IL PONTE E LA NECESSITÀ DI SPIEGARE BENE
AI CITTADINI QUALI VANTAGGI PORTERÀ

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Anche l’Europa dice sì al ponte sullo stretto di Messina, sempre più ponte del Mediterraneo ma anche dell’Europa. Via libera del Parlamento Europeo alle linee guida aggiornate per lo sviluppo della Rete transeuropea dei trasporti (Ten-T), che collega oltre 420 grandi città dell’Ue. 

L’intesa raggiunta con gli Stati membri a dicembre, adottata a Strasburgo con 565 voti a favore, 37 contrari e 29 astenuti, prevede, tra i punti, l’inclusione di un riferimento allo Stretto di Messina, per aggiungere al cosiddetto corridoio ‘Scandinavo-Mediterraneo’ un “collegamento fisso o un Ponte” per collegare Villa San Giovanni a Messina, che potrebbe dunque accedere ai finanziamenti europei. 

Sempre più quindi il ponte acquisisce quel ruolo che deve avere: cioè un collegamento tra Hong Kong-Singapore e Stoccolma. Per fortuna!Perché il rischio che diventasse argomento di cortile per chi ritiene che sia un collegamento per far vedere più frequentemente e con meno difficoltà il ragazzino innamorato di Messina con la sua fidanzatina di villa San Giovanni o di Reggio Calabria diventava sempre più grande. 

O anche che fosse il ponte di qualcuno, con un vizio ormai inveterato per osteggiarlo, e  di farlo diventare da parte di una opposizione ideologica il mausoleo di Berlusconi e adesso il ponte di Salvini.

Le  polemiche che hanno riguardato i tre Comuni coinvolti più pesantemente, e che certamente pagheranno un prezzo molto alto negli anni della costruzione e che vorrebbero decidere se l’opera deve essere realizzata oppure no, vanno in tal senso.  

Così come sono sulla stessa linea i comitati degli abitanti delle zone che andranno espropriate per fare posto ai piloni del ponte, che è vero che saranno rimborsati ai prezzi di mercato,  e forse anche a qualcosa in più, ma è anche vero che saranno remunerati   esclusivamente per le parti in regola e questo diminuirà enormemente  il valore di molti immobili totalmente abusivi o con parti abusive e non sanate.  

L’istituto dell’esproprio per pubblica utilità mette in atto un meccanismo che fa violenza. Ed entra a gamba tesa nella  vita della gente.    

 Comunità, come in questo caso, che hanno, regole, abitudini, conoscenze, socialità, in generale vita, che scorrono con certo ritmo,  saranno  costrette a modificare le loro abitudini e il loro stile di vita, abbandonare gruppi  consolidati, per iniziare un nuovo percorso.

Di tutto questo gli abitanti coinvolti, probabilmente, non ne avranno alcun vantaggio, perché gli effetti positivi si riverberanno sul Paese e sull’Europa, e in seconda battuta sulla Sicilia e sulla Calabria. 

Molta gente ha subito nella vita forme di esproprio per il passaggio di una strada, o per la costruzione di un asilo nido o una scuola, o un parco pubblico. Ma essendo quest’opera unica al mondo, con dei piloni che raggiungono i 400 metri di altezza, che ovviamente avranno  una base enorme, insisteranno su una zona ampia e anche  molto abitata. Né poteva essere scelto un altro posto considerato che quello è il punto in cui le coste si avvicinano maggiormente. 

Si spiegano così le preoccupazioni non solo degli abitanti che saranno sottoposti all’esproprio, ma anche delle amministrazioni locali, che indagano, correttamente, sull’impatto sulle proprie popolazioni, ma anche sullo sconvolgimento che porterà nelle loro città la costruzione di una simile, fantastica, definita faraonica e certamente unica nel suo genere, opera. 

Negli ultimi giorni prevale quindi una sindrome Nimby (Not In My  Back Yard), non nel mio cortile, modificata. Nel senso che non trattandosi di un’opera che può essere fatta in un altro posto, come per esempio una centrale nucleare o un deposito di rifiuti, la sindrome assume la veste della contrarietà all’opera perché si tratta di un progetto “anacronistico, dannoso, sbagliato”, come sostenuto dal segretario PD Elly Schlein, con una veemenza adatta ad altre battaglie, considerato peraltro che molti dei maggiorenti del PD, come Romano Prodi e Dario Franceschini, Enzo Bianco, si erano dichiarati a favore. 

Ma ormai il percorso è in uno stato avanzato e probabilmente già in una fase di non ritorno quindi conviene occuparsi di come far si che le comunità locali non abbiano solo svantaggi dalla costruzione dell’opera. 

Quindi i sindaci di Reggio Calabria, Messina e Villa San Giovanni vanno ascoltati e coinvolti in una operazione che spieghi alle città interessate i vantaggi che per la costruzione dell’opera, sia nel breve, che nel medio e lungo termine, si avranno a favore delle loro comunità.         

Evitando che il periodo dei cantieri  diventi un inferno di camion che attraversano le strade, con polvere ovunque, un traffico impazzito e magari, come si è ventilato, con anche la mancanza d’acqua per i cittadini per le esigenze della costruzione. I problemi della costruzione di infrastrutturazioni che impattano sulle città li conosciamo tutti. Bisogna evitare che alcuni paghino troppo perché se le comunità si ribellano poi la costruzione potrà avvenire soltanto, come è accaduto con la Tav, a condizione che vi sia un controllo armato delle forze di polizia. 

La speranza è che Pietro Ciucci, il presidente della società Stretto Di Messina, valuti adeguatamente la problematica e intervenga in modo opportuno  perché si riducano i disagi in modo consistente. Il costo dell’opera è enorme; che vi siano delle voci importanti di costo nel progetto per evitare che alcuni soltanto paghino il prezzo  di una infrastruttura così fondamentale non solo é opportuno ma indispensabile. 

Non bisogna ripetere l’errore che è stato fatto addebitando alle due Regioni direttamente coinvolte il 10% del costo dell’opera, perché questa deve essere correttamente guardata come un collegamento per lo sviluppo, nei confronti dell’Europa e dell’Africa. 

Mentre forse era opportuno che una percentuale del Mose di Venezia fosse pagato dai veneti, considerato che il grande vantaggio di non far scendere sotto l’acqua alta la città lagunare sono per quella economia, anche se il bene è patrimonio dell’umanità, non ha alcun senso addebitare a calabri e siciliani una parte del costo di un collegamento europeo, correttamente inserito nel corridoio scandinavo Mediterraneo.      

Spiegando adeguatamente il senso dell’opera   molte cose diventano sensate, a partire da un costo consistente  fino a finire a un contributo importante da parte dell’Unione Europea. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

«ALLO SVILUPPO DEL PAESE SERVE IL SUD»
LA CALABRIA DICE GRAZIE A MATTARELLA

di PINO NANONon poteva andare meglio di così. Il Primo Maggio che il Presidente Sergio Mattarella è venuto a festeggiare ieri in Calabria è stato un Primo Maggio davvero molto speciale. 

Chi si sarebbe mai aspettato, appena qualche anno, di vedere il Presidente Mattarella vestito di bianco, con una muta termica che gli permettesse di accedere alle gabbie di surgelazione della Gias di Mongrassano, ma era l’unico modo forse per lui per capire meglio cosa significa per un operaio lavorare ogni giorno a temperature al di sotto dei 25 gradi centigradi per assicurare un processo di refrigerazione che tuteli al massimo la qualità del prodotto e la salute dei mercati. 

Il Presidente per un giorno diventa operaio dello Stato, osservatore attento e scrupoloso dei diritti della casse operaia, difensore strenuo e rigoroso delle speranze e delle attese di chi lavora. Non poteva darci immagine più esaltante il Capo dello Stato ieri facendosi vedere vestito in questa maniera. 

Ma la cosa che più commuove di questo suo incontro con il mondo operaio calabrese è tutta questa stratta di mani, una catena infinita di mani che si incrociano, si incontrano, si stringono, si cercano, mai nessuno prima di lui da queste parti aveva mai avuto modo di trovare così tanto affetto e soprattutto così tanta ammirazione.

Presidente, mi permetta di scriverlo, ma lei non poteva fare regalo più bello ieri a questa terra di disperati. 

Ha visto con quanta partecipazione gli operai che lei è venuto a salutare le sono corsi incontro? E ha visto la festa che le hanno fatto nelle stalle della Granarolo a Castrovillari? Guardi, io c’ero, ma neanche la visita del Papa di qualche anno fa a Cassano aveva commosso così tanto.

