco della Dante Alighieri Giuseppe De Luca. Al termine della bella serata è stato consegnato un attestato di benemerenza, conferito direttamente dal Presidente della sede centrale della Società Dante Alighieri, on. Andrea Riccardi, all’Ambasciatore Marras e al professor Calabrò. (rrm)
L’ambasciatore d’Italia ad Atene Efisio Luigi Marras (a sx)Il prof. Corrado Calabrò e Anthi Nikas che ha recitato in greco le sue liriche
Anna Mondavio, nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene
Il testo integrale dell’intervento del prof. Calabrò all’Istituto Italiano di Cultura di Atene:
C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia, oggi?
Nella mia infanzia e nella mia prima adolescenza ho vissuto una doppia vita. D’inverno studio, orari da rispettare.
L’estate, l’estate era un’altra cosa. Vivevo, nelle lunghe estati, in una casetta ai bordi della spiaggia a Bocale, a 15 chilometri da Reggio Calabria.
Da giugno a ottobre vivevo in quella casetta, dalla soglia sempre insabbiata per le onde lunghe che in autunno giungevano a lambirla.
Certi pomeriggi, seduto sulla spiaggia, stringendo le ginocchia tra le mani, seguivo con lo sguardo le navi che s’allontanavano piano piano nello Stretto verso oriente rimpicciolendo sempre più fino a venire ingoiate nella distesa liquida.
Fu lì, fu allora che provai per la prima volta l’impulso a poetare.
Quel mondo venne spazzato via quando avevo sedici anni.
Nelle estati successive scoprii le grandi spiagge sabbiose e il mare caldo di Locri, di Gioiosa, di Riace, dove avevo dei parenti.
Quel mare, quando ormai non ci andavo più, mi avrebbe riservato una sorpresa.
Ma anche la Grecia ha lasciato un segno profondo nella mia poesia: in particolare “Il Vento di Myconos”, un poemetto di 480 versi, è dedicato alle isole Cicladi. E non è l’unica.
Viviamo in un tempo in cui si parla tanto: al telefono, via sms, whatsapp, e-mail, in televisione. Telefonini, radio, televisione, computer hanno determinato un nuovo rapporto tra noi e il “mondo”.
La TV ha abituato la gente a parlare fluentemente; e non è merito da poco. Ma con la TV e con la rete ci siamo abituati ad appagarci di una visione banale del nostro essere nel mondo. Per la quotidianità ciò è sufficiente. Ma al fondo del nostro animo si annida l’insoddisfazione. Noi sappiamo che l’apparenza superficiale non è tutto. Noi vediamo (con i nostri occhi e con tutti gli strumenti tecnologici di rilevazione) solo una minima parte della realtà e solo alcune delle molteplici dimensioni in cui essa è strutturata.
Noi tocchiamo solidi e liquidi, vediamo colori, sentiamo suoni, odori, sapori: in realtà esistono soltanto vibrazioni, onde con diversa frequenza e lunghezza, particelle con funzioni d’onda. Viviamo, in certo senso, in un mondo soltanto simulato, metamorfizzato.
I nostri sono tempi di pensiero debole, di destrutturazione della conoscenza.
Oggi l’insicurezza, il senso di precarietà, ci fanno sentire in balia della casualità.
È andato così smarrito il senso profondo dell’arte, della poesia; e con esso la capacità stessa di percepirlo. La poesia è stata relegata al mondo del divertimento intellettuale, del relax, del solletico, dell’intrattenimento, del desiderio di apparire originali, all’avanguardia, alla moda; e la moda cambia ogni stagione.
Smarrita l’impressività, l’icasticità di Omero, dei lirici, degli epici e dei tragici greci, dei forgiatori della parola come Dante e Shakespeare, la poesia, l’arte vivono la vita effimera di una moda vorace che le consuma vorticosamente senza che ne resti traccia, come avviene dei giornali che appunto durano un giorno, o delle migliaia di notizie che scorrono ininterrottamente sul video dei nostri terminali.
“Nelle scienze si cerca di dire in un modo che sia capito da tutti qualcosa che nessuno sapeva. Nella poesia è esattamente l’opposto” osservava sarcasticamente Paul Dirac.
Ma non è così; la poesia non è mistificazione. La poesia cerca di dire in modo indiretto, allusivo, ma non finto, quello che attinge all’inesplicabile voce dell’inconscio, per aiutarci così a disvelare la suggestione dell’essere, dell’altro noi stessi che è in noi.
Il bisogno della poesia nasce dalla scontentezza della banalità dell’espressione, dell’inadeguatezza della comunicazione. In un’epoca contrassegnata dalla sovrabbondanza di parole, constatiamo l’insufficienza del linguaggio.
Per Blanchot “scrivere è portare in superficie il senso assente” e Emily Dickinson affermava che “il poeta è colui che distilla un senso sorprendente da ordinari significati”. Il senso si promette alla poesia come la presenza rimandata di un’assenza.
La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere. Come quando sul teleschermo grigio ballonzola un pullulare di puntini; premendo il tasto giusto, il televisore si sintonizza e un’immagine appare. Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere.
Funzione della poesia è rivelarci –foss’anche nella cosa più insignificante- un aspetto non percepito. Ci rivela di più Neruda con la sua poesia sulla cipolla che molte dissertazioni sociopolitiche, e anche religiose.
