DONNE: 8 MARZO E 25 NOVEMBRE NON SOLO
RIFLESSIONI, BENSÌ OPPORTUNITÀ E AZIONI

di FABRIZIA ROSETTA ARCURIQuesto giorno, l’8 marzo, inizialmente concepito per celebrare le conquiste e le sfide delle donne, ha recentemente assunto una connotazione riflessiva, focalizzando l’attenzione sulla complessa tematica della violenza di genere, di solito riservata al 25 novembre, la ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e di genere’.

Questa trasformazione di prospettiva mette in luce un aspetto di notevole importanza: la persistente associazione tra la figura femminile e la violenza. Tale connessione, chiaramente riscontrabile nel fenomeno del femminicidio, non si limita a essere un semplice atto violento; essa affonda le radici nelle profondità delle disuguaglianze di genere e nei modelli culturali ancora fortemente radicati. Il femminicidio, manifestazione estrema di questa connessione, rivela intricate dinamiche sociali che contribuiscono a perpetuare questo legame. Non rappresenta soltanto un’azione individuale violenta, ma agisce come sintomo evidente di sistemi culturali e sociali più ampi che spesso trascurano, sottovalutano o perpetuano forme di controllo e sopraffazione delle donne.

Un’analisi approfondita di questa complessa problematica richiede un approccio interdisciplinare, coinvolgendo la sociologia, la psicologia e i diritti umani. Questo approccio può gettare luce sulle cause sottostanti, evidenziando la mancanza di consapevolezza e l’inefficacia delle leggi atte a proteggere le vittime di violenza, e, d’altro canto, rivelando la persistenza di uno status quo che inibisce la piena affermazione della leadership femminile. È cruciale considerare il ruolo dei modelli culturali radicati nella nostra società, spesso influenzati dagli stereotipi di genere propagati attraverso i mezzi di comunicazione e un linguaggio distorto, poiché questi contribuiscono a mantenere una percezione distorta del ruolo delle donne.

Contestualizzare questa recente inversione di priorità tematiche emerge come un passo cruciale per una comprensione approfondita delle sfide e delle opportunità che bisogna affrontare nella società contemporanea. L’analisi della violenza di genere durante l’8 marzo non solo stimola una discussione critica sulla sua reale rilevanza sociale del fenomeno, ma sottolinea anche l’importanza di riconoscere e approfondire il ruolo attivo e le straordinarie vittorie delle donne. In questo contesto, è fondamentale analizzare le molteplici dimensioni delle disuguaglianze, considerando non solo la violenza fisica, ma anche quella economica, sociale e culturale che spesso colpisce in modo più subdolo ma altrettanto impattante.

Dall’ottenimento del diritto di voto all’accesso all’istruzione e alle opportunità professionali, le donne hanno dimostrato una straordinaria resilienza nel superare ostacoli storici. Oggi, donne dotate di competenza e determinazione rivestono ruoli chiave in settori quali la scienza, la tecnologia, l’imprenditoria e la politica, contribuendo in modo significativo al progresso sociale ed economico. Sebbene la presenza e l’influenza siano tangibili, persistono discriminazioni e diritti negati. La disparità salariale e le sfide legate alla conciliazione tra carriera e responsabilità familiari emergono come questioni urgenti che richiedono soluzioni concrete e azioni ponderate. Affrontare queste problematiche significa confrontarsi direttamente con il nucleo stesso delle disuguaglianze di genere, promuovendo una società in cui le donne godano di pari opportunità, accesso a risorse e poteri decisionali.

Questo approccio permette di evidenziare la complessità delle dinamiche di genere e di promuovere una visione più completa e bilanciata delle questioni legate alla semplicistica ‘parità di genere’. E ciò inizia dal riconoscimento della figura femminile come individuo a pieno titolo, dotato di diritti, opportunità e dignità, svincolandola da preconcetti e limitazioni culturali che possono condizionarne la piena espressione. 

In questo contesto, allora è possibile interpretare le due giornate dedicate alla figura femminile, l’8 marzo e il 25 novembre, non solo come momenti di riflessione, ma come opportunità cruciali per innescare azioni concrete. Questo impegno, lontano dall’essere un mero gesto simbolico, costituisce il fulcro di una società autentica, dove la diversità è apprezzata e le opportunità sono accessibili a tutti, indipendentemente dal genere. Solo attraverso un impegno collettivo si possono gettare le basi per un mondo in cui la libertà e la sicurezza delle donne sono inalienabili, consentendo a ciascuna di esprimersi e determinare la propria vita senza timori e limitazioni. Questo rappresenta un cambiamento culturale profondo, concreto e non solo una dichiarazione formale. (fra)

LA GUERRA DEL BERGAMOTTO DI REGGIO C.
SU DOP (DA ISTRUIRE) E IGP (APPROVATA)

di SANTO STRATI – Quando scopriranno i reggini (ma vale per tutti i calabresi) che il tempo dei guelfi e ghibellini è finito? Ogni giorno, qualsiasi pretesto è buona per fare lotte intestine, tra i capoluoghi, i borghi, le piccole realtà rurali o cittadine. Al centro di tutto la gelosia e l’invidia e l’impossibilità di essere felici del successo del vicino, che in realtà dovrebbe invece significare motivo di orgoglio per l’intera comunità. Tant’è, c’è sempre qualcosa su cui litigare, dimenticando che solo facendo rete questa terra potrà trovare crescita e sviluppo: bisogna smetterla con le “Calabrie” (di antica memoria) e pensare in modo unico in nome e per conto della Calabria e dei calabresi.

L’ultima guerra, in ordine di tempo, riguarda il Bergamotto di Reggio Calabria. un’unicità mondiale, non una tipicità – attenzione! – che cresce solo lungo la fascia jonica reggina. La “guerra” riguarda il marchio di qualità che dovrebbe contraddistinguere il re degli agrumi: Dop  (denominazione di origine protetta) o Igp (Indicazione geografica protetta)?

C’è un confronto, per ora solo di dichiarazioni, tra il Consorzio del Bergamotto, guidato dall’avv. Ezio Pizzi, che difende l’esigenza che il marchio Dop  (allo stato attuale fino a oggi attribuito esclusivamente all’olio essenziale) sia esteso anche al frutto, e il Comitato spontaneo dei coltivatori dell’agrume, molti dei quali rappresentano storiche e consolidate aziende che coltivano, raccolgono e commercializzano non solo l’essenza ma anche i frutti.

Questi ultimi avevano fatto richiesta al Ministero delle Politiche Agricole di ottenere l’indicazione geografica protetta (Igp) per il Bergamotto di Reggio Calabria, preoccupandosi di salvaguardare la zona vocata con uno specifico disciplinare che – di fatto – impedisce di utilizzare “finti” bergamotti cresciuti in maniera avventizia in Sicilia e in altre parti della Calabria. Questi bergamotti, secondo il parere scientifico, non contengono le qualità specifiche del “vero” Bergamotto di Reggio Calabria. In altri termini, peggio della Settimana Enigmistica, il Bergamotto reggino conta “innumerevoli tentativi di imitazioni” ma il microclima e le particolari condizioni del territorio gli hanno conferito caratteristiche salutari uniche, certificate da una corposa letteratura scientifica. Anticolesterolo naturale e antiglicemico, per citare solo qualcuna delle proprietà nutraceutiche di questo straordinario agrume che tutto il mondo ci invidia e di cui l’industria profumiera non può fare a meno.

Il 90% dei profumi che si producono al mondo ha bisogno dell’olio essenziale del Bergamotto di Reggio Calabria: i francesi che sono i maggiori produttori di profumo hanno provato, molti anni fa, a produrre sinteticamente l’essenza, ma è stato un fiasco totale. Così come hanno provato i cinesi, ma anche coltivatori di Calabria e Sicilia di far crescere l’agrume nei propri territori. L’albero, in qualche caso, ha attecchito, ma i frutti sono risultati di scarsissima qualità, come se mancasse qualcosa, l’elemento principe (l’aria di Reggio?) e la scienza ha accertato che non sono confermate le qualità protettive dell’agrume “originale”, ovvero di quello che cresce nella fascia vocata (da Villa San Giovanni a Monasterace).

La disfida sembra una beffa: da un lato c’è il conferimento da parte del Ministero dell’Igp (mentre la pratica della Dop  va ancora istruita) e viene a mancare la conferma e l’accettazione da parte della Regione del marchio, con un inaspettato ribaltamento delle posizioni.

L’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo alla notizia del conferimento dell’Igp aveva espresso soddisfazione, ma il Presidente Occhiuto ha preso in mano la vicenda e ha bocciato la pratica, a sostegno del Consorzio che vuole la dop, ignorando la volontà e le aspettative di centinaia di coltivatori favorevoli all’Igp. Coltivatori che oggi si recheranno davanti al Consiglio regionale per esporre il proprio disappunto.

