BANCHE, UNA SPINA PER IL MEZZOGIORNO
FONDI COVID: AIUTI NEGATI ALLE AZIENDE

di SANTO STRATI – Soldi tanti, aiuti pochi. Col contagocce. Gli interventi promessi e stanziati dal Governo per venire incontro alle imprese messe in ginocchio dal Covid sono stati messi nero su bianco, ma la realtà delle erogazioni effettive racconta un’altra storia, soprattutto nel Mezzogiorno. La difficoltà di trovare ed avere credito presso gli istituti bancari in tutto il Sud è una cosa vecchia, indignava prima, indigna di più adesso che gli aiuti ci sono ma non vengono messi a disposizione delle aziende che (ne avevano durante la pandemia di primavera) ne hanno bisogno ora, ne avranno bisogno ancor di più se dovesse precipitare nuovamente la situazione con nuove pericolosissime chiusure.

Partiamo da lontano: le grandi banche non amano evidentemente la Calabria e nell’opera di ristrutturazione, a volte selvaggia, attuata negli ultimi anni hanno mostrato di essere attratte più dalla finanza creativa che dalla missione originaria di qualsiasi istituto di credito: “vendere” denaro a chi ne ha bisogno, lucrandoci sopra. Ma i prestiti per le aziende del Mezzogiorno sono stati sempre una spina, con le dovute eccezioni riservate a un ristretto numero di fortunati da gratificare per compiacere il potente di turno: provate a domandare a un imprenditore onesto (e ce ne sono tantissimi in tutto il Sud e più che mai nella nostra regione) quante tribolazioni ha dovuto subire per avere spiccioli rispetto alle reali esigenze. Quante vessazioni, quanta burocrazia, quanta negligenza. Un atteggiamento che, naturalmente, non colpisce indifferentemente la categoria dei lavoratori bancari che fanno fatica a tenere a bada imprenditori giustamente infuriati, ma che si riscontra a tutte le latitudini. L’amara verità è che lo strumento del credito nel Mezzogiorno ha funzionato a senso unico negli anni passati, non funziona per niente negli ultimi vent’anni: qualsiasi intrapresa, che non abbia mezzi propri a sufficienza per investire è condannata a scontrarsi con una realtà intollerabile: rinvii, dilazioni, perdite di tempo, documentazione inutile per poi vedersi negare anche un piccolo prestito che serve per far crescere l’attività.

Tutto questo in era pre-covid. Con la pandemia in tanti si erano illusi che gli aiuti annunciati in pompa magna e poi deliberati dal Governo avrebbero in qualche modo contribuiti a far emergere dalla crisi, a superare la perdita di ricavi, a poter mantenere in piedi l’occupazione senza mandare a casa nessuno. È stato un sogno durato un attimo: il risveglio è stato dei più amari. Il prestito con il fondo di garanzia statale del per operazioni fino a 25mila euro, poi portati a 30mila euro, non dava quella cifra alle aziende, bensì un importo calcolato sul fatturato dello scorso anno pari al 20%. In poche parole significa che per avere 20mila euro l’artigiano o lo studio professionale nel 2019 dovrebbe aver fatturato 100 mila euro. E sappiamo tutti che il 2019 è stato un anno nefasto per moltissime categorie dell’economia reale: i redditi si sono ridotti spesso di più d’un terzo e per le piccole e medie imprese, tra pressione fiscale e mancati pagamenti dai clienti, in cassa a fine anno in troppi si sono trovati con briciole. Parliamo ovviamente di gente che lavora, paga regolarmente tasse e contributi, denuncia ogni centesimo che incassa e non degli evasori totali che sono una storia a parte che non merita la minima considerazione se non l’attenzione delle procure penali. Un esempio? Il povero artigiano che lavorava artisticamente il ferro ed è rimasto fermo tre mesi per il covid, non solo si è visto dimezzare le ordinazioni e le commesse, ma siccome l’anno scorso ha fatturato “solo” 20mila euro sì è visto offrire col fondo di garanzia al massimo 4.000 euro. Per farci cosa? Non bastano neanche a pagare tasse e contributi, figurarsi se si può rilanciare l’attività.

E, difatti, se si scorrono le tabelle riepilogative aggiornate al 18 ottobre del decreto Liquidità sulle operazioni fino a 30mila euro si scopre che il prestito medio, quasi in tutt’Italia, è stato sempre al di sotto dei 20mila euro (contro i 30mila previsti senza alcuna garanzia) e i numeri mettono immediatamente in luce il solito divario che contraddistingue la Calabria dal resto del Paese: a Catanzaro sono stati finanziati poco meno di 100 milioni per “accontentare” 5.561 aziende, a Cosenza oltre 181 milioni per 10.097 aziende, a Crotone quasi 45 milioni per 2.457 aziende, a Reggio quasi 127 milioni per 6.769 aziende e, infine, a Vibo quasi 38 milioni per 2.066 aziende. Il Centro-Nord ha fatto molto meglio, ma con una differenza: le pratiche hanno avuto uno sprint diverso con alcuni istituti di credito che hanno creato vere e proprie task force per gestire, già durante la pandemia, le richieste.