La poesia asporta la cateratta dell’abitudinarietà: un intervento oculistico di chirurgia estetica che ci apre gli occhi.
Non sono solo la realtà nascosta dell’universo e il substrato fine della realtà in cui siamo immersi, che ci sfuggono. Ci sfuggono i fondamenti stessi della nostra esistenza.
Notava Rainer Maria Rilke nella sua Lettera a una giovane signora: “Com’è possibile vivere, se non possiamo affatto penetrare gli elementi di questa vita? Io non sono riuscito a esprimere tutto il mio stupore che gli uomini da millenni abbiano consuetudine con l’amore, con la vita, con la morte e stiano ancor oggi così sprovveduti di fronte a questi primi, unici compiti”.
Ecco, il poeta si porta dentro questo stupore.
Forse la vita è solo una “piroetta nel vuoto” (Cioran), ma più la realtà ci sfugge, più sentiamo il bisogno di preservare l’unicità del nostro vissuto, la suggestione di un’alba sul mare, l’emozione del primo amore, il dolore per la morte del nostro cane, il rimorso per un abbandono.
C’è poi la vita non vissuta che si protende e si sovrappone a quella (che crediamo) vissuta.
Tuttavia in poesia non c’è possibilità di rappresentazione diretta.
Niels Bohr osservava che “quando si pensa ad un’emozione, questa scompare”. L’emozione, quindi, è il punto di partenza, non d’arrivo. Un punto di partenza, per di più, che bisogna dimenticare nella memoria volontaria perché riaffiori, metastatizzato, nella memoria involontaria; quella che ci riporta il senso ritrovato del tempo perduto, con la madelaine di Proust.
La poesia è un dono, un talento innato, un’attitudine, ma per dare frutti ha bisogno di sapiente coltivazione. Poi, però, il poeta deve chiudere gli occhi per “vedersi” dentro senza guardarsi.
La poesia trascorre come un’ala; per catturarla al volo occorre una tecnica raffinata. Forma e contenuto sono un tutt’uno. Non si può cogliere il senso di una visione poetica separato dal suo modo d’esprimersi, di significarsi, come non si può cogliere una palla al volo in un attimo diverso da quello del suo impatto e se non con quell’atteggiamento dinamico di tutto il corpo, con quella giusta torsione del piede (quella e quella sola) che indirizzi la palla in modo appropriato, tale da cambiare la situazione in campo. Non c’è tempo per pensare in quel momento: bisogna fare in un attimo la cosa giusta.
Il poeta deve allenarsi, fare laboratorio e ricerca, deve esercitarsi, così come il calciatore si allena, fa preparazione fisica, palleggia, in attesa di giocare la sua partita.E tuttavia dopo tanto allenamento, dopo la più applicata preparazione, può darsi poi che, nella partita, nel momento della verità, il calciatore dotato di grande tecnica, di colpo d’occhio, in perfetta forma fisica, non faccia un tiro in porta o un assist degni di questo nome.
Il lungo lavoro di sperimentazione, di esercizio, serve semplicemente per essere pronti in quell’attimo, in quella fase che è stata definita d’avantesto, cioè la fase di gestazione del testo, in cui ci troviamo in uno stato d’attesa, d’incubazione di qualcosa che preme oscuramente a livello subliminale; preme per prendere forma. Accade quando accade, se accade.
Parafrasando Jules Renard, possiamo dire che nella casa della poesia la stanza più grande è la camera d’attesa.
Una poesia senza messaggio è fatua, derisoria e al tempo stesso pretenziosa fino alla megalomania, come l’imperatore della fiaba di Andersen che se ne andava in corteo in mutande a farsi riverire e ammirare dai suoi sudditi, convinto di essere rivestito sontuosamente di un abito visibile solo dagli intelligenti.
Attenzione, però! La poesia non tollera un messaggio voluto. La comunicazione poetica è intuitiva, non discorsiva, non concettuale.
È come un dribbling, un colpo di tacco, un’azione fulminante, una rovesciata che il calciatore non sapeva di avere nel proprio repertorio e che credeva non potessero più arrivare e che, pure, hanno portato al goal.
L’amore è forse la principale porta della poesia.
L’amore rompe la scorza del nostro ego, ci spinge a uscire dall’incomunicabilità e, al tempo stesso, nel momento cioè in cui avvertiamo un’immagine nuova di bellezza – un’immagine che vediamo noi soli-, ci spinge ad usare un’espressione inedita, tutta nostra, forse indicibile, per esprimerla. Ci spinge, quindi, alla creatività. E’ talmente forte la spinta dell’amore che, dopo aver cercato di fare di noi carne e anima dell’altro-da-sé e dell’altro carne e anima nostra, ci induce all’oltre da entrambi noi stessi.
Cosa ci spinge ad innamorarci?
Se la nostra individualità ci bastasse non ci innamoreremmo.
Se la vita ci bastasse non si farebbe poesia (possiamo dire, arieggiando Pessoa).
In amore, come in poesia, a spingerci è il bisogno della parte mancante al senso-non senso della nostra vita.
È il mistero dell’altro-da-sé col quale vogliamo immedesimarci.
Ma come viene a visitarci la poesia?
«Il primo verso è sempre un dono degli dèi» testimonia Paul Valéry, che pure era un raziocinante, non certo un romantico.