Molto più del Pontefice, mi perdonino i vescovi di Calabria, ma la sua visita di ieri nella Sibaritide è stato l’atto di fede più bello e più plateale che un uomo di Stato potesse dedicare ai calabresi.

Nel discorso ufficiale che lei ha poi tenuto alla Granarolo di Castrovillari c’è un senso della solidarietà sociale senza paragoni, c’è l’abbraccio corale del Paese ad una terra ancora troppo lontana dai grandi potentati economici italiani, ma c’è soprattutto l’alito pesante della riconciliazione, della speranza, della riscoperta del Sud, della difesa delle minoranze, dell’esaltazione del nuovo e del bello:

Sa quale è stato il regalo più bello che lei ieri ha fatto ai calabresi? L’aver parlato della Calabria senza mai usare il termine “’ndrangheta”, termine che per anni ha segnato la storia anche più intima di tutti noi. Finalmente si parla della Calabria come polo di interesse economico per le grandi potenzialità che esprime, e finalmente il racconto che ne fa l’uomo del Quirinale è pieno di luce e di certezze. 

Presidente sa una cosa? 

Il regalo che lei ha fatto ieri ai calabresi è un regalo doppio, e sa perché? Perché basta andare a vedere il sito della Presidenza della Repubblica e cercare una traccia della sua visita di ieri, e qui è davvero il trionfo di una narrazione che il suo ufficio stampa non ha mai dedicato a nessun’ altra realtà come questa.

Ma non solo il suo discorso ufficiale, devo dire solenne, austero, quasi “religioso” per lo spessore morale con cui lei spiega il diritto al lavoro e con cui lei coniuga il significato della Festa del Primo Maggio. Ma accanto al testo integrale del suo discorso ai calabresi, e alle immagini del suo arrivo nel “tempio di Gloria Tenuta”, e poi ancora il suo arrivo tra i produttori di latte a Castrovillari, ci sono oltre dieci fotografie diverse di questa sua visita in Calabria, immagini che danno di questa regione una dimensione finalmente nuova rispetto al passato, e da cui si ricava l’idea di un polo agroalimentare di respiro davvero internazionale.

E mi ha fatto un certo effetto sentirla parlare, qui ai piedi del Pollino, di intelligenza artificiale, ma anche questo dettaglio va letto nel solco dell’attenzione e della “venerazione istituzionale” con cui lei si è mosso ieri tra gli operai calabresi.

Non poteva lasciarci ricordo più di lei Presidente, venendo ieri in Calabria, ma sa qual è la cosa che della giornata di ieri un vecchio cronista come me si porterà per lungo tempo ancora nel cuore? 

È l’applauso lunghissimo, continuo, insistente, convinto, accorato che gli operai della GIAS, tutti in camice bianco, le hanno dedicato mentre lei passava con la sua auto al di là dei cancelli d’entrata della fabbrica per raggiungere poi Castrovillari, e che le telecamere di Teleuropa Network trasmettevano in diretta sulla rete, una diretta televisiva durata tre ore, che mi ha permesso di seguire da vicino la sua visita come se io fossi a soli due metri da lei.

E a Castrovillari, infine, l’applauso infinito che ha accolto l’arrivo dell’elicottero che la stava portando a vedere le nostre stalle e le nostre vacche da latte. Emozionante, infinitamente emozionante. (pn)

LA CALABRIA DEL FUTURO INIZIA OGGI CON
LA VISITA DEL PRESIDENTE MATTARELLA

di PINO NANOPer la Calabria e per i calabresi oggi è una giornata storica e speciale. Lo scriviamo con la consapevolezza assoluta di quello che diciamo. “Storica”, perché il Capo dello Stato viene in Calabria per parlare di lavoro e per anticipare qui a Mongrassano e Castrovillari il Primo Maggio di tutta Italia. 

Giornata “speciale”, perché il Capo dello Stato viene in Calabria dopo essere stato un anno fa per lo stesso motivo nel distretto industriale di Reggio Emilia, che è uno dei distretti industriali più importanti d’Europa. 

Cos’è? Un riconoscimento di qualità? Un segnale di fiducia? Un attestato di amicizia? Una semplice cortesia istituzionale? Un modo per parlare ancora di noi, dopo la tragedia di Cutro?

Qualunque cosa essa sia, per tutti noi oggi è una giornata solenne e da ricordare negli anni che verranno, perché nella Piana di Sibari, dove tutto sembra ancora sole e deserto, fame e precarietà, abbandono e silenzio, scetticismo e diffidenza, paura e omertà diffusa, qui arriva oggi il Presidente della Repubblica. 

E Sergio Mattarella viene appositamente fin qui per salutare gli industriali calabresi che in questa zona hanno sfidato la sorte e le intemperie della politica e della burocrazia regionale, costruendo di fatto, e in piena solitudine, un polo industriale che oggi, da solo, fattura milioni di euro.

Eccola la nuova Calabria. Se non altro, questa è la Calabria del futuro.

Chi in questa regione non ama parlare di “eccellenze”, non si rende conto che solo la storia di alcune “eccellenze” come questa dei Tenuta per esempio, o dei Nola, o della stessa Granarolo, rende poi merito al resto della regione nel confronto generale con il paese. 

E solo certe storie di eccellenza come questa del polo industriale di Mongrassano e di Castrovillari permettono al Capo dello Stato di venire in Calabria per esaltare il mondo del lavoro. 

Pensateci bene, sembra quasi una contraddizione di termini, ma là dove manca il lavoro, il Presidente viene a esaltare la Festa del Lavoro. Niente di più bello. Niente di più edificante. Niente di più provocatorio. Grazie Presidente.

Ma non a caso gli industriali cosentini salutano questa mattina l’arrivo del Presidente Mattarella con i giusti toni di questa nota ufficiale: «La presenza nel cuore del Distretto Agroalimentare del cosentino del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, in occasione della Festa del Lavoro e dei lavoratori, rappresenta un avvenimento di rilevanza assoluta per tutti. Siamo felici e onorati che il Presidente abbia accolto il nostro invito a festeggiare una ricorrenza così ricca di valori simbolici e sostanziali, visitando aziende d’eccellenza del sistema associativo del territorio». 

Giovan Battista Perciaccante, Presidente di Confindustria Cosenza, ricorda allo stesso Mattarella il ruolo centrale e strategico del Distretto Agroalimentare del cosentino, «ricompreso in un ambito territoriale che trova origine nell’area industriale della città, che a sua volta ricomprende l’Università della Calabria, che si allarga nell’area produttiva di Mongrassano, che si sostanzia, si estende e si completa nell’area della Sibaritide con i poco più di 30 comuni che le fanno da corona».

«Intorno alle realtà produttive che saranno oggetto di visita, la Gias di Mongrassano e Granarolo di Castrovillari – precisa il presidente Perciaccante – sono oggi presenti importanti aziende agricole inserite nella filiera corta della trasformazione, così come nelle produzioni di qualità dell’ortofrutta destinate ai primari mercati del fresco, tanto nazionali che esteri. Un insieme di imprese in cui le attività del settore agricolo, quelle del settore della trasformazione industriale e quelle del terziario, tanto tradizionale che innovativo, hanno raggiunto un livello di rete produttiva e di integrazione funzionale veramente eccellente». 

Il futuro, insomma, è tutto qui, in questa lingua di terra dove oggi Mattarella pronuncerà il suo tradizionale messaggio di Primo Maggio al Paese. 

Gli stessi vertici di Unindustria Calabria sottolineano «la straordinarietà di questo evento capace di accendere i riflettori nazionali sulle potenzialità di un territorio poco conosciuto ai più e su un tema, quello del lavoro, di assoluta importanza per la crescita economica delle comunità».

La cerimonia in programma per questa mattina prevede gli interventi ufficiali del presidente di Confindustria Cosenza Giovan Battista Perciaccante, che aprirà i lavori della cerimonia, poi del presidente di Granarolo Gianpiero Calzolari, del rappresentante dei lavoratori Gaetano Piraino, dello stesso Ministro del Lavoro Marina Calderone, con le attese conclusioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Importante il messaggio che gli industriali di Calabria affidano oggi allo stesso Mattarella.

«Parleremo di legalità, di sostenibilità ma anche di tradizione e innovazione, di cultura del lavoro e dell’importanza che le competenze e le risorse umane hanno per le nostre imprese. Il patrimonio più importante per le imprese sono i propri collaboratori e il patrimonio più vitale per i territori sono le imprese: creatrici di ricchezza e portatrici di dignità e libertà. Abbiamo lavorato in grande sinergia con il Quirinale, la Prefettura della provincia di Cosenza con il Prefetto Vittoria Ciaramella ed il suo staff, le Forze dell’Ordine, le aziende e gli enti competenti alla realizzazione di questa storica visita del Presidente Mattarella. Siamo pronti a scrivere insieme una bella pagina di storia del territorio».