«Ci sono state delle criticità alla partenza – ha detto a Calabria.Live il segretario nazionale della Uilca Massimo Masi – ma mentre al Centro-Nord sono state superate rapidamente, al Sud si sono verificate situazioni a dir poco vessatorie nei confronti delle imprese. Avevamo chiesto come Uil la sospensione della Legge bancaria – che è stato l’alibi di molti ritardi nella gestione delle domande di credito – ma il Governo non ha voluto sentire ragione. Mentre per il fondo di garanzia dei prestiti fino a 30mila euro c’è una sostanziale parità in tutto il Paese, soprattutto come media di finanziamenti erogati), le cose cambiano nei cosiddetti prestiti fino a 800 mila euro. Il divario è evidente: a Reggio Calabria al 18 ottobre sono stati erogati 267 e passa milioni di euro, a Parma la cifra ha superato il miliardo. L’importo medio finanziato a Reggio è di 36mila euro, a Parma di circa 100mila. Come a Pordenone, a Bergamo, Brescia, Mantova o Trento». Numeri che parlano chiaro e i sindacati dei bancari suggeriscono di inviare segnalazioni dove c’è un evidente rifiuto di finanziare un’impresa che ne abbia diritto. «Deve intervenire il Governo – dice ancora Masi –: vanno apportati al più presto correttivi alle norme per le banche, così da sbloccare i tanti paletti e gli ostacoli burocratici alzati nei confronti degli imprenditori soprattutto del Mezzogiorno».

Sui prestiti “importanti” alle imprese (garantiti al 90% dallo Stato) ci sono stati ritardi insopportabili e risulta evidente che la banche non amano finanziare le imprese con queste garanzie. Che succede? Non si fidano dello Stato? Nessuno lo mette per iscritto, ma parrebbe proprio di sì. A fronte di quelli che in termine tecnico si chiamano NPL (Non Performing Loans, ovvero crediti a rischio, che diventeranno deteriorati e produrranno sofferenze bancarie garantite) gli istituti di credito con i loro atteggiamenti di rigetto delle domande mostrano appunto di non fidarsi della garanzia statale. E difatti quasi tutti suggeriscono agli imprenditori di prendere un prestito “tradizionale” «perché la garanzia Sace ha un costo, lo sapete?» – è il ritornello che gli imprenditori calabresi si sentono ripetere ogni qualvolta vanno a bussare a credito. E comunque «serve la fidejussione di tutti i soci», ovvero la garanzia del privato aggiuntiva alla quasi totale garanzia offerta dai provvedimenti del Governo contro la crisi economica da Covid-19, «senza la quale, difficilmente il prestito sarà accordato». Per mesi le banche attendevano istruzioni dalla Sace, una scusante buona per proporre prestiti alternativi (su garanzia reale), oggi quale pretesto tireranno in ballo per continuare a dire no a chi ha diritto di accedere ai prestiti agevolati del Governo per l’emergenza Covid?

La verità è che i prestiti Covid per liquidità e rilancio e investimenti fino a 800mila euro alle banche non piacciono: chiedono una montagna di documenti inutili e basterebbe guardarsi la lunghissima sequela di lamentele arrivate alla Commissione parlamentare sulla banche presieduta dalla pentastellata Carla Ruocco per capire che la situazione è al limite del collasso. La Commissione non ha poteri sanzionatori, ma serve a raccogliere documentazione utile per migliorare il servizio e risolvere le tante criticità, l’Associazione Bancaria Italiana, alla stessa maniera, non ha poteri sanzionatori verso gli istituti che respingono a priori qualsiasi tentativo di richiesta di accesso al credito del Fondo di Garanzia. Chi ci rimette, ovviamente, è il povero imprenditore che rischia di chiudere l’azienda per l’ignavia e l’inettitudine di funzionari che non hanno ancora capito che siamo in piena crisi. Chiedere una tonnellata da carte per stressare ulteriormente la categoria dei commercialisti e dei consulenti, quando le norme parlano di “snellimento burocratico” appare davvero una cosa assurda. E ci sono state persino aggressioni a incolpevoli sportellisti e impiegati bancari presi di mira da imprenditori esasperati. Verso i quali c’è un grande pericolo, appena dietro l’angolo: se lo Stato non c’è, a dare i soldi ci pensa la ‘ndrangheta che non mira ad avere restituito capitale e interesse (stratosferico, naturalmente) ma ad impossessarsi di aziende avviate buone da trasformare in insospettabili “lavanderie” per il riciclo dei denaro sporco. È un allarme più volte lanciato anche dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e da altri magistrati impegnati nella lotta al malaffare: mafie e ‘ndrangheta hanno capitali immensi e offrono aiuto agli imprenditori messi alla porta dalle banche, con evidenti obiettivi non certo nobili.

Ma perché non si riesce a individuare strumenti che permettano alle aziende di poter contare sul credito per stare sul mercato, crescere, investire, creare nuova occupazione?

«La situazione del credito in Calabria è critica – dice il segretario regionale del First Cisl Calabria Giovanni Gattuso –. Il primo problema viene dalla “desertificazione” intesa come chiusura di filiali e quindi mancato presidio del territorio. I grandi gruppi bancari, che utilizzano il credito al Sud principalmente come raccolta, sono sempre meno presenti, ovviamente per scelta, a questo si aggiungono le fusioni che portano a riduzione del personale con l’utilizzo del fondo di accompagno, per fortuna che c’è, e a sovrapposizioni di filiali che inevitabilmente saranno chiuse. Poi ci sono le gestioni “creative” vedi la vicenda Popolare di Bari. A tal proposito mi preme dire che la First Cisl si è costituita parte civile contro il management di quella banca,. L’ultimo baluardo sono le Banche di Credito Cooperativo che, grazie anche al lavoro dei sindacati, sono scampate alla scellerata riforma Renzi. Per quanto concerne i decreti liquidità, per quanto ci risulta sono stati concessi con alte percentuali, soprattutto quelli fino a 30 mila. Va ricordato che il problema di eventuali mancate erogazioni dei prestiti potrebbe essere anche dovuto all’impostazione data dal legislatore che non esonera le banche dalla valutazione del merito creditizio inteso come rilevazione di eventuali elementi pregiudizievoli (ipoteche, sofferenze, protesti, antiriciclaggio, etc)».