In realtà, c’è un retroscena che non si può sottacere. Quando è stata approvata in via preliminare l’Igp dal Ministero, Occhiuto ha convocato le parti (chi voleva la Dop e chi accettava la Igp) tentando di trovare un punto di incontro: missione impossibile e posizioni di discutibile intransigenza da entrambe le parti, da cui è derivato il blocco della Regione sulla delibera di approvazione dell’Igp. La lettera preliminare del Ministero indica la necessità di sottoporre a pubblico accertamento la richiesta di Igp: poiché era prevedibile l’opposizione del Consorzio si rischiava di finire davanti al Tar, con il conseguente blocco da parte di Bruxelles fino all’esito finale della probabile vertenza giudiziaria.

«Il mio Presidente – ha detto a Calabria.Live l’assessore Gallo – mi ha detto che di fronte al rischio di perdere un importante riconoscimento era opportuno prendere una decisione apparentemente impopolare. Occhiuto porterà avanti ed è convinto di ottenere in sei mesi la Dop dal Ministero. Qual è il riconoscimento di tutela migliore? Quando abbiamo ottenuto la Dop per il Cedro di Santa Maria del Cedro – dice Gallo –  ho pensato che anche per il Bergamotto di Reggio Calabria fosse necessario pensare ad avere la denominazione di origine protetta.

«Dopo vent’anni persi in discussioni, ci siamo trovati con l’approvazione dell’Igp quando, l’Università Mediterranea e i principali rappresentanti degli agricoltori hanno avanzato la richiesta di estendere la Dop dell’essenza al frutto. Abbiamo studiato la cosa a Bruxelles ed è fattibile.

«Il rischio, approvando la Igp, era che, a fronte del dovuto dibattito pubblico, la lotta con i fautori della Dop si inasprisse e finisse in tribunale: questo significherebbe, ove accadesse, che Bruxelles bloccherebbe qualsiasi pratica in attesa dell’esito giudiziario (e sappiamo i tempi della giustizia civile…). Allora la scelta che può sembrare insensata, in realtà, tradisce un autentica attenzione al territorio reggino, sia da parte mia che del Presidente Occhiuto. Viste le produzioni di bergamotto siciliane e pugliesi che potrebbero insidiare la qualità nell’autentico Bergamotto di Reggio Calabria era necessario stoppare la pratica Igp e mandare avanti (con le rassicurazioni sui tempi che Occhiuto ha certamente preteso da Roma) la denominazione protetta. Basterà – secondo Bruxelles – una semplice modifica del disciplinare dell’essenza per estendere la tutela Dop  anche al frutto. Quindi, bisogna avere fiducia nelle scelte della Regione e smetterla di litigare, per il bene  di questa terra».

È davvero così importante la differenza tra Dop  e Igp? Secondo il Consorzio guidato dall’avv. Pizzi il marchio Igp è dequalificante e cita, a conforto della sua tesi, i grandi marchi che sono contraddistinti dalla dop: Parmigiano reggiano, la mozzarella di bufala campana o il Prosciutto di Parma. Hanno scelto la Dop  – afferma l’avv. Pizzi – il Cedro di S. Maria del Cedro o la liquirizia di Rossano per qualificare e valorizzare il prodotto, dunque perché non pretenderlo per il Bergamotto di Reggio Calabria?

La prima assemblea dei Comitato spontaneo di 307 produttori che si è tenuta domenica a Roghudi – a favore dell’Igp – ha confutato la tesi che la Dop sia meglio dell’Igp, sostenendo che sarebbe una sciocchezza, adesso che l’istruttoria è chiusa a favore del marchio Igp rinunciarvi in attesa della nuova istruttoria relativa alla denominazione protetta.

Chi ha ragione, il Consorzio o il Comitato?

Col sostegno della Camera di Commercio di Reggio e dell’Università Mediterranea, oltre che dei rappresentanti di Confagricoltura, Coldiretti  e altre categorie, il Consorzio lo scorso autunno aveva presentato a Reggio l’iniziativa per estendere al frutto la Dop già esistente sull’essenza. Una posizione chiara, dichiaratamente contro il Comitato spontaneo di 307 coltivatori, che faceva forza sulla necessità di tutelare la lavorazione da riservare esclusivamente nell’area vocata. Piccolo particolare: nel disciplinare dell’Igp approvato dal Ministero dell’Agricoltura è specificamente indicato che coltivazione, raccolta e successive lavorazioni devono essere condotte esclusivamente nel territorio, con esclusione di qualsiasi eventuale accorgimento spesso utilizzato ai danni dei consumatori. Si comprano le clementine in Sicilia o si importano dalla Tunisia e si lavorano, per esempio, nel territorio di Corigliano (Igp): il consumatore non conosce l’origine e immagina siano frutti maturati nell’area  geografica protetta. Un po’ come avviene per il capretto sardo Igp che in realtà viene, molto più spesso di quanto si possa immaginare, allevato e macellato altrove e poi commercializzato come se provenisse dalla Sardegna

Nel caso dell’Igp del Bergamotto di Reggio Calabria, approvata dal Ministero, questa pratica (ingannevole e da condannare) non è fattibile: «Possono ottenere la denominazione “Bergamotto di Reggio Calabria IGP” – si legge al punto 8.1 del disciplinare – solo i bergamotto prodotti, condizionati e confezionati nell’area di riferimento… poiché i frutti destinati al consumo fresco e alla trasformazione devono essere lavorati in prossimità della raccolta e dei luoghi di raccolta». Quello di cui il Consorzio aveva fatto il suo punto di forza.

Stesse indicazioni che emergono nel disciplinare della Dop. Quindi, se veramente, in sei mesi Occhiuto riesce a farsi dare la Dop, bisogna convenire che la scelta di stoppare la “contestata” Igp non è poi così peregrina. L’intento dovrebbe essere quello di salvaguardare non gli interessi di singoli, bensì della Città Metropolitana di Reggio (che con l’esportazione dell’essenza incide in misura notevolissima sul pil regionale) e dell’intera regione. L’obiettivo è quello di valorizzare con un marchio di qualità il Bergamotto di Reggio Calabria. Dop o Igp, scelga la Regione e se ne assuma la responsabilità: qualunque azione di distrazione (tipo causa civile da parte del Comitato contro il Consorzio farebbe seri danni a tutta la Calabria. Non credo ce lo possiamo permettere. (s)

DIFFERENZIATA, CALABRIA RESTA INDIETRO
REGGIO CONTESTA I DATI: SIAMO IN SALITA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria è rimandata nella raccolta differenziata. La nostra regione, infatti, con i suoi 1.841.300 abitanti e 404 comuni, raggiunge una percentuale del 54,6 %, contro una media nazionale che, ormai, tocca il 65,2%, come da dati Ispra 2022. È il quadro desolante emerso alla sesta edizione dell‘Ecoforum rifiuti Calabria di Legambiente, nel corso del quale è stato presentato il dossier Comuni Ricicloni, presentato in Cittadella regionale.

Dati che, nonostante confermino la crescita della raccolta differenziata in regione con realtà territoriali che stanno progressivamente raggiungendo percentuali molto alte come Soveria Simeri, primo tra i Comuni rifiuti free, con l’88,5 %, seguito da Tiriolo e Frascineto,  «non consentono di raggiungere gli obiettivi, sempre più sfidanti, fissati dalla normativa comunitaria».

In Calabria, i Comuni Rifiuti Free, nei quali oltre all’alta percentuale di raccolta differenziata la produzione annuale pro-capite di secco residuo è inferiore a 75 kg, sono in totale 36 tra i quali, diversi raggiungono punti di eccellenza di oltre l’80% di raccolta differenziata.

Tuttavia, a incidere molto – e in maniera negativa – sono anche i dati analizzati da Arpacal (che recentemente ha diffuso un proprio report sulla raccolta differenziata), in cui è emerso come Reggio e Crotone sono i capoluogo di provincia ad aver registrato i dati peggiori: Reggio, infatti, raggiunge appena il 18,1% (peggiorando ancora la propria performance dell’11% rispetto all’anno precedente), e Crotone il 22%, nonostante l’incremento del 4,4%.

Il capoluogo più virtuoso è Vibo Valentia con il 69,9% (+ 3%) seguito da vicino da Catanzaro con il 69,2% ( -0,8%) e da Cosenza con il 62,4% (+ 0,3%). A livello di territorio provinciale, la più virtuosa è la provincia di Catanzaro con il 65,1% mentre la peggiore è quella di Crotone con il 39%.

Una vera e propria «disomogeneità territoriale», l’ha definita la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta, in cui ci sono dei Comuni Rifiuti free in cui oltre all’alta percentuale di raccolta differenziata, la produzione annuale pro-capite di secco residuo è inferiore a 75 kg, sono in totale 36 tra i quali, diversi raggiungono punti di eccellenza di oltre l’80% di raccolta differenziata» e Comuni in cui, invece, si registrano performance negative come Reggio e Crotone.