Tutto è pronto, dunque, per la festa di oggi. 

Il programma ufficiale prevede per le ore 10.40 l’atterraggio dell’elicottero presidenziale di fronte all’area Gias- Tenuta. Qui il Presidente sarà accolto dal Prefetto della provincia di Cosenza, dal Presidente Regione, dal Presidente della Provincia e dal sindaco di Mongrassano. 

Il Presidente a questo punto sarà accompagnato all’interno dello stabilimento Gias dove sarà accolto dalla Presidente della GIAS Gloria Tenuta, vecchia conoscenza del Capo dello Stato per averla lui stesso nominata nel 2018 Cavaliere del Lavoro, e quindi la vista ufficiale dell’azienda e il saluto ufficiale del Capo dello Stato alle maestranze presenti in azienda. Qui il Capo dello Stato sarà salutato ufficialmente dal presidente di Confindustria Cosenza Perciaccante 

Alle 11.30-11.40 il Presidente si sposterà nell’area industriale di Castrovillari alla Granarolo, dove visiterà lo stabilimento del latte e incontrerà i lavoratori del settore.

Alle 12 è prevista quindi la cerimonia ufficiale per la “Festa del Lavoro e dei lavoratori”, con il saluto e il messaggio finale del Ministro del lavoro Maria Elvira Calderone e del Capo dello Stato Sergio Mattarella. Che subito dopo farà rientro a Roma. (pn)

L’INSPIEGABILE INSISTENZA SU AUTONOMIA
CHE NON FARÀ BENE AL PAESE E ALLA LEGA

di PIETRO MASSIMO BUSETTAMa è questione di vita o di morte l’approvazione dell’autonomia differenziata prima del voto per le europee dell’8 e 9 giugno? Pare proprio di sì. E in realtà i motivi che portano Calderoli ad andare a marce forzate sono molti. 

Perché per La lega è ormai diventato uno scalpo da mostrare alle prossime elezioni. Non solo ma per lo stesso Matteo Salvini è probabilmente un salvacondotto per la sopravvivenza. 

Ma anche per Calderoli l’esigenza di salvare la faccia, dopo gli impegni sbandierati e le carte false fatte, con commissioni improbabili  bipartisan, dimissioni eccellenti, violazioni di regolamenti e minacce più o meno larvate di far saltare il banco del Governo, é imprescindibile.      

Infine Fontana e Zaia diventerebbero delle belve se saltasse l’accordo all’interno della maggioranza di far andare contemporaneamente avanti autonomia e premierato. E la Lega avrebbe difficoltà con le frange più estremiste esterne  ormai esistenti, capeggiati da Bossi, che vogliono tornare alla Lega delle ampolle e di Alberto da Giussano.

Ovviamente gli interessi di Forza Italia, diretta competitrice nella corsa ad essere il secondo partito per percentuale di consenso all’interno della coalizione di centrodestra, sono opposti.

La paura di perdere consenso, in conseguenza di tale legge, soprattutto nel Mezzogiorno è grande. Conseguentemente anche le posizioni espresse da alcuni Presidenti di Regione, appartenenti al Partito fondato da Berlusconi, in particolare Roberto Occhiuto, peraltro vicepresidente del Partito, ma adesso si è aggiunto anche Renato Schifani, sono chiare e certamente non a favore dell’autonomia, se prima non si è nelle condizioni di finanziare i Lep, cioè i servizi essenziali delle prestazioni in tutto il Paese, in particolare al Sud dove le carenze sono evidenti e gridano vendetta nei confronti di una Nazione sempre più duale. 

Ma è noto che per avere i livelli essenziali, nemmeno parliamo di quelli uniformi, sarebbero necessari annualmente 100 miliardi di euro da destinare al Sud,  come é stato detto da più centri studi nazionali, a cominciare dalla Svimez.

Risorse che il Paese non ha certamente. E allora si assiste a un gioco delle tre carte, per cui invece di parlare di finanziamento dei Lep si parla di individuazione di essi, si cerca di far passare le autonomie per le materie cosiddette non “leppizzate”, come per esempio l’energia.      

Insomma un gioco poco serio che mette in discussione oltre che l’unità della coalizione, che alla fine però si compatterà come sempre, e farà passare il “capriccio” della Lega, chiamato “spacca Paese”, anche la sua credibilità.     

Infatti tale riforma comporta non solo danni prevedibili di carattere economico per il bilancio dello Stato, ma anche alimenta una contrapposizione tra le due realtà del Paese duale, pericolosissima e che può  mettere in discussione l’Unità raggiunta nel 1860. 

Purtroppo si sta portando avanti una esigenza legittima in un momento sbagliato. È comprensibile che le realtà a sviluppo compiuto vogliano maggiore autonomie di gestione. Avendo raggiunto livelli adeguati di capacità amministrative, e contemporaneamente una classe dirigente che si occupa del bene comune, vogliono che alcune prerogative siano gestite  in periferia, che in genere é vero che conosce meglio le esigenze dei cittadini e dei territori. 

Anche se nella richiesta di autonomia il vero tema è quello di trattenere il cosiddetto residuo fiscale, cosa naturale in un paese sviluppato in modo equilibrato, ma che diventa dirompente in uno che ha le disuguaglianze dell’Italia. 

E allora quello che chiede la Lega è di mettere il carro davanti ai buoi, cioè di procedere con forme accelerate di federalismo e di trattenuta di risorse, teoricamente prodotte nelle realtà regionali che le incassano, in una realtà che ha invece bisogno di diminuire le disuguaglianze, di dare gli stessi servizi a tutti i cittadini, di equiparare i diritti di cittadinanza, di mettere in funzione quel secondo motore di sviluppo, che può dare risultati eccellenti, se solo viene aiutato in modo corretto e non solo a parole. 

Quella seconda locomotiva sempre tenuta nei depositi e mai partita veramente, che ancora ha capitale umano da utilizzare, siti da usare senza quell’affollamento ormai intollerabile che si registra nella pianura padana, una localizzazione felice estremamente vicina all’Africa, in un momento così importante per quel Continente e in una situazione in cui l’Europa vuole sempre più avvicinarsi ad esso. 

Quando tutto questo dovesse accadere e il reddito pro capite delle realtà meridionali si dovesse avvicinare a quello delle aree più sviluppate allora il tema di mantenere le risorse nelle realtà che le  producono potrebbe trovare un normale accoglimento, perché ognuno potrebbe gestire autonomamente, al di là ovviamente delle esigenze che alcune materie rimangano a livello centrale, come la sanità, la formazione, l’energia, l’infrastrutturazione, i porti e molte delle materie che sono state chieste che vengano delegate alle regioni con l’autonomia in approvazione.  

Tale esigenza per non perdere quell’unità funzionale che serve ad avere una catena di comando breve ed efficiente. 

In un momento in cui la Lega e Matteo Salvini in particolare si spendono in un modo assolutamente imprevisto per collegare con il ponte sullo stretto di Messina a Hong Kong e Singapore, Berlino e Stoccolma, dimostrando una visione delle esigenze del Paese non comune, insistere sull’autonomia fa perdere a tale partito quel carattere di forza nazionale che le sta facendo diminuire il consenso, soprattutto nel Sud. 

Forse uno stop in questo momento diventa inconcepibile e impraticabile, ma trovare un modo per evitare l’accelerazione voluta e avere più tempo per considerare molti aspetti trascurati, una via di fuga che contemperi l’esigenze di tutti, potrebbe far capire al Paese che la Lega è diventata una forza adulta, non più esclusivamente territoriale, spendibile anche oltre il lombardo veneto, e acquisire una credibilità che stenta ad avere nelle regioni del Sud.  (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

CALABRIA E MEZZOGIORNO: C’È IL RISCHIO
CHE VADANO SPRECATI I FONDI UE 2021-2027

di PAOLA LA SALVIA – Il complesso scenario economico italiano, aggravato dalle conseguenze dei vari conflitti in corso, pone ancora una volta in primo piano la questione di un Paese tuttora ancorato a due differenti velocità di sviluppo, come se il divario tra un Mezzogiorno in difficoltà e un Centro Nord in linea con l’Europa fosse ineluttabile.