Una strada che porta alla rovina delle aziende, al crescere di nuova disoccupazione, a far morire sul nascere le imprese dei giovani e delle donne: con quale faccia si chiede una fidejussione personale  («anche dei genitori, di un parente…») a giovani laureati che vogliono fare impresa in Calabria? Con quale faccia si continua a rifiutare il credito alle imprese indipendentemente dalla reale fattibilità, motivando questione di rating, ovvero di valutazione bancaria. Ma si sono resi conti in banca che siamo in emergenza da marzo e se le imprese chiudono e l’economia reale va al diavolo, anche agli istituti di credito non andrà Meglio. Ma i nostri governanti hanno provato a sentire gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i professionisti: il cuore pulsante del Paese? Tartassati da una pressione fiscale inaudita, abbandonati a un destino senza futuro. E se del mezzogiorno ancor più abbandonati e dimenticati. (s)

BANCHE, SOSTEGNO NEGATO ALLE IMPRESE
IN CALABRIA APPENA IL 25% DI RISPOSTE OK

di SANTO STRATI — I numeri sono impietosi e fotografano l’assoluta indifferenza degli istituti bancari nei confronti degli imprenditori. Non basta la garanzia totale dello Stato per i prestiti di liquidità (o per investimenti) che servono a far ripartire l’economia reale, no serve ugualmente una montagna di carte, bilanci, autodichiarazioni, prospetti contabili e quant’altro per far passare la voglia al più “disperato” operatore che pensa a salvare l’azienda, il lavoro, l’occupazione dei suoi dipendenti.

Bastano le cifre per far indignare anche il più tollerante dei cittadini: appena un quarto dei richiedenti i prestiti ha avuto risposta per i finanziamenti fino a 25mila euro (oggi diventati 30mila), mentre va peggio per le aziende che puntano ai prestiti fino a 800mila euro. Il Mezzogiorno e, in particolare, la Calabria, hanno trovato un incredibile muro di ingiustificata indisponibilità da parte delle banche, che portano avanti qualsiasi pretesto per negare gli aiuti finanziari che servono a far ripartire le aziende. Mentre la media nazionale delle mancate risposte è del 62%, al Sud la percentuale sale al 75%.

La burocrazia degli istituti di credito non conosce stop e la discrezionalità concessa ai responsabili della banche per l’accettazione della domanda complica ulteriormente la situazione. In poche parole, le banche non scuciono quattrini (su cui lo Stato garantisce al 100%) e trattano le richieste con una lentezza che fa davvero rabbia. Per dirla in breve, gran parte degli istituti di credito porta avanti le istruttorie dei richiedenti un aiuto finanziario nella stessa maniera con cui operavano in condizioni normali: tre-quattro settimane di istruttoria (a pagamento nell’era pre-covid) per poi concludere con una “semplice” richiesta della firmetta a garanzia, una fidejussione, a totale copertura del finanziamento, anche in presenza di garanzie Confidi, per esempio.

Stanno facendo la stessa cosa e qualcuno si è persino azzardato a suggerire che una garanzia personale (di tutti i soci) avrebbe accelerato l’iter burocratico preliminare alla concessione del prestito.

Siamo impazziti? La commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche, presieduta dalla deputata grillina Carla Ruocco, è stata subissata da migliaia di messaggi – a volte disperati – di imprenditori ed esercenti che non riescono nemmeno a parlare col proprio istituto di credito. Tra liquidità e ritardi, il responsabile della Vigilanza della Banca d’Italia, Paolo Angelini, ha presentato alla Commissione un corposo dossier che mette in luce le criticità del sistema utilizzato per gestire i due decreti “liquidità” e “Cura Italia”. Viene fuori che gli incredibili e ingiustificati ritardi messi in evidenza dalla Commissione nell’erogazione dei prestiti non avrebbero ragione di esistere. Ma soprattutto emergono tempi di attesa incredibili perché gli istituti di credito devono comunque “valutare” il cosiddetto rating creditizio del richiedente. Secondo Angelini «la norma del decreto non esonera in modo esplicito dall’effettuare controlli», così che le istruttorie seguono un iter pressochè identico a quello pre-covid. Sembra corretto il controllo del profilo del richiedente per evitare situazioni di riciclaggio o di stretta vicinanza a organizzazioni mafiose, ma il merito del prestito – superate queste oggettive valutazioni – non può e non dovrebbe essere messo in discussione per quel che riguarda la “solvibilità” del richiedente. È troppo facile dare i soldi a chi non ne ha bisogno e negarli a chi è rimasto a secco e non può ripartire senza l’aiuto finanziario (si tratta sempre di prestiti, ricordiamolo) che lo Stato si è impegnato a offrire.

Peccato che le buone intenzioni del Governo, nell’ottica di aiutare l’economia reale, si siano scontrate con pressapochismo e totale superficialità. Ma il premier Conte e il suo ministro dell’Economia non hanno ascoltato i rappresentanti dell’Associazione Bancaria italiana prima di decidere di affidare agli istituti di credito la gestione dei crediti garantiti? E se sono stati “auditi” i responsabili, perché poi proprio dall’Abi sono state avanzate obiezioni sulla mancata tutela penale degli istituti che potrebbe derivare da prestiti andati a male?

La verità – sottolineata da Angelini – è che la mancata indicazione nei decreti della eventuale salvaguardia e tutela delle banche nelle operazioni creditizie, ha fatto sì che di fatto si autorizzassero le banche a seguire criteri autonomi di scelta su quali prestiti erogare e quali no. Con buona pace di imprenditori che si sono visti negare il prestito perché magari avevano avuto qualche “acceso” scontro verbale col direttore della propria filiale.

Altro tema di non minore importanza è quello dei tassi imposti al credito erogato: in alcuni casi si è arrivati a chiedere il 2,4%, valore che la presidente Ruocco ha definito troppo alto, per sentirsi ribattere dal capo della Vigilanza di Bankitalia che «i tassi sono già ai minimi storici e, a volte, insufficienti anche a recuperare il costo del rischio».