Accade come in amore. Quanti ragazzi hanno guardato quella ragazza senza vedere in lei nulla di più delle altre? Poi un ragazzo s’innamora e vede in lei una bellezza che nessun altro ha visto.
La poesia, l’arte fanno lo stesso. Ci rivelano una bellezza che era sotto pelle e che avevamo guardato senza vedere: per trasparire abbisognava dell’asportazione della cateratta dell’abitudinarietà: un intervento oculistico di chirurgia estetica che ci apre gli occhi. È come il fiammifero di Prévert. Ricordate quella poesia di Prévert, Tre fiammiferi accesi nella notte? Un innamorato, al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza.
In quel momento in cui si accende, in cui scatta il flash, siamo tutti poeti, dentro di noi. Ma è poeta solo chi riesce a far intravedere agli altri quel flash di bellezza che l’ha abbagliato.
Ma come comunica la poesia? È qui il punto.
È dal non detto che scaturisce l’evocazione.
“Eran las cinco en punto de le tarde”. Erano le cinque in punto della sera. Erano le cinque a tutti gli orologi. Ventisette volte Garcia Lorca ripete “A las cinco de la tarde”, alle cinque della sera nel suo Llanto por Ignacio Sánchez.
Non lo fa certo per dirci l’ora. Niente, come quella ripetizione, quell’insistenza sull’ora segnata dalle lancette dell’orologio in quel momento ci fa sentire come la vita (una giovane vita) possa essere stroncata in un istante: le lancette dell’orologio, per Ignacio, si sono fermate e, per lui, l’esistenza del mondo (non solo sua) è venuta meno per sempre quando Atropo ha tagliato il filo.
La necessità della modulazione del verso: è questa un’altra cosa che i classici ci hanno insegnato.
La metrica sta al verso come il battito cardiaco sta al respiro: dà alla poesia la misura della nostra attenzione.
Cosa ci rivela la poesia?
La poesia è come un sogno che dica e non dica, ma che (come certi sogni in prossimità del risveglio) ci lasci l’impressione di una rivelazione imminente. Rivelazione di che cosa? Per essere percepite, la poesia, l’arte, devono suscitare empatia, cioè il piacere di condividere come proprio il messaggio dell’autore.
Nel momento in cui questo avviene, la poesia, l’arte, consentono uno scambio profondo, un’interazione di personalità simile a quella che si realizza tra due innamorati i quali si compenetrano. Mittente e destinatario, sconosciuti l’uno all’altro, sono qui, adesso, compresenti – magari a distanza di secoli – in un’interazione che estrinseca l’uno e interiorizza l’altro.
Ho costeggiato per anni a nuoto, da adolescente e nella prima giovinezza, estate dopo estate, le spiagge di Riace, in Calabria, senza sospettare minimamente che sotto pochi metri d’acqua – quell’acqua che portavo a me una bracciata dopo l’altra – ci fosse un’altra presenza, sdraiata su un letto di sabbia. Dopo averli cullati per millenni nel suo liquido oblio, il mare ci ha offerto – ha offerto a noi – i guerrieri di bronzo, alzatisi in piedi ai nostri giorni come se soltanto adesso, soltanto per noi, prendessero forma dall’inconscio dell’artista. Corpi perfetti, di contemporanei, ma con gli occhi di chi non ha più fretta.
Di chi sono i guerrieri di Riace? Di Fidia, di Lisippo, di un Pitagora reggino, d’ignoto scultore?
Come il mare, così l’arte, la poesia non sono nostre o di un altro. Una poesia, una composizione musicale, una statua, un quadro non appartengono all’autore più di quanto non appartengano al lettore, all’ascoltatore, al contemplatore che, entrando in sintonia (in sumpάqeia, dicevano i greci), li faccia rivivere dentro di sé.
Quando questo avviene, allora si realizza un piccolo miracolo: poeta e lettore, musicista e ascoltatore, pittore e contemplatore sono un tutt’uno per il tratto di tempo in cui entrano in risonanza. Lo scultore che, millenni or sono, scolpiva i suoi guerrieri di Riace e noi che per un dono del mare li sfioriamo oggi con gli occhi e con le dita, siamo contemporanei. Beethoven, che quasi due secoli fa scriveva le ultime note su uno spartito, e noi che siamo oggi pervasi dalla sua musica siamo contemporanei.
Ecco, è tutto qui. È questo, questo nonnulla che fa l’arte, che fa la poesia. (Corrado Calabrò)
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Nella foto di copertina, il prof. Corrado Calabrò ad Atene con la poetessa Fabia Baldi
17 ottobre – È partito da Riace questa mattina presto, poco dopo le 6, Mimmo Lucano, diretto a un paese del circondario, a seguito della decisione del tribunale del riesame di Reggio che ieri ha revocato gli arresti domiciliari, disponendo, però, la misura del divieto di dimora. Da un lato un’attenuazione delle misure restrittive, dall’altro il provvedimento appare come un “esilio” amaro che lo allontana dal paese dove tutto è cominciato dieci anni fa. Il modello Riace per l’accoglienza ha lasciato sicuramente il segno, ma, obiettivamente, bisogna proprio pensare che si si stia facendo di tutto per cancellarlo.