«Allo stesso tempo – ha rilevato Parretta – ci sono province nelle quali invece si collocano prevalentemente i Comuni “rifiuti free” che riescono a raggiungere percentuali di raccolta differenziata molto vicine al 65%». Ma, nonostante ciò, non bisogna abbassare la guardia anzi, i dati emersi ribadiscono, ancora una volta, «la necessità di una decisa accelerazione di tutti i processi regionali che possano incrementare percorsi virtuosi nella gestione del ciclo dei rifiuti: dalle attività ed iniziative per ridurre i rifiuti alla fonte, al riuso, al riciclo», ha detto la presidente dell’Associazione.

«Su tutto il territorio regionale, supportando i progetti attraverso percorsi di partecipazione della cittadinanza, occorre, celermente — ha aggiunto – aprire i cantieri dell’economia circolare, costruendo impianti tecnologicamente avanzati per il trattamento, il riciclo e la valorizzazione dei rifiuti. Non smetteremo mai di sottolineare che la Calabria ha bisogno di una visione complessiva guidata dalla consapevolezza che i temi ambientali sono quelli che condizionano il presente, disegneranno il futuro e creeranno economia in grado di sviluppare occupazione di qualità in vari settori».

«L’economia circolare –  ha spiegato la responsabile nazionale Comuni Ricicloni, Laura Brambilla – è una fase importante della transizione ecologica: non dobbiamo limitarci solo alla raccolta differenziata, ma bensì dobbiamo fare in modo che l’intero sistema, che vede coinvolti produttori, cittadini, enti, municipalizzate, impianti di trasformazione in materie prime seconde e il loro successivo mercato, possa funzionare in modo efficace».

«Per questo motivo riteniamo che ogni soggetto coinvolto abbia ancora ampi margini di miglioramento ma, per farlo – ha sottolineato – diventa fondamentale una visione d’insieme per consentire al massimo la circolarità dell’intero processo che oggi purtroppo, in Calabria, è ancora poco performante. Ed è questa la sfida che lanciamo alla Calabria, non possiamo più permetterci dei ritardi e le realtà virtuose protagoniste di questa giornata, dimostrano che si può fare la differenza oltre che la differenziata».

«La gestione dei rifiuti, pur non essendo una competenza diretta degli enti gestori delle aree protette – viene evidenziato – se non viene realizzata in maniera corretta comporta degli effetti negativi per questi territori. Attraverso il progetto “Parchi Rifiuti Free” Legambiente promuove la corretta gestione dei rifiuti e l’accompagnamento dei Comuni delle aree naturali protette che hanno dei tassi di raccolta differenziata ancora troppo bassi».

Inoltre l’associazione, d’intesa con le aree protette, promuove azioni di riduzione e la gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti per garantire una corretta tutela dell’ambiente e del territorio qualificando, al contempo, l’offerta turistica delle strutture e delle località interessate dalle aree protette.

Alla prima sessione dell’Ecoforum, dal titolo “Calabria lavori in corso”, moderato dalla responsabile nazionale Comuni Ricicloni, Laura Brambilla, ha visto la partecipazione di Salvatore Siviglia, dirigente dipartimento ambiente e territorio; Bruno Gualtieri, commissario straordinario dell’autorità rifiuti e risorse idriche Calabria; Michelangelo Iannone, commissario Arpacal; Francesco Sicilia, direttore generale Unirima; Carmine Pagnozzi, direttore generale Biorepack; Fabio Costarella, responsabile area progetti territoriali speciali Conai. Ha concluso i lavori, collegato da remoto, il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani.

La seconda sessione, La Calabria che c’è già, moderata da Emilio Bianco, coordinatore ecoforum regionali Legambiente sono intervenuti: Alessandro Cittadino, direttore tecnico Calabra Maceri e Servizi Spa; Massimo Gelli, presidente “R-accogliere” società cooperativa sociale; Rossana Melito, presidente “Fare eco”; Maria Gramendola, dirigente dell’I.I.S. ITG-ITI di Vibo Valentia.  (ams)

 

L’INSPIEGABILE STOP DELLA REGIONE AL
MARCHIO IGP BERGAMOTTO DI REGGIO CAL.

di ROSARIO PREVITERA – Il clamoroso e incomprensibile stop della Regione al percorso ormai concluso dell’Igp “Bergamotto di Reggio Calabria” sta scatenando le reazioni del territorio: associazioni, produttori, sindaci, istituzioni del reggino si coalizzano e si preparano alla protesta.

Già per oggi, domenica 10 marzo il Comitato spontaneo dei bergamotticoltori reggini ha organizzato un’assemblea pubblica a favore dell’Igp per il Bergamotto di Reggio Calabria. In rappresentanza del Comitato promotore per l’Igp del Bergamotto di Reggio Calabria, che annovera più di 300 tra agricoltori, cooperative e trasformatori per più di 530 ettari di bergamotteti: più del 50% dei bergamotticoltori reggini censiti dal settore agricoltura della Città Metropolitana e più di un terzo dei bergamotteti censiti dall’Istat nel 2022 pari a 1.500 ettari, parteciperemo con grande piacere e numerosi, anche per sfatare le menzogne sull’Igp da parte dei detrattori a causa di interessi privati ormai noti, e per presentare il Disciplinare di produzione approvato dal Ministero dell’agricoltura il 12 dicembre 2023 e stoppato dalla Regione Calabria il 28 febbraio 2024.

I detrattori dell’Igp per il Bergamotto di Reggio Calabria, alimentano e diffondono notizie errate come, ad esempio, che la “Dop è meglio dell’Igp e che l’Igp consentirebbe l’ingresso di bergamotto da “fuori”. Falso. 

Il Disciplinare di produzione del Bergamotto di Reggio Calabria Igp, per scelta dei produttori, prevede al pari delle Dop (che da anni sono riservate ai prodotti trasformati e non all’ortofrutta, tranne per prodotti di nicchia), che tutte le fasi previste si svolgano nell’area vocata ovvero che coltivazione, produzione, lavorazione e trasformazione avvengano all’interno dell’area vocata. Cioè non è consentito lavorare o “importare” bergamotti provenienti da altre aree della provincia, da altre province o regioni o dall’estero. Si tratterebbe cioè di truffa. 

Appare singolare che nessuno si è mai accorto (o fa finta di non sapere e vedere) dell’inutilità dell’essenza Dop del Bergamotto di Reggio Calabria e della inesistente tutela da parte del suo “Consorzio di tutela” visto che in provincia di Reggio Calabria si producono 150.000 kg di essenza di bergamotto all’anno e nel mondo se ne commercializzando ben 4 mln di kg. Sarà un’essenza miracolosa?”. In merito allo stop improvviso e incomprensibile da parte della Regione Calabria, il Comitato Promotore sostiene che 

La Regione si contraddice e boicotta l’iter quasi concluso dell’Igp Bergamotto di Reggio Calabria a circa tre anni dal suo stesso parere favorevole e dopo tre mesi dall’approvazione ministeriale. Eravamo a un passo dalla conclusione dell’iter e attendevamo la dovuta convocazione della Riunione di Pubblico Accertamento da parte del Ministero dell’Agricoltura dopo l’approvazione del Disciplinare di produzione del 12 dicembre scorso. Il nostro Comitato che deve organizzare la manifestazione di pubblica audizione per come previsto dallo specifico Decreto Ministeriale era già pronto ad adempiere alle incombenze previste insieme ai suoi associati. 

Ma il 28 febbraio presso la presidenza della Regione Calabria si svolgeva un’altra riunione-farsa, come quelle già svolte nel 2022 e nel 2023,  in cui eravamo presenti insieme alle quattro associazioni di categoria, alla Camera di Commercio di Reggio Calabria e al Consorzio dell’essenza del Bergamotto Dop. 

La riunione tenuta dal presidente Roberto Occhiuto, dall’assessore Gianluca Gallo e dal dirigente Giacomo Giovinazzo è stata la replica delle varie riunioni precedenti nelle quali, a più riprese si è cercato chiaramente di fermare l’azione corale dei 300 bergamotticoltori dell’Igp a favore del progetto di estensione del disciplinare dell’essenza Dop al frutto, poi presentato ad agosto dal pluri presidente, Ezio Pizzi, in rappresentanza dei 20 soci di un consorzio che di fatto non ha mai operato sul territorio. 

Con la differenza che, questa volta, la riunione si è conclusa con l’anticipazione da parte del Governatore di voler scrivere al Ministero per perorare la causa della Dop, ritenuta più “qualificante”, e comunicare che il gruppo della Dop possiede maggiore rappresentatività e con l’intenzione addirittura di ritirare il parere favorevole della Regione espresso il 29 giugno 2021 per l’Igp, confermando invece il parere favorevole espresso il 4 settembre 2023 a favore della Dop il cui Consorzio di tutela esistente dal 2007 annovera una ventina di associati. E così è stato fatto purtroppo.