La verità è che i soldi non arrivano alle aziende, soprattutto alle più deboli (e la fragilità delle imprese nel Mezzogiorno è decisamente molto più alta rispetto al Centro-Nord) e la situazione sta innescando un allarme sociale di grandissima entità. Si presume che almeno un quarto di attività operative prima dell’epidemia non potranno riaprire o sceglieranno di non ripartire per le impossibili condizioni di mercato. Il rischio usura è altissimo, con il velenoso sguardo ammiccante del mafioso pronto con i suoi prestiti – impossibili da restituire con percentuali di interesse elevatissime e ovviamente insostenibili. Il risultato, spesso, come è già capitato altre volte, è che la mafia e la delinquenza organizzata mirano a impossessarsi di attività commerciali e industriali “sane”, per farle diventare ottime “lavanderie” di contante.

Cosa si deve e si può fare? La Commissione Ruocco sta facendo un’ottimo lavoro, ma è evidente che non è sufficiente mettere in risalto criticità e incongruenze nella concessione e nell’erogazione dei prestiti alle aziende. Occorre un atto di umità da parte di chi sta al Governo per ammettere di “non aver capito niente” e mettersi seriamente a trovare le soluzioni funzionali perché l’economia del Paese possa ripartire.

Alle banche – a quanto pare – non è servita la circolare dell’Abi del 6 giugno scorso che illustrava le novità introdotte dalla conversione  del decreto, ovvero la possibilità di erogare i finanziamenti senza necessità di ulteriori istruttorie, eccezion fatta per i controlli antimafia e antiriciclaggio. Basta un’autocertificazione per accedere ai prestiti. Qualcuno, forse, farà bene a spiegarlo ai funzionari di banca che s’impegnano a complicare la vita a chi crede nella possibilità di riaprire, ripartire, rimettere in moto l’economia. Quella della sua azienda che è poi quella del Paese. (s)

Allarme di Anastasi (IRIC) per le difficoltà di accesso al credito delle imprese

Gli interventi dei decreti Cura Italia che il Governo ha messo in campo continuano a suscitare rabbia e indignazione tra gli imprenditori che si trovano sempre più in difficoltà dopo due mesi di chiusura forzata. Di questo disagio si è fatto portavoce il Consigliere regionale del gruppo ‘Io resto in Calabria’ Marcello Anastasi, che ha espresso «preoccupazione per le difficoltà  che riscontrano gli imprenditori, gli artigiani e i liberi professionisti  reggini di accedere al credito bancario. Molti di loro – dice Anastasi – avendo investito cospicui capitali in progetti di sviluppo economico e di occupazione nel nostro territorio  e che oggi intendono continuare a  lavorare per contribuire alla ripresa, hanno bisogno di maggiore sostegno da parte degli istituti bancari»

«Gli imprenditori – ha detto Anastasi – che hanno bisogno di comprensione, di vicinanza, e di riconoscimento del loro ruolo e della loro funzione sociale, hanno necessità che il sistema bancario ponga più attenzione alle loro esigenze accelerando le azioni di finanziamento imprenditoriale a sostegno del loro lavoro e dell’occupazione».

«A tale proposito – ha rilevato Marcello Anastasi – l’intervento straordinario previsto dal Decreto Liquidità del Governo e che ha dato il via ai prestiti fino a 25 mila euro garantiti dallo Stato al 100% , non deve subire rallentamenti per cause derivanti dalle procedure bancarie, altrimenti è forte il rischio di snaturare il vero significato dell’azione di sostegno economico incentrato oltre che sull’offerta di liquidità, anche sulla veloce concessione della stessa, evitando così un ulteriore danno nei confronti di si trova seriamente in difficoltà».

«Molte sono infatti le segnalazioni che pervengono dal mondo delle professioni e  delle piccole e piccolissime imprese, i più colpiti, in ordine alle richieste documentali degli istituti bancari per avere accesso alle linee di credito, con gestione delle procedure che confliggono con i tempi imposti dalla crisi.

«Se così è – ha proseguito Anastasi – la gabbia della burocrazia può davvero restringere le opportunità di ripresa  in questa grave congiuntura economica di cui solamente i lavoratori interessati possono comprendere sino in fondo i pericoli di chiusura delle attività».

«È di interesse comune – ha sottolineato  il consigliere regionale di ‘Io resto in Calabria’ – tutelare il mondo del lavoro, le famiglie, lo status generale degli attori delle imprese e delle libere professioni, che con il loro laborioso fare alimentano l’economia, arricchiscono il mercato regionale e offrono servizi indispensabili per assicurare il comune benessere, rendendo  più attrattivo il nostro territorio al fine di ulteriori azioni di sviluppo».

L’esigenza di offrire immediata liquidità alle aziende è sotto gli occhi di tutti: «Da qui, e per evitare di costringerli al fermo delle attività cui molti sono tentati, e per salvaguardare settori come il turismo, agenzie di viaggio, strutture balneari, ristorazione, alberghi, camping, che in previsione dell’ormai vicina stagione estiva necessitano di immediata liquidità per fronteggiare spese di investimento anche sul piano dell’innovazione, si rende necessario una più determinata e veloce disamina delle pratiche di valutazione delle richieste di finanziamento. C’è bisogno – ha affermato  Anastasi – di un’etica della finanza adatta al momento storico, che salvaguardi da ulteriore stress gli imprenditori, artigiani e liberi professionisti».