Perché Mimmo Lucano dà fastidio? La domanda ha troppe implicazioni per trovare una risposta semplice. Il fatto è che gli tolgono gli arresti (domiciliari) e lo esiliano dal paese dove hanno bisogno di lui. Il divieto di dimora è una misura cautelare obbligatoria prevista dall’art. 283 del codice di procedura penale. Al di fuori dell’ambito territoriale Lucano ha piena libertà di circolazione: evidentemente i giudici del riesame ritengono “pericolosa” la presenza dell’ex-sindaco (il prefetto lo ha sospeso) a Riace (inquinamento delle prove o reiterazione del reato?). (rrm)
Per chi lo avesse perso, segnaliamo il bel servizio di ieri di SkyTg24
Su Facebook il prof. Nicola Fiorita (Unical) ha diffuso il 5 ottobre scorso un suo intervento, che riteniamo utile far conoscere anche ai nostri lettori:
«Ho atteso alcuni giorni prima di intervenire pubblicamente sull’arresto del sindaco di Riace. Ho voluto prima leggere l’ordinanza del Gip, ho voluto riflettere su tanti commenti, ho voluto lasciar sedimentare le mie emozioni. Per diverse ragioni – non ultimo, il mio ruolo di docente di materie giuridiche che insegna ai propri allievi il valore della legge, il diritto della critica e dell’impegno per cambiare le norme ingiuste ma anche il dovere di rispettarle finché vigenti – ho ritenuto di non poter confinarmi in uno slogan (io sto con Mimmo Lucano, questo è certo) ma di dover articolare il mio pensiero, distinguendo alcuni profili, a mio avviso i più rilevanti, della vicenda.
C’è innanzitutto l’aspetto giuridico-formale. Posto che il Gip liquida molti dei capi d’accusa (e inviterei tutti a soffermarsi su questo dato: è abbastanza raro che un Procuratore capo sia così clamorosamente smentito in sede di valutazione delle richieste di misura cautelare) e che la vicenda dei matrimoni combinati è risibile (è davvero incredibile che per un (1) matrimonio forse combinato e un (1) matrimonio suggerito e nemmeno celebrato si parli di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) l’unica accusa rimasta in piedi è quella relativa all’affidamento diretto del servizio di raccolta differenziata a cooperative prive dei requisiti richiesti.
Rispetto a questa accusa Mimmo Lucano è un cittadino come tutti gli altri. Dovrà difendersi secondo le regole, ha diritto ad essere considerato innocente fino all’ultimo grado di giudizio e dovrà pagare nel caso abbia sbagliato. Si può e si deve aggiungere che non gli viene contestato nessun arricchimento personale, che l’affidamento riguarda un servizio erogato in un piccolissimo centro abitato e quindi per importi molto contenuti e che è del tutto evidente la sproporzione dei mezzi d’indagine utilizzati e della misura cautelare applicata, ma chiunque – anche se vittima di un accanimento investigativo – deve essere giudicato come tutti gli altri.
Accanto a queste considerazioni ci sono quelle più propriamente politiche. Le dichiarazioni di Salvini (e anche di alcuni deputati 5 stelle) sono inaccettabili in qualunque contesto democratico. La criminalizzazione delle idee altrui, la volontà di annientamento degli avversari, l’odio sparso a piene mani, la strategia di estremizzazione delle posizioni ravvivano ancora una volta l’allarme sullo scivolamento di questo paese verso una democrazia svuotata dei propri valori e riempita di autoritarismo. Allo stesso modo, l’azione sempre più dura di pezzi della magistratura e dell’apparato statale in Calabria sta conducendo verso l’azzeramento di esperienze scomode e alternative, con il rischio (o la volontà) di sterilizzare i fermenti positivi che ancora si sviluppano in questa Regione. Tra scioglimenti dei comuni, interdittive antimafia e ordinanze di custodia cautelare poi annullate si sta colpendo – da Cortale a Gioiosa a Riace – sempre più spesso chi non è allineato.
Guardare alla magistratura e/o alle prefetture con la massima fiducia e con la speranza che da loro venga lo sradicamento della ‘ndrangheta e della mala politica non può significare accettare acriticamente che esse si posizionino oltre la legge.
Ma non è ancora questo il punto.
Se si inscrive la vicenda di Mimmo Lucano dentro un perimetro esclusivamente legalitario o politico non si può comprendere quello che è accaduto in questi anni a Riace.
Riace è stato un modello si è chiesto qualcuno in questi giorni? Penso di si, penso anche che forse lo abbiamo rivestito di una retorica eccessiva e non abbiamo voluto vederne alcuni limiti (ad esempio, si dovrebbe riflettere sulla capacità o meno di generare sviluppo economico duraturo una volta ripopolati i borghi), ma Riace ha parlato al mondo della possibilità di salvare le vite degli ultimi, di dargli una speranza, di costruire incontri, di privilegiare l’umanità invece del denaro. E soprattutto Mimmo Lucano è stato un uomo, un uomo che ha caparbiamente e generosamente dedicato le proprie energie verso uomini e donne che non conosceva, che avevano un altro colore dal suo, che scappavano da guerre lontane. Un uomo che ha fatto indubbiamente, evidentemente, costantemente del bene.