Tutto ciò nonostante in quella sede abbiamo spiegato con supporto documentale che Dop e Igp hanno identico valore, che la rappresentatività reale è chiaramente dalla nostra parte in termini di numeri e di prodotto,  e nonostante le organizzazioni Cia e Copagri si siano chiaramente espresse a favore dell’Igp in quanto obiettivo ormai raggiunto e da considerare un successo del territorio, a differenza di Coldiretti e Confagricoltura che hanno sostenuto il percorso della Dop che prevederà tempi lunghissimi.  

Un percorso, quest’ultimo, di fatto è già stato sospeso ufficialmente dal Ministero e la cui istruttoria non è mai stata attivata proprio perché iniziata dopo due anni e mezzo dalla giusta conclusione  e approvazione dell’iter dell’Igp. 

Dunque una chiara ed evidente macchinazione amministrativa intrapresa chiaramente proprio per bloccare e procrastinare all’infinito  l’ottenimento dell’Igp.

 Ci chiediamo come sia possibile che, a condizioni immutate, il Dipartimento agricoltura ritiri il parere favorevole espresso per l’Igp dopo quasi tre anni e come il Dipartimento stesso e l’assessore Gallo si contraddicano visibilmente dopo aver scritto ufficialmente ad alcune associazioni di categoria, poche settimane addietro, in merito alla riunione di pubblico accertamento e aver pubblicato, anche su queste pagine, uno specifico comunicato  nel quale veniva dichiarato in merito all’Igp che «il nostro sostegno non è in discussione e che se si è arrivati sin qui si deve anche al lavoro svolto dalla Regione» e, come scriveva l’assessore Gallo, «confermo l’impegno perché l’iter in essere prosegua secondo i tempi e le modalità previste per l’interesse esclusivo della Calabria». 

Rimaniamo grandemente amareggiati nel constatare che in realtà è avvenuto proprio tutto il contrario, e constatiamo che eventuali problemi politici interni che non ci riguardano e la volontà di alcuni di favorire pochi soggetti a danno della stragrande maggioranza degli agricoltori, costituisce un qualcosa che ci porta seriamente a riflettere su modelli di governance che credevamo estinti e che invece risultano ancora in auge. Naturalmente i 300 operatori dell’Igp e le sigle sindacali che sostengono l’iniziativa, consci di un comparto già in crisi riversano sull’approvazione  della Indicazione Geografica Protetta “Bergamotto di Reggio Calabria” grande speranza per il rilancio concreto del settore primario e lo sviluppo  del territorio. Ecco perché tutti insieme evidenzieranno le numerose zone d’ombra e i conflitti di interesse esistenti e tuteleranno i propri diritti, a garanzia della trasparenza e della legalità in tutte le sedi opportune. 

Il presidente di Copagri Calabria, Francesco Macrì, conferma «piena condivisione del percorso di riconoscimento dell’Igp “Bergamotto di Reggio Calabria” e risulta importantissimo convocare nel breve periodo la Riunione di pubblico accertamento per l’Igp “Bergamotto di Reggio Calabria” a più di tre mesi dall’approvazione ministeriale del Disciplinare». 

«Non capiamo come sia possibile che la Regione – ha aggiunto –  abbia revocato un parere favorevole ad obiettivo raggiunto e come abbia potuto definire  non rappresentativo il Comitato promotore che conta più di un terzo delle superfici coltivate a bergamotto e più della metà dei bergamotticoltori attivi». 

Il presidente di Liberi Agricoltori Calabria-Ampa, Giuseppe Mangone, afferma che «nel nostro incontro ufficiale con l’assessore regionale Gianluca Gallo e il dg Giacomo Giovinazzo al Dipartimento agricoltura in data 29 gennaio ci era stato garantito il nulla osta alla pubblica audizione per l’Igp “Bergamotto di Reggio Calabria”. Non è concepibile prolungare ulteriormente i già lunghi tempi di attesa degli agricoltori all’ottenimento di una Igp per cui tutti quanti dovrebbero esultare anziché danneggiare la filiera pronta ad effettuare il salto di qualità».

Secondo Lidia Chiriatti, presidente di Nuova Unci Calabria «l’Indicazione Geografica Protetta per il Bergamotto di Reggio Calabria ormai a un passo dal riconoscimento finale, è una vera e propria leva di marketing che contribuirà notevolmente alla crescita della filiera e a sottrarre gli agricoltori dalla scure dei prezzi imposti dall’industria dell’olio essenziale da decenni. Bloccare l’iter per interessi non certo della base produttiva reale significherà danneggiare l’intero territorio». 

Il presidente nazionale di Conflavoro Pmi, Roberto Capobianco, sostiene che «occorre concludere l’iter dell’Igp al più presto ed eventuali situazioni di blocco o di stallo dovute alla presentazione di altre richieste di riconoscimento da parte di gruppi o organizzazioni non certo rappresentative, ma con altri interessi, apportano un ulteriore serio danno economico al comparto ovvero agli agricoltori e agli operatori dell’intera filiera del Bergamotto di Reggio Calabria, già piegati dalla crisi climatica ed economica in atto». 

Aurelio Monte, produttore di bergamotto e membro della sigla sindacale Usb-Lavoro Agricolo Reggio Calabria dichiara che «l’oro verde di Calabria dovrebbe essere un elemento su cui puntare il massimo sforzo per la sua valorizzazione, e non terreno di scontro politico e tra fazioni di produttori. In una fase storica in cui stanno emergendo tutte le contraddizioni di un sistema agricolo teso a favorire la grande agroindustria e le multinazionali leader del settore, come organizzazione sindacale non possiamo che stare al fianco dei lavoratori e dei piccoli produttori, e sostenere le loro lotte per un giusto prezzo e un giusto salario». 

«Questo significa, anche – ha aggiunto – favorire tutte quelle politiche che possono aiutare e sostenere le piccole imprese e stentiamo a capire le ragioni per cui si rifiuta una possibilità come l’Igp, ormai ad un passo dall’ottenimento, per inseguire un obiettivo fumoso come la Dop senza tempi e traguardi certi». 

Tommaso Trunfio, presidente della Cooperativa agricola Bergamia con più di 200 bergamotticoltori associati e aderente all’OP Frujt dichiara di essere grandemente amareggiato: «Alla riunione del 28 febbraio alla Cittadella abbiamo assistito a una ulteriore squallida messa in scena dove tutto era già stabilito e dove era chiaro, ancora una volta, che l’Igp per il Bergamotto di Reggio Calabria da troppo fastidio». 

«Molti nostri soci – ha aggiunto – poiché non si sentono più garantiti e tutelati hanno deciso di ritirare il proprio fascicolo aziendale e di uscirsene dalle uniche due organizzazioni datoriali, Coldiretti e Confagricoltura, che continuano a sostenere con la Camera di Commercio e il Consorzio del Bergamotto il percorso della Dop per l’essenza e il frutto insieme, di per se mai avviato e già sospeso dal Ministero». 

«Ci auguriamo che anche i 50 sindaci dei comuni contemplati dal Disciplinare di produzione dell’Igp approvato dal ministero a dicembre – ha concluso – facciano sentire la loro voce autorevole. Per noi l’Igp per il prodotto fresco e per i derivati del food significa uno sbocco potenziale sul mercato nazionale ed europeo, vista la crisi crescente del mercato dell’essenza». (rp)

DONNE AL LAVORO, IN CALABRIA FORTE GAP
CON L’OCCUPAZIONE DEGLI UOMINI: È AL 18%

di ANTONIETTA MARIA STRATI – «La strada verso la parità di genere, specialmente in Calabria, è ancora lunga»: Da queste  parole dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Calabrese, emerge un quadro allarmante dal Rapporto preliminare dell’Osservatorio/Laboratorio Economico-Territoriale delle Politiche del Lavoro, con focus sulla parità di genere nel mercato del lavoro in Calabria.

Un report resosi necessario, considerando che «i recenti dati dell’Istat evidenziano che, sebbene le donne abbiano un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini, la loro partecipazione al mercato del lavoro è inferiore e non viene adeguatamente compensata dal punto di vista economico, né in termini salariali né in termini di riconoscimento professionale», ha spiegato Calabrese nella nota introduttiva.

«I recenti dati dell’Istat evidenziano che, sebbene le donne abbiano un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini – ha continuato Calabrese – la loro partecipazione al mercato del lavoro è inferiore e non viene adeguatamente compensata dal punto di vista economico, né in termini salariali né in termini di riconoscimento professionale».

