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Terme Luigiane

L’OPINIONE / Paolo Veltri: l’infelice vicenda delle Terme Luigiane

di PAOLO VELTRI – Quanto sta accadendo alle Terme Luigiane di Guardia Piemontese è – per dirla alla Flaiano – grave ma non serio. Contravvenendo alle più elementari norme – scritte e non scritte – del vivere civile, della saggia amministrazione del bene pubblico, dell’equilibrio di chi dall’alto ha il diritto e il dovere di intervenire con opera di mediazione, di chi deve amministrare giustizia, si sta perpetrando uno scempio di dimensioni gigantesche.

E, dopo un anno a scartamento ridotto a causa del Covid, ora salta la stagione termale. I fatti. Quelli non tecnici li ho appresi strada facendo dall’esterno, quelli tecnici li ho studiati a fondo in quanto mi sono occupato, in qualità di consulente della Sateca, della stima della portata di acqua calda termale necessaria a far funzionare a regime gli impianti delle Terme Luigiane.

Le terme sono uno degli stabilimenti termali più famosi in Italia e in Europa, le cui sorgenti di acqua calda sono note sin dall’antichità per l’elevato contenuto sulfureo e per le caratteristiche terapeutiche di diversi tipi di patologie. Già all’epoca di Plinio il Vecchio erano conosciute le virtù curative delle acque calde – Acquae Calidae Tempsae – che presero l’attuale nome nel 1850 in onore del principe Luigi Carlo di Borbone. La venuta a giorno delle sorgenti è in una contrada ai piedi della Rupe del Diavolo, da dove sgorgano quattro sorgenti denominate Galleria Calda, Sorgente Caronte, Sorgente Minosse e Galleria Fredda. Sono acque sulfuree salso – bromo – iodiche.

Le prime tre sono ipertermali, naturalmente calde con temperatura compresa fra 42 e 47 gradi centigradi, con il più elevato contenuto di zolfo d’Italia. Le acque vengono quindi convogliate in due stabilimenti termali e utilizzate per balneoterapia, fangoterapia, cura per malattie ginecologiche, dermatologiche, estetiche, rinopatie, disturbi respiratori. Sono acque termali universalmente conosciute e apprezzate e attirano da decenni decine di migliaia di turisti, che associano le vacanze lungo la costa tirrenica alle formidabili proprietà curative delle acque termali.

Detta così, sembra una eccellenza da preservare, un gioiello da tenersi caro, un traino al cui seguito innestare un progetto di turismo balneare, terapeutico, religioso (San Francesco di Paola è a dieci chilometri!). Sembra tutto semplice e invece non è così, perché la Sateca, godendo di un privilegio pluridecennale per le concessioni via via ottenute e prorogate, avrebbe di fatto monopolizzato il servizio e si sarebbe arricchita! È da dire, a riguardo, che l’intero comparto termale nazionale dovrebbe rivedere i canoni di concessione, che attualmente assommano ad appena poco più di 1,5 milioni di euro all’anno.

Il rinnovo della concessione era dunque l’occasione ideale per rivedere i rapporti fra i due comuni e la sub-concessionaria Sateca (è bene ricordare che i comuni di Guardia Piemontese e Acquappesa sono concessionari, essendo la Regione proprietaria delle acque). Si doveva cioè cercare con anticipo una soluzione che evitasse di tener fermi gli impianti per un altro anno. Dopo mesi e mesi di tira e molla, di incontri mancati, di pretese assurde e fuori da ogni logica di mercato la soluzione non è stata trovata.

Tutt’altro, e si è giunti a proposte che offendono il buon senso: per ottenere una portata di 10 l/s, di gran lunga inferiore al quantitativo necessario e gestibile per il funzionamento delle terme, i due comuni hanno chiesto alla Sateca un canone annuo di oltre 370.000 euro, calcolato confondendo l’acqua calda con quella minerale e di sorgente; la concessione del quantitativo necessario per il normale funzionamento è stato posto pari a oltre un milione di Euro, assolutamente fuori scala se confrontato ai circa due milioni di Euro, somma  di tutti i canoni pagati annualmente dalle stazioni termali di tutta l’Italia (dati del 2015 del Mef, La concessione delle acque minerali e termali).

Il resto dell’abbondante venuta naturale di acqua termale è stato messo a gara e, nell’attesa, la preziosa risorsa viene buttata nel vicino torrente Bagni!

All’avviso esplorativo per la scelta dei nuovi gestori hanno risposto cinque aziende, tutte del territorio campano, tutte con esigue risorse disponibili, tutte operanti in settori che poco o nulla hanno a che fare con il termalismo, essendosi occupate di fognature, pulizia delle strade, lavori edili, etc. Il tutto mentre sono a spasso centinaia di lavoratori specializzati: un paradosso, se si pensa alle centinaia di stabilimenti chiusi per mancanza di lavoro e con i sindacati che si affannano quotidianamente a trovare soluzioni anche fantasiose per non far perdere lavoro.

Insomma, siamo in presenza dell’ennesimo caso di mala Calabria: persino una preziosa risorsa terapeutica che la Natura ha generosamente deciso di regalare alla sciagurata terra calabrese riesce a dividere e a creare scontri.

Il vivere civile avrebbe richiesto di non mandare sulla strada centinaia di lavoratori che svolgono da decenni un lavoro egregio e particolare e di non rompere un meccanismo che funziona se non se ne ha pronto un altro sostitutivo; la saggia amministrazione del bene pubblico avrebbe richiesto di rivedere il contratto e il canone con un utile economico e sociale per gli enti sub concessionari adeguato a quello che i Comuni sanno fare e possono fare, non certamente atteggiamenti prepotenti;  l’equilibrio di chi dall’alto ha il diritto e il dovere di intervenire con opera di mediazione avrebbe richiesto azioni ben lontane dal pilatesco lavaggio delle mani, anche perché spetta alla Regione e non ai comuni stabilire i canoni annui; l’amministrazione della giustizia (leggi Tar) avrebbe richiesto una decisione tempestiva, non il solito rinvio.

Un altro anno di economia pulita e di lavoro è saltato.

*Docente Università della Calabria