E’ per questo dato – l’umanità che trionfa in un minuscolo paesino della Locride mentre soffre nel resto del mondo – che Mimmo Lucano dovrebbe essere candidato per il premio Nobel della Pace. Anche, o forse soprattutto, se avesse violato qualche norma procedurale o non avesse osservato qualche disposizione di legge. Per i suoi eventuali errori dovrebbe pagare, ma allo stesso tempo per i suoi evidenti e straordinari meriti dovrebbe essere riconosciuto per quello che è: un uomo speciale, un eroe. Qualche giorno fa, prima di questa vicenda, all’inizio del mio corso ho chiesto ad alcuni studenti di leggere un libro di Natalia Ginzburg (Serena Cruz, o la vera giustizia) per poi discutere del rapporto tra legge e giustizia. La tensione tra legge e giustizia affonda nella notte dei tempi e sappiamo anche che non sempre chi sta dalla parte della giustizia ottiene ragione. Ma questo non è un motivo sufficiente per non continuare a stare dalla parte degli indiani, come direbbe il mio amico Giancarlo Rafele.
Chi, come me, insegna diritto nelle aule universitarie, insegna – deve insegnare – anche a non trasgredire la legge. Ma se mai mi capitasse di essere sindaco della mia città e di trovarmi dinanzi ad una regola che sento profondamente ingiusta e dalla quale può dipendere la vita di una persona, proprio come Mimmo Lucano non esiterei, assumendomene tutte le responsabilità, a trasgredirla. Non viviamo per essere salvi, viviamo per essere giusti». (Nicola Fiorita)
16 ottobre – L’Istituto Italiano di Cultura di Atene festeggia oggi il poeta Corrado Calabrò con un ricevimento in suo onore organizzato con il Comitato di Atene della Società Dante Alighieri. Fine giurista, uomo dello Stato, ma soprattutto eccellente poeta, Corrado Calabrò, reggina di nascita, è l’espressione più sentita dell’amore per la Calabria. I suoi versi d’amore, i suoi inni al mare, altro non sono che la continua dimostrazione della passione per la terra delle sue origini. Calabrò è il poeta della calabresità, nel senso più genuino e autentico del termine da lui stesso adoperato spesso per indicare il fortissimo senso di appartenenza che caratterizza i calabresi. Il tema della serata sarà “C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia, oggi? (rrm)
13 ottobre – Il consigliere metropolitano Filippo Quartuccio, già delegato del Sindaco Falcomatà alla Cultura, è stato nominato membro della commissione nazionale “cultura” dell’ Anci, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.
Si tratta di una commissione permanente all’interno dell’associazione che riunisce gli amministratori locali di tutta Italia ed è la prima volta che sia chiamato un calabrese a farne parte. Quartuccio, avrà il compito di confrontarsi con diverse realtà italiane, quale ambasciatore e promotore di buone prassi di gestione e valorizzazione dei beni culturali e delle attività utili alla promozione della cultura intesa nelle sue varie forme. «Una importante missione – ha detto Quartuccio – finalizzata sia alla preservazione dei beni, che quale catalizzatore dello sviluppo sostenibile della comunità locale». (rrc)
12 ottobre 2018 – Inaugurata a Roma con un parterre d’eccezione la bellissima mostra di Rino Barillari, the King of Paparazzi, al MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo. Il celebre fotografo della “dolce vita” di felliniana memoria presenta 160 fotografie che raffigurano non solo i personaggi di una vita (dolce?) che non esiste più, ma è un vero e proprio percorso di immagini che racconta cinquant’anni di storia d’Italia e degli italiani che la sua avventurosa vita ha vissuto spesso da testimone oculare. Barillari è uno dei tanti figli di Calabria che è diventato famoso, senza mai dimenticarsi delle sue origini, con l’orgoglio di chi si porta sempre la propria terra nel cuore.
Nato a Limbadi (VV) Rino Barillari ha lasciato la Calabria a 14 anni ed è andato a Roma. Era il 1959 e quasi per gioco cominciò a fotografare, senza immaginare che sarebbe stata quello il suo futuro, costruito sugli scatti. Sono passati tutti davanti al suo obiettivo, ma per lo più erano scatti rubati, tanto che le botte che ha ricevuto dai fotografati che non gradivano essere ripresi (la rissa con Peter O’Toole lo consacrerà come re dei pararazzi) sono considerate oggi le stimmate di una carriera inimitabile e straordinaria. Barillari, però, non ha fotografato solo dive e divi, ma il suo obiettivo ha fermato tanti episodi, anche tristi, di un’Italia che cambiava, peggiorando: via Fani, piazza Nicosia, l’attentato di Fiumicino del 1973, le BR, la mafia Paul Getty mutilato di un’orecchio, il maxi processo a Riina e altri boss della mafia. Tutti però lo ricordano per le paparazzate nel mondo del cinema e dei personaggi del jet-set o della politica: la grande mostra al MAXXI rimedia, quindi, a questa “ignoranza” sulla sua vastissima produzione fotografica, offrendo una magnifica panoramica di immagini di grande suggestione.
L’istallazione, curata da Martino Crespi, fa parte del progetto ideato da Massimo Spano e Giancarlo Scarchilli, prodotto da Istituto Luce Cinecittà con il contributo della Direzione Generale Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, con il contributo di Mastercard e Champagne Pommery.
Tra le personalità e personaggi che non sono voluti mancare all’inaugurazione della mostra anche Matteo Salvini: Gianni Letta, Azzurra Caltagirone, Carlo Verdone, Beppe Fiorello, Pif, Tosca D’Aquino, Alessandro Haber, Lina Sastri, Mita Medici, Amedeo Goria, Massimo Dapporto, Yvonne Sciò, Valentina D’Agostino, Simona Borioni, Livia Azzariti, Cristina Pedersoli, per citarne qualcuno.