Nella nostra regione, infatti, «nella dinamica demografica della popolazione per genere ed età – hanno spiegato Roberto Cosentino, direttore generale del Dipartimento Lavoro e Cosimo Cuomo, dirigente dell’Uoa Programmazione e Monitoraggio Fse 21/27 e responsabile dell’Osservatorio Laboratorio Economico Territoriale delle Politiche del Lavoro – la prevalenza della componente femminile rappresenta il 51,0%, con maggiore evidenza nelle età più avanzate per la maggiore longevità femminile. Sempre, la componente femminile calabrese, prevale anche fra le persone con titolo universitario (56,9% dei laureati o con titolo superiore), in particolare per le donne di età compresa tra i 25 e 64 anni, ma anche tra quelle prive di un titolo di studio (60,1%) e in possesso della sola licenza elementare (56,6%), soprattutto nella classe d’età 65 anni e oltre».

«A livello provinciale, i tassi di assenza di istruzione – hanno detto ancora – presentano valori più alti per la componente femminile, mentre i tassi di conseguimento dei titoli di studio più bassi (fino alla licenza media), presentano valori simili tra la popolazione maschile e quella femminile. All’estremo opposto, l’insieme dei titoli accademici è ovunque più elevato per le donne, per le quali si registra il valore massimo a Catanzaro (17,1%) contro il corrispondente 13,7% degli uomini».

Quello che è emerso, dunque, è che in Calabria «permane comunque una situazione piuttosto sfavorevole all’occupazione femminile e allo squilibrio di genere, con valori anche superiori rispetto alla media nazionale. Nel 2021, il gap di genere del tasso di attività, è statisticamente di circa 18 punti (uomini 51,9%, donne 33,9%), la distanza tra il tasso di occupazione delle donne (28,6%) e quello degli uomini (45,6%) di 17 punti e, il tasso di disoccupazione delle donne (15,6%) è più di 3 punti percentuali superiore a quello degli uomini (12,2%)».

Guardando alla nostra regione, in Calabria «la popolazione residente al 2023, in base al genere, risulta essere pari a 1.846.610 unità, di cui 942.391 di sesso femminile e 904.219 maschile, rispettivamente, il 51,03% e il 48,97% sul totale».

Dopo il forte deterioramento registrato durante la fase più acuta della pandemia, anche nella regione Calabria è comunque proseguita la ripresa del mercato del lavoro. Sulla base dei dati Istat, elaborati dall’Osservatorio: Laboratorio Economico Territoriale e Politiche del Lavoro della Regione Calabria, la popolazione attiva femminile (15-64 anni), nel 2022, era pari a 591.269 unità (50,5% sul totale), a fronte di 580.332 unità di sesso maschile (49,5%).

Sempre secondo i dati rilevati dall’ Istat ed elaborati dall’Osservatorio  nel 2022 il numero di occupati nella regione è aumentato dell’1,5% rispetto all’anno precedente; A differenza di quanto rilevato nel 2021, l’incremento, però, è stato inferiore a quello medio registrato nell’intero Mezzogiorno e in Italia (rispettivamente del 2,5 e del 2,4 per cento).

In termini assoluti, comunque, il numero di occupati non ha ancora recuperato i livelli pre-pandemici (sono stati circa 529.000 nel 2022, contro i quasi 539.000 nel 2019), mentre il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni, è salito al 43,5%, superando sensibilmente il dato del 2019. Su tale aumento, ha inciso la dinamica demografica caratterizzata dalla progressiva riduzione della popolazione in età da lavoro. Il divario negativo nel tasso di occupazione rispetto alla media nazionale, è rimasto comunque ampio (16,7 punti percentuali; era 17,1 nel 2019). Per “genere”, l’incremento dell’occupazione nel 2022, ha riguardato sia gli uomini che le donne mentre il divario di genere nei tassi di occupazione continua a rimanere costante ed elevato (23,5 punti percentuali in Calabria, 18,1 nella media nazionale).

La diminuzione della popolazione residente della Calabria, per l’Osservatorio «è frutto di un saldo naturale negativo (-9.413 unità), al quale si somma un saldo migratorio totale negativo (-6.111 unità), nonostante un saldo censuario positivo (+10.377) e un recupero dei movimenti demografici internazionali nel 2021 rispetto al 2020».

Quello che si registra, dunque, è la conferma di un trend negativo in corso. La mortalità aumenta: il tasso di mortalità passa dall’11,2 per mille del 2020 al 12,2 per mille del 2021, con un picco del 12,5 per mille della provincia di Cosenza. Tra il 2020 e il 2021 il tasso di natalità è leggermente diminuito, da 7,4 a 7,1 per mille. A livello provinciale il tasso resta quasi stabile nella provincia di Catanzaro, diminuisce in tutte le altre, principalmente a Vibo Valentia e Reggio Calabria. I movimenti tra Comuni sono rimasti costanti nel secondo anno pandemico: il tasso migratorio interno è passato dal -4,4 per mille del 2020 al -4,3 per mille del 2021, oscillando tra il -3,2 per mille della provincia di Cosenza e il -6,6 di Crotone.

I movimenti migratori internazionali sono in recupero: il tasso migratorio estero, positivo in tutte le province, aumenta rispetto al 2020 (dal 0,7 al 2,7 per mille), soprattutto nella provincia di Cosenza (da 0,9 nel 2020 a 3,2 per mille nel 2021) e Reggio Calabria (da 0,7 a 3,1). La prevalenza della componente femminile nella struttura per genere si conferma anche nel 2021. Le donne rappresentano il 51,0% del totale e superano gli uomini di 38mila unità. La prevalenza si evidenzia particolarmente nelle età più avanzate per la maggior longevità femminile.

Per quanto riguarda la scolarizzazione e il conseguimento dei titoli, nonostante nella nostra regione ci sia un innalzamento del livello di istruzione, continuano a persistere dei divari tra le province, correlati all’invecchiamento della popolazione e alle caratteristiche del mercato del lavoro. L’incidenza del livello di istruzione terziaria risulta più elevata nei territori con sede di ateneo. Quella più alta si osserva a Catanzaro (15,5 %), Cosenza (15,2%) e Reggio Calabria (15,0).

La componente femminile calabrese prevale fra le persone con titolo universitario (56,9% dei laureati o con titolo superiore), in particolare per le donne di età compresa tra i 25 e 64 anni, ma anche tra quelle prive di un titolo di studio (60,1%) e in possesso della sola licenza elementare (56,6%), soprattutto nella classe d’età 65 anni e oltre. A livello provinciale, i tassi di mancanza di istruzione presentano valori più alti per la componente femminile mentre i tassi di conseguimento dei titoli di studio più bassi (fino alla licenza media) presentano valori simili tra la popolazione maschile e quella femminile. All’estremo opposto, l’insieme dei titoli accademici è ovunque più elevato per le donne, per le quali si registra il valore massimo a Catanzaro (17,1%) contro il corrispondente 13,7% degli uomini.

In Calabria permane una situazione piuttosto sfavorevole all’occupazione femminile e uno squilibrio di genere, con valori superiori rispetto alla media nazionale. Nel 2021, il gap di genere del tasso di attività è di circa 18 punti (uomini 51,9%, donne 33,9%), la distanza tra il tasso di occupazione delle donne (28,6%) e quello degli uomini (45,6%) di 17 punti, il tasso di disoccupazione delle donne (15,6%) è più di 3 punti superiore a quello degli uomini (12,2%). Fra le province, i valori più alti del tasso di occupazione si osservano a Catanzaro (37,4%) e Reggio Calabria (37,1%), quelli più bassi a Crotone (35,3%) e Vibo Valentia (35,8%), mentre gli squilibri di genere più ampi (circa 18 punti) si riscontrano a Catanzaro e Crotone, i più bassi (circa 15 punti) a Vibo Valentia e Reggio Calabria.

Le incidenze maggiori del tasso di disoccupazione nel 2021 si osservano nelle province di Reggio Calabria, di Cosenza e di Crotone (rispettivamente 14,1%, 13,6% e 13,6%) mentre, all’opposto, Vibo Valentia e Catanzaro presentano i valori più bassi (12,9% e 13,0%). Il divario di genere è più marcato (quasi 4 punti) nei territori cosentino e catanzarese, minore (circa 2 punti) nel vibonese.

Dal punto di vista dello stock occupazionale e degli avviamenti, interrogando i dati del SIL Calabria, si evince una variazione importante nell’anno 2020, da relazionare al divieto di licenziamento in vigore da marzo 2020 come una misura emergenziale per fronteggiare gli effetti della pandemia, livellatasi poi negli anni successivi. Filtrando i dati al solo 2023 si evincono importanti indicazioni, in primis la distribuzione territoriale dei lavoratori proporzionalmente alla popolazione residente e la distribuzione per età e sesso dei lavoratori, che evidenzia una prevalenza maschile nelle fasce più giovanili e fino ai 45 anni. Da notare la prevalenza del genere femminile nel settore delle attività di cura e di assistenza in ambito familiare, nella sanità e assistenza e nell’istruzione (60,1%); anche dall’analisi delle mansioni si deduce una divaricazione di genere per molte delle attività professionali.