Secondo Anastasi «È vitale che l’accesso al credito, per altro garantito tutto dallo Stato, debba avvenire con la massima sollecitudine possibile, seppure nel pieno rispetto delle leggi. Se nulla deve essere più come prima – ribadisce il consigliere regionale – anche le banche  aiutino gli imprenditori e i liberi professionisti reggini assicurando quanto previsto dal Governo nazionale in maniera veloce per favorire la ripresa e la garanzia dell’occupazione. Per tali ragioni, mi appello agli organi di controllo preposti a vigilare su questa situazione e anche ai nostri referenti politici nazionali, perché affrontino nelle loro sedi politico-istituzionali questa situazione ed assicurare che le forme di aiuto economico previste dal Governo nazionale  non subiscano stravolgimenti ma ci si attenga fedelmente alle linee guida già definite». (dc)

Decreto liquidità: perché non funziona e non aiuta le aziende

Pubblichiamo il contributo di due esperti in campo contabile: il dott. Gaetano Condello (dottore commercialista) e l’avv. Giacomo Francesco Saccomanno (avvocato) che analizzano il decreto liquidità, individuando le tante criticità.

L’Italia in questa emergenza sanitaria ha pagato a prezzo alto la sua famosa burocrazia, che, soprattutto in questa situazione, ha avuto retroscena inverosimili, grazie a siti disorganizzati, inaccessibili da giorni e persone che aspettano sussidi per sopravvivere da troppo tempo.

In Europa, invece, la situazione è radicalmente diversa.

Tra le misure economiche adottate dall’efficienza tedesca, anche l’ormai famoso bonus di 5 mila euro per i lavoratori autonomi e per le piccole medie imprese che hanno fino 5 dipendenti a tempo pieno. A questo bonus si aggiunge un fondo federale da 9mila euro, che raggiunge quota 15mila per le imprese che hanno tra 5 e 10 dipendenti. Un mix di fondi locali e federali messi in campo per sostenere l’economia. Nessun limite di reddito per accedere ai bonus e ai fondi, nessun sito in tilt.

Ed in Italia?

Bonus Inps

Esito tragicomico.

Commercianti, artigiani e lavoratori autonomi: bonus di 600 euro ma non per tutti (sono esclusi i pensionati o i lavoratori dipendenti, anche con un part-time simbolico!!!)

Ma com’è andata?

L’Inps nella sua pagina aveva preannunciato che la richiesta delle domande sarebbe potuta avvenire dal 1° aprile, nonostante il decreto “Cura Italia” fosse datato 17/03/2020, e dove nei comunicati e nelle conferenze televisive fosse stato data per certa la celerità di questi aiuti e che i fondi sarebbero stati sufficienti per tutti. Ebbene, questa “celerità” è stata riscontrata in ben 2 settimane più tardi solo per presentare la domanda!

Qui nasce una prima considerazione: perchè?

L’Inps ormai conosce tutti i dati delle aziende, situazione, indirizzo… così come quando pretende di essere pagata, anche per una mera tardività sa dove bussare.

Quindi, ci si chiede il perché è stata imposta una procedura complicata quando l’aiuto sarebbe potuto essere automatico?

Sarebbe bastato anche un banalissimo sconto alla prima rata utile, prevista per il prossimo 16 maggio.

Inoltre, la categoria dei commercialisti ha da sempre potuto gestire, tramite apposite deleghe telematiche, le procedure che riguardassero i propri clienti.

Ebbene, l’Inps ha negato che tali professionisti potessero agire tramite delegati!

Il risultato è stato che, sin dai primi minuti dopo la mezzanotte del 1° aprile il sito fosse inaccessibile.

È noto a tutti che il sistema, è andato immediatamente in tilt e si sono verificate incredibili violazioni della privacy, in quanto si sono registrati casi in cui i contribuenti entravano nel sito con le loro credenziali e visualizzavano i dati di altri!

Nei giorni successivi i contribuenti sono stati costretti ad effettuare tentativi per ore ed ore, anche in orari notturni …

Successivamente, l’Inps, resasi conto della gaffe, ha dichiarato che anche i commercialisti sarebbero stati delegati per tali procedure… ma, alla data di oggi, ciò non è avvenuto nonostante i primi accrediti avvenuti giorno 15 scorso (a distanza di 1 mese). E non è finita qui!

Il Presidente dell’Inps, più volte, nelle varie interviste, aveva garantito che i fondi sarebbero bastati per tutti.

Beh … fonte Sky24, con post del 17/04 (1 mese dopo il decreto) ha riscontrato che mancano 48 milioni di euro per poter accettare tutte le domande!!!

Sospensione versamenti di marzo

Situazione molto imbarazzante!

Ebbene, districandosi tra i vari commi dei decreti, che spesso rinviavano ad altri decreti, modificati da altre norme (una giungla di burocrazia!!!) si è scoperto che il rinvio non riguardava tutti i tributi e contributi…

Sospensione versamenti di aprile e maggio

Situazione ancora più drammatica!!!

Dopo una paziente analisi nella giungla burocratica già citata, è emerso che tale sospensione potesse riguardare solamente i contribuenti che avessero avuto un calo di fatturato di almeno 1 terzo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ossia la sospensione dei versamenti di aprile riguarderebbe coloro che hanno avuto un calo di fatturato nel mese di marzo 2020 di almeno il 33% rispetto a marzo 2019, per i versamenti di maggio a coloro che nel mese di aprile 2020 avessero avuto un calo di fatturato di almeno il 33% rispetto ad aprile 2019.

Ebbene, ci si chiede come sia possibile durante un’emergenza sanitaria così importante, con attività chiuse e spostamenti limitati, chiedere uno sforzo così abnorme per l’aggiornamento tempestivo delle contabilità al fine di verificare se i versamenti possano essere sospesi, perché solo di sospensione si parla, e solo per qualche mese!