Un libro edito da Istituto Luce CInecittà e Edizioni Sabinae raccoglie le foto della mostra, con le prefazioni di Irene Bignardi e Oliviero Toscani: a presentarlo al MAXXI ci ha pensato Laura Delli Colli, vicepresidente della Fondazione Cinema per Roma e presidente del Sindacato dei giornalisti cinematografici. Una clip video ha anche anticipato il documentario “Rino Barillari – The King of Paparazzi – la vera Storia” prodotto da Istituto Luce Cinecittà e da Michelangelo Film, che sarà proietatto al MAXXI all’interno della sezione Riflessi della Festa del Cinema di Roma, sabato 27 ottobre alle ore 21.30. Nel documentario le testimonianze su Barillari di vari protagonisti della scena culturale italiana: Giuseppe Tornatore, Carlo Verdone, Giuliano Montaldo, Walter Veltroni, Giancarlo De Cataldo, Bruno Vespa, Valerio Caprara, Enrico Lucherini, il giudice Antonio Marini, Andrea Andermann e Filippo Ceccarelli. La colonna sonora originale è di Andrea Guerra.
La mostra resterà aperta fino al 28 ototbre
8 ottobre – Un po’ di Calabria, grazie al cantante Peppe Voltarelli, al San Diego Italian Film Festival, una delle manifestazioni più importanti per il cinema italiano in America, diretto da Antonio Iannotta e giunto alla 13esima edizione.
Voltarelli ha partecipato a un focus sulla Calabria con la proiezione del film “La vera leggenda di Tony Vilar”, di Giuseppe Gagliardi e prodotto da Tico Film e Avocado Pictures, dove è il protagonista.
La pellicola, un mockumentary – un musical/documentario on the road – che racconta, per metà realisticamente e per metà in forma leggendaria – la storia di Tony Vilar, star degli anni ’60 nato in Calabria e, in tenera età, trasferitosi in Argentina.
«Pur essendo una delle Regioni meno visitate d’Italia – si legge nel blog del San Diego Film Festival – la ricca cultura e il patrimonio della Calabria sono pronti per essere scoperti, e siamo lieti di presentarli, quest’anno, come punto culminante del nostro Festival. Vedremo diversi lati della regione prendere vita in “La vera leggenda di Tony Vilar”, un mockumentary musicale con il celebre cantante calabrese Peppe Voltarelli, e il film “A Ciambra”».
«Siamo davvero fortunati ad avere Peppe Voltarelli in scena al nostro Gala, la cui attenzione per la Calabria si esprimerà con un delizioso menu a cura del Civico 1845». (rrm)
8 ottobre – È possibile fare impresa in Calabria, senza clientele e senza assistenzialismo? La risposta, concreta, viene da un imprenditore, Antonino De Masi, originario di Rizziconi, che da anni combatte senza esitazioni e convintamente la sua personale guerra contro la mafia e le consorterie mafiose che infestano il suo territorio, quello di Rosarno-Gioia Tauro e non solo. Davanti alla sua azienda, accanto al porto di Gioia Tauro sempre più intristito da un’attività che sembra ormai destinata a morire, stazionano perennemente i militari della scorta. Soldati in assetto di guerra, gli stessi che presidiano il suo ufficio. De Masi è un uomo sul cui capo la ‘ndrangheta ha emesso una sentenza di morte, tanti anni fa, peggio di una fatwa integralista. Colpire l’uomo per distruggere o almeno fermare le sue idee che rischiano di “turbare” i giovani e i meno giovani, troppo spesso tentati da sapide lusinghe della criminalità organizzata, eppure allo stesso modo certamente in grado di cogliere un messaggio che può colpire al cuore, e quindi, a mente fredda, ragionarci su, riflettere, reagire.
Così, nonostante le minacce, i colpi di kalashnikov contro i suoi capannoni, i continui “suggerimenti” alla cautela, De Masi è sempre al suo posto. Dirige un’azienda sana e continua a sfornare idee e progetti per riscattare il territorio, la Calabria, per offrire occasioni e opportunità di occupazione, di formazione, di specializzazione. Una missione da “eroi” – ma io non sono un eroe si schermisce De Masi – o da visionari di olivettiana memoria: De Masi è l’esempio migliore di imprenditore “illuminato”, di cui tanto ha bisogno questa terra. Non accetta però il termine: «non sono un imprenditore illuminato, sono un uomo che ama il lavoro e ama questa terra. Tutti mi suggeriscono di mollare questa non-vita e andare via. Una scelta che non mi può appartenere». Per lui parlano le sue battaglie contro le ‘ndrine, contro le banche, contro il malaffare. Ha vinto, a prezzo di rinunciare a una vita tranquilla, ma la Calabria ha estremo bisogno di personaggi come De Masi per cercare il suo riscatto. Deve essergli grata, anche se la storia calabrese è ricca di indifferenza e solitudine verso i suoi figli migliori. I calabresi, però, devono conoscere ed essere orgogliosi di questo imprenditore che è diventato un esempio da imitare. Un modello contro il malaffare e l’omertà, ma anche contro la rassegnazione. E contro tutti coloro – politici, affaristi, rapaci imprenditori – che ignorano cosa voglia dire bene comune e impediscono, per proprio tornaconto, benessere e sviluppo.