La ricerca e le elaborazioni statistiche effettuate – su base Istat – purtroppo delineano, un andamento quasi stabile del fenomeno, pur se con un lievissimo decremento nazionale riferito al 2022; Dato, peraltro confermato anche per le Regioni del Sud del Paese, ma non in Calabria. Laddove, i numeri, fotografano un fenomeno in aumento con un +46 di vittime di sesso femminile. Serve, comunque evidenziare che – in Calabria – i casi di violenza realmente accertata, passano dai 34 registrati del 2020, ai 17 del 2022, con un picco di ben 41 casi nel 2021. A questi, devono, però, aggiungersi, i casi di vittime di stalking e le richieste di aiuto di vittime di violenza, sempre registrate al numero nazionale antiviolenza e stalking (1522).

Quello che emerge, dunque, è come «il mercato del lavoro in Calabria assume aspetti contraddittori rispetto a quanto espresso a livello nazionale a riprova di come la condizione delle donne assuma ulteriori aspetti di problematicità. In Calabria, infatti, non è presente solo più bassa incidenza di donne occupate rispetto a quanto espresso a livello nazionale, ma anche una più ridotta presenza di donne in cerca di occupazione: questo è sicuramente sintomo di un maggiore effetto scoraggiamento tra la popolazione femminile rispetto alle aspettative di accesso alla sfera lavorativa».

Come detto dall’assessore Calabrese, «è innegabile che, ancora oggi, nonostante le numerose politiche intraprese per le pari opportunità, queste, non sembrano aver trovato una compiuta applicazione sociale ed economica, a partire dalla condizione femminile nel mercato del lavoro».

Eppure, «sostenere attivamente le donne nella loro carriera professionale non solo arricchisce le imprese con una maggiore diversità e competenze, ma stimola anche l’innovazione e porta a risultati di qualità superiore», ha detto ancora l’assessore, sembra non essere chiaro che «l’imprenditoria femminile ha un ruolo fondamentale nella costruzione del futuro del Paese, ma anche nella nostra regione che purtroppo continua però ad essere fanalino di coda di tutte le classifiche che raccontano una terra difficile da vivere e da far crescere dove però proprio il valore delle donne rappresenta un punto di forza per superare gli ostacoli atavici che generano ritardi e criticità», come ha detto Giuliana Furrer, presidente del Movimento Donne Imprese di Confartigianato Calabria(ams)

 

8 MARZO IN CALABRIA: ESSERE DONNE
LIBERE È UN GIOCO STRAORDINARIO

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Non si sceglie mai il posto dove si nasce, né cosa nascere in quel posto sconosciuto. Eppure se nasci donna e nasci in Calabria, piuttosto che altrove, verso il Nord dell’Italia per esempio, sei calabrese, sei donna e detieni già il mondo.

Che non è in alcun modo quel tradizionale motivo di peso che tutti pensano, né qualcosa che riguarda il corpo come nel linguaggio poetico, bensì la responsabilità innata delle donne del Sud, che è forza e coraggio, determinazione tipica di questa meravigliosa specie; prodezza ed eroicità delle donne nate nei luoghi impervi, a volte anche in cattività, dove la donna stessa, grazie alla sua temerarietà non cerca di essere celebrata, capeggia le celebrazioni, non chiede di essere festeggiata, festeggia le sue emancipazioni.

Come una colonna magnogreca, tiene alto il suo senso altissimo dell’ onore. E si fa perno nella vita della sua famiglia, centro e luogo nella dimensione in cui lavora, riferimento per le idee, i progetti, le più rispettabili e rispettose rivoluzioni.

L’8 marzo è una giornata celebrativa importante in tutto il mondo, eppure ricordo ancora mia nonna, rifiutare il ramoscello di mimosa che i figli maschi le porgevano. Era per i gerani lei, quelli che con il gambo più grosso e la foglia larga fiorivano tutto l’anno. Noi siamo così, diceva, mostrando la pianta che teneva interrata nel vaso di terracotta sopra il davanzale della sua finestra. Facciamo fiori tutto l’anno, ci apriamo alla vita, e non solo perché la diamo, e siamo di tutti di i colori.

Cresciamo piccole come i fiori minuti, ci facciamo grandi come i più forti e adorniamo le case, le strade, la vita stessa. Vedi la mimosa, potrei mai essere io come quel fiore? E’ solo gialla, sboccia soltanto a primavera, e poi finisce. Ha un ciclo breve. La pianta no, quella avanza, ma il fiore ha il tempo contato. Essere un geranio vuol dire esserci sempre, morto un fiore se ne apre un altro…, ed è così che siamo noi, eterne.

Mia nonna non si era mai arresa, neppure davanti alla forza fisica del marito, né di fronte alla durezza della terra. Si era emancipata con la forza della volontà, credendosi davvero ciò che era, stimando ella stessa il mondo che aveva come madre, moglie, contadina… Così sono state tutte le altre donne del Sud.

A partire dalla Melusina di Corrado Alvaro, alla Cicca di Saverio Strati; da Giuditta Levato a Marianna Procopio, da tutte le donne nate e non nate fino a me, che sento nel cuore l’8 marzo ogni giorno, anche se da qui, dal Sud, vinco o perdo. Perché con la mia vita in questo mondo, io non partecipo, gioco. Chi partecipa si sa, o perde o vince, chi gioca si diverte. E in Calabria, essere donne libere, è un gioco meraviglioso. (gsc)

L’AUTONOMIA RISCHIA DI FARE UN FAVORE
ALLA MAFIA: BISOGNA ALZARE LA GUARDIA

di MIMMO NUNNARIL’ha scritto chiaramente anche su questo giornale Pietro Massimo Busetta che “l’Autonomia differenziata” se passa alla Camera passa perché è un ricatto della Lega ai suoi alleati di Fdi e Forza Italia, che così tradiranno il Sud come Giuda e neanche per trenta denari, ma più vilmente per mantenere fede ad un patto scellerato di Governo in cui non credono.

Probabilmente sarà il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto a chiedere a Forza Italia di sfilarsi, sia pure all’ultimo momento, dal “pactum scelleris” politico istituzionale voluto dalla Lega di Matteo Salvini e Roberto Calderoli. L’ultimo allarme è della Conferenza Episcopale Siciliana che con una nota durissima segnala diverse criticità della riforma «che mette a rischio l’unità nazionale» e sottolinea che il provvedimento voluto dal Governo e approdato alla Camera manchi di un esplicito è necessario richiamo all’articolo 2 della Costituzione “fonte del dovere di solidarietà sociale in favore dei soggetti meno abbienti”.

Non sappiamo con quale faccia i deputati del Sud della coalizione del Governo presieduto da Giorgia Meloni guarderanno i loro elettori dopo il “misfatto” ai quali non resterà che piangere per aver dato fiducia a chi non la meritava e aver  dato ai loro rappresentanti il potere di distruggere la propria gente.

Quali danni subirà il Sud non stiamo qui a ricordarlo tanto sé n’è parlato abbastanza ma possiamo scattare la fotografia del giorno dopo che vedrà il Nord somigliante al “Belgio grasso” è il Sud ad uno Stato mafia sul modello balcanico. Questo aspetto della mafia, che sarà favorita dall’Autonomia, non è stato molto approfondito ed è rimasto fuori dal dibattito, ma proviamo ad affrontarlo partendo da lontano, da quando profeticamente Giorgio Ruffolo nel libro Un paese troppo lungo, pubblicato da Einaudi nel 2011, rifletteva  sul problema della nascita dell’Italia che a distanza di secoli dalla conclusione del processo di unità nazionale restava un Paese disunito. Anzi, scriveva: «Sono sempre più forti quelle spinte che in forme storiche sempre diverse puntano a una dissoluzione dello stato unitario».

E avvertiva del rischio «di una decomposizione del tessuto nazionale al Nord con forme politiche provocatorie e al Sud con una forma ambigua di secessione criminale delle mafie che sottraggono sovranità allo Stato».

Erano ancora i tempi in cui la Lega Nord inseguiva il progetto di secessione ed  emergeva dalla riflessione del saggista e storico esponente del PSI di origini calabresi, che, a un progressivo indebolimento dell’ideale di nazione, potesse corrispondere una deriva mafiosa a Sud, col conseguente pericolo della caduta del Mezzogiorno sotto il controllo territoriale della mafie; un qualcosa che allora stava già accadendo in alcuni paesi dell’area balcanica nati dalla dissoluzione della Repubblica jugoslava. In quella straordinaria analisi di Ruffolo sulla situazione dell’Italia, che bisognerebbe attentamente rileggere oggi, tanto è attuale, si spiegava che, di fronte alle spinte antirisorgimentali, sempre più forti, l’unica speranza, per tenere insieme il nostro “lunghissimo paese”, era recuperare la «forza ideale della nazione».

Quella nazione che oggi con l’Autonomia si vuole definitivamente mettere da parte. Pochi, prestano attenzione a questo ulteriore rischio mafia per Il Sud  ma in uno scenario come quello ipotizzato da Ruffolo non lo si può escludere. Già oggi la situazione è quella che è. Basta sfogliare i giornali degli ultimi tempi: intimidazioni, spari contro negozi, incendi di auto di amministratori comunali, di privati cittadini; parroci  malmenati, vescovi minacciati. violenze diffuse. Non sono tra i più eclatanti fatti di cronaca – siamo tristemente abituai a ben altro – ma sono, tuttavia, storie di ordinaria prepotenza mafiosa: segnali preoccupanti che dimostrano come la strategia mafiosa è sempre più rivolta al controllo del territorio.Segnali inequivocabili che fanno intendere: “Qui comandiamo noi”. 

Ha detto bene monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano e vice presidente della Cei: «La mafia ci schiavizza. Noi dobbiamo recuperare la libertà, l’esercizio della libertà». Clima grave, dunque, insopportabile e che con meno Stato in futuro potrebbe diventare ancora più incandescente.

Occorrerebbe, perciò – prima di pensare all’Autonomia – ricostruire il tessuto connettivo di una presenza dello Stato nei territori, particolarmente in determinate aree, dove la pervasività del fenomeno mafioso si spiega anche col radicamento debole dello Stato che, nel tempo, ha perso sempre più sovranità.

L’indebolimento della funzione centrale statuale che comporterà il progetto dell’Autonomia, aggraverà la situazione: ci troveremmo in una situazione in cui l’autorità statale, venuta meno al compito di ridurre le disuguaglianze, non riuscirà più a far fronte pienamente ai suoi compiti e la mafia avrebbe campo libero. Riusciranno i nostri eroi deputati del Sud a votare secondo coscienza e non a comando? (mnu)

 

PNRR, LA VERA SFIDA PER IL MEZZOGIORNO
È LA MESSA IN SICUREZZA DELLA QUOTA SUD

di LIA ROMAGNO – La sfida dell’attuazione del Pnrr per l’Italia vale tra il 2 e il 2,5% di Pil in più, percentuali superiori alla media europea. A “pesare” l’impatto del piano per il sistema Paese è stato ieri il commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni.

«La proiezione sulla misura aggiunta di Pil nel 2026 per i diversi Paesi dal Next Generation Eu è una media dell’1,4% aggiuntivo – ha affermato intervenendo a un evento per i quarant’anni di Affari&Finanza, a Milano –. Si va da Paesi che hanno nel 2026 un Pil tra il 4 e 5% in più, come la Grecia. Altri che stanno al 3%, come la Spagna. L’Italia tra il 2 e 2,5%, quindi è sopra la media europea. Ovviamente sono modelli matematici che possono essere confermati o meno. Questo ci dice che la potenzialità dello strumento è notevole».

La sfida «si gioca nei prossimi due tre anni in modo decisivo», ha sottolineato Gentiloni, considerando che il processo di revisione, approvato dal Consiglio europeo lo scorso 8 dicembre, ha allungato le scadenze per molti obiettivi, «quindi – ha affermato – quest’anno sarà più leggero».

Dopo i ritardi e le criticità che hanno segnato la prima parte del 2023, dovute anche alle ricadute delle tensioni geopolitiche, il Piano è ripartito. L’Italia «si è rimessa in carreggiata», ha affermato il commissario europeo, dicendosi poi «soddisfatto dell’Italia: Mi fa piacere che il governo consideri il piano come figlio suo e non una strana eredità. Penso che la revisione del piano, non priva di controversie – pensiamo alle città che hanno lamentato alcuni definanziamenti – abbia un vantaggio: è diventato il piano dell’attuale governo, non più eredità più o meno subita che un governo precedente o quello prima addirittura aveva negoziato con la Commissione europea senza contributo dell’autorità attuale. E il piano ha mostrato di potersi adattare, sia sulle materie energetiche, sia nel tener conto dell’inflazione».

«Le sfide rimangono perché la quinta rata vale poco più di 10 miliardi e l’ultima del 2026 ne vale 40. Poi le cose bisogna farle e bisogna toglierci dalla testa che se abbiamo rispettato alcuni tempi e alcuni obiettivi negoziati con la Ue ora sia tutto in discesa: l’impegno più sostanziale verrà nei prossimi due-tre anni», ha ribadito.

La portata della sfida la fanno i numeri del Piano: 194,4 miliardi, di cui 71,8 miliardi di euro in sovvenzioni e 122,6 in prestiti, 66 riforme e 150 investimenti. Finora la Commissione ha erogato oltre il 50% dei fondi destinati all’Italia nell’ambito del Recovery and Resilience Facility, oltre 102 miliardi.

Se l’Ue nei prossimi giorni darà il via libera anche alla quinta rata- la richiesta di pagamento è partita alla fine di dicembre – la dote già incassata salirà a 113 miliardi, pari a oltre il 58% dei 194,4 miliardi stanziati in sede europea.

Finora, secondo la relazione sull’attuazione del Pnrr presentata dal ministro degli Affari Europei e regista dell’ “operazione” Pnrr, Raffaele Fitto, sono state spese circa la metà delle risorse già incassate, ovvero 45,6 miliardi su 102, il 23% dell’importo totale. Da qui la necessità di spingere sull’acceleratore su cui ha messo l’accento anche la premier Giorgia Meloni.

Il Pnrr resta un cantiere aperto, sia sul fronte interno, sia su quello europeo: la scorsa settimana il via libera del Consiglio dei ministri al nuovo decreto per l’attuazione del piano che punta a velocizzarne la messa a terra, anche introducendo norme mirate a una maggiore responsabilizzazione dei soggetti attuatori (l’iter di conversione prenderà il via dalla Commissione Bilancio di Montecitorio).
Ieri l’invio alla Commissione europea di una richiesta di revisione del “nuovo” piano, adottato dal Consiglio Ue l’8 dicembre scorso. Riguarda essenzialmente la «correzione di alcuni elementi tecnici nel Pnrr, così come approvato nell’ultima Cabina di regia», ha spiegato il ministro Fitto, sottolineando la «continua e proficua collaborazione tra il governo italiano e la Commissione europea».

«La revisione consentirà la corretta attuazione del Pnrr così come modificato lo scorso dicembre», ha aggiunto il ministro che oggi sarà a Bruxelles dove in mattinata, nella sede del Parlamento europeo, vedrà la presidente Roberta Metsola, mentre nel pomeriggio sarà invece a Palazzo Berlaymont per incontrare il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, il Commissario per il bilancio e l’amministrazione, Johannes Hahn, e quello per la Giustizia, Didier Reynders.

La portavoce dell’esecutivo Ue, Veerle Nuyts, ha chiarito che le modifiche tecniche riguardano «correzioni di errori materiali», «modifiche per chiarire la formulazione di alcuni traguardi raggiunti rispetto agli obiettivi», e sono necessarie «per assicurare la coerenza di tutto il testo con la decisione del Consiglio Ue che ha approvato la revisione del Piano» a dicembre.

La Commissione dovrebbe impiegare meno di due mesi per completare la sua valutazione della richiesta italiana, hanno assicurato fonti comunitarie.

Per il Mezzogiorno la sfida è vitale e passa dalla messa in sicurezza della “Quota Sud”, un punto su cui ha insistito il direttore generale dello Svimez, Luca Bianchi, intervenendo al convegno Quale sviluppo per il Mezzogiorno e la Calabria organizzato dalla Cgil a Lamezia Terme, cui ha preso parte anche il presidente della Regione, Roberto Occhiuto.

Bianchi ha chiamato in causa la debolezza amministrativa degli enti locali meridionali di fronte a quella che è «un’occasione decisiva» per accorciare la distanza con il resto del Paese e avviare il rilancio del Sud.

«C’è stata una rimodulazione che rischia di ridurre la quota Sud. Dobbiamo pertanto spingere innanzitutto sulla qualità amministrativa per regioni come la Calabria. Bisogna concentrarsi per mettere a terra le risorse perché non è possibile che non si raggiunga la quota del 40% che è la quota prevista per il Mezzogiorno dalla quale non si può derogare – ha affermato –. Al Governo diciamo di supportare e rafforzare le amministrazioni locali nell’attuazione perché questo Pnrr serve anche a ridurre i divari territoriali e non si può assolutamente derogare questo obiettivo». (lr)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia] 

AUTONOMIA, IL “RICATTO” DI LEGA VALE
DI PIÙ DEI DIRITTI DEI CITTADINI DEL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTANei prossimi giorni la Camera dovrà esaminare il decreto legge sull’autonomia differenziata. Il percorso va avanti senza intoppi malgrado dal Paese e in particolare dal Sud si levino voci di dissenso rispetto ad una riforma che  è definita “Spacca-Paese”. 

A nulla sono valse le tante perplessità sollevate da diverse prestigiose Istituzioni. La Banca centrale  ha invitato a procedere «con la necessaria gradualità» sulla strada dell’autonomia differenziata, «diversamente, vi sarebbe il rischio di innescare processi difficilmente reversibili e dagli esiti incerti» . 

La Svimez rafforza il pensiero «l’Autonomia differenziata non solo penalizzerà i cittadini del Sud ma indebolirà anche le regioni del Settentrione». È una visione, quella dell’Associazione che guarda all’intero Paese.

Luca Bianchi, direttore di Svimez (l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), demolisce così la riforma portata avanti dal ministro Roberto Calderoli, che arriva adesso alla  Camera per essere approvata a tappe forzate. 

Si sono anche dimessi quattro esperti dall’organismo tecnico voluto dal ministro leghista  per individuare i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), necessari per attuare l’Autonomia differenziata. Nomi “pesanti” visto si tratta di Giuliano Amato e Franco Gallo, ex presidenti della Corte Costituzionale, Alessandro Pajno, ex Presidente del Consiglio di Stato, e Franco Bassanini, ex Ministro della Funzione pubblica, che hanno annunciato il passo indietro con una lettera inviata al Ministro del Carroccio e al Presidente del Comitato di esperti sull’Autonomia differenziata, Sabino Cassese

Ma si è mobilitata anche l’intellighenzia meridionale con una 24 ore di interventi per raccogliere firme contro. 

«Il Coordinamento per la democrazia costituzionale (Cdc), presieduto dal professore Massimo Villone, esprime grande soddisfazione per avere raggiunto e largamente superato le firme necessarie (ne bastavano 50mila, ne sono giunte oltre 65mila), in anticipo rispetto alla conclusione della campagna per la presentazione della legge costituzionale di iniziativa popolare – per la modifica in particolare degli articoli 116, terzo comma, e 117, primo, secondo e terzo comma del Titolo V della Costituzione – contro l’autonomia differenziata voluta dal Governo e da alcune Regioni del Nord». 

Infine la manifestazione recente, fonte di tante polemiche, a Roma, per iniziativa di Vincenzo De Luca ha mobilitato molti sindaci «L’autonomia calpesta e offende il Sud». È un’accusa durissima quella lanciata dai Sindaci del Meridione, scesi in piazza a Roma per protestare contro l’autonomia differenziata. 

Circa un migliaio i primi cittadini convocati in piazza Santi Apostoli dal Governatore della Campania e dall’Anci campana per dire no alla riforma. Una mobilitazione ampissima di un Sud che comincia a capire cosa rischia con questa riforma mentre, come un bulldozer,  il ministro va avanti con questa riforma che possiamo chiamare secondo porcellum. Questo excursus per dimostrare come le voci contrarie sono tante e molto autorevoli. 

Malgrado ciò si continua in un percorso che viene approvato perché il ricatto della Lega di far cadere il Governo pesa sulla maggioranza. 

Il Presidente del Veneto Luca Zaia avverte gli alleati: «l’accordo sull’autonomia è uno dei pilastri di questa maggioranza, insieme al presidenzialismo e alcune altre riforme. Se non passasse verrebbe meno l’oggetto sociale della maggioranza. E oggi non ho nessuna ragione di pensare che con serietà non si affronti il tema», dice il Governatore leghista.  

Fra l’altro la riforma viene nascosta dietro una esigenza di efficienza, ma é invece chiaro che il tema di fondo è quello di trattenere il cosiddetto residuo fiscale, spostando il diritto costituzionale di avere le stesse risorse per ogni cittadino alla prevalenza dei territori, che si fanno piccoli  Stati e che trattengono le risorse che vengono prodotte nella Regione interessata. 

Il vecchio progetto di Bossi che partiva dalla secessione e che adesso si attua invece tenendosi la colonia ben stretta ma con diritti di serie B. È una vera e propria fuga con un bottino, che tutto il Paese ha contribuito a creare. Prodromico alla formazione di una macroregione del Nord, che avrebbe il suo Sud nella Toscana, Umbria forse e che, a parere dei leghisti, ma anche dei politici dell’Emilia Romagna, adesso formalmente pentiti, potrebbe competere meglio con il cuore produttivo europeo della Baviera e d’Ile  de France. 

I dati dimostrano invece che aver puntato solo sulla locomotiva del Paese ha portato a crescite molto contenute e assolutamente meno rilevanti di quelle di Francia, Germania e persino Spagna. 

Il tema, che sopratutto Fratelli d’Italia deve porsi, vista la sua vocazione unitaria, é se si può consentire ad una Forza, che rappresenta poco meno del 9% degli elettori e poco meno del 5% degli aventi diritto al voto, di costituzionalizzare la spesa storica e mettere le basi per una possibile divisione del Paese senza ritorno, per un mero calcolo politico degli altri partner governativi. 

In una realtà comunitaria che ha bisogno invece dell’Italia, uno dei Paesi fondatori, e del suo contributo per una progressiva maggiore  forza dell’Unione, in una situazione sempre più complessa, che vede una Federazione Russa protesa a mire espansionistiche che bisogna bloccare, anche con un esercito comune. Siamo molto lontani dalle visione  di Altiero Spinelli, ma che va recuperata e che è l’unica con un futuro. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

AUTONOMIA, COLPO DI GRAZIA SU SCUOLA
TRA DIRITTI MANCATI E GAP INSUPERABILI

di GUIDO LEONELa domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: nei molti divari che sono tornati a separare la società meridionale dai livelli economici, sociali, culturali raggiunti in questi anni dall’Italia del Nord la scuola c’entra qualcosa?

Esiste una questione meridionale e se sì, quali sono i suoi tratti distintivi? E in quali termini si presenta la questione scolastica nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia? Se il grande analfabetismo di massa, il mero saper leggere scrivere e far di conto è stato sconfitto si può ignorare il fatto che da Napoli in giù i tassi di abbandono scolastico, di evasione dell’obbligo sono tra i più elevati?

Si può ignorare che in Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna più della metà degli studenti sono ad un livello inferiore a quello richiesto dalle indicazioni nazionali e si registrano, cosa ancora più inquietante, differenze fortissime fra scuola e scuola? Si può ignorare che da queste parti  il 40% per cento degli studenti è al di sotto della sufficienza, in italiano e in matematica.

Campania, Calabria, Sicilia, Puglia occupano i primi  posti della triste classifica della povertà educativa in Italia. Regioni in cui bambini e ragazzi sono maggiormente privati delle opportunità necessarie per superare ostacoli e condizioni di svantaggio iniziali. L’abbandono scolastico nella maggior parte delle regioni del sud va ben oltre la media nazionale (12,7%), con le punte di Sicilia (21,1%) e Puglia (17,6%), e valori decisamente più alti rispetto a Centro e Nord anche in Campania (16,4%) e Calabria (14%). 

Non sembrano esserci soluzioni a portata di mano per pareggiare i conti col Nord e dunque per arrivare ad una equa spartizione di risultati; ma questi numeri avrebbero dovuto mettere da tempo  in allarme, serio, innanzitutto i governatori e le loro giunte regionali, subito dopo il Ministero dell’Istruzione e quindi i Governi che in questi anni si sono avvicendati.

E invece lo smantellamento progressivo dell’istruzione pubblica rischia di  farle perdere il suo carattere nazionale.

La regionalizzazione sta compiendo il suo percorso che porterà cambiamenti sostanziali. Per capire la posta in gioco basta considerare uno tra gli effetti più importanti di una simile manovra sulla scuola. Non avremmo più un unico sistema nazionale di istruzione, ma tanti sistemi regionali.

L’autonomia differenziata sancirà gli squilibri che già esistono e li renderà definiti e insuperabili. Il gap di servizi, nella scuola, nella sanità, negli asili diventerà “legittimo”, un privilegio etnico- territoriale immodificabile. Insomma chi all’interno della stessa nazione abita in territori particolari e benestanti ha più diritti di chi invece ha avuto la sventura di abitare in territori disgraziati.

L’istruzione deve rimanere statale e nazionale con pari livelli delle prestazioni, senza condizionamenti di natura politica e quindi fuori da qualunque percorso di autonomia differenziata.

C’era una volta un Paese dove la scuola era pubblica e le finalità e gli obiettivi li decideva lo Stato nell’interesse di tutti. Quella scuola rischia di non esserci mai più. Certa politica non ha cambiato verso alla scuola pubblica. L’ha semplicemente piegata, immiserita. Il Mezzogiorno ha bisogno sul piano sociale, oltre che economico, di eserciti di maestri e professori. Di buone scuole e buone università. Di baluardi della conoscenza che siano, al di là di tutto il resto, il simbolo della presenza dello Stato unitario sul territorio. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico Usr Calabria]