di MONS. SERAFINO PARISI – Con il mio augurio di “buon anno scolastico” per questa volta voglio infrangere le regole della consuetudine presentandolo come una vera e propria provocazione. Parto, pertanto, da un’opera classica, potente quanto attuale, riscoperta dal vasto pubblico in queste ultime settimane, grazie alla riproposizione cinematografica fatta dal regista Christopher Nolan: l’Odissea. Non entro nell’analisi critica del film, molto divisivo secondo il parere di alcuni esperti, ma colgo la domanda che la narrazione, pur appartenente a un mondo lontano dal nostro, pone a tutti noi, sorprendendoci con la sua schietta attualità. Questa, direi, è l’ovvia peculiarità dei capolavori classici.
Per la precisione, mi concentrerò soltanto sul Canto XII, quello delle Sirene, reso da Nolan un’occasione per la profonda introspezione dell’eroe. In primis egli dubita della bontà delle proprie gesta, evidentemente perché la sua brama di conoscenza di ogni cosa, assecondata dal canto delle Sirene alle quali era noto il passato e il futuro, lo porta a prendere coscienza della tragicità dei risultati delle sue imprese, contemplando quasi il non senso delle azioni eroiche che adesso egli biasima e che inesorabilmente ripeterà nell’avvenire. Si tratta di una forma strana di nòstos… ma ci può stare. Però, nonostante ciò, la rivisitazione della vita pregressa non potrà mai negare che l’impostazione dell’esistenza di Odisseo (l’Ulisse dei latini) è stata pensata come una progressione nella via della conoscenza realizzata “per addizione”, di sorpresa in sorpresa, inclusa l’esperienza sconsigliatissima dell’ascolto del canto di quelle suadenti strane creature.
Odisseo sa già, perché avvertito da Circe, che il loro irresistibile canto ha condotto tanti alla rovina. L’ascolto della loro voce porta con sé il rischio di fermarsi, di piegare anche la più forte volontà, di dimenticare il viaggio, di perdere la rotta e pure la vita. I cadaveri disseminati sugli scogli ne sono la prova lampante.
Ma la tentazione del sapere assoluto esercita un’attrazione fatale in tutti gli esseri umani: la consapevolezza delle azioni passate ma, soprattutto, la conoscenza della sorte futura nasconde un fascino seduttore. Vedere il confine pericoloso tra il mortale e ciò che lo supera è un’ulteriore sfida da cogliere. Odisseo vuole tutto ciò! Egli è, infatti, l’uomo (sia eroe che antieroe) che strappa il velo del timore (greco, ma anche biblico, dunque universale) del fascino di una conoscenza che supera i limiti dello stesso essere umano. Ecco quindi che escogita un piano: tappa con la cera le orecchie dei suoi compagni dando loro l’ordine di legarlo all’albero Maestro della nave e di non liberarlo per nessun motivo. La scena è potente, perché Odisseo non dice: “Non voglio ascoltare”, egli dice: “Voglio ascoltare, ma non voglio cedere”.
Odisseo vuole continuare a vivere e vuole assolutamente e fortemente tornare a casa. Le Sirene promettono il sapere, toccando un tema che è un must perenne, quello della conoscenza del bene e del male collocato anche all’inizio della narrazione della Bibbia. Quando l’uomo sceglie e decide di valicare i confini, deve essere disposto a cambiare la sua condizione, perché “una conoscenza completa consuma chi cerca di possederla”.
La Verità supera i limiti dell’esperienza e dunque della comprensione umana, eppure spinge verso il loro superamento, sapendo già che la consapevolezza di alcune conoscenze non è compatibile con la condizione mortale. È proprio accettando il limite che si esprime e si coglie la grandezza dell’uomo. Essere liberi significa anche valutare e vagliare consapevolmente i propri limiti per non diventare schiavi di ciò che ci seduce. E Odisseo mostra qui tutta la forza dell’autodisciplina: solo riconoscendo la propria fragilità è capace di darsi le regole per rimanere sulla rotta, per giungere alla meta.
Il limite non è sempre il nemico della libertà, a volte è proprio ciò che la rende possibile. Odisseo sa che ci sono “canti” che non si possono ascoltare senza conseguenze. Ecco perché si fa legare. Conoscere ha un prezzo e il desiderio del sapere si compie restando legati ai punti fermi che sembrano limitare la libertà e che invece consentono di comprendere senza rimetterci la vita, tenendoci ancorati al porto sicuro, quello che chiamiamo casa.
E dunque ecco la domanda: dato che ogni epoca ha le sue Sirene, per trasformare il mito in una promessa concreta di libertà e conoscenza, quali sono le Sirene alle quali dare ascolto “sub conditione” proprio mentre abbiamo accesso a una quantità sterminata di informazioni? Quelle che ci offrono l’illusione dell’onnipotenza? Quelle che ci possono rendere dipendenti mentre crediamo di scegliere? Quelle che sussurrano che è possibile uno sviluppo – umano, sociale e culturale – senza un effettivo progresso? Così intitolerei la lezione che gli insegnanti potrebbero riproporre agli studenti: «Imparare ad ascoltare senza farsi dominare». La scuola, infatti, non è chiamata a tappare le orecchie, la sua missione anzi punta ad aprirle al massimo per favorire l’ascolto ad oltranza.
Ragazzi, nessuno vi dovrà e potrà convincere di essere già arrivati alla conoscenza assoluta. Per questo motivo ascoltate sempre chi sa mettervi nel cuore una sana inquietudine, chi sa collocarvi davanti a domande cui è impossibile rispondere con un click. Ascoltate chi vi fa scoprire e, soprattutto, chi vi fa prendere coscienza che “non sapete”, non per umiliarvi, ma per spronarvi a studiare e farvi venire la voglia di apprendere. La scuola vi insegnerà a riconoscere le Sirene per comprendere quale sia il vostro canto tentatore e irresistibile. Omero continua a chiedere: che cosa siete disposti ad ascoltare? Che cosa vi incanta? Che cosa vi rende liberi? E che cosa, invece, vi lega? Salite, allora, sulla nave, contemplando la vastità del mare ancora ignoto. Ci saranno tempeste e bonacce e Sirene, tante e bellissime Sirene.
Lanceranno il loro canto suadente propagandando comodità, successo, oppure paura o consenso o conoscenza. Ascoltatele, però chiedetevi: «Chi sta cantando»? «Che cosa mi sta promettendo»? «Dove mi vuole portare»? «Sono ancora io a scegliere»? «Sono ancora io a tenere il timone»? Perché la libertà non consiste nel non sentire nessun canto. La libertà consiste nel poterlo ascoltare senza perdere mai la rotta verso casa. Desiderate l’aurora! Si realizzerà in questo modo un grande insegnamento, cioè: che non bisogna avere paura del canto e che è necessario ascoltare senza perdere i capisaldi certi… imparando a chi dare attenzione e verso dove andare. Questo significa non temere la conoscenza, ma di desiderarla abbastanza da accettare la fatica che richiede la traversata… anche nella notte oscura. Perché alla fine la vera libertà non consiste nel non essere legati a nulla, ma nel sapere a che cosa e a chi legarsi, come i tralci alla vite, direbbe il Vangelo.
Buon viaggio, ragazzi. Vi auguro un anno vivo. E che la vostra nave vada lontano. Ma, soprattutto, che sia la “vostra” nave e voi a condurla.