La conversazione con Antonino De Masi rivela, dunque, una figura di imprenditore che potrebbe davvero tracciare il solco su cui innestare i germogli di una crescita sempre vagheggiata ma non impossibile. Certo, prevalgono, allo stato attuale, l’insofferenza e l’amarezza che vengono dalla constatazione che la Calabria ha più problemi “spirituali” che materiali, provocati da una classe politica inetta e da un territorio sempre più scollato dalla realtà.
«Se si va ad analizzare – dice De Masi a Calabria.Live – l’evoluzione culturale o l’involuzione ci si rende conto che il tessuto calabrese ci è scappato dalle mani. Abbiamo perso l’orgoglio di essere calabresi. Questa cosa io la vedo guardandomi intorno e vedo l’assuefarsi alla normalità: normalmente siamo contenti come siamo. Siamo contenti di vedere la spazzatura in mezzo alla strada, siamo contenti di andare all’ospedale e non avere sanità, siamo contenti di avere le strade sgarrupate. Perché questi decenni passati ci hanno normalizzato, il brutto ormai ci appartiene. Non è un brutto solo oggettivo ma un brutto culturale. Questa cosa io non la sopporto. Non sopporto che una minoranza di calabresi abbiano ridotto questa terra a quello che è: una regione puzzolente, la chiamo io. Una terra bella, magnifica, fatta di persone magnifiche».
De Masi si lascia andare ai ricordi per spiegare il senso della sua “mission”. «Quando con mio papà giravamo per le campagne a vendere macchine agricole, andavamo nelle case della gente quando ancora non c’era l’energia elettrica, c’erano i lumi a illuminare le case nelle campagne. Si andava in quelle case dove c’era povertà, dove c’era disperazione, ma in quelle case appena qualcuno bussava a quelle porte trovava la gente che diceva una parola – in dialetto – “favuriti” – fa-vu-ri-ti -, favorite, venite con noi a dividere quello che abbiamo e quello che non abbiamo. Quindi un concetto di accoglienza spinto ai massimi livelli. Dov’è quella accoglienza? Dov’è quel sorriso? Dov’è quella gioia che i nostri concittadini, i nostri antenati, avevano? Ora c’è un “chi t’indi futti”, in maniera indecente e incredibile. Questa cosa a me non va bene, non va bene perché mi domando cosa posso fare io. Posso continuare a lamentarmi con me stesso di come ci siamo ridotti o chiedermi se ho un ruolo in una società civile. In questi anni io vengo descritto come un eroe, una cosa che mi dà fastidio più di tutti, questa cosa mi disturba molto… Non è creando dei miti, non è creando delle figure eccelse che si risolve il problema, il problema va risolto spiegando a tutti che abbiamo un dovere di essere cittadini. Il concetto dell’io, quello che “io” posso fare».
Già cosa possiamo fare, ognuno col proprio piccolo “io”, per cambiare la situazione, trasformare il territorio che “pensa”? «Io come imprenditore – dice De Masi – cosa posso fare? Posso “normalizzarmi” come mi dicono i miei colleghi “ma chi te la fa fare a vivere in queste condizioni, a vivere una vita non-vita”. “Ti conviene? Con quattro soldi risolvi il problema…”. Adeguarmi? Oppure… oppure girarmi le maniche e combattere. Quindi essere da sprone con quello che dico e quello che faccio, certo essere anche da esempio. Per dire “guardate, con tutto ciò che io vivo in queste condizioni, sono ancora qui”. L’importanza di dire “svegliatevi”, svegliamoci. Noi ci siamo assuefatti a una “normalità”, non lo so se è rassegnazione, ma è una brutta cosa».
De Masi imprenditore ha studiato una soluzione da public company con l’idea di coinvolgere e far partecipare i dipendenti. Un’idea di impresa che è un bene comune sul territorio: in questo modo la criminalità non può colpire un’azienda che appartiene anche al popolo. Un’idea che potrebbe essere vincente, soprattutto se abbinata al percorso di formazione che De Masi intende offrire ai giovani. Uno dei suoi brevetti più interessanti l’ha sviluppato un giovane ingegnere catanzarese (un forno industriale per pizza che non produce fumi tossici), tanti altri progetti industriali allo studio provengono da giovani calabresi. È un modo di guardare ai giovani e offrire opportunità, quelle che mancano in questa terra.
«Ho letto un dato recente: 26mila giovani sono andati via dalla Calabria. Quei 26mila ragazzi che hanno lasciato la Calabria io dico che li abbiamo messi noi cittadini come genitori su quei treni, su quegli aerei e spinti ad andar via. Io credo che attorno a quei ragazzi abbiamo fatto terra bruciata per non consentire loro di restare qui. Oggi questo deserto, queste condizioni di non vivibilità su questa terra non ce li ha dati il Padreterno. Questo intorno a noi non era un deserto né materiale né immateriale, eppure noi abbiamo reso arido questo sistema costringendo quei ragazzi ad andar via. Questa terra noi l’abbiamo ammazzata, ammazzata col nostro silenzio, la nostra apatia, io la chiamo omertà. L’ha ammazzata la nostra non-dignità, abbiamo perso la dignità di essere oggi persone libere».