Credito d’imposta sulle locazioni

Pari al 60% del canone di affitto pagato (quindi, riservato solo a quelli che hanno potuto pagare), ma solo se l’immobile sia di categoria catastale C1 (negozi).

Conseguentemente, non possono beneficiarne tutte le attività diverse, come i laboratori artigiani (C3), gli uffici (A10) i commercianti all’ingrosso (C2), ecc.

Ammortizzatori sociali

Cassa Integrazione in Deroga: Si lamenta una terribile burocrazia, fatta di PEC ai sindacati, modelli da compilare, scannerizzare, fogli Excel da redigere, PEC da trasmettere alle Regioni che dovranno analizzarle per poi inoltrare all’INPS, cui seguiranno i pagamenti diretti … lungaggini burocratiche inconcepibili … i lavoratori dipendenti, quelli più fortunati, vedranno accreditati i loro stipendi ridotti non prima di svariati mesi!!!

Assegno per i dipendenti delle aziende artigiane: verranno gestite dall’FSBA (Fondo di Solidarietà Bilaterale Artigiane).

Qui, siamo nell’assurdo! Per avere possibilità di accesso, i datori di lavoro artigiani dovrebbero corrispondere al fondo contributi aggiuntivi negli ultimi 36 mesi, nella misura dello 0,60% sulle retribuzioni, cui si aggiungono euro 7,65 per ogni lavoratore al mese, e ciò nonostante la Cassazione si sia espressa contro l’obbligatorietà (sentenza n. 6530 del 10 maggio 2001, n. 8476 del 28 maggio 2003, n. 24205/2004 e n. 1530/2005).

Inoltre, solo se il fondo non avrà risorse disponibili le imprese potranno richiedere alle Regioni, con la trafila illustrata poco sopra, l’accesso alla Cassa Integrazione in Deroga, con ulteriori lungaggini in termini di erogazione.

Finanziamenti banca

La norma (decreto liquidità) parla di garanzia dello Stato per un finanziamento ammontante al 25% dei ricavi dell’ultima dichiarazione fiscale, oppure del doppio del costo del personale dipendente, con garanzia pari al 100% fino a 25.000,00 euro ed erogazione con iter veloce senza valutazione di merito.

Ebbene, le considerazioni da fare sarebbero tante, ci limitiamo a riportare quelle più importanti.

Innanzitutto, le banche, ad oggi, sono, certamente, impreparate, tant’è che nessuna pratica sembra sia stata fattivamente avviata e definita.

Fino ad oggi, gli istituti di credito si limitano a dare una consulenza generica e rimandare a “prossima settimana, in attesa di circolari esplicative”… e giusto per dare l’impressione al richiedente che saranno operativi con efficacia, chiedono bilancio 2018, denuncia redditi, modulo compilato, annuale iva 2020, bozza bilancio 2019 e certificato CCIA…

Ma non doveva essere un’istruttoria semplificata?

No, non sarà così, e tale concetto è stato ampliamente confermato dagli esperti del settore nei vari webinar che si sono tenuti.

La concessione è subordinata alla valutazione del merito creditizio da parte delle banche basata “sulla situazione finanziaria pre-crisi e non sull’andamento degli ultimi mesi, segnati dal Covid-19”; una formula vaga che attribuisce un enorme potere discrezionale al sistema bancario che, secondo le regole di Basilea -quelle che disciplinano l’erogazione creditizia-, valuta “in base alla situazione finanziaria pre-crisi”.

Per l’appunto, nella situazione finanziaria pre-crisi le banche già non erogavano fidi: perché le nostre piccole imprese sono, nella maggior parte dei casi sottocapitalizzate e sovra indebitate: in media, le imprese italiane hanno un capitale proprio pari alla metà del capitale che chiedono in prestito ad altri.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di presentazione del provvedimento, ha dichiarato che i finanziamenti, benché garantiti al 100% dallo Stato, saranno messi a disposizione “subito e senza aspettare l’ok del Fondo”. Peccato che non abbia specificato però quanto previsto all’art. 14 e cioè, semplificando, che le garanzie statali non saranno rilasciate per quelle imprese che, anteriormente al 30 gennaio 2020, avevano una posizione classificata in uno dei seguenti modi:

– di sofferenza, cioè con crediti la cui totale riscossione non è certa poiché i soggetti debitori si trovano in stato d’insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili;

– di partite incagliate, cioè con esposizioni verso affidati in temporanea situazione di obiettiva difficoltà che, peraltro, possa essere prevedibilmente superata in un congruo periodo di tempo;

– di esposizioni scadute o sconfinanti, cioè esposizioni che sono scadute o eccedono i limiti di affidamento da oltre 90 giorni e oltre una predefinita soglia di rilevanza;

– di inadempienze probabili, cioè esposizioni per le quali la banca valuta improbabile, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie, che il debitore adempia integralmente le sue obbligazioni creditizie, a prescindere dalla presenza di eventuali rate o importi scaduti e non pagati.

Ricordiamo che tra le “sofferenze” possiamo trovare anche segnalazioni di imprese (tante) che, in questi ultimi anni, hanno portato come attori (e non convenuti) le banche in Tribunale per vedersi riconosciuti i loro diritti a fronte di abusi commessi (anatocismo, usura, ecc.), e che tra le “esposizioni scadute o sconfinanti” possiamo trovare anche imprese che da più di 90 giorni non sono riuscite ad onorare anche una sola rata del finanziamento ottenuto.

Ricordiamo, infine, che tra le “inadempienze probabili” possiamo trovare anche imprese che sono solo “sospettate” di attraversare un periodo di crisi finanziaria.

Infine, non c’è certezza dei tassi di interesse che saranno applicabili, così come i costi di istruttoria …?

Praticamente ed ancora una volta, l’ennesima norma a favore delle banche!!!

