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Sergio Mattarella

Lettera aperta al presidente Mattarella: Venga al Sud

di GIUSY STAROPOLI CALAFATISe qualche settimana fa incominciai scrivendo: Caro “Futuro” Presidente della Repubblica, oggi scrivo cominciando con un semplice: Caro, Presidente Mattarella. 

Non ho sbagliato, affidandomi alle mie sensazioni “patriottiche”, pensando al Capo della Stato, nei giorni in cui il Parlamento, in seduta comune dei suoi membri, si agitava a causa di una concordia nominativa che faticava ad arrivare. Non ho sbagliato, no, a fidarmi di quelle che sarebbero state le capacità umane, le doti morali, e soprattutto il senso altissimo dell’onore con cui il Presidente della Repubblica, avrebbe accettato di servire il paese. 

Se dunque, nei giorni passati, la mia lettera veniva indirizzata a un immaginario Presidente della Repubblica, oggi si rivolge a lei, mio Caro Capo della Patria, che presiede questo paese con la sua carne e con le sue ossa. Con il suo spirito italiano e il suo sangue costituzionale. Indirizzo queste mie parole a lei che, non solo ormai ha un volto preciso, gli occhi blu cielo, un nome e un cognome già noti all’anagrafe di questo paese, ma questi stessi segni di riconoscimento, si rivelano tutti come verità riconfermate. 

Ho atteso con trepidazione il suo giuramento alla Repubblica, e seppure la Costituzione non lo prevede, in segreto, da casa mia, anch’io ho giurato con lei. Con tutti i miei 43 anni di vita, per amore dei miei quattro figli, e per quello che smisuratamente nutro per la mia amata terra natia. Ho seguito composta il suo discorso alla nazione. Mai così attese furono, parole più grate. Da sempre c’è una questione che mi preme forte dentro al cuore ed è la stessa che preme anche a lei. E ci unisce. E si chiama “Unità Nazionale”.

Le scrivo da una parte del paese, caro Presidente, che troppe volte si è vista pisciare sulla testa dal resto d ’Italia. Le scrivo dal Sud, quella terra che per colpa dei disfacimenti della storia, è stata ingiustamente destinata all’inferno, e che invece splende, a tutt’oggi, di luce propria come un paradiso.

Le scrivo dalla Calabria, Presidente, dalla mia inguaribile Magna Grecia. Pervasa da contagiosa speranza, mentre dalla finestra della mia casa, vedo scorrere lento il verso azzurro del Tirreno verso Tropea, fino a Stromboli, per ricordare alla gaudiosa Repubblica italiana che, per rinvigorire i suoi processi di sviluppo sulla base delle più lungimiranti visioni europee, è necessario che l’Italia si riscopra una e una cosa sola. Un grande paese d’ Europa.

Si slanci da “Quel ramo del lago di Como che volge a Mezzogiorno, fino a “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte”, per raggiungere poi, le meravigliose nostre isole. Acquisisca l’importanza della sua storia primordiale, e riparta dal cuore antico della sua paesologia. Dai ritmi umani del Sud, e da quelli laboriosi del Nord. E si includa in un’unica visione repubblicana di paese. Ma affinché ciò avvenga, è necessario che il Nord riconosca il Sud come parte di sè, e non più sulla base della visione romantica degli amanti sedotti dal piacere dei corpi che si intersecano, ma dell’unica carne di due corpi che si fondono in uno, attribuendole i reali meriti e il giusto valore. 

Presidente, è con pellegrinaggi verso i paesi del Sud, che auspico voglia inaugurare la vita della tredicesima Repubblica italiana. Tra le misconosciute terre del vecchio Regno d’ Italia. Dove ancora è palpitante e viva la storia del paese, e qui vi sventola, sospinto dal grecale, aiutato dallo zefiro, corretto dallo scirocco, invogliato dal libeccio e ansimato dalla tramontana, il Tricolore. In mezzo alle vigne rosseggianti di Cirò, tra le sopravvissute vetuste aspromontane, al fianco dei volti coloriti dei carbonai delle Serre, in alto ai​ santissimi loricati del Pollino; da Montalto a Sant’Elia, da Mongiana a Soverato, da Mileto a Nicotera a Tropea, da Cariati a San Giovanni in Fiore, da Ferramonti a Tarsia, da Cerchiara a Laino Borgo.

Unità, Presidente. Unità Nazionale. Parità geografiche, uguaglianze territoriali. Meritocrazie estese, e identici progetti di formazione umana e professionale. Garanzie di identità. Formazioni e prestazioni omogenee nei confronti dei giovani, quale futura classe dirigente del paese, affinché siano tutti pronti e preparati per assolvere questo nobile compito, adornando la loro mente di condizioni utili che serviranno al loro domani per svolgere attività nel nostro paese. Così si espresse Sandro Pertini nel suo discorso all’Italia, il 31 dicembre del 1983. 