Pessimismo, amarezza? «No – risponde De Masi – se il mio è un ragionamento pessimistico vuol dire che non ci sono 26mila giovani che sono andati via, vuol dire che le strade che ha trovato venendo qui sono belle… Io non sono uno che si piange addosso, io analizzo il fatto per cercare una soluzione. Il fatto è che 26mila ragazzi sono dovuti andare via. Chi li ha mandati via? Il mio comportamento, il nostro comportamento di calabresi. Se dovessimo fare un elenco degli alibi che noi abbiamo ne troviamo duemila per dire che siamo in queste condizioni. Abbiamo l’alibi che non abbiamo strade, non abbiamo infrastrutture, non abbiamo nulla… Ma l’alibi ci giustifica? Ci dà da mangiare? L’alibi dà lavoro ai nostri figli? La storia del nostro Paese si è fatta partendo dalle macerie di una guerra che ha azzerato tutto e da quelle condizioni qualcuno s’è girato le maniche e ha ricostruito il Paese. Io non posso accettare, quando sento le interviste che vengono fatte ai miei concittadini, che lo Stato ci ha abbandonato, che è ora che lo Stato faccia qualcosa per noi. Sto leggendo un libro su don Sturzo che affermava che “i meridionali devono salvare il Meridione”: i calabresi devono salvare la Calabria, altrimenti non c’è storia. Il mio non è pessimismo, è una chiamata alle armi: giratevi le maniche perché i vostri figli siete voi che li avete mandati via, tutti noi siamo responsabili».
Qual è la formula di De Masi per l’occupazione? «Io sto lanciando due cose che sono apparentemente folli… io parlo di un’equa distribuzione della ricchezza. Mi ha chiamato il sindaco di Polistena, Michelangelo Tripodi che è di Rifondazione per dirmi che è attratto dalle mie proposte. Per parlare di equa distribuzione della ricchezza bisogna essere comunisti? Bisogna essere idealisti nel dire che non si può creare ricchezza puntando allo sfruttamento, alla schiavitù? Due passaggi, due estremi che non possono stare insieme. La ricchezza non può essere figlia di una prevaricazione perché, altrimenti, che ricchezza è? Allora, io parto da un altro tipo di ragionamento, che io posso fare ricchezza puntando a un’equa distribuzione e puntando sulla condivisione di un percorso: E allora io sono un comunista, sono un socialista? Sì, se socialismo significa che non c’è lo schiavo e non c’è il padrone. Io non sono illuminato, sono una persona normale che cerca di analizzare con gli occhi di chi ha studiato un poco di economia che il futuro dell’azienda non passa da quel “film”, da quella storia».
C’è qualche rimedio? «Il nostro Paese ha bisogno di un nuovo rinascimento, un rinascimento di dignità, della dignità dei valori… Tempo addietro un professore di Milano, illustre cattedratico, mi suggerì “lasci tutto, venga al Nord”. Gli ho scritto una lettera “La ringrazio, ma sono testardo. Rimango giù”. Il professore non mi ha dato un consiglio sbagliato, mi ha dato un consiglio razionale “vada a fare impresa altrove”. Se io dovessi puntare ai soldi, al business, alla ricchezza materiale, io qui non dovrei starci un minuto di più. Ma io credo nella legalità, un elemento essenziale, senza la quale non si può costruire un futuro, perché si diventa barbari. Allora il cittadino deve cominciare a dire “io devo rispettare le regole”. Il calabrese non deve fare il civile quando va al Nord e fare la raccolta differenziata, che la faccia qui la raccolta differenziata. Che non dia calci alle porte, alle cose e che rispetti le regole del gioco sapendo che rispetta se stesso».
De Masi è il calabrese che sarebbe piaciuto a Corrado Alvaro: usa la testa, il cervello ma non dimentica di ascoltare il cuore, un cuore che batte, orgogliosamente per una terra che può cambiare. A chi manda provocazioni su presunte mire politiche, immaginandolo – per sminuirne l’impegno personale – prossimo governatore della Calabria, De Masi non esita a rispondere: «Non sono interessato al gioco dei partiti. Ho una sola finalità, che purtroppo la gente ancora non capisce. Io sono uno di quelli, cresciuto illuso che ci siano dei valori per i quali durante la guerra c’è stato chi è andato sulle montagne per preparare la liberazione: io vorrei liberare questo territorio da coloro i quali lo hanno massacrato». (s)
6 ottobre – 30 anni di carriera nel mondo della moda non sono pochi, e questo la stilista Donatella Bertucci lo sa benissimo. Per festeggiare tale evento, all’ THotel di Lamezia Terme, stasera alle 21.00, la stilista presenterà la sua nuova collezione 2018/2019 e le collezioni della sua DB Boutique.
La stilista Donatella Bertucci nella sua Boutique
All’evento attesi tantissimi ospiti speciali, come l’attore Giulio Berruti, interprete al cinema e in televisione, che renderà omaggio alla stilista con un intervento, e il ballerino Riccardo Zaccanelli della Compagnia Artemis Danza di Parma.
La sfilata prevede la presentazione della Collezione “Solo Mio”, ideata da Donatella Bertucci, che pone al centro dell’attenzione l’unicità della donna attraverso linee “Poise”, “Chic” e “Lis”. A seguire, la presentazione delle collezioni della DB Boutique con un’ampia proposta di brand presenti nello show room di Lamezia Terme. (rcz)
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