Fin dall’Unità d’Italia si è cercato di porre rimedio a tale situazione sul piano Istituzionale attraverso ingenti stanziamenti di risorse pubbliche, tuttavia con risultati decisamente deludenti, difatti tuttora permane sia un divario tra le regioni settentrionali e quelle meridionali sia una diseguaglianza interna alle stesse aree del Mezzogiorno. L’analisi delle difficoltà strutturali che opprimono il Sud italiano, sia in termini di struttura produttiva che di assetto istituzionale, evidenzia una situazione complessiva di fragilità che impone la ricerca di radicali elementi di discontinuità nelle politiche di sviluppo.

 Per superare tale Gap è indispensabile disegnare nuove e più efficaci azioni che consentano al Mezzogiorno di intraprendere un percorso di sviluppo, autonomo e responsabile, in grado di valorizzare i tanti elementi positivi comunque presenti in questi territori. 

I Fondi che l’Unione Europea destina ai Paesi hanno lo scopo di aiutare le Regioni meno sviluppate ad avvicinarsi alla media europea e ridurre gli squilibri interni ai Paesi, a livello economico e sociale, per esempio attraverso un’omogenea crescita economica e il miglioramento della qualità della vita dei cittadini in tutte le regioni. Dunque, tempistiche più efficienti e una programmazione più coesa tra le regioni potrebbero aiutare nella spesa dei fondi. In particolare, considerato il delicato periodo che l’Italia sta attraversando, i fondi strutturali e quelli provenienti dal Piano Next Generation Eupotrebbero essere la chiave per una ripresa economica e sociale più rapida.

Al riguardo, purtroppo, sono preoccupanti gli ultimi dati pubblicati recentemente dal Sole24. Siamo giunti quasi a metà del periodo di programmazione 2021-2027 e la spesa italiana del Fondo europeo di sviluppo regionale e del Fondo sociale europeo è di appena 535 milioni di euro, meno dell’1% dell’ammontare complessivo delle risorse disponibili pari a 74 miliardi. Si tratta della spesa effettiva già realizzata e di cui si può quindi chiedere il rimborso a Bruxelles.

I progetti considerati ammissibili (quasi 35mila) e dunque in via di realizzazione assorbono quasi 4,8 miliardi (il 6,5 del totale) La Commissione Europea ha espresso le proprie preoccupazioni per una situazione definita “quasi bloccata” e ritiene molto difficile raggiungere l’obiettivo dei 7 miliardi di spesa a fine 2025. Una spinta alla spesa potrebbe arrivare dagli accordi per la coesione tra Regioni e Governo voluti dal Ministro Fitto. Tra le Regioni, sono riuscite a spendere qualche decina di milioni di euro solo le più sviluppate e la Calabria purtroppo non è ancora tra queste. È urgente accelerare i programmi, spendere bene le risorse, evitando sprechi e inefficienze. 

La competenza sui Fondi Europei è soprattutto delle Regioni ma molte di esse non hanno un apparato tecnico adeguato a produrre progetti sui fondi europei e poi per seguirli adeguatamente. La Commissione Europea è molto esigente per quello che riguarda la qualità dei Progetti, per il loro monitoraggio in corso di esecuzione e infine per la rendicontazione delle somme assegnate. Sarebbe necessario, a tal fine, favorire la formazione del personale in modo da avere, nelle strutture regionali, esperti nell’organizzazione europea.

Il monito, quindi, è di continuare a spendere, e inoltre di guardare molto di più rispetto al passato alla qualità della spesa. Come dire, spendere è una condizione necessaria, ma non sufficiente affinché un programma regionale riceva una valutazione positiva.

I Fondi Europei costituiscono per la Calabria e le Aree del Mezzogiorno un’importante occasione di crescita e sviluppo che non può andare sprecata. (pls)

 

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, A SCUOLA
SI RIVELERÀ UN VERO E PROPRIO DISASTRO

di SERGIO DRAGONE – A subire in Calabria gli effetti devastanti dal progetto di autonomia differenziata sarebbe, più di altri, il sistema scolastico. Se passasse nell’attuale stesura il progetto Calderoli, la nostra regione non potrebbe, per via di una spesa storica molto elevata in materia di istruzione, chiedere ulteriori risorse e dovrebbe perfino pensare di ridurre quelle esistenti per adeguarsi alla media nazionale. All’orizzonte ci sarebbero tagli, accorpamenti ulteriori e inevitabili chiusure di istituti ritenuti poco “produttivi”. Un disastro, insomma.

Un freddo ragionamento tecnico porterà a dire che il sistema scolastico calabrese costa già troppo, ci sono troppe scuole e pochi alunni, ci sono troppi docenti e peraltro con anzianità di servizio che determina maggiori costi in fatto di stipendi. Mentre, ad esempio in Lombardia, con una spesa storica pro capite inferiore alla media nazionale e con una maggiore efficienza del sistema (un numero maggiore di studenti per classe, docenti più giovani e meno costosi) il sistema potrebbe essere ulteriormente potenziato con un allineamento delle risorse.

La comparazione sugli effetti che l’autonomia differenziata potrebbe avere in Calabria e Lombardia in materia di istruzione è contenuta nell’interessante tesi di laurea brillantemente discussa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza dal catanzarese Giuseppe Tallini, dal titolo “Autonomia differenziata: evoluzione normativa, implicazioni pratiche e focus sull’istruzione”, nell’ambito del corso di laurea in Gestione d’Azienda.

Si parte da un dato fondamentale, la spesa storica in materia di istruzione che in Calabria è di 949,07 euro per abitante, mentre in Lombardia è di 653,70 euro/abitante. Ecco come lo spiega Giuseppe Tallini.

Potrebbe ravvisarsi quale primaria motivazione la diversa conformazione orografica dei due territori che, in Calabria, è tale per cui maggiore è la dispersione geografica degli abitanti residenti sul territorio. Riprendendo qualche concetto già espresso in precedenza, infatti, un già basso valore di densità della popolazione della Calabria, contro quello della Lombardia, più di tre volte alto rispetto a quest’ultima, promuove seppur non da solo la crescita della spesa storica; stante la necessità di garantire un adeguato accesso all’istruzione in una regione dove non sempre ampie distanze sono colmate da un servizio di trasporto adeguato, è necessario accrescere le scuole esistenti che, quindi, per quanto troppo numerose rispetto alla popolazione studentesca e, per tale motivo di minori dimensioni, comunque impatteranno sul fabbisogno finanziario della Regione in materia di istruzione.

Nello studio si evidenzia che il numero medio di studenti per scuola è 999,48 in Lombardia, mentre in Calabria è di 708,41, più basso della media nazionale che è di 889,45. Il numero di studenti per classe è di 21 per la Lombardia, mentre in Calabria è di 17 a fronte di una media nazionale di 20. Sintomi di scarsa efficienza, dunque.

Una considerazione che è possibile trarre dalle risultanze di cui sopra è che, avendo la Calabria un numero medio di studenti per scuola inferiore rispetto alla Lombardia, il cui KPI è maggiore alla media nazionale, per garantire alla popolazione studentesca calabrese l’accesso all’istruzione sarebbero sufficienti in Calabria un minor numero di scuole rispetto a quelle esistenti ove, però, venissero raggiunti maggiori livelli di efficienza che alla luce delle caratteristiche orografiche del territorio sarebbe possibile perseguire adottando misure quali, per esempio, accorpamenti e miglioramento del servizio di trasporto.

A conferma delle considerazioni alle quali si è giunti, conseguono in Calabria, dunque, rispetto alla Regione Lombardia, ma anche alla media nazionale italiana, un maggior numero di scuole con un esiguo numero di iscritti e, conseguentemente classi numerose nella quantità ma non nel numero di frequentanti, come dimostra anche il numero medio di classi per istituto che in Calabria è nettamente inferiore alla Lombardia e alla media nazionale. Tale frammentazione, laddove maggiore, implica necessariamente, sebbene con una minore incidenza, un aggravio di spese strutturali per la manutenzione e, non solo, di ciascun edificio e di costi strettamente correlati al personale scolastico, docente e non docente, necessario al funzionamento di ciascuna scuola, come accade per la Calabria. Se, dunque, preponderante è la spesa per il personale sul complessivo fabbisogno finanziario in materia di istruzione è evidente come, un “obbligata” numerosità delle strutture scolastiche, a cui corrisponde, prima di ogni altra cosa, un maggior fabbisogno di risorse umane, contribuisca ad una sostenuta spesa storica rispetto alla Lombardia.”

Un altro elemento che emerge dalla ricerca è l’impatto sugli stipendi del personale.

Oltre quanto appena concluso, non può essere tralasciato un altro aspetto che impatta sulla spesa storica, ovvero l’età anagrafica dei docenti. A tal proposito giova attenzionare la situazione economica e sociale attuale che vede i giovani emigrare per ragioni professionali verso il nord e, i lavoratori più anziani a rimanere al sud; se, dunque, l’anzianità di servizio implica un maggior stipendio per i docenti è evidente come inevitabile sia, anche a parità di personale, una maggiore spesa per le regioni meridionali e, quindi, anche per la Calabria.