Sincerità di credo, Presidente, per il bene del paese. Condanna ferrea al concetto frammentario delle due Italie. Una e una sola ne celebra la Costituzione, e uno e uno solo è il popolo a cui essa parla, che tutela, garantisce e protegge. Una e una sola la legge, uno e uno solo il paese. Senza allusivi sinonimi e senza neppure i benché minimi contrari. Integrità e autoctonia. 

Di questo scrivo nei miei libri, nella mia opera di rigenerazione e valorizzazione del Sud del paese, che diventa perfetto e sincero palcoscenico di tutti i miei scritti. Delle mie poesie, dei miei romanzi. Perché quaggiù si torni a proteggere il fuoco e non si perseveri ad onorare le ceneri. 

Da cittadina italiana che vive al Sud, da madre calabrese che stringe gli occhi per non piangere vedendo i propri figli partire, distrarsi altrove, scrivo al Capo dello Stato, perché la sua parola alla Nazione, è la sola che non passa, essa, infatti, entra nel cuore della gente e lì vi resta. Si fa esempio, e si fa storia.  Per questo, chiedo a lei, che se ne parli, presidente. Della Calabria e del Sud. Si raccontino i sacrifici a cui la storia ci ha costretti, davanti alla quale non ci siamo mai tirati indietro.

Ci sono giorni in cui la paura che la mia terra chiuda per mancanza di tutto, è davvero tanta. A volte manchiamo proprio noi stessi, e tutto accade quando cresce, nella sfiducia dei cittadini, la percezione di essere nati già al confino. Di dover fuggire, doversi difendere. Ma anche questa è l’Italia. Anche qui, in questo fazzoletto di terra, si intona l’Inno di Mameli. E a volte anche con gli strumenti tradizionali. C’è una Calabria che l’Italia davvero ancora non conosce. Di cui non si preoccupa e che lascia dannatamente sola. E forse è per questo che la mia terra, disperatamente scalpita. E si incancreniscono i suoi abbattimenti e i suoi tormenti. 

Corrado Alvaro insegna che la disperazione più grande che possa cogliere una società, è dovuta al dubbio che vivere rettamente sia inutile. Io non l’ho questo dubbio, presidente. Ma i nostri ragazzi sì. E si perdono, si allontanano perché smarriti in un’Italia ancora troppo poco includente e molto di più inconcludente.  Quaggiù tante sono le lotte, e sono civili, politiche, culturali. Ma serve sostegno, e badi bene Presidente, sostegno, non assistenza. Considerazione, non approssimazione. Le battaglie culturali, molte delle quali mi vedono diretta protagonista, hanno bisogno di essere sostenute quando giungono sui tavoli di lavoro del governo centrale.

Attendo ancora nuove, io stessa, riguardo il Manifesto, di cui scrissi anche a lei, con cui noi calabresi, chiediamo al Ministro dell’Istruzione, una rielaborazione riguardo le linee guida, attraverso cui viene consigliato alla scuola lo studio degli autori italiani del ‘900, affinché al fianco dei siciliani Verga e Pirandello, vengano iscritti a regime, anche i nomi, almeno i più rilevanti, dei geni letterari calabresi, tra tutti Corrado Alvaro.

Lei stesso ha ricordato, proprio a Pizzo, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico 2021-2022, insieme al Ministro Bianchi, e nei confronti del quale mi piacerebbe si facesse portavoce, che proprio la scuola ha il compito di insegnare ai nostri ragazzi di diventare dei buoni cittadini italiani. Un concetto certamente condiviso, ma che però, dovrebbe far sentire italiani anche i ragazzi calabresi, passate le cerimonie ufficiali. Perché essere buoni italiani, significa anche poter essere protagonisti di questa Italia, e ognuno con la propria identità. 

Il professore Walter Pedullà, tra le voci viventi più rappresentative del ‘900 italiano, ricorda a sé stesso e a noi, che gli autori calabresi novecenteschi, hanno ognuno almeno un libro necessario per intendere all’italiano cosa è il Sud e cosa l’Italia. E se quello di Pedullà vuole essere un suggerimento, allora, questo è il momento giusto per essere accettato. E in regime di unità nazionale.

La Calabria ha bisogno di conoscere la propria storia, l’Italia la storia della Calabria. Entrambi percorsi necessari affinché le nuove generazioni, quelle della scuola appunto, vengano introdotte e intelligentemente all’Europa e al resto del mondo. 

Senza lo studio a scuola dell’epopea novecentesca italiana, narrata ‘anche’ dai calabresi, letti e tradotti in tutto il mondo, il paese mancherà sempre di un pezzo di storia essenziale, e gli studenti italiani verranno ripetutamente privati di una visone sociale, morale, civile e culturale, vera. Reale. 

Solo se diventa forte la scuola, diventa fortissimo il paese. Una proposta, quella lanciata dalla sottoscritta, che non ha forma individuale ma collettiva, e il cui valore non è limitante alle aree del Mezzogiorno, ma include il valore di unità. Riguarda l’Italia. Tutte le sue regioni. 

Un popolo per capirsi veramente deve conoscere i suoi artisti, altrimenti rimane indietro, diceva Saverio Strati. E la mia, anzi la nostra, caro Presidente, non è una proposta, ma la domanda attraverso la quale si chiede di dare ai nostri figli, la possibilità di un viaggio d’istruzione importante per la crescita personale e quella del paese.

Bene il Pnrr per la rinascita e la crescita economica dell’Italia, ma che si sviluppi con la sola formula dell’Unità Nazionale, tenendo conto che lo sviluppo economico è frutto di un altrettanto sviluppo culturale. Che se anche con la cultura non si mangia, con l’ignoranza si muore.

Il paese ha necessità impellenti che non possono più essere ignorate, e che non si orientano sulla base dell’esercizio del singolo, ma tracciano linee continue e comunitarie, dal Nord al Sud del paese e viceversa. 

La scuola, è necessario torni a essere la più fiorente industria produttiva d’Italia. Con un’offerta formativa completa. E la Calabria, con i suoi geni delle lettere deve tornare tra i banchi di scuola. Corrado Alvaro non può più aspettare. Per troppo tempo lo abbiamo tenuto distante dai programmi di crescita politica, culturale e sociale del paese, lui che è stato uomo mediterraneo e scrittore europeo. La depressione sociale del paese, è conseguenza anche di certe assenze. Di precisi mancati orientamenti. La scuola non può permettersi di coniugare al futuro le aspettative dei giovani studenti, ma è al tempo presente che deve imparare a parlargli. È oggi che deve fornirgli i mezzi necessari e giusti per esprimersi, proporsi, sentirsi protagonisti di un paese che ha voglia di crescere, e in esso crescere buoni cittadini del mondo.

Se le ricorda lei, presidente, le parole dure, pungenti e vive, che Corrado Alvaro mette in bocca al giovane Antonello, in quelle poche righe che chiosano il racconto Gente in Aspromonte?

«Finalmente potrò parlare con la giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!».

Ecco, i ragazzi italiani devono conoscerle certe storie, leggerle, approfondirle, analizzarle, cercale nella storia, per acquisire la consapevolezza della vita, non essere colti dal dubbio che vivere rettamente sia inutile, processare, in modo positivo, la realtà in cui tutti noi viviamo, cercando di cambiarla. 

La letteratura è una buona maestra di vita. Ma l’offerta va ampliata. Va resa veritiera e totale.

Il Sud, caro Presidente, deve tornare protagonista, e non come luogo geografico, ma come parte del mondo, anche sui banchi di scuola, nei libri di testo, come è il resto del grande Nord. Un fatto storico, mi creda, che scriverebbe certamente l’inizio del vero riscatto culturale e sociale di una terra sempre calcolata impari e mai pari. E i ragazzi calabresi, li farebbe diventare definitivamente italiani

In un mondo che rischia di disperdere le memorie tra messaggi fatui e vuoti, conoscere le opere letterarie e gli Scrittori Calabresi significherebbe, prima di tutto, combattere l’apatia portata dalla dissolvenza del nostro senso di appartenenza. La letteratura calabrese se riportata a dimensioni nazionali (e nel caso specifico di Corrado Alvaro elevata a dignità europea) darebbe la spinta decisiva alla riconciliazione del Paese dell’unità malcerta. Ridurrebbe quella disuguaglianza culturale insopportabile, come tutte le disuguaglianze.

L’Italia, ha l’obbligo di disimpegnarsi categoricamente dal progetto dei malfattori, nel costruire un paese abitato da teste di legno come Pinocchio, e impegnarsi, invece, a favore dei tantissimi padri con il cuore di carne come Geppetto. Con il ventre materno e paterno della Repubblica che rappresenta. Il bene prevalente di onorata Madre Patria.

Il Tempo è un Dio breve, Presidente, arriva e passa. Ma è proprio nella sua irrefrenabile corsa che, insieme agli italiani, da buon padre di famiglia, dovrà Lei, scrivere ancora un altro pezzo di storia del paese. E’ una grande responsabilità, è vero, ma è altrettanto vero che la responsabilità è bellezza. E questo suo secondo mandato ne è praticamente testimone.

Se un giorno potessi incontrala per parlarle della mia terra e della mia gente, realizzerei un sogno; se un giorno potessi accompagnarla a fare un giro nella mia terra facendole conoscere la gente che mi appartiene, realizzerei un sogno.  Se un giorno accadessero entrambe le cose, ne realizzerei due. (gsc)