In conclusione…

Non c’è ombra di dubbio che gli aiuti si sono rilevati insufficienti e per nulla in linea da quanto si voleva lasciar intendere.

Tranne la misera somma dei 600 euro per come sopra evidenziato, null’altro si è fatto per dare un contributo a chi non ha potuto lavorare (imprese che devono pagare i dipendenti, i fornitori, le utenze, ecc.).

Nessuno sgravio fiscale, nessun fondo perduto, solo parziali sospensioni ed accesso al credito (i pochi fortunati) per pagare debiti di tasse e contributi!!!

E lo chiamavano il “bel paese”…

(Gaetano Condello e Giacomo Francesco Saccomanno)

La grande beffa del decreto salva-imprese
Vincono i burocrati, i soldi non arriveranno

di SANTO STRATI – Sarebbero bastate una o due paginette al massimo per stabilire le modalità di concessione del credito che serve a ridare liquidità alle aziende. No, il Governo, per mano dei suoi burocrati, è riuscito a partorire un mostro di 44 articoli, quasi ventimila battute (2714 parole, per essere precisi) che di fatto negherà aiuti immediati alle imprese, soprattutto alle più piccole, a quelle dei giovani, a quelle gestite da donne. Le più deboli, quelle che risentono di più della mancanza di incassi e di liquidità.

Neanche il più folle contabile amministrativo avrebbe saputo fare di meglio, a dimostrazione – ove ce ne fosse stato bisogno – che siamo governati da incompetenti che sono lontani mille miglia dal Paese reale. Un Governo che si basa sugli annunci, grandi annunci con cui accendere speranze dei poveri cristi che che da un mese non battono un centesimo nel registratore di cassa e si sono dimenticati persino come si fa una fattura elettronica. Una marea di imprenditori, soprattutto piccoli e medi, che ricevono una bombola di azoto liquido al posto dell’ossigeno.

Se si voleva accelerare il disastro Italia, lo strumento è stato trovato, è un decreto soffoca-imprese (e certo non le salva) che un qualsiasi neodiplomato in ragioneria avrebbe scritto meglio. Con un particolare di non poco conto: soffoca le imprese e avvantaggia le banche, che non solo non rischiano nulla ma sono persino legittimate ad applicare commissioni sull’istruttoria del prestito  però “limitate al recupero dei costi” (punto H dell’art. 1).

C’è solo da augurarsi che la Regione Calabria che per prima in Italia ha accantonato e promesso 150 milioni (di soldi veri) per aiutare le imprese, non si faccia dominare dall’eventuale delirio di onnipotenza dei burocrati di Germaneto e provveda in tempi rapidissimi a rimettere in moto l’economia del territorio.

Già perché i tempi sono la cosa più insopportabile del decreto del Governo: solo a studiarsi il testo pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale i funzionari di banca addetti al credito avranno bisogno di qualche settimana, per poi costruire un’ipotesi di credito per l’azienda morente. Sempre che ne abbia diritto e il titolare non abbia mandato (giustamente) a quel paese il direttore dell’istituto di credito e i suoi zelanti addetti che gli hanno sempre negato qualsiasi aiuto (e nel Mezzogiorno questa è storia di tutti i giorni).

Per capire quanta astrusità e cecità abbia potuto guidare il Governo nell’emanazione del decreto saranno utili un paio di esempi.

In Svizzera – riferisce sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella – basta una paginetta all’imprenditore che vuole avere un prestito pari a un decimo del suo fatturato dello scorso anno fino a 500mila euro. Non basta, tenetevi stretti sulla sedia per non cadere: i soldi dopo un paio d’ore sono già sul conto corrente dell’impresa. In Germania sono in po’ più lenti, si prendono una mezza giornata. Da noi se tutto dovesse andar bene serviranno dalle tre alle cinque settimane per istruire la pratica. E le banche hanno già avviato il piagnisteo, per voce del presidente dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli,  che due terzi del personale è in smart-working, cioè lavora da casa, e quindi bisogna pensare che ci sarà inevitabilmente qualche ritardo aggiuntivo… Ma perché li contano a mano i pochi spicci che – ammesso e non concesso – la banca “graziosamente” (tanto non rischia nulla) avrà in mente di erogare?

Ci vogliamo prendere in giro?

Qui sono in ballo milioni di posti di lavoro, centinaia di migliaia di aziende che non riusciranno a riaprire né tantomeno a ripartire e si pensa di dare i soldi quando farà comodo agli “esecutori bancari” delle complesse norme del decreto? Patuelli, peraltro, ha detto a Milano Finanza che la liquidità non è immediata: «sarà prima necessario ottenere il via libera Ue allo schema. E poi perché, per le coperture sotto il 100%, le procedure non potranno che essere quelle ordinarie. Non si potrà fare diversamente perché non sembrano previste deroghe al testo unico bancario né alle norme di vigilanza per semplificare le pratiche di fido con garanzie».

Con un altro particolare di non poco conto: se l’azienda fallisce, non solo le famiglie dei lavoratori vanno sul lastrico, ma lo Stato non incassa un centesimo di tasse. Ma che bisogna essere laureati alla Bocconi per capire questa semplicissima regola dell’economia reale?

E veniamo all’improbabilità di concessione del credito. Intanto i sei anni di rimborso (pur con la prima rata posticipata fino a 24 mesi) sono ingestibili con una situazione di crisi che non ha alcun riferimento con il passato e di cui nessuno è in grado di prevederne la durata. Ce la fa un’azienda a riprendersi e ripagare il debito in sei anni? Poi le condizioni di ottenibilità sono fatte apposta per stroncare le aziende più deboli, quelle più colpite dalla crisi dei consumi che ormai pesa da almeno due anni.