Esiste anche un notevole divario dal punto di vista qualitativo e dei risultati in questa comparazione Calabria-Lombardia.

Se, dal punto di vista quantitativo quindi, si rileva in Lombardia un minor fabbisogno necessario a finanziare la funzione istruzione, ovvero una minore spesa storica pro capite, dal punto di vista qualitativo una minore dotazione di risorse non preclude migliori risultati rispetto alla Calabria in cui, da una valutazione dei risultati scolastici perseguiti dagli studenti si è rilevata una minore qualità dell’istruzione. Il divario, se poco significativo, emerge nei primi anni di scuola e, dunque, nella scuola dell’infanzia, segue un trend crescente man mano che gli studenti avanzano nel grado e ordine di scuola, divenendo particolarmente significativo negli ultimi anni del percorso scolastico. Tra le motivazioni sottostanti, pertanto, rilevano senz’altro le diverse dotazioni strutturali delle scuole a beneficio degli studenti (in Calabria, per esempio, solo il 20% delle scuole ha in dotazione una mensa e, addirittura, solo il 17% una palestra) oltre che un contesto economico e sociale differente e fenomeni diffusi quali la dispersione scolastica e una minore offerta di attività extra scolastiche da parte delle istituzioni.

E dunque cosa potrebbe accadere se l’impianto di Calderoli restasse immutato?

Ritornando all’istruzione, a parità di età i ragazzi del sud sono di qualche anno indietro rispetto a quelli del nord, il che rappresenta una seria problematica nell’ambito di una stessa comunità nazionale; si pensi, a tal proposito, a cosa potrebbe accadere se ogni Regione potesse gestire autonomamente e, sulla base del proprio gettito, l’ordinamento scolastico e, più in generale, l’intero comparto. Ne conviene, dunque, un problema non solo economico e finanziario; sebbene le Regioni che ad oggi detengono nella spesa storica di alcune funzioni un trend maggiormente crescente rispetto ad altre, alla luce dell’autonomia differenziata potrebbero subire tagli nella dotazione di risorse tali da peggiorare ulteriormente la qualità e quantità dei servizi offerti, a scapito della popolazione in essa residente. La questione diviene, per tale ragione, anche e soprattutto sociale al punto da suscitare l’interesse della Chiesa che, fin dalla fine degli anni novanta sostiene un’idea di sviluppo che metta al centro le persone, le risorse e le peculiarità dei territori e non solo indicatori economici.”

L’analisi di Tallini arriva a giudicare “insostenibile” il progetto di autonomia differenziata nell’attuale stesura.

Viene ritenuto insostenibile il progetto di autonomia differenziata attualmente proposto poiché nella sostanza distante da una crescita unitaria coerente con i principi di solidarietà, sussidiarietà e coesione sociale stante una serie di peculiarità che, piuttosto, promuovono l’individualismo e una crescita difforme; basti pensare alla volontà di procedere alla determinazione dei costi e fabbisogni standard che rendono impossibile la valorizzazione delle potenzialità di un territorio o, ancora, all’impossibilità di sovraccaricare il bilancio dello Stato di ulteriori costi e oneri che, implicitamente, rende impossibile il perseguimento dei livelli essenziali delle prestazione. A distanza di anni, quindi, dall’introduzione di una tale riforma sarebbe, dunque, opportuno pensare ad interventi che, prima di ogni cosa, possano colmare le differenze attualmente esistenti tra le regioni, tra nord e sud in particolare e, poi, coerentemente con quanto sancito dalla Costituzione della Repubblica italiana, riconoscere maggiori e ulteriori forme di autonomia alle Regioni. Se opportunamente applicato e gestito, infatti, tale progetto potrebbe rivelarsi un adeguato volano ad una maggiore crescita e sviluppo, uniformi, del paese tutto”. (sda)

TRA BLOCCO ASSUNZIONI E DIRITTI NEGATI
STA SPROFONDANDO LA SANITÀ CALABRESE

di ANGELO SPOSATO, ALESSANDRA BALDARI, CARMELO GULLÌ E FRANCESCO MASOTTI – Sul Sistema sanitario nazionale si è scatenata la “tempesta perfetta” e i “segnali” del suo graduale ma inarrestabile declino sono tanti: il persistente definanziamento (37 miliardi di euro di tagli negli ultimi 10 anni), le disuguaglianze e le divisioni create da 20 diversi sistemi sanitari regionali, il crescente invecchiamento della popolazione e la riduzione progressiva del personale per la fuoriuscita anticipata di decine di migliaia di medici e operatori sanitari, con la difficoltà, quindi, di riuscire a tenere aperti i reparti ospedalieri o di assicurare l’assistenza di base ai cittadini.

Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulla salute, nei prossimi dieci anni il Ssn si troverà con circa il 25% di personale in meno e a niente servirà “importare” medici stranieri o richiamare in servizio medici in pensione.

In un Paese dove aumenta la vita media e crescono le malattie croniche il problema diventa l’assistenza e la cura della persona. Senza investimenti e risorse adeguate il Ssn pubblico ed universale non potrà sopravvivere. Serve, invece, come sosteniamo da tempo, un piano straordinario di riordino dei servizi, di assunzioni e di investimenti nella sanità pubblica con un incremento stabile del finanziamento del SSN che lo riporti in linea con la media degli altri paesi europei e l’eliminazione dei vincoli del tetto di spesa per il personale degli enti dei Servizi Sanitari Regionali.

Una nota a parte merita la grave situazione della Calabria che, già a distanza di dieci anni dalla regionalizzazione della sua sanità, è piombata all’interno di un pesantissimo piano di rientro, con ricadute negative in termini di blocco delle assunzioni e di mancate risposte ai bisogni di salute dei cittadini.

Ad oggi siamo all’attuazione del quinto Programma Operativo senza alcun risultato concreto: livelli essenziali di assistenza sotto la soglia della sufficienza e una migrazione sanitaria che mette in serie difficoltà i cittadini e svuota le casse regionali. Situazione che, negli ultimi quattro anni e mezzo di guida della Regione da parte del centrodestra calabrese, è peggiorata. Lo attestano i cittadini che chiedono assistenza e cure ed è certificato dal sistema di monitoraggio dei Lea dall’Agenas e da organismi indipendenti come la Fondazione Gimbe.

E, intanto, la Calabria continua a non spendere per garantire l’assistenza sanitaria ai suoi cittadini, a tal punto che i tecnici dei ministeri della Salute e del MEF nell’ultimo verbale dello scorso 22 gennaio scrivono che «l’avanzo che si osserva dopo le coperture nell’anno 2022 è collegato al ritardo degli interventi, come anche evidenziato dai numerosi accantonamenti delle risorse del Fondo sanitario regionale indistinto e vincolato, che avrebbero dovuto essere messi in atto per il potenziamento dei Lea, auspicati dalle numerose iniziative legislative nazionali a sostegno della Regione Calabria intervenute negli anni e dall’iscrizione dei contributi dello Stato a sostegno del Piano di rientro della Regione Calabria che appaiono non utilizzati».

Sembra di rileggere l’ultima relazione annuale della Corte dei Conti che parla di “contributi dello Stato a sostegno del Piano di rientro della Regione Calabria che appaiono largamente non utilizzati” e di “ritardo degli interventi che avrebbero dovuto essere messi in atto per l’erogazione dell’assistenza sanitaria attraverso il potenziamento dei Lea. L’avanzo al 31 dicembre 2022, (chiosa la Corte dei Conti), non fotografa in maniera veritiera e corretta la situazione del sistema sanitario calabrese”.

Rilanciamo con forza l’impegno assunto dalla presidenza di Giunta regionale, ad oggi disatteso, ad attivare tavoli di confronto continuo di livello regionale prima e delle Aziende Sanitarie Provinciali a seguire in cui operare la contrattazione socio-sanitaria territoriale, quale aspetto di fondamentale importanza nel complesso lavoro di riorganizzazione del Sistema sanitario regionale.

Se l’impegno assunto non sarà rispettato mobiliteremo lavoratori e i cittadini a difesa e tutela del diritto a curarsi ed essere assistiti nel territorio in cui vivono per fermare i processi di emigrazione sanitaria, di privatizzazione e per rilanciare un Sistema sanitario regionale pubblico e un sistema socio-sanitario che garantisca tutte le comunità, con particolare attenzione a quelle delle aree interne e contribuisca ad evitarne lo spopolamento.

Diritti rispetto ai quali, il disegno di legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni, il cosiddetto ddl Calderoli, non solo non risolverebbe le gravi problematiche della nostra regione, ma ne accentuerebbe le disuguaglianze e il divario rispetto alle altre regioni italiane. (as, ab, cg, fm)

[Angelo Sposato, Alessandra Baldari, Carmelo Gullì e Francesco Masotti sono rispettivamente Segretario Generale Cgil Calabria, Segretaria Generale Fp Cgil Calabria, Segretario Generale Spi Cgil Calabria e Fp Cgil Medici Calabria]

NUOVI DISTRETTI INDUSTRIALI INNOVATIVI
AMBIENTE PER FARE IMPRESA IN CALABRIA

di DAMIANO SILIPOIl 19 e 20 aprile 2024 si è svolta a Soveria Mannelli la I Conferenza programmatica del Partito Democratico Calabrese, nella quale si sono definite le proposte del Partito Democratico per la Calabria di domani. Una conferenza molto partecipata, con discussioni qualificate, che ha dimostrato la voglia di costruire una Calabria diversa. 

La Calabria oggi è una regione poco sviluppata, pur avendo un notevole potenziale di sviluppo in termini di disponibilità di risorse naturali, umane e culturali. 

Oggi vivere in Calabria è ancora più difficile di ieri, perché le possibilità di lavoro nel settore pubblico si sono fortemente ridotte ed in quello privato ci sono solo opportunità di lavori poco qualificati o poco remunerati. D’altra parte, fare impresa in Calabria è più che una impresa, tra vessazioni della ‘ndrangheta e della burocrazia e il comportamento delle banche, tutt’altro che disposte a condividere i rischi d’impresa. 

Oggi i giovani calabresi hanno perso anche la speranza di poter costruire il loro futuro in questa regione ed emigrano sempre più in massa. D’altronde, l’uso dei fondi pubblici negli ultimi 30 anni non ha rafforzato la speranza che valga la pena investire su sé stessi in questa regione. 

Di recente l’Istat ha certificato che, nonostante la realizzazione di tre Por-Calabria, negli ultimi 20 anni la percentuale di persone che lavorano in Calabria era il 42,8% nel 2000 e si è addirittura ridotta al 42% nel 2021, 16 punti percentuali in meno della media italiana e 26 punti percentuali in meno della media europea. Poi, il tasso di occupazione femminile tra 15-64 anni si attesta al 28,60%.  Inoltre, per le condizioni della sanità calabrese, si sta affermando sempre più la convinzione che conviene emigrare anche per ridurre la propria probabilità di morte, di fronte ad un problema di salute. 

Per dare una qualunque prospettiva di crescita alla Calabria occorre contrastare il decremento demografico ed allargare la base produttiva della regione, aumentando di almeno venti punti percentuali in 10 anni il tasso di occupazione e di 30 punti quello femminile. 

Il Partito Democratico è consapevole che o si determinerà oggi una svolta o mai più. infatti, l’autonomia differenziata avrà due effetti sullo sviluppo della Calabria: non consentirà più di avere le risorse per lo sviluppo, ad iniziare dalla sanità, e spingerà molti occupati qualificati ad emigrare in altre regioni, dove saranno meglio retribuiti. 

Per costruire una prospettiva di sviluppo per questa regione occorre: capire su quali risorse interne puntare, tenendo conto delle dinamiche in atto nell’economia; capire cosa ha impedito finora a queste risorse di essere volano di sviluppo; agire per far sì che i comportamenti individuali e collettivi consentano a queste risorse di generare sviluppo. 

Finora le università calabresi hanno svolto bene la funzione di creare il capitale umano di questa regione. La sfida del futuro è se le università calabresi, da luogo di alta formazione e ricerca, diventeranno motori di sviluppo. Se giovani laureati, utilizzando brevetti e ricerca prodotti nelle università, diventeranno gli imprenditori di domani. Informatica e telematica, attività legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, biotecnologie, nuovi materiali, ma anche tutte le attività legate alla transizione ecologica, potrebbero allargare la base produttiva regionale e offrire la possibilità a giovani laureati calabresi di sviluppare le proprie capacità imprenditoriali. 

I punti di eccellenza però possono diventare sviluppo solo se c’è una convergenza d’interessi e di risorse tra imprese, banche, istituzioni pubbliche e università, per costruire uno-due distretti industriali innovativi, dove veramente ci sia un ambiente favorevole per fare impresa in Calabria. 

Nuovi distretti industriali si possono creare se si realizza un sistema integrato d’interventi, che va dagli investimenti nelle infrastrutture materiali e immateriali più adeguate a questo scopo, agli incentivi per la creazione di nuove imprese innovative, alle agevolazioni fiscali finalizzate a questo obiettivo, alla condivisione del rischio tra banche, imprese e Stato. 

A questo scopo, l’azione pubblica per essere efficace deve essere in grado di scegliere, superando uno degli ostacoli più importanti che ha impedito finora alla Calabria di svilupparsi: la mancanza di scelte, per non scontentare nessuno e poter promettere a tutti. Da cui ne è scaturita la parcellizzazione delle risorse finanziarie in mille rivoli e la loro inefficacia. Il nuovo PR Calabria 2021-27 è un ulteriore esempio di questo tipo. 

Scegliere comporta definire delle priorità. Per il Partito Democratico Calabrese le priorità per creare sviluppo sono: 1) La creazione di un sistema sanitario pubblico in grado di rispondere ai bisogni di salute dei calabresi; 2) La realizzazione di alcuni distretti industriali attorno alle università calabresi, ai porti di Gioia Tauro e Corigliano-Rossano e all’aeroporto di Lamezia Terme; 3) lo sviluppo di un tessuto imprenditoriale diffuso, basato su turismo, agricoltura e ambiente; 4) investimenti nelle zone interne per creare lavoro nei settori dell’agricoltura, forestazione e ambiente e per incentivare il ripopolamento; 5) investimenti per migliorare la capacità amministrativa delle amministrazioni pubbliche ed accrescere la legalità in questa regione.  

Stabilire delle priorità potrebbe non essere conveniente per vincere le prossime elezioni, ma è la strada migliore per governare in modo efficace e vincere le elezioni nel lungo periodo. 

Una sanità pubblica efficiente non è solo un fattore di equità ma anche di sviluppo.  A questo scopo, occorre rafforzare la sanità pubblica, attraverso un aumento dei posti letto e del personale e attraverso una riorganizzazione dei servizi; aumentare i posti di specializzazione offerti dalle facoltà mediche esistenti in Calabria sulla base del fabbisogno di personale nella sanità calabrese ed usare il PR 2021-2027 a questo scopo. 

La Calabria non ha mai avuto un vero sviluppo industriale. I pochi investimenti industriali promossi dallo Stato si sono rivelati fallimentari, per la totale estraneità delle scelte alla realtà regionale. Per converso, molte competenze artigianali esistenti in vari settori nella regione sono rimaste tali o si sono disperse. Alcuni motivi del mancato sviluppo sono la mancanza di infrastrutture e servizi, un ambiente ostile e una burocrazia inefficiente e opprimente, che scoraggia anche i più audaci. 

Il Partito Democratico ritiene che sia possibile costruire ipotesi di sviluppo industriale in Calabria, attorno ai punti di forza indicati in precedenza. 

Il settore turistico costituisce un altro punto di forza dello sviluppo regionale.  Si tratta, quindi, di superare i limiti dello sviluppo turistico regionale e di fare un salto di qualità in questo settore, estendendo l’offerta alle zone interne, ai percorsi tematici che possono andare dalla religione alla gastronomia, coprendo anche piccole aree di interesse che sommate possono fare buoni numeri. 

A tal fine, è necessario migliorare la qualità dei beni pubblici esistenti in Calabria, ad iniziare dall’ambiente e dai servizi offerti, come i servizi di trasporto e per il tempo libero. 

La Calabria negli ultimi decenni ha subito un notevole degrado ambientale, che compromette anche il suo sviluppo turistico. Il Partito Democratico ritiene che tra gli obiettivi prioritari vi è quello di predisporre un grande progetto di recupero paesistico-ambientale, per realizzare in modo definitivo entro il 2027 l’eliminazione in tutta la regione dell’inquinamento del suolo, del mare e delle acque. 

Al riguardo, è indispensabile realizzare un servizio idrico integrato efficiente e puntare sull’economia circolare, trasformando i rifiuti da problema a risorsa, creando così anche tanti posti di lavoro. 

Fermare lo spopolamento e ripopolare le zone interne è una priorità per lo sviluppo calabrese. A questo scopo, il PD Calabrese ritiene che se si creassero occasioni di lavoro anche per gli immigrati nelle zone interne non sarebbe dannoso per l’Italia e la Calabria. il potenziamento dell’offerta turistica nelle zone interne, un piano straordinario di rimboschimento, lo sviluppo dell’agricoltura biologica sono fattori su cui puntare per lo sviluppo delle zone interne. Ma se in queste zone si chiudono i servizi, come scuole e sanità, perché si sono spopolate è come condannare le zone interne alla morte. 

La burocrazia è considerata dagli imprenditori calabresi il principale ostacolo allo sviluppo. E la recente creazione di una Zes unica nel Mezzogiorno non farà altro che aumentare gli ostacoli burocratici e scoraggiare gli investimenti delle imprese calabresi. 

La costruzione di una Calabria moderna passa quindi da un processo di semplificazione legislativa e burocratica, e da un rapporto diverso tra politica e burocrazia, ad iniziare dal processo di selezione della burocrazia regionale. Tra l’altro, un numero eccessivo di progetti e obiettivi d’investimento associato ad una scarsa capacità amministrativa, può dilazionare oltre ogni misura o vanificare la stessa realizzazione dei progetti. 

Lo sviluppo della Calabria richiede che i governi regionale e nazionale facciano subito chiarezza su quali progetti sono allocati i fondi PNRR e PR-2021-2027 destinati alla Calabria ed i tempi di realizzazione. Ogni ulteriore ritardo è un atto doloso del Presidente Occhiuto e della sua giunta verso i calabresi, perché significa disperdere queste risorse.

Ma se la Conferenza Programmatica di Soveria Mannelli è un inizio per costruire la Calabria di domani dipende da quanto il PD Calabrese sarà in grado di cambiare sé stesso per cambiare la Calabria. (ds)

[Damiano Silipo è docente all’Unical]

 

L’AUTONOMIA FA A PUGNI COL PREMIERATO:
NON CONCEDE COMPETENZE MA SOVRANITÀ

di NINO FOTIQuesto disegno di legge ci traghetta verso una subdola rottura della Costituzione con la creazione di un Grande Nord in opposizione ad un Piccolo Sud, e la creazione dunque di una specie di due Stati all’interno della Repubblica senza bisogno di alcuna secessione, esattamente al contrario di quanto ci ha richiesto l’Europa con il Pnrr, ovvero la riduzione delle disuguaglianze e l’aumento della coesione sociale, anche e soprattutto nel Mezzogiorno, grazie al prestito di 200 miliardi. 

Non vedere tutto questo, ovvero ciò a cui ci stiamo pericolosamente avvicinando, significa essere miopi o corresponsabili di una strategia confezionata dalla Lega dato che, dopo l’approvazione al Senato, è previsto che il provvedimento vada in Aula alla Camera il 29 aprile p.v. con un presunto accordo, non scritto, che non prevede che la maggioranza possa fare emendamenti di modifica. Lo Stato italiano inconsapevolmente non sta per cedere competenze, ma sovranità in totale contraddizione paradossalmente con il Ddl costituzionale del Governo sul premierato.

L’aggiramento della Costituzione, che il Ddl “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata…” vorrebbe mettere in atto, parte dall’elusione del vincolo dei Lel previsti dall’articolo 117. Esso trova il suo inganno nell’art. 4 del Ddl, specificamente nei due commi che disegnano un’insana meccanica per cui se dapprima (comma 1), con retorica ostentazione di difesa costituzionale, si afferma che nessuna intesa tra Stato e Regione (se non dopo loro definizione) possa assoggettare le funzioni che prevedono il rispetto dei Lep, in totale contraddizione, immediatamente dopo nel comma 2, si consente l’immediata stipula di intese circa le altre materie a legislazione elencate nell’art. 117, oltre al trasferimento di tutte quelle funzioni, con annessi e connessi, “nei limiti delle risorse previste a legislazione vigente all’entrata in vigore della presente legge”.

In questo quadro, dunque, queste intese, siglate dalle singole Regioni, soprattutto del Nord, e lo Stato, diventano irrevocabili ed inemendabili, e conseguentemente la spesa storica non solo non può più essere cambiata, ma viene costituzionalizzata! Una costituzionalizzazione, di fatto, della eliminazione della legge del 34% di investimento della spesa pubblica nel Sud – che poi non è mai stata rispettata -, per cui ognuno sarà portato a tenersi “il suo”, per gli altri “sono affari loro”.

Non a caso il Governo Draghi aveva stanziato 4 miliardi del fondo di perequazione del Mezzogiorno, confermati nella legge finanziaria del Governo Meloni, purtroppo poi ridotti a soli 800 milioni…

Tornando alla questione delle intese, queste non possono essere soggette a referendum perché è come se ciascuna intesa fosse una legge di bilancio, una specie di trattato tra l’Italia e la Germania per cui non è possibile nemmeno sottoporlo a referendum. In aggiunta, le Regioni con una legge regionale, senza che lo Stato possa dire niente, creano organismi comuni, un parlamento, per gestire interessi comuni, le intese appunto. E quali sono le materie interessate?

Il rapporto con l’estero, i rapporti con l’Europa, la legislazione sulla sicurezza del lavoro, la valorizzazione dei beni culturali, i musei, le autostrade, in teoria c’è tutto… Oltretutto, la Regione più ricca potrà attivare incentivi agli investimenti molto più alti di una regione più povera. Altro che politiche dello sviluppo, queste sono politiche di sottrazione delle risorse! È chiaramente una manovra per eludere la Costituzione ed attuare il 116 comma 3 come elusione della Costituzione, non come adempimento della Costituzione… Ed è proprio in quell’articolo 4 comma 1 e comma 2 dove è insito una specie di imbroglio!

Ad avvalorare la poca, se non del tutto assente, genuinità della riforma attualmente all’esame della Commissione affari costituzionali della Camera, vi è la preoccupazione espressa da Bankitalia che ha sottolineato come già dall’art. 11 si vada delineando una corsia preferenziale per quelle regioni, come Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, che, guarda caso, si erano già preventivamente attivate con delle intese nel 2018 (quindi prima della proposta di legge attuale).

Intese ed accordi che, a mio avviso, sanno di anti democraticità e anti costituzionalità poiché si basano su un insano principio per cui i cittadini italiani abbiano bisogni e necessità diverse a seconda di dove vivano, e soprattutto che l’italiano ricco nella regione ricca, paradossalmente, abbia bisogni e necessità maggiori in ogni ambito, semplicemente perché “più utile”, “più produttivo”.

L’unica differenziazione allora consisterà nel fatto che le “Regioni povere”, scevre da ogni intesa, potranno contare meramente su Lep calcolati su criteri della spesa storica totalmente inadeguati ai costi reali… In effetti, però, tutto questo si incardina in un sistema in cui non vi è una volontà lungimirante di concedere Lep uguali per tutti, anche e soprattutto per ragioni di insostenibilità di costi (la spesa ammonterebbe a 100-120 miliardi annui, come calcolato da Banca d’Italia, Svimez, Confindustria e Commissione Cassese).

Questa riforma, se definitivamente approvata, non potrà che condurre ad un terremoto costituzionale, le cui conseguenze, inevitabili, non potranno che portare ad una legalizzazione della disparità e discriminazione dei cittadini italiani, sulla base della loro Regione di provenienza. (nf)

[Nino Foti è presidente della Fondazione Magna Grecia]

LA CALABRIA È PENULTIMA NELLA LETTURA
L’AMORE DEI LIBRI DEVE NASCERE A SCUOLA

di GUIDO LEONEIl 23 aprile, come ogni anno dal 1996, si celebra in tutto il mondo la Giornata  Mondiale Unesco del Libro e del Diritto d’Autore. È l’occasione per celebrare solennemente i molteplici ruoli del libro nella vita della società umana e per proporre una riflessione seria sulle politiche culturali,dove centrale resta l’educazione alla lettura e l’importanza delle biblioteche, intese non solo come luogo di conservazione e di accumulazione, ma come centri vivi di rielaborazione e di produzione di cultura.

Per tradizione l’Italia è un paese dove si legge poco e finiamo in fondo alla classifica. I dati infatti non sono incoraggianti. Tra gli stati europei il nostro è quello con la più alta percentuale di non lettori il 58,6%(e di questi il 25,1% di laureati e il 39,1% di dirigenti) contro il 37,8% della Spagna e il 30,3% della Francia.

Tra le grandi potenze mondiali, vanno ricordati il settimo posto della Russia, il nono della Francia, il ventiduesimo della Germania, appena davanti a Stati Uniti e Italia.
Il nostro paese conferma del resto quello che già si sapeva, siamo in un paese che continua a preferire altre attività rispetto alla lettura, ad esempio seguire la televisione. Gli Editori sanno qualcosa al riguardo.

Il principale ostacolo all’allargamento del mercato dei libri e dei quotidiani deriva dalle scadenti competenze alfabetiche degli italiani, ovvero di quell’insieme di strumenti che consentono capacità autonome di lettura, comprensione e interpretazione di un testo. Il libro, dunque, oggetto silenzioso, insostituibile strumento di cultura, in Italia muore di freddo.

Non arrivano buone notizie, insomma, dall’ultima indagine Istat.

Si stima che il 39,3% delle persone di 6 anni e più abbia letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti per motivi non strettamente scolastici o professionali.  Il valore si è ridotto rispetto a quanto rilevato nei due anni precedenti, quando i lettori di libri sono stati rispettivamente il 41,4% (2020) e il 40,8% (2021) e di molto il 46,8 nel 2010. 

Sono i giovani tra gli 11 e 19 anni ad avere le quote di lettori più elevate con un picco del 57,1 per cento degli 11-14enni; seguono i ragazzi tra i 15 e i 17 anni con il 51,1 per cento dei lettori e quelli tra i 18 e i 19 anni con il 49,9 per cento.

Contrariamente a quanto accade per i quotidiani, la quota di lettori di libri nel tempo libero diminuisce al crescere dell’età e le donne, in tutte le fasce di età, mostrano un interesse maggiore degli uomini per la lettura con oltre 10 punti percentuali di differenza (in totale il 44,0 per cento donne lettrici contro il 34,3 per cento di lettori maschi). Si segnala tuttavia una diminuzione significativa anche delle lettrici di 1,7 rispetto al 2021; per gli uomini la diminuzione è pari al 1,6 per cento. Tra i lettori forti  si distinguono gli adulti dai 55 anni in poi (la percentuale supera la media nazionale) con un picco del 22,7 per cento tra i 65 e i 74 anni, e le donne (17,5 per cento contro il 14,7 per cento dei maschi) di tutte le età.

Si conferma la distanza tra Nord e Sud nell’abitudine alla lettura che si amplifica quando si considerano i libri: si dichiarano lettori di almeno un libro negli ultimi 12 mesi il 27,9 e il 28,0 per cento dei residenti, rispettivamente, nel Sud e nelle Isole.

La Calabria si trova al penultimo  posto nella graduatoria delle regioni per percentuale di lettori: il 24,5%. Di questi , il 46,6% ha letto da 1 a 3 libri, e il 12,8% da 12 o più libri.

Pesante il dato complessivo, sempre per la nostra regione, della percentuale delle persone di 6 anni e più che non hanno letto libri negli ultimi 12 mesi il 71,6% o quotidiani il 74,8% e che portano la Calabria all’ultimo posto nelle graduatoria regionale.

Negativi anche i dati complessivi che l’Istat fornisce sulla percentuali di calabresi che nell’ultimo anno non hanno fruito di spettacoli e intrattenimenti fuori casa: l’84,8% nei musei, l’84,4% nei siti archeologici, l’89,1% nei concerti, l’87,6% nei teatri, il 73,7%  nei cinema, l’81,0% negli sport, l’86,6 nelle discoteche.

La situazione trova riscontro  nel 19° Rapporto annuale di Federculture 2023 in cui si evidenzia che l’analisi della spesa media mensile delle famiglie nelle regioni denota come siano costanti i divari territoriali tra Nord e Sud del Paese. Rispetto al capitolo Ricreazione, sport e cultura è di 85 euro la differenza tra la spesa massima del Nord (Trentino Alto Adige 127,8 euro) e quella minima del Sud (Calabria 42,4). Con le Regioni del Sud e Isole che sono tutte al di sotto della media nazionale sia in termini di spesa assoluta che di incidenza percentuale sul totale della spesa media mensile familiare.

E con l’avvento della riforma per l’autonomia differenziata il vuoto culturale tra Nord e Sud si accentuerà sempre più.

È necessario, dunque, allargare il mercato e i consumi culturali se vogliamo che il libro sopravviva e cresca nelle biblioteche, nelle librerie e nelle case degli italiani.

L’obiettivo è capire come si impara a leggere e come il nostro sistema scolastico, soprattutto nelle fasi iniziali, riesca a produrre lettori.

La scuola è perciò chiamata in prima persona a costruire un rapporto tra il giovane allievo ed il libro come momento positivo e di crescita spirituale e culturale.

Si è rilevato in questo senso che lo strumento principale senz’altro capace di dare una base a qualunque attività di promozione della lettura è lo sviluppo di un moderno e efficiente sistema di biblioteche. Secondo l’Anagrafe delle Biblioteche Italiane in Calabria al 31 dicembre 2023 ve ne sono 460, su 13203 biblioteche di varia tipologia amministrativa in Italia. Sono 79 a Catanzaro, 209 a Cosenza, 31 a Crotone, 90 a Reggio Calabria e 51 a Vibo Valentia. Molti passi in avanti sono stati compiuti, ma la situazione rimane nel complesso deficitaria.

Così come deludente è la percentuale dei frequentatori in Calabria delle biblioteche, solo 5,2%. Di contro, gli studenti italiani in numero sempre maggiore frequentano le biblioteche scolastiche (41% nel 2023), ma a questa crescita di attenzione non sempre corrisponde un appropriato adeguamento delle strutture e del patrimonio librario.

Secondo un’indagine condotta da Pepe Research per Aie la frequentazione delle biblioteche scolastiche è passata dal 26% del 2018 al 41% del 2023. Nella fascia 4-6 anni si passa dal 5% del 2018 al 47% del 2023. Tra i 7 e i 9 anni si passa dal 10% al 33%. Tra i 10 e i 14 anni dal 33% al 53%.

Il livello di istruzione si conferma invece, ancora una volta, invariabilmente un fattore discriminante che condiziona in modo sistematico e trasversale i comportamenti legati alla lettura, compresi quelli legati alle nuove tecnologie digitali. 

La lettura è condizionata dalla capacità degli individui di comprendere e interpretare in modo adeguato il significato dei testi scritti, una competenza di base indispensabile per garantire un’effettiva capacità di accesso, gestione e valutazione delle informazioni, e quindi di crescita individuale e collettiva; questa capacità in Italia è molto bassa. 

Nella scuola e negli studenti manca l’abitudine al leggere. Non basta studiare testi ,bisogna leggerli, commentarli, discuterli. I libri vanno “vissuti” nell’ambito scolastico perché lettori si diventa. È in questa palestra mentale che i docenti dovrebbero far esercitare  gli allievi. Ed è questa sola la palestra dove si fortificano i muscoli e le nervature che sostengono democrazia e vivere civile. Imporre la lettura come un dovere è soltanto un disincentivo:leggere deve essere un piacere.

In molti paesi la narrativa è obbligatoria, invece noi la stiamo perdendo. Servono pratiche didattiche legate al libro: visite frequenti nelle biblioteche e nelle librerie, il recupero della biblioteca di classe collocata dentro al piano dell’offerta formativa d’istituto, non chiusa dentro i confini della scuola.

La biblioteca, sia essa d’istituto o pubblica,  non è un museo. È un organismo che vive solo aprendosi al territorio sul quale si trova, creando i lettori, piuttosto che limitandosi ad aspettarli.

Così come resta indispensabile mettere a sistema l’intero arcipelago di biblioteche esistenti, collegare in maniera interattiva tutti i centri di lettura, aggiornare i titoli e avviare un programma annuale di iniziative ed attività perché l’educazione alla lettura e l’accesso all’informazione si inseriscano a pieno titolo tra le opportunità formative che devono essere garantite al giovane lungo l’area di tutta la carriera scolastica e a ciascun cittadino nel contesto dell’educazione continua.

C’è da scommettere che l’anno prossimo avremo ancora meno lettori. La sola possibilità di creare una controtendenza sarebbe quella di intervenire in modo drastico nella formazione dell’obbligo. E introdurre per esempio, sulla scia di altri paesi europei, un’ora dedicata alla lettura in tutti i gradi di scuola, dall’asilo alle primarie alle medie alle superiori, facendo tesoro di quelle che sono ormai centinaia di esperienze sulla pedagogia della literacy.

A questo punto una domanda va posta alle amministrazioni pubbliche per sapere se condividono la necessità di un progetto per un autentico investimento civile e sociale che contribuisca a creare cittadini più liberi, più liberi dai pregiudizi, più liberi dai condizionamenti, più liberi dalle omologazioni. (gl)

[Guido Leone è già dirigente Tecnico Usr Calabria]