Per le piccole e medie imprese si fa riferimento al fatturato e ai costi del personale per il finanziamento che «deve essere destinato a sostenere i costi del personale, investimenti o capitale circolante». E si specifica che l’importo del prestito non è superiore al 25% del fatturato 2019 o al doppio dei costi del personale come si deduce dal bilancio (che nessuna azienda ha ancora approntato né approvato). Facciamo un esempio che magari può accendere qualche lampadina a chi ha vergato il decreto: Pasquale ha una piccola azienda familiare con annesso negozio per la produzione di bigiotteria. Da due anni, complice la contrazione dei consumi dei prodotti di non prima necessità, ha fatturato lo scorso anno malappena 10mila euro.

Bene, il Governo lo aiuta garantendo in pieno il suo prestito che la banca gli darà (quando sarà pronta a farlo) di ben 2.500 euro! Con questa cifra il povero Pasquale dovrebbe pagare i contributi previdenziali, le tasse e l’affitto del negozio, dimenticandosi delle perdite subìte in due (?) mesi di chiusura. Ah, e, naturalmente, dal 2022 deve ricordarsi di mettere da parte 35 euro al mese per rimborsare l’aiuto ricevuto. Ma stiamo scherzando?

Altro esempio: l’industriale Lello lo scorso anno ha fatturato – bontà sua – 10 milioni di euro. Se vuole potrà avere un milione e mezzo di euro, garantiti al 90% dallo Stato), per far ripartire (?) la fabbrica, i cui dipendenti sono stati in cassa integrazione (quindi a carico dei poveri contribuenti italiani) per tutto il periodo della forzata chiusura dello stabilimento.

Questo si chiama equità finanziaria che corrisponde al suicidio economico di uno Stato che soffoca la piccola impresa e protegge la grande industria. E quando verranno a mancare le tasse, i contributi, l’iva delle piccole aziende dove troverà i soldi questo Stato? Bella domanda, peccato che né il presidente Conte né il ministro dell’Economia Gualtieri forse si sono posti, vantandosi solamente di aver dato “400 miliardi per le imprese!”. Non sono soldi reali – ricordiamocelo – sono solo garanzie. Lo Stato non caccia una lira per le aziende, questo risulta chiaro.

E, come se non bastasse, c’è un codicillo in questo decreto-monstre che specifica che l’efficacia dei provvedimenti di aiuto alle imprese è ovviamente «subordinata  all’approvazione della Commissione Europea ai sensi dell’articolo 108 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea».

Ma non finisce mica qui. Torniamo un attimo indietro nella procedura di assegnazione degli aiuti (ma quali aiuti? ribadiamo che sono garanzie sui prestiti che abitualmente le banche negano agli imprenditori che provano a lavorare e creare occupazione). C’è un bel rimpallo tra la Sace (la società a capitale pubblico che si occupa di garantire le aziende che vengono all’estero) e il Ministero, tra chi dovrà valutare, gestire, assegnare le garanzie sui prestiti.

Insomma, l’invito ad abbassare le serrande è più che esplicito. L’unica consolazione (si fa per dire) è che prima che venga convertito in legge ci sono 60 giorni per le opportune modifiche da parte di Camera e Senato. Sperando che qualche parlamentare coscienzioso sia disposto a sacrificare una buona giornata del suo tempo soltanto per leggere i 44 articoli del decreto. Perché in questo caso ci sarebbe solo un solo emendamento da proporre: questo decreto fa schifo e va immediatamente corretto e modificato.

Prevedendo, in una nuova formulazione, provvidenze a fondo perduto per le aziende, le piccole imprese, i lavoratori autonomi, le partite iva, che hanno perduto due mesi di incasso, pur restando inalterati i famosi costi fissi: affitti, utenze, contributi, imposte locali e tasse nazionali. E prevedere soldi veri, immediatamente, nei conti correnti delle aziende.

Il sottosegretario grillino alle Finanze Alessio Villarosa, aveva preparato una bozza di intervento che prevedeva subito 10mila euro alle famiglie e 100mila alle aziende da rimborsare rispettivamente in 10 e 30 anni. Questa sarebbe stata liquidità vera: per riaccendere i consumi delle famiglie e dare ossigeno alle imprese. No, non se ne parla nemmeno. Come se i grillini non fossero al Governo. Non abbiamo mai patteggiato per alcuna parte politica, ma la nostra simpatia a Villarosa non possiamo questa volta fare a meno di esprimerla. Gli suggeriremmo di formare un nuovo gruppo parlamentare, quello dei “sognatori”, ovviamente a lui andrebbe di diritto la presidenza…

Adesso che sono chiare le intenzioni del Governo sull’affondamento-Italia (ma quale ripartenza?) la palla passa alla regione. L’assessore al lavoro Fausto Orsomarso aveva espresso qualche giorno fa a calabria.live il suo ottimismo sulla tempistica della Fincalabra per distribuire liquidità alle imprese, ma doveva aspettare il decreto governativo per presentare un progetto più definito. Il decreto c’è e provocherà disastri, come se non bastassero l’angoscia sanitaria del virus e l’assurda quantità delle sue vittime. Tocca dunque alla Regione far ripartire la Calabria, aiutare gli imprenditori calabresi e dispensarli dalla carta straccia del decreto  8 aprile 2020 n. 23. Ci hanno impiegato due giorni per farlo uscire sulla Gazzetta Ufficiale. Sarebbe bastata una paginetta: nome dell’azienda e codice fiscale, importo richiesto (25mila euro senza la minima applicazione di formalità burocratiche) o importi superiori (da valutare in mezza giornata dalle Camere di commercio) e allora sì, “riparti Italia”.

Forse gli imprenditori calabresi che hanno avuto subito in dono dalla Giunta il provvedimento Riparti Calabria, una volta tanto, saranno i più fortunati tra gli italiani. Fosse vero. (s)

Il testo